LA GENERAZIONE DEGLI ARRABBIATI DUE POESIE di Valerio Gaio Pedini “De bello stronzibus o memoriandum dell’ottavo nano: ovvero il monologo mai scritto di Giulio Cesare”, “Portarono dell’alcool al nativo” – UNA POESIA di Ivan Pozzoni con un Commento di Valerio Gaio Pedini

 Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

Erich Eckel Il giorno di vetro 1913

 Valerio Gaio Pedini

Ma conchiudendo l’amarissima vicenda che ci ha tanto fatto sognare, i polli sono stati cotti e mangiati e crauti hanno adornato il tutto: così che l’idromele fosse più buona: bona, basta, stop, bona, basta, stop, finisci le tue parole e vattene dal mio cimitero:
oh se fossi dado mi tratterei-se fossi pugno la faccia ti spaccherei:
ma è mai possibile che bisogna venerar otto coglioni, che nemmeno sanno farsi il letto:
Cleopatras lussuriosa et Biancaneve che produce fiele: parole, parole, parole: basta con le parole!
Nani, nani, nani, nani: sapete che potete crescere, cavalcando muli ciarlatani!
E così fu che il vano giudizio divenne larga sentenza: i miei rivali sono stati avversari temibilissimi nello scontro armato: stronzonibus docet:
Antonioooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo! Ottavianooooooooooooo! Tu quoque Bruto fili mi!
Io sono Bruto e tu sei un pezzo di merda: ah, io non sono né un repubblicano, né un imperiale: io sono uno che ha i coglioni girati: e poi basta a dirmi figlio, mi hai solo adottato, pirla!
Cicerone dove sei finito,eh? Tutti lo sanno che volevi ammazzarlo, tutti! Cicerone, sei troppo impegnato a scrivere sulla stronzaggine per sentirmi?
Oh, audire è difficile, quando non si ha un cazzo da fare!
Ascoltate, gente, lo so che siamo tutti alla gogna!
Non è forse vero che siamo tutti ugual ipocriti a questo mondo?
Che corriamo, ci tuffiamo, varchiamo fiumi e ci facciamo padroni del mondo?
Ah, coraggio da vendere dite?
Nah,pavidità, pavidità, pavidità: stupidità, stupidità, stupidità: io le mie parole le scrivo, non le detto!
Ave Vale, ave Me, ave Vale, ave Me, ave Vale e finiscila!
Smettila pur qualche volta d’imprecare contro la storia, contro la letteratura, contro l’uomo:
deprivato di virilità:
sapete, oh uomini che Cesare era uno gnomo e che viveva in un bosco, fatto di mariuana, di cocaina, di eroina e di quattro baldracche e anche baldracchi: d’altronde amava le cose strane, amava i Galli,
anche lui era un Gallo: ricorda un po’ quell’imperatore appassionato di pollicultura, giusto, fu l’ultimo imperatore: pare che la gente sia invaghita del pollame.
La storia è un luogo strano: uno ti parla di Galli, e viene considerato un libro Antropologico: quando io parlo di uomini, pensano che faccia etologia come Konrad Lorenz, con le anitre che si muovono con sincronia,
vedeste come mi seguono!
D’altronde c’è chi tira il collo e chi spacca le reni alla Grecia!
Ma io sono un Gallo Cedrone, un Tacchino, un Pavone, guardate la mia bellezza, ah, vero che sono bello?
Guardate che corona!
Sono il re di tutti voi saltimbanchi perditempo: pirliamo tutti in giro, tanto il Duomo sta crollando, in un frammisto di Cinesine: la gente è proprio fissata con il pollame e con gli augelli, soprattutto quelli solitari!
Ah ah ah ah, Serva Italia di dolore ostello, bordello:
eh, sapessi, almeno ci fosse il bordello, ma caro Dantuccio, il bordello non c’è:
vi è solo qualche pollo, cinesino, gallo, pavone e anche qualche coniglio:
sembra di essere in una stalla più che altro.
Varcare la società, spaccarla! Distruggere! Bruciare! Invadere le farms di questo tripudio linguistico:
metterli nella fornace, e chiuderli in un bunker, proteggerli e ucciderli, ucciderli e proteggerli:
uomini, viviam nella disperazione, stiam male e siam distrutti: morirem come morirà l’universo:
scoppiato in un gemito strozzato:
tiriamo il collo a ciò che sappiamo, tanto non ne saremo certi mai:
audire, l’uomo è un animale senza senso, categoriale, non sensoriale:
vedete il mio naso grosso come quello di Cyrano? Non usma
E la mia lingua serpentina?Non sente alcun sapore?
No, qui le orecchie scoppiano e noi possiamo dissolverci in vane parole.

Ernst-Ludwig-Kirchner

Ernst-Ludwig-Kirchner

Portarono dell’alcool al nativo

Ed il nativo ringraziò-pregando Terra di rendere fede a questo generoso uomo – che era il non luogo
Del premio dello sgombero
Lo sgombero avvenne – e il nativo si trovò piazzato in un libro di De Curtis, fenomeno archeologico, nelle vestigia di Rambo, fenomeno da baraccone, indossando la tuta di Batman in uno squallido bar cantando l’ultima canzone d’amore- e tutti intorno con il fungo in mano sedevano, mugghiando la fine di qualche corvaccio e l’inizio di un paio di pavoni:
Il cinema li presenta come dei tiranni barbarici, nomadi ignoranti, che vivevano in tendine di stracci:
è proprio vero che i film storiograficamente dicono solo cazzate!
Questi dementi di Cowboys sempre a rompere i coglioni a questi dementi di Nativi: davvero non si possono vedere!
È meglio pensare allora a Cavallo Pazzo, che cerca di estinguere i coloni-o qualche apaloosa, naturalmente portato dall’occidente, che sbuchi dalla steppaglia e nitrisca prima di recalcitrare, per poi cadere fucilato dal premio divino!
Ai Crow che si fanno appendere al soffitto di una caverna buia, per illuminare la via della salvezza.
Oppure qualche Piede Nero che dissangua qualche bisonte, prima di assaporarlo, scuoiandolo per indossarlo nei giorni dell’invasione!
Gli Americanisti dicono che i Nativi non sono stati sterminati, sono stati traslati:
eppure l’ultimo nativo che vidi era un pirla che mi vendette una maglietta ed un cerchietto e quell’altro disperato cantava:

“natura morta
Disseminata dall’odio
Ti estinguerai sotto il mio piede rosso,
natura bianca
l’anima è seviziata,
il corpo non vive:
il bisonte si è estinto
e tu, come volevasi dimostrare, sei morta…
ed è colpa mia
ahiahaiaiaia
ed è colpa mia!”
Bum!

