UNA POESIA di Antonella Zagaroli: Apologia della libertà,  Flavio Almerighi: Considerazioni finali sulla riforma urgente che non si farà, Sandra Evangelisti: Il Signor Cogito (risposta a Zbigniew Herbert), sul tema POESIE SU PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI 

 

POESIE SU PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI 

Antonella Zagaroli

Antonella Zagaroli  è nata a Roma e vive nella campagna romana. Dopo la plaquette La Maschera della Gioconda pubblicata nel 1986, nel 1988 ha pubblicato un testo comprendente tre diversi poemi sempre col titolo La Maschera della Gioconda (pref. Walter Pedullà) Crocetti. Nel 1992 viene rappresentato il poema Il re dei Danzatori. Nel 1996 pubblica Terre d’Anima (pref. Achille Serrao) Libroitaliano editrice Internazionale, Ragusa. Nel 2002 esce la prima raccolta di racconti e prose poetiche La volpe blu. A gennaio 2005 Stefano Giovanardi presenta il lavoro poetico Serrata a ventaglio – Onyx edizioni Roma -.Del febbraio 2007 è il saggio e reportage poetico in India Quadernetto Dalìt – Rupe mutevole edizioni (Bedonia – Parma), poi tradotto e pubblicato in lingua inglese a dicembre 2007 anche con la sceneggiatura teatrale Storia di un amore argentino. Nel 2009 esce Venere Minima. Nel 2011 è uscita un’antologia tratta da alcune sue opere tradotta in inglese Mindskin A selection of poems 1985-2010 – Chelsea Editions New York, 2011; nel 2012 sempre in collaborazione con la fotografa Mariangela Rasi Trasparenze in vista di forma (Libraria Padovana Editrice). Come traduttrice ha finora pubblicato alcune poesie da Suicide Point dell’indiano Kureepuzha Sreekumar (rivista Hebenon aprile-novembre 2010) e la plaquette One Columbus leapIl balzo di Colombo della poetessa irlandese Anamaria Crowe Serrano (2012), Hosanna- Osanna raccolta di epigrammi di Louis Bourgeois, poeta e scrittore statunitense (2014).

Antonella Zagaroli

Antonella Zagaroli

da Apologia della libertà – Rupe mutevole (2009)

(…)
La telecamera si avvicina
lentamente al letto bianco
al quaderno col risvolto nero.

Terzultima pagina

Cosa c’è nel regno dei morti
là dove si delinea l’appartenenza all’opera muta?
Un corteo di note accennate, volti sfumati?
Dentro lo scoppio luminoso dell’ultimo salto
il nome tuo muta per frammenti?

(A una donna suicida mai conosciuta
gennaio 1999)

Guardate oggi è il mio turno.
Non esisto più.
Finalmente mi libero da ogni guardiano.
Muoio al mondo senza suicidarmi
(non ho questo coraggio).
Non c’è più sesso nel mio corpo.
Sola, mi lascio toccare soltanto dal letto.
Abbasso le braccia.
Non sono riuscita ad essere un centro qualsiasi.
Ho fallito.

Ad occhi chiusi e nel letto disegno il futuro.
Per me non ci sarà il giorno.
Sta per finire anche la tortura dell’amor proprio.
Non scriverò a nessun amato di turno,
non ascolterò nessun ‘ti amo’.
Indegna per l’amore sono anche passata di moda.
Il lampo di vitalità è definitivamente offuscato.
Sto per tagliare il filo che tiene il capo retto.
Non sono stata sudiciume per nessuno
mi sono tenuta pulita!
Non sono stata interrata.
Non ho interrato alcun seme.
Adesso al buio il fremito mi prepara:
“cammina, cammina la principessa
va all’appuntamento
……………………………”
Grandi occhi semichiusi

Penultima pagina

Senza volontà cambio volto
divento un grande orecchio.
Rintocco di piume
Dilatazione di boccioli
Voce in fondo agli abissi
…………………………..

(….)
Rumori di traffico.

“-Alle prime gocce aveva aspettato con ansia le altre.
Il tempo era fermo o era la paura per l’arrivo dei colpi di lama?
Non lo seppe mai.
Perse il conto a causa delle lacrime che stillavano.insieme.”

Suono di ambulanza che si avvicina. Panoramica su un articolo:

-Dopo parecchi giorni un odore acre
ha destato i vicini di una casa in via………
hanno trovato un uomo in bagno
riverso davanti al water. Aveva tagli alle mani
e dentro gli occhi. Il sangue raggrumato
era mescolato alle ultime feci. –

“Qui voglio un’assordante colonna sonora
chitarre elettriche, voci che discutono, filastrocche.
Sullo schermo l’azione di una trebbiatrice
anni 50’ (in morphing sepia)
In sovrapposizione carrellata di sanguigne
con corpi nudi torturati.”

Lasciato solo, Ermafrodito misura la cadenza dell’episodio.

