Marco Onofrio Lettura di Giuseppe Ungaretti tra vocalità e immagine televisiva negli anni Sessanta. L’aspetto fonosimbolico della poesia di Giuseppe Ungaretti dalla “Allegria” al rientro nella Tradizione

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Commento di Marco Onofrio

Le apparizioni in video di Ungaretti cominciano negli anni ’60. A quel tempo “televisione” in Italia significa monopolio esclusivo della Rai, e questa, in quanto Tv di Stato, non ancora condizionata dalla concorrenza delle reti private, è in grado di privilegiare criteri qualitativi nella gestione del palinsesto. Con il democristiano Ettore Bernabei al timone (1961), la Rai plasma il mezzo televisivo in senso pedagogico e politico, come opinion leader egemonico, utilizzabile a fini di consenso. L’assenza di strategie commerciali salvaguarda la durata del prodotto culturale. Caso emblematico il programma L’Approdo, curato da Leone Piccioni e trasmesso a cadenza settimanale dal 2 febbraio 1963 al 28 dicembre 1972. Si tratta della trasposizione televisiva di una rubrica radiofonica della Rai, già rivista cartacea trimestrale pubblicata dalla ERI. Ungaretti è membro di un comitato di redazione sontuoso, che annovera nomi del calibro di Bacchelli, Betocchi, Bo, Cecchi, De Robertis, Longhi, Valeri…

È soprattutto attraverso L’Approdo che passa l’apparizione in video di Ungaretti. Fin dalla seconda puntata (9 febbraio 1963: a poche ore dal sessantacinquesimo genetliaco), la trasmissione dedica tributi di attenzione ad uno dei suoi maggiori garanti di dignità culturale. E certo Ungaretti – grande poeta e già universalmente noto – sembra adatto quant’altri mai ad incarnare lo spirito di un programma che si propone di coniugare qualità e divulgazione: sostanzialmente perfetto, insomma, per l’“iperdimensione” pubblica che il mezzo televisivo si appresta con il tempo a veicolare. Ungaretti? Conosciuto dalla gente, non solo dai letterati. La sua fama pubblica già consolidata gli garantisce l’autorevolezza e la credibilità necessarie per proporsi alla platea televisiva come “il” poeta; la televisione finisce a sua volta per estendere e approfondire questa fama oltre il riverbero banalmente rimasticato del «M’illumino d’immenso», sino a farne una sorta di mito vivente. Egli può così ritagliarsi uno spazio nell’immaginario collettivo ed essere identificato anche da chi non lo conosce, o non conosce la sua poesia, o nutre scarso interesse per il fatto culturale. È anche grazie alla Tv che Ungaretti assurge, anno dopo anno, alla statura di personaggio. Nel 1968, per esempio, traduce e commenta l’Odissea in Rai, e la gente comune, incontrandolo, lo scambia per “quel grande attore della televisione”. Qualcuno, più fantasiosamente, potrebbe anche immaginare che Omero stesso sia stato catapultato a parlare dagli schermi televisivi, tanto ieratica e autorevole appare la figura del poeta. Si era fatto crescere una barba bianca alla Hemingway, da vecchio lupo di mare, pur mantenendo accesi i suoi celebri occhi da bambino, enigmatici come quelli d’un gatto: un appeal nobile e umano, austero e familiare, in grado perciò di guadagnare piuttosto naturalmente il centro della scena, assicurandosi non solo il rispetto ma anche l’affetto dei telespettatori.

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

Ma la sua presenza nei programmi Rai non si limita a L’Approdo, giacché comprende anche diversi “specials” nel contesto di altre trasmissioni: sin dal “ritratto” di diciotto minuti che gli dedica Clemente Crispolti, trasmesso la sera del 7 luglio 1959. Sono appunto “ritratti”, “incontri”, “conversazioni” e “documentari” incentrati sull’uomo e sul poeta. Generalmente Ungaretti appare in video per recitare poesie, ma anche per esprimersi su certe questioni, rispondendo alle domande di un intervistatore; o per presiedere o ricevere un premio letterario; o per partecipare a un convegno o a un festival; o per incontrare gli studenti nelle scuole. Le riprese sono per lo più in interno. Ma l’occhio indiscreto della telecamera deve anche poter soddisfare le curiosità del pubblico, che vuole conoscere il poeta-personaggio nella totalità della sua sfera esistenziale. Ed ecco “Ungà” colto nel privato quotidiano, ripreso a passeggio per Roma, lungo il Tevere o tra le rovine di Caracalla, o nell’avita Lucca, o a parlare al tavolino di un bar, o a casa con accanto la nipotina… Il caso più tipico è offerto dal poeta nel suo studio mentre recita versi. Nelle immagini televisive lo si vede seduto in poltrona, inquadrato a mezzo busto, in primo piano. Non accompagna la lettura con gesti delle mani, che sono occupate a reggere il libro. La performance vocalica è doppiata da smorfie espressive e dal movimento degli occhi. Di tanto in tanto li alza dal libro verso un punto immaginario, in alto alla sua sinistra. Lo sguardo è intensamente visionario, inciso nelle rughe di sofferenza che lampeggiano sul volto per l’ansimante scansione sillabica dei versi. È come se scorgesse, fuori di sé, una sorta di oggettivazione simbolica delle parole che pronuncia; o le parole stesse gli nascessero spontanee, per la prima volta, dettate da ciò che “vede”.

