Pier Paolo Pasolini intervistato da Aldo Onorati (1960) e “Le ceneri di Gramsci” I-VI (1957) con una citazione di Alberto Asor Rosa

 pier paolo pasolini− Chiediamo dopo i primi convenevoli – lei ha cominciato subito a scrivere per l’editore Garzanti o esistono altri suoi scritti a cura di altri editori?

 − Sì, esistono, pubblicate da Sansone, le Poesie Friulane, uscite in edizioncine fuori commercio; a cura di Guanda è stato poi pubblicato anche un volume di critica.

Da giovane si è dedicato di più alla poesia? Quali sono stati nei primi anni i suoi autori preferiti?

− Mi sono dedicato molto alla poesia, da giovane. La prima che scrissi fu all’età di sette anni e mezzo. Da ragazzo, parlo di autori extrascolastici, ho letto Carducci, un po’ meno Pascoli. A quindici anni Shakespeare e Dostoevskij.

Non rammenta nessun particolare spiacevole, in gioventù, relativo alla sua attività di scrittore?

− Mi lasci un po’ ricordare… Sui diciassette anni, una poesia rifiutata dal giornale del Guf di Bologna perché considerata troppo personalistica.

calvino e pasolini

calvino e pasolini

E uno piacevole?

 − La cartolina del critico Franco Cantini: «Il suo libro mi è piaciuto tanto. Lo recensirò». Si tratta delle poesie in friulano pubblicate a venti anni.   Abbiamo atteso che terminasse di dare un’occhiata al numero di marzo del nostro periodico, poi abbiamo continuato.

È un po’ lunga questa intervista. Ci scuserà.   Indubbiamente le piacerà la musica classica. Quale autore predilige? E che pensa degli indiavolati ritmi moderni?

 − Fra tutti, Bach, per il suo estremo rigore mentale, per la sua mancanza di facilità. Niente da ridire sulla musica moderna. Ai cantanti italiani però preferisco quelli americani. Gli italiani mi sembrano dei dilettanti. E poiché volevamo entrare in un argomento molto delicato, siamo andati per le lunghe. Quindi abbiamo cominciato a parlare di “Una vita violenta”.

Le è costato quattro anni di lavoro. A differenza della Sagan che sforna due libri l’anno…

 − Affronta problemi difficili…

Un semianalfabeta – abbiamo incalzato – in un paio d’ore legge la Sagan. A nostro modesto parere non esistono personaggi che s’impongono, né problemi, né originalità di trama in questi romanzi.

   Ma con un sorrisetto diplomatico, Pasolini è passato ad altro argomento. E noi non abbiamo insistito.

Roma, 1960 Pier Paolo Pasolini con Italo Calvino al Caffe' Rosati in piazza del Popolo

Roma, 1960 Pier Paolo Pasolini con Italo Calvino al Caffe’ Rosati in piazza del Popolo

Leggemmo sul «Reporter» la polemica con Marotta. Riuscire a fare una bella fusione tra dialetto e lingua è senz’altro molto difficile. Potrebbe dirci, per favore, quali motivi l’hanno spinta a scrivere così?

− Sono motivi troppo lunghi per riassumerli in una risposta… Ho usato il dialetto soltanto nei due romanzi. Ho l’ambizione di scrivere romanzi veramente oggettivi, non soltanto nella sostanza ma anche nella superficie; voglio cioè raggiungere un’oggettività integrale e non posso prescindere dal fatto che nell’ambiente nel quale creo i miei personaggi si usa esprimersi in dialetto. Quando abbiamo parlato di una recensione apparsa sul «Quotidiano», di “Una vita violenta”, nella quale si diceva: «Lessi dieci anni fa una bellissima poesia di Pasolini… Cosa può ora in un fervido ingegno un’anima malata!», Pasolini ci ha spiegato che il recensore si riferiva alle prime poesie, a quelle decadentistiche e misticheggianti. Le altre del secondo periodo (“Le ceneri di Gramsci”, “La meglio gioventù”) erano già di un’anima malata. Diciamolo tra noi, cari lettori: quel critico ha fatto meticolosamente il suo dovere di recensore.

Ha qualche altro lavoro in preparazione?

− Sto scrivendo delle poesie che raccoglierò in due volumi. Sto mettendo a posto un libro di saggi. È in preparazione un nuovo lavoro, “La mortaccia”, che descrive la discesa di una prostituta all’inferno secondo la falsariga dell’Inferno Dantesco. I personaggi che vi si trovano sono contemporanei.

Quando avremo il piacere di leggerlo?

− Fra due o tre anni.

Qui non possiamo che esprimere i nostri auguri più fervidi: è chiaro il perché Pasolini prediliga Bach.

Per concludere, la nostra Rivista nega che esista un problema dei giovani. Esistono i teddy-boys? E se esistono, quali pensa ne siano le cause?

 − I teddy-boys esistono nelle città che somigliano alle metropoli americane: Milano, Torino, Bologna, e sono frutto della scontentezza ideologica; in questa nazione dominata dal capitalismo. Da Roma in giù, nelle zone agricole sono pochissimi e per questi ultimi la causa è da attribuirsi alla disoccupazione e alla mancanza di scuole.

«Virgola», luglio 1960

pasolini orson welles io sono una forza del passato

pasolini con orson welles sul set “io sono una forza del passato”

 

Pier Paolo Pasolini da “Le ceneri di Gramsci” (raccolta scritta nel 1954 e pubblicata nel 1957)

Alberto Asor Rosa, in Scrittori e popolo, stigmatizza l'”eccesso di tensione” presente nei primi componimenti de Le ceneri di Gramsci pubblicata nel 1957: L’Appennino, Canto popolare, Umile Italia. Ma è sul «populismo» di Pasolini che si incentra l’analisi di Asor Rosa:
«E’ da osservare, innanzi tutto, che il populismo pasoliniano fa ora un altro passo innanzi verso una coerente completezza. Se la fase dei primi poemetti aveva rappresentato per lo scrittore il passaggio da un populismo istintivo a un populismo cosciente, ora il populismo comincia a caricarsi di un preciso significato politico. Dietro l’ideologia del populismo si profila la presenza di una cultura, che si fa garante e in un certo senso testimone oggettiva, storica della visione pasoliniana di popolo. Si fanno i nomi di Croce e Gobetti, quasi a testimoniare la comparsa di una dimensione morale; si fa, soprattutto, il nome di Gramsci, e dietro o in Gramsci s’individua la funzione attiva, rivoluzionaria, di un’ideologia marxista».
Gramsci è sepolto in una piccola tomba del Cimitero degli Inglesi, tra Porta San Paolo e Testaccio, non lontano dalla tomba di Shelley. Sul cippo si leggono solo le parole: “Cinera Gramsci” con le date.

p.p. pasolini e orson welles in La ricotta 1962

p.p. pasolini e orson welles in La ricotta 1962

 

 

 

 

 

 

 

I

Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l’abbaglia

con cieche schiarite… questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo

alle curve del Tevere, ai turchini
monti del Lazio… Spande una mortale
pace, disamorata come i nostri destini,

tra le vecchie muraglie l’autunnale
maggio. In esso c’è il grigiore del mondo,
la fine del decennio in cui ci appare

tra le macerie finito il profondo
e ingenuo sforzo di rifare la vita;
il silenzio, fradicio e infecondo…

Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore,

quanto meno sventato e impuramente sano
dei nostri padri – non padre, ma umile
fratello – già con la tua magra mano

delineavi l’ideale che illumina

(ma non per noi: tu morto, e noi
morti ugualmente, con te, nell’umido

giardino) questo silenzio. Non puoi,
lo vedi?, che riposare in questo sito
estraneo, ancora confinato. Noia

patrizia ti è intorno. E, sbiadito,
solo ti giunge qualche colpo d’incudine
dalle officine di Testaccio, sopito

nel vespro: tra misere tettoie, nudi
mucchi di latta, ferrivecchi, dove
cantando vizioso un garzone già chiude

la sua giornata, mentre intorno spiove.

