UNDICI POESIE di Flavio Almerighi da Procellaria Fermenti, Roma, 2013 con un Commento di Giorgio Linguaglossa e un Appunto dell’Autore

 Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

caro Flavio Almerighi,

ho letto con circospezione il tuo “Procellaria”. Che dire?, è un libro che non fa sconti e non vuole che il lettore gliene faccia, ha una abbottonatura, una sua chiusura, un suo modo di difendersi dai lettori improvvisati o superficiali, è un libro che non si dà facilmente, non si offre e non vuole offrirsi al primo casuale lettore. La prima poesia «Rosso d’uva» è davvero riuscita nella sua nuda crudezza, quella intitolata «Recessione» è un esempio di poesia, come si diceva una volta, impegnata, civile, tenuta su da un profondo sdegno, fatta di nervi scoperti e di umori repressi: c’è nello stile una visibile traccia della repressione ovattata e perdurante dei nostri tempi di recessione spirituale e stilistica, e lo stile tenta di ribellarsi a questa cappa di piombo che avverte attorno a sé. Procellaria è un libro che reca la traccia dello sconvolgimento dei nostri anni, la sua poesia si incide come  musica rock nei solchi dei dischi di un tempo in polivinile. È qualcosa d’altri tempi, come dire, sembra un libro fuori moda. È, come dire, uno stile che ha subito un oltraggio, e che reagisce all’offesa come può. Ecco secondo me spiegata la «durezza» di certe immagini e la tenuta compattata del verso che utilizzi (che sia il verso lungo o quello breve non importa) e che tu tenti in tutti i modi di cementificare; le immagini che utilizzi sono della stessa stoffa della nostra moneta che tende alla deflazione pur in tempi di recessione; tu utilizzi la deflazione delle immagini, lavori per sottrazione, scavo, svuotamento anche là dove c’è un vuoto da colmare; tu vai per svuotamenti successivi, lavori con la sega elettrica, con le immagini de-nucleate, per ossimori e per contrasto. Eccone un esempio:

Di là dal tempo
le ore si sviteranno
come tappi dal diserbante,
sarò un’edera
semi assiderata dal sole.

Ho poi l’impressione che i titoli delle poesie siano intenzionalmente depistanti: vogliono indicare una sineddoche che conduce fuori strada il lettore, non per ingannarlo ma per offrirgli una diversa possibilità di lettura che una interpretazione letterale dei titoli altrimenti non consentirebbero; è un modo ingegnoso per portare il lettore fuori strada, fuori norma, per provocare una sua reazione.

(Giorgio Linguaglossa)

Ernst-Ludwig-Kirchner

Ernst-Ludwig-Kirchner

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999) Vie di Fuga (Aletti 2002) Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003) Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007) durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008) qui è Lontano (Tempo al Libro 2010) Voce dei miei occhi (Fermenti editrice 2011) Procellaria (Fermenti editrice 2013) Sono le Tre (Lietocolle 2013) Alcuni suoi lavori sono stati pubblicati da prestigiose riviste quali Tratti, Prospektiva, Il Foglio Clandestino.

«Carissimo Giorgio, ti ringrazio per la selezione dei brani di Procellaria che mi hai richiesto. Ho voluto che il libro fosse così, senza prefazione, con un disegnino da terza elementare in copertina, è un libro questo che ho detestato fin dal suo inizio. Composto in pochi mesi di un periodo molto duro e cruciale della mia vita, l’estate 2012. Procellaria, come ben sai è un cugino del gabbiano, molti addirittura la confondono col gabbiano. E’ un animale solitario fin dalla nascita, la procellaria infatti è figlia unica come me. Vive di pesce e dei rifiuti gettati dalle barche, ma ha la capacità unica di sapersi lanciare in alto tra due ondate di mare robuste e parallele. E’ indistruttibile, come a volte anch’io mi stupisco di essere. Un caro saluto».

