UNA POESIA di Adriano Corrales “Lettera al figlio” a cura di Tomaso Pieragnolo 

Giorgio De Chirico la metafisica

Giorgio De Chirico la metafisica

 Adriano Corrales è nato a San Carlos in Costa Rica nel 1958. Poeta, saggista e narratore, ha pubblicato Tranvía Negro (poesia, Editores Alambique, 1995, Ediciones Perro Azul 2001), La suerte del Andariego (poesia, Ediciones Perro Azul, 1999), Los ojos del antifaz (novella, Ediciones Perro Azul 1999,  Ediciones Piel de Leopardo, Buenos Aires, Argentina, 2002), Poesía de fin de siglo Nicaragua-Costa Rica (Antologia, Ediciones Perro Azul, 2001), Hacha encendida (poesia, Revista Fronteras, 2000, Ediciones El pez soluble, Caracas, Venezuela, 2002), Profesión u Oficio (Poesia, Ediciones Andrómeda 2002), Caza del poeta (Poesia, Ediciones Andrómeda, 2004), Balalaika en clave de son (novella, Editorial Costa Rica, 2005). Professore e ricercatore dell’ Instituto Tecnológico de Costa Rica, dirige riviste culturali e collabora con quotidiani  e case editrici. I suoi testi poetici sono generalmente pervasi da una attenta ricerca di linguaggio, con lunghi paragrafi discorsivi colmi di immagini, suoni immediati, metafore colorite in cui sembra che il poeta cerchi di canalizzare una energia difficile da contenere. Molte poesie oscillano tra il racconto, la relazione, il ritratto e l’aneddoto, ma non per questo la spinta poetica dell’autore perde il suo slancio, spesso conferendo al testo la necessaria intensità per rifondare la propria parola.

 

Adriano Corrales

Adriano Corrales

 

 

 

 

 

 

 

 

Carta al hijo

Sería difícil escribir esta carta sin evitar las justificaciones
digresiones de caída y vela hinchada hacia el poniente
en el fósforo del Báltico un amanecer de lluvia y lágrimas
con el rostro frente a las paredes blancas de un hospital invernadero

¿Será difícil inventariar las lunas los cruces de esquina
los caballos estivales galopando a ambos lados del transiberiano
las noches de vodka alrededor de la ausencia sin tus pasos?

Será duro el batallar de los acontecimientos
las visas los pasaportes los aeropuertos los desencuentros
las callosidades del alma la inutilidad de los abrazos

Será difícil anotar que he desvivido bebido huido
hacia los agujeros del tiempo en la marcha de las palabras

Más difícil aún revisar imágenes de un país imaginario
las bombas que caen en chorrillo sobre San Miguelito la luna
el desfile de gorilas amarillos desatando el istmo con su fuego homicida
sus fauces hediondas alimañas de carnicería
y vos bajo la telaraña de la cama en la habitación del miedo
asustado y sorprendido sin comprender porqué el imperialismo
los capitales la banda neoliberal los lamepies tropicales
la horda de paisanos como perfectos chacales
el paréntesis de este centro planetario atiborrado de compañías
comerciantes del reino usureros serruchadores de tus sueños
mis sueños de una sola patria matria nuestros sueños
los de tu madre con los muñecones del teatrillo callejero
por las selvas del Darién o en el Archipiélago donde las embarcaciones
llevan traen los cuentos de los fundadores elementales
los soles de la palma el brillo soberbio de las pieles
trasiegan el pasado contra el futuro en un eterno presente

Es difícil ocultarse hijo muy difícil
escribir todo esto sin que me tiemblen las manos
y un rumor de cadenas crepitaciones inexpresables
naveguen por dentro como una estampida de bisontes guerrilleros
y la mirada se nos pueble de nubes en el olvido de nuestros nombres