Quando tutti insieme in coro gridavano “what a jingle shit!”-Ed io dicevo loro, non ci sono più i canti di una volta, non ci sono più i canti!

Ci sono i pianti

E tutto… tutto ricominciava

“natura morta
Disseminata dall’odio
Ti estinguerai sotto il mio piede rosso…”

 

SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

 UNA POESIA di IVAN POZZONI con un Commento di Valerio Gaio Pedini

Quando Giorgio Linguaglossa nei suoi Appunti Critici (2003; Edizioni Scettro Del Re) evidenzia che  la questione che più è corroborante nella critica vigente è la mancanza di coraggio, ovvero una cospicua diminuzione e rarefazione della critica militante, possiamo ben dedurre, che, data una mancanza di coraggio critico, fossilizzato al saggio dotto di poeti e artisti di cui hanno già detto tutto quello che si poteva dire e che le parole usate, pur edotte, sono anch’esse troppo ripetute (forse proprio perché edotte), ci sia una mancanza di coraggio poetico: una- permettetemi il termine plebeo ma attuale- deprimente fossilizzazione tematica e formale: una “gran fossa”che io ho più volte definito con il termine Nostalgia, che, ormai non produce nemmeno più letteratura elevata (Spaziani), ma si va a delineare entro un termine assai mellifluo come “posticcio”.

Ora, finito il preludio, vi chiedo, cortesemente, di rimuovere ogni parola da me scritta, poiché Pozzoni di coraggio ne ha da vendere- e come ben si può dedurre- agl’egemoni questo coraggio fa male, troppo male: ergo gli egemoni sono costretti a respingerlo, sia dal punto vista critico, sia dal punto di vista poetico: ma pare proprio che con Pozzoni la critica militante si stia rigenerando.

In poche parole: Pozzoni ha ben compreso che la posizione della poetica d’avanguardia novecentista è infattibile, inattuabile e da uno sberleffo assolutamente ingenuo del poeta marxista Ennio Abate, che lo definì “neon-avanguardista”, termine che Ivan invece adotta con non poco apprezzamento, per l’indignazione del Compagno Abate. Andando per le spicce, ha compreso cosa significa «liquidità sociale»: e in aggiunta, Linguaglossa ci va ad accostare un appellativo che agli egemoni fa accapponare la pelle: «Guastatore».

Mi sembra necessario però delineare dove si posiziona la poesia di Ivan: la poesia di Ivan è “chorastica”, non è un poeta delle strade e non vuole esserlo, ma non è nemmeno nella chiusura ermetica: potremmo collocarlo nella Linea Di Minor Resistenza- Linea però portata ad un estremo di sarcasmo, ironia, umorismo: si potrebbe, invero, dire che la poesia di Pozzoni non conosce il termine Giusto Mezzo, poiché non esiste attualmente, e anzi è impossibile che l’uomo sia nel giusto mezzo, poiché forse è del tutto inconcepibile: d’altronde in una società in cui tutto è portato all’esasperazione, all’estremo, la poesia ed ogni forma d’arte non possono fare altro che muoversi all’estremo, e ciò Pozzoni l’ha compreso. Ma per comprendere meglio la poetica di Pozzoni, aggiungo qui una sua poesia,
Marinetti non l’avrebbe mai scritto:

Brutto volto

emil nolde

emil nolde

 

 

 

 

 

 

 

(dialogo tra un manager e una studentessa universitaria in discoteca)

Ciao, come va? È tutta la sera che ti osservo
Ciao, zio! Mica sarai un Baldocci o un Babbaluga, eh?
Guardo solo te!
Perché mi lumi? Starai mica a broccolarmi?
Sei una bellissima ragazza.
Grazie, zio. Ce l’ha una geografica per una bomba?
Dobbiamo invadere l’Albania?
Non mi far sclerare, abbiamo finito la gangia, e non ci sono Majabba nei dintorni! C’hai neuri, dai? Non fare il T-rex!
Per farsi una canna, non ho money: non concepisco chi si droga.
Zio, mi perplimi. Mica sarai un robboso? Sei afef?
Al massimo Tronchetti Provera! Dai, non sono noioso.
No, non sei un asciugone, né un fonzie. Pure tu m’attizzi! Non sei un Sancarlino! Sei un aristofreak? My sister dice che scrivi libri.
Grazie, sono un ragazzo normale. Sì,sono un artista.
Bella, frate. Mi fai andare in sciambola. Sclero! Sai scapersare?
No, non suono, non scrivo musica. Scrivo versi.
Menomale ke non sei una melo checca…Sei proprio un O.G.M! Come ti citofoni?
Boh, di norma scendo in strada, suono, e ricorro in casa. Non è sempre facile ritrovarmi.
Che disease! Mi fai morire, o, se non altro, non mi fai sminchiare come i ragazzi della mia età. Preferisco i ragazzi maturi, come te.
Comunque mi chiamo Ivan.
Bello, mi piace abbestia? Hai un fazzollo?
Tieni.
Grazie. Come vivi?
Sono responsabile in un’azienda di distribuzione organizzata. Tu?
Uni, che sbatta! Sono alle pezze, sempre a studiare. Interessi: non sei un fungo!
Se fossi un fungo, sarei un Cortinarius, velenosissimo.
Bastard Inside! Ti bevi un ape?
L’ultima volta che ho bevuto un’ape mi hanno ricoverato in ospedale.
Ddddaiiii, non fare il babbo di pezza! Non sono una figa di legno.
Sei una che va subito al dunque?
Antisgamo.
Con te ci andrei al dunque.
Henk! Che bazza…Mi sa che vuoi solo bombare! Come sei messo a Caronte? Ihihih
Sono in grado di traghettare te e tutte le tue amiche…
Smettila di garlare. Non fare il grozzo!
Scusami, hai ragione.
Sempre a pensare a inzaccare, voi maschi. Camomillati, o mi tocca asfaltarti! Non è che concedo il frisby al primo che incontro.
In tutti i casi, se la concedi, te la rilanciano.
Sei troppo scemo, simpa! Non ti voglio scagliare! Ti va di ribeccarci, magari, un puntello, non, così, damblee…
Sì, ho voglia di rivederti. Magari un chinese, un cinemino?
Dobra! Ci sto dentro. Sgamiamoci domani: lasciami il numero di cella. Hey! Dove ho messo la cella? ‘spetta, non imbruttirti!
Più brutto di così, non riesco, anche impegnandomi.
Sono in chiusura, zio, non ti seguo. Oh, non mi rimbalzare, squilliamoci.
Certo: ti chiamo. Ma non sarai mica fidanzata?
Zibra! Zero al quoto! Poi che cambia?
Eh, che cambia?! Sei troppo fuori. Domani è Ferragosto, è tutto chiuso.
Fregatene: ci vediamo al bancomat, e magari ci archiviamo a letto. Cia’, zio.
Ciao, bella.