 

Flavio Almerighi

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013). Alcuni suoi lavori sono stati pubblicati da prestigiose riviste di cultura/letteratura (Foglio Clandestino, Prospektiva, Tratti)

flavio almerighi

flavio almerighi

 

Considerazioni finali sulla riforma urgente che non si farà (inedito)

Vorrei fare un comizio
anzi no, voglio fare un comizio.
Perorare una discussione molto accesa su tutti gli angeli caduti,
andati a morire in basso di morte bianca.
La morte bianca che cazzo è? Poesia inventata dai giornalisti?
Fare credere ai bambini che i morti sono ancora vivi,
e per questo incattiviti come diavoli perché dabbasso non c’è primavera?
No, non è onesto.
Lunghissima è la sera camminata tutta sugli spalti derelitti della fantasia vuota.
La città murata è uno scherzo di natura, orfana com’è di assalitori, significato strategico, difensori.
Sotto c’è una bocciofila per coppie mature.
I bambini vanno a letto presto per far finta di dormire, e quando fanno brutti sogni si girano verso il muro. Papà è fuori per lavoro e non tornerà più.
Un muro è sicurezza. Un muro è per sempre.
Una parete non ha impedito ai Cucchi, a tutti quei suicidi patologici come lui, di gettarsi per le scale. Vogliono rovinare addosso a tutti quei bei muri coperti di rampicanti, mentre dormono ancora sopra la coperta verde del gran fossato asciutto. Vogliono infestarci le coscienze,
ma io griderò a gran voce, voglio lasciarmi andare, indurmi in tentazione, fondare un partito.
Perché prima di me partito più bello non c’é mai stato.
Un dolce partito preso, un’acciuga di partito che vada bene per ogni mal di gola, e assicuri a quei poveri demoni di fonderia un futuro meno gramo.
Attento, se non sei buono, obbediente, viene il diavolo.Viene el can e ti porta via.
In piazza ci siamo tutti, siamo tanti, e la Sardegna sta entrando buon’ultima.
Un comizio che speranze offre? E’ libertà per un momento (cazzo quanti siamooo!), quando tutti la pensiamo uguale, e sappiamo che qualsiasi speranza è in esubero.
La compagna all’esodato non è mai sembrata tanto bella, nemmeno sulle mura di un convento a tenersi per mano verso il tramonto, protetti dagli zigomi alti e potenti di lei. Sarà per lo scherzo di un’estate semi infinita, belleciao, che nemmeno il vento riesce a portarsi via. Diamoci la speranza, compriamo fragole, facciamoci una cioccolata calda al primo bar che viene, tutto senza falsità, almeno durante il comizio. Niente fiori però, Bordighera è già sott’acqua.
Compagni, fratelli, lavoratori, partigiani, lei sì che era un angelo!
Da domani si torna a far le ore in fonderia come se niente sia stato, e lei a compilare bolle dallo sgabuzzino senza porte e tutto finestre.
Oggi c’è un’aria strana, libera, più libera che al mare.
Voglio fare un comizio, voglio essere ascoltato.
Quel boia di toscano di merda non può far finta che qui non sia successo niente.Invece…
I dissidenti coraggiosamente non usciranno dal partito, lo cambieranno da dentro, meglio un tetto sulla testa anche se l’affitto è caro assai. Ai precari inventerò qualcosa per la prossima giornata.
Diremo a tutti, ai quattro, agli otto, ai sedici venti
che per oggi tutto è stato estremamente bello. Anzi, mai stato così bello, e basta

 

stendardo imperiale giapponese

stendardo imperiale giapponese

Sandra Evangelisti

Sandra Evangelisti è nata nel 1964 a Forlì, città in cui vive e lavora. Dopo gli studi classici, si è laureata in Giurisprudenza. Ha pubblicato sei raccolte di poesie: Lascio al mio uomo, 2008, L’ora di mezzo, dicembre 2008, Intanto tutto procede, 2010, Diario minimo, 2011, Cuore contrappunto, 2012 e La dimora del tempo, 2014. È collaboratrice del portale di arte e letteratura internazionale “Lankelot”. Ha una pagina a lei dedicata sul sito “Italian Poetry”.

dal ciclo di Selene (inedito)

 

Il Signor Cogito (risposta a Zbigniew Herbert)

.
La logica non è il mio forte
(almeno quella binaria).
Sono una donna e penso,
ma non ho mai pensato davvero
che ciò che tocco sia come lo vedo.
Quello che vedo appare, ma è proprio così come si mostra?
Sì, certo, anche nell’epoca dei “quanti “
si può affermare che tutto ciò che è riproducibile
è reale (state attenti, riproducibile e non sperimentabile
come si diceva allora- è diverso).
Eppure se particelle uguali ma di carica opposta possono convivere
senza annullarsi , allora anche un’opposta dimensione può consistere con questa:
quello che non vediamo, quello che non tocchiamo.

Allora c’è l’opposto e il paradosso lo spiega.
Io sono perché sento, non solo perché penso, Signor Cogito.
Io sono particella di una corrente di vita universale
che in me partecipa ed è partecipata dal senziente, dal corpo materiale.
Allora ciò che penso conta poco, caro Signor pensante ,
perché partecipando di un’ energia che c’è
si fa fatica anche ad esser uno e ci si sente parte
di un mondo dove gli opposti coincidono.

