FARE IL CONTADINO DELLA POESIA di Gëzim Hajdari con una Nota di Armando Gnisci

Gezim Hajdari nel suo studio

Gezim Hajdari nel suo studio

 Gëzim Hajdari, uno dei maggiori poeti contemporanei, è nato in una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Ha studiato all’Università di Elbasan e alla Sapienza di Roma. In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio in un’azienda per la bonifica dei terreni, due anni come militare, insegnante di letteratura alle superiori dopo il crollo del regime comunista; mentre in Italia ha lavorato come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione. E’ cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës.

Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione in Albania, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi e le speculazioni della vecchia nomenclatura comunista di Enver Hoxha e dei recenti regimi mascherati post-comunisti; dal 1992 è esule in Italia. Bilingue, scrive in albanese e in italiano. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia. Ha scritto anche libri di viaggio e saggi, inoltre ha tradotto in albanese e in italiano vari autori. E’ vincitore di numerosi premi letterari. E’ presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale.

Ha pubblicato con Ensemble, Nur: eresia e besa.

Gezim Hajdari e Laura Toppan (docente all'Università di Lorraine-Nancy 2) durante la presentazione della sua antologia Poesie scelte al Centro Internazionale di Lingua e Cultura Italiana a Parigi, 2008

Gezim Hajdari e Laura Toppan (docente all’Università di Lorraine-Nancy 2) durante la presentazione della sua antologia Poesie scelte al Centro Internazionale di Lingua e Cultura Italiana a Parigi, 2008

Nota di Armando Gnisci

Questo scritto che il poeta albanese in esilio da molti anni in Italia, ha donato a Kuma, presenta alcune sue “Opere patriarche”[1] che sono uscite in italiano nel 2012 per la casa editrice Besa. Dobbiamo pensare a Gëzim Hajdari non solo come migrante linguistico, ma anche come uno spirito forte che vive tra noi in esilio politico. Gli italiani che lo leggono e lo apprezzano devono guardarlo come una generazione fa in Italia si guardava Rafael Alberti, il grande poeta spagnolo antifranchista in esilio da noi. Ma chi si ricorda di lui è morto. Intendo per “opere patriarche” i testi in onore della memoria delle cose vicine e di quelle lontane della storia albanese che Gëzim va studiando e traducendo in questi anni. Il poeta in esilio, in questo caso, propone al mondo e alla sua patria-nazione ancora non libera i punti memorabili della storia antica e nascosta e quella del periodo che abbiamo alle spalle della vicinissima e inesplorata, e feroce dittatura di Enver Hoxha. Il poeta in esilio, solo e con le sue mani, da sé e senza nessuno che l’aspetti o lo commissioni, costruisce monumenti di marmo e di fogli per riesumare con ardore e compassione la storia quasi morta ma giù muta dell’Albania. Lui, che è un esule politico e vive in povertà si fa storico del suo paese che non conosce ancora la sua storia. Gëzim sembra un poeta antico, in un’epoca e in una terra decadente in cui i poeti sono tanti ma minimi, dopo che Sanguineti e Zanzotto non scrivono più, e i non-poetici sono buffoni e criminali, riccastri e irresponsabili. E l’Italia non è più un paese per esuli, anche se qualche volta lo è stata.

(Armando Gnisci)

Gezim Hajdari davanti la sua casa natale, nel villaggio Hajdaraj, povincia di Darsìa, Lushnje, Albania 2012

Gezim Hajdari davanti la sua casa natale, nel villaggio Hajdaraj, povincia di Darsìa, Lushnje, Albania 2012

(Pubblichiamo il poema per gentile concessione della rivista Lettera Internazionale sulla quale è stato pubblicato nel n. 120, ottobre,  2014)

  Fare il contadino della poesia

Fare il contadino della poesia vuol dire tornare all’Essere,
fare il contadino della poesia vuol dire riscoprire le radici,
fare il contadino della poesia vuol dire bere alla fonte,
fare il contadino della poesia vuol dire parlare con i sassi,
fare il contadino della poesia vuol dire ascoltare la terra
fare il contadino della poesia vuol dire rileggere il cielo e la terra,
fare il contadino della poesia vuol dire recuperare i sapori,
gli odori, i colori e i raggi solari mediterranei,
fare il contadino della poesia vuol dire portare nelle narici
i profumi campestri gli odori delle erbe, i canti dei merli,
fare il contadino della poesia vuol dire sapere chinarsi
a raccogliere,
fare il contadino della poesia vuol dire chiamare le cose
per nome come fanno i muratori,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un poeta
della campagna,
fare il contadino della poesia vuol dire essere allo stesso tempo
poeta di campagna e di città,
fare il contadino della poesia vuol dire avere un cuore caldo
come la pietra focaia,
fare il contadino della poesia vuol dire mangiare la terra,
fare il contadino della poesia vuol dire lavarsi con la terra,
fare il contadino della poesia vuol dire essere maledetto dagli xhin ,
fare il contadino della poesia vuol dire disincantarsi dell’industria
culturale che produce libri come le scarpe di moda,
fare il contadino della poesia vuol dire creare una poesia come il vino
della vigna, come i fichi d’india, come il pane della campagna,
fare il contadino della poesia vuol dire ridare la dignità perduta al Verbo,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un artigiano della parole,
fare il contadino della poesia vuol dire rispecchiarsi negli occhi della mucca,
fare il contadino della poesia vuol dire riconoscere nell’asino,
nel cavallo e nella mucca, i nostri antenati,

Gezim Hajdari Siena 2000

Gezim Hajdari Siena 2000

 

 

 

 

 

 

 

 

fare il contadino della poesia vuol dire che i versi abbiano
il profumo inconfondibile del pane caldo a tavola,
fare il contadino della poesia vuol dire guadagnare il piatto
quotidiano col sudore della propria fronte,
fare il contadino della poesia vuol dire sopravvivere alla giornata
lontano dalla patria tradita dai figli indegni,
fare il contadino della poesia vuol dire non possedere nulla
oltre il proprio corpo, non lasciare nulla,
fare il contadino della poesia vuol dire credere nel potere
della poesia come i credenti credono nel potere di dio,
fare il contadino della poesia vuol dire comunicare con dio,
fare il contadino della poesia vuol dire scrivere la propria Bibbia
e il proprio Corano,
fare il contadino della poesia vuol dire tornare all’origine
del messaggio del Verbo,
fare il contadino della poesia vuol dire ridare la dignità perduta
all’uomo,
fare il contadino della poesia vuol dire ricostruire il tempio
delle parole, distrutto dagli eunuchi del minimalismo sterile,
fare il contadino della poesia vuol dire sputare sulle banalità
letterarie contemporanee di Roma, osannate e glorificate dalla mafia
politica e culturale,
fare il contadino della poesia vuol dire pisciare sulle poetiche,
fare il contadino della poesia vuol dire produrre poesia, non poetica,
fare il contadino della poesia vuol dire essere poeta e non
scrittore di poesia,
fare il contadino della poesia vuol dire recuperare il senso epico,
musicale e civile della parola,

Gezim Hajdari, Siena 2000

Gezim Hajdari, Siena 2000

 

fare il contadino della poesia vuol dire scrivere semplice
ed essere profondo,
fare il contadino della poesia vuol dire farsi capire come gli epici.
fare il contadino della poesia vuol dire crescere le parole con pazienza
come il giardino cresce le pietre focaie,
fare il contadino della poesia vuol dire scrivere sul proprio corpo
fare il contadino della poesia vuol dire scrivere con il proprio corpo,
fare il contadino della poesia vuol dire vivere il corpo,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un poeta
di petto e di pancia, non di testa e di gola,
fare il contadino della poesia vuol dire recuperare la divinità
della parola,
fare il contadino della poesia vuol dire essere libero,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un individuo,
fare il contadino della poesia vuol dire non chiedere parole
in prestito,
fare il contadino della poesia vuol dire coniare la moneta
del proprio Verbo,
fare il contadino della poesia vuol dire fare della tua nazione
l’Europa,
fare il contadino della poesia vuol dire riconoscersi nella propria
voce,
fare il contadino della poesia vuol dire bellezza,
fare il contadino della poesia vuol dire eros,
fare il contadino della poesia vuol dire spingere la gente
all’amore,
fare il contadino della poesia vuol dire sedurre come seducono
gli amanti,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un amante,
fare il contadino della poesia vuol dire fare l’amore dodici volte
al giorno come una pernice,
fare il contadino della poesia vuol dire essere virile,
fare il contadino della poesia vuol dire essere Uomo,
fare il contadino della poesia vuol dire appartenere alla stessa
razza umana ed essere se stesso,

Gezim-Hajdari,-Foto-di-Piero-Pomponi

Gezim Hajdari, Foto di Piero Pomponi

fare il contadino della poesia vuol dire essere umano,
fare il contadino della poesia vuol dire tornare al mito,
fare il contadino della poesia vuol dire metter in moto
il mondo dei sensi,
fare il contadino della poesia vuol dire scendere nel proprio
io centrale tramite gli spiriti e le divinità degli antenati
fare il contadino della poesia vuol dire contropotere,
fare il contadino della poesia vuol dire sfidare l’ordine
dei poteri oscuri,
fare il contadino della poesia vuol dire essere uno scultore
della poesia,
fare il contadino della poesia vuol dire rischiare per la propria
poesia,
fare il contadino della poesia vuol dire resistere,
fare il contadino della poesia vuol dire nutrire la propria parola
con il proprio sangue,
fare il contadino della poesia vuol dire diventare carne e sangue
delle proprie parole,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un rivoluzionario,
fare il contadino della poesia vuol dire leggere la Storia
con i propri occhi e conoscere la ControStoria,
fare il contadino della poesia vuol dire misurarsi con la Storia,
non con i propri coglioni,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un ‘eretico’,
fare il contadino della poesia vuol dire non scendere mai ai patti
con i boia dell’umanità,
fare il contadino della poesia vuol dire demistificare i pseudo miti
del realismo socialista che hanno servito il regime comunista
e la lotta di classe nella mia Albania,
fare il contadino della poesia vuol dire raccontare sempre la verità,
fare il contadino della poesia vuol dire interpretare il mondo
dalla mia Darsìa ,
Gezim Hajdari_1

