TREDICI POESIE SCELTE di Pasquale Balestriere da “Il sogno della luce” e “Ultimo canto per il padre”

labirinto aleph

labirinto aleph

 Pasquale Balestriere è nato a Barano d’Ischia il 4/8/1945. Laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.
Ha svolto attività didattica nelle scuole secondarie superiori. Per un certo periodo di tempo si  anche impegnato in politica ed è stato eletto consigliere comunale di Barano nel 1975 e poi anche assessore.  Nel  2000 viene chiamato a ricoprire la carica di  Difensore Civico del suo Comune.

Opere di poesia: E il dolore con noi (Menna, Avellino, 1979), Effemeridi pitecusane (La Rassegna d’Ischia – Rivista Letteraria Editrici, Ischia,1994), Prove d’amore e di poesia (Gabrieli Editore – Roma, 2007), Del padre, del vino (ETS- Pisa, 2009), Quando passaggi di comete (Carta e Penna Editore, Torino, 2010), Il sogno della luce ( Edizioni del Calatino, Castel di Judica -CT-2011). Ha scritto saggi o articoli su argomenti letterari di vario genere, tutti pubblicati in rivista. Tra questi: Quinto Orazio Flacco (L’uomo, lo scrittore, il motivo simposiaco, il tema della femminilità); Uno strano amore (Note in margine al romanzo “Per amore, solo per amore” di P. Festa Campanile); L’orfismo di Dino Campana: nota interpretativa; Nell’Odissea la più antica testimonianza letteraria dei muri a secco “parracine”; Nitrodi, storia di un toponimo; La scrittura poetica di Giorgio Barberi Squarotti, Aspetti e motivi della poesia di Nazario Pardini; Arte e vita nella genialità rappresentativa di Michelangelo Petroni, detto Peperone; Lettura de  L’isola e il sogno di Paolo Ruffilli; Ricordo di Giuseppe Berto; Ricordo di Vittorio Sereni; Ricordo di Marino Moretti; Il trionfo della metafora nella poesia di Giuliano Avidano; Note in margine a venti storie d’amore (di Un’altra vita   di Paolo Ruffilli); Nota di lettura su Affari di cuore e Natura morta di Paolo Ruffilli; La poesia secondo la mia intenzione (scritto ancora inedito).
 

labirinto

labirinto

 

da Il sogno della luce

Divisione oculistica Ospedale Cardarelli di Napoli, un ottobre di pochi anni fa.

 

 

 

 

 

I

Già t’eri preparato a questa prova,
ad esser muto d’occhi,
quasi spento,
com’albero che vive per le foglie.

II
Qui senti solo lagni d’ambulanze
e muggiti-ruggiti d’aereo
ma alberi sfogliati hanno speranza
e presagio di gemme.

III
Nella rete caduto della rètina
chiedi luce ai sapienti
che invadono i tuoi occhi di colliri
e di fulgore artificiale e dicono
diagnosi severe.

Ora, antenna percossa dai marosi,
cerchi qualunque cala sottovento.

IV
Tu vedi come il grigio
prevalga sull’azzurro
nel rombo di città,
dove ai ritmi quotidiani presenze
presunte umane sempre s’affaticano.
Alto è l’albero grande della vita
buono solo per ali
e alti schiamazzi d’uccelli e di sole.
Giù ronza l’alveare,
formiche sbandano impazzite a mete
diverse, azzurre scolopendre vanno
con brusio fitto di zampe in oscuri
cunicoli. Angoli ciechi a gran voce
chiedono il sole.
Ma questa città
che dicono felice
sotterra i suoi dolori
con vacua frenesia d’impegni.
E ostende il suo sorriso, innaturale.

V
Sei nella rete anche tu, soddisfatto
d’avere in pugno una volta la vita
d’altri viventi -pesci e uccelli- ( tese
trappole e abilità fiocinatoria).
Sei certo nella rete,
t’ha catturato il grande cacciatore
o, se può consolarti, pescatore.
Tieni ferrea-mente,
aggrappati al miracolo/miraggio
di uno strappo, una rete
lacerata, la strada di salvezza.

Pasquale Balestiere 2014

Pasquale Balestiere 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

VI
E ti ricordo, padre, in questo suono
d’ampie campane, poco
prima che chirurgici ferri offendano
i miei occhi; e saresti – credo – qui
se vivo fossi (e forse
invisibile qui sei)
a confortarmi in questa dura prova.
Per me tu così parco di parole
tu temeresti. Padre,
in questo suono di campane, in questo
grigio mattino
mi sei vicino.
La tua memoria m’avvince con braccia
forti
e cuore gentile.