Accattone film di p.p. pasolini

Accattone film di p.p. pasolini

 

 

 

 

 

 

 

 

II

Tra i due mondi, la tregua, in cui non siamo.
Scelte, dedizioni… altro suono non hanno
ormai che questo del giardino gramo

e nobile, in cui caparbio l’inganno
che attutiva la vita resta nella morte.
Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno

che mostrare la superstite sorte
di gente laica le laiche iscrizioni
in queste grigie pietre, corte

e imponenti. Ancora di passioni
sfrenate senza scandalo son arse
le ossa dei miliardari di nazioni

più grandi; ronzano, quasi mai scomparse,
le ironie dei principi, dei pederasti,
i cui corpi sono nell’urne sparse

inceneriti e non ancora casti.
Qui il silenzio della morte è fede
di un civile silenzio di uomini rimasti

uomini, di un tedio che nel tedio
del Parco, discreto muta: e la città
che, indifferente, lo confina in mezzo

a tuguri e a chiese, empia nella pietà,
vi perde il suo splendore. La sua terra
grassa di ortiche e di legumi dà

questi magri cipressi, questa nera
umidità che chiazza i muri intorno
a smotti ghirigori di bosso, che la sera

rasserenando spegne in disadorni
sentori d’alga… quest’erbetta stenta
e inodora, dove violetta si sprofonda

l’atmosfera, con un brivido di menta,
o fieno marcio, e quieta vi prelude
con diurna malinconia, la spenta

trepidazione della notte. Rude
di clima, dolcissimo di storia, è
tra questi muri il suolo in cui trasuda

altro suolo; questo umido che
ricorda altro umido; e risuonano
– familiari da latitudini e

orizzonti dove inglesi selve coronano
laghi spersi nel cielo, tra praterie
verdi come fosforici biliardi o come

smeraldi: “And O ye Fountains…” – le pie
invocazioni…

pasolini orson welles-ne-la-ricotta

 

 

 

 

 

 

III

Uno straccetto rosso, come quello
arrotolato al collo ai partigiani
e, presso l’urna, sul terreno cereo,

diversamente rossi, due gerani.
Lì tu stai, bandito e con dura eleganza
non cattolica, elencato tra estranei

morti: Le ceneri di Gramsci… Tra speranza
e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato
per caso in questa magra serra, innanzi

alla tua tomba, al tuo spirito restato
quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa
di diverso, forse, di più estasiato

e anche di più umile, ebbra simbiosi
d’adolescente di sesso con morte…)
E, da questo paese in cui non ebbe posa

la tua tensione, sento quale torto
– qui nella quiete delle tombe – e insieme
quale ragione – nell’inquieta sorte

nostra – tu avessi stilando le supreme
pagine nei giorni del tuo assassinio.
Ecco qui ad attestare il seme

non ancora disperso dell’antico dominio,
questi morti attaccati a un possesso
che affonda nei secoli il suo abominio

e la sua grandezza: e insieme, ossesso,
quel vibrare d’incudini, in sordina,
soffocato e accorante – dal dimesso

rione – ad attestarne la fine.
Ed ecco qui me stesso… povero, vestito
dei panni che i poveri adocchiano in vetrine

dal rozzo splendore, e che ha smarrito
la sporcizia delle più sperdute strade,
delle panche dei tram, da cui stranito

è il mio giorno: mentre sempre più rade
ho di queste vacanze, nel tormento
del mantenermi in vita; e se mi accade

di amare il mondo non è che per violento
e ingenuo amore sensuale
così come, confuso adolescente, un tempo

l’odiai, se in esso mi feriva il male
borghese di me borghese: e ora, scisso
– con te – il mondo, oggetto non appare

di rancore e quasi di mistico
disprezzo, la parte che ne ha il potere?
Eppure senza il tuo rigore, sussisto

perché non scelgo. Vivo nel non volere
del tramontato dopoguerra: amando
il mondo che odio – nella sua miseria

sprezzante e perso – per un oscuro scandalo
della coscienza…

ninetto davoli in Canterbury di p.p. Pasolini

ninetto davoli in Canterbury di p.p. Pasolini

 

 

 

 

 

 

IV

Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;

del mio paterno stato traditore
– nel pensiero, in un’ombra di azione –
mi so ad esso attaccato nel calore

degli istinti, dell’estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione

la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza: è la forza originaria

dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,
a darle l’ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più

io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia…

Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto

ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante

dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:

ma a che serve la luce?

p.p. Pasoini e peppino de filippo in totò diabolicus

p.p. Pasoini e peppino de filippo in totò diabolicus

 

 

 

 

 

 

 

 

V

Non dico l’individuo, il fenomeno
dell’ardore sensuale e sentimentale…
altri vizi esso ha, altro è il nome

e la fatalità del suo peccare…
Ma in esso impastati quali comuni,
prenatali vizi, e quale

oggettivo peccato! Non sono immuni
gli interni e esterni atti, che lo fanno
incarnato alla vita, da nessuna

delle religioni che nella vita stanno,
ipoteca di morte, istituite
a ingannare la luce, a dar luce all’inganno.

Destinate a esser seppellite
le sue spoglie al Verano, è cattolica
la sua lotta con esse: gesuitiche

le manie con cui dispone il cuore;
e ancor più dentro: ha bibliche astuzie
la sua coscienza… e ironico ardore

liberale… e rozza luce, tra i disgusti
di dandy provinciale, di provinciale
salute… Fino alle infime minuzie

in cui sfumano, nel fondo animale,
Autorità e Anarchia… Ben protetto
dall’impura virtù e dall’ebbro peccare,

difendendo una ingenuità di ossesso,
e con quale coscienza!, vive l’io: io,
vivo, eludendo la vita, con nel petto

il senso di una vita che sia oblio
accorante, violento… Ah come
capisco, muto nel fradicio brusio

del vento, qui dov’è muta Roma,
tra i cipressi stancamente sconvolti,
presso te, l’anima il cui graffito suona

Shelley… Come capisco il vortice
dei sentimenti, il capriccio (greco
nel cuore del patrizio, nordico

villeggiante) che lo inghiottì nel cieco
celeste del Tirreno; la carnale
gioia dell’avventura, estetica

e puerile: mentre prostrata l’Italia
come dentro il ventre di un’enorme
cicala, spalanca bianchi litorali,

sparsi nel Lazio di velate torme
di pini, barocchi, di giallognole
radure di ruchetta, dove dorme

col membro gonfio tra gli stracci un sogno
goethiano, il giovincello ciociaro…
Nella Maremma, scuri, di stupende fogne

d’erbasaetta in cui si stampa chiaro
il nocciolo, pei viottoli che il buttero
della sua gioventù ricolma ignaro.