(Flavio Almerighi)
testi tratti da Procellaria Fermenti, Roma, 2013

Brutto schimdtt2

schimdtt

Rosso d’uva

Questa notte un uomo
col ghigno
di un’acquasantiera
mi ha gettato
un giornale in faccia
poi mi ha accoltellato,
rosso d’uva
il sangue corre
dove non è mai stato
mi porta dietro,
quanto silenzio – penso
mentre muoio
e mi sveglio.

.

Ho sette anni

Passo senza muovermi
stormo di ruggini
come ogni volta,
ma prima invento
per chiunque non sia qui
indistinguibili particolari
di questo sottobosco
fra vipere e asparago.
Ai miei tempi
la fortuna non serviva,
mano a mano rallento
così essere
è più chiaro,
sento girare
la macchina delle falene
con un po’ di tormento.
Sono passato poco fa
senza insegne
le ali ammansite
da un sorriso,
io non parlo mai al plurale
nemmeno di noi,
ho sette anni.
procellaria

Quando dio decise
dimenticò il compasso,
ebbe comprensione
mi carenò, sempre pronta
a sfrecciare l’acqua
con violenza, ricetta base
di ogni portata.
Difficile esercizio
la dignità cui le lettere
sono possibili soltanto
a stomaco pieno,
ho il dovere di sorvolare
avvitarmi, colpire
senza esultanza per altro,
da sempre figlia unica
riposta sulla cresta
di due onde
e sola già dal nido,
l’unica mia vita
è trovare altra forza
continuare a predare.

.
Condono

C’è un tendone di cielo stasera
Da tenere teso per fumarci sotto
Mettere un cuscino da sonno imprevisto
Senza gravare un supporto di nubi,
Le dita muoiono di rabbia
O si fidanzano in caduta libera.
Il cuore è un buon camminatore
Non ha ali non ha piedi, c’è
Al buio è più vicino, metà sognato
Metà rimasto sotto il tendone
Mi disgrazia un futuro senza,
Condono a ogni rassegnazione

foto-video-vuoto

Il Vuoto

Ogni onesto predatore

Sono un maturo
embrione in filigrana
concepito a caso
nato per primo,
ampio oceano perduto
schiuso al nulla
cui chiedo silenzio
come niente appaia.
Ogni onesto predatore
è mansueto, io no
sleale da sempre
so di non esserlo,
per altro dal Duemila
ho circa quarant’anni
stretti nel reticolato
di un mal di cuore
senza immaginare
cosa passi nelle ossa
della buona sorte;
grazie per l’amore
grazie per l’aringa
per avermi trovato bene
nell’apparenza dissolta
di un uomo.

.

poesia?

poesia? Certamente, forse
Quasimodo si staglia a mezzanotte
scarno frutto dimenticato
sui giardini di Sala, sere d’astate
senza idea del pezzo
solo frammenti
Gesù,
non si riprende fiato
l’immediato è di necessità virtù
giusto per recapitare in porto
quello prima
e l’attrice al suo sipario
dapprima bruciato,
poi entrato nel profilo
bianco e nero senza destino
di cui tutti risero
dall’angelo domenicale
all’ecchimosi corsara dell’annullo,
sia declino in visibilio
o mezza rovesciata in rete
la procellaria non segue la strada
l’accorcia, ruota la fune
attorno alla pertica senza risalire
in balia del vento

flavio almerighi

flavio almerighi

Menù di pesce

Mi crocifiggeranno per questo,
dovrò stare attento
nei tre giorni seguenti
a non finire all’inferno.
Siamo al primo ti amo,
menù di pesce
e un paio di palpitazioni.

Il silenzio è facile
perché si anagramma meglio,
un giorno ho incontrato qualcuno
senza soprannome
abbiamo preso insieme un caffè,
diceva del bello nelle mie mani
che si incontrava perfettamente
con le sue.

