UNA POESIA di Czeslaw Milosz “Orfeo e Euridice” traduzione di Paolo Statuti, con un Commento di Giuseppe Montesano SUL  TEMA DELL’ISOLA DELL’UTOPIA

Sergio Michilini, L'ISOLA DEI VIVI, 1995, olio su tela

Sergio Michilini, L’ISOLA DEI VIVI, 1995, olio su tela

 L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginariodi Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Ετοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene e τóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco ο (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

(Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla email di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

 *

Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

Czesław Miłosz  (Szetejne 1911 – Cracovia 2004) figlio di Aleksander Miłosz, ingegnere civile e di Weronica (nata Kuna), figlio di un fratello del bisnonno del grande poeta lituano di lingua francese  Oscar Vladislas de Lubicz Milosz.

A Šeteniai, oggi in Lituania, ma allora facente parte dell’Impero russo, Czesław Miłosz frequenta le scuole superiori e l’università a Vilnius, oggi in Lituania ma allora in Polonia. Cofondatore del gruppo letterario “Zagary”, fa il suo debutto nel 1930 con due volumi di poesia. Lavora per la radio polacca e continua il proprio percorso creativo seguendo con attenzione i fatti che affliggeranno la Polonia, stretta tra le rivendicazioni di Germania e Russia. Passa la maggior parte della guerra a Varsavia lavorando per la stampa underground.

Dopo la guerra, diventa addetto culturale all’ambasciata polacca a Washington e successivamente a Parigi, nel 1951 Fortemente critico rispetto alla condotta governativa e al clima culturale imposto da un’élite politica e intellettuale formatasi a Mosca, non esita a manifestare il proprio scetticismo sulle prospettive del socialismo reale. In seguito alla rottura con il partito comunista, chiede asilo politico in Francia , per trasferirsi successivamente negli Stati Uniti. A contatto con il clima culturale fervente di Berkeley, inCalifornia, dove insegna letteratura polacca, continua la propria opera poetica dedicandosi parallelamente all’attività di traduzione, cruciale per la diffusione della poesia polacca in ambito anglo-americano e successivamente europeo.

Nel 1980  gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura con la motivazione:

(EN)
« Who with uncompromising clear-sightedness voices man’s exposed condition in a world of severe conflicts. »
(IT)
« A chi, con voce lungimirante e senza compromessi, ha esposto la condizione dell’uomo in un mondo di duri conflitti. »
(Motivazione del premio Nobel per la letteratura)

utopia Illustrazione dalla prima edizione dell'Utopia di Tommaso Moro, pubblicata a Lovanio nel 1516Nello stesso anno, gli operai di Solidarnosc trascrivono brani di una sua poesia ai piedi del monumento dedicato ai lavoratori uccisi dalla polizia di partito durante gli scioperi di contestazione.

In ambito saggistico, Czesław Miłosz contribuisce al dibattito sulla possibilità di intraprendere il lavoro culturale in quanto azione politica e sociale, allineandosi alle tematiche dell’ambiente intellettuale francese dei primi anni cinquanta e fornendone, tuttavia, una chiave di lettura distinta e originale. Ne La mente prigioniera (1953), testo che unisce la riflessione saggistica a tecniche romanzesche, Czesław Miłosz affronta il complesso rapporto tra letteratura e società nell’ambito delle democrazie popolari satelliti del mondo sovietico. Demistificando esplicitamente ogni idealizzazione del socialismo reale, evoca e analizza tanto l’adesione quanto la dissociazione degli intellettuali al sistema (il Murti-Bing) consolidatosi in Polonia nel dopoguerra. In aperto contrasto con la lettura ideologizzata dell’intellettuale dissidente diffusasi nell’ambiente europeo filo-comunista, Czesław Miłosz ritrae la condizione divisa dell’individuo all’interno di un regime totalitario, attribuendone la libertà di pensiero e parola ad una pratica eretica (il ketman) basata sulla dissimulazione, sulla perfetta comprensione e conversione dei meccanismi censorii in cui vive. Fonte di aspre polemiche fin dall’uscita, il saggio-romanzo offre una prospettiva critica inedita sulla libertà umana, e una chiave di lettura preziosa al registro antifrastico che domina la produzione del poeta, come mostra il mondo evocato nel noto componimento Fanciullo d’Europa.