Ciecamente fragranti nelle asciutte
curve della Versilia, che sul mare
aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi,

le tarsie lievi della sua pasquale
campagna interamente umana,
espone, incupita sul Cinquale,

dipanata sotto le torride Apuane,
i blu vitrei sul rosa… Di scogli,
frane, sconvolti, come per un panico

di fragranza, nella Riviera, molle,
erta, dove il sole lotta con la brezza
a dar suprema soavità agli olii

del mare… E intorno ronza di lietezza
lo sterminato strumento a percussione
del sesso e della luce: così avvezza

ne è l’Italia che non ne trema, come
morta nella sua vita: gridano caldi
da centinaia di porti il nome

del compagno i giovinetti madidi
nel bruno della faccia, tra la gente
rivierasca, presso orti di cardi,

in luride spiaggette…

Mi chiederai tu, morto disadorno,
d’abbandonare questa disperata
passione di essere nel mondo?

p.p. pasolini e orson welles in La ricotta 1962

p.p. pasolini e orson welles in La ricotta 1962

 

 

 

 

 

 

 

VI

Me ne vado, ti lascio nella sera
che, benché triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea

che al quartiere in penombra si rapprende.
E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto,
intorno, e, più lontano, lo riaccende

di una vita smaniosa che del roco
rotolio dei tram, dei gridi umani,
dialettali, fa un concerto fioco

e assoluto. E senti come in quei lontani
esseri che, in vita, gridano, ridono,
in quei loro veicoli, in quei grami

caseggiati dove si consuma l’infido
ed espansivo dono dell’esistenza –
quella vita non è che un brivido;

corporea, collettiva presenza;
senti il mancare di ogni religione
vera; non vita, ma sopravvivenza

– forse più lieta della vita – come
d’un popolo di animali, nel cui arcano
orgasmo non ci sia altra passione

che per l’operare quotidiano:
umile fervore cui dà un senso di festa
l’umile corruzione. Quanto più è vano

– in questo vuoto della storia, in questa
ronzante pausa in cui la vita tace –
ogni ideale, meglio è manifesta

la stupenda, adusta sensualità
quasi alessandrina, che tutto minia
e impuramente accende, quando qua

nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina
il mondo, nella penombra, rientrando
in vuote piazze, in scorate officine…

Già si accendono i lumi, costellando
Via Zabaglia, Via Franklin, l’intero
Testaccio, disadorno tra il suo grande

lurido monte, i lungoteveri, il nero
fondale, oltre il fiume, che Monteverde
ammassa o sfuma invisibile sul cielo.

Diademi di lumi che si perdono,
smaglianti, e freddi di tristezza
quasi marina… Manca poco alla cena;

brillano i rari autobus del quartiere,
con grappoli d’operai agli sportelli,
e gruppi di militari vanno, senza fretta,

verso il monte che cela in mezzo a sterri
fradici e mucchi secchi d’immondizia
nell’ombra, rintanate zoccolette

che aspettano irose sopra la sporcizia
afrodisiaca: e, non lontano, tra casette
abusive ai margini del monte, o in mezzo

a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi
leggeri come stracci giocano alla brezza
non più fredda, primaverile; ardenti

di sventatezza giovanile la romanesca
loro sera di maggio scuri adolescenti
fischiano pei marciapiedi, nella festa

vespertina; e scrosciano le saracinesche
dei garages di schianto, gioiosamente,
se il buio ha resa serena la sera,

e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio
il vento che cade in tremiti di bufera,
è ben dolce, benché radendo i capellacci

e i tufi del Macello, vi si imbeva
di sangue marcio, e per ogni dove
agiti rifiuti e odore di miseria.

È un brusio la vita, e questi persi
in essa, la perdono serenamente,
se il cuore ne hanno pieno: a godersi

eccoli, miseri, la sera: e potente
in essi, inermi, per essi, il mito
rinasce… Ma io, con il cuore cosciente

di chi soltanto nella storia ha vita,
potrò mai più con pura passione operare,
se so che la nostra storia è finita?

(1954)

 

Aldo Onorati, nato ad Albano di Roma nel 1939 è scrittore, dantista, storico della letteratura e autore di versi. Ha insegnato Lettere negli istituti superiori e ha condotto corsi di specializzazione in «Tecnica del verso». Ha pubblicato quasi tutte le sue opere con Armando editore, presso cui ha lavorato per un certo periodo come curatore dell’Ufficio stampa. È stato direttore editoriale  e di collane di critica. Giornalista, ha collaborato per decenni ad «Avvenire», «L’Osservatore Romano», «Il popolo», «Giornale d’Italia», «Specchio economico», «Giornale di Brescia» etc., ed anche alla RAI-TV, III programma, «Dipartimento scuola educazione». Ha diretto numerosi organi di stampa, fra cui «Terza Pagina», «Intervite oggi» e «Quaderni di filologia e critica».

Fra i suoi libri di narrativa più conosciuti, Gli ultimi sono gli ultimi che fu scoperto da Carlo Levi e  tradotto in Coreano, Esperanto, Francese etc.; Nel Frammento la vita, VI edizione; La sagra degli ominidi (VII edizione), che Domenico Rea ha prefato in IV ed., Lettera al padre (VI ediz.), il recente Le tentazioni di frate Amore, già in II ristampa con Tracce di Pescara e Il sesso e la vita con Edilet, prefato da Marco Onofrio, il quale ha riproposto Onorati come poeta in un’originalissima opera da lui scritta e divulgata (Il mistero e la clessidra, Edilet).

Le sue liriche sono raccolte in Tutte le poesie, Anemone Purpurea 2005. Fra i saggi critici, spicca Dante e l’omosessualità, in cui Onorati rivede l’atteggiamento della critica riguardo il giudizio dell’Alighieri sugli omosessuali; inoltre, Il crepuscolo del Novecento, I cinque pilastri della stoltezza (Armando 2003), Dante, Petrarca, Boccaccio e Boiardo ed Ariosto  e molti altri. Importante è la supervisione e il saggio critico di post-fazione che Onorati ha fatto al libro di Louis La Favia sulla scoperta di un inedito di Dante: «Chanzona ddante» (Longo, Ravenna 2012).

La sua autorità di dantista lo porta a commentare il sommo Poeta in Italia e all’estero. Di recente, la  Presidenza Centrale della Società Dante Alighieri gli ha conferito, al Vittoriano di Roma, il diploma di  benemerenza con medaglia d’oro «Per la profonda conoscenza dell’Opera dantesca, al punto di diventare testimone nel mondo della Divina Commedia». È in via di pubblicazione con la stessa Società un’ampia sinossi critica dei 34 canti dell’Inferno. Le sue opere di poesia e di narrativa sono state tradotte in 16 lingue, fra cui Coreano, Esperanto, Francese, Inglese (Ultima «Incontro con Zaccaria Negroni», X ed.), Spagnolo, Portoghese, Romeno, Tedesco, Russo (la silloge «Domande assurde» è apparsa prima a Mosca, tradotta e prefata da Evghenij Solonovich, e poi in Italia), Cinese, Polacco etc. Ha diretto una collana di ecologia da Armando, scrivendo alcuni libri di successo per le scuole: «Ecologia, Cassandra del Duemila». Al presente collabora a “Pagine della Dante” e a «Leggeretutti».