montale e il picchio

eugenio montale e il picchio

Quando legge ad alta voce le sue poesie, in televisione, o in pubblico durante le presentazioni, Ungaretti può destare sospetti di istrionismo; in realtà non è un fine dicitore o un “attore” distanziato dalla materia, ma un uomo che soffre dal vivo, autenticamente –: che dona e spende tutto se stesso, e si ricapitola dalle origini, ancora una volta, ogni volta daccapo. Non risparmia nulla al “fratello umano” che lo ascolta: offre tutto ciò che può dare, anche ciò che ancora non sa di poter dare. La parola è vissuta nel sangue, in ogni sua fibra. Il pathos espressivo è autentico e per questo impressionante. Ungaretti arde all’improvviso come un tirso, e la sua fiammata non si lascia facilmente dimenticare. Sul viso gli si rende visibile una sofferenza, una pena effettiva, e a tratti un illuminarsi e vibrare che colpisce per sempre chi lo vede. È in definitiva un grande comunicatore, capace di bucare il silenzio o il teleschermo con i suoi sguardi profondissimi e la sua voce cavernosa e dolce, i suoi estri repentini e i suoi furori. Ricorda Francesco Paolo Memmo: «Aveva quegli occhi incredibili, scavati, che ti scavavano, quando lo vedevo in televisione; con una bellissima barba bianca, negli ultimi anni: lo ricordo, ad esempio, seduto accanto a un albero, su un prato, in un videoclip ante litteram, mentre Iva Zanicchi cantava una canzone evidentemente a lui dedicata» (ma Ungaretti stravedeva per Mina).

Della vocalità di Ungaretti si è occupato Emerico Giachery in un  breve e magistrale saggio, Ungaretti a voce alta (2008). Occorre premettere che ogni voce, nella sua grana originaria, ha per natura incorporato un destino di credibilità. La voce non è mai neutra, ma ha significato di per sé: è portatrice di un “valore” che prescinde dal linguaggio. Questo spiega perché un bravo attore, dotato di bella voce, è in grado di far apparire valida una poesia mediocre; o, viceversa, perché una poesia valida, o anche splendida, può essere completamente rovinata da una lettura scadente. La vocalità (grazie a cui il testo poetico viene eseguito, a mo’ di partitura musicale) abbraccia i poteri del significante – intonazione, accento, ritmo, interpretazione delle figure foniche e metro-ritmiche del testo – che, secondo la distinzione di Émile Benveniste, consentono al registro semiotico-denotativo di espandersi negli “armonici” del livello semantico-connotativo: la pienezza del senso poetico (ovvero la “significanza” epifanica del testo) scaturisce dalla coesione strutturale che incorpora i poteri del significante, sondati dalla voce, ai messaggi convenzionali del significato.

Giuseppe ungaretti mentre leggeIl linguista Giuseppe Paioni ha descritto in modo assai preciso la fonetica ungarettiana: il celebre “sillabato”, la nettezza degli iati, la purezza delle vocali e la variabilità della loro durata, «la vibrante rinforzata se associata a dentale o velare (…), ma senza asprezza, quasi che il suo ruolo simbolico fosse quello di virilizzare la dolcezza, senza abbandonarla (…), la sibilante preconsonantica o geminata allungata, come accarezzata (…), le nasali marcate a delimitare il prefisso»… Il sillabato ungarettiano cerca «la letteralità, le articolazioni naturali della lingua. L’effetto di questi eccessi, di questi timbri marcati è quello di astrarli, come se la voce ne accentuasse l’idea, l’evidenza, cioè di allucinarli». È un recitativo che frantuma il continuum vocale in un “salmodiare” rotto e sofferto, modulato su variazioni di volume e di altezza. «Né meramente illustrativa o espressiva né enfatica o al limite isterica, la performance ungarettiana si definisce essenzialmente come una drammaturgia sottile della parola, una “mise-en-scène” puntuale e allo stesso tempo lussuosa del testo e delle modalità con cui il testo e la sua ritmicità “lavorano” la lingua e i suoi significanti».

Peraltro, la lettura a voce alta di un testo è – già di per sé – un atto ermeneutico. Lettura e critica convergono: l’interpretazione vocale della poesia va intesa come «momento di sintesi e punto d’arrivo del processo interpretativo». E aggiunge, precisando, Giachery:  «Si tratta, entro un certo limite, anche di una sorta di lettura-confessione, e certo», per ciò che riguarda Ungaretti, «di una lettura che aiuta non poco ad intendere il suo modo di sentire, di vivere l’esperienza della parola, di scandire, spaziare, scatenare la materia verbale». Orbene, che rapporto intercorre tra la vocalità dell’Ungaretti performer e il presunto ermetismo della sua poesia? E anzitutto: che cosa c’è di realmente ermetico in Ungaretti, prescindendo ovviamente dalla classificazione scolastica che lo assomma – nella comune cifra dell’ermetismo – a due poeti molto differenti (anche tra loro) come Quasimodo e Montale? La poesia di Ungaretti è “ermetica” in quanto rende ampio lo spettro del senso e si apre alla libertà delle interpretazioni. Il lettore è coinvolto attivamente nella produzione del senso (cioè nell’attuazione di una fra le tante letture possibili) della poesia. Si legga, ad esempio, l’attacco di “O notte” (da Sentimento del tempo, 1933):

Dall’ampia ansia dell’alba

svelata alberatura.