Esistere per una carezza
la meno raccomandabile
passatempo e noia
cui adattarsi
senza consumare altra pelle,
scegliere il legno della croce
sarà pura formalità.

flavio almerighi

flavio almerighi

Incauta radura

In quanto tale la foresta
è una cattedrale,
vale la pena ricordarla
alta, millenaria
incauta radura
dai capelli verdi
sopra sottoboschi e moli
tanto agile da non pestare
nemmeno i propri passi,
bellezza, ciondolio di nidi
in penombra la vista cronica
nel silenzio carico di istinti,
la pioggia si sveglia
abbandonando quella poca
superstite
malinconia di donna.

SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

La camicia nuova

Con la camicia nuova
e orgoglio fesso da poeta
attraversa la piazza
tutta chiusa in vacanza
i denti bucati di fumo
forse per troppe parole,
il consigliere lettone e signora
drappellano i portici
inscenando dignità
sulle vetrine del tatuatore,
così va la pioggia
teneramente secca
senza speranza sparire

.
La recessione

Pizzerie etniche a ogni semaforo
il kebab è insapore ma a buon prezzo.
Esportiamo i migliori per i manovali
la bilancia è attiva, la decrescita acquisita.

I nostri vecchi rovistano cassette a mercatini chiusi
fuori orario sotto la pioggia battente;
chi è stato operaio chi facoltoso perquisisce il nulla
i bambini per ora non sanno della minestra sporca.

La sera è l’ultima recita, la notte rilegge Pasolini
alternando saette a un’aria che odora di cane bagnato,
treni e corriere portano pendolari in ritardo
e con le paghe svanite.

Le grandi città non resistono più
tutti parlano, pochi propongono nessuno accetta.
I vecchi palazzi carichi di vivibili trascorsi
sono chiusi per sempre soprattutto il sabato.

Le piccole fabbriche traslocate o scosse
fanno ressa con altre nazioni sulla via della seta
per il solito tagliente cinismo dei cinesi
nessun Marco Polo le riporterà indietro.

I banditi hanno facce da impiegati onesti,
i funzionari di partito hanno adottato le modernità,
alzano la gonna di impegni ben più sciolti
smerciano nero di seppia senza luna.

Lo zoccolo del cavallo è infranto a terra
poco distante un fuoco,
berlino Millenovecentoquarantacinque
mangiamo carne scottata nel silenzio decomposto
del mondo che è già qui.
L’inizio

L’inizio soffoca e dilata
l’ozioso diletto di Giulietta,
esibire il seno
a tre cavalli neri
scampati alla scacchiera,
la natura intorno
gira su se stessa
spezza silenzi senza fine,
preferisce ferite dolciastre
alle caste apologie
di musichette estive,
non so come si sentirà
labbra di pesca finché
non capirà che l’amore
è deliziosa dermatite,
arciere tutto ali
in ogni caso
volubile in acqua,
non esiterà a spogliarsi,
superato il taxi giallo
si fermerà a fissare
il cielo avaro
ma sempre più blu
come ripetono cantanti
stanchi di ascoltarsi.

Annunci

32 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, critica letteraria, poesia italiana del novecento

32 risposte a “UNDICI POESIE di Flavio Almerighi da Procellaria Fermenti, Roma, 2013 con un Commento di Giorgio Linguaglossa e un Appunto dell’Autore

  1. pasquale balestriere

    Si comincia a leggere e pare che il percorso poetico vada facendosi a mano a mano non più complicato, ma più complesso. Non so se la disposizione sia casuale o voluta, ma a me sembra che i primi componimenti si caratterizzino per una più immediata e intensa nudità (anche verbale); successivamente si arricchiscono di ulteriori significanti e significati, d’effetti simbolici e talvolta surreali. Le immagini paiono nascere già ridotte in sintesi, ristrette in sé (o essenzializzate) dal poeta ancor prima di farsi parola. E, a proposito di parole, qui l’impegno (o l’impiego) verbale è quello che deve essere. Nulla di più. Voglio dire che ogni momento creativo è supportato dal nucleo di parole necessarie ad esprimerlo. Niente sbavature, ma nemmeno avarizia linguistica. Il discorso poetico risulta in tal modo compatto, efficace e completo nell’ ambito che l’ha generato.
    Pasquale Balestriere