In un dialogo sulla letteratura conJosif Brodskij, realizzato nel 1989 e pubblicato nel 2001  sulla rivista Zeszyty Literackie, parlando degli scrittori che l’hanno influenzato, Czesław Miłosz scrive:

« E poi l’influenza, una forte influenza del mio cugino francese Oscar Milosz. Aveva scritto in maniera stupefacente il suo primo trattato metafisico nel 1916, conoscendo lo sviluppo delle teorie di Einstein (…) se non sbaglio pubblicate nella sua prima versione proprio in quello stesso anno. Lui credeva che la teoria della relatività aprisse le porte di una nuova era di armonia tra la scienza, la religione e l’arte. Per il semplice motivo che il mondo newtoniano è per principio contrario all’immaginazione, all’arte, alla religione. Io perciò seguii quella traccia e constatai con stupore che erano idee prossime a William Blake, che, anche se ovviamente non poteva sapere nulla della relatività, aveva fatto nascere le proprie teorie nella fisica. E anche Goethe, in una sorta di ribellione istintiva contro la via intrapresa dalla scienza ottocentesca (…) Una questione fondamentale è che per Newton lo spazio era stabile e obbiettivo, invece per la fisica contemporanea e anche per Oscar Milosz, una cosa simile non può esistere perché tutto è un unicum di moto, materia, tempo e spazio.»

 

l'isola dell'utopia

l’isola dell’utopia

CZESLAW MILOSZ, POETA DELL’INATTUALITÀ

 (da L’Unità del 15 agosto 2004)

 Sperando nel Caso rivelatore e illuminante in cui credevano gli Antichi, apro di colpo le pagine della mia copia ormai semiconsunta delle Poesie di Czeslaw Milosz, e il libro si schiude su Caduta, una poesia del 1975, che nella versione di Pietro Marchesani recita: “La morte di un uomo è come la caduta d’uno stato potente, / che possedeva eserciti prodi, capi e profeti, / e ricchi porti, e bastimenti su tutti i mari, / e ora a nessuno correrà in aiuto, con nessuno stringerà alleanza, / perché le sue città sono vuote, la popolazione dispersa, / il cardo ha ricoperto la sua terra un tempo doviziosa di messi, / la sua missione dimenticata, perduta la lingua, / dialetto di un paesello lontano su inaccessibili monti”. Ed è subito la sua voce, il tono inconfondibile del Milosz poeta, qual salmodiare asciutto sul filo del canto ma come incidendo con uno stilo acuminato su una tavoletta o su una pietra. Il “dialetto di un paesello lontano” fu il polacco, la lingua in cui al contrario di Nabokov o di Brodskij che in esilio abbandonarono il russo, continuò a scrivere i suoi libri pur vivendo esiliato a Parigi per dieci anni e poi negli Stati Uniti dal 1961 e fino alla morte.

Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

Cos’era esattamente Czeslaw Milosz, un saggista, un acuto politologo, un poeta? Nel 1953 uscì La mente prigioniera, un saggio capitale sulla capacità del totalitarismo sovietico di occupare la mente devastandola con l’uso di una perpetua falsificazione dei concetti, nel 1959 Milosz pubblicò La mia Europa, un racconto-saggio bellissimo dove biografia e saggistica politica, memoria du temps perdu e arte del ritratto si univano in una sorta di libro totale in cui il ricordare diventava una sorta di filo di Arianna intellettuale per scoprire la storia nascosta sotto la Storia; nel 1980, l’anno del premio Nobel, usciva La terra di Ulro, una enigmatica discesa nelle correnti sotterranee della cultura europea da Swedenborg a Blake a Dostoevskij alla Weil e fino al misterioso Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz, poeta lituano-polacco ma in lingua francese tradotto anche da Montale, esoterico esageta dell’Apocalisse e per di più zio di Czeslaw. Dove si trovava il vero Milosz, in quale forma di scrittura e di avventura intellettuale? Con una sorprendente capacità di restare fedele a se stesso nel cambiamento, Milosz era perfettamente consapevole di questo suo spirito salamandrino difficilmente catalogabile, e trent’anni dopo aver pubblicato La mente prigioniera scrisse una prefazione: “Il mio libro spiacque praticamente a tutti. Gli ammiratori del comunismo sovietico lo giudicavano insultante, mentre gli anticomunisti sostenevano che mancava di una posizione politica chiaramente definita e sospettavano l’autore di essere ancora, in fondo al cuore, un marxista”.