.
Ora alla domanda: “dove sta l’esagerazione?”, la risposta di Holmes sarebbe “Elementare Watson, in tutto: se la realtà è estrema, la poesia, di conseguenza diverrà estrema, estremizzando ancor più la realtà”.

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Alcuni ci hanno trovato Cecco Angiolieri, altri Esenin (anche se il paragone col poeta russo mi pare molto azzardato), altri ancora alla Scapigliatura Milanese (Praga, i fratelli Boito, Tarchetti…), che possono comunque risultare paragoni ammissibili, data la miscela irosa e canzonatoria presenti in Angiolieri (S’i fossi foco arderei il mondo) e la Scapigliatura Milanese, mentre su Esenin sì: ma dovremmo confrontarlo con il primo Esenin e non ancora con l’Esenin da Mosca Delle Bettole (titolo di una antologia di versi di Esenin pubblicata da Acquaviva): ma possiamo davvero fare tali paragoni? Forse per la grammatica del verso sì, ma per la grammatica sociale? È risaputo che l’arte trasmuta quando trasmuta la società e viceversa: e per tale questione pongo tale quesito: la società di Cecco Angiolieri era liquida? No, era caotica: ma bensì, all’opposto: il processo di tutti contro tutti vi era per un motivo che diremmo ovvio: una solidità maggiorata, dove il principio utopico veniva coltivato e non cacciato. Dunque, come il ‘300 e la fine dell’ 800 la situazione sociale è in istallo, con la netta differenza che qui nulla ha la possibilità di perdurare, perché non vi è tempo.

Si può ed, anzi, si deve elidere il paragone, perché non necessario. La situazione culturale è in istallo, l’egemonia opprime, l’egemonia pare che però che ,grazie a Ivan e altri, stia per essere “cotta e mangiata”. Concludo, annotando un piccolo appunto critico condiviso da me, da Linguaglossa, da Pasolini, da Del Bono: l’arte non ha più il coraggio di descrivere la realtà, di essere la realtà: ora bisogna guastare questa pavidità artistica e descrivere ciò che è, ergo essere ciò che è, e, con sforzi ciclopici, artisti come Pozzoni, nuotando controcorrente, sembrano riuscirci.

(Valerio Gaio Pedini)

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

 Valerio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se potete, Rigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicala, Essence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme Liquide, Scenari ignoti e Glocalizzati.

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

 Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976; si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2013 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Androgini, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen e Scarti di magazzino con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni; tra 2009 e 2014 ha curato le antologie anti-poetiche Retroguardie (Limina Mentis), Demokratika, (Limina Mentis), Tutti tranne te! (Limina Mentis), Frammenti ossei (Limina Mentis), Labyrinthi [I], [II], [III], [IV], Generazioni ai margini, Neon-Avanguardie, Comunità nomadi, Metrici moti, Fondamenta instabili, Homo eligens e Umane transumanze (deComporre). Nel 2010 ha curato la raccolta interattiva Triumvirati (Limina Mentis); nel 2012 è uscito il numero unico di rivista, da lui curato, Le bonhomme. È con-direttore de “Il Guastatore – Quaderni «neon»-avanguardisti”; è direttore esecutivo della rivista internazionale “Información Filosófica”; è direttore delle collane Esprit (Limina Mentis), Nidaba (Gilgamesh Edizioni) e Fuzzy (deComporre Edizioni).

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66 commenti

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66 risposte a “LA GENERAZIONE DEGLI ARRABBIATI DUE POESIE di Valerio Gaio Pedini “De bello stronzibus o memoriandum dell’ottavo nano: ovvero il monologo mai scritto di Giulio Cesare”, “Portarono dell’alcool al nativo” – UNA POESIA di Ivan Pozzoni con un Commento di Valerio Gaio Pedini

  1. “Ribellarsi è giusto”, così intitolava Sartre un suo libro negli anni Sessanta. E io ritengo che questa nuova generazione abbia le idee chiare in proposito. Lungi da loro l’idea di fare poesia con la P maiuscola o poesia di contestazione, come andava di moda negli anni Settanta, Pedini e Pozzoni hanno in comune l’idea che la ribellione vada fatta attraverso la tabula rasa di tutto ciò che finora è andato sotto il nome convenzionale di Poesia o di Estetica, parole che troppo spesso hanno tradito la fiducia che i loro adulatori concedevano ad esse. L’idea che muove gli arrabbiati è che si possa fare poesia (in un futuro prossimo o remoto) soltanto dopo che sia stato bombardato il terreno in lungo e in largo, e dopo che non ci sia rimasto neanche un virgulto in piedi. Mi sembra una idea chiara, quantomeno e, vista oggi la penuria di idee chiare, forse è meglio una idea chiara che cento idee confuse.