 

fare il contadino della poesia vuol dire colloquiare con l’Europa
da balcanico,
fare il contadino della poesia vuol dire cogliere l’Assoluto,
la solitudine di dio e il mistero dell’esistenza,
fare il contadino della poesia vuol dire creare un dio a propria
somiglianza,
fare il contadino della poesia vuol dire saper leggere nel fango,
nel freddo, nel gelo, nel silenzio nella solitudine, nella polvere
che ci circonda, il mistero del proprio destino,
fare il contadino della poesia vuol dire raccontare la ferita mortale
dell’uomo svuotato dalla dittatura del denaro,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un Geremia ,
fare il contadino della poesia vuol dire tornare all’oggettività
della poesia,
fare il contadino della poesia vuol dire creare ogni giorno,
con la punta del coltello, sulla propria pelle, una nuova patria
e morire altrove,
fare il contadino della poesia vuol dire scegliere l’esilio invece
di asservirsi al potere,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un esule
esiliato nell’esilio,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un guerriero epico,
fare il contadino della poesia vuol dire essere padrone di te stesso,
fare il contadino della poesia vuol dire amare la vita,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un martire del desiderio
della parola,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un ‘kamikaze’ d’amore,
fare il contadino della poesia vuol dire sentirsi parte della totalità,
fare il contadino della poesia vuol dire insegnare a tutti ad essere
esuli e stranieri per condividere insieme destini e futuri,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un uomo di besa ,
parola data per i montanari della mia stirpe antica shqiptar ,
fare il contadino della poesia vuol dire giurare non in nome di dio,
ma in nome di besa, come fanno da secoli i miei avi malsor
delle Bjeshkët të Nëmuna

gezim2

gezim hajdari

fare il contadino della poesia vuol dire vivere al confine
ubriaco di mondi,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un vero bektashi ,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un profeta,
fare il contadino della poesia vuol dire essere condannato
al silenzio per il tuo profetare,
fare il contadino della poesia vuol dire camminare sulle orme
di Gilgamesh, Omero, Li Po, Rumi, Virgilio, Milton, Hugo, Whitman,
Mandelstam, Tagore, Akhmatova, Lorca e Soynka,
fare il contadino della poesia vuol dire essere chiamato traditore
e nemico della patria, per aver denunciato i crimini e gli abusi
della dittatura di Enver Hoxha e dei recenti regimi postcomunisti
mafiosi di Sali Berisha e di Fatos Nano,
fare il contadino della poesia vuol dire non accettare premi letterari
e altre onorificenze dai governanti albanesi di oggi/di ieri,
in quanto responsabili della tragedia comunista,
fare il contadino della poesia vuol dire essere antinazionalista,
fare il contadino della poesia vuol dire essere ‘antialbanese’,
fare il contadino della poesia vuol dire non avere lettori nel tuo Paese
d’origine,
fare il contadino della poesia vuol dire scrivere in italiano e tormentarsi
in albanese,
fare il contadino della poesia vuol dire essere ignorato cinicamente
nel Paese d’origine dalla mafia politica e culturale,
fare il contadino della poesia vuol dire identificarsi con il dolore
del tuo popolo,
fare il contadino della poesia vuol dire memoria,
fare il contadino della poesia vuol dire far ricordare a te stesso
che il compito del Poeta è quello di rendere un età consapevole
dei proprio ideali,
fare il contadino della poesia vuol dire essere solo come Dante Alighieri
ed Ezra Pound,

Gëzim-Hajdari

Gëzim-Hajdari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

fare il contadino della poesia vuol dire recuperare il legame, tra la pagina bianca
e l’onestà intellettuale, tra parola e verità, tra poesia e vita,
fare il contadino della poesia significa versi nati dalla vita
e non allevati in serra, o nelle scuole di scrittura,
fare il contadino della poesia vuol dire diffidare dell’arte
isterica, balbuziente, autoreferenziale dei metropolitani alienati,
fare il contadino della poesia vuol dire recuperare i veri valori
etici e la tradizione,
fare il contadino della poesia vuol dire gioia e dolore, vita e impegno,
nella vita, non nel linguaggio,
fare il contadino della poesia vuol dire essere cacciato fuori dalla Curia
dei poeti ufficiali di Roma, per aver denunciato, più di dieci anni fa,
la corruzione, i scambi di favori e le ruberie della vecchia gestione
del Centro Internazionale Eugenio Montale,
fare il contadino della poesia vuol dire abitare fuori dalle gerarchie
letterarie ufficiali, perché i veri poeti non accettano compromessi
e scambi di favori,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un poeta antico,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un vero contadino,
fare il contadino della poesia vuol dire essere un vero intellettuale.
fare il contadino della poesia vuol dire scrivere non per essere
creduto, ma per il popolo e per quelli che verranno,
fare il contadino della poesia vuol dire contribuire al beneficio
dell’umanità,
fare il contadino della poesia vuol dire salvezza,
fare il contadino della poesia vuol dire vivere negli altri,
fare il contadino della poesia vuol dire attraversare la vita,
fare il contadino della poesia vuol dire essere uno straniero di passaggio.

Gezim Hajdari

Gezim Hajdari

[1] Si tratta delle opere: I canti dei nizam, Besa, 2012, Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista, Besa 2013, nonché Epicedio Albanese, e I canti del kurbet, in uscita presso Ensemble 2015

[2] Xhin (djin): anime malvagie che escono di notte e hanno una potenza soprannaturale sugli uomini

e sulle cose. il mito appartiene alle fiabe albanesi di Darsìa.

[3] Darsìa: provincia collinosa dove è nato l’autore, situata nel nord’est della città di Lusnje, in Albania
[4] Geremia (650-586), profeta e grande poeta, testimone della crisi dello Stato di Giuda, visse con dolore la conquista di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, il re della Babilonia; lotto contro re, contro preti, falsi profeti, traditori, avrebbe voluto la pace e la fratellanza e invece ebbe guerre, deportazioni, massacri.
[5] La besa oppure Fjala e dhanum significa sicurezza, ma anche tregua ed alleanza. E’ la fede giurata, la parola data, la protezione promessa ad un ospite, ad un amico. La besa è qualcosa di assoluto e complesso nello stesso tempo: è un patto di fedeltà che si stringe con un uomo, vivo o morto, con un’istituzione (l’ospitalità), con la propria terra. La besa supera la sfera dell’uomo singolo è diventa norma di vita collettiva e quindi virtù sociale. E’ considerata un atto di cavalleria e un dovere.
[6] Shqiptar: albanese
[7] Malsor: montanari delle Alpi, da dove proviene anche la stirpe del poeta.

[8] Bjeshkët të Nëmuna: Montagne Maledette, situate nel nord d’Albania, dove ha regnato per 500 anni il Kanun, Codice Giuridico Orale Albanese.
[9] Confraternita mistica (segueace di Jalal al Din Rum (1207-1273) in Albania cui appartiene la tradizione familiare del poeta.
[10] Enver Hoxha, uno dei dittatori comunisti più spietati dell’Europa. Governò l’Albania dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla sua morte nel 1985 come primo segretario del Partito Comunista Albanese.

[11] Sali Ram Berisha (1944). Ex-segretario del Partito Comunista di Enver Hoxha, nonché cardiologo facente parte dello staff dei medici che prendevano cura dei membri del Politburo del regime. E’ stato primo Minsitro (2005-2013), nonché Presidente della Repubblica d’Albania postcomunista (1992-1997).
[12] Fatos Nano (1952) è figlio di Thanas Nano. Già direttore della Radio Televisione durante il regime di Enver Hoxha, e di Maria Nano, ricercatore presso l’Istituto di Studi Marxisti-Lenninisti. F. Nano è stato diverse volte primo ministro dell’Albania postcomunista.
[13] Enver Hoxha (1908-1085): dittatore comunista dell’Albania, dal 1944 al 1985. Durante il suo regime, uno dei regimi più spietati del secolo scorso in Europa, sono stati uccisi 5500 mila oppositori, 4500 persone scomparse, rinchiusi nelle carceri 30 mila, rinchiusi nei campi di internamento 60 mila, oltre la distruzione dello Stato, dell’amministrazione, dell’economia, delle generazioni intere, della cultura, della spiritualità e dell’isolamento dell’Albania dal resto del mondo per più di mezzo secolo.

101 commenti

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101 risposte a “FARE IL CONTADINO DELLA POESIA di Gëzim Hajdari con una Nota di Armando Gnisci

  1. Gezin Hajdari è un poeta immenso, uno di quelli che in Italia non nascono più, perché siamo minorenni e vaccinati, perché non giochiamo più coi bastoni e nemmeno ci sognamo di prenderci a sassate. Perché non siamo più svegli.

  2. antonella zagaroli

    Dalle prime poesie Hajdari è molto cambiato. Lì mi pareva più autentico anche se non amo chi scrive poesia non conservando la lingua madre se vive all’estero. Credo che la sua poesia abbia un editing in italiano e da qualche tempo la trovo estremamente costruita. So che ci saranno molti detrattori su questo blog riguardo a questa affermazione, pazienza!

  3. Possiamo (anzi dobbiamo) interrogarci su ciò che è Primo: il letterale o il figurato?, e il proposizionalismo (delle poetiche del quotidiano) non potrà troncare il dilemma, perché la verità è ché non c’è elemento primo, dunque un linguaggio-scarto in rapporto a esso che sarebbe, a scelta, il letterale o il figurato.
    In questo poema di Gezim Hajdari si ha raddoppiamento e rafforzamento dell’enunciato-base:

    Fare il contadino della poesia vuol dire tornare all’Essere […]

    Il poema si snoda attraverso un richiamo, un raddoppiamento, non attraverso uno sdoppiamento di senso. C’è presente un «richiamo» come il canto del merlo, come il canto degli uccelli che si ripete da milioni di anni perché risponde al canto della «terra». Il «richiamo» è il sempre uguale, come il circolo che ritorna sempre all’inizio e da lì riparte per un nuovo corso. Un enunciato nasce dall’enunciato precedente attraverso una innumerevole e formidabile serie di enunciati che si raddoppiano e si rafforzano a vicenda in un crescendo epico-drammatico, in un unico grido di ribellione alla sordità cui sono costrette le parole oggi.