  2. “sleale da sempre
    so di non esserlo”
    Trovo questi due paradigmatici versi nella poesia “Ogni onesto predatore” a pag. 27 del bel libro di poesia “Procellaria”, composto nell’estate del 2012 e pubblicato nel 2013 da Flavio Almerighi, di cui una scelta è pubblicata oggi ne “L’Ombra delle Parole”.
    Flavio è un uomo leale, onesto senza cedimenti o compromessi di sorta, capace di dire con schiettezza, persino con durezza se è il caso, ciò che va detto, acuto nell’osservare la realtà in cui vive e nel denunciarne le storture mai con toni saccenti, sempre con obiettività disincantata.
    Questo profilo umano è insito nei due versi che ho posto come “incipit”, confermato dalla conoscenza virtuale ma sufficientemente profonda di Flavio Almerighi.
    Il titolo del libro e della poesia eponima, “Procellaria” (pag. 21), esprimono icasticamente non la poetica, ma la “ratio vivendi” del Poeta, fondata sulla dignità da difendere ad ogni costo, con una dura lotta in questo mondo così deludente. L’uccello marino il cui nome esprime il suo destino, come sostenevano gli antichi Romani con il motto “nomen omen”, affronta le tempeste anche più violente volando sempre contro vento, solitario per natura e per scelta, votato alla lotta dignitosa per vivere in un mondo avverso. “Difficile esercizio / la dignità (…) / ho il dovere di sorvolare / avvitarmi, colpire / senza esultanza per altro” dice la procellaria, cioè scrive il Poeta; “l’unica mia vita / è trovare altra forza / continuare a predare” per sopravvivere come uccello marino, per continuare a vivere come uomo, senza tuttavia esultanza se si deve colpire per non essere sopraffatti.
    Il mondo amaro e squallido di oggi come del 1945 a Berlino è perfettamente descritto nella poesia “La recessione” (pag. 28), con un linguaggio scarno, conciso fino all’avarizia di parole, scabro, pumiceo, ben adatto a rendere icasticamente i personaggi e le scene di una grande città come tante.
    Un’appropriata eco di Baudelaire, “la foresta / è una cattedrale”, apre la pregevole poesia “Incauta radura” (pag. 19), mentre la violenza di un accoltellatore e il sangue del protagonista che scorre sul corpo (non nel corpo) rendono crudamente attuale la prima poesia del libro, il cui titolo è un tocco di geniale pittura/metafora: “Rosso d’uva”. Un’immagine di vita in un terribile momento in cui “quanto silenzio – penso / mentre muoio // e mi sveglio.”. Era un sogno, un incubo, ma l’impressione che resta nel lettore è tutto quel rosso: di sangue o di succo d’uva?.
    Grazie, Flavio, per questo dono di vera Poesia. Grazie ancora per il libro che mi hai donato con una bellissima dedica.

    Giorgina Busca Gernetti

  3. una poesia non mansueta, come fa notare Giorgio Linguaglossa. Ma forse la poesia non lo è mai, anche quando sembra dire proprio quel che dice.

    Ho apprezzato le poesie qui esposte- una su tutte La recessione – dove il taglio arriva sul finale, in quello “zoccolo infranto”.

  4. PROCELLARIA
    .
    L’anima mia
    .
    procellaria
    .
    nel turbinìo
    .
    del vento
    .
    non cerca sosta
    .
    né quiete:
    .
    l’atra tempesta
    .
    è il suo regno.
    .
    ***
    Giorgina Busca Gernetti
    in “Parole d’ombraluce”, Genesi, Torino 2006

    Per una volta disobbedisco alle regole del blog e pubblico una mia brevissima poesia in omaggio all’Autore.
    Non so se resterà impaginata come nell’originale (a scaletta).