Czeslaw Milosz called Marek Hlasko “the idol of Poland's young generation in 1956

Czeslaw Milosz called Marek Hlasko “the idol of Poland’s young generation in 1956

In realtà Milosz aveva tracciato con La mente prigioniera un disegno del totalitarismo straordinariamente anti-ideologico, provando a scavare dentro la “mente prigioniera” con una sensibilità sottilissima per i dettagli concreti, e era riuscito a creare uno strumento conoscitivo che non smette di essere attuale: non è forse ancora oggi il “desiderio di sicurezza” a spingere verso un nuovo totalitarismo mediatizzato la mente occidentale? Milosz era riuscito a scavare dentro la rete intricata della menzogna che si compiace di sé senza mai cedere alla tentazione dell’astrazione o a quella della risposta risolutiva: si era mosso nella foresta totalitaria disincantata e arsa dell’inquinamento ideologico con le armi di un poeta, e il suo sismografo corporale non si era ingannato sulle trappole mentali della propria epoca.
Negli anni seguenti Milosz continuò a aggirarsi in quella waste land che con una espressione presa a William Blake aveva chiamato La terra di Ulro, il luogo dove “l’uomo mutilato” della modernità si limita a sopravvivere, e arrivò a una sorta di pessimismo sul presente quasi senza vie di uscita. Contro l’idea scientifica di un mondo disumanizzato perché misurabile e razionalizzabile fin dentro i campi di concentramento, nella Terra di Ulro Milosz cercò di costruire una mappa per evadere dalla modernità, una apologia dell’inattualità, una genealogia per dissidenti assoluti: muovendosi tra Dostoevskij demonologo della società di massa e Blake profeta dell’Immaginazione contro la schiavitù dell’industria.

Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

Milosz provò disperatamente a contrapporre alle lacerazioni e all’anomia provocate dalla cieca tracotanza della tecnica, una dimensione totalmente altra dell’esistenza: la capacità immaginativa, l’arte di vedere il mondo secondo una prospettiva creaturale, uno sguardo capace di ridare significato a una vita spezzata dall’alienazione. Ma questa operazione quasi alchemica di ritrovamento dell’essenza vitale diventata filosofia era destinata al fallimento: solo attraverso la poesia, solo in quel territorio sospeso dove vigono le leggi dell’immaginazione, era possibile il suo sogno di risalire la corrente, di arrivare in un luogo dove le cose potessero essere nominate con il loro nome proprio. Ma per quali vie? Nei versi di Ars poetica Milosz parlò dell’ispirazione con una sorta di splendido ossimoro che affermava negando: “Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente: / sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse, / sbattiamo quindi gli occhi come se fosse balzata fuori una tigre, ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi. Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon, /benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi di un angelo…”, e mescolando ironia e metafisica concludeva quasi con rassegnazione: “è lecito scrivere versi di rado e controvoglia, /B spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza / che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento”. Ma proprio attraverso questo tono “basso” e “colloquiale”, appare improvvisa in Milosz la visitazione demoniaca, la rivelazione di un’altra possibilità: “Quando c’è la luna e le donne in abiti a fiori passeggiano / provo stupore per i loro occhi, le loro ciglia e tutta l’organizzazione del mondo. / Mi sembra che da una propensione reciproca così grande / potrebbe finalmente risultare la verità ultima”. Ma la verità ultima è sfuggente, e soprattutto è mascherata dalla metamorfosi della realtà, ed è per questo che nessuna poesia che cerchi di afferrarne anche solo un brandello può essere definitiva: “Ricomincio continuamente da capo, perché ciò che dispongo in racconto / si rivela una finzione, comprensibile per gli altri, non per me, / e il desiderio di verità mi rende disonesto”.

Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

Il pericolo che si nasconde nella poesia è la finzione, l’abbellimento estetizzante delle cose, la perdita del contorno reale del mondo in cambio della sua ombra menzognera: “Cos’è la poesia che non salva i popoli né le persone? / Una complicità di menzogne ufficiali, una cantilena di ubriachi a cui fra un attimo verrà tagliata la gola, / una lettura per signorinette”. La poesia forza con Milosz la cittadella della ragione pura e la mette a soqquadro con la sorpresa, ma nello stesso tempo non rinuncia nemmeno a una briciola del suo potere conoscitivo: ma come potrebbe farlo rinunciando all’elemento visionario? È questo il gesto da classico della modernità che Milosz ha attuato, e contro la modernità. Attraverso tutte le forme e gli stili della poesia contemporanea, Milosz ha contrabbandato qualcosa che doveva essere irriducibilmente diverso da esse, ma che in realtà si è espresso proprio nelle ferite e nelle lacerazioni del contemporaneo.

In una poesia del 1945 sulle macerie di Varsavia, aveva scritto di non voler cantare per i morti, di non voler sottostare al ricatto nichilistico della distruzione: “Sono forse venuto al mondo / per diventare una prefica? / Io voglio cantare i festini, / i boschetti gioiosi dove mi conduceva Shakespeare. Lasciate / ai poeti un istante di gioia / o perirà il vostro mondo”.
Nel cuore stesso della mitologia di morte del secolo breve la grandezza di Milosz è stata nel suo non cedere al ricatto del lamento, nel suo scavare senza illusioni sorgenti nel mezzo stesso delle macerie, in quella ostinazione a conservare e a dire il bene anche quando tutto sembra sommerso dall’orrore e dal brutto, semplicemente “perché nell’infelicità accorre una qualche armonia e bellezza”.