    Il primo verso del poema è quello che dà il là all’universo di enunciati Primi. C’è un enunciato in quanto c’è una verità insopprimibile che lo sorregge e lo guida. L’opposizione fra il letterale e il figurato qui si inverte: l’antireferenzialismo considera il linguaggio come innanzitutto figurato, e il letterale come uno “scarto” in rapporto a una metaforizzazione di base, “scarto” sorto dal bisogno di assegnare arbitrariamente un senso per funzionare nel quotidiano delle cose e degli esseri come nelle convenzioni simboliche delle poetiche posticce.
    Il referenzialismo di Hajdari parte dal presupposto che c’è una metaforizzazione di base che parte dal referente. È questo il “senso” della poesia di Hajdari (e del suo apparire forse fuori moda). In questo poema non c’è perdita del “senso” ma un rafforzamento del “senso”, di un senso costruito, come fa un muratore, con la calce e i mattoni del referenzialismo, con strumenti e materiali arcaici ed eterni.

    Il paradosso è che nella poesia di Hajdari il “figurato” nasce dal “letterale”, non si ha più un «fraintendimento del senso» ma un suo «raddoppiamento». Hajdari ribalta la tradizionale impostazione secondo cui è possibile giungere al “senso” solo attraverso un investimento sul “figurato”, nella sua poesia “letterale” e “figurato” tendono invece a coincidere.

  4. Ambra Simeone

    ahahhaha io noto una certa simil-struttura tra la poesia di Benni e quella di Hajdari… parlo solo di struttura ovvio, niente a che fare con il contenuto, che in Benni è molto ironico (per quanto giocato) mentre in Hajdari è molto serio e poetico 🙂

    però devo dire la verità mentre in Benni c’è una certa “variatio” in Hajdari un po’ meno per gli attacchi dei versi martellanti, però anche questo è sicuramente frutto di scelta poetica, forse assimilabile ad un certo tipo di mantra o preghiera visti i più di 100 versi!

    Il poeta di Benni

    Il poeta è un uccello
    Che becca le parole
    sotto la neve del normale
    viene sul davanzale
    e scappa, impaurito
    se lo vuoi catturare
    il poeta è femmina
    il poeta è gagliardo
    ha qualcosa,nello sguardo
    che tu dici: è un poeta
    spesso è analfabeta
    ma è meglio
    è più immediato
    il poeta è un ammalato
    colitico, fegatoso, asmatico,
    il poeta è antipatico, scontroso
    ombroso: guai
    chiamarlo poeta
    è una cometa
    che annuncia un mondo nuovo
    è assolutamente inutile
    è un fallito
    è un pappagallo di partito
    è organico, no,
    è fatto d’aria
    ha nella penna tutta intera
    la rabbia proletaria
    è sopra la politica
    è sopra il mondo
    il poeta è tisico e biondo
    il poeta è sempre suicida
    il poeta è un furbone
    il poeta è una sfida
    il poeta è una sfida
    alla banalità del mondo
    il poeta è assolutamente
    del tutto normale
    il poeta è omosessuale
    il poeta è un santo
    il poeta è una spia
    poi un giorno va via
    in una isola lontana
    o anche a puttana
    e lascia un gran vuoto
    nella poesia
    la sua
    il poeta è il titolo
    di questa mia

    • Cara Ambra,

      la poesiola di Benni messa al confronto del poema di Hajdari è un vero e proprio stupro e una profanazione.

      • Ambra Simeone

        caro Giorgio,

        le profanazioni in campo poetico mi affascinano non poco 🙂
        comunque, volevo solo far notare (a livello formale) l’anafora “fare il contadino della poesia vuol dire” e quella “il poeta è” che accomunano le due poesie, diciamo che usano lo stesso stratagemma; nella prima è martellante, nella seconda di Benni meno opprimente, ma poi non vuol dire che i contenuti di Hajdari siano più importanti di quelli del Benni, per esempio dei versi come:

        il poeta…

        è assolutamente inutile
        è un fallito
        è un pappagallo di partito

        non sono affatto male, se presi con la giusta dose d’ironia!

        • cara Ambra,

          le rimasticature di luoghi comuni di Benni lo indicano a dito

          • Ambra Simeone

            Caro Giorgio,

            non dico che non siano rimasticature, ma il fatto è che il lettore lo sa perfettamente che lo sono, e lo scrittore non si nasconde nel farlo, lo fa bellamente col consenso di tutti e anzi gli piace pure!

            Comunque voglio sottolineare che con i miei commenti non volevo assolutamente dire che l’uno sia meglio dell’altro e di sicuro non ho mai detto che Hajdari è un mediocre. Volevo invece mettere in luce quelli che, secondo il mio modesto parere, sono i punti di forza e i punti deboli dei due poeti citati su questo blog.

      • “la poesiola di Benni messa al confronto del poema di Hajdari è un vero e proprio stupro e una profanazione.” (Giorgio L.)
        Verissimo!
        Giorgina BG

        • Ambra Simeone

          Cara Giorgina,

          posso capire le varie posizioni nei riguardi di un poeta o dell’altro, ma non l’avversità per il “confronto” che è una della armi migliori per combattere la dittatura persino quella cultuale!

          • Cara Ambra,
            perché non lo dici a Giorgio Linguaglossa, autore della frase che io ho copiata, (copia-incolla) commentandola con “Verissimo”?
            Ho messo anche il suo nome perché fosse chiaro che l’apprezzamento era proprio per questa frase, non per un’altra, tant’è che ho chiesto di cancellare un altro mio “Verissimo” collocato per imperizia sotto un altro post..
            Giorgina
            P.S. Non capisco perché i vostri commenti (di voi giovani) finiscano sempre nel mio blog personale!

  5. antonella zagaroli

    La definizione di sé la trovo molto tronfia se non è ironica

  6. Giuseppina Di Leo

    Una poesia che rivela tutto quel che è impossibile dire sotto altra forma, da sembrare un testamento spirituale.
    Grande Gëzim Hajdari!

    “fare il contadino della poesia vuol dire vivere al confine
    ubriaco di mondi,
    […]
    fare il contadino della poesia vuol dire recuperare il legame, tra la pagina bianca
    e l’onestà intellettuale, tra parola e verità, tra poesia e vita,
    fare il contadino della poesia significa versi nati dalla vita
    e non allevati in serra, o nelle scuole di scrittura,
    […]
    fare il contadino della poesia vuol dire attraversare la vita,
    fare il contadino della poesia vuol dire essere uno straniero di passaggio.

    • Giuseppe Panetta

      Molto più pertinenti le frasi dei baci perugina, frasi di grandi scrittori anche anonimi e, mentre si scioglie in bocca la cioccolata, la granella di nocciole, croccanti… “fare il contadino della poesia vuol dire scrivere non per essere
      creduto, ma per il popolo e per quelli che verranno…” Oh!

      • Giuseppina Di Leo

        Bontà tua, Panetta, i gusti personali (in questo caso i tuoi) non si discutono. A me offrono molto di più i versi di Haidarj!

  7. Ricevo e trascrivo questo messaggio vocale di Laura Canciani:

    caro Giorgio,
    come sai non ho il computer e per leggere l’Ombra delle Parole devo scomodare un inquilino del mio palazzo che mi apre la pagina del blog.
    Volevo dirti che ho letto la poesia del poeta albanese e ne sono rimasta ammaliata. È una poesia che non ti aspetteresti, fatta di terra, acqua e di farina, impastata con gli elementi primordiali, semplice e vera come noi in Italia non siamo più abituati per via di autori che si sono persi nei meandri della civilizzazione e che non sanno più assaporare i vini forti e intensi come questo poeta albanese. Leggendo la poesia di Hajdari mi rendo conto di come noi abbiamo perduto la Voce… abbiamo parole, ma non più la Voce.

    Laura Canciani

    • Giuseppe Panetta

      Questo sì che è poetico, anzi l’incipit di un racconto, la Signora Canciani che per leggere l’Ombra si rivolge al vicino di casa. Buffo, con tutto il rispetto per la Signora che non conosco, ma la situazione descritta è divertente.
      Signora Canciani, bisogna rassegnarsi al fatto che ormai la Voce sia metallica, non ha più nessuna emozione, non è più nemmeno finta, è robotica, domotica. La civilizzazione, termine storico spaventoso, che indica la violenza di una parte dominante che si credeva nel giusto e per questo ha cancellato intere culture non allineate, è definitivamente scomparsa nella liquidità sociale. Forme amorfe che sfuggono, si aggregano e si scompongono velocemente senza che ci sia il tempo per descriverle e nemmeno per viverle.
      Rimane Lei, poeticamente lei, che chiede soccorso al suo vicino di casa per un’occhiata la condominio liquido.

  8. Non volevo commentare, ma non resisto a tacere. Il poeta Hajdari sarà
    “immenso”, come dice Almerighi. Invece mi trovo d’accordo con Antonella Zagaroli che la definisce con una parola che non mi veniva in mente, “tronfia”. La leggo tronfia perché personalmente, e posso essere sordo, non ho mai amato versi che mi ricordano l’umpapa verdiano. Sorry.

    • Ambra Simeone

      mi trovo d’accordo con te Alfredo, più che “tronfia” la annovero tra la poesia in stile “profeta/santone” e a differenza della Canciani diciamo che me l’aspettavo…

  9. Ricevo alla mia email e trascrivo questo commento del poeta Gino Rago:

    Caro Giorgio,

    il poeta esule (albanese) che oggi pubblichi su L’ombra, (altro motivo, altra occasione di emozioni e di allargamenti d’orizzonti cognitivi, per me), con i suoi versi sembra che si leghi alla precedente, grande lezione di Esenin quando ci ricorda che il dono del poeta è quello di acarezzare e di tagliare, tornando alle verità del vivere sempre nella vigilanza della ragione. Magnifico,poi, e bene sferrato il colpo contro il minimalismo e l’idiotismo specialistico romani per quel diffuso dire «poesia» la banalità quotidiana, senza tensioni linguistiche, né fermezza etica.
    Con Esenin, anche con questo poeta in noi cola lentamente dagli aceri
    il rame delle foglie…

    Grazie, Giorgio caro

  10. Citazioni da Salman Rushdie

    ”The liveliness of literature lies in its exceptionality, in being the individual, idiosyncratic vision of one human being, in which, to our delight and great surprise, we may find our own vision reflected.”

    Salman Rushdie (b. 1947), Indian-born British author. “In Good Faith,” Independent on Sunday (London, February 4, 1990).