    • Mi spiace che la mia composizione “Procellaria”, nella mia volontà e nella pagina del mio libro raffigurante una scala (il salire in volo dell’uccello marino), come in un “calligramma”, nella messa in rete abbia perduta la forma originaria.
      GBG

  5. Giuseppe Panetta

    Il settenario è il metro di Almerighii, delicato e incisivo.

    “col ghigno
    di un’acquasantiera”

    “Il silenzio è facile
    perché si anagramma meglio”
    senza consumare altra pelle”

    “scegliere il legno della croce
    sarà pura formalità”

    Poesia di respiro, da ascoltare.

  6. Valerio Gaio Pedini

    ho qui potuto apprezzare i versi di almerighi. Rispetto l’idea del suo non apprezzamento del suo lavoro o del suo dissapore per esso:da questo si misura la capacità di un autore umile e capace. io stesso ogni volta che rileggo ciò che scrissi prima, provo un certo dissapore. Possibile che sia proprio questo invece un sentimento profondo che ci lega alle opere? In questa opera di almerighi, che vorrei pur leggere completamente, noto una certa variabilità tematica. La sua apertura sta nella dimensionalità della sua chiusura. aprezzo la brevità e la rapidità ritmaca del verso, che sballotta tra l’ironico (sempre amaro) e il malinconico. si ravvisa ergo il periodo difficile dell’autore.
    Cordiali saluti.

    V.G.P
    (che può anche stare come Viscido Guardone Pirla, il che forse non sarebbe del tutto erroneo).

  7. Giuseppina Di Leo

    Le poesie scelte mettono in luce momenti differenti di una ‘gestazione’ non facile del dolore .
    Attraverso un capovolgimento dei termini, cosa che Linguaglossa mette in risalto, Flavio Almerighi passa da un sogno-rivelazione al racconto d’infanzia e, passando per zone intermedie, giunge ad arrivare ad un momento prima dell’inizio della sua metamorfosi. Mi sembra che non ci troviamo di fronte a una ‘discesa agli inferi’, quanto piuttosto ad una sorta di identità smarrita, alla quale si accompagna una voglia (forse questa sì disperata), di ripartire.
    L’io, in questo caso, non pretende alcunché, né si arroga alcuna presa di posizione; tuttavia, esso rappresenta il nodo centrale del racconto: un io del quale non si può tacere e verso cui il poeta deve tornare.
    Quasi sempre in poesia i poeti parlano del proprio io, la controversia nasce quando l’io poetico parla di sé come oggetto privilegiato e si dimentica della poesia. Nel caso di Almerighi questo equivoco non c’è, per cui il suo “io” è inserito in una sfera di significato ben preciso: esso si delinea in termini di responsabilità (“io non parlo mai al plurale / nemmeno di noi/ – Un ricordo d’infanzia).
    Ho usato prima il termine metamorfosi per dire del cambiamento, in effetti però per il poeta la procellaria si raffigura come simbolo della sua stessa condizione.

  8. Che esperienza e che differenza da parecchie letture su L’ombra delle parole. Esperienza,perché è la mia prima lettura di un gruppo di poesie di Flavio Almerighi; differenza, perché è tra le rarissime migliori poesie postate su questo blog. Lo stile del contenuto, che include tutti gli ingredienti naturali per la creazione, è poesia. Stile che, come la procellaria, come Almerighi, è unico figlio benvenuto e benamato ma con tempi difficili, benvenuti per il risultato benamato.