Ma la sua non fu la bellezza degli estetismi a un tanto al chilo, e fino all’ultimo lo accompagnò il dubbio che scrivere fosse ancora un esercitare potere, una forma dell’avidità e della sopraffazione. Fu per questo che la poesia, come aveva chiesto, lo visitò a volte sotto le sembianze di un demone benigno, come quel Dono che dà il titolo a una sua poesia: “Un giorno così felice. / La nebbia si alzò presto, lavoravo in giardino. / Non c’erano cose sulla terra che desiderasse avere. / Non conoscevo nessuno che valesse la pena d’invidiare. / Il male accadutomi, l’avevo dimenticato / Non mi vergognavo al pensiero di essere stato chi sono. / Nessun dolore nel mio corpo. / Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e vele”. Non c’era più di questi attimi di salvezza che la poesia potesse concedere a lui che la scriveva e a noi che la leggiamo: appena un filo di voce, sull’orlo del precipizio, per chiamare finalmente le cose con il loro vero nome.

 (Giuseppe Montesano)

 

Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

Czeslaw Milosz

Orfeo e Euridice

Sulle lastre del marciapiede all’ingresso dell’Ade
Orfeo era piegato dal vento impetuoso,
che gli tirava il soprabito, faceva roteare matasse di nebbia,
si agitava nelle foglie degli alberi. I fari delle auto
ad ogni afflusso di nebbia si smorzavano.

Si fermò davanti alla porta a vetri incerto
se le forze lo avrebbero sorretto in quell’ultima prova.

Ricordava le parole di lei: “Sei un uomo buono”.
Non lo credeva molto. I poeti lirici
hanno di solito, pensava, un cuore freddo.
E’ quasi un limite. La perfezione dell’arte
si ottiene in cambio di tale imperfezione.

Soltanto il suo amore lo riscaldava,
lo rendeva umano.
Quando era con lei, diversamente pensava di sé.
Non poteva deluderla, adesso che era morta.

Spinse la porta. Percorreva un labirinto di corridoi,
di ascensori.
La luce livida non era luce, ma oscurità terrestre.
I cani elettronici gli passavano accanto senza frusciare.
Scendeva un piano dopo l’altro, cento, trecento,
sempre più giù.
Sentiva freddo. Era consapevole di trovarsi
nel Nessunluogo.
Sotto migliaia di secoli rappresi,
nel cenerume di putrefatte generazioni,
quel regno sembrava senza fondo e
senza fine.

Lo circondavano i volti di una calca di ombre.
Alcuni li riconosceva. Sentiva il ritmo del proprio sangue.
Sentiva con forza la sua vita insieme con la sua colpa
e temeva d’incontrare quelli cui aveva fatto del male.
Ma essi avevano perso la capacità di ricordare.
Guardavano altrove, indifferenti a lui.

Come sua difesa aveva la lira a nove corde.
Portava in essa la musica della terra contro l’abisso,
che addormenta tutti i suoni col silenzio.
La musica lo dominava. Allora era remissivo.
Si arrendeva al canto imposto,
in estasi.
Come la sua lira, era soltanto uno strumento.

Finché giunse al palazzo dei governanti di quel regno.
Persefone, nel suo giardino di peri e meli seccati,
nero di nudi rami e di grumosi rametti,
e il suo trono, funereo ametista – ascoltava.
Egli cantava il chiarore dei mattini, i fiumi nel verde.
L’acqua fumante di un riflesso rosato.
I colori: cinabro, carminio,
siena bruciata, azzurro,
i piaceri di nuotare presso
gli scogli di marmo.
Il convito sulla terrazza nel chiasso
del porto dei pescatori.
Il sapore del vino, del sale, delle olive, della senape,
delle mandorle.
Il volo della rondine e del falco, il solenne
volo di uno stormo
di pellicani sul golfo.
Il profumo di fasci di lillà nella pioggia d’estate.
Cantava che componeva le sue parole contro la morte
e che nessuna sua rima lodava il nulla.

Non so, disse la dea, se tu l’ami,
ma sei giunto fin qui per riprenderla.
Ti sarà restituita. A una sola condizione.
Non ti è permesso parlarle. E sulla via del ritorno
di voltarti, per vedere se ti segue.