VII
I tuoi affetti siedono in un grumo
di telefonici contatti, mentre
attendi l’intervento della vita:
un po’ di fremiti più o meno intensi
strappati al vortice dei quotidiani
impegni. Poi si stendono le corde
del cuore, anche le tue, e tu sei solo.

VIII
Scandito secco passo che alla porta
appari e al rischio e al dolore mi chiami
– numero uno, in sala operatoria –
hai del destino il tempo inderogabile,
il ritmo necessario, ineluttabile.
Ma non mi trema il cuore, ormai persuaso
all’evento e volto al riacquisto della
l u c e .

Escher Maurits Cornelis Drago

Escher Maurits Cornelis Drago

IX
Non sa nulla di rètine e distacchi
il cacciatore ch’è fermo nell’alba
e con saldezza d’occhi buca il buio
e attende la beccaccia. Egli al più sa
di reti e di retìne
dove la libertà dell’ali affonda.
Per lui distacco significa il tempo
dall’alzata del cane
alla capsula percossa,
tra il colpo e la caduta della preda,
ed anche quello occorrente al riporto.
Distacco, certo, è riporre il fucile,
quando si chiude la stagione della
caccia e della vita, l’addio ai campi
di verdi aromi e loquaci silenzi.
(Oculos in lucem vertit venator;
mihi oculorum lux satis esset !)
Per ora, cieco cigno,
mi guido con le mani.

X
Ecco l’età dei sogni rinverditi
a fatica, degli impulsi sfocati,
della voce dell’anima arrochita.
Questo è anche il momento del raccolto,
dei frutti d’oro, dell’opimo sunto
di anni costretti in bisaccia, ma risi
o pianti, dunque vissuti (sebbene
m’informi il libro mastro della vita
che la colonna delle uscite vince
su quella delle entrate).
Anche per questo io non so più scrivere
d’amore, più non avvampa e dilaga
questo sgorbio di cuore
che però offre agli occhi spenti trionfi
di petunie e di spighe ancora verdi.
Forse è toscano questo vivo suono
della memoria che invade indicibile
ogni fibra e un po’ stinge
l’amaritudine incombente. Voli
rapaci chiudono cerchi, s’aggancia
l’alfa all’omega, a scorno dell’effuso
profumo di viole.

luna 3
XI
Sorga l’etrusco e confligga col greco
ch’è in me, sì ch’io meglio possa legare
di questa vita
i tralci.

 

 

XII
Il sole era soltanto un pane ardente
dell’orizzonte sul desco poggiato.
Radunava Giuseppe contadino
i suoi strumenti, ordigni della terra
e s’avviava a parlare con le viti.

Poi degli uccelli
caddero le note,
un soffio spense
ogni lume di sole
e tacque infine
il giorno della vita.

.
XIII
Quelli dei nonni sono volti avviati
al tramonto, son voci che si spengono
in un soffio,
figure
pronte a svanire
con pelle di cera.

Pasquale Balestriere

Pasquale Balestriere

 

 

 

 

 

 

 

 

Ultimo canto per il padre

Vorrei parlarti, padre, in questa notte
da questa nave che batte a fatica
le tenebre e ricerca un porto vero
dopo prove d’approdi, di conati
falliti sempre d’una piuma. Intanto
scorre il vento sull’èquore increspato,
grida un sottile silenzio, uccellino
di cristallo: perciò trabocca ancora
fiume di canto dagli argini della
memoria, note tristi che ravviva
l’arpa del cuore. Rivedono gli occhi
( o credono ) il mare verde del grano
e viti appese a sinuose colline
sotto cieli d’infanzia -azzurri, dunque-,
solerti al ruzzo passeri e fringuelli,
il tuo volto giocondo alla fatica.
Ed ora, d’oltre il cielo, sappi, padre,
che questo tumido lacerto detto
cuore serba anche il pianto del distacco
celato per pudore dai tuoi occhi,
quando partii, nel vento della vigna:
perenne graffio, padre, acre dolore.