Sono una madre: il paradosso mi conduce:
“Si guarda e non si vede: l’invisibile.
Si ascolta e non si sente: l’inudibile.
Si tocca e non si afferra: l’imprendibile.
Tre qualità inspiegabili
che, fuse, fanno l’unità.”*

Cui omnia unum sunt et omnia ad unum trahit et
omnia in uno videt potest stabilis esse et in Deo
pacificus permanere.
O veritas Deus, fac me unum tecum
in caritate perpetua.”**
“Ex uno Verbo omnia***
et unum loquuntur omnia,
et hoc est Principium…

*Lao Tzu, La regola Celeste, 14
**De Imitatione Christi, I,3
**De Imitatione Christi,I,3

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59 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, poesia italiana contemporanea

59 risposte a “UNA POESIA di Antonella Zagaroli: Apologia della libertà,  Flavio Almerighi: Considerazioni finali sulla riforma urgente che non si farà, Sandra Evangelisti: Il Signor Cogito (risposta a Zbigniew Herbert), sul tema POESIE SU PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI 

  1. Pasquale Balestriere

    Sono sincero e dico molto umilmente che questa a me non sembra poesia, ma prosa (con accenni di venature filosofiche), con qualche intuizione o guizzo non so quanto realizzati.
    Pasquale Balestriere

  2. Ringrazio Giorgio Linguaglossa, certo mi sento un po’ vaso di coccio tra due autrici importanti come Sandra Evangelisti e Antonella Zagaroli.

    • Ambra Simeone

      Caro Flavio,

      non ti riconosco più, cosa è successo in questo frangente di tempo che da poesia-poesia tu abbia scritto poesia-prosa; un bel comizio con parole come cazzo e merda? non è che forse i poeti arrabbiati ti abbiano influenzato? 😉

      sempre amichevolmente
      un saluto
      Ambra

  3. Comprendo l’obiezione di Balestriere, è legittima. Credo che sia un fatto storico ormai che la poesia contemporanea esondi nella poesia-prosa o nella prosa-poesia. Non che non vi sia una attenzione alla “forma” da parte dei poeti contemporanei ma credo sia la difficoltà ad individuare una “forma” quella che spinge gli autori di poesia a scrivere in una forma esondata o ibrida. Forse stiamo vivendo un momento di crisi di passaggio da un’epoca all’altra, di disorientamento che rende difficile il formarsi della “forma”. Caduti in disuso i “modelli” o i “canoni”, “le grandi narrazioni” quello che resta non aiuta la poesia contemporanea.
    In questa situazione forse la meditazione sul pezzo dl filosofo Silvano Tagliagambe postato ieri sui concetti di Carlo Diano di Forma ed Evento potrebbe essere utile a mettere a fuoco certe difficoltà della poesia contemporanea.

    • Ambra Simeone

      siamo in questa condizione più o meno dagli anni Settanta, non è una novità! L’ibridazione delle forme e degli stili è cosa ormai appurata da tempo!

    • Pasquale Balestriere

      La forma, egregio Linguaglossa, come a lei certamente non sfugge, è la risultante (sostanzialmente spontanea) di un processo formativo generale e specifico, di una sensibilità, di preferenze, di ricerca, di gusto, di senso della misura e, talvolta e per singoli casi, dell’occasione che genera l’imput poetico. Io stimo che la realtà letteraria sia continuamente interessata da “crisi di passaggio”, come le chiama lei, anche quando sembra pervasa da un’idea dominante. Anche l’atto poetico è di fatto spiccatamente “critico” (nel senso più ampio del termine).
      Pasquale Balestriere

      • Ambra Simeone

        Caro Pasquale,

        credo che quello che inizialmente può sembrare un componimento a-formale sia semplicemente una forma diversa da quella precedente e passata… per quanto sia da considerarsi ibrida o di rottura!

        Penso che però molta scrittura postmoderna abbia la gran capacità e forza di non riuscire a farsi imbrigliare in categorie fisse, appena quelle diventano norma la scrittura postmoderna cambia…. ecco perché penso che non si uscirà più dal postmodernismo! 😉

        • Pasquale Balestriere

          L’origine di quella che tu, cara Ambra, chiami una “forma diversa” sta, a mio modesto parere -e potrei naturalmente sbagliare-, innanzitutto in una carente o insoddisfacente “commozione creativa”, seguita -di conseguenza- da una diluizione del linguaggio che di fatto poi abilita a tutto, a ogni forma di trasgressione, non solo poetica, ma anche linguistica. Ma innanzitutto viene tradito uno dei principi fondamentali della poesia che è la sintesi. Perciò non mi piace la sua ibridazione in prosa. Se si diluisce il linguaggio, si scolora anche l’emozione che il poeta vuole comunicare al lettore. Che invece gli deve arrivare intatta. Non esiste una poesia senza regole, perché altrimenti essa non si distinguerebbe da altri prodotti (nel senso etimologico del termine) letterari e perderebbe la sua singolarità. So benissimo che certe tendenze facilitatorie vengono da lontano, ma non è detto che solo per questo siano giuste. Il vero poeta non si sente imbrigliato dalle forme: ci lavora dentro e, se gli stanno strette, le amplia, le forza, ma da dentro; le adatta alle sue esigenze. E non butta il bambino insieme con l’acqua sporca. Si può innovare, certo, ma oggi mi pare che pure i bambini, che ancora faticano a scrivere correttamente un testo in prosa di livello elementare e che spesso non sanno neppure ciò di cui si sta parlando, si sentano autorizzati alla distruzione totale del precedente ed anche al giudizio spicciolo e presuntuoso, rivelatore comunque della loro inanità. E questo non va bene. Ma sta pure tranquilla, cara Ambra: dal postmodernismo si uscirà, e come! La storia ci mostra che si esce sempre da qualcosa. Come, nel nostro caso? Non lo so e, comunque, chi vivrà vedrà.
          Pasquale Balestriere