Harto difícil esta tarea de acercarte a mi otro yo
el de los ojos del antifaz con la suerte del andariego
en un tranvía negro que siempre retorna y retorna
con las hilachas nocturnas de los murciélagos
siemprevivo siempreamargo cautiverio de las páginas que se humedecen
como las lapidas con el rocío de los cementerios
o las bestias que huyen perseguidas por el amazónico incendio

Me es muy difícil decirte hijo decírtelo sin faltarle al recuerdo
que yo también me caigo me lluevo me abro me cierro
me ablo me tiemblo me tenso con los látigos los templos
del primer indicio la mediada caricia el último vuelo
para decirte así sencillamente hijo sin literatura
así al puro aire que todos somos viajantes y que por eso
y a pesar de todo lo que transcurre bajo el poema
a pesar de todo lo que muero te escribo y te quiero

.
Lettera al figlio

Sarebbe difficile scrivere questa lettera senza evitare le giustificazioni
digressioni di caduta e vela soffiata verso il ponente
nel fosforo del Baltico un’alba di pioggia e lacrime
con il volto davanti alle pareti bianche di un ospedale-serra

Sarà difficile inventariare le lune gli incroci all’angolo
i cavalli estivi che galoppano su entrambi i lati della transiberiana
le notti di vodka intorno all’assenza priva dei tuoi passi?

Sarà duro il lottare degli eventi
i visti i passaporti gli aeroporti i non incontri
le callosità dell’anima l’inutilità degli abbracci

Sarà difficile annotare che ho patito bevuto sono fuggito
verso gli aghi del tempo nel cammino delle parole

Più difficile ancora ripassare immagini di un paese immaginario
le bombe che cadono a fiotti sopra San Miguelito la luna
la sfilata di gorilla gialli che sciolgono l’istmo con il loro fuoco omicida
le loro fauci fetide animali da macelleria
e tu sotto la ragnatela del letto nell’abitazione della paura
spaventato e sorpreso senza comprendere perché l’imperialismo
i capitali la banda neoliberale i leccapiedi tropicali
l’orda di paesani come perfetti sciacalli
la parentesi di questo centro planetario inzuppato di compagnie
commercianti del regno usurai segatori dei tuoi sogni
dei miei sogni di una sola patria matria dei nostri sogni
quelli di tua madre con le marionette del teatrino di strada
attraverso le selve del Darién o sull’Arcipelago dove le imbarcazioni
sopportano portano i racconti dei fondatori elementari
i soli della palma il brillio superbo delle pelli
agitano il passato contro il futuro in un eterno presente

È difficile occultarsi figlio molto difficile
scrivere tutto questo senza che mi tremino le mani
e un rumore di catene crepitazioni inesprimibili
navighino dentro come uno scoppio di bisonti guerriglieri
e lo sguardo si popoli di nubi nell’oblio dei nostri nomi

Fin troppo difficile questo compito di avvicinarti al mio altro io
quello degli occhi della maschera con la sorte del fuggiasco
in un tram oscuro che sempre ritorna e ritorna
con le filacce notturne dei pipistrelli
semprevivo sempreamaro prigionia delle pagine che si inumidiscono
come lapidi con la rugiada dei cimiteri
o delle bestie che fuggono perseguite dall’amazzonico incendio

Mi è molto difficile dirti figlio dirtelo senza venir meno al ricordo
perché anch’io cado piovo mi apro mi chiudo
mi parlo mi tremo mi tendo con le sferzate dei templi

del primo indizio la mezza carezza l’ultimo volo
per dirti così semplicemente figlio senza letteratura
così nella pura aria che tutti siamo viaggiatori e che per questo
malgrado tutto ciò che trascorre sotto la poesia
malgrado tutto ciò che muoio ti scrivo e ti amo

(dall’antologia ebook a cura e traduzione di Tomaso Pieragnolo “Ad ora incerta” – La Recherche, 2014)