    Quantomeno, loro, Pedini e Pozzoni, sono andati a loro modo e con i loro mezzi, oltre le poetiche contemporanee (o di ciò che resta oggi di ciò che un tempo si designava con la parola poetica); contro la poesia convenzionale, contro la finta poesia che finge degli a-capo dove gli a-capo non ci sono, forse è preferibile una poesia che intende bombardare tutto ciò che c’è di bombardabile, senza prefissarsi degli scopi di contestazione o di fiancheggiamento a una ideologia che è stata affondata insieme al Titanic del Moderno.

    Ribellarsi è una misura di sana profilassi.

  2. Valerio Gaio Pedini

    felicissimo di ritrovare i miei versi e il mio appunto critico ad Ivan!anche se spero che presto escano anche i miei “colleghi” di missione, che stanno crescendo a vista d’occhio.

  3. antonio sagredo

    Che intendi a vista d’occhio: il tuo o il loro?
    Poi che uno può vedersi crescere senza sospettare che altri lo vedano; oppure non crescere affatto e all’altro occhio pare che invece cresca.
    ———————-
    Comunque notevoli i testi qui presentati: attendono solo: sale, palchi, attori squinternati e squattrinati, teatri, loggioni, ecc. e” poltrone rivestite di polpa di donne” (Majak.) “Chissà dove, le aiuole rosse della platea,/fastosamente rigonfi gli stipi dei palchi.. la bambola a molla…” (Mandel’)
    …………….. immagini futuristiche certo, ma Catilina è un rivoluzionario dell’antica Roma contrapposto al benpensante cadetto e borghese Cicerone. (Blok). Quanto a Esenin, salpava dal porto del passato verso il futuro, come Blok e la gente li chiamava “traditori”loro che a loro modo erano dei teppisti > prima di tutto contro se stessi… che non credevano che fosse avvenuta una “rivoluzione”, ma qualcosa altro che una rivoluzione (e gli scemi tedeschi che marciavano contro la Russia rivoluzionaria!!!). “Boh, di norma scendo in strada, suono, e ricorro in casa. Non è sempre facile ritrovarmi”: fine, di che? Le rivoluzioni cominciano nelle case, escono fuori, e poi ritornano a casa: non è successo nulla… proprio nulla!
    a. s.

    • Ivan Pozzoni

      In realtà:
      (Lei) Come ti citofoni? [in gergo iper-giovanile: come ti chiami?]
      (Lui/io) Boh, di norma scendo in strada, suono, e ricorro in casa. Non è sempre facile ritrovarmi. [tentativo di spiegare a lei come ci si auto-citofona]
      Purtroppo, l’html del sito smarrisce in strada (davanti al citofono) la forma dialogata del mio schiamazzo metrico.

    • Valerio Gaio Pedini

      nel nulla succede di tutto. Ho constatato. Il temperamento ribelle non rende formalmente una poesia ribelle, anche se la scrivo col sangue. La ribellione era totalmente interiore, si erodeva-parlando della sua casupola di nostalgia. Non c’era più niente-nemmeno Esenin stesso, era per l’appunto una mosca delle bettole. sul fatto strettamente degli arrabbiati, che poi son mica per forza arrabbiati vitalmente- non vanno in giro con i forconi, non sono poeti da strada- come vi erano nel secolo scorso, crescono per il mio occhio critico- che non è chiuso- dato che è critico e non chiuso su me stesso. Cicerone era un benpensante farlocco-un furbone, diremmo ora! O semplicmente un ipocrita ablatore. Se non mi piacessero e non avessero delle idee loro, li getterei da un dirupo e mi leccherei le mani, aspettando altri da gettare. Come faccio tutt’ora con altri cialtroni dei locali bar! Presuntuosi, arroganti ed incapaci-epigoni di loro stessi! Sociologicamente è cambiato…molto. lo dimostro nella poesia su i nativi, la cultura americana a preservato alcune usanze dei nativi-ma la cultura nativa in sé è stata ingurgitata, almeno antropologicamente in un’altra, che, come per una questione darwiniana, sembra ma non è più potente-aveva solo qualche batterio in più e qualche arma in più e un fantomatico dio fantoccio come scusa. La trasposizione poi letteraria e fumettistica dell’indiano-chiamiamolo così- poi è un’altra questione. Batman ha un fondamento nativo- anche in Mark Twain c’è un prosequio, ma naturalmente è una modifica. credo che per fine non intenda una fine-ma una distorsione concettuale della cultura primaria-la cultura storicamente è in divenire- ma che questo divenire sia corretto non sono la persona autorizzata a dirlo. Preferisco il sciamano africano del paroliere occidentale. Ora ci sono ancor delle culture autoctone poche, per lo più tante sono un mezzo turistico- culture fantoccio le potremmo chiamare, un po’ come i nativi delle foto di de curtis.

  4. Valerio Gaio Pedini

    di questo già ne parlammo, Antonio.

  5. Sacrosanta verità: nel nulla succede di tutto, e dopo tanto post qui e post là arriverà il nullo a seppellire il tutto. Sono bei monologhi, quelli di Pedini me l’immagino letti, o meglio recitati da un Arnoldo Foà in viaggio, quello di Pozzoni da un Freak Antoni in grande forma, pace alle anime loro. C’è bellezza in queste parole scatenate e in libertà.

    • Valerio Gaio Pedini

      i miei monologhi nascono recitati da me e finiscono recitati da me, anche se Foà lo si rimpiange-amico e collega di Allegri, che ben conosco.

  6. Pasquale Balestriere

    Io non so se quella di Ivan Pozzoni sia poesia, non-poesia, neon-poesia o anti-poesia. So però la sua mente: bella, libera e colta. Ivan sa da quale lato si impugni una penna.
    Pasquale Balestriere

  7. Quella di Ivan Pozzoni è poesia, ed ha una sua purezza e un suo futuro. Ivan è uno schiacciasassi, o meglio uno schiaccianoci, giustamente si deve aprire il guscio per arrivare al gheriglio.