          • Ambra Simeone

            Caro Pasquale,

            la mia era una forzatura ironica sul fatto che e dal postmodernismo non si uscirà mai, perché effettivamente non potremo mai saperlo 🙂

            Per quanto riguarda la “prosa poetica” io ne trovo di ottima e – come diceva anche Valerio – di grande abbondanza anche nel passato e non credo che sia proprio da buttare via. Inoltre suppongo che un vero intenditore di poesia riesca a capire anche quando un poeta sfrutta le regole rovesciandole e cavalcandole, da chi non lo fa, perché bisogna conoscere il retroterra di chi scrive, i suoi studi e i suoi obbiettivi prima di giudicare, se proprio bisogna giudicare!

            • Pasquale Balestriere

              Scusami, Ambra, non avevo visto il tuo post.
              Comincio dalla coda. Per carità, io non giudico nessuno, ci mancherebbe. Esprimo, al più, impressioni. Per quanto mi riguarda appartengo alla categoria di quelli che si confrontano con il testo poetico al di là delle notizie biografiche e delle esperienze formative di chi l’ha scritto. Perché alla fine conta il risultato, il punto d’arrivo. Non nego che le une e le altre possano essere utili a capire meglio il tutto, voglio dire il complesso dell’opera di uno scrittore, ma per un parere critico hanno scarsa importanza: infatti se una poesia è scadente, lo sarà anche dopo aver letto il percorso biobibliografico dell’autore. Ora so bene, cara Ambra, che ci sono correnti di pensiero diverse; e so pure che in giro, e da secoli, c’è ottima prosa poetica. Ma è, appunto, prosa poetica, gradevolissima quanto vuoi, non vera poesia. Quanto alle regole che possono essere cavalcate e rovesciate è vero, è possibile. Tutto ciò che è umano è perfettibile.Ma ci vuole una forza creativa e visionaria esplosiva, dirompente, travolgente. E fino ad ora non mi pare che siano in molti ad essere riusciti veramente nell’impresa. Anzi in questi nostri tempi non ne vedo alcuno.
              Pasquale Balestriere

              • Ambra Simeone

                caro Pasquale,

                leggo solo ora il tuo commento, perdonami!
                Sappi che anche io leggo poco delle biografie degli autori e mi faccio molto prendere dai testi, però quando nella lettura c’è qualcosa che non mi è chiaro come appunto l’uso della prosa poetica o l’apparente semplicità delle forme, cerco di capire perché l’autore le usi.
                Per cui penso proprio non si possa prescindere troppo dalla biografia di un autore o meglio ancora dal suo precedente lavoro letterario… purtroppo se si considera solo il testo di un autore si avrà sempre e solamente una visione parziale, riduttiva e a volte anche erronea del suo lavoro!

                Magari facendo così potresti anche trovare qualcuno che sia riuscito nell’impresa di cui mi parli che non so quale sia (si parla sempre e solo di imprese formali, io credo che un poeta debba riuscire in un’impresa comunicativa totale ovvero da forma + contenuto) sia nel passato che nel presente!

                un caro saluto
                Ambra

  4. antonella zagaroli

    Grazie Giorgio per l’inserimento di questi testi tratti dal romanzo in versi Venere Minima. E grazie anche ad Almerighi per il lusinghiero commento. Concordo con lui per quanto riguarda Sandra Evangelisti con la quale mi piacerebbe mettermi in contatto perché nel leggerla sento di respirare un’aria familiare.

  5. Valerio Gaio Pedini

    Flavio, Flavio, che mi combini mai? Ti sembra questo il modo di plagiarmi? XD No, scherzo, hai afferrato un valore importante (il non valore): la mescolanza o termine più antiquo la miscellaneità dello stile. E chi si sorprende leggendo tali poesie teatrali, prosastiche o che, beh-e dice non è poesia! forse dovrebbe fare mente locale della storia poetica e cadere nelle incrinature della storia poetica in cui la poesia divenne prosa e viceversa: ricordiamo Whitman, Baudelaire, Turgenev, Rimbaud e una vastità immane fino ad attraccare nella mecolanza citazionistica e poemica di Pound. E mi pare che i Cantos siano un’opera indiscutibilmente immensa, nella sua micellaneità-per quanto possa essere più versata. Ma partiamo dal principio, la dove la poesia nacque come narrazione, nel poema: ovvero la poesia come romanzo. Ora è inutile dirlo il poema ha trovato altri modi per formarsi e Linguaglossa, che fa poemi moderni lo sa bene. E lo posso sapere anch’io. Cosa che invece devo ancora assrobire è, a tratti, la poesia diaristica. Vedo poeti diaristi in ogni dove…et alcuni li adotterei subito in una rivista altri li straccerei. siamo in una babilonia linguistica, e non ci deve stupire che sia anche formale. Il regionalismo, ora come ora, si sta distanziando sempre più…non avrà più un suo valore, poiché come un grande impero che quello romano, il mondo sta entrando in una barbarie, in una babilonia, in una micellaneità culturale, che ricrea e riplasma la civiltà.