 

tomaso pieragnolo

tomaso pieragnolo

Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da vent’anni vive tra Italia e Costa Rica. La casa editrice Passigli di Firenze ha pubblicato il suo ultimo libro, il poema nuovomondo, finalista al Premio Palmi, Metauro, Minturnae, rosa finale del Premio Marazza e vincitore del Saturo d’Argento – Città di Leporano. Fra le sue precedenti pubblicazioni: Il silenzio del cuore (1985), “La lunga notte” (1987, Premio Giovani Città di Palermo), Lettere lungo la strada (2002, premiato al Città di Marineo e finalista al Guido Gozzano), L’oceano e altri giorni (2005). Una sua selezione di poesie scelte è stata pubblicata in spagnolo dalla Editorial de la Universidad de Costa Rica e dalla Fundación Casa de Poesía (Poesía escogida, 2009). La sua attività di traduttore di poesia latinoamericana si è svolta in collaborazione con la rivista “Sagarana”, nella quale dal 2007 al 2013 ha proposto principalmente autori del Costa Rica e del Centro America, mai tradotti in Italia, e con alcune case editrici, che hanno pubblicato le sue traduzioni di Eunice Odio (Questo è il bosco e altre poesie, Via del Vento 2009, Menzione Speciale Camaiore per la traduzione) e di Laureano Albán, (Gli infimi crepuscoli, Via del Vento 2010 e Poesie imperdonabili, Passigli 2011, finalista Premio Internazionale Camaiore, rosa finale Premio Marazza per la traduzione).  Ha pubblicato per La Recherche due ebook di traduzioni di poeti ispanoamericani, Nell’imminenza del giorno (2013) e Ad ora incerta (2014).

 

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13 commenti

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13 risposte a “UNA POESIA di Adriano Corrales “Lettera al figlio” a cura di Tomaso Pieragnolo 

  1. Mi trovo un po’ in difficoltà a dire qualcosa su questa poesia di Corrales. Innanzitutto, ampio è il raggio immaginativo e di azione, ampio l’orizzonte entro il quale si muovono gli eventi. Raramente, se non nei grandi poeti, si ritrova una tale ampiezza di metratura (uso apposta tale termine, infatti diversi e svariati metri sono qui assemblati e fusi in modo da ottenere un metro-non-metro, ovvero, una metratura sostanzialmente fatta di ritmi prosastici). L’inizio è quello dell’epistola: una lettera che un padre scrive ad un figlio. Quanto di più privato ci possa essere. Eppure, in questo scritto privato ci entra tutta la storia del Costa Rica, ci entrano le personali passioni di Corrales, le sue illusioni, il Male e il poco Bene, c’è compresente tutto un universo, tempi diversi e spazi diversi.
    Di straordinaria felicità espressiva sono certi squarci lirici framezzo ai prosasticismi, certe invenzioni metaforiche che conferiscono pesantezza e carenatura alla poesia.
    Non ho letto nulla di questo autore se non questa poesia, ma certamente se il resto della sua produzione è di questo livello, siamo, a mio modesto avviso, in presenza di un grande poeta.

  2. Accidenti, che bella poesia! riesce ad emozionare, senza soccombere alla propria emozione, prendendo il volo ad ogni verso, un volo disperato, per mettere distanza. Ringrazio Tomaso Pieragnolo, e voi della redazione, per avermelo fatto conoscere.

  3. Leggere questa poesia è stato spalancare tutte le finestre e lasciar correre aria nelle stanze.

  4. Giuseppina Di Leo

    ho pianto.

  5. Valerio Gaio Pedini

    apprezzo il lavoro di traduzione e di presentazione di pieragnolo St oleggendo le sue antologie. Presentare la poesia estera (anche se io non amo l’iberismo, per motivi troppo emozionali- che qui vengono superati da un metro e da un verso che rompe le barriere poetiche). Senza offesa per Neruda, questa poesia lo scavalca e riscavalca ventiseimila volte e poi se lo mangia. Grazie, Tomaso.