    *
    ”Throughout human history, the apostles of purity, those who have claimed to possess a total explanation, have wrought havoc among mere mixed-up human beings.”
    Salman Rushdie (b. 1948), Indian-born-British author. “In Good Faith,” Independent on Sunday (London, Feb. 4, 1990).

    *

    ”Free speech is the whole thing, the whole ball game. Free speech is life itself.”
    Salman Rushdie (b. 1948), Indian-born-British author. interview in Guardian (London, Nov. 8, 1990).

    *

    ”One of the extraordinary things about human events is that the unthinkable becomes thinkable.”
    Salman Rushdie (b. 1948), Indian-born-British author. Interview in Guardian (London, November 8, 1990).

    *

    ”The only privilege literature deserves—and this privilege it requires in order to exist—is the privilege of being in the arena of discourse, the place where the struggle of our languages can be acted out.”
    Salman Rushdie (b. 1947), Indian-born British author. Herbert Reade Memorial Lecture, February 6, 1990. “Is Nothing Sacred?”

    *

    ”The idea of the sacred is quite simply one of the most conservative notions in any culture, because it seeks to turn other ideas—uncertainty, progress, change—into crimes.”
    Salman Rushdie (b. 1947), Indian-born British author. Herbert Read Memorial Lecture, Feb. 6, 1990, ICA, London. Is Nothing Sacred? (1990).

    *

    ”The acceptance that all that is solid has melted into the air, that reality and morality are not givens but imperfect human constructs, is the point from which fiction begins.”
    Salman Rushdie (b. 1947), Indian-born-British author. lecture, Feb. 6, 1990, Herbert Reade Memorial. “Is Nothing Sacred?”

    *

    ”The novel does not seek to establish a privileged language but it insists upon the freedom to portray and analyse the struggle between the different contestants for such privileges.”
    Salman Rushdie (b. 1947), Indian-born-British author. lecture, Feb. 6, 1990, Herbert Reade Memorial. “Is Nothing Sacred?”

    *

    ”In this world without quiet corners, there can be no easy escapes from history, from hullabaloo, from terrible, unquiet fuss.”
    Salman Rushdie (b. 1947), Indian-born British author. (Essay originally published 1984). “Outside the Whale,” Imaginary Homelands (1991).

    *

    ”A poet’s work is to name the unnameable, to point at frauds, to take sides, start arguments, shape the world, and stop it going to sleep.”

  11. Antonio Sagredo

    1) Dunque definire “immenso” un poeta non significa nulla! (Almerighi)
    2) Hajdari non ha nulla da spartire con Benni, poi che questi non può essere minimamente pietra di paragone, se non coi suoi pari mediocri e Hajdari non lo è affatto (Simeone)
    3) Già il paragone con Esenin è più calzante (non so se Hajdari si leghi alla “lezione” di Esenin, ma il mondo contadino di questi era pervaso di nostalgia e di tenerezza, anche se un po’ polemicamente – Stalin odiava i contadini: lo farà uccidere).
    4) De Palchi forse è un po’ troppo severo, come la Zagaroli. Ma usare l’anafora è un artificio a doppio taglio: o taglia o si è tagliati. Usare la anafora come strumento di denuncia è errato, anche se efficace, e se si vuole colpire a fondo – politicamente – bisogna tener conto della lezione dantesca.
    5) I pareri sono discordanti: non vi è una via mezzo; direi che Hajdari insiste troppo su certi tematiche, di cui già sappiamo a sufficienza.
    a. s.

  12. Giuseppe Panetta

    Mi diverte di più la poesia di Benni, almeno la leggo per quella che è, un esercizio di matematica che nel suo svolgimento diventa una barzelletta. La apprezzo di più dopo la nota di Valerio G. P., a cui consiglio un editing corretto delle sue critiche. Se vuoi fare il critico, V.G.P, almeno scrivi bene in un italiano impeccabile, non se ne può più di strafalcioni.
    Hajdari non ha nulla di immenso, almeno nelle cose che fin qui ho letto, anzi quest’ultima lunga anafora mi pare una cosa brutta e scontata. L’unica cosa sorprendente di questo post è la lode sperticata di Linguaglossa, il quale addirittura posta ben sette note, un unicum nella storia seppur breve dell’Ombra. E sono lodi, ma anche despistaggi, come il riassunto in pillole di Rushdie, che nulla hanno a che vedere con l’Hajdari, e con l’articolo di Citati, quello sì calzante per Hajdari, come per molti altri poeti, me compreso, ovviamente.
    Mi stupisco di Sagredo, che dà un colpo alla botte e uno al cerchio. Lui così feroce nelle stilettate si rende ambiguo davanti a una simile poesia fatta di “prossimità” e luoghi comuni, alcuni dei quali facilmente smontabili.
    Concordo con De Palchi e con Zagaroli, pieno appoggio ad Ambra in questa analisi.

    Ma torno all’ironia:
    “fare il contadino della poesia vuol dire chiamare le cose
    per nome come fanno i muratori…” Sì la cazzuola è la cazzuola, diversa dalla cassoeula che è invece un piatto milanese;

    “fare il contadino della poesia vuol dire essere un poeta
    della campagna,
    fare il contadino della poesia vuol dire essere allo stesso tempo
    poeta di campagna e di città…” Decidiamoci. Cosa siamo e cosa vogliamo essere?
    “fare il contadino della poesia vuol dire disincantarsi dell’industria
    culturale che produce libri come le scarpe di moda…” Ne siamo certi? Hajdari ne è certo, editato com’è?

    “fare il contadino della poesia vuol dire riconoscere nell’asino,
    nel cavallo e nella mucca, i nostri antenati…” Qui rompo l’ardire poetico per un realismo crudo: veniamo dalle scimmie, siamo scimmie egotiche e cattive.

    “fare il contadino della poesia vuol dire non scendere mai ai patti
    con i boia dell’umanità…” Mi sembra la classica frase detta dalle modelle del concorso di bellezza: “voglio la pace nel mondo”.

    Potrei continuare ancora, ma mi fermo qui. Potrei per esempio citare tutte quelle frasi infiocchettate (frasi e non versi) sui socialisti, comunisti, il pane caldo a tavola, la solitudine di dio e allo stesso tempo crearne uno a somiglianza… banale e tronfia.

    Sì, Citati ha perfettamente ragione, la letteratura al momento dorme profondamente, russa.

    • Valerio Gaio Pedini

      non capisco che cazzo tu voglia adesso? Hai problemi con errori che ha fatto anche linguaglossa in suoi articoli, come dei qual’ e altri obbrobri (scusa Giorgio!). La grammatica non fa il giudizio critico, né la cattedra ( omeglio la fa, ma sulle cattedre ho seri dubbi da quando lasciai la scuola).Uno che dorme, lamantino, qui è lei. Ciao.

      • Ivan Pozzoni

        Tu, Valerio, sei debordante. In certi momenti fai una tenerezza divertentissima (non è un’offesa): è impossibile incazzarsi con te. Giorgio sarà contentissimo, essendo un uomo di grande spirito, di sapere che i suoi articoli sono zeppi di errori e schifezze. Giuseppe ha concluso il suo discorso con una chiusa di memorabile ironia: “Sì, Citati ha perfettamente ragione, la letteratura [al momento dorme profondamente,] russa”. Paradosso e ironia sono i fondamenti estetici di ogni arte combattivamente civile. Da apprezzare, come tutto il suo intervento su Hajdari. Con tutto il suo carisma, involontariamente, Hajdari attira frizzi e lazzi, com’è corretto che sia in presenza di crismi. Gli unti, tendenzialmente, sdrucciolano.

      • Gentile Valerio G. P., è stato Lei, mi pare, che a proposito dei lamantini disse che facevano tante puzzette. Probabile che sia così, non lo so, dovrei documentarmi in proposito. Io so che i lamantini sono animali pacifici, un po’ goffi, che amano vivere in acque basse, erbivori e si nutrono principalmente di piante marine. Ma Lei, V. G. P., ha ragione, qualche puzzetta la farà sto lamantino, e tra le tante che Lei indica, qualcuna forse va a segno, come a dire “se non muori col botto muori con la puzza”. Tanto per ribadire che il marcio non è più, solo, in Danimarca, ma scorre sotto i nostri piedi.
        Il mio appunto sulla sua “negligenza” nello scrivere articoli di critica si basa sul presupposto che chi vuole criticare, o anche pensare di scrivere a livelli professionali, deve necessariamente avere gli strumenti basilari, intendo grammatica e sintassi, in primo luogo. E sebbene noi apprezziamo l’impegno con cui Lei si profonde in analisi strutturate, che denotano ardore, militanza, vincoli, impiego di forze, d’altra parte crediamo, da lettori, che il pressapochismo nuoce gravemente alla vista e al pensiero. Ma la colpa, gentile V. G. P. non è solo sua, la colpa sta a monte.
        Lei si fidi di più di chi Le dice in faccia certe cose, senza voler essere cattedratico, di meno, invece, di chi la scaraventa sulla scena quale dilettante allo sbaraglio.

        N. B. Mi dia pure del Voi.

  13. antonio sagredo

    “Mi stupisco di Sagredo, che dà un colpo alla botte e uno al cerchio. Lui così feroce nelle stilettate si rende ambiguo davanti a una simile poesia fatta di “prossimità” e luoghi comuni, alcuni dei quali facilmente smontabili”.
    Ambiguo? Leggete ben l’intervento. Se mai “distante!.
    Citati, chi?

  14. antonio sagredo

    No, non havete letto bene. Siete in mala fede.
    Astensione?
    Se mai astinenza.
    Ma ora basta.
    Auguri a tutti, ci si vede tra due anni.