 

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31 risposte a “Pier Paolo Pasolini intervistato da Aldo Onorati (1960) e “Le ceneri di Gramsci” I-VI (1957) con una citazione di Alberto Asor Rosa

  1. Cosa sono le nuvole

    D. Modugno – P.P. Pasolini

    Che io possa esser dannato
    se non ti amo
    e se così non fosse
    non capirei più niente
    tutto il mio folle amore
    lo soffia il cielo
    lo soffia il cielo
    così

    ma l’erba soavemente delicata
    di un profumo che da gli spasimi
    ahh tu non fossi mai nata
    tutto il mio folle amore
    lo soffia il cielo
    lo soffia il cielo
    così

    il derubato che sorride
    ruba qualcosa al ladro
    ma il derubato che piange
    ruba qualcosa a se stesso
    perciò io vi dico
    finché sorriderò
    tu non sarai perduta

    ma queste son parole
    e non ho mai sentito
    che un cuore, un cuore affranto
    si cura
    l’unico e tutto il mio folle amore
    lo soffia il cielo
    lo soffia il cielo
    così

  2. Sono grato a Pasolini, perché se non avesse scritto lui La Recessione, non l’avrei scritta nemmeno io nella mia Procellaria. Un artista, un intellettuale e perché no, un uomo di spettaolo, di cui si è perso lo stampo in Italia. Basti pensare all’attenzione che questo personaggio suscita ancora all’estero, non ultimo il film di Abel Ferrara con Willem Dafoe nei panni di Pasolini.
    I suoi versi meritano secondo me attenzione e lettura, malgrado la lieve e onesta patina vintage che vi si è depositata sopra. A quasi quarant’anni di distanza, Pasolini fu brutalmente assassinato nel 1975, non ignoriamo certa attualità del suo pensiero, soprattutto politico e sprovincializzato.

    tra le macerie finito il profondo
    e ingenuo sforzo di rifare la vita;
    il silenzio, fradicio e infecondo…

  3. Nei confronti del capolavoro di Pasolini “Le ceneri di Gramsci” ho sempre avuto un atteggiamento altalenante: di esaltata approvazione quando ero studente (a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta), di mal dissimulato disagio per via della griglia pascoliana di quelle sue terzine in rima quando ero in età matura, di distanza rispetto al suo populismo verso gli extra proletari, gli emarginati… poi durante il finire degli anni Settanta e Ottanta l’Italia cambiò, e cambiarono anche i miei atteggiamenti verso la sua poesia, gli preferivo il Pasolini panphlettista, il critico severo e appassionato della società del suo tempo, ma ho sempre ammirato il suo cinema, così singolare e insuperabile.
    Ora che ho alle spalle l’età matura, ho imparato ad apprezzare “Le ceneri di Gramsci” come uno dei libri più rivoluzionari della poesia italiana del Novecento, pur con tutti i limiti di quel lessico sfarinato e appassionato che era la spia della sua adesione non a Gramsci, il grande teorico, ma al sotto proletariato che lo aveva tradito perché si era trasformato in piccola e miserabile piccola borghesia.

    Quantomeno oggi possiamo dirlo: leggendo la poesia e i romanzi di Pasolini non ci senti quel retrogusto amaro e vomitevole del salario del capitale, che il capitale ti concede in pillole per impedirti di pensare in modo drastico, per insinuare i distinguo, le eccezioni, i cavilli…
    Ecco, la poesia di Pasolini non emana odore di capitale, non era e non è mai stata al servizio del capitale. E questo me la rende particolarmente cara.

  4. Pasquale Balestriere

    “… se il buio ha resa serena la sera” è un verso che si porta in dote una carica allusiva straordinaria, se è vero, come è vero, che in forma diretta o anagrammata o criptata Pasolini ripete tre volte in parole contigue il termine “sera”, e magari con effetti fonosimbolici. Certo, questo è un caso limite, ma la poesia de “Le ceneri di Gramsci” (per la quale, pur apprezzandola, non ho mai provata completa adesione) è tramata di elementi retorici ben incastonati nel contesto e quasi mai pesanti. E quindi Pasolini non rifuggiva certo dall’impiego sostanzioso, ma proprio, dei “ferri del mestiere”.
    Pasquale Balestriere

  5. ubaldo de robertis

    Concordo pienamente con Almerighi, Pasolini è un intellettuale di cui si è perso lo stampo. Ho traccia di una sua lettera, che in sintesi riporto, indirizzata critico Giuseppe De Robertis.
    (Mi spiace per Marcello Mariani che è stufo dei de, De..De.)

    Gentile professor De Robertis, da quando lavoro, dal ’42 ormai, credo di non aver desiderato nessun intervento critico più del Suo. Era una specie di patetica scommessa con me stesso, quella di essere letto dall’autore che, insieme con Ungaretti, mi ha iniziato al gusto letterario. La Sua non-violenza, il Suo amore puro e affettuoso per la letteratura, restano per me un paradigma incancellabile (1955)- Pier Paolo Pasolini:

    E il summenzionato Ungaretti scrive al prof. De Robertis:
    Non posso dimenticare, caro De Robertis, quello che ha fatto per avviare in senso puro la nostra poesia e so quello che ancora farà… e mi vorrà quel bene che da lei attendo con onore…- Giuseppe Ungaretti.
    Buone Feste a tutti, Ubaldo de Robertis

  6. ubaldo de robertis

    correzione: indirizzata al critico

  7. marcello mariani

    Carissimo Ubaldo,
    il Mariani La stima come non può nemmeno immaginare… il fatto che ho “storpiato” il Suo cognome è indice per me di affettuosità. (Linguaglossa non l’ha compreso! – anzi mi ha rimproverato aspramente). Questa mia sorta di affettuosità non si addice ai mediocri. Avevo scritto – suggerendogli un primo pseudonimo: Ubaldo “Sotis”, e ora Le scrivo suggerendogliene un altro: Ubaldo Rotisbeder, che mi suona meglio. —- Quanto riguarda Pasolini: sarebbe stato il più grande poeta italiano (odio le classifiche) se non ci fosse stato in lui sempre presente “l’aggravante ideologico”., come affermò il Carmelo Bene, suo grande e fedele amico, non mai dettando un suo solo verso, preferendogli Campana. Il salentino avrebbe dettato versi di Sagredo, se solo questi m’avrebbe obbedito, e nonostante le mie sollecitazioni si rifiutò sempre!
    marcello mariani, vegliardo prossimo al morire – grazie

  8. antonio sagredo

    Antonio Sagredo annuncia la morte di Marcello Mariani.