    Valerio Pedini è una promessa ed ha le carte in regola per arrivare. A differenza di Ivan, Valerio schiaccia inesorabilmente, fregandosene della polpa. Vedremo in futuro.

    • Valerio Gaio Pedini

      potrei risponderti con la mia troppa polpa
      Canto primo: Trasfigurazione di Caronte

      Eppure era vero, dannatamente vero
      Quel caron dinomio vestito da donna:
      aveva un suo fascino femmineo
      e oscillava dentro una non-vita sterile…
      eppure suadeva col timbro basso- di chi sa che la morte è necessaria alla vita, quanto la vita alla morte.

      Non che fosse bello, ma piaceva.

      Così scoprii che Caronte fu la prima drag queen della storia e che Dante aveva visto male, insomma:
      non era un tipo burbero,
      era uno che arrancava faticosamente, imprecando qualche ingiuria agl’obesi e qualche bestemmia ai vivi:
      poi si sedeva, prendeva il rosario e lo ingeriva,vomitando parole aspre,
      per dire poi sornionamente: “I morti non li ho mai sopportati!”

      E fu strano
      Sentirlo dire:
      come un mazzo di chiavi, caduto a terra, Caronte era San Pietro e San Pietro era fumo tossico!

      E’ stato seppellito il mithos
      Da anni di derisione,
      da anni di strutture bucoliche
      et nervi cristiani gnomici-mentre l’aere dell’inferno era paradisiaca voluttà dei sensi,
      dove i satiri sguazzavano nel liquido amniotico, affinché nascesse una nova specie!

      E nacque così il tempo fra le strida e l’amarezza dei sensi,
      traghettati sull’Acheronte.

      poi secondo il mio criterio artistico (e dico che ne ho uno), anche se alcuni non lo vedono-tutto sta nei contrasti. La polpa c’è ma la spargo dappertutto. e dico che, anche se alcuni non vedono, beh la mia è solo una grandissima metafora teatrale. Ivan è chorastico- io sono un monologhista- e continuo a ripetere che i miei testi nascono dalla mia voce e si conchiudo colla mia voce. Si può vedere la multidimensionalità fatta di timbri e toni contrapposti, oltre alla dimensione meramente saggistica, unica a quella musicale e a quella dell’ a-ritmia. e poi vi è il grido, dopo le 300 pose che in un testo unico assumo, ma forse Gassman mi direbbe che il mio tono è sempre lo stesso! Ma della polpa me ne frega eccome. Se no non parlerei in termini sociologici ma farei il minimalista della situazione.

  8. Valerio Gaio Pedini

    credo però che si debba avere una forma mentis teatrale, che pochi hanno, anche nel teatro

  9. Valerio Gaio Pedini

    era una precisazione XD sulla polpa comunque mi importa eccome- solo che c’è troppa non polpa e tanta ipocrisia del caso.

  10. Valerio Gaio Pedini

    per discutere delle mie idee io sono sempre disponibile anche in privato.

  11. uhmmm, va bene Valerio, se tu intendi polpa come messaggi, capisco. Ma la mia affermazione era molto più sottile. Ad ogni modo va bene così.

  12. Penso subito ai poeti “perbene” a cui avrà preso un colpo leggendo questi testi . Il “permale” che veicola la loro itterizia è in realtà la loro cattiva coscienza : non hanno le palle per confrontarsi con tutto ciò che non è previsto / inamidato / collaudato . Zero consapevolezza dell’anarchia della poesia , che grazie a dio fa quello che vuole , che non è mai quella che avevamo pensato un attimo fa . I due Nostri non hanno ( credo ) la minima pretesa di indicare / stupire / sovvertire l'”ordine costituito” : la loro modalità , come chiosa Balestriere , è una sola : bella , Libera e colta . Fisiologica e certo non costruita .
    Grazie
    leopoldo attolico

  13. Giuseppina Di Leo

    Apprezzo molto la tua poesia, Ivan, è una conferma della strada intrapresa già da tempo, quella della denuncia delle aberrazioni della società.
    D’altra parte, tempo fa, a proposito di “Galata morente”, tra le altre cose, avevo scritto (commento che, ricorderai, ti inviai via email):
    Ivan Pozzoni sbaraglia in maniera diretta tutti i vari perbenismi da assuefazione mediatica con cui la nostra mente sta perdendo le residue capacità di difesa e di libertà e, così facendo, mette a nudo l’ipocrisia mielosa di tanta poesia che si è nascosta sotto il velo della falsa innocenza.

    In questa poesia, l’utilizzo del dialogo mi sembra la maniera più adatta per discendere ancor più profondamente nelle viscere della società, e, come in una pièce dell’assurdo, alla fine non c’è distinzione di ruoli tra la bella e la bestia.

    Sulla tua poesia, Valerio, la seconda la preferisco senz’altro per la sintesi con la quale riesci a trasmettere un messaggio su un argomento niente affatto semplice, come quello dei nativi d’America. Qualche perplessità ce l’ho sul monologo, ci sono troppi ‘salti’, è una cascata, forse avresti fatto meglio a suddividere, sicuramente metti insieme tante, troppe storie.

    • Valerio Gaio Pedini

      la prima poesia è la liquidazione temporale. il latino usato male è mostranza della babilonia-ergo anche i salti. Il caos si fa breccia e la babilonia viene edificata, senza che io la possa controllare. La mia ragazza mi ha criticato e ha detto che rischio di sembrare ignorante, io dico invece l’opposto. Proprio perché salto con una complessità estrema-anche nozionistica. Giorgio Linguaglossa nella prefazione beh afferra il mio plauso: non c’è più tempo!

      • Giuseppina Di Leo

        Adesso mi è più chiaro, Valerio.
        Giorgio esamina la questione con acutezza e competenza, e sono d’accordo anch’io che occorra andare “contro la finta poesia”.