  6. Ricevo alla mia email e trascrivo il commento del poeta Gino Rago:

    Caro Giorgio,

    l’epistola al figlio, di Adriano Corrales, da te presentata su segnalazione di
    Pieragnolo su L’ombra.. di oggi, con quei versi che sono verità del vivere
    e dichiarazione di poetica <> sanno dirci che per questo
    poeta del Costa Rica prevaricazione, violenza, privazione, incomprensione,
    non sono leopardianamente intese, cioè non sono metafisiche ma parti
    ineludibili della Storia umana: ciò pone anche la questione della responsabilità del Male, proprio come fatto storico e non metafisico. E’ stato un bell’incontro.

    un abbraccio e grazie, Gino Rago

  7. pasquale balestriere

    ” Senza offesa per Neruda, questa poesia lo scavalca e riscavalca ventiseimila volte e poi se lo mangia.” Addirittura! Mi meraviglia che nessuno apra bocca per spendere una parola in favore del povero Pablo, maltrattato in (ahimè, forzata!) absentia! A me pare un’enfatizzazione spinta al massimo grado, determinata magari dall’entusiasmo del momento. E comunque si tratta di una posizione non nuova (ma per me deprecabile) né su questo né su altri blog. Specialmente perché l’affermazione ha caratteristiche assiomatiche. Direi che un tantino di prudenza critica non guasterebbe. Certamente siamo di fronte ad un poeta – Corrales, appunto – che ha una sua particolarissima voce e indubbie doti creative, librate in ampiezza di volo per ali che sanno sia il fango della crassa materialità e dell’umana barbarie, sia l’azzurrità degli indomabili affetti (si rileggano gli ultimi 8 meravigliosi versi, nei quali si dispiegano, offrendosi in modo pervasivo all’emozione del lettore, umanità, umiltà, potenza e, naturalmente, poesia); e che non ignorano le tecniche del dire, non solo poetico. Ben oltre le quali, per la verità, è proiettato questo tipo di poesia che ingloba varie istanze (sociali, politiche, civili, letterarie, ecc.), fuse in unità d’ampi effetti chiaroscurali.
    Aggiungo che avevo già letta questa intensa poesia nell’e-book “Ad ora incerta” che Tomaso Pieragnolo mi aveva inviato ad inizio ottobre; così come l’anno scorso mi aveva gentilmente mandato l’e-book “Nell’imminenza del giorno”. Di tanto regalo ringrazio, questa volta pubblicamente, Tomaso, eccellente esperto e traduttore, per quello che ne so, del mondo e dei poeti ispano-americani.
    Pasquale Balestriere

  8. Valerio Gaio Pedini

    non si preoccupi, pasquale, i versi diabetici di Pablo, come quelli di molti iberici, al di là dell’importanza antropologica e filologica poco mi entusiasmano. almeno parlo di una parte di pablo. ma potrei parlare ugualmente di prevert e di altri poeti effeminati.

    • Valerio Gaio Pedini

      ci sono molti non nobel migliori di alcuni nobel (al di là di importanza politica). succede purtroppo che un nobel venga riconosciuto più per la sua importanza politica che per i suoi versi e non ho nulla da ridire. Ma che poi diventino per forza più di altri migliori sì.Era ovvio che in italia ci fossero poeti migliori di Carducci, ma il nobel lo vinse lui. E sarà così sempre. Ebbene, questi sono intoccabili? no, anzi, devono essere ben trangugiati.

  9. pasquale balestriere

    Nell’attribuzione dei Nobel accadono spesso cose strane, sono d’accordo. Per il resto, Valerio, io non reputo intoccabile proprio nessuno di tutti gli esseri umani, qualunque cosa essi siano o siano stati, poeti, politici o … maratoneti. Non condivido -ma era già evidente- il suo giudizio su Neruda e, in parte, quello su Prévert.
    Pasquale Balestriere

  10. antonio sagredo

    Caro Balestriere,
    molte cose non sa, come tanti, poi che non siete capaci di affondare il coltello sino in fondo, cioè la ricerca deve essere “alta e profonda” appunto, altrimenti non escono fuori “eventi” poco edificabili per certi autori che divengono miti… ma per i fessi!
    ————————————————————————————-
    [ Dice l’Achmatova:

    “Su questa telefonata [Stalin a Pasternàk] esiste un infinito folklore. Una certa Trioletta (cioè Elsa Triolet, scrittrice francese, moglie di Louis Argon e sorella di Lilja Brik, l’amica-amante di Majakovskij; trioška suona un po’ come baldracca) ha osato persino scrivere (si capisce quando Pasternàk era ancora vivo) che Boris (cioè Pasternàk) aveva rovinato Osip [Mandel’stam]. Io e Nadežda (moglie di Osip) riteniamo che Pasternàk si sia comportato molto bene .
    C’è anche la versione che dice che Pasternàk, quando Stalin lo chiamò, disse:
    >>>>> ” Ma che mi racconti!”.
    Credeva che fosse tutto uno scherzo. Pensava che fosse qualche amico che dicesse: Sono Stalin.
    Le varianti comunque sono numerosissime.
    Quanto alla Triolet (morta recentemente, 1896-1970), questa è odiata da tutte le vedove degli scrittori sovietici, così come tanti altri scrittori che andavano in Russia, come: Louis Aragon, Pablo Neruda, George Amado, che trovavano sempre grandi accoglienze, benessere, cuccagna, mentre gli altri naturalmente soffrivano”]
    (a. m. r. > Cosro su Majakovskij, 1970-71)
    —————————————————————————————–
    Intanto: Louis Aragon, spione e marito delle “trioletta”, e sorella di Lilija Brik (compagna di Majakovskij e doppia:sapeva che fine avrebbe fatto il Poeta) moglie di Osip Brik: entrambi al sericzio della polizia segreta; del “suicidio” del poeta furono tra i primi a saperlo: stavano a Berilino, lontano per fugare dubbi su di loro. —- E i tre autori sudamericani: difficile pensare che non sapevano nulla delle persecuzioni di autori molto più grandi loro, ma preferivano chiudere gli occhi e omaggiare il potere.
    a. s.

    n.b. : e Neruda…. tra l’altro cognome preso da un autore ceco.

    • pasquale balestriere

      Caro Sagredo,
      io -non so lei- socraticamente so di non sapere e, invece di fare analisi dietrologiche o biografiche, sto ai testi. Appartengo cioè a quella categoria di lettori che sta sul pezzo e non, invece, ci gira intorno alla ricerca di qualcosa che, se da un lato può fornire qualche indicazione in più, dall’altro rischia di deviare una magari corretta intuizione di lettura o, se si vuole, critica. Voglio dire che a me stanno a cuore i fatti, non le ciance; e i fatti sono i testi, poetici in questo caso. Nient’altro. Le vicende biografiche di un poeta mi interessano relativamente e possono essere anche fuorvianti. Poi, caro Sagredo, il coltello ognuno lo affonda come sa, come può e come ritiene giusto. E aggiungo pure che io mi fido abbastanza di me stesso dopo (lo dico senza acrimonia e senza superbia , anzi con la massima serenità e giusto per fare una constatazione) oltre 40 anni di insegnamento di patrie lettere e 57 anni di accanita frequentazione della poesia.
      P.S. Mi scusi se ho tardato a risponderle, ma sono stato fuori, a ritirare un premio letterario.

  11. Conosco solo questa pregevole poesia di Adriano Corrales, già letta nell’e-book antologico “Ad ora incerta” messo in rete da “La Recherche” nella bella traduzione di Tomaso Pieragnolo. Basta, tuttavia, questa sola composizione per comprendere ed apprezzare il valore poetico dell’autore costaricano.
    Ho scritto “composizione” non a caso poiché Adriano Corrales non scrive versi lunghi, solo apparentemente prosastici, senza alcun progetto. La poesia, in forma di epistola offerta al figlio, nel suo aspetto formale è costruita con grande attenzione alla struttura, al ritmo, alle numerose figure retoriche e alla musicalità, già insita nella lingua spagnola in sé, almeno al mio orecchio, ma avvalorata dalle “callidae iuncturae” e dalle frequenti allitterazioni, alternata a frammenti in cui il dettato è quasi volutamente antimusicale.
    Ê ovvio che mi riferisco alla poesia in lingua spagnola letta ad alta voce.
    La scansione in otto strofe di diversa lunghezza crea un “continuum” grazie all’anafora, in alcune strofe uguale, in altre variata, secondo un metodo proprio della composizione musicale che si avvale dell’iterazione e della variazione con elegantissimi risultati.