Ermes portò Euridice.
Il suo volto era diverso, affatto grigio,
le palpebre abbassate, sotto di esse l’ombra delle ciglia.
Avanzava come irrigidita, condotta dalla mano
della sua guida. Ah, come voleva pronunciare
il suo nome, svegliarla da quel sonno.
Ma si trattenne, sapendo che aveva accettato
la condizione.

Si avviarono. Prima lui, e dietro, ma non subito,
il battito sonoro dei sandali e quello tenue
dei piedi di lei impediti dalla veste come sudario.
Il sentiero in salita era fosforescente
nell’oscurità, simile alle pareti di un tunnel.
Si fermava e restava in ascolto. Ma allora
anche essi si fermavano, una fievole eco.
Quando riprendeva a camminare, risonava il duplice battito,
una volta gli sembrava più vicino, poi di nuovo lontano.
Sotto la sua fede cresceva il dubbio
e lo avvolgeva come freddo convolvolo.
Non sapendo piangere, piangeva per la perdita
delle speranze umane nella rinascita dei morti,
perché adesso era come ogni mortale,
la sua lira taceva e sognava senza difesa.
Sapeva di dover credere e non sapeva credere.
E a lungo doveva durare l’incerta veglia
dei propri passi contati nel torpore.

Albeggiava. Apparvero i gomiti delle rocce
sotto l’occhio luminoso dell’uscita dal sottosuolo.
E accadde ciò che aveva presentito. Quando girò la testa,
dietro a lui sul sentiero non c’era nessuno.

Il sole. E il cielo e le nuvole su di esso.
Soltanto ora sentì gridarsi dentro: Euridice!
Come vivrò senza di te, o consolatrice!
Ma profumavano le erbe, durava basso il ronzio delle api.
E si addormentò, con la guancia sulla calda terra.

(traduzione di Paolo Statuti)

Annunci

27 commenti

Archiviato in Autori dei Due Mondi, critica letteraria, poesia polacca

27 risposte a “UNA POESIA di Czeslaw Milosz “Orfeo e Euridice” traduzione di Paolo Statuti, con un Commento di Giuseppe Montesano SUL  TEMA DELL’ISOLA DELL’UTOPIA

  1. Pasquale Balestriere

    Czesław Miłosz , si sa, ama il verso lungo, perché intende “dire” senza essere costretto in ( o da) una metrica che egli ritiene limitativa quando si realizza in versi verbalmente esigui. Resto perciò meravigliato quando mi trovo, in questa poesia, di fronte a versi brevi o brevissimi (c’è addirittura un ternario o trisillabo sdrucciolo!). Per il resto, atmosfera e toni surreali che passano attraverso un mélange antico-moderno, un pizzico di effetti stranianti, sostanziale freschezza di intuizioni creative. Una poesia che si legge volentieri, anche se qualche strofa è, poeticamente, non proprio ricca.
    Ma Milosz è comunque vero poeta.
    Pasquale Balestriere

    • Non per pigrizia, ma per corrispondenza di pensiero condivido il commento di Pasquale Balestriere. Di mio, sulla forma poetica, aggiungo che i versi brevi, in particolare “Ermes portò Euridice”, forse hanno lo scopo di evidenziare alcune immagini o il “fatto” eccezionale che potrebbe rendere la vita ad Euridice. E’ una tecnica propria della musica classica contemporanea (del Novecento), per esempio di John Cage, in cui non esiste più nell’opera musicale la scansione tradizionale in misure (battute) tutte di uguale durata, ma il compositore fonda la costruzione musicale sulla struttura ritmica, sulla successione delle durate variabili spesso di battuta in battuta per ottenere effetti molto particolari.
      E’ pregevole, comunque, la poesia di Czesław Miłosz.

      Giorgina Busca Gernetti

  2. “Come sua difesa aveva la lira a nove corde.”
    Come Orfeo, così Milosz si fa portare per mano dalla sua infanzia. Più di Orfeo egli ha fiducia, sa di non essere soltanto un grigio intellettuale. Non è solo nel viaggio di questa purissima poesia. Milosz sapeva che i poeti sono bambini.