  6. Lo sperimentalismo è finito nel 1956, l’anno di pubblicazione di Laborintus di Sanguineti. Quando Andrea Zanzotto nel 1968 pubblica La Beltà arriva in ritardo, a quella data lo sperimentalismo, dico la sua spinta propulsiva, è già esaurito. Zanzotto è un autore post-moderno, epigono tra gli epigoni. Forse il più grande tra gli epigoni.

    L’endecasillabo è mutato perché è cambiata la lingua italiana della comunicazione interpersonale. Il problema non è l’endecasillabo, si può scrivere una bella poesia anche facendo a meno di scrivere in perfetti endecasillabi. Il problema centrale per un poeta è essere fuori moda, cioè fuori contesto, non prendere mai nessuna idea dominante come verità rivelata, sottoporre tutto a una severissima vigilanza critica. È una via faticosissima che solo pochissime grandi personalità tentano. Il rischio è essere anacronistici, e quindi di essere confinati fuori dal proprio tempo. Quando Leopardi scrisse “L’infinito” (1921), la sua poesia era veramente e profondamente anacronistica se la consideriamo a confronto con le poesie che si scrivevano nel suo tempo. Oggi, a distanza di tanti anni, noi abbiamo dimenticato la fortissima carica anacronistica di quel tipo di poesia, l’abbiamo dimenticato perché abbiamo digerito quella profonda innovazione. Dico di più, a mio modesto avviso la poesia contemporanea se vuole durare nel futuro dovrà vestirsi di panni anacronistici, dovrà apparire ed essere profondamente anacronistica, apparire ed essere “fuori moda”, fuori contesto (rispetto al contesto del contemporaneo e delle sue poetiche di facile lettura e digeribilità).

    Voglio portare soltanto due esempi di poesia che giunge fuori moda (troppo presto o troppo tardi, oppure fuori contesto): Sessioni con l’analista di Alfredo De Palchi (opera pubblicata nel 1970 ma scritta nel 1964) e I quanti del suicidio di Helle Busacca (che pubblica il libro a proprie spese presso una tipografia di sua fiducia nel 1972). Si tratta di libri che uscivano dall’orizzonte culturale dell’epoca e che sono rimasti confinati in una zona d’ombra. Di fatto dimenticati e solo recentissimamente sono stati disseppelliti dall’oblio. Con Sessioni De Palchi applica alla poesia italiana il cosiddetto decostruzionismo, applica la de-fondamentalizzazione del testo poetico, che verrà ripresa e sviluppata in un’altra direzione da Il disperso di Maurizio Cucchi nel 1976; ma nella raccolta di De Palchi c’era già tutto, e ad un alto grado di dis-percezione e di dis-oggettivazione. Il testo si de-referenzializza in modo molto più profondo di quanto andava facendo invece lo sperimentalismo anche con i suoi migliori esponenti. De Palchi non insegue il significante, a lui non interessa rincorrere significanti instabili e aleatori, quello cui mirava era la dissoluzione di un certo tipo di linguaggio poetico ormai avviato in una linea discendente. A giudicare dalla distanza del tempo trascorso appare chiaro che De Palchi non è un epigono, è un innovatore, non si può scrivere la storia della poesia degli anni Sessanta senza fare riferimento al suo libro.

  7. Trovo davvero imbarazzante questo trittico. E trovo imbarazzante, innanzitutto, la prosa di Almerighi. Ho apprezzato la sua poesia perché aveva una sua personalità, delicata, con un senso compiuto e con chiusure ferme. Lo ritrovo qui in una veste che non gli si addice. Forse uno scatto andato male. Che senso dare a quei pochissimi versi contenuti nel comizio, tipo questi:
    “Lunghissima è la sera camminata tutta sugli spalti derelitti della fantasia vuota”, immediatamente annullati da questi a seguire: “Un muro è sicurezza. Un muro è per sempre”; in un crescendo di stonature incomprensibili, …Cucchi chi? Se il tentativo era di quello di mettere a confronto due generazioni a confronto in un comizio di piazza, allora il confronto è rimasto imprigionato nella testa di Almerighi: “Voglio fare un comizio, voglio essere ascoltato”. Beh, allora si torni al registro precedente, all’armonia e non alla distonia.
    Sorvolo sulle poesie della Zagaroli. Non mi sono mai piaciute le poesie-prosa, o prosa che vuol far finta di essere poesia, che prendono a prestito sceneggiature (La telecamera si avvicina lentamente al letto bianco, al quaderno col risvolto nero), per poi continuare con una suicida che parla senza suicidarsi (?). Era il non-sense l’idea principe, oppure solo un inconscio e incontrollato affermare a se stessa, ma quanto sono brava?

    Altro non dico. Solo cito, “nessuna commozione creativa” (Balestrieri).

    Non sapevo esistesse una data di scadenza per lo sperimentalismo (1956). E perché mai dovrebbe esserci una scadenza nello sperimentare? La scienza continua costantemente a sperimentare nuovi farmaci salvavita e vaccini, mentre la poesia si è fermata al 1956 con Sanguineti?
    Ogni poeta che non sia un epigono è uno sperimentatore (Linguaglossa compreso).