    “Sería difícil” nella prima strofa;
    “¿Será difícil” nella seconda, interrogativa;
    “Será duro” nella terza;
    “Será difícil” nella quarta;
    “Más difícil” mella quinta;
    “Es difícil” nella sesta;
    “Harto difícil” nella settima;
    “Me es muy difícil” nell’ottava.

    La grande difficoltà, variata in tutti i modi, consiste nel ricordare al figlio eventi dolorosi del passato e nel confessare una realtà del presente ancor più dolorosa. Adriano Corrales, senza patetismi lacrimevoli, ma con una pudica tenerezza paterna che permea ogni parte della lettera, rievoca le varie vicende politiche dolorose del Costa Rica: l’oppressione, il rumore delle catene, la guerra, il fragore delle bombe, le notti di terrore in cui il figlio si nascondeva “sotto la ragnatela del letto nell’abitazione della paura” (“y vos bajo la telaraña de la cama en la habitación del miedo”), la vita agra del fuggiasco in un tram oscuro e tante altre immagini tragiche ben note a chi ha sperimentato tali vicende politico-sociali.
    E forse il dolore più acuto è causato dalla presenza di gente spregevole (commercianti, usurai) che ha distrutto la vita serena nella patria madre e infranti “i sogni suoi, del figlio, della madre con le marionette del teatrino” (“serruchadores de tus sueños / mis sueños de una sola patria matria nuestros sueños / los de tu madre con los muñecones del teatrillo callejero”).
    Notevoli in questo e in molti altri passi della poesia le metafore di un’originalità e soprattutto d’una pregnanza inimitabili, che dimostrano l’altissima valenza poetica di Corrales, capace di far sentire il crepitìo dei sogni mentre s’infrangono sotto la sega (“serrucho”) della gentaglia nemica.
    Altre poetiche metafore o analogie: un albeggiare di pioggia e lacrime (“un amanecer de lluvia y lágrimas”), i cavalli estivi (“los caballos estivales”), l’assenza priva dei tuoi passi (“la ausencia sin tus pasos”), la ragnatela del letto (“la telaraña de la cama”) e molte altre che sarebbe troppo lungo annoverare.
    Ma la difficoltà maggiore che il Poeta esprime con queste parole: “Mi è molto
    difficile dirti” (“Me es muy difícil decirte”) sta nell’ultima strofa, negli ultimi otto dolorosi versi in cui avviene la rivelazione al figlio di quel dramma che era quasi preannunciato nella prima strofa, in “las paredes blancas de un hospital invernadero”, “davanti alle pareti bianche di un opedale-serra”, con una struttura circolare della poesia che denota il progetto di cui si era scritto sopra.
    La vera, autentica Poesia parla da sola. Ogni parola di commento sciuperebbe la magistrale “Lettera al figlio” di Adriano Corrales: “muoio ti scrivo e ti amo”.

    “Me es muy difícil decirte hijo decírtelo sin faltarle al recuerdo
    que yo también me caigo me lluevo me abro me cierro
    me ablo me tiemblo me tenso con los látigos los templos
    del primer indicio la mediada caricia el último vuelo
    para decirte así sencillamente hijo sin literatura
    así al puro aire que todos somos viajantes y que por eso
    y a pesar de todo lo que transcurre bajo el poema
    a pesar de todo lo que muero te escribo y te quiero.”

    Giorgina Busca Gernetti

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