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16 commenti

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16 risposte a “TREDICI POESIE SCELTE di Pasquale Balestriere da “Il sogno della luce” e “Ultimo canto per il padre”

  1. Il problema di fondo è che la cultura contemporanea, quella invalsa nei media e negli habitat universitari, ha cessato di distinguere la episteme dalla comunicazione. Tutto il culturabile è diventato comunicazione, la comunicazione è diventata cultura. Con la caduta e la detronizzazione del soggetto dal suo piedistallo di fondamento, anche il prodotto del soggetto (cioè l’oggetto) è stato acquisito quale rappresentazione comunicazionale; ovvero, c’è oggetto fintantoché c’è un soggetto che lo guarda e lo tratta. Molti romanzi di oggi sono scritti come una serie di messaggi comunicazionali, e così anche la poesia viene considerata con lo stesso punto di vista. Certo, questa consapevolezza che si fa strada nella cultura della normalizzazione è un prodotto di una cultura acritica, che non comunica più con sé medesima, ciascuno si scava una nicchia di presenza e tutto finisce lì.
    Una poesia come questa di Balestriere, francamente mi sgomenta per il suo “canale privato” entro il quale si muove. Poesie scritte sul lettino della malattia del padre, quanto di più privato ci possa essere. Ma quello di Balestriere non vuole essere un messaggio comunicazionale, è un evento che si consuma in sé, nel suo statuto di messaggio privato. E’ questo il motivo della mia preferenza per questo tipo di poesia (che io non sarei cmq mai in grado di fare). C’è una patina di “antico” in questo tipo di poesia, un’aura letteraria che non riesce a dissolversi, un tono di franca schiettezza, un intento di sincerità, un atteggiamento di religioso ritegno dinanzi al dolore.. tutti valori di una cultura umanistica della sfera del privato… che in questi ultimi decenni è andata letteralmente a carte quarantotto come dimostrano gli eventi di Roma Capitale in mano a una mafia che non aveva neanche il bisogno di premere il grilletto per corrompere vasti settori dei partiti politici e della burocrazia.
    Tutto in questi anni sembra essere andato a carte quarantotto, anche il dolore, perfino il dolore, come l’amore e l’eros di cui non siamo neanche più capaci.
    Ecco, trovo che queste composizioni di Balestriere hanno il pregio di richiamarci all’ordine del giorno del dolore che invece nel mondo c’è.

  2. pasquale balestriere

    Nel ringraziare Giorgio Linguaglossa per avermi gratificato di questo post, vorrei precisare che non si tratta di ” poesie scritte sul lettino della malattia ” di mio padre, ma di versi scritti sul “mio” letto d’ospedale e che il “tu”, quando non è dichiarato il destinatario, è diretto a me stesso, in un colloquio privato tra me e me.
    Piena condivisione su tutto il resto.
    Pasquale Balestriere

  3. nazariopardini

    Una chiacchierata in terza persona, perché voglio essere presente in questa tua dolorosa e nobile avventura. Ti ho ritrovato e mi ci sono ritrovato. Un piccolo gioiello di architettura metrico-esistenziale: ogni misura è al suo posto, lì, dove deve essere; ed ogni idea, ogni passione trova il suo crogiolo in uno spartito disposto a flettersi alle richieste dell’anima.