  15. Ivan Pozzoni

    Gentilissimi,
    segnalo all’attenzione di tutti l’ironia dello sconosciuto Brunello Robertetti, artista romano del 1965. L’ironia è l’arma letale del Robertetti, che inchioda il mondo con una sconclusionata collocazione della caratura di molta poesia contemporanea italiana. Alcuni versi del Robertetti, edito esclusivamente a Gibilterra e snobbato dall’editoria italiana:

    Se fossi foco, bruciav’, se fossi acqua bagnav’, se fossi saponetta, strofinav’, se fossi acqua n’altra volta, sciacquav’ […]

    Tu farfalla volteggievole,
    la tua vita dura un attimo,
    dalla sera al mattino,
    poche ore per fare un bilancio critico di chi siamo,
    cos’è la vita e per parlare un inglese scorrevole,
    un attimo fuggievole,
    uno sbattito di ciglia e proprio sul sugo del mio rigatone ti vai a appogià? […]

    Cosa fai pazzo scienziato!
    Perdi tempo a mescolare i genetici,
    mi fai la fragola pomodoro,
    ti accanisci sul melone e sulla melanzana,
    ti attardi sull’insalata e sulla carota come un Dio impazzito,
    ma quanto devo aspettare sto gelato di pollo? […]

    Ogni mattina, come Narciso si specchia
    nel ruscello retrovisore
    io mi specchio in te
    e nei tuoi occhi mi rado.
    La prima lama solleva il pelo,
    la seconda lo taglia,
    …la terza gode […]

    Ho rispetto per gli omosessuali e i negri, purché i due fenomeni non si presenta contemporaneamente,
    l’amore si può dire in tre maniere, io credo:
    amore,
    amore,
    … e una terza che adesso non mi viene in mente […]

    se fossi cane bau
    se fossi gatto miao
    se fosse tardi ciao!

    Benni sfotte, e sfotte bene; Haidarj, con i suoi salmi, è ottimo bersaglio dell’ironia di Benni e del Robertetti. Quello di Haidarj è un grosso salmo, un salmone, con cui l’autore non riesce a risalire la corrente, non riesce a andare contro-corrente. Il suo è un salmone a corrente alternata.

  16. Pasquale Balestriere

    Dibattito interessante. Per quanto mi riguarda affermo che Hajdari qui, in linea di principio, dice molte cose giuste e che condivido (e alcune scontate) e qualche volta le dice con un pizzico di sicumera. Però sono cose vere, verissime, e primigenie, che può capire appieno solo chi ha animo di poeta e di contadino; anzi, chi è poeta e contadino nello stesso tempo, che si spezza (come ha fatto lui) la schiena con la fatica della terra, chi ci vive in simbiosi, chi la ama e la odia, ne respira i profumi (e li riconosce uno a uno), ne sente la vita fremente, si commuove per il verde tenero della primavera fanciulla e traduce in parole lo stormire della foglie. Gli altri, no; non possono capire, non hanno le chiavi giuste per farlo. Questo per quanto riguarda i significati. Se poi si passa al “come”, se si esamina architettura e struttura della poesia e tecniche retoriche, be’, qui ci sarebbe molto da dire, a cominciare dall’anaforizzazione davvero eccessiva e stucchevole del discorso poetico fino a una proliferazione di concetti e immagini che procede per contiguità, analogia o germinazione. Molto ci sarebbe da osservare, nel bene e nel male. Dico solo che io avrei cercato la sintesi, mentre qui trovo un linguaggio ampio e disteso, quasi prolisso, più adatto alla prosa. Ciò non significa che il poemetto sia privo di pregi poetici. Ci sono, ma smodatamente diluiti. Perciò, a mio vedere, non appaganti, ma stuzzicanti.
    Pasquale Balestriere

  17. antonella zagaroli

    Le foto inserite da Giorgio sono, fra l’altro, la migliore spiegazione al mio aggettivo poi spiegato ancora da Alfredo e da Ivan. LA FOTO DELLO PSEUDOCRISTO….., non sono scandalizzata perché cristiana o cattolica, non lo sono. Osservate quel viso ad imitazione della sofferenza di tutti gli umani, a Roma si direbbe “Ma chi te credi d’esse? Scendi da quella croce. La ripetizione dell’identità utilizzata per nominarsi non soltanto non è ironica, è autoritariamente una presunzione di sé. La causa? Forse la presa di posizione di alcuni poeti e letterati italiani. Giorgio non ti perdere in questo mare magnum di quest’ultimi. A mio avviso ha ragione Panetta.

  18. marcello mariani

    marcello mariani invia questi versi di A. S: – :

    Quel giorno, nel padiglione “Urla Tumorali”,
    schivando i patimenti della crocifissione,
    afferrai per la gola Cristo, perché ancora una volta
    il suo verbo non fosse uno stucchevole inganno!
    Lo trascinai – io, un infermiere della carità, un passionario della vita! –
    come una benda sanguinolenta per strozzarlo lungo le scale di Giacobbe,
    attraverso corridoi purulenti, perché potesse, con le orbite svuotate,
    esangui, ammirare il risultato infame della sua sofferenza!
    Gridai:
    FATELO FUORI!

    Non lui!
    Ma chi sul capezzale è divorato dai decubiti!
    ma il desiderio filiale… l’estremo amore – indolore – è MIO!

    antonio sagredo

    Vermicino, 19/20/27 dicembre 2006

  19. Giuseppina Di Leo

    Il commento alle foto mi sembra davvero eccessivo, dai Antonella! Pur con tutto il rispetto per le opinioni altrui, compresa la tua, a mio avviso la prodigalità delle espressioni di Haidarj è più che giustificata dalle vicissitudini che ha dovuto subire (e ne sottolineo il verbo) nella sua vita. Mi spiace ma il confronto con Benni è inopportuno, né regge.

  20. Indossiamo tutti una maschera, in senso junghiano. Anche i poeti, almeno finché non si perdono (o la perdono). Detto molto in sintesi è questa la ragione per la quale, pur apprezzandola, non considero questa poesia di Hajdari tra le sue migliori.

  21. Ribadisco, Gezim Hajdari è un poeta immenso. Siamo fin troppo abituati a svellere la vita dalla poesia: Molti di noi non sanno nemmeno cosa significa prenderle perché sei contro un regime, qualcuno di voi, diciamo intorno ai 13/14 anni ha mai assistito in prima persona all’impiccagione di un dissidente nella pubblica piazza, o se ne stava in casa a mangiare merendine e guardarsi la TV? In quanto alla foto del crocefisso ci vedo uno Spartaco più che un Cristo, non dimentichiamoci che non ne è stato crocefisso uno solo nel corso dei secoli, magari facendo un salto in Nigeria o nel Sudan c’è ancora la diretta. Qualcuno potrà considerarlo tronfio, grazie a dio è ancora un paese abbastanza libero, o un salmone, magari uno stoccafisso, questione di punti di vista, ma io raramente ho assaporato tanto sale leggendo neii e tra i versi di un poeta.

    • E’ vero, tutto sommato ci è andata bene. L’errore è rimuovere l’idea che siamo soggetti a rischio. Eppure lo sappiamo bene, tant’è che ogni giorno ci diamo da fare per metterci al sicuro. Ci mancherebbe anche di andare in Nigeria o in Sudan!

    • Ivan Pozzoni

      Ricordo a Flavio: c’è chi a Lushnje nasce. C’è chi, nel frattempo, vicino a Lushnje è internato in un campo, trentadue lunghissimi anni. C’è chi è dentro; e chi è fuori a scrivere Geremiadi. In ogni caso, come ricordava Giorgio, non è che un artista si valuta ad anni di campo di internamento albanese. Ma, magari, in capo a un artista civile, 32 anni di campo di internamento hanno un valore. Ribadisco la mia visione: struttura del testo fatta di luoghi comuni; visionarietà oracolare; noia mortale; ritmo sonnifero. Più leggo Gezim, meno lo leggerei. Però, essendo costui uno dei massimi artisti dell’universo, salmone a corrente alternata, i miei morsi sono, a lui, fastidi da cimice. però, a mia opinione, ognuno di noi ha il diritto/dovere di scrivere, come lo stesso Brunello Robertetti.

  22. Cari interlocutori del blog,
    sapevo, immaginavo che pubblicando sul blog il poema di Hajdari avrei innescato una miccia e fatto esplodere una querelle non oziosa. Ho chiesto (contro i dubbi di Hajdari) di pubblicare il poema proprio per verificare se le mie previsioni si fossero verificate esatte. E, diciamo che sono stato un buon profeta. La platea dei commentatori si è subito divisa in due partiti contrapposti. Ma, chiediamoci, perché si è verificata questa contrapposizione tra due valutazioni agli antipodi?, io mi limito a formulare una ipotesi: che forse c’è una questione sotto stante, appena dissimulata, ma che c’è, ed è impronunciabile, che in linguaggio critico nel mio primo commento ho riassunto in termini tenici come contrapposizione tra il “letterale” e il “figurato”, cioè se una poesia debba propendere per l’uno o per l’altro corno della bilancia. Appena dietro questa formula critica, a mio avviso, si giocano le partite vere, quelle che vanno in profondità. Che cosa deve dire una poesia che non possa essere detto? Quali sono i limiti dentro cui deve stare una poesia? E chi è che traccia (SOTTO TRACCIA) questi limiti che la poesia non deve oltrepassare?.
    Come si vede, interpretare e valutare una poesia non è poi un compito così semplice, tanti sono gli elementi di valutazione (consci e inconsci) che entrano nella questione apparentemente semplice del “mi piace e del non mi piace”. E allora dico soltanto che la valutazione di un testo è un atto individuale e, in quanto atto individuale, lì si riproducono tutti i legami e i condizionamenti di un milieu culturale e del clima di un’epoca storica.

  23. Gezim Hajdari è un poeta autentico, la sua parola riverbera la storia e il dolore di un intero popolo, e – al di là dei riferimenti storici – le dimensioni profonde dell’uomo universale. Il poeta irlandese Saemus Heaney diceva di usare la penna come la vanga dei suoi antenati, per dissodare i terreni sconfinati (ma concreti e determinati) del sogno. Gezim fa la stessa cosa: attraverso vie accidentalmente diverse, raggiunge il mare comune della grande poesia, dove la voce dell’individuo è fiume che diventa mare, trasformandosi in Voce anonima, e per questo capace di rispecchiamento, evocazione, trascendenza. Non c’è niente di “tronfio”, a mio giudizio, nelle sue parole, nessuna “posa” artefatta nel tono ieratico che vi emana naturalmente. Non è una “colpa” essere carismatici – se non agli occhi di chi, eventualmente, non lo è (o non altrettanto)…

    • Ivan Pozzoni

      Però, Marco caro, è una colpa essere eccitanti come una boccetta di Valium. Se un testo è benzodiazepinico, il carisma del lettore si seda. Pensavo che i migliori versi di spessore civile dovessero essere sediziosi, non sedativi:

      […] Se ti do uno schiaffo, porgi l’altra guancia, se no pure la stessa che cambio io la mano […]

      […] Viviamo in un’epoca di consumismo sfrenato… non si fa in tempo a comprare una cosa che già bisogna pagarla […]

      […] Con quanti nomi puoi chiamare Dio?
      Puoi chiamarlo in mille maniere:
      Dio, Visnù, Budo, Ernsto, Carisma, Giove, Allah.
      Tanto non ti risponde […]

      [Brunello Robertetti]

  24. Vorrei fare una precisazione: Questa poesia di Hajdari appartiene, a mio avviso, al sotto genere del «Requiem», è scritta nella «forma» di una messa funebre, ed è scritta nella forma percussiva e reiterativa dell’epicedio, come tanti piccoli epicedi, l’uno dopo l’altro, ecco forse spiegato il senso del «sacro» che proviene da essa, cosa ben diversa dalla poesia mistica che il sacro non sa proprio dove si trova; inoltre, è fatta, come ben scrive Laura Canciani, con «mattoni, calce e farina», con gli elementi primordiali della «terra», è una poesia che appartiene alla «terra». È il messaggio corale che il poeta esule lancia alla sua Terra, l’Albania, ma è anche un messaggio di sfida, di lotta virile contro la dittatura, contro tutte le dittature che distorcono la «Voce» della poesia. È un atto di fedeltà alla «Voce» contro tutti i rumori della simil-poesia che distorcono e snaturano la natura della poesia.