  9. tScusate, io entro nel discorso per dare le mie vecchie superficiali impressioni su P.P. Pasolini, e per far notare qualcosa che dovrebbe disturbare pure oggii suoi ammiratori.
    Anche durante il suo periodo e direi obbligatoria scelta ideologica, l’italiano apprezzava illustri bidoni. In poche parole, Pasolini era il chiachierone dell’epoca ascoltato e inseguito da giovani della generazione seguente; romanziere di poca qualità; versficatore tradizionale di talento; filmmaker improvvisatore. Assicuro che non ero il solo a recensirlo in tale modo. Tralascio apposta i contenuti delle sue arti per sentirmi vociare dai competenti pasoliniani. Allo stesso tempo vorrei che spiegassero il silenzio inaudito su versi in versione dialettale appropiati (o plagiati) dagli Spirituals afro-americani. Si dica inoltre da quando I friulani (e italiani dovunque in Italia) negli anni 1940–1950 bevevano whisky, bourbon, gin. Queste bevande mi fecero sospettare di approppiazione esattamente nell’anno 1950, 64 anni fa. Se non era approppriazione o plagio, perché i versi degli Spirituals, benché in versione friulana, non erano tra virgolette e con note a fondo pagina? È possible che nessuno se ne fosse accorto? QuaIcuno doveva saperlo, ma preferì star zitto per non compromettersi. Io non feci chiasso perché non ero nessuno, mi sarei tirate addosso accuse incendiarie, nefande.
    Successe però che, una diecina di anni fa, proprio qui a casa mia mentre si cenava, chiesi alla friulana laureata con tesi su Pasolini, pubblicata in un volume, se conoscesse il misterioso problema. Senza tergiversare confermò la mia tesi. Allora, dissi, perché non lo hai chiarito nel tuo volume, sia pure con scuse difensive. Sorrise come per dire non è niente, non è importante, e anche per timore. Bene, numerosi volumi di Meridiani (che non posseggo) non mi intimidiscono.

  10. In questi ultimi giorni il processo di beatificazione di Pier Paolo Pasolini ha passato il segno. Specialmente dopo la sparata di Muccino sul PPP regista cinematografico. A parte il fatto che Muccino non ha tutti i torti, film come Salò o le 120 giornate di Sodoma, i racconti di Canterbury, sono pesanti, datati e pretenziosi con tutti quei culi e quelle tette messi di fuori solo per fare sensazione in un’epoca in cui l’Italia era ancora bigotta e democristiana. Per non parlare del PCI che espulse Pasolini dal partito per immoralità, insomma perché era gay. E nel suo piccolo l’Italia è rimasta com’era. Non è che voglio difendere Muccino, ma non mi piacciono le posizioni talebane di molti così detti intellettuali che dopo aver sdoganato Pasolini lo hanno fatto santo e ne sono diventati vergini vestali. Amplificando il clamore, specie sui social networks delle dichiarazioni di Muccino, che sarebbero passate quasi inosservate come quelle di Busi, che a sua volta ha criticato PPP come scrittore.
    Il mondo della cultura italiana non è altro che una fabbrica di santi a pagamento, esattamente come il vaticano. Uno dei tanti motivi per cui questo paese è fermo e vecchio.

  11. Caro Flavio Almerighi,
    io credo che la dichiarazione del povero Muccino secondo il quale Pasolini non era un regista, lascia il tempo che trova.
    Ha scritto Muccino: «So che quello che sto per dire suonerà impopolare e forse chissà, sacrilego, ma per quanto io ami Pasolini pensatore, giornalista e scrittore ho sempre pensato che come regista fosse fuori posto, anzi era semplicemente un “non regista”, che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava, in anni in cui il cinema italiano era cosa altissima, faceva da scuola di poetica e racconto cinematico e cinematografico in tutto il mondo».

    continua su: http://cinema.fanpage.it/muccino-fa-a-pezzi-pasolini-un-non-regista-ha-impoverito-il-linguaggio-cinematografico/
    http://cinema.fanpage.it/

    Film come “Accattone”, “Mamma Roma”, “Il vangelo secondo Matteo”, le “120 giornate di Sodoma” etc sono dei capolavori che hanno influenzato il cinema mondiale. A confronto, i film piccolo-borghesi di Muccino mi fanno sorridere. Lasciamo quindi stare.
    Per la poesia di Pasolini, il discorso è diverso, molto ampio, bisognerebbe contestualizzare la sua poesia nel suo tempo. Tutto si può dire, ma a mio avviso “Le ceneri di gramsci” sono un capolavoro della poesia italiana. Dei romanzi si può discutere, erano degli esperimenti e tali restano. Sulla funzione che l’intellettuale Pasolini ha avuto nello svecchiamento dell’ambiente culturale italiano anni Sessanta e Settanta, ritengo che non ci siano dubbi che un forte colpo contundente fu inferto al paese fatto di due Chiese, quella cattolica controriformistica e quella del PCI.

    La borghesia illuminata del Corriere diede a Pasolini la possibilità di scrivere articoli di prima pagina. Quella borghesia illuminata e colta impersonata da Ottone, il direttore del Corriere di allora, oggi non c’è più, oggi ci sono funzionari di partito e apprendisti stregoni di partito. L’arco costituzionale del conformismo oggi va dall’estrema destra all’estrema sinistra. Il disastro italiano è qui. e altro disastro è che oggi non c’è neanche una borghesia alla quale rivolgersi. Oggi sarebbe impensabile un altro Pasolini. Voglio dire che oggi nessuno si sognerebbe mai di offrire ad un intellettuale lo spazio di prima pagina del Corriere o di Repubblica. I partiti mica sono scemi, hanno imparato la lezione, e poi hanno schiere di migliaia di intellettuali sotto occupati e disoccupati che farebbero carte false per arrivarci, venderebbero anche la propria madre pur di arrivare al Corriere o alla repubblica.

    Quindi, oggi un altro Pasolini è inimmaginabile, impensabile. La borghesia telematica sa bene quello che vuole. Dirò di più: ad essa va bene perfino il Movimento 5Stelle, purché si metta in linea con l’indirizzo della Unione Europea e abbandoni le bizze dei suoi due fondatori, del tutto impresentabili, ma del tutto funzionali oggi alla civiltà telemediatica dove c’è spazio per tutti, proprio come al Circo, dove c’era spazio per tutti i numeri. dai mangiatori di fuoco ai trampolieri, ai clown e ai trapezisti, e, infine, anche per i giocolieri, oltre che per i banditi.
    Del resto, ogni volta che scrittori e scrittrici prendono la parola sui giornali o in televisione, si capisce subito che mimano le Lettizzetto o altri attori di successo: cercano il successo e il battimano del pubblico telemediatico.

    È cmq vero quello che scrive Flavio Almerighi:

    .”Il mondo della cultura italiana non è altro che una fabbrica di santi a pagamento, esattamente come il vaticano. Uno dei tanti motivi per cui questo paese è fermo e vecchio”.

  12. L’arco costituzionale del conformismo va da un’estrema all’altra e sono d’accordo. Muccino è quel che è, Busi che lo ha criticato come scrittore è passato inosservato, anche se Muccino ha sfoderato un “7 anime” niente affatto male. A me però sembra che questo sistema di beatificazione e santificazione, condanni e allontani il santificato stesso. Anche a me piace un film come Uccellacci e Uccellini, tanto per citare un film di PPP che ho visto. Però che chi osi solo pensare qualcosa di diverso sia attaccato a livello di forca non mi va bene. Forse il sistema si sforza di riparare al fatto di non essere riuscito nemmeno a scovare i mandanti e forse anche gli esecutori materiali del brutale delitto di cui Pasolini fu vittima?

  13. caro Flavio,

    il «sistema Italia», come lo chiamava Helle Busacca, se ne frega di andare a scovare i mandanti e gli esecutori materiali dell’assassinio di Pasolini, gli è ben sufficiente commemorare e santificare Pasolini, farne un santo, un martire, e dargli anche la medaglietta postuma… e intanto fa parlare i Muccino, i Busi e gli altri innumerevoli intellettuali al salario della borghesia telemediatica… No. Io non voglio essere commisto in questa pozzanghera maleodorante del sistema Italia.