    E’ nelle corde umane ambire all’oltre, azzardare lo sguardo oltre i confini, azzannare il cielo per scorticarne le nuvole perché vinca l’azzurro; e se poi “preparati a esser muti d’occhi”, o vòlti a chiedere conforto al padre, invisibile presenza, “in questa dura prova” , ancora più grande è l’istinto interiore di tradurre il tutto nel senso della luce. E in questo libro Balestriere ha la forza morale, estetica, ed in/finitamente umana di traslare un disagio fisico in una arrampicata, sempre umanamente dubbiosa e pericolante, verso l’alto splendore vitale.
    Conosciamo bene la poesia di Pasquale, quella robusta, ben nutrita di lessico-corpo nel percorso poetico, quella fatta di illuminazioni verbali sempre frutto di cose di vita, quella innervata in suoni e accostamenti di una metrica suggerita dall’anima, ma pur sempre contenuta in argini ostili ad esondazioni; e come l’anima varia: ora musicalmente accattivante, ed ora rattenuta in aritmie di sospensioni e meditazioni. E se ricorre, sua sapientia, alla lingua dei padri, non è mai per sfoggio di cultura, ma perché niente di più calzante ci potrebbe riferire, o di più poetico, o di più austero, altro mezzo prosodico: “(Oculos in lucem vertit venator; / mihi oculorum lux satis esset!)
    Sì!, il cuore è soggetto ad alti e bassi, a melanconici transiti, o a “cale sottovento”, e anche se “Poi si stendono le corde / del cuore, anche le tue, e tu sei solo” non trema il poeta “ormai persuaso / all’evento e volto al riacquisto della / l u c e.”
    E direi, lo conosco Balestriere, che il suo è un patema indirizzato alla ricerca di una verità che è tutta nella luce del pensiero, della parola, dell’anima, della memoria, della vita e del dolore per la poesia. Fatto fisico sì, paura e incertezza per un un bene irripetibile anche, ma pur riacquistando tutto il suo potere visivo, permarrebbe sempre in lui l’assillo del tutto, la coscienza di una carenza umana stimolo anche ad uno sguardo che vada al di là delle soglie del contingente.
    Brandelli d’animo incastonati in presenze-assenze, queste sapide confessioni del poeta (il Poeta) alla madre nella sezione “Colloquio con la madre”. Non sono memorie rievocate che restano tali, espansioni dell’anima ad altre età, ma realtà contingenti di morte e di vita, arricchimento del dettato di vicissitudini esistenziali non più solo personali:
    ” Il dolore mi sfrangia il cervello. / E’ stata mia madre a richiamare / ricordi di morti parenti.”
    Ed il dialogo è tutto volto ad addii, a partenze, a ritorni, a speranze, a cose care che fanno parte, hic et nunc, della vita attuale del poeta: “Posso dunque partire. / arato è il campo e pronto alla vendemmia. / I grappoli già opprimono le viti.” “Tu dormi dentro l’ombra della sera / nel caldo della casa, / madre di anni cento e uno…”Per me / però sopra tutto / sei tu la pace, madre, eterno porto / dove si spengono tumulti ed ire / e tace la guerra.”. La madre è presente, lì, davanti al poeta, e non è suggestione, è una reale irrealtà che schizza fuori dai suoi sentimenti facendosi fisica ed etica.
    Una presenza viva e vitale, foriera di pace e di inquietudini, ma soprattutto di passioni, sensazioni e accadimenti legati al presente: “Ma siamo ancora qui, / con te, a bere la luce del sole, / tu a piccoli sorsi, noi / come capita. Ed ecco / che mi chiami, riemersa / a stato di coscienza, / perché controlli la giustezza / dei farmaci…”
    E’ una presenza-assenza ad alimentare la poesia di Balestriere, e la sua poesia è tanto liricamente vitale da sconfiggere l’assenza.
    “Parlare con le ombre che vivono per azzerare il tempo” direbbe il poeta. E Balestriere, in queste poesie, in questa splendida e magica trasfusione di vita in versi, ha la grande carica, umanamente fragile, di tradurre i malanni del vivere e le voci delle ombre ne “Il sogno della luce”.
    E, lo possiamo ben dire, la sua grande forza, il suo grande merito è quello di saper trasferire la vita, tutta la vita, anche il profumo della sua terra, in questa magica ARTE.
    “Pasquale Balestriere, Il sogno della luce, Castel di Iudica 2011, pp. 62”

    Nazario Pardini

    • ubaldo de robertis

      Non è una aspirazione di segno inferiore quella di “cercare” la patina antica. In queste composizioni rilevo il valore semplice, a un tratto, delle parole, dei sentimenti e delle percezioni. Versi che non assillano il discorso, ma lo assecondano docilmente, anche se a volte l’intera poesia si concentra, direi si esaurisce, in alcuni versi:
      Per ora, cieco cigno,
      mi guido con le mani.
      Ahi! Il sollevamento della neuroretina! La terribile prova affrontata da Borges! E qui le immagini pesano come quell’addio ai colori. Toccando un argomento del genere è naturale che sia il ricordo pieno del dolore a dominare la scena. La persona del poeta, toccata dalla sofferenza, canta, come Orfeo, l’indicibile tormento. Balestriere sa alzare lo sguardo al di là delle soglie del contingente, scrive il Pardini. La realtà del dolore è qualcosa che riguarda ogni essere vivente. Dal personale si va all’universale; non è più un messaggio privato. Bravo.(Ubaldo de Robertis)

  4. Sono poesie vissute fino in fondo, da un io ridotto a se stesso con la momentanea sospensione del canale della vista. Liriche che mi hanno toccato fino in fondo, piene di pathos. Il canto estremo per il padre è un gioiello di equilibrio che sa non cadere nemmeno per un verso nel patetico. Mi complimento con il Poeta, ma anche con l’uomo che ha vissuto questo viaggio nell’oscuro caos turbinante di aghi e campanelli del ricovero ospedaliero. Aggiungo il mio “bravo”.