    Sicuramente la Voce è più antica della Lingua, sicuramente gli uomini di un milione di anni fa non avevano una Lingua pronta all’uso ma avevano una Voce… ed è con questa Voce antichissima che parla la poesia di Hajdari e, in generale, la poesia di grande respiro.

    La poesia, come mostrò brillantemente Roman Jakobson, può virtualmente sussistere senza troppe figure, ma non potrebbe fare a meno della grammatica. E, similmente a come noi non ritroviamo nei tropi e nelle figure la sostanza della poesia come manifestazione della lingua, così nella mitologia residua e negli archetipi stratificati nel linguaggio poetico, non andrà ricercato il suo contenuto antropologico. Là dove è maggiormente interessante, l”‘antropologia poetica” è fondata su un altro principio: ed è stato mostrato dai lavori di L. S. Vygotskij. Quest’altro fondamento è la percezione delle forme come la più profonda attività umana. Quale organo percepisce la forma? Certamente non l’intelletto in senso stretto. E certamente nemmeno le emozioni nel senso comune. Una presenza eccessivamente attiva dell’uno o delle altre, noi la avvertiamo come un difetto della forma, come qualcosa che non le permette di essere in senso pieno, di compiersi: come qualcosa di troppo “umano” o di “fatto da mani d’uomo”.

    Questa fondamentale, elementare e solo appena analizzata esigenza della forma, questa capacità di sentire la forma, di dilettarsi della forma e il tormento dell’assenza di forma, pongono anche la domanda più universale sull’essenza dell’uomo: e forse anche sulla sua struttura somatica. Su un certo suo “organo” particolare che percepisce la forma altrettanto immediatamente a come si percepisce un suono, un colore, il caldo o il freddo. La percezione della forma avviene altrettanto immediatamente e integralmente che tutte le più elementari impressioni sensibili, e solo in un secondo tempo, per così dire, si concretizza in giudizi razionali, in oggetti analizzabili, quali ad esempio “composizione”, “simmetria” e simili…

  25. Ivan Pozzoni

    Preciso anche io, senza nessun accanimento contro Hajdari. Hajdari è un campo di battaglia. Parliamo di «Requiem», di “messa funebre”, di “poesia che appartiene alla «terra»”. Questo mi richiama a un medium morto e sepolto, a cui è urgente fare il funerale. La formula del richiamo alla terra e alle tradizioni ricorda molto ciò che teorizzò Guareschi a metà del secolo scorso, con un successo straordinario. Hajdari arriva con mezzo secolo di ritardo, in un evo sociologico diverso, tardo-moderno (forse), distantissimo storicamente, sociologicamente e antropologicamente dal moderno. Nel Tardomoderno falliscono le forme di opposizione moderne a concetti moderni, tipo dittatura e democrazia. Semplicemente Hajdari è anacronistico: i suoi versi civili sono anacronistici, e, magari, nemmeno sono civili, mutata teoreticamente la stessa nozione di civitas. Per il tema della «Voce»: la concezione di «Voce» originaria di Giorgio mi appare uno dei trascendentali creati dalla cultura davanti alla crisi del trascendente e al terrore dell’immanenza. Dio è morto, le «voci» eccedono in concretezza, e sostituiamo ad esse una «Voce», originaria, avulsa da ogni storicità. Non avendo coraggio di essere «voce», Hajdari si reinventa «Voce».

    • non sono d’accordo con te, i versi di Hajdari possono apparire anacronistici in questa parte di mondo dove si misurano col bilancino tardo moderno e post moderno, perché non c’è più niente da dire e da fare, in poche parole siamo “arrivati” dove questo termine è sinonimo di “cotti e mangiati”, Hajdari arriva con mezzo secolo di ritardo QUI, e soltanto QUI,
      purtroppo

      • Ivan Pozzoni

        Carissimo Flavio, il tardo-moderno è una categoria storica; il post-moderno è una categoria filosofica. Possiamo serenamente affermare di vivere tutti – a meno che le nostre analisi sociologiche siano in toto errate- in un evo Tardomoderno (molto simile al Tardoantico, sotto certi aspetti), senza accettare dogmi e concezioni del postmodernismo filosofico. Dubito fortemente, in un’era di glocalizzazione/globalizzazione, che l’Albania attuale viva un momento storico diverso dall’Italia. Politologicamente, entrambe sono due democrazie fasulle, due oligarchie temporizzate. Entrambe sono devastate dalla dittatura del super-capitalismo nomade internazionale. Contro il super-capitalismo nomade dei circuiti internet, dove basano una decina di sapienti click (operazioni finanziarie) ad affossare l’economia di un’intera nazione, abbiamo varie opportunità di reazione “civile” (tutte da studiare): a] la Nostalgia di Itaca o il bustrofedismo: il richiamo al local, alla terra, alle tradizioni, alle origini, nel tentativo di trasformare la globalizzazione in glocalizzazione (con conseguenze pragmatiche spaventose) o b] la guerriglia metrica, i Deliri di controriforme: la nomadizzazione dell’artista, le strategie anarchiche del nascondi/colpisci/nascondi, l’accendere la miccia dell’implosione della globalizzazione secondo tattiche ironiste [territorio, Hic sunt leones, da esplorare] o c] …. Le conseguenze della nostalghia sono state esaminate a fondo (nuove teorie glocalistiche); sono ancora sotto esame le conseguenze della guerrilla metrica. Poi saranno le scienze storiche – a babbo morto- a misurare l’incidenza delle neon-avanguardie, delle nostalghie, di ogni …

    • Eppure ci sono poeti, anche da noi, che vivono diversamente il moderno, che dicono della terra senza alcun ritardo. Come Luigi Manzi in Fuorivia…

      • Pasquale Balestriere

        Se qualcuno tra i commentatori del blog vuole sapere qualcosa di più su terra, vino e relativa poesia, scriva a questo indirizzo: pasquale.balestriere@libero.it. Gli invierò come allegato-mail una mia plaquette che si intitola “Del padre, del vino”. Non si sa mai, potrebbe scoprire un altro mondo …
        Pasquale Balestriere

        • Gentile Pasquale Balestriere,
          ho scoperto questo affascinante mondo campestre con gli occhi incantati di bambina in un periodo storico in cui si doveva fuggire dalle città.
          In circa due anni scoprii il ciclo naturale delle stagioni e il lavoro degli uomini per coltivare la terra e raccoglierne i frutti: la mietitura, la vendemmi e la pigiatura dell’uva nella “navicella”, come si usava nella mia regione.
          “Le opere e i giorni” di Esiodo e le “Georgiche” di Virgilio mi hanno fatto rivedere questo mondo nei lori versi immortali.
          Aggiungerei volentieri la sua “plaquette” ai miei libri e ad alcune mie poesie giù pubblicate come “Vigneti”, “Vendemmia d’altri tempi”, “Sogno in un meriggio estivo”, “Campi di papaveri” (come nel dipinto di Monet) e altre. Le scriverò all’indirizzo indicato. Grazie.
          Giorgina Busca Gernetti

      • Giuseppe Panetta

        Fuorivia (Edizioni Ensemble, 107 pagine, 15 euro) raccolta delle poesie più recenti di Luigi Manzi, terzo volume della collana “Erranze” diretta da Gëzim Hajdari.

  26. caro Ivan,

    prima di lanciarti in teoremi sappi che alcuni anni fa è stato scoperto lo scheletro di un ominide vissuto circa un milione di anni e mezzo fa che recava un foro in fondo all’ugola, il foro dove negli esseri umani e solo negli esseri umani passa la lingua, quel foro che hanno solo gli esseri umani, i soli a poter emettere suoni umani secondo un amplissimo spettro di modulazioni. Questa è stata una scoperta scientifica che ha rivoluzionato tutte le teorie linguistiche e antropologiche, ovvero, si è preso atto, da parte del mondo scientifico, che quell’ominide aveva una voce umana che poteva modulare in uno spettro amplissimo di modulazioni.

    Quindi che la Voce sia precedente alla costituzione di una Lingua è un fatto scientifico accertato, non una mia ipotesi mistica. Né tantomeno entrano in gioco le teorie di Dio è morto, gli immanentismi è quant’altro.