  14. e fai bene caro Giorgio, nessuno con un po’ di senso dell’odorato vorrebbe esserlo, ma a me sembra che ai più faccia comodo tenere la pituitaria ben foderata di prosciutto. Rimane il problema della degenerazione che ha portato quello che fu un intellettuale trasgressivo e scomodo per i suoi tempi, anche se il De Palchi con arguzia mesi fa lo ha definito “il più grande chiacchierone della sua epoca”, a trasformarsi in un santino che, guai mai, andare a criticarlo. Tra un po’, se va vanti di questo passo, Famiglia Cristiana diventerà il giornale più trasgressivo d’Italia. Lo stesso sistema che da oltre un secolo insiste a far studiare controvoglia I Promessi Sposi a infinite generazioni di studenti svogliati, come se negli Usa come testo base di letteratura utilizzassero Mark Twain o Whitman, ma ci rendiamo conto di quanto stiamo diventando vecchi e ridicoli? Possibile che ai giorni nostri vi siano Sidonio Appollinare che glorificano le vittorie di imperatori imbelli mentre il loro Impero andava in pezzi? Ma cos’è sta roba?

  15. Pier Paolo Pasolini fu assassinato il 2 novembre del 1975 a Ostia. Ecco la poesia “Il Pci ai giovani”, scritta dopo gli scontri di Valle Giulia, in cui il poeta si schierò contro i giovani borghesi.

    IL PCI AI GIOVANI
    di Pier Paolo Pasolini

    Mi dispiace. La polemica contro
    il Pci andava fatta nella prima metà
    del decennio passato. Siete in ritardo, cari.
    Non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati:
    peggio per voi.

    Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
    quelli delle televisioni)
    vi leccano (come ancora si dice nel linguaggio
    goliardico) il culo. Io no, cari.

    Avete facce di figli di papà.
    Vi odio come odio i vostri papà.
    Buona razza non mente.
    Avete lo stesso occhio cattivo.
    Siete pavidi, incerti, disperati
    (benissimo!) ma sapete anche come essere
    prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:
    prerogative piccolo-borghesi, cari.

    Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
    coi poliziotti,
    io simpatizzavo coi poliziotti.
    Perché i poliziotti sono figli di poveri.
    Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano.
    Quanto a me, conosco assai bene
    il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
    le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
    a causa della miseria, che non dà autorità.

    La madre incallita come un facchino, o tenera
    per qualche malattia, come un uccellino;
    i tanti fratelli; la casupola
    tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
    altrui, lottizzati); i bassi
    sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
    caseggiati popolari, ecc. ecc.

    E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
    con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio
    furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
    è lo stato psicologico cui sono ridotti
    (per una quarantina di mille lire al mese):
    senza più sorriso,
    senza più amicizia col mondo,
    separati,
    esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali);
    umiliati dalla perdita della qualità di uomini
    per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).

    Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
    Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
    Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
    I ragazzi poliziotti
    che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
    risorgimentale)
    di figli di papà, avete bastonato,
    appartengono all’altra classe sociale.
    A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento
    di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte
    della ragione) eravate i ricchi,
    mentre i poliziotti (che erano dalla parte
    del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
    la vostra! In questi casi,
    ai poliziotti si danno i fiori, cari. Stampa e Corriere della Sera, News- week e Monde
    vi leccano il culo. Siete i loro figli,
    la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano
    non si preparano certo a una lotta di classe
    contro di voi! Se mai,
    si tratta di una lotta intestina.

    Per chi, intellettuale o operaio,
    è fuori da questa vostra lotta, è molto divertente la idea
    che un giovane borghese riempia di botte un vecchio
    borghese, e che un vecchio borghese mandi in galera
    un giovane borghese. Blandamente
    i tempi di Hitler ritornano: la borghesia
    ama punirsi con le sue proprie mani.
    Chiedo perdono a quei mille o duemila giovani miei fratelli
    che operano a Trento o a Torino,
    a Pavia o a Pisa, /a Firenze e un po’ anche a Roma,
    ma devo dire: il movimento studentesco (?)
    non frequenta i vangeli la cui lettura
    i suoi adulatori di mezza età gli attribuiscono
    per sentirsi giovani e crearsi verginità ricattatrici;
    una sola cosa gli studenti realmente conoscono:
    il moralismo del padre magistrato o professionista,
    il teppismo conformista del fratello maggiore
    (naturalmente avviato per la strada del padre),
    l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini
    contadine anche se già lontane.

    Questo, cari figli, sapete.
    E lo applicate attraverso due inderogabili sentimenti:
    la coscienza dei vostri diritti (si sa, la democrazia
    prende in considerazione solo voi) e l’aspirazione
    al potere.

    Sì, i vostri orribili slogan vertono sempre
    sulla presa di potere.
    Leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti,
    nei vostri pallori snobismi disperati,
    nei vostri occhi sfuggenti dissociazioni sessuali,
    nella troppa salute prepotenza, nella poca salute disprezzo
    (solo per quei pochi di voi che vengono dalla borghesia
    infima, o da qualche famiglia operaia
    questi difetti hanno qualche nobiltà:
    conosci te stesso e la scuola di Barbiana!)
    Riformisti!
    Reificatori!
    Occupate le università
    ma dite che la stessa idea venga
    a dei giovani operai.

    E allora: Corriere della Sera e Stampa, Newsweek e Monde
    avranno tanta sollecitudine
    nel cercar di comprendere i loro problemi?
    La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte
    dentro una fabbrica occupata?
    Ma, soprattutto, come potrebbe concedersi
    un giovane operaio di occupare una fabbrica
    senza morire di fame dopo tre giorni?
    e andate a occupare le università, cari figli,
    ma date metà dei vostri emolumenti paterni sia pur scarsi
    a dei giovani operai perché possano occupare,
    insieme a voi, le loro fabbriche. Mi dispiace.

    È un suggerimento banale;
    e ricattatorio. Ma soprattutto inutile:
    perché voi siete borghesi
    e quindi anticomunisti. Gli operai, loro,
    sono rimasti al 1950 e più indietro.
    Un’idea archeologica come quella della Resistenza
    (che andava contestata venti anni fa,
    e peggio per voi se non eravate ancora nati)
    alligna ancora nei petti popolari, in periferia.
    Sarà che gli operai non parlano né il francese né l’inglese,
    e solo qualcuno, poveretto, la sera, in cellula,
    si è dato da fare per imparare un po’ di russo.
    Smettetela di pensare ai vostri diritti,
    smettetela di chiedere il potere.

    Un borghese redento deve rinunciare a tutti i suoi diritti,
    a bandire dalla sua anima, una volta per sempre,
    l’idea del potere.
    Se il Gran Lama sa di essere il Gran Lama
    vuol dire che non è il Gran Lama (Artaud):
    quindi, i Maestri
    – che sapranno sempre di essere Maestri –
    non saranno mai Maestri: né Gui né voi
    riuscirete mai a fare dei Maestri.