  14. Ivan Pozzoni

    Ringrazio Flavio (Freak Antoni è e rimane Freak Antoni), Pasquale (ti risponderei: se è d’oca, l’afferro per il becco), Giuseppe (che si ostina ad accusarmi di essere poeta), Leopoldo (concordo), Giuseppina (che mi tollera da dieci anni, dai miei esordi). Ringrazio Valerio, ricco d’entusiasmo e incontenibile. Benedico Giorgio – lui sa bene!- e ringrazio dello scherzo che mi ha tirato. Però un distinguo: io e Valerio non abbiamo niente in comune, se non stima e rispetto reciproci. Se Valerio deborda, novello Debord, io mi sento un Derrida, derridendomi: due categorie di scrittura diametralmente opposte (ove esistano categorie, forme di scrittura, diametri e opposizioni).

  15. Valerio Gaio Pedini

    e negli arrabbiati tutti sono in contrapposizione in realtà. A parte io e Bsa, che siamo accomunati dal furioso stil novo.

  16. E’ vero, caro Ivan, ti ho sempre accusato, ingiustamente, di essere un poeta. In effetti, il poeta non esiste in natura; è un sostantivo che non indica nessun mestiere in particolare se non genericamente il fare “ποιεω” (traslit. poieo); è un sostantivo abusato e violentato; spesso il termine è stato associato, ingiustamente, all’indovino o al profeta, e ancor peggio all’estro; esiste anche un verbo, poetare, appunto: io poeto e tu poeti; presso i celti era il Bardo, un cantore epico, un generatore di canti, e a quanto pare, in ogni cultura che si conosca, il poeta sembra avere una sua peculiare figura e resiste e insiste anche mettendoci davanti una “a” privativa. Ma quanto è coriaceo questo poeta!

  17. marcello mariani

    ad eccetto di Gaio, Alfredo, Sagredo, forse Panettin, Dileon.., Pozzon, Leopoldin13, Balestrin, Glossalinguin, ecc. dovete fare corsi di poesia creativa come si usa nelle accademie di tutto il mondo, poi che gli artefici si sono stancati e come dice il Poeta (non sono io, ma gli altri) : “parodiatevi, ironizzatevi…”
    marcello, prossimo a morire, senza speranza di incontrarvi

  18. antonio sagredo

    Grazie Marcello, di tanta GRAZIA! – leggi:
    —-
    Liberati dal Tempo resteremo infine orfani felici
    in un dove che Padri e Figli non sapranno mai
    che quella riva è un altro uomo, ma una fiumana immobile
    scorre mirando del mio corpo il non agire… e poi non più.
    —–
    Mi piacerebbe che i poti che frequentano questo ed altri blog (s) commnetino la strofa di un grande POETA!
    Non scrofa!
    Un premio a chi è capace!

    • “mi piacerebbe che commentassero” !!!
      Un premio a chi rispetta l’italiano, lingua bellissima ma purtroppo maltrattata, calpestata, travisata.
      GBG

      • Affinché non nascano equivoci, ripeto qui il mio commento con ciò che lo ha causato:
        .
        “Mi piacerebbe che i poti che frequentano questo ed altri blog (s) commnetino” (Antonio Sagredo)
        *
        “mi piacerebbe che commentassero” !!! (GBG)

        Un premio a chi rispetta l’italiano, lingua bellissima ma purtroppo maltrattata, calpestata, travisata.
        Giorgina Busca Gernetti

  19. Caro Antonio Sagredo,

    lasciamo stare gli indovinelli e gli scherzi e restiamo sul piano di un discorso ragionato: non si può fare una valutazione critica di 4 versi, seppure fossero di un grandissimo poeta!, 4 versi sono pochini. E poi il critico (o chi si presta alla critica) non è un indovinatore di indovinelli. Fare critica significa costruirsi un quadro di riferimento culturale entro il quale e con il quale leggere la poesia o il romanzo; è ovvio che mutando il quadro di riferimento culturale che sta alla base della formazione di un lettore, sia pure ipercritico, mutano anche le valutazioni critiche… Insomma, non esiste una valutazione critica valida in absoluto. E questo ormai dovrebbe essere assodato, credo. La critica non è una Verità ma una interpretazione (da Nietzsche in poi…)
    Dimmi che categorie usi e ti dirò chi sei…

  20. gentile Marcello Mariani,

    lei scrive: «come dice il Poeta (non sono io, ma gli altri) : “parodiatevi, ironizzatevi…”». Ben detto. E mi chiedo: perché Leopardi parodiava e ironizzava? e Holderlin parodiava e ironizzava?

    Si può fare poesia anche senza necessariamente parodiare e ironizzare, non Le pare?

  21. antonio sagredo

    Avrebbe dovuto comprendere da strofa-scrofa… da blog(s)… da co/m/ mentino ch’ era burla, scherzo, capriccio in tanta stanca serietà e eporcismo… dove sono Joyce, Gadda, Chlebnikov e pour Gaio! Valerio non far leggere i tuoi versi a questi ser/i/otini! Cosa fu il futurismo per queste persone? Nulla! e Dada? Nulla! e i frottage e i krolage di Kolar? Nulla! Davvero è un perder tempo…

  22. marcello mariani

    perché no? non devono esserci limti!

  23. marcello mariani

    attendo il commento – ora la poesia di Antonio S. è completa
    ————————————————————————–
    Ponte del suono

    I carri dei morti nell’ora pendula
    evanescenti… insaziabili – non muti
    i suoni delle ruote a mani giunte,
    note di zavorra dal selciato – nella musica!

    La caduta di un astro improbabile
    genera una circonferenza discontinua:
    il gesto sospeso e non eterno
    nel circolo compiuto è l’atto estremo.