    Infine, quando parli in modo quantomeno bizzoso e brioso della categoria del “requiem” che io utilizzo in merito alla poesia di Hajdari, dovresti documentarti sull’abbondante letteratura in proposito a cominciare dalla raccolta “Requiem” di Anna Achmatova. Inoltre, pensare che la categoria del requiem vada fuori moda o che sia stata superata da non so quali altre più moderne categorie, non so che tipo di pensiero sia… un pensiero non abolisce l’altro, i pensieri non si annullano a vicenda…

    • Ivan Pozzoni

      Caro Giorgio, i reperti archeologici antecedenti a tale reperto, certamente, non avevano il famoso foro. Però avevano tutti un cranio, e avevano tutti due mani (come faceva notare, quasi a metà del secolo scorso, Arnold Gehelen). L’Umwelt, l’animalità carente, svilupparono nell’ominide mani diverse, menti diverse, voci diverse da ogni altro animale non-umano. Quindi avremo una Mente originaria, una Mano originaria, una Voce originaria, da sostituire a Dio? La Mente originaria, ipostasi di ogni singolo habitus di pensiero, la Voce originaria, ipostasi di ogni singola lingua, le Mani originarie, ipostasi di ogni singola gestualità? O, in una visione correttamente olistica dell’organismo umano: un Organismo originario, insieme continuativo delle relazioni tra tutte le ipostasi, somma ipostasi, cioè un Dio trascendentale? Che l’apparato fonoarticolatorio sia un antecedente condizionale alla creazione di una Lingua, è lapalissiano. Che dalla formazione di un apparato fonoarticolatorio si tragga una categoria trascendentale (Voce, con la v maiuscola, segno di ipostasi), è mossa azzardata. Non sto sostenendo, inoltre, che la categoria artistica del Requiem sia anacronistica: asserisco, semplicemente, che diventi anacronistica nelle mani di Hajdari. Probabilmente, in altre mani, riesce a trasformarsi in un medium di lotta civile efficace. La mia opinione è che ciò avverrà in futuro, nelle mani di un artista non ancora affermato. Le ricerche di sociologia dell’arte, infatti, tendono ad anticipare ogni avanguardia artistica.

      • caro Ivan,

        se ti dà fastidio la “Voce” con la V maiuscola, nulla vieta di metterla in minuscolo; e poi: tu parli di “categoria trascendentale” a proposito della “Voce” e che il “Requiem” è “anacronistico”; ma queste sono tue interpretazioni-valutazioni di ciò che io e la Canciani andavamo dicendo: stavamo dicendo che “noi oggi abbiamo le parole ma non la Voce”. Nel concetto di “voce” non mi sembra di dire cose trascendentali o astruse o mistiche, semplicemente che nella poesia contemporanea europea e italiana spesso manca la “voce”, ci sono parole, a miliardi, ma manca la “voce”, quella “voce” che invece a me sembra che sia presente nella poesia di Hajdari. Ma se tu non percepisci quella “voce” e invece percepisci la “voce” di Magrelli, ciò significa che abbiamo due percezioni diverse. Può anche darsi che Magrelli sia un poeta gigantesco e che io non abbia degli organi auditivi adatti a percepirne la “voce”, ma può anche darsi che sia tu a non avere organi percettivi adatti ad udire la “voce” di Hajdari.

        • Ivan Pozzoni

          Caro Giorgio,
          Chiarissimo tutto. Condivido, anche se mi appare, a little, come il discorso che fanno i miei amici cristiani: il fatto che io non senta la “chiamata” non è attribuibile, magari, al fatto che nessuno chiami; è certamente attribuibile al fatto che IO non abbia l’attitudine a captare la “chiamata”. Quando ti segnalo che stai usando categorie trascendentali, in senso kantiano (cioè tra il trascendente e l’immanente), non ti accuso di scrivere boiate o sciocchezze (non lo affermerei mai: tu difficilmente ti lasci andare a scrivere in scia alla reazione emotiva del momento). Mi sono limitato a rispondere alla tua asserzione: “Quindi che la Voce sia precedente alla costituzione di una Lingua è un fatto scientifico accertato, non una mia ipotesi mistica” (il concetto di Voce diventa un trascendentale, se usato in frasi come: “È un atto di fedeltà alla «Voce» contro tutti i rumori della simil-poesia che distorcono e snaturano la natura della poesia (G. Linguaglossa)”. Scrivere Voce o scrivere voce non è senza conseguenze teoretiche, come non è senza conseguenze scrivere Dio o scrivere dio/dei. Io non ho nessun fastidio a che tu scriva “Voce”: in base al tuo discorso (con-testo), ne segnalo i fondamenti teoretici, ammantati di trascendentalismo, che io non condivido. Per me non esiste una «Voce», esistono miliardi di voci, che dovrebbero concorrere, tutte insieme, a creare una «democrazia universale della comunicazione». Non è anacronistico il “Requiem”: è anacronistico Hajdari. A meno di identificare Hajdari con un requiem. 🙂

  27. Giuseppina Di Leo

    Bah, caro Ivan, oggi più che mai tornare alla scrittura “alla maniera dei buoi quando arano”, mi sembra improbabile, non foss’altro che a mancare non sono tanto i buoi quanto gli aratri… Per la nostalgia o nostalghia, come dir si voglia, perché farne un mostro? Esiste. E ne siamo vittime in qualche modo.
    Avrei un domanda: ma tutto questo che c’entra con Haidarj e la sua poesia?
    Può legittimamente non piacerti, come, a quanto pare, non piace alla metà dei frequentatori di questo blog, ma, domanda: stiamo facendo un referendum? Dal mio punto di vista, ciascuno di noi decide liberamente con la propria testa (e con tutto il resto) poeti e poesie a lui più affini.
    Importante è questa autonomia… né si sta proclamando nessuno poeta subito. Il tempo resta sempre un gran maestro.

    • Ivan Pozzoni

      Carissima Giuseppina, sentendomi scrittore civile (non poeta, anche se so di fare arrabbiare Giuseppe), in ogni mia ricerca, di sociologia dell’arte, di letteratura, di storiografia, di teoria del diritto, ho un chiodo fisso (come i paranoici). Investigare tutto il contesto della πόλις, della civitas, della comunità. Lo faccio in sociologia dell’arte, con rassegne e antologie socialiste; lo faccio in storiografia filosofica o letteraria, con saggi sulle suggestioni etico/giuridiche nella filosofia e letteratura; lo faccio in teoria del diritto, con l’analisi dettagliata delle istituzioni antiche e moderne; lo faccio con i miei modestissimi versi, con un’attenzione maniacale alla rivolta civile. Per me, comprendere, in estetica, in etica, in storia, in letteratura, in sociologia da dove nasce la solitudine dell’individuo e dove cade, si spezza, entra in crisi la “rete tutelativa” della comunità è il fondamento di ogni mio interesse teoretico; nella vita fattiva, invece, tento di comprendere una strategia tutta culturale di reazione al super-capitalismo nomade internazionale, che domina, distrugge interi stati, causa il crollo della dracma ieri e del rublo oggi. Quindi, dopo anni di studi matti e disperatissimi sui fondamenti della “politica” (come odio il termine “politica”), dopo anni di pubblicazioni internazionali volte a sciogliere il nodo baumaniano della fine della comunità, se mi dicono che esempio massimo di artista “civile” attuale sia Hajdari, mi incazzo moltissimo. Giuseppina, tu mi conosci: sai che mi incazzo a sproposito, e tutto, dopo una settimana, continua a scorrere. Hajdari, magari, sarà il maggiore “poeta” del nuovo millennio. Però, i suoi testi, di attuale non hanno niente, soffrono della malattia dell’anacronismo storico, e non mi convincono nella soluzione del ritorno alla terra. Per il resto, ognuno è libero di leggere, valutare, rimanere colpito da tutto. Non vedo nessuna sediziosità in Hajdari: vedo esclusivamente sedatività. Detto ciò, chiudo: non vorrei che i miei interventi fossero visti come un accanimento terapeutico su Hajdari, che non conosco, e che presumo ottimo individuo, serio, motivato, onesto.

      • Ivan Pozzoni

        *** sostituire a “nella vita fattiva, invece, tento di comprendere una strategia tutta culturale di reazione al super-capitalismo nomade internazionale” con “nella vita fattiva, invece, tento di ELABORARE una strategia tutta culturale di reazione al super-capitalismo nomade internazionale”

  28. Ivan Pozzoni

    Poi, a sua coscienza, uno che si definisce e tollera che lo definiscano “poeta politico” (ecco, avvicinati, i due termini che amo di meno), è in grado di scagliarsi contro la corruzione dell’Atene di Pericle o contro il triumvirato di Crasso/Cesare/Pompeo o contro le malversazioni di Giulio II o contro il barbaro assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando. L’importante è che riconosca di essere un tantino anacronistico. Forse che, anziché contro il super-capitalismo nomade delle multinazionali, l’intellettuale moderno dovrebbe scagliarsi contro Chiang Kai-shek, e elaborare la strategia adatta, in versi, a liberare l’esercito sovietico da Stalingrado o Leonida dalle Termopili? 🙂

  29. Ivan Pozzoni

    Ah: e nella «democrazia universale della comunicazione» non ci vedo un male da esecrare; dovrebbe essere obiettivo assoluto e inderogabile di ogni intelle(a)ttuale tardomoderno, di ogni mente libera (libero = in equlibrio tra libertà e sicurezza sociale). Certamente, con le dovute cautele da attribuire alla necessaria ri-definizione dei termini democrazia e comunicazione, odiernamente usati a sproposito nel 97% dei casi! Chi ha Orecchio, oltre che Voce, mi ha inteso, con la sua/mia massima onestà culturale… 🙂

  30. Ivan Pozzoni

    Valerio, deborda!

  31. Valerio Gaio Pedini

    QUI STATE TUTTI DEBORDANDO.. iL PROBLEMA CHE TU EVIDENZI ESISTE, è OVVIO. mA IL PROBLEMA CHE EVIDENZIAI iN bENNI O IN ALTRI è COMUNQUE OVVIO. ORAMAI TUTTO è OVVIO! SE LEGGI LE CRITICHE SU IBS AI TUOI LIBRI, MIO CARO IVAN, TI DISCRIVONO COMO POETA POLITICO, CHE OFFESE, CHE ASSURDITà. MI SONO ERGO SCOMODATO ED HO DOVUTO COREGGERE. pURTROPPO C’è CHI NON SOPRASSA L’EPOCA. CHI VUOLE TORNARE ALLA TERRA, ANCH’IO LO VOGLIO, MA LA MANGIO, LA DISTRUGGO, POICHé è L’UNICO MODO COERENTE PER TORNARCI. CHE PIACCIA O NO, ANCHE L’ESTRANEAZIONE è UNA SCELTA D’AMMIRARE. E PRIMA O POI TUTTI NE FAREMO PARTE. a 90 ANNI, FORSE. POICHé NOI VIVIAMO DI NOSTALGIA. PERò CHIARAMENTE DOBBIAMO COMPRENDERE IL MODUS VIVENDI DI UNA PERSONA, CHE POTEVA ESSERE ANCHE TERZANI, PER ARRIVARE ALLA SCRITTURA. iO NON SOPPORTO MAGRELLI, POICHé NON SOPORROTO IL SUO MODUS VIVENDI. COSì PER TANTI ALTRI. cOME NON SOPPORTO I BUONI. e I CATTIVI. aLMENO HAYDARI, NELLA SUA POESIA è COERENTE CON SE STESSO. e APPREZZO QUESTO. QUESTO NON SIGNIFICA CHE APPREZZI I SUOI VERSI, ANZI, TROPPE ANAFORE, MA LE HO USATE ANCH’IO IN PASSATO E IN MODO MOLTO PIù MELLIFLUO. hAYDARI NON è IL PGRANDE. CONOSCO POVERI DERELITTI SCONOSCIUTI MIGLIORI, MAGARI CON VITE DISCUTIBILI MA STILISTICAMENTE MIGLIORI. nEMMENO MAGRELLI è MIGLIORE. né BENNI. e’ QUANDO SI METTONO QUESTI MIGLIORI, CHE SI DIVENTA SCADENTI.eRGO SPERO CHE MAI NESSUNO MI DICA MIGLIORE.