    Il male, semmai, della poesia italiana è che come certi batteri diventati resistenti agli antibiotici, la stessa ha curato la sua salute con farmaci scadenti, consigliati dal vicino di casa e non dallo specialista.

    Però apprezziamo il tentativo di cura di Linguaglossa “Il problema centrale per un poeta è essere fuori moda, cioè fuori contesto, non prendere mai nessuna idea dominante come verità rivelata, sottoporre tutto a una severissima vigilanza critica.”

  8. Perché tanta prosa? forse per porre fine a certo astrattismo formale che alla lunga fa dell’epifania una mascherata. E forse, più semplicemente, perché l’astrattismo formale ha fatto il suo tempo e la contemporaneità manifesta altre esigente; che siano indotte o meno qui poco importa, sta di fatto che in questo clima di colta ignoranza bisogna andare sull’efficacia e la comodità del benservito. Ma certo queste poesie, per mio gusto bruttarelle, offrono una testimonianza credibile e documentata della contemporaneità, assai più di quanto possono fare i poeti senza tempo. L’importante, secondo me, è non sostare sul bordo, tra l’erba e l’asfalto, scegliere dove si vuole andare e andarci.

  9. Figuratevi, a volte sono io il primo a trovarmi imbarazzante. Però lo scatto è andato a “bene” più che a male, essendomi divertito. Un caro saluto a Giuseppe e Lucio.

  10. Ambra Simeone

    ogni poeta vive nel suo tempo: che scelga una strada già battuta, nostalgica e retrò, scrivendo alla maniera di Carducci oppure che scelga qualcosa di diverso, cavalcando l’ibridazione della postmodernità ovvero scrivendo secondo tutti gli stili messi insieme!

    io preferisco la seconda per gusto personale, ma anche questa non è molto facile perché se si vuole seguirla poi ti annoia!
    ogni cosa che si deve seguire poi ti annoia…

    le strade sono infinite e tutte tendenti a creare una moda, da quella non si scappa, è una moda anche scegliere di essere fuori moda, fuori tempo, fuori contesto!

    per me non ci sono ricette o soluzioni, c’è solo quel che si vuole comunicare. Se si pensasse di più a quello che realmente si vuole dire senza pensare troppo a quale forma dovrà prendere, sarebbe tutto più spontaneo ed efficace!

  11. antonella zagaroli

    Gentile Panetta come ho precisato nel mio post l’estratto pubblicato da Giorgio si trova all’interno di un romanzo in poesia e prosa (Hertha Muller, nobel letteratura 2009- anno di pubblicazione del mio Venere Minima-utilizza una tecnica simile). Le due parti pubblicate da Giorgio non sono seguenti l’una all’altra, sono prese da punti completamenti diversi, addirittura da due sezioni e capitoli separati La scelta di pubblicarli in questo modo è di Giorgio. Evidentemente aveva senso per il senso al tema che Giorgio voleva dare al suo post.
    Una domanda: in questo blog Giorgio è obbligato a pubblicare soltanto poesia pura – e che cos’è poi?- o semplicemente letteratura scovando anche forme diverse? Interessante a questo proposito il post del 18 u.s.sul filosofo della scienza Silvano Tagliagambe.

  12. La spontaneità. Bella questione, cara Ambra. E che cos’è la “spontaneità” in arte? E che cos’è la “spontaneità” nella vita quotidiana? E che cos’è “Comunicazione”? Come si fa a “comunicare” un’emozione? E che cos’è una “emozione”? In realtà, appena prendiamo un concetto come chiave di volta di un problema, tutto si rovina e va in malora. E allora forse leggere delle poesie volutamente provocatrici e brutte, per così dire, può essere utile.

    • Ambra Simeone

      però sono queste le questioni più belle, caro Giorgio!
      è su questo che si ci deve applicare non solo sulla “forma” in quanto tale che non è nulla senza questi concetti! quando si legge un autore che ci piace a cosa guardiamo? non la forma, ma quello che ci ha detto, certo è importante come ce lo ha detto, ma solo in base a quello che ci ha detto.

      io ho l’impressione che il “come” sia diventato il metro di tutto… non conta più il “cosa”; in questo modo si finisce per non dire nulla, anche se il regalo di questo nulla è ben impacchettato!

  13. antonella zagaroli

    Vorrei aggiungere una domanda a tutti voi quale criterio applicate quando leggete alcune poesie della grande Wislawa Szymborska?

  14. Valerio Gaio Pedini

    a me pare che queste diatribe non ci dovrebbero essere: ma ci sono da quanti secoli? Ergo, come direbbe il caro Antonio, non c’è niente di nuovo! Ed è questo un bene. Et aggiungo che comunque sia la “non forma” in quando negazione della forma è un derivato della forma-ergo è forma! Questi tre brani che scotono non devono farci dire “oh che bel verso”, anche perché anche se Dante avesse solo pensato all’endecasillabo, ma non a quello che voleva dire sarebbe venuta fuori una cagata pazzesca. La forma senza fare pensante è una nocciolina dispersa nel vacuo. Ergo preferisco vedere un po’ di forma caustica, non per forza arrabbiata, ma caustica, ché già fare caos è il primordio del mettere ordine! In questo modo saccentoso non solo liquidate Flavio-per poi difendere Magrelli!-ma liquidate lo sviluppo poetico. Il disformismo è sempre esistito. Come è sempre esistita la poesia in prosa, dato che anche Parmenide la utilizzò per fare il suo trattato. E se non ero in prosa, aveva intenti della prosa. Dovremmo bruciare i canti orfici, perché sono un prosimetro?