  9. Se la poesia è vita colta nei suoi infiniti aspetti, tra i quali è parte anche il pensiero, allora devo ammettere che Almerighi, stando almeno alle poche poesie che ho potuto leggere su questo blog, è un buon cacciatore: ne coglie molta più di altri. Questo dipende dalle numerose immagini che entrano nella sua narrazione. Stilisticamente però non si allontana molto, o abbastanza, dalla metrica tradizionale. Questo mi fa pensare che potrebbero esserci presto ulteriori sviluppi, di forma e contenuto che si riconoscono meglio tra di loro. Non so se è questo che fa dire ad A. del suo scontento. Non sarebbe quindi umiltà ma coscienza della ricerca.

  10. Ivan Pozzoni

    Ho apprezzato, sopra a tutto, La recessione, categoria di versi, sociali, che non disdegno mai, se registrano bene la società. E i versi di Flavio registrano bene la società, sono tutti sociologici, come i miei. Quindi, con massima umiltà di entrambi, evito ogni lode. Poi non dire che non apprezzo i tuoi versi: li apprezzo, li segnalo, li chiedo. 🙂

  11. antonella zagaroli

    Volutamente non ho letto i commenti prima di me perché questa poesia di Flavio mi piace. E’ poesia elettrica che si posa per darti forza e poi fa riflettere. Ci deve essere un errore di trascrizione al penultimo verso della poesia Condono.

    • Giorgina Busca Gernetti

      Davi forse per scontato che gli altri commentatori l’avessero giudicata negativamente? Anche a me la poesia di Almerighi è piaciuta fin dalla prima lettura tempo fa.
      Giorgina Busca Gernetti

  12. antonella zagaroli

    Leggo ora Alfredo De Palchi e come al solito sono in sintonia con lui.

  13. Ringrazio chi ha dato il suo tempo a leggere l’articolo, e per l’interesse che ha suscitato, tutti bravi, ottimi poeti, ma pur sempre addetti ai lavori. E’ come se a vedere un film andassero soltanto registi e attori, o a mangiare il gelato solo altri gelatai. La mia speranza segreta è pur sempre quella che la poesia non rimanga per sempre confinata nelle stanze, nelle accademie a morire. Spero riesca a tornare in strada e a non essere più linguaggio per pochi. Di nuovo grazie.

  14. Valerio Gaio Pedini

    mandami una versione più completa via mail. Io la tua e quella degli altri non ce l’ho.

  15. Gentile Amerighi, gli addetti ai lavori più o meno leggono, non tutti i libri di poesia, che sarebbe impossibile; i pochissimi lettori e non addetti ai lavori
    preferiscono non intervinire per numerosi motivi, ma sopratutto per non
    intrappolarsi in discorsi nocivi alla poesia. Non è un commento originale,
    ma dice quel poco che realmente accade.
    Per esempio, il mio libro Paradigma-Tutte le poesie 1947–2005 (2006), dopo un anno, l’editore mi informam che ne ha vendute, nonostante il libro fosse in distribuzione, circa 50 copie. L’editore era desolato e spiacente, invece io gridai successo. Piccola storia ma incoraggiante se lo scrittore poeta non si abbatte. Allora, coraggio a Flavio Almerighi e ai poeti addetti ai lavori.

  16. Signor Almerighi, ch’io sappia non ci sono copie disponibili, l’editore è
    Mimesis/Hebenon. Grazie del suo interesse.
    Guardi, se lei e tutte/tutti i commentatori volessero curiosamente ricevere il volume uscito in USA, “Paradigm. New and Selected Poems 1947–2009” (2013), testo a fronte, io sarei felicissimo di regalarlo a coloro che mi fanno avere il loro indirizzo. State tranquille/tranquilli, non verrò a trovarvi. Dovrei
    essere a Roma il 12 febbraio prossimo alla Casa delle Letterature; non ce la faccio.
    Inviate gli indirizzi stradali a: adepalchi@aol.com

    Cordiali saluti a lei signor Almerighi e ai commentatori/commentatrici.
    adp

    • Giuseppe Panetta

      Caro Alfredo, sono stato in diverse librerie a Firenze in cerca del tuo libro edito da Mimesis/Habenon, ma con grande dispiacere non vi sono copie disponibili.
      Ti scriverò all’indirizzo che hai riportato nel post per avere il libro.
      Grazie.