  32. antonio sagredo

    Come l’inferno migliore
    sono io
    il personaggio tarato
    come una marionetta baciata dal caso.
    —————————————-
    Inaudito colpire 71 anni di parole
    bruciate dall’insonnia sonora,
    quasi la vita dei poeti fosse
    una gara per il loro epitaffio migliore.
    ————————————————
    Eppure compresso come sono
    sono il migliore tra voi,
    poeti lecchini!
    Un vino giovane ha un antico languore:
    è carne nel crivello dei suoni!
    Io mi rifiuto comune:
    sono un grande istrione, come Adus,
    impiccato all’albero della conoscenza,
    l’Affamato di versi sonori
    l’Inventore di parole propellenti.

    1969/1970/1971
    ————————————————-
    Dalle soglie ai portali l’anima eretica ci spia
    col suo sguardo di corsaro… guercia sarà la preda!
    Questo secolo non sarà migliore del trascorso:
    i massacri saranno il nostro pane quotidiano.

    Le Madri senza fede né speranza spolperanno
    i figli prima d’una condanna o una guerra.
    Il boia cercherà invano gli occhi di un poeta disossato
    o lo sguardo impietoso d’una carcassa che t’accusa.

    Non esiste un Nulla che mi conforti, il resto è Delirio!

    2003

  33. antonio sagredo

    Sagredo annuncia la morte di Marcello Mariani…

  34. Trovo che il dibattito si sia fatto alquanto stucchevole.

    • Ivan Pozzoni

      Caro Falvio, se ti stai riferendo a me, come non credo, mi limito a segnalare come io stia cercando di argomentare la mia opinione sulla anacronisticità di Hajdari (senza nessuna offesa all’uomo o all’artista) e sul mio scarso gradimento, servendomi di motivazioni sociologiche, filosofiche, antropologiche, storiche, aldilà dell’estetico mero. La mia opinione è, io che ho sempre odiato le c.d. stroncature, che ogni volta che mi accada di introdurre una lievissima bocciaturina, sia mio onere staccarmi dal “de gustibus” e discutere su un artista in base ai fondamenti teoretici e pragmatici della sua attività. Per me ogni artista è un documento storico, prezioso, da interpretare con molteplici metodologie, come ci toccherebbe fare se stessimo interpretando il trattato di Cateau-Cambrésis, un epicedio (ὲπικήδειον μέλος) delle Silvae di Stazio, un grafico sulla composizione della didramma siracusana o i tratti dell’ambiguità franco-inglese che condusse Mussolini a credere di avere il diritto di invadere impunemente l’Etiopia (antecedente storico alla disastrosa costituzione dell’asse Roma-Berlino).

  35. antonio sagredo

    anche la Morte è stucchevole, specie quella degli “sciocchi, con cui non entro in discussione” (Puskin)

  36. Giuseppina Di Leo

    Carissimo Ivan, perdona il ritardo della risposta, ma mi è stato impossibile farlo prima.
    Innanzitutto ti do merito di quanto dici a proposito della ricerca che conduci nei vari campi, poesia inclusa, e questo non fa che andare a favore del fatto che siamo amici da molto tempo.
    Il fatto che ci troviamo in disaccordo su un poeta come Haidarj non mi sorprende molto, si può divergere, come in questo caso, anche su ciò su cui ci battiamo. Perché trovo che i temi come la conoscenza, l’avversione al sistema e alla miseria umana, di cui tu parli, sono quegli stessi contro i quali si batte lo stesso Haidarj. Tu non ne sarai convinto, per questo ti riporto parte di una email ricevuta dal poeta qualche mese fa.
    Ci tengo a sottolineare di aver apprezzato la sua poesia molto prima che ne leggessi su questo blog: esattamente nel 2012 trovai on line un canto, tratta da I canti del nizàm, che mi colpì particolarmente per la sua ‘densità’.
    Probabilmente il poema del post contiene alcuni versi che andrebbero rivisti ma questo, a mio avviso, è irrilevante come dato. Il testamento spirituale di cui ho detto sta nella capacità di Hiadarj di immergersi totalmente nella dimensione dello straniero, perché egli è (si sente) tale. E di fronte a questo, ma non solo a questo, scusa Ivan, non ci riesco proprio a restare insensibile.

    Ecco cosa mi aveva scritto Haidarj a proposito di ciò che per lui significa e rappresenta fare poesia. Si tratta di un passaggio molto breve, ma altrettanto significativo:

    “la poesia dovrebbe essere proprio un fiume che cammina, viaggia e rigenera l’essere. La buona poesia vive fuori dalle gerarchie letterarie ufficiali…”.
    Gëzim

    Penso di aver risposto solo in parte alla tua, mi auguro comunque di aver centrato il senso della tua domanda.
    (qui ci andrebbe una faccetta sorridente, ma non sono così brava come Ambra…)
    Giuseppina

    • Ivan Pozzoni

      Cara Giuseppina, onde fare chiarezza definitiva: io non considero Hadjari un cattivo artista, o un artista mediocre. Lontana da me ogni forma di definitiva stroncatura, in nome del mio assoluto ideale di «democrazia universale della comunicazione». Ho spiegato, a mia mera opinione, servendomi di dati tratti dalle scienze antropologiche e sociologiche e storiche, i motivi secondo cui io ritengo i versi di Hajdari, ove intesi come versi “civili”, “politici”, anacronistici e sedativi. Probabilmente, a mio dire, i versi di Hajdari di schiantano contro un bersaglio inesistente e ne restano tramortiti. Poi, al di fuori della critica sociologica e storica, ammetto, il costrutto formulare ridondante dei versi di Hajdari riportati da Giorgio, che ricorda molto i costrutti del guslar o lahutar slavo di Milman Parry, mi assopisce e annoia, spingendomi a tutto fuorché a una reazione in-civile o alla guerrilla metrica. Tra Hajdari e l’artista “civile” attualizzante corre la differenza che c’è tra la tradizione “omerica” e Archiloco di Paro, tra Stazio e Marziale, tra le Chansons de Geste e Villon.

  37. Giuseppina Di Leo

    Caro Ivan, restare ai fatti è essenziale, sfondi una porta aperta.
    La questione della veridicità dei versi di Haidarj (dal mio punto visuale) e quella dell’anacronismo che tu ci vedi, sono il frutto di due punti di vista differenti su di uno stesso autore. Vivaddio, dico io. Significa che siamo liberi di esprimerci come meglio crediamo.
    Ma, mi chiedo anche (e parlo per me, che non faccio parte della categoria dei critici): si può formulare un giudizio critico sulla base dei gusti personali di semplici lettori? A me sembra che, così facendo, io stessa stia facendo torto non soltanto all’autore in questione, quanto a chi ci legge e probabilmente a noi stessi, tenuto conto altresì che non si può essere ‘critici della contemporaneità’ (Lalla Romano). (Il tempo è un gran maestro, dicevo in uno dei commenti sull’argomento).
    Altrettanto ingiusto trovo anche questo tuo voler tradurre la poesia in un fine pratico, ‘attualizzante’, concetto peraltro, dal quale metteva in guardia Andronico, uno dei primi ‘traduttori’. Ma non vorrei piccarmi di conoscenze che non ho, se non in maniera molto aperta, e mi permetto di aggiungere, sempre in itinere.
    Giuseppina

    • Ivan Pozzoni

      Carissima Giuseppina, fortunatamente non mi sento un critico. Però sono uno storico e, come storico, attraverso i vari strumenti delle scienze sociali, cerco di registrare la storia (attività descrittiva) non-contemporanea e, attraverso lo strumento “predittivo” della sociologia, di ricostruire il corso futuro della storia contemporaneissima (attività descrittiva non attualmente verificabile). Da combattente del verso, da artista pragmatista, non riuscirei a non attualizzare (cfr. la mia ironizzazione del concetto di intelle(a)ttuale, intellettuale attuale) ogni performance artistica. Probabilmente, fuori da una concezione asettica (insostenibile) delle scienze storiche e, salendo in astrattezza, delle scienze tutte, ritengo che ogni interpretazione sia una attualizzazione (volontaria o involontaria): è la Geworfenheit heideggeriana a vincolare ogni attività ermeneutica ad un con-testo di esistenza. Il mio animo si scinde in ruoli culturali diversi: a] storico e b] artista civile e … x. Quindi, come storico, recepisco il documento Hajdari come anacronistico; come artista fattivo, rivoltante e rivoltoso, recepisco questi versi (non tutti i versi di costui, che non ho mai visionato) dell’artista civile Hajdari come sedativi. In entrambi i casi non sono in grado di enunciare verità: come storico del contemporaneissimo, poiché il vero/falso delle mie affermazioni è proiettato nel futuro; come artista civile, perché un artista civile trasmette emozioni o introduce norme (o descrive fatti servendosi di una descrizione molto impura, impregnata di emozioni/normatività). Quando interpreto i versi di Hajdari sono conscio di introdurre verità ad altissimo nucleo di impurità (secondo le recenti teorie “nucleiche” dell’interpretazione), confrontandomi col contemporaneissimo e col pragmatico.

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  45. Annie Seri

    Caro Giorgio,
    a mio modesto parere Hajdari a forza di fare il contadino della poesia è diventato un……
    imprenditore agricolo ,forse persino scaltro.Oh, naturalmente sono io che non capisco niente di poesia! Sul comodino ho Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini.Inorridisci?
    Simpaticamente Annie

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