Giuseppe Ungaretti alla Hemingway (1)Dove si noti il predominio fonosimbolico della [a], vocale di apertura cosmica a uno «smisurato orizzonte in ansia crescente di luce e di evento» (Giachery); ma anche l’ambivalenza di «alberatura», che può denotare sia (com’è più probabile) un intrico di fronde “svelato” dalla luce del nuovo giorno, sia gli alberi di una nave privata di vele, con gradienti simbolici successivi di identificazione del mondo (compatto divenire delle cose esistenti) in imbarcazione che attraversa gli «oceanici silenzi» del tempo, e a cui l’alba toglie le vele tenebrose della notte… Quanto più cresce, come in questo caso, la libertà interpretativa del lettore, tanto più il testo è “oscuro”, cioè ambiguo, polisemantico, non chiaramente determinato. La poesia di Ungaretti è “ermetica” anche nella misura in cui tiene nascosta la significanza, cioè il livello semantico globale che saprebbe – viceversa – renderla chiarissima. Per meglio dire: tiene la significanza accessibile soprattutto alla voce viva, attraverso l’operazione supplementare, successiva alla scrittura, della performance.

La performance ungarettiana, in particolare. Come un testo magico che suppone la tradizione di un rito vocalico, e solo in esso e per esso accetta di rivelare o riflettere il proprio segreto. La voce è il passepartout che permette di aprire le gabbie del segno, di entrare nel testo, di chiarirlo nella sua verità originaria. Il suono performativo della voce è un imbuto che ci porta nell’utero della poesia, dentro la cuna del senso. Oltre quest’utero si spalanca l’abisso del silenzio infinito che contiene tutte le parole, e ogni parola è l’imboccatura di questo abisso. La voce scardina l’ordigno della poesia, ne spiega le pieghe, ne svela i sottotesti, laddove urgono i significati più profondi e veri. Capiamo allora che l’oscurità era solo apparente: si trattava in realtà di un bagliore nascosto dentro la tenebra opaca dei segni. Il “senso” della poesia ermetica è come una candela accesa: si vede appena in piena luce, alla superficie della “forma”, ma risplende come un piccolo sole nel buio cavernoso dei sottotesti. Leggendo e ricreando drammaticamente la poesia, il poeta ci restituisce l’infinito che “non cape” nella forma, ovvero gran parte di ciò che avrebbe voluto o potuto dire. Ci comunica, usando linguaggi diversi dalla scrittura, i segnali e i sensi di ciò che la scrittura non dice, o dice oscuramente. Così facendo guida e controlla l’indirizzo della decodifica, introducendo un principio di determinazione già parecchio notevole rispetto alla libertà “aperta” del lettore solitario.

Giuseppe Ungaretti Soldati-in-trincea-Prima-Guerra-MondialeAttenua dunque il principio ermetico della collaborazione attiva del lettore: il poeta stesso, ora, legge per lui. Il lettore-ascoltatore, divenuto oggetto di fascino, dovrà “limitarsi” a rielaborare segni già incanalati verso una certa direzione del senso (così leggere ad alta voce è, appunto, interpretare). Ungaretti, leggendo la propria poesia in un modo tanto scenografico e ammaliante, è come se volesse “suggerire”, se non imporre, la decodifica originaria del testo, avendo a cura che si comprenda entro il raggio di una certa direzione. La performance rappresenta una forma di comunicazione totale, sicché «nel modo della lettura di Ungaretti, molte di quelle cose che sono sempre sembrate caratteristiche tanto della sua personalità quanto della sua poesia vengono fuori. Si affaccia a un certo momento una ricomposizione di tutto in chiave di possibile auto-teatro, e tuttavia il teatro è anche rivolto agli altri» (Zanzotto). Egli torna al punto di partenza, rivive le premesse dell’atto creativo, si tuffa di nuovo nel magma da cui è emersa la poesia.

Il testo scritto viene “fissato” dalla voce come textus ne varietur, come versione ideale e forma massima della potenza: la poesia risuona in armonia con le intenzioni originarie, sfiora il luminoso archetipo da cui la scrittura – pallida copia – proviene, de-finendosi in forma. E che la scrittura, forma immobile e incisa nello spazio, debba essere “fissata” dalla voce, mobile e vibratile nel tempo, testimonia sia la straordinaria potenza della voce (e non una voce qualsiasi, ma quella suggestiva di Ungaretti), sia la particolare qualità di questa scrittura, il suo essere preformata in vista della performance, scritta a mo’ di “partitura” da eseguire, dilatandosi ed esaltandosi nella voce. È una poesia che chiede giustizia alla voce, che insomma deve “suonare” per essere davvero se stessa. Nella lettura ad alta voce si produce dunque una forma di “variante assoluta”: la poesia vive autenticamente – nella pienezza delle sue potenzialità – attraverso un rito vocalico che la accende, e la fa palpitare all’unisono col ritmo interiore del poeta, mentre questi la rivive e la scandisce attimo per attimo, respiro dentro respiro, parola dopo parola. Non è difficile rendersi conto che questo è il modo del primo Ungaretti.