  5. Ho letto questa mattina ed ho messo “mi piace”. Poiché le poesie di Pasquale Balestriere mi hanno emozionata, penetrandomi nell’anima, mi riservo di scrivere domani qualche parola degna perché oggi sono stata amaramente impegnata in una “cosa” del tutto estranea alla poesia.
    Con stima
    Giorgina Busca Gernetti

  6. maria rizzi

    Ho letto le liriche di Pasquale Balestriere e ho la sensazione che si continui a ‘inciampare’ nell’equivoco tra versi intimi e intimistici. Il lirismo intimista possiede la dote dell’universalità e non può ridursi a fatto privato, di dolore solitario. Nei versi del caro Pasquale, che non riesco a conoscere, ma sento già vicino, si respira sì la volontà di catarsi, ma anche e soprattutto la capacità di rendere le vicende condivisibili. In poesia, a mio umile avviso, non esiste pregio più alto del riuscire a mettersi in discussione senza scendere nell’abisso della propria intimità. Un’ode al padre è terra degna del Grande Poeta. Basta pensare ai classici… Nessuno li ha mai accusati di rendere private liriche dedicate ai familiari. E sono stati in tanti. Montale, Quasimodo, Pasolini, D’Annunzio… tanto per citarne alcuni… Il pregiudizio, talvolta, si annida in noi lettori. E credo sia un giusto atto d’umiltà superarlo o evitarlo. Colgo l’occasione per complimentarmi con Pasquale, che ha fatto vibrare le corde del mio cuore. Un caro saluto a tutti.
    Maria Rizzi

  7. Franco Campegiani

    Dipende da cosa s’intende per comunicazione. Se “comunicare” significa “informare”, questo non è l’ambito della poesia. La comunicazione poetica, e artistica in genere, non si rivolge a tutti, come un comunicato pubblicitario o come un messaggio politico, ma si rivolge ad ognuno, al cuore e alla mente di ognuno. La moltitudine si raggiunge ugualmente (per quello che si può), ma per vie diametralmente opposte, e sta qui la potenzialità rivoluzionaria del linguaggio artistico. Esso è l’unico in grado di scardinare, o quanto meno di arginare, il piattume e l’aridità di un mondo oramai a senso unico, omologato, assolutamente privo di “différence”. La varietà, la vivacità, il colore possono essere immessi nel mondo unicamente dallo sviluppo delle singole personalità, dalla cosiddetta “originalità”, e in questo processo le arti possono fare da guida esemplare. L’assenza del privato è un segnale molto allarmante, perché ciò che viene a mancare è l’autenticità, la possibilità di essere umani realmente. Va da sé che non mi riferisco, parlando del “privato”, al tornaconto egoistico, il quale è esattamente il figlio del degrado morale cui si giunge quando non si è più in grado di guardarsi dentro, di fare i conti con se stessi. Il “colloquio tra me e me”, cui Balestriere accenna, è l’unico antidoto possibile contro i guasti di Roma Capitale, delle mafie in genere (e magari bastasse!). E’ arrivato il momento di comprendere che i problemi sociali sono problemi morali, e questo è un discorso che ci riporta nell’ambito del privato inevitabilmente, purché il privato sia autentico (come quello di questa poesia, per l’appunto). Non è assolutamente vero che tutto ciò che riguarda l’individuo sia “individualistico”. Questo è un luogo comune, una leggenda da sfatare. Ci sono infatti individui altruisti ed aperti al mondo, individui che nell’anonimato (ossia nel privato) fanno il bene della comunità, mentre tanti che pongono il “Noi” come soggetto dei propri discorsi, si fanno molto spesso trovare con le mani nel sacco. Mi dispiace non poter approfondire in questa sede il mondo poetico di Pasquale Balestriere e della sua silloge. Lo farò in altra circostanza, ma reputo che la premessa sia importante per metterne a fuoco le pulsioni profonde.
    Franco Campegiani