      GP

  17. Valerio, la tua umiltà è così religiosamente umile che io grande peccatore
    senza umiltà non ti potrei parlare guardandoti negli occhi. Arrossirei. Ma sai benissimo che nessuno ti crede, nessuno. Credi che gli “arrabbiati”. . .?
    Tuttavia io ti credo perché come te sono umilissimo, benché nessuno sia
    tanto minchione di credermi. Allora, bisogna usare l’intelligenza senza fare il gradasso, mostrarsi come si è davvero, non da finto umile doppiogiochista, essere fermo nobile di animo e di spirito, nessuno avrà niente di odioso da dirti. L’umiltà, quella che si menziona in generale, è per i pavidi. Durante la mia lunga vita li ho incontrati tutti. Il poeta/la poeta artista, credimi, non dà mai segni di umiltà, però dà segni di generosità verso chi ha talento.
    Volevo, come ho cominciato, essere spiritoso con te intorno all’umiltà; ma mi sono lasciato andare e ho in breve parlato, rivolto a te, della mia esperienza. Ciao.

  18. Valerio Gaio Pedini

    per chi volesse sopportarmi privatamente:
    super.vale_@hotmail.it

  19. Antonio Colandrea

    “Il giorno di vetro” un quadro scarno, che non emoziona. Non c’è eros, benché il soggetto sia nudo e di fronte a uno specchio che dovrebbe amplificarne le forme,forme che però, sono legnose, rigide. I fiori rappresentati “bianchi gigli” dovrebbero rappresentare appunto la purezza ma manca la grazia del movimento femminile. Parlo del quadro e non delle poesie,caro Flavio, non per fare l’originale a tutti i costi ma perché mi ha colpito l’abbinamento che ho trovato pertinente e non casuale. Le tue poesie hanno la stessa consistenza, rigide, legnose, essenziali ma con una forza necessaria nel rappresentare la realtà attraverso le sensazioni dell’Autore. La poesia, è quell’immagine riflessa, parte inconosciuta del poeta. Il soggetto in primo piano non la vede, la vedono i lettori e comprendono di lui cose che a volte neanche il poeta conosce a pieno, nello stesso tempo, riconoscono se stessi specchiandovisi. È un sasso la poesia, una pietra che il poeta lancia, rotolera’ fino a raggiungere colpendola qualcuno, potrà fargli male o solleticarlo,in ogni caso lo farà pensare.
    Ciao, complimenti e grazie.
    Antonio

    • Marisa Papa Ruggiero

      Almerighi, ho molto apprezzato le tue poesie. La “stoffa” con cui tagli cuci e disegni figure, forme, sagome sceniche, per originalità e naturalezza è preziosa; intuisco che ti è pienamente congeniale questa cifra così essenziale, magari un po’ “scarna”, ma autentica. La sento permeata di sana e pensosa consapevolezza per tutto ciò che ti circonda, per questo convince e fa riflettere; spero che tu rimanga fedele a te stesso, che non ceda a nessun manierismo, non lo crederei possibile, tra l’altro.

  20. Eppure i tuoi versi non mollano mai, sono tesi, saranno anche a luci cupe ma non si arrendono, perfino quando mostrano le piaghe. Entri ed esci, – soliloqui, colloqui, mono-voce, plurali sociali – il silenzio è facile per un’anima che si interroga continuamente, (e di tutte, è la poesia che prenderei per me e imparerei a memoria, se mai potessi segnalare la preferenza personale). E’ forse il dovere di chi è “concepito per caso” portare la propria agnizione fuori, alla Terra che non ci ama così tanto. La poesia può essere l’utensile duttile ma solo nelle mani di un poeta. (E scusa il ritardo…)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...