  3. LA POESIA DI CZESLAW MILOSZ AI TEMPI DELLA BEATA GUERRA FREDDA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/12/19/una-poesia-di-czeslaw-milosz-orfeo-e-euridice-traduzione-di-paolo-statuti-con-un-commento-di-giuseppe-montesano-sul-tema-dellisola-dellutopia/comment-page-1/#comment-4377
    Quando ancora l’Europa era divisa da una pesante cortina di ferro e due civiltà si fronteggiavano con immensi eserciti ed armi nucleari, in un’epoca, che oggi ci sembra lontana, in cui l’intelligentsia europea, tranne pochissime eccezioni, non intravedeva tutto l’orrore e la irrazionalità della dittatura staliniana, Czeslaw Milosz seppe riconoscere per tempo la scaturigine profonda del Male ed abbandonò la sua patria per l’esilio prima in Europa e poi negli Stati Uniti. Si dirà che l’esilio è in fondo il destino ultimo dell’uomo del Novecento e che il problema politico dell’Occidente è piuttosto la mancanza di autenticità che non l’esilio politico. Ma non è così, per Milosz l’abbandono della sua Polonia non significò l’abbandono della patria, né tantomeno l’abbandono della sua madre lingua, anzi, fu durante gli anni dell’esilio che Milosz scrisse le poesie forse più belle del Novecento. Nato in una terra di confine, la Lituania, il poeta polacco si trovò costretto a combattere una battaglia che lo sovrastava per grandezza e per entità delle masse umane chiamate allo scontro. Bordskij ha scritto che ci sono dei momenti in cui una civiltà ha bisogno dei suoi uomini della periferia per ritrovare se stessa, ha bisogno degli uomini del limen, e Milosz fu uno di questi, fu un uomo impegnato lungo una lontana frontiera, convinto che la Storia e il destino richiedevano da lui un atto inequivocabile e pienamente riconoscibile che fornisse un esempio ed un monito. Già questa doppia appartenenza a due popoli della frontiera dovette fortificare in lui la fiducia che ciò che confligge con l’umanesimo della civiltà europea non può che perire e dissolversi. Come il suo grande maestro, il russo Osip Mandel’stam (nato in Polonia e vissuto in Russia), del quale Milosz si dichiarò più volte allievo, il poeta polacco fu il vero tutore della civiltà europea proprio nel momento in cui, dopo la follia nazista, un altro pericolo incombeva all’orizzonte: il dispotismo comunista. Attraverso Mandel’stam, Milosz ritorna a Dante, costruisce il suo verso e la sua metrica sul calco dell’endecasillabo, convinto che il linguaggio della poesia europea sia il vero depositario di quella civiltà, il suo sperimentare le forme della Tradizione è un tutt’uno con l’esigenza di una espressione universale, che parli a tutte le genti dell’Europa, in una lingua traducibile presso tutte le lingue europee. Convinto che la poesia europea debba divenire la casa comune di tutte le intelligenze libere dell’Europa, Milosz scrive in forme armoniose e cristalline dove la barbarie non potrà mai penetrare, né l’intolleranza o la sopraffazione. E’ avvenuto così che le poesie di Milosz siano – per noi europei della frontiera a Sud di Eurolandia – state scritte anche per noi e ci riguardano da vicino per il contributo agli errori della storia europea che anche l’Italia ha dato.
    Forse soltanto la nazione polacca ha richiesto tanto alla poesia: essere all’altezza del suo Tempo, reggere l’urto della Storia, essere una bandiera di libertà e di indipendenza. Per un dispetto della storia, tutto un popolo riconobbe i propri poeti, insieme a Milosz, la Szymborska, Herbert ed altre grandi personalità che hanno saputo rappresentare il proprio tempo.
    Milosz è stato un europeo integrale, convinto che anche la Russia fosse parte integrante dello spirito europeo e parte essenziale della storia della civiltà europea, egli è stato anche il rappresentante di quello spirito cristiano che nelle sue tre principali confessioni (cattolica, protestante, ortodossa) ha costituito lo zoccolo ideologico del vecchio continente. Ma Milosz è un poeta cristiano, non cattolico, e la sua poesia sembra indirizzarsi, oggi più che mai, anche ai popoli del Tigri e dell’Eufrate, l’antico popolo dei Parti, per richiamarli al comune destino di speranza e di com-unione e di pace universale.

  4. Sentiva freddo. Era consapevole di trovarsi
    nel Nessunluogo.
    Sotto migliaia di secoli rappresi,
    nel cenerume di putrefatte generazioni,
    quel regno sembrava senza fondo e
    senza fine.

    Non ho mai letto una definizione così azzeccata dell’Europa durante la guerra fredda. Di quella attuale invece non credo nemmeno Milosz sarebbe riuscito a dare una definizione in versi senza trattenere conati di vomito.

  5. antonio sagredo

    inviterei Linguaglossa a ri-pubblicare i miei versi dedicati a Orfeo e Euridice,
    così che i lettori del blog, poeti e scrittori facessero le dibite distinzioni.
    a. s.