  8. Maria Grazia Ferraris

    Poesia come canale comunicazionale, come quotidianità, come ricerca, come espressione intima del dolore, diretta dei sentimenti, come memoria…colta, raffinata,classica, sperimentale, incanto e disperazione…
    …: ma che cosa è mai la poesia? Forse non ci sono risposte assolute e definitive.
    . Si chiedeva il Nobel Wislawa Szymborska, e rispondeva nel suo discorso di accettazione del premio: “ apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”. Piccole, ma alate. Parole che estendono la nostra vita in territori che si trovano in noi stessi e in territori in cui è sospesa la nostra minuta Terra.
    “… ma cos’è mai la poesia?
    Più d’una risposta incerta/ è stata già data in proposito.
    Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo/ come alla salvezza di un corrimano.”
    Gli interrogativi ci costringono a riflettere, ad assumere consapevolezza, a volte impietosa. E di questo è esemplare maestro l’intervento di F. Campegiani.
    La poesia di Balestriere è tanto più semplice quanto più è colta, quanto più arricchita di citazioni e allusioni letterarie diverse ma non ostentate, né fini a sé stesse.
    I suoi versi fanno chiarezza, disinnescano l’inganno della vita e mettono in risalto i veri contorni della cose, dei sentimenti , versi che sono un antidoto all’illusione, all’apparenza, alla mancanza di discernimento. Rientrano nella grande letteratura, quella che può avere un peso reale nella vita di chi legge, che contiene i germi del cambiamento e delle risposte di cui ognuno va in cerca ( o vorrebbe)
    La concretezza di ogni cosa e di ciascuno è il luogo in cui si rivela una dimensione di senso comune a tutti gli uomini che, per quanto oscurata e nascosta dal male, dalla malattia, dall’inganno che divorano ogni cosa, accompagna il nostro viaggio nel tempo.
    Un confronto vissuto, partecipato, mai sublimato a vana sentimentalità Bisogna mettersi in gioco, dire, perché non c’è nulla che il nostro affannarsi possa trattenere, neppure con l’ausilio della memoria. Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte ad esso, amareggiati dalla sua indifferenza alle sofferenze individuali, pone le questioni importanti sulla vita, la poesia le pone con leggerezza, senza affaticarlo, ma senza sminuirle nè deviarle, servendosi di una lingua semplice e spesso colloquiale, facendoci talvolta sorridere…

  9. La poesia intimistica è sempre stata coltivata da poeti di grande valore, maestri nell’esprimere le proprie emozioni scaturite da eventi personali o di esseri amati senza cadere da un lato nel mero palesamento di fatti privati, dall’altro nel sentimentalismo più affettato se i fatti sono dolorosi.
    Sarebbe troppo lungo enumerare gli esempi, dalla Classicità al tempo presente, per entrambi i temi, soprattutto il secondo, su cui si snodano i versi di Pasquale Balestriere pubblicati nel blog “L’ombra delle Parole”; versi coltissimi e ricchi di allusioni dotte (non citazioni) ma classicamente semplici.
    Giova, piuttosto, volgere l’attenzione alle poesie, di cui tredici composte come stazioni di una “Via Crucis” nella malattia, unite sotto l’evocativo titolo “Il sogno della luce”, l’ultima come un “epicedio” per il genitore dal titolo pregnante “Ultimo canto per il padre”.
    In quest’ultima, sotto forma di confessione, di colloquio con chi non può più rispondere, il padre, oltre al profondo amore filiale espresso con classica misura, sono presenti immagini, metafore e sinestesie create da una mente feconda d’invenzioni poetico-pittoriche come “da questa nave che batte a fatica / le tenebre”, “grida un sottile silenzio”, “il mare vede del grano”, “sotto cieli d’infanzia -azzurri, dunque”, “tumido lacerto detto / cuore” e altre che evocano l’isola, il mare, i campi coltivati e la vigna, ambiente ben noto al poeta che vi è nato e vissuto, facendone un elemento fondamentale del proprio immaginario poetico.
    Difficile è parlare poeticamente di una propria grave e lunga malattia senza scadere nel privato di cui si diceva sopra. Pasquale Balestriere ha superato con abilità questo rischio strutturando la propria composizione “Il sogno della luce” come un dialogo con se stesso, una confessione al proprio io, in modo che la sofferenza fisica agli occhi e quella spirituale per il timore dell’eventuale cecità non si trasformino in una descrizione clinica della degenza in un letto d’ospedale.
    Anche qui immagini, traslati, sinestesie pregevoli: “Muto d’occhi”, “alti schiamazzi d’uccelli e di sole”, “l’addio ai campi / di verdi aromi e loquaci silenzi”, “cieco cigno” e così via. Il contrasto fra la sua isola felice e la grande città, Napoli, è a danno di quest’ultima: “Tu vedi come il grigio / prevalga sull’azzurro”. In quel letto di sofferenza e di timori lo possono sostenere le immagini dei cari defunti, presenti nell’animo e nella memoria di tanti poeti, seppure evanescenti perché ombre.
    Ma lo anima soprattutto “il sogno della luce” che sembra baluginare nel fondo di un cunicolo buio, poi gradatamente più chiaro fino all’approdo nel porto della luce.
    Tutta la mia ammirazione al poeta Pasquale Balestriere.