Giuseppe Ungaretti i-flood-myself-with-the-light-of-the-immenseDopo i versicoli dell’Allegria, distillati per quintessenza dal simbolismo francese ed europeo, il poeta rientra nell’alveo accademico della tradizione italiana: un certo sentire barocco, che gli appartiene per istinto e anche per cultura (traduce da Gongora, Shakespeare, Racine), viene travasato entro le strutture ormai “archetipiche” del petrarchismo (dopo secoli di codificazioni stratificate e sbiadite imitazioni). La “restaurazione” operata con Sentimento del tempo determina un sovrappiù di forma che ingorga, offusca e, da ultimo, porta fuori strada il percorso aperto dalla scintillante e davvero creativa novità del Porto sepolto. Che il modo originario fosse il più conforme e congeniale alla sua verità di uomo e di poeta, lo si capisce dal fatto che Ungaretti lo conserva, nel corso degli anni, come metodo di lettura performativa. Talché anche il verso lungo (e l’endecasillabo, in particolare) delle raccolte successive, viene destrutturato, nell’atto della lettura ad alta voce, secondo il modello dell’Allegria. Come a dire che l’autentico Ungaretti è e resta il poeta dell’Allegria, anche quando scrive e poi legge pubblicamente testi che distorcono o contraddicono quelle originarie implicazioni. Si prenda ad esempio, da Il taccuino del vecchio, lo struggente e disperato appuntamento d’amore, oltre i confini del tempo, che è “Per sempre”, del 1959, in memoria della moglie Jeanne morta da un anno:

Senza niuna impazienza sognerò,
mi piegherò al lavoro
che non può mai finire.
E a poco a poco in cima
alle braccia rinate
si riapriranno mani soccorrevoli.
Nelle cavità loro
riapparsi gli occhi, ridaranno luce.
E, d’improvviso intatta
sarai risorta, mi farà da guida
di nuovo la tua voce,
per sempre ti rivedo.

Giuseppe Ungaretti era interventista ma, di fronte alla morte ed alla distruzione, cambiò le proprie posizioni mostrando, attraverso le sue liriche, gli aspetti più ...Ecco come la poesia si trasforma, per una lettura televisiva, nella dizione ansimante e pausata di Ungaretti:

Senza niuna impazienza
sognerò
mi piegherò
al lavoro
che non può mai
finire
e
a poco a poco
in cima
alle braccia
rinate
si riapriranno
mani
soccorrevoli
nelle
cavità loro
riapparsi
gli occhi
ridaranno luce
e d’improvviso
intatta
sarai
risorta
mi farà
da guida
di nuovo
la tua voce
per sempre
ti rivedo.

Giuseppe Ungaretti 1Il metro viene spezzato dal respiro della voce, nella sua misura organica, perché emerga la verità profonda delle parole, incise – queste più che mai! – nella carne dell’esistenza, del dolore e della memoria. La pausa isola la parola nella sua densità semantica. Il silenzio accentua, per contrasto, il suono della voce: ne esalta la magia, la persuasività. La voce può così manifestare il percorso spirituale della parola, afferrandone l’eco remota. Ungaretti cerca di catturare, nella dizione franta, il ritmo nativo ed essenziale della sua poesia, lasciando affiorare il chiarore dei sottotesti e consentendo di significarne la “verità” (su tutte le possibili letture).

Anni erano passati, e vicende e tragedie Ungaretti aveva oltrepassato, evolvendo nel proprio percorso. Nuove opere, nuove ispirazioni, nuovi orizzonti. Eppure l’Ungaretti che recitava versi restava ancorato al tempo dell’Allegria, al modo di quel capolavoro, al bagliore folgorante del suo avvio. Era quella la voce “nativa” del poeta, ed egli fin da allora l’aveva conquistata, definitivamente, per sempre. Conservare così la voce più chiara, la più limpida, di cui era capace, gli serviva anche per sciogliere i grumi, le opacità della forma, nella vita pulsante della voce, dispiegata attraverso il rito divulgativo della lettura. Leggendola ad alta voce, Ungaretti estrae la propria poesia dal nodo semantico che ne racchiude il senso, dentro la profondità delle strutture. La poesia ermetica si “dis-ermetizza” nel fuoco liquido della voce. La poesia di Ungaretti, ermetica nello spazio bianco della pagina, cessa di esserlo nell’espressione totale della performance, nell’urgenza della sua vocalità.

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26 commenti

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26 risposte a “Marco Onofrio Lettura di Giuseppe Ungaretti tra vocalità e immagine televisiva negli anni Sessanta. L’aspetto fonosimbolico della poesia di Giuseppe Ungaretti dalla “Allegria” al rientro nella Tradizione

  1. Che il giovane Valerio Gaio Pedini impieghi il suo tempo e le sue forze a stroncare un umorista come Stefano Benni, lo considero un segno positivo e una speranza; che Feltrinelli stampi le modeste poesiole di Benni in edizione economica, è un segno dei nostri tempi. Si dirà che è il funzionamento dell’industria culturale: se il nome di uno scrittore va, bisogna pubblicare tutte le sue opere, anche quelle più opache. Però va anche detto che se un editore pubblica un autore mediocre (per ragioni di mercato e di strategie editoriali), il risultato è che toglie spazio (ipotetico) ad un autore di maggiore livello estetico ma privo di peso “politico” in quanto non autore di successo di pubblico.
    Per la poesia poi il problema è ancora più grave perché non c’è neanche il “regolo” del “successo di pubblico”. Facciamo un esempio: un autore di alto profilo poetico come Alfredo De Palchi, dopo 50 anni di presenza letteraria nella poesia italiana, ha rivelato proprio su questo blog di aver venduto solo 50 copie del suo libro di poesia «Paradigma» pubblicato con Mimesis.
    E allora il problema delle poesiole di Benni credo non esista, intendo dire che quelle sue filastrocche, tra il becero e lo scipito, restano quello che sono: delle esercitazioni letterarie di pessimo gusto che sostano per un attimo nelle librerie e finiscono nel nulla, come tutto il resto, s’intende.