    • Perché non pubblicare anche i versi di Virgilio sul mito di Orfeo ed Euridice (P. Virgilio Marone, Georgiche, IV, vv. 457-527) ?
      Il confronto soddisferebbe il grande poeta Antonio Sagredo ?

      • cara Giorgina,

        vuoi occupartene tu dei versi di Virgilio su Orfeo ed Euridice?, te ne sarei grato. Così Antonio Sagredo potrà fare i dovuti raffronti.

        • Caro Giorgio,
          a me non costerebbe nulla, data la mia professione di lunghi anni. Ma è l’interlocutore che “un mi garba”, come dicono a Firenze! Ho appena riacquistata un poco, solo un poco di pace dopo i duri scontri del passato. La mia era una battuta. Ora vorrei passare in pace e serenità i giorni festivi, un poco grigi perché sono in lutto
          Tuttavia ti ringrazio molto
          Giorgina

        • Ivan Pozzoni

          Caro Giorgio, confrontando Virgilio e l’amico Sagredo, rischieremmo di introdurre du’ Maroni, come si dice a Milano. Soprassediamo? 🙂

  6. antonella zagaroli

    E’ difficile giudicare la versificazione in un poeta tradotto perché comunque il traduttore che ci fa da tramite, comunque mi pare autorevole e chiarificatore lo scritto di Giorgio. Intendiamoci anch’io amo i versi presentati e non per quale ragione sono rimasta colpita da:

    “Sotto migliaia di secoli rappresi,
    nel cenerume di putrefatte generazioni,”

    “componeva le sue parole contro la morte
    e che nessuna sua rima lodava il nulla.”

    Entrambi perfetta indicazione del tempo da lui vissuto e di ora e dei soggetti poetici di sempre.Poi questo verso per me incredibile del senso dello scrivere poesia

    “Non sapendo piangere, piangeva per la perdita”

    E’ la perdita e il tentativo di ricostruzione il senso del fare qualsiasi arte.
    La chiusa poi la trovo perfetta, nitida col richiamo shakespeariano del morire/dormire ma semplicissima quasi quotidiana.

    “E si addormentò, con la guancia sulla calda terra.”

    • Grazie, Giorgio, per aver pubblicato la mia versione di “Orfeo e Euridice”. Perché non inviti i tuoi lettori a commentare anche la bella poesia “Campo de Fiori”, dedicata a Giordano Bruno?

  7. Pasquale Balestriere

    Gentile Paolo Statuti, vorrebbe essere così cortese da sciogliermi un dubbio spiegandomi se nella versione in italiano di “Orfeo ed Euridice” lei ha rispettato scrupolosamente la versificazione di Milosz oppure ne ha modificato la disposizione, introducendo qua e là versi brevi?
    Si tratta di una domanda non oziosa,
    Pasquale Balestriere

  8. Caro Paolo Statuti,

    innanzitutto, grazie per aver tradotto in uno splendido italiano la poesia “Orfeo e Euridice” di Milosz, accolgo volentieri il tuo suggerimento di proporre ai lettori del blog l’altro grande capolavoro del poeta polacco, intendo la nota poesia su Giordano Bruno sempre nella tua versione che apparirà domenica 21 dicembre. Per noi della redazione del blog le tue traduzioni sono un punto di riferimento imprescindibile, un lavoro utilissimo per ripensare il modo con il quale si fa poesia oggi in Italia.

  9. antonio sagredo

    Conosco Virgilio come le mie tasche, che sono piene di buchi come le sue.
    Non sono contro Virgilio, come non lo sono contro tutti i Poeti, ma sono contro coloro che li strumentalizzano, specie quando non hanno argomenti critici con cui controbattere, e allora rispondono con sarcasmo e invidia… che poi si rivolgono contro loro stessi: non mi interessano costoro poi che fanno parte delle schiere dei mediocri, mentre io faccio parte delle schiere delle “leggende giovani”, anche se un po’ tradivamente, ma ne faccio parte a pieno titolo.
    Io e i miei versi non siamo vissuti nemmeno una volta… inutilmente.
    a. s.
    ——-

    L’attore gira e rigira la parte
    la testa canuta barcolla
    d’arsura di vita sincera
    ammazza le mosche
    gesticola lo sguardo lontano
    sputa la massa ridotta a platea.

    Piange la pantomima sul palco
    ha passi lenti sicuri d’aspetto
    ha rispetto per l’arte
    e per chi dorme scontento in pace e per terra.

    Il tempo ruota le ore e le parti
    e i secoli presenti
    ma la pantomima rifiuta il lavoro volgare
    rifiuta il disprezzo
    l’odio e l’invidia con grande coraggio.

    E sull’orlo del tavolo il palco finisce:
    marionetta non più pantomima.