    Giorgina Busca Gernetti

  10. La silloge da cui sono tratte queste liriche sono già state oggetto di qualche mia nota, il cui concetto mi piace qui ribadire. Alla loro (ri)lettura sento ciò che ho già sentito anche alla lettura di SORTE, che non è una proposta in chiave sociologica o meramente metaforica, ma è, soprattutto, una lirica che si muove e si espande in una interiore certezza di vita e della storia dell’uomo non astratto, ma dell’uomo-poeta Pasquale Balestriere, che riesce a vivere il senso dell’universalità in cui tutto vive, un interno mondo, al di là del proprio intimo sentire e cantare:”Giù danza l’alveare, / formiche sbandano impazzite a mete / diverse, azzurre scolopendre…”, che non rappresentano un sotto-mondo felice e incosciente. Sono, invece, il contrappunto di “questa città / che dicono felice / sotterra i suoi dolori / con vacua frenesia d’impegni. E ostende il suo sorriso, innaturale” (IV). E non si ferma qui la riflessione di Balestriere, essa oltrepassa il limite dell’umano individuale quando informa “il libro mastro della vita / che la colonna delle uscite vince / su quella delle entrate”. “Anche per questo io non so più scrivere / d’amore::::Forse è toscano questo vivo suono / della memoria che invade indicibile / ogni fibra e un po’ stinge / l’amaritudine incombente. Voli / rapaci chiudono cerchi, s’aggancia / l’alfa all’omega, a scorno dell’effimero / profumo di viole” (X). E’ vero che la memoria degli accadimenti atroci è dura a morire “E sei uscito guardando avanti, / com’è giusto, alla vita / ma ha in bocca l’osso del dolore il cane / caparbio alla memoria”(XVIII). Ma è anche vero che “Non sarà / però fredda la notte / se con languore accorato l’algore / stupirai delle stelle”(XX), “E nelle coste del sole rinato / ci accoglie un favo di diafano miele”(XXIII). Chiedo venia per la lunga citazione, ma c’era bisogno di questi versi così significativi per essere certi che la poesia di Balestriere non è la narrazione di una vicenda personale, perché questi (ed altri innumerevoli versi) diventano vicenda ampiamente umana e plurale, per sapere la forza e la valenza della lirica del poeta di Barano d’Ischia, che non ha nulla da invidiare alla grande poesia del Novecento e di questo primo scorcio del terzo millennio. Per non dire della qualità e preziosità della versificazione, senza mai una nota stonata e senza mai una sbavatura.
    Umberto Cerio

  11. Giuseppina Di Leo

    Nello scrivere un commento, alla fine è venuta fuori una poesia ispirata dalle poesie di Pasquale Balestriere, al quale faccio i miei complimenti per la maniera direi sobria, con la quale ha saputo trattare un tema difficile come il dolore personale.
    Ecco la poesia (quasi) commento:

    *
    Come “mare docile al freno” *
    remare contro il proprio dolore.
    Parola porta la Poesia
    per difendersi dal dolore
    così da poterne fare scudo
    scafandro-poesia immergo.

    In fondo è una paura
    il senso di perdita
    davanti all’opulenza della vita
    tu hai, voi ottenete, essi riescono a.

    Io no, non riesco a
    non posso restare indifferente
    di fronte alla poesia
    ad una poesia che parte
    o che voglia rifuggire
    dal dolore.

    Una poesia-scudo
    normalmente abita
    nella foresta della vita
    se nasce dalla sofferenza
    il dolore come effetto
    la istruisce e la rende propria.