    Liberati dal Tempo resteremo infine orfani felici
    in un dove che Padri e Figli non sapranno mai
    che quella riva è un altro uomo, ma una fiumana immobile
    scorre mirando del mio corpo il non agire… e poi non più.

    antonio sagredo
    Vermicino, 22/11/04

    • Valerio Gaio Pedini

      la lettura te la farò in privato, come ho sempre fatto. Aneddoto: inviai le mie poesie ad un critico- poetessa- professoressa universitaria: e le i pretese di potermi giudicare leggendo solo mie 3 poesie. Beh, molto banale come critico-non si può fare una sitesi del percorso con tre poesie-signifca prendersi per il culo. Comunque mi disse che solo Mondadori mi pubblicherebbe-quanti errori fanno le istituzioni, che premiano i concorsi!- alla fine le dissi che era lei in errore e che la denuncia è denuncia- non puoi avere un’aureola, se no non denunci-senza contrasto non fai denuncia- sei una denuncia per ipocrisia! E per la sua ridicola cattedra era davvero convinta di sapere tutto del linguaggio poetico, quando io leggendola non posso fare altro che sbadigliare. Le feci esempi latini quali Marziale-che non era sicuramente uno leggero con le parole- o se no aristofane- con i suoi tuberi famosi. Ma niente da fare. Loro oramai sono archiviati- e mettere una carota in culo- dato che sei in archivio è bene e è detto ad un fine. Mentre un mio cazzo sarà sempre e solo fine a se stesso. Alla fine mi stancai di ripetere cose ovvie e la salutai, dicendo che mica sarei cambiato per una che manco mi conosceva e che aveva letto solo miei tre testi in fase di revisione. Poi devo ancora capire come faccia una a dire “poesia sociale fine a se stessa” è come dire amplesso senza godimento o panettone senza uvetta o cannolo a forma di bombolone: insomma dovrebbe ristudiare un po’ di semantica e poi forse tornare a fare il critico, ma militante, non istituzionale.

      • caro valerio,

        si diventa letterati (non dico poeti!) imparando a far tesoro dei pareri critici non favorevoli; certo, farebbe piacere a tutti che alle nostre poesie corrispondesse un coro di ovazioni, ma le ovazioni non servono a nulla se non a garantire la sopravvivenza del nemico numero 1 di un poeta: il suo narcisismo e il suo egocentrismo. Quindi, ben vengano giudizi non positivi sull’opera di ciascuno di noi (fossero anche solo 3 poesie) purché argomentati. E poi bisogna tesaurizzare le valutazioni non positive per capirle e inserirle in un ventaglio di letture possibili. Dal momento che si pubblica una poesia bisogna anche accettare una lettura non favorevole di esse.

        • Valerio Gaio Pedini

          tesaurizzare una che eqaunimamente viene considerata una cogliona , è difficile. Non c’erano motivazioni. Vedeva volgarità. E l’unica parola sconcia era scoregge-se possiamo definirla sconcia. Ergo non è una questione narcisista, è una mera questione di banalità della persona. Se fossero commenti pertinenti, ben venga. Ma se mi dici di scrivere come te, no!

          • Valerio Gaio Pedini

            poi 20 mila euro a mondadori, se li ha, li darà lei! Io non sono un demente, non ho bisogno di fare contratti snaturati. Il consiglio è una cosa, accetto, poi devo vedere da chi parte-che se parte da un pirla, be’, allora non è un consiglio- e dacome quel consiglio vuole snaturarmi. Poi, come volevasi dimostrare, non aveva afferrato gli intenti poetici. In un minuto un critico serio non ti dice questa poesia vale o no. Io se mi metto a fare critica-seppure esordiente- ci metto tempo, ci ragiono. Ergo per me non le ha nemmeno lette. Comunque non voglio entrare in merito di queste questioni. Devono essere commenti pertinenti a me, non ad un essere metafisico che non sono io.

  24. antonio sagredo

    “Dal momento che si pubblica una poesia bisogna anche accettare una lettura non favorevole di esse”. ????????????????????????????
    Puskin: “E con gli sciocchi non entrare in discussione” (1836)

  25. Ringrazio Flavio Almerighi per sver complimentato, senza saperlo anche per me, gli “arrabbiati; i quali si infastidieranno dover considerare un vecchio “arrabbiato” tra loro. Ragazzi, non posso cancellare quello che critici, e non, hanno scritto finire sulla mia opera: dicono che l’ho scritta con rabbia! Comunque siate, vi abbraccio.

  26. Ambra Simeone

    caro Alfredo,

    i “vecchi arrabbiati” sono sempre graditi e sicuramente più dei vecchi rincoglioniti, purché siano arrabbiati! 🙂

    un abbraccio sincero

  27. . . . sovente l’ambra colora,con dolcezza di miele certa mia poesia, quindi amo l’ambra. Questa cara Ambra Simeoni, che qui si rivolge a me direttamente per la prima volta, l’adoro per avermi accolto nel movimento degli “arrabbiati”. Allora, anche lei è del gruppo? Se è vero, è un grande piacere che donne arrabbiate, da millenni più degli uomini, si facciano sentire fattualmente.
    Vecchio sì, ma leone, che tiene a bada con positiva vitalità il male, che non
    mi agganci “rincoglionito” su un letto o su una sedia a rotelle a fissare il televisore.

    • Ambra Simeone

      carissimo Alfredo,

      gli arrabbiati veri fanno i fatti altrimenti non sarebbero bravi a parole (citando una canzone de Lo stato sociale) un po’ irriverenti sì, dopo tutto il titolo di “arrabbiati” ce lo ha dato Giorgio, e io che non amo molto le categorie analitiche in senso generale e ancora meno se applicate all’umano, mi calza un po’ stretto questo appellativo. A parte ciò ammiro la sua “arrabbiatura verbale” che non è poco per nessuno giovane o meno giovane, e che di sicuro se lanciata in faccia o in testa alle persone con le parole, ti salverà da ogni male 🙂

      un abbraccio sincero

      sulle categorie:

      io e le categorie non ci parliamo neppure

      mi hanno chiesto, a te piace John Denver e Ligabue, ma che musica ascolti?
      se ascolti questi due insieme non vuol dire niente, sei un’insensata,
      al massimo presi da soli vuol dire e non si sa cosa, ma è meglio così,
      altrimenti non sei davvero patita per un certo tipo di musica,
      o ascolti una o l’altra, e mi sono chiesta, ascolto country, rock, jazz,
      classica tanta, ma devo sceglierne una sola, e proprio non ce la faccio,
      però così mi scade la tessera del partito, sei per questa musica o per quell’altra?
      non si sa, prego specificare, io dico meglio di no, di specificare a me non va,
      e visto che ho un libro di Nove, lo prendo e me lo leggo adesso,
      quando l’ho chiesto in biblioteca, la bibliotecaria non ricordava come lo aveva catalogato,
      ho detto cerchi per nome, e lei, ma è quello contemporaneo? a che corrente appartiene?
      mica è quello della lingua di plastica, un post-moderno ma tanto ironico?
      e mi ha guardato strano, come quell’amico che mi dice, ma che ascolti, veramente?
      e quel veramente, mi stanca sentirmelo dire, che sennò è tutto per finta,
      non ti cataloghiamo per bene, sei jazzista per finta, rockettara per finta,
      e tutti quelli che mi chiedono da che parte sto, che mi dicono scegli,
      a me questi qua, dico la verità, non li digerisco proprio con nessun digestivo,
      allora sai che faccio? mi vedo un film anche se non riesco a sceglierne uno solo,
      fantasy, horror o impegnato, impegnato a far cosa? a dire da che parte sta,
      allora scelgo tutto, mi viene via più facile, scelgo una trama improbabile,
      niente categoria, niente bollino per adulti, bambini o accompagnati,
      e non lo so se faccio bene a farla, né tantomeno a dirla, questa cosa,
      cioè che le categorie protette, mi sanno di sfruttamento e di abbassamento costi,
      che soprattutto per la seconda che l’hanno inventate, e le categorie animali, catastali,
      filosofiche, vegetali, mi sanno di gerarchie, anche se non è la stessa cosa,
      che vado a pensare? ma vengono subito dopo le categorie, non lo so,
      casomai per mantenere l’ordine a tutti i costi, per abbassarli più agevolmente,
      per cui, a me in fondo dell’ordine, non è che mi sia mai interessata un granché,
      allora continuo così, non ci parliamo affatto noi due, non ci intendiamo neppure,
      io e le categorie quando ci incontriamo per strada, neppure ci salutiamo.

  28. Giuseppe Panetta

    ¿Se habla de musica? ¡ Bien! Chiedo scusa ai due “arrabbiati” qui presentati ed esorto gli amici Ivan Pozzoni Ambra Simeone a prendere le distanze definitivamente da questa definizione/categorizzazione (arrabbiati)… Sono cresciuto a pane, poesia e musica: Led Zeppelin, Deep Purple, Sex Pistols, AC/DS, Patty Smith, quest’ultima vista in concerto a Firenze tre anni fa circa, a Piazza Santa Croce e la prima cosa che ha fatto, salendo sul palco, fu di salutare la statua di Dante che troneggia ai piedi del sagrato. Anni ’80? L’elettronica dei Depeche Mode e poco altro. Ma anche certi sperimentalismi degli Art of Noise, per arrivare alle campionature dei Thievery Corporation, passando per i Massive Attack dei primordi. E arrivo ai giorni nostri con Paolo Nutini, non inganni il nome italiano, scozzese di nascita, in particolar modo Iron Sky con all’interno il famoso ” The Great Dictator Speech” di Chaplin.
    Non so se quello che ascolto, come dice Ambra sia categoriale, probabilmente sì. Ma la musica è musica e va bene anche alla jukebox, proprio per essere almeno in questo libero nella scelta, non certo dal marketing, purtroppo.

    • Ambra Simeone

      caro Giuseppe,

      è proprio quello che volevo dire con il testo postato, evitiamo di fare scelte categoriche in tutti i campi (sembra mi riferissi solo alla musica ma non è così) e vivremo meglio! Io prendo le distanze dal Pedini/Sagredianovich in ambito quasi-poetico, ma lui mi reputa un’amica e quindi come ben saprai non posso esimermi da questo onore 😀

  29. Valerio Gaio Pedini

    Oramai la rabbia è un senso civile. L’unico contrario è l’apatia. Poi nessuno ci può dire che virgilio non era arrabbiato e marziale sì: lo erano entrambi, in modo diverso. Un artista è sempre arrabbiato e qui cadono le impalcature puriste. Keats era arrabbiatissimo. Anche Shelley. E corso che li lesse meticolosamente lo comprese benissimo. Lì dove non c’è rabbia non c’è capacità al godimento e allora l’impalcatura si sgretola. Cosa rende simili Petrucciani e gli ZZ Top o Frank Zappa: questo godimento rabbioso insito nell’arte. Questo forse è uno dei motivi perché certi poeti ignoranti sono migliori di quelli colti: perché godono più intensamente. E si gode più intesamente quando dentro di sé c’è masochistico di rabbia.Non è utile masturbarsi quando si è rilassati. Ci si masturba quando non lo si è. E una volta che inizi, è difficile poi smettere.

  30. Valerio Gaio Pedini

    Sagredo comuqneu ascolta i Pink Floyd e altra musica rock anche XD

  31. Generalmente ci si imbatte nei prorpi simili soltanto quando se ne ha voglia, o disperazione sufficiente per riconoscerli.

    Prima di smettere di andare a pesca, scuoiare animali vivi, fare teatro amatoriale, ho trasmesso per 15 anni in una emittente commerciale rigorosamente di notte, e le mie scelte musicali facevano puntualmente incazzare gli ascoltatori. Poi mi detti alla poesia, quando avrei invece potuto darmi ad attività più redditizie tipo il traffico d’armi e d’indulgenze.

  32. Gabriele Fratini

    Francamente illeggibili, tutte e tre. Non sono poesie, almeno secondo me. Di Ivan Pozzoni ricordo un testo più bello, più asciutto, che mi era piaciuto. Ne cercherò altri.
    Pedini è un talento molto prolifico per la sua età, ed esuberante anche, ma ancora acerbo, che riesce a toccare squarci particolarmente illuminati in un magma incomprensibile e totalmente confuso. Ma senz’altro l’età è dalla sua parte, in questi casi si dicono frasi fatte del tipo… “ha molti margini di miglioramento” 🙂 Necessita di un buon parrucchiere anti-scapigliatura. Un saluto

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