  2. “E per ironia dico che questa è forse la più bella poesia che Benni abbia scritto e la più brutta poesia che Montale abbia pensato.”

    Valè. questa tua frase è più “poetica” di tutti i versi che ho letto in questo articolo!

  3. Ambra Simeone

    È vero che di questi tempi scrivere poesia è davvero un’impresa. Come dire che scrivere parole d’amore dopo Shakespeare non si può farlo se non con un sorriso beffardo alla Flavio Oreglio e qui Benni mi ricorda Flavio Oeglio 🙂 comunque se vuole far sorridere ci riesce benissimo, in fondo non è scritto su nessun manuale (che poi non ce ne sono) che uno scrittore debba per forza di cose essere serio o triste o angosciato sempre! Tutto ciò mi ricorda le parole di Umberto Eco sulla condizione di scrittore nel postmoderno:

    – Ma arriva il momento che l’avanguardia (il moderno) non può più andare oltre, perché ha ormai prodotto un metalinguaggio che parla dei suoi impossibili testi (l’arte concettuale). La risposta post-moderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente. Penso all’atteggiamento post-moderno come a quello di chi ami una donna, molto colta, e che sappia che non può dirle “ti amo disperatamente”, perché lui sa che lei sa (e che lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già scritte Liala. Tuttavia c’è una soluzione. Potrà dire: “Come direbbe Liala, ti amo disperatamente”. A questo punto, avendo evitata la falsa innocenza, avendo detto chiaramente che non si può più parlare in modo innocente, costui avrà però detto alla donna ciò che voleva dirle: che la ama, ma che la ama in un’epoca di innocenza perduta. Se la donna sta al gioco, avrà ricevuto una dichiarazione d’amore, ugualmente. Nessuno dei due interlocutori si sentirà innocente, entrambi avranno accettato la sfida del passato, del già detto che non si può eliminare, entrambi giocheranno coscientemente e con piacere al gioco dell’ironia. –

    (Umberto Eco, Postille a Il nome della rosa – 1983)

    • Valerio Gaio Pedini

      ho fatto sorridere di più io con il mio commento che la troiata di benni. Gli concedo di essere scrittore, non di essere attore. Né tanto meno di poter parlare di altro che non sia il bar.

  4. antonio sagredo

    Baricccooooooooooooooooooooooooooooooo! Dove sei!!!
    Così Carmelo urlava quando chiamava… Benigniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii… dove sei!
    Baricco? – È tutto per tutti i fessi lettori! Come, non hai letto Baricco? Sei proprio un ignorante!
    Ma se è qualcuno per quelli: per me è un altro comunque da dimenticare il più presto possibile.
    Qualche decennio fa lessi di costui, perché forzato da una poetessa che lo stimava non vi dico quanto!, una ventina di pagine: risultato: vomito! Altro nome: il Benni: stesso risultato? No! – è un vomito ancora più rivoltante: eguale al vomito di ratto di chi considera quelli dei versi!
    Giorgio: “il risultato è che toglie/tolgono spazio” a chi più vale di loro: non è così! – aumentano invece lo spazio (e il guadagno all’editore intanto) ai lettori che non sanno distinguere, che sono il 90% dei fessi… incapaci a far funzionare il proprio cerebro: il punto è che non hanno la minima idea di che cosa vuol dire: CRITICA! – e allora per i loro funerali io sono pronto come pochi altri…, lo è il critico GAIO che essendo giovanissimo e talentuoso è una speranza.
    Pochi come Pirandello si meritano la domanda (come negli anni ’70) PIRANDELLO CHI?- ma era la stragrande maggioranza dei lettori di allora (e anche oggi!) che non lo conosceva, e si chiedeva: PIRANDELLO CHI? – Quelli come me non se lo chiedevano nemmeno! Ma ora cari miei non vi impennate se vi dico, dichiaro, affermo ecc. che anche a me diranno un domani:
    SAGREDO CHI?

  5. Giuseppina Di Leo

    Ragionando per cliché Stefano Benni ha ragione di usare in poesia le banalità a cui, gioco forza, siamo costretti quotidianamente sotto varie forme, inclusi internet e la tele. In questo ambaradan mediatico il vero dilemma resta casomai capire a che gioco si vuol giocare.
    La poesia come puro divertissement è un dato di fatto, e Benni, in Il Poeta come altrove, ce lo dice attingendo a tutto il suo vasto repertorio, affermando, respingendo e riproponendo tutto e il contrario di tutto.
    Ma, ancora una volta, il dubbio che rimane in noi ‘pensanti’ è proprio quello di ‘capire’ se Benni “ce la fa” o “se ci è”.