    *(emistichio, dalla poesia Il Mare, di Simone Weil).
    Giuseppina Di Leo

  12. Scrivere di poesia , realizzare la vera poesia , creare un testo poetico che rimanga nel tempo e sia bene accetto ad ogni giudizio critico , presuppone un bagaglio culturale di tutto rispetto , una preparazione classica che non abbia lacune e che sia diuturnamente aggiornata, sia per letture di autori storicizzati , sia per ricerca nella immersione della scrittura. La poesia cessa di essere un discorso innocente , che destreggia fra versi approssimativi e frasi suggestive, per cui il godimento del lettore sembra essere ammaliato dal nulla , e diviene evidenza di musicalità nel segno dei significati e dei significanti, per rivelare un carattere suo proprio, al di fuori dell’artificio , nella propria invulnerabilità e nel riflesso di una innovazione sempre più penetrabile. Il poeta stesso potrebbe essere un ottimo scultore, se le sue cognizioni sono validamente maturate nella matrice comune di chiave di lettura e nella riflessione impareggiabile sul correlativo oggettuale del discorso poetico. Pasquale Balestriere ha tutte le carte in regola , ed è per questo che riesce ad offrire un canto lungo e perfetto, una musica ritmata nel tempo e nei tempi , anche se la metafora svela momenti di angoscia e di smarrimento, causati da un male fisico incombente e sfaccettato. La sua scrittura è segnata da una luce propria , anche se un barlume filosofico attraversa il linguaggio, e diventa mediazione di esperienza. Anche il valore antropologico diviene codice linguistico scelto con cura, e comprende nuove possibilità espressive dell’atto di poesia. Antonio Spagnuolo

  13. Sandro Angelucci

    Mi fa piacere trovare in questo blog i testi dell’amico Pasquale Balestriere: poeta che molto apprezzo per autenticità d’ispirazione.
    E vorrei iniziare proprio dai versi incipitari, nei quali sono già presenti tutti i temi in seguito sviluppati:
    “Già t’eri preparato a questa prova,
    ad esser muto d’occhi,
    quasi spento,
    com’albero che vive per le foglie.”.
    Qui – a mio avviso – prende vita quel particolare tipo di comunicazione che, solo, il linguaggio poetico (alto ed ispirato) riesce a trasmettere, perché lo fa da fuori: lasciando da parte gli stereotipi, l’omologazione del comune parlare. Ecco come – e non ci sono altri modi – anche il dolore torna a farsi vita: proprio così, poiché quello che quotidianamente viviamo è un male artificiale (mi si passi il termine), un male che non fa parte dell’uomo non nel senso che non è l’uomo a produrlo, tutt’altro, ma la sua dimensione malata – quella si – davvero.
    Insistere a voler soffrire di mali così, allora, non fa che aumentare il dolore: E’ questo che si vuole? Oppure, accettarne l’aspetto nobile: vale a dire quello che concorre ed è elemento indispensabile ed ineludibile del bene.
    Paradossale? Oh no, io ritengo invece assurdo continuare a crogiolarsi nel nulla, nel vuoto senza traccia di speranza. Allo sconforto segue sempre il conforto, così come alla vita segue la morte e viceversa: è legge dell’Universo, e la poesia – che ne è la voce – può tradurla nella nostra lingua (invito a rileggere i versi del passo II).

    Sandro Angelucci

    • “quello che quotidianamente viviamo è un male artificiale (…) non è l’uomo a produrlo, tutt’altro, ma la sua dimensione malata” (Angelucci).
      Se è lo “spleen” l’affermazione è veritiera in quasi tutti i casi, ma se è un male conseguente a una malattia reale, oppure a un’infermità/invalidità causata da uomo violento, c’è poco da “crogiolarsi” !
      Il rischio della cecità non è un male artificiale o immaginario.
      Comunque rispetto la sua opinione, tanto più perché conosce Pasquale Balestriere mentre io ho letto di lui solo queste tredici più una poesia.

      Giorgina Busca Gernetti

  14. Pasquale Balestriere

    Esprimo la mia gratitudine per l’attenzione prestata ai miei versi a tutti coloro che con generosità, acume e perizia hanno voluto anche onorarmi di una gradita nota. Perciò ringrazio, seguendo l’ordine degli interventi, Giorgio Linguaglossa, Nazario Pardini, Ubaldo de Robertis, Flavio Almerighi, Giorgina Busca Gernetti, Maria Rizzi, Franco Campegiani, Maria Grazia Ferraris, Umberto Cerio, Giuseppina Di Leo, Antonio Spagnuolo, Sandro Angelucci. La mia soddisfazione è grande perché sono, tutti, pur nella (necessaria) diversità di opinioni, commenti seri, “pieni” e di notevole spessore culturale. Proprio come piacciono a me.
    Grazie ancora
    Pasquale Balestriere

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