    I Maestri si fanno occupando le Fabbriche
    non le università: i vostri adulatori (anche Comunisti)
    non vi dicono la banale verità: che siete una nuova
    specie idealista di qualunquisti: come i vostri padri,
    come i vostri padri, ancora, cari! Ecco,
    gli Americani, vostri odorabili coetanei,
    coi loro sciocchi fiori, si stanno inventando,
    loro, un nuovo linguaggio rivoluzionario!
    Se lo inventano giorno per giorno!
    Ma voi non potete farlo perché in Europa ce n’è già uno:
    potreste ignorarlo?
    Sì, voi volete ignorarlo (con grande soddisfazione
    del Times e del Tempo).
    Lo ignorate andando, con moralismo provinciale,
    “più a sinistra”. Strano,
    abbandonando il linguaggio rivoluzionario
    del povero, vecchio, togliattiano, ufficiale
    Partito Comunista,
    ne avete adottato una variante ereticale
    ma sulla base del più basso idioma referenziale
    dei sociologi senza ideologia.

    Così parlando,
    chiedete tutto a parole,
    mentre, coi fatti, chiedete solo ciò
    a cui avete diritto (da bravi figli borghesi):
    una serie di improrogabili riforme
    l’applicazione di nuovi metodi pedagogici
    e il rinnovamento di un organismo statale. I Bravi! Santi sentimenti!
    Che la buona stella della borghesia vi assista!
    Inebriati dalla vittoria contro i giovanotti
    della polizia costretti dalla povertà a essere servi,
    e ubriacati dell’interesse dell’opinione pubblica
    borghese (con cui voi vi comportate come donne
    non innamorate, che ignorano e maltrattano
    lo spasimante ricco)
    mettete da parte l’unico strumento davvero pericoloso
    per combattere contro i vostri padri:
    ossia il comunismo.

    Spero che l’abbiate capito
    che fare del puritanesimo
    è un modo per impedirsi
    la noia di un’azione rivoluzionaria vera.
    Ma andate, piuttosto, pazzi, ad assalire Federazioni!
    Andate a invadere Cellule!
    andate ad occupare gli usci
    del Comitato Centrale: Andate, andate
    ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure!
    Se volete il potere, impadronitevi, almeno, del potere
    di un Partito che è tuttavia all’opposizione
    (anche se malconcio, per la presenza di signori
    in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote,
    borghesi coetanei dei vostri schifosi papà)
    ed ha come obiettivo teorico la distruzione del Potere.
    Che esso si decide a distruggere, intanto,
    ciò che un borghese ha in sé,
    dubito molto, anche col vostro apporto,
    se, come dicevo, buona razza non mente…

    Ad ogni modo: il Pci ai giovani, ostia!
    Ma, ahi, cosa vi sto suggerendo? Cosa vi sto
    consigliando? A cosa vi sto sospingendo?
    Mi pento, mi pento!
    Ho perso la strada che porta al minor male,
    che Dio mi maledica. Non ascoltatemi.
    Ahi, ahi, ahi,
    ricattato ricattatore,
    davo fiato alle trombe del buon senso.
    Ma, mi son fermato in tempo,
    salvando insieme,
    il dualismo fanatico e l’ambiguità…
    Ma son giunto sull’orlo della vergogna.

    Oh Dio! che debba prendere in considerazione
    l’eventualità di fare al vostro fianco la Guerra Civile
    accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?

    • Proprio tornando a Roma da questa intervista francese, registrata a Parigi, Pasolini sentì l’esigenza della sua solita “notte brava” e adescò Pelosi dalle parti della Stazione Termini: prima lo portò a mangiare, in zona San Paolo, e poi si recò con lui dalle parti dell’Idroscalo di Ostia, per consumare un rapporto. Sarebbe stato il capolinea tragico (e prevedibile) di una vita che ormai trasudava angoscia e sintomi di sofferenza psicotica. Pasolini era irriconoscibile negli ultimi tempi, anelava all’auto-distruzione, al “suicidio per delega”. Molti amici ne avevano preso le distanze, e non per l’omosessualità – nota da sempre – ma per la condotta discutibile e la vita pericolosa. L’intervista qui riprodotta rende benissimo l’idea di un uomo a disagio, imbruttito dalle ossessioni, accerchiato dagli eventi e ormai incapace di dominarli. Aveva una natura sostanzialmente cattolica e piccolo-borghese, ben rappresentata dal tono di voce esile e quasi infantile (in contrasto con la violenza sadomasochistica che poteva afferrarlo nei raptus privati), e questa natura da “brava persona” si vendica degli “scandali” da lui stesso cercati e procurati, per combatterla in sé, e si vendica facendolo deragliare dai binari della lucidità, sia pure di un lume normativo elementare. Prova ne siano le banalità e i luoghi comuni che, con sorriso indisponente, blatera durante l’intervista. Parla del piacere di essere “scandalizzati” a cui il borghese rifiuta di abbandonarsi, cose trite e ritrite fin dall’alba dell’arte moderna, e lo dice in riferimento alle oscenità e alle perversioni di un film tutto sommato mediocre come “Salò” (così come “Il fiore delle Mille e una notte” aveva chiuso male la Trilogia della vita). Erano i culi e le tette di una malriuscita e malvissuta “pornografia d’autore” gli strumenti del colossale scandalo con cui voleva mettere a rogo le mediocrità della borghesia italiana? Il cineasta non era davvero più in grado di reggere il passo al polemista corsaro…

  16. Di Stefano Paolo

    Pagina 31 (11 maggio 1993) – Corriere della Sera
    Pasolini nemico del popolo

    nel libro ” attraverso Pasolini ” che sta per uscire da Einaudi, Franco Fortini ricorda le polemiche con Pasolini. molti anni dopo la loro tempestosa amicizia, il critico ripete accuse lontane: ” fu un narcisista ” . la replica di Andrea Zanzotto