  6. Le idee sono come le tette se non sono abbastanza grandi si possono gonfiare.

    il poeta è tisico e biondo
    il poeta è sempre suicida
    il poeta è un furbone
    il poeta è una sfida
    il poeta è una sfida
    […]
    il poeta è omosessuale
    il poeta è un santo
    il poeta è una spia

    Sono solo alcune citazioni dei truismi del Signor Benni. Qui non c’è bisogno di scomodare la critica per dire che queste poesiole di Benni non fanno né ridere né piangere, sono soltanto cose penose, dico penose per l’intelligenza media del lettore; ma dico di più: qui non c’è neanche traccia dell’industria culturale, perché se vi fosse traccia di industria culturale qualcuno dovrebbe dire a Benni che tali cialtronerie pseudo letterarie sono un insulto per la media intelligenza del lettore. Una volta l’industria culturale non aveva nessun interesse ad umiliare i pochi lettori rimasti, anzi, aveva bisogno di difendere il circolo di lettori residui per mere ragioni di mercato editoriale, ma il fatto che OGGI si pubblichino tali cialtronerie letterarie (non mi vengono in mente altre definizioni di queste cosucce risibili) fa pensare che ormai abbiamo superato da tempo l’epoca dell’industria culturale (a cui penso con nostalgia); è dagli anni ’80 che siamo entrati prepotentemente dentro l’età dello istupidimento generale: degli autori e dei lettori. Nelle nuove condizioni dell’istupidimento generale ben ci sta un personaggio alla Benni, io quello che stigmatizzo è come faccia Feltrinelli (l’editore de “Il gattopardo”) a razzolare in questo mare di volgarità e di banalità e, soprattutto, che interesse abbia a pubblicare tali sciocchezze visto che non funzionano neanche sotto il profilo delle vendite.
    Allora vuol dire che c’è un’altra ragione, che lascio ai lettori del blog indovinare.

  7. Valerio Gaio Pedini

    benni, a rari tratti, ha scritto di meglio, ma in prosa. questo invece è ovvio troppo ovvio. Ma anche il povero oreglio che vuol fare? chi è? l’anno scorso lo conobbi e gli feci un piccolo complimento per l’idea: ma dopo 250 poesie uguali i coglioni ti si irritano. Ambra, tu ben sai, che io ho fatto libri umoristi (a volte idioti),ma vi era una sottile filosofia di fondo anche british che qui non c’è.Però ammetto che Benni inizialmente mi dette qualche idea per la prosa lica. Ma ne abbiamo avuto uno di iperbolico chiamato Buzzati che si mangia qualsiasi alessandro e stefano in circolazione.

  8. Ambra Simeone

    Caro Valerio,

    come tu ben sai io non faccio critica né mi interessa occuparmene, l’ho detto e lo ripeto, cerco di constatare lo stato di cose, la situazione nella quale tutti ci troviamo a scrivere per piccole o grandi case editrici, con agganci politici o con nessuno. Per questo post ho voluto sottolineare la difficoltà dello scrivere in tempi post-moderni e l’ho fatto citando Umberto Eco. Quello che commento qui non lo ascrivo alla critica, vorrei invece regalare una chiave di riflessione, un punto di vista diverso! Tutto qui! E penso che tutti qui vogliano farlo.

  9. antonio sagredo

    Cara Ambra (Simeone), io non so cosa vuol dire post-moderno.
    “Per questo post ho voluto sottolineare la difficoltà dello scrivere in tempi post-moderni e l’ho fatto citando Umberto Eco.”
    Per questo io non so cosa vuol dire : “scrivere in tempi post-moderni”!
    Io so soltanto che al mio inizio c’era un caos che bisognava ordinare, un caos estetico ed etico, una forma che mi si muoveva dentro indistinta, ma essa stessa mi reclamava una forma unica e singolare, come dire una forma che ogni lettore (ideale, cioè estremamente intelligente ed acculturato) avrebbe subito individuato, facendogli esclamare: questo è Sagredo! – Mi ci son voluti decenni – il pubblicare per me non si poneva affatto – solo un amico-poeta spagnolo mi forzò a pubblicare – tradotto – per ben due volte! Era anche troppo: la forma si era già delineata, ma vicina al suo traguardo! Ora posso dire: va bene! Posso dire ancora consapevolmente : non ho rivali! – Posso dirlo e non sono stato mai un presuntuoso! Non ni davano fastidio certi famosi poetucoli: mi dicevo scrivete, scrivete… tanto dovete fare i conti con me! Questo lo stato della mia consapevolezza! E non mi importa affatto se sono fuori strada: mi hanno chiamato in tutti i modi, e ancora non ho finito! Non godrò la mia fama un domani: troppo tardi! Ancora non esiste il critico capace di individuare le mie fonti! Tutti si fermano alle prime difficoltà! Ma sono sicuro che prima o dopo giungerà e che sarà così capace da realizzare la mia apoteosi: bontà sua! – Troppo tardi s’accorgeranno di me! Io me ne sarò già andato, anziano ma accolto dalle “leggende giovani”!
    n.b. : nota le date dei versi e la differenza stilistica.
    ———————————————-
    Eppure compresso come sono
    sono il migliore tra voi,
    poeti lecchini!
    Un vino giovane ha un antico languore:
    è carne nel crivello dei suoni!
    Io mi rifiuto comune:
    sono un grande istrione, come Adus,
    impiccato all’albero della conoscenza,
    l’Affamato di versi sonori
    l’Inventore di parole propellenti.