  15. antonio sagredo

    grande” Wislawa Szymborska? Lasciamo stare. Se non ci fosse stato Milosz a sorreggerla non avrebbe mai vinto. Di poetesse polacche ce ne sono almeno 5 che avrebbero meritato quel Premio… Il fatto è che non conoscete in generale la cultiura slava… con tutti i suoi risvolti!

  16. Giuseppina Di Leo

    In una recente discussione sul blog di Ennio Abate ho scritto che un poeta vale per la sua riconoscibilità, e sotto questo aspetto a me sembra che i tre poeti siano assolutamente riconoscibili con queste loro poesie.
    Una sorpresa, anche per me, è venuta da Flavio Almerighi con questa poesia-comizio, che probabilmente andava pulita da qualche eccesso (nemmeno a me piacciono versi come: “Un muro è per sempre.”; “Perché prima di me partito più bello non c’é mai stato.”); ma, d’altra parte, come dargli torto, vista l'”incazzatura con l’ex sessantottino” che si era presa, come lui stesso ci riferisce? Se qui è la forma che manca, non sarà certo qualche etto in più di parole a metterci in crisi, se la crisi di cui si parla è un’altra, purché ciò si capisca, come in effetti è.
    Ho apprezzato molto la poesia della percezione di Sandra Evangelisti ed il frammentismo dell’io di Antonella Zagaroli. Ma in tutte vi scorgo una negazione: il rifiuto a lasciare nel fondo ciò che si avverte dentro.
    In ogni caso tutta la bella discussione in corso sulla forma e quant’altro, trovo sia un buon segno, vuol dire che c’è attenzione e che se non altro la poesia non è morta.

  17. Pasquale Balestriere

    Ma qui mi pare che qualcuno continui ancora a giocare sull’equivoco. Quando si parla di forma, non si parla riduttivamente dell’ endecasillabo. Quando si parla di poesia evidentemente non si parla di prosa. Esistono, certo, le forme ibride e le forme più ossequenti alle regole, queste ultime CONDIVISE dal soggetto che scrive, non percepite come un’imposizione o una restrizione , ma come palestra di poesia. Quando si parla di forma, invece di ammannire pseudo-sillogismi, occorrerebbe riflettere che stiamo discutendo della forma-poesia, cioè di una intima e completa fusione contenente/contenuto, della parola con l’immagine, con la visione. La grande difficoltà che hanno i veri poeti è quella di “incarnare” la poesia, di dire tal quale ciò che si è percepito nel momento dell’illuminazione, in quel breve stato di grazia in cui i nostri poveri occhi mortali vedono “oltre”. L’operazione non è semplice e per questo molti, con il pretesto di rinnovare, si rifugiano in soluzioni di comodo. Il verso lungo e la prosa poetica hanno certamente diritto di cittadinanza letteraria, ma non risolvono necessariamente alcun problema. Chi è poeta comprende bene ciò che vado affermando. La vera poesia scuote, emoziona, qualche volta sconvolge con la sua forza e bellezza. Solo per merito della forma, cioè di se stessa nella sua completezza e complessità. Perché la poesia è forma. Nient’altro.
    Pasquale Balestriere

  18. Perché la poesia è forma. Nient’altro.
    Pasquale Balestriere

    Mi scusi Signor Balestriere, rispetto il suo punto di vista, ma Lei ha preso una enorme, genuina, notevolissima magagna. Fosse soltanto forma (grana padano, parmigiano?) tutti quanti noi la odieremmo come ce l’hanno fatta odiare a scuola e anche questo blog sarebbe deserto, al limite frequentato solo da qualche accademico parruccone. Mi spiace, ma la Poesia è tutto quel che raggiunge la mia sensibilità, le parla e le arriva. Lei ha la sua e la rispetto. Grazie

    • Pasquale Balestriere

      “Stiamo discutendo della forma-poesia, cioè di una intima e completa fusione contenente/contenuto, della parola con l’immagine, con la visione”…” (La poesia emoziona) solo per merito della forma, cioè di se stessa nella sua completezza e complessità. Perché la poesia è forma. Nient’altro.”
      (Pasquale Balestriere)

      Lei è un po’ distratto, egregio Signore, e forse anche -comprensibilmente- adirato con me (che però non avevo intenzione di offendere alcuno, ma solo di esprimere una mia opinione, esclusivamente su quelle tre poesie). Lei non ha capito nulla di quel che ho scritto e offende pure. Perciò stia più attento ai termini che usa. Anch’io so impugnare la sciabola alla bisogna e se non lo faccio è solo per rispetto del blog e dei suoi frequentatori. Tuttavia le rispedisco immediatamente la sua stolida ironia e il suo eletto frasario.
      Buon pro le faccia.
      Pasquale Balestriere