    “Grande poeta ma insopportabile moralista”: Fortini ricorda le polemiche con Pier Paolo TITOLO: Pasolini nemico del popolo “Sa fare tante cose, ma non la piu’ importante: stare zitto”. Molti anni dopo la loro tempestosa amicizia, il critico ripete accuse lontane: “Fu un narcisista”. “Non e’ vero” replica Andrea Zanzotto “Il discorso delle lucciole non era solo una bella predica, era la denuncia del reale degrado italiano” – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – “Non voleva mai perdere; perche’ si sapeva perduto”. Chi era costui? Era il signor Pasolini, “autore di poesie che ammiriamo”. Sulle tracce di vecchi e nuovi interventi, di lettere inedite e gia’ note, postillate e riprese a distanza di anni, Franco Fortini ha ripercorso la storia di una vecchia e per nulla pacifica amicizia, ricavandone un libro, “Attraverso Pasolini” (che uscira’ fra pochi giorni da Einaudi, pagg. 258, lire 24.000). “Molte cose Pasolini sa fare”, scrive Fortini, “non la piu’ importante per lui: che sarebbe di stare un po’ zitto”. Pasolini nemico del popolo: “Egli lo e’ e piu’ di quasi tutti i poeti italiani viventi messi insieme e piu’ seriamente dei piu’ reazionari poeti italiani viventi . che non sono pochi . perche’ e’ probabilmente l’ unico a sapere in senso profondo che cosa significhi essere nemico del popolo”. Un atto d’ accusa, spietato e insieme sofferto: parole come pietre, quelle di Fortini, secondo cui il difetto intellettuale piu’ grave di Pier Paolo fu l’ incapacita’ a distinguere tra moralita’ e moralismo. Moralita’ : “tensione a una coerenza fra valori e comportamento; e coscienza del disaccordo”. Moralismo: “errore di chi nega debbano o possano esistere valori o comportamenti altri da quelli che la moralita’ ha presenti in un momento dato”. E ancora, nel ‘ 68, dopo la celebre poesia pasoliniana contro gli studenti borghesi, scrive Fortini: “Con l’ impeto della tua genialita’ si possono fare molte e bellissime cose. Ma non si puo’ fare quella sola che permette di uscire dall’ estetismo verso la storia e la politica: la rinuncia reale, non verbale, al monologo e ai piaceri del narcisismo”. Insomma, un’ altra, decisa, esortazione al silenzio. “Pasolini . aggiunge Fortini ., continua ad accusare gli altri di moralismo: specie quelli in cui avverte una tendenza al rigore. Per esempio, tuona contro i “Quaderni piacentini”, che gli appaiono macchiati di moralismo, troppo austeri, ascetici quasi. Il Pci si oppone per lui all’ immagine di una congregazione sacerdotale: da qui la sua simpatia. Io stesso sono stato bollato come moralista da Pier Paolo, spesso a ragione, poiche’ a volte sono stato incapace di immaginare l’ esistenza di ordini e di ubbidienze diverse”. Un’ ammissione: il rifiuto pregiudiziale di “ogni sorta di dongiovannismo poetico e ideologico”. Quello stesso “dongiovannismo immoralista” che secondo Fortini ha, in Pasolini, radici nietzschiane e gidiane e secondo cui “la moralita’ consiste nell’ andare al di sopra del gregge e nell’ accettare una totale autonomia, un’ obbedienza totale al de’ mone”. Pasolini “nemico del popolo”, dunque. Andrea Zanzotto, l’ “ultimo petrarchista impazzito” (cosi’ lo defini’ Pasolini nel 1964), non e’ d’ accordo: “Credo che quando parlava di moralismo Pasolini alludesse a ogni tipo di pedagogia giudicatoria, per esempio a quella di Fortini. La pedagogia pasoliniana era molto piu’ fluida, dilaniata tra la necessita’ di innovare i canoni etici e l’ impossibilita’ di farlo, per le norme imposte da una societa’ in cui lui stesso, sia pure recalcitrando e con rabbia, si sentiva impelagato”. Non nega, Zanzotto, che in Pasolini rimanesse un residuo di vecchio moralismo, un moralismo di stampo cattolico, derivante dai sensi di colpa legati alla sfera sessuale. Il dissidio con Fortini? “Fortini e’ un poeta vero, anche se censura radicalmente la sfera dell’ eros e le sue manifestazioni. Per Pasolini questo era invece un momento centrale anche in ambito pedagogico: il mito greco del maestro legato agli allievi da una tensione erotica, per quanto non si sia mai manifestato nella pratica dell’ insegnamento”. Ma che c’ entra tutto questo con lo scrittore, con il poeta, con il polemista? Secondo Zanzotto, il “praeceptor Italiae” prosegue il “maestro mirabile” della scuoletta furlana di Casarsa. “Non mi pare pero’ che per esempio l’ intervento sulle lucciole si possa definire moralista: l’ allarme per la scomparsa degli insetti era una bella metafora del degrado. Era una denuncia che fondava le sue ragioni nei cambiamenti di quel tempo, era una constatazione dolente del venir meno dello spirito della terra. La stessa polemica sulla modernizzazione della lingua italiana era un semplice rilevamento di dati: nessuna deprecazione”. E come la mettiamo con l’ opposizione populista tra studenti ribelli e piccolo borghesi da una parte e poliziotti proletari dall’ altra? “Qui viene fuori l’ oscillazione del suo spirito pedagogico: e’ un Pasolini con la bacchetta in mano. D’ altra parte, molti vedevano un paradosso nel fatto che le novita’ provenissero dalla fantasia squinternata di un ceto borghese come quello studentesco. La costante di Pasolini era il rifiuto degli slogan e dei luoghi comuni, la forte spinta a differenziarsi rispetto alle parole d’ ordine: l’ esigenza di salvaguardare un proprio margine eretico. La moralita’ di Pasolini sta nel continuo sforzo di allargare i limiti dell’ etica tradizionale, in modo che molte delle inutili oppressioni cui e’ sottoposto l’ uomo venissero attenuate”. Moralismo astratto e tetro? Incapacita’ di intravedere le ragioni degli altri? Narcisismo, forse. Dice Zanzotto: “Teoricamente ha ragione Fortini quando sottolinea l’ esigenza di uscire dal proprio narcisismo per entrare nel fare della politica e della storia. Pero’ Fortini dimentica che in pratica molti diventano salvatori degli altri proprio dando sfogo al proprio narcisismo. Il nostro secolo e’ pieno di innumerevoli Masanielli. La forza di uscire da se stessi? Non si sa mai dove puo’ portare. Si pensi a Fidel Castro: sembra quasi impossibile che non percepisca la propria superfluita’ . L’ etica di Fortini tende a confondersi con l’ ideologia, c’ e’ in lui un residuo di paleocoerenza che certo non puo’ andare d’ accordo con la continua ricerca pasoliniana di una coerenza che rispecchi i cambiamenti e i paradossi in atto. La pedagogia di Pasolini ha sempre molte virgolette, quella di Fortini ne fa a meno”. Pasolini immolato sull’ altare delle proprie contraddizioni, non ultima quella tra lo scrittore e il regista cinematografico, immerso nel gorgo di quegli strumenti del capitalismo che egli stesso mostrava di aborrire in nome di un’ innocenza primitiva. La crescita del senso di colpa, di una “depressione appena dissimulata”, proveniente dalla consapevolezza dell’ invecchiamento, tanto piu’ dolorosa per una psicologia omoerotica come quella pasoliniana, sono temi ricorrenti in chi guarda a posteriori la figura dell’ amico o dell’ avversario ideologico. Come Lucio Colletti: “Quel che non ho mai condiviso e’ il suo atteggiamento verso la modernita’ , che lui contrapponeva alla societa’ contadina. In una cultura proiettata verso il progresso e lo sviluppo, Pasolini si allineava da una parte con le posizioni tradizionali della Chiesa, dall’ altra con le istanze populistiche della sinistra e con il suo rifiuto a misurarsi con le regole industriali. Da qui la retorica del solidarismo, l’ odio antiborghese, il populismo: posizioni assurde e anacronistiche”. Moralismo e moralita’ ? Il binomio proposto da Fortini viene accolto senza riserve da un teologo come Sergio Quinzio: “Mi pare che molti interventi di Pasolini non fossero dettati da un senso di moralita’ ma da un atteggiamento moralistico, incapace di problematizzare: per esempio, la sua immagine dei ragazzi di borgata era legata ai cliche’ correnti nella cultura marxista del suo tempo, ma anche a una vecchia tradizione cattolica priva di tensioni. Ecco, direi che il contrasto in Pasolini non riesce a farsi tensione tra valore e comportamento”.

    • Certamente l’intervento di Alfredo De Palchi del 18 dicembre scorso su questa stessa pagina è molto chiarificatore e precorre questi giorni in cui tutti turibolano quasi mai senza sapere cosa stanno turibolando.

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