    Cosa conservate della carne-parola
    diroccata come un muro di guerra?

    Ricordate soltanto un passato remoto di sterco.

    Elevarsi al di là del principio del Verbo!
    Amare fino a leccare le piaghe d’amore dei poeti!
    Un cimitero di versi non invecchia un poeta!

    Nel Verbo genesis al di là dei quasar
    si spargeranno parole sulle strade
    come secoli dalla tasca del Tempo,
    ma sulla Tavola dei Numeri resterà una Rosa!

    a.s.
    Roma, 23 maggio 1971
    ——————————————————
    sangue e burattini

    Quel tramonto che portai a casa irreversibile e interdetto
    – ovunque c’era sangue che crollava in clessidre inattuali –
    si distese in quel che sarò con tutto il mio arcaico presente,
    e nel canto che era un Nulla senza di me dalla Terra alle sfere.

    Quando non ebbi la verità perché tutto sapevo delle dita dei pupari
    e dei legnosi eroi, come il clarinetto di Scott eruttai il sinuoso ebano
    salmodiare delle gesta con colate di suoni.. erano i fili delle marionette
    che in via Bara degli Ulivi generarono Angelica e Marfisa.

    E a Palermo tra spasimi, marie e maddalene, le lanterne monatte
    marcavano crocicchi, numeri letali e tarocchi – e in fila, e nei tribunali
    le istanze disattese e le oculate grida di Eletta… tragica, esoterica
    era fetida e infetta la città, dolciastra di sangue e gelsomino.

    Sulla tela che invano divora le mie pupille disossate il sangue e le stoccate squassavano i burattini, e sui fili perline e lacrime cantavano
    un te deum inascoltato per il trionfo di una fine d’anno e celebrare
    tra i ceri le liturgiche ore, le sperticate lodi e i ringraziamenti.

    Antonio Sagredo
    Roma, 14 nov. 2014
    ———————————————————
    Non ho bisogno di una critica, ma di lettori che si lasciano trascinare dal flusso di una sorta di musica che ha in se stessa la forma-contenuto, e che questa musica non agevola affatto la conoscenza, ma il CANTO di certo!

  10. Ilmiopesciulin
    Halascoliosi
    Ilmiopesciulin
    Halevenevaricose
    Ilmiopesciulin
    Oggilo operano di cataratta
    Poveropesciulin
    Devedimagriretrentasettechili entrosettembre.

    Ilmiopesciulin
    Affoga nellabocciatonda
    Ilmiopesciulin in due parole
    Affonda
    Gira come unpazzo tuttotondo
    Nonhabuoni rapporti conilresto del mondo
    Il mio pesciulin
    Staiavedere che ora mi simette a morire
    Mitoccheràdi accompagnarloin unsilenzio rispettoso
    Al cesso
    tenerlo inerte per la pinna
    sollevando lentola tavoletta del wc
    Dirgli
    hastalavistapesciulin

    bella fine di merda

    Flavio Toccafondi

  11. Ambra Simeone

    Carissimo Antonio,

    qui non si parla di lei o meglio non solo. Qui si parla di un tempo storico denominato da molti postmoderno è un po’ come alto medioevo o basso medioevo o gli anni di piombo e via dicendo. Il postmoderno non è una categoria estetica né una corrente artistica perché in realtà in questo periodo ogni corrente artistica è valida, non solo ma si mischia alle altre, una mistura di stili che rende purtroppo molto difficile il lavoro del critico, ma anche del poeta o scrittore. Ma non c’è bisogno che io spieghi queste cose a lei, le spiego magari il mio punto di vista. Anche io quando scrivo penso solo a scrivere, ma devo ammettere che il dubbio me lo pongo, sarà che non sono cosi sicura come lei di aver raggiunto il mio massimo e a dire la verità penso che se lo rangiungessi non avrei proprio nessun bisogno di scrivere più! Spero che trovi un lettore alla sua altezza! 😀

  12. antonio sagredo

    Tutti i lettori – ma intelligenti e disinteressati sono alla mia altezza …. ma non basta: ci vuole la passione “divorante”, e nemmeno questa è sufficiente… ci vuole il DUENDE !!!!!!!… ci vuole? No! O si ha o non si ha!
    Il duende è quella energia costruttrice-distruggitrice, di cui lo stesso poeta non sa l’entità, poi che è alla sua mercede… ne sanno i poeti spagnoli… Lorca ne scrisse qualcosa, Damaso Alonso, Ramon Gomez del la Serna (se di questi trova un suo testo “Seni” … ne avrà un esempio), lo stesso Antonio Machado, i grandi toreri ce l’avevano!… ma il duende non è solo caratteristica spagnola, lo è di tutti i poeti investiti (o sovrastati) da questa energia! –La ringrazio A. S.
    Nb. ma sono sempre deluso che pur riconosciuto, nessuno mi commenta! Forse è colpa mia!

  13. Valerio Gaio Pedini

    quei versi già li comentai io

  14. antonio sagredo

    Caro Gaio, so bene che li hai commentati. Ma permettimi che anche altri lo facciano. ————————- Gentile Almerighi, so bene che questo post è in “onore” di Benni, ma se ha letto bene il mio intervento…. questi non esiste! O almeno ha una tale valenza trascurabile che è pari alla sua amizione di posederla!
    Ossequi a tutti e grazie…
    e permettetemi una mia assenza non so quanto duratura.