    Felice d’avere le mani slegate
    l’attore sorvola le cose comuni
    più grandi distese davanti si crede
    più facili sorprese…
    e s’inganna la vita
    che vale un soldo bucato
    né più e né meno.

    La pipa s’affitta il fumo
    la sedia il terreno che brucia
    l’attore la parte sincera.

    a.s
    Roma, 1969-1970
    ————————–
    Némesis et mímētis

    Con uno sguardo corazzato da orbite truccate…
    te ne andavi a spasso tallonato dalle tue stesse ossa
    all’inizio della mia rovina da verso in servo

    quando il testimone tradì la mia parola al mattatoio:
    ma non potrei essere io colui che senza più guida naturale
    o divina è un fronte di battaglia o di sangue mai versato?

    Più alto del tuo fu il grido di tua madre – grida di crepaccio raggelato –
    quando non credette più alla tua risurrezione.

    Le tue stazioni non sono eterne come le mie stanze,
    ma te ne andavi eiaculando rosari di perline e vischio,
    come un vecchio rospo scagazzando sul tuo stesso capezzale!

    M’invidiavi del mio Golgotha la maestà onanista – non crociata!
    la luce sulfurea che dai genitali turbava le notti di Giuditta,
    la gelosia di una qualsiasi Maddalena era un artiglio emostatico
    a quel morire di tortura

    in cisterne d’accidie… raccolgo miti e riti d’un oriente sigillato:
    chicchi di grano, gialli papaveri!

    Canta, Giovanni, canta!
    canta: scolograssodiscrofa@regressione.occidentale!

    Io amo ancor di più quella Culla d’argilla dissanguata
    dai barbari d’Albione e d’oltre atlantico!

    Soldataglia del DIO CRACK e della DIVINA EROINA…
    Natura che si cerebra, ma non si celebra!

    VOGLIO

    sul mio capo: serti di Mirto!
    sulla soglia paterna: rami di Cipresso!
    la mia salma: su un giaciglio di fronde!
    e ramoscelli di… Origano! Maggiorana! Genziana!

    antonio sagredo
    Vermicino, 3/4 aprile 2007
    ——————————————————
    a rivedervi tra due anni, sperando che Voi siate vivi!

    • “sperando che Voi siate vivi!” (A.S.)
      .
      ” Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi / finem di dederint, Antoni mi…!”
      (Hor., Carmina, I, 11 tranne “Antoni mi” che sostituisce l”oraziano “Leuconoe”).
      GBG

  10. Ricordo ad Antonio Sagredo e a tutti gli interlocutori del blog che è posto divieto di inserire nello spazio commenti proprie poesie come commento a poesie altrui.
    Grazie per l’attenzione.

    • Gentilissimo Giorgio,
      la legge è uguale per tutti oppure, come diceva un comico, “Siamo tutti uguali però qualcuno è più uguale degli altri!” ?
      Io vedo molto spesso poesie nello spazio dei commenti, nonostante il divieto che hai ricordato già molte volte.
      Con stima
      Giorgina

      • Giuseppina Di Leo

        Gentilissima Giorgina,
        A proposito della citazione: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.” (George Orwell, La Fattoria degli animali).
        Orwell (pseudonimo di Eric Arthur Blair).
        I comici spaziano con ali proprie, sebbene il libro di comico abbia molto poco.

        • Gentilissima Giuseppina,
          pur conoscendo “come le mie tasche” “La fattoria degli animali” di George Orwell, perché letta fin da bambina, e altrettanto circa il vero nome dell’autore, poiché non volevo fare la “prof.” un’altra volta, ho citato un comico, cosa più adatta a questa situazione.
          Così lascio fare a te la figura della Professoressa che si permette di dare lezioni a destra e a manca!
          Giorgina Busca Gernetti

          • Giuseppina Di Leo

            Mi ha fraintesa, cara Giorgina, non mi permetto di dare lezioni a chicchessia. Si figuri, il mio era solo un suggerimento.
            Lascio volentieri agli altri il compito di correggere.

            • I suggerimenti, talora, sono più inopportuni delle lezioni “a viso aperto”!.
              Quanto al libro di Orwell, pubblicato in Italia nel 1947, mi fu donato in una veste editoriale da regalo. Io allora ero già nata, non solo, ma sapevo leggere, scrivere e far di conto.
              Il fatto fu che dalla metà in poi del libro incominciai a commuovermi e alla fine, al punto di quella celebre frase, piansi amaramente,
              Giorgina Busca Gernetti

  11. Pingback: Odi et amo. George Orwell e Czesław Miłosz | Asterismi letterari

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...