  15. Ivan Pozzoni

    Sinceramente, in Benni, trovo molta cialtroneria, e allo stesso tempo trovo molta ironia. Alcuni testi sono terribili; altri sono – ad una lettura non superficiale- molto caustici, e ironici. A differenza di molti nostri contemporanei, che ci sfottono di nascosto, celandosi, novelli Tommasi da Celano, dietro a versi trasformati in versetti, Benni, almeno, ci sfotte vis a vis, come un comune mascalzone da trivio (artes sermocinales).

    IL CIELO
    (una poesia inedita di Eugenio Montale)

    Il cielo mi dite, ma cos’è il cielo?
    Forse la tenda azzurra che sovrasta
    Pattume di sogni e di idee frattaglia
    Dove zirla il tordo e l’aereo fracassa
    Dove nuvole s’imbrancano e fan schiera
    Come zinzelle d’intorno alla lumiera

    Marziani, mi dite: ma cosa me ne importa?
    Quale in estate di Rapallo africosa
    Raccoglie il mar da terra paccottiglie
    Cocomeri, hatù, carte e bottiglie
    E porta alla deriva verso il largo
    Ogni merdaglia di condominio e albergo
    Tale la terra, stronzo solitario
    Galleggia tra le stelle in gran mar d’aria

    Un ufo, dite, un ufo? Ma io sono stufo.
    Guardo la redola nel fosso, in su la rena
    Corrente sorvolata di libellule
    E mentre l’allarme antiaereo suona
    M’addormento in poltrona

    [Questa avrei voluto scriverla io]

    • Valerio Gaio Pedini

      beh, Benni non l’ho mai attaccato per l’ironia, quando è credibile. risi anni fa. Poi lo rilessi e sbadigliai. Come farei con Oreglio. Benni fa ironia, ma che almeno non venga considerato un grande intelletuale, un luminare, che oltre alle barzellette non ha mai scritto. Vedessi come tratta i giovani scrittori, grindandogli adosso e via dicendo. E’ una finta ironia. E’ una bella maschera. Ma Benni come persone è odiosa. ma non solo quello. Non faccia corsi di lettura, non sa leggere! Non è un attore!è una frana. belli suoi bar, ma il resto? Come Crozza, ridicolo lui, come persona.

      • Valerio Gaio Pedini

        difatti ho detto che è la migliore poesie di benni e la peggiore di montale. Conosco la tua ironia, Ivan e la stimo. Quella di benni invece è spicciola. A parte in satirone che con dell’epigonismo esce qualcosa. XD

      • Ivan Pozzoni

        Bella l’idea della finta ironia! L’ironia, etimologicamente, trova origine nella finzione, essendo εἰρωνεία, cioè contrario esatto di ogni δόξα. La finta ironia, dunque, sarebbe una vera δόξα, cioè una ἐπιστήμη. Giorgina, soccorrimi, non riesco a dipanarmi nella differenziazione fatta da Valerio tra vera e finta ironia.

  16. marcello mariani

    mbah! – faceva meglio il Montale a continuare a fare barchette di carta, come in effetti faceva quando discuteva di poesia con il Bene Carmelo, che lo apostrofò non recitando mai un suo verso, preferendo Campana.

  17. Ivan Pozzoni

    Campana, si sa, ha un certo ritmo: din, din, Dino. Il ritmo che manca a Montale.

  18. Valerio Gaio Pedini

    bruciate, non sfottete. Sfottere è troppo facile. Se lovessi potrei sfottervi tutti, ma non lo faccio. Non mi conviene. mi sono fatto sfottere per anni ed ho compreso una cosa: sfottere è ovvio. Ma se un bel giorno prendi un accendino e bruci quelli che ti sfottono, non aspettandoselo, loro non ti sfottono più.

  19. antonio sagredo

    Bruciare i canti sazi
    stanchi del poeta
    e leccate la calvizie
    di teste coronate
    in serie
    come gaie capre nei recinti.

    a. s.
    1968
    ——————————–

    Me ne fotto del millennio che viene,
    dei passati e futuri struggimenti!
    Me ne fotto di tutti i poeti legati alla storia,
    alla vita, al quotidiano di(s)mettere i canti!

    Perdonatemi, sulla mia maschera
    non cercate sguardi addolciti
    ma afflizioni, brandelli posticci…
    oscure evanescenze barocche
    mutate in presagi, cedimenti, prodigi!
    Cercate bacche scarlatte, abbecedari!
    Requiem affetti da tosse canina,
    lingue ferine che frugano con denti
    mastini l’antica insolenza del cuore.

    Come si fa ad essere presenti
    se si esiste?!

    Forse che l’Appeso
    esclude dal patibolo le proprie parole
    o il boia s’infervora se la corda
    è tenace e non vuole più impiccare?
    So che gli angeli non amano gli Ordini
    se non hanno per coda un concetto divino,
    ma stragi, tormenti e scale
    per uncinare legioni di battiti d’ali.
    Sono quelli ovipari dalla spada onnisciente!
    ………
    a.s.
    1999

  20. Gabriele Fratini

    Gentile Pedini vedo che anche lei apprezza la poesia giocosa, in questo caso anche comica. Benni è un maestro dell’ironia che spesso è anche riflessione. Ottima lettura

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