      • Pasquale Balestriere

        Egregio Linguaglossa,
        mi accorgo solo ora che lei ha “purgato” l’odierno commento di Almerighi postato alle ore 18.00, togliendo via -giustamente- qualche espressione -come dire?- colorita.
        La ringrazio, ma ora i lettori faranno fatica a capire il mio precedente commento. Non trova?
        Pasquale Balestriere

  19. Caro Almerighi,

    è vero, in tutti e tre i poeti presentati (Flavio Almerighi, Antonella Zagaroli e Sandra Evangelisti) ci sono degli eccessi prosastici, inutile negarlo, ci sono degli stacchi dello zoom (Zagaroli), delle inserzioni prosastiche forse troppo smaccate ed esibite, ma è proprio questo che mi ha suggerito di riunire i tre pezzi e metterli assieme per vedere che cosa succedeva dalla loro collisione. E collisione c’è stata. Però è anche vero quanto scrive Giuseppina Di Leo quando dice che tutti e tre i poeti presentati sono “riconoscibili”. E questo è un elemento da non sottovalutare. E, infine, c’è il parlato, quella cosa promiscua e misteriosa che designiamo con questa parola equivoca e sibillina. Perché dovremmo chiederci cos’è il parlato? Come ci si arriva?

    • Ambra Simeone

      Il caro Giorgio ha tirato fuori un’altra questione importantissima.

      Al parlato si ci arriva in tanti modi ognuno secondo la sua esigenza. Tutto parte da una necessità di “verosimiglianza espressiva” di più lunga tradizione nella prosa, meno lunga, ma non meno importante nella poesia.
      Però dall’esprimersi tramite il dialetto, i gerghi regionali e popolari di qualche anno fa, si è arrivati all’italiano nazionale medio e a tutti i suoi tick e modi di dire.

      Io personalmente ci sono arrivata tramite autori della narrativa italiana e tramite Wittgenstein, e l’esigenza di usare il parlato in poesia è dovuta e voluta per rendere la poesia meno aleatoria e più concreta, nonché più legata al discorso di “atto linguistico” secondo cui con le parole si fanno azioni, atti veri e propri, oltre che immagini mentali.

  20. Giuseppina Di Leo

    Quello della propria riconoscibilità è, a mio avviso, un aspetto centrale , fai bene a rimarcarne l’aspetto Giorgio. Significa che c’è un pensiero costante che accompagna la produzione di un poeta, magari per ‘periodi’ , come capita ai pittori. E tanto vale per gli ‘argomenti’. Per quanto riguarda lo stile ed il suo perfezionamento, ma anche la ‘forma-sintesi’, di cui parla Pasquale Balestriere, sono importanti certamente, anche per dare consistenza al pensiero di cui parlo. La poesia è sempre frutto di un lavoro, il più delle volte per nulla facile.

  21. antonio sagredo

    “LA POESIA è UNA TENDENZA” : O SI HA, O NON SI HA: IL RESTO
    è ROBA DA INTELLETTUALI

  22. È vero, ho “purgato” un commento che conteneva espressioni offensive nei riguardi di Pasquale Balestriere, questo rientra nelle mie funzioni di moderatore e coordinatore del blog. Peraltro, credo che siano legittimi tutti i commenti, anche quelli più sfavorevoli, a patto che siano espressi in forma educata. Come scrive Giuseppina Di Leo: «La poesia è sempre frutto di un lavoro, il più delle volte per nulla facile». È anche una “tendenza” come scrive Sagredo, ma frutto di un assiduo lavoro.

    • Mi scuso con Lui e con il blog per il termine poco ortodosso utilizzato nella risposta al Sig. Balestriere, anche se quel termine, sinonimo di sciocchezza, è oramai è entrato nel comune linguaggio. Comunque, ribadisco, la poesia NON è soltanto forma. Così come quando ho scritto quel pezzo così al di fuori della mia “normalità” non l’intendevo e non lo pensavo come poesia, ma come una sorta di piccolo urgente monologo. Grazie e scusate.

  23. antonio sagredo

    >> Così il dialogo tra i due poeti: Selvinskij (costruttuvista) rivolto a Majakovskij: “la tendenza non deve saltar fuori dall’opera, come una molla dal divano”; il secondo ribatte:” Ma via! Questi sono i soliti trucchetti da intellettuali! La tendenza è tendenza. In me è dappertutto, e io ne sono orgoglioso”.]. ….. e io non posso a 100 quasi di distanza non essere che d’accordo… quindi è solo tendenza e non altro… è come dire una condanna
    passata in giudicato!!!!!!

  24. Sono sostanzialmente d’accordo con Balestrieri, qui non è in discussione solo la forma, ma la sostanza. Non sono d’accordo che la forma sia tutto, in quanto la poesia non è solo forma, anche perché le forme possono cambiare continuamente: si restringono, si allungano, si interrompono, si strozzano, e via dicendo, sempre con una speciale caratteristica che le fa uniche nella voce di chi le canta, in rapporto alla sensibilità dell’epoca. Le poesie di Pedini o di Simeone, per esempio, possono a prima vista rompere i canoni di contenuto/contenitore, ma, a ben vedere, esse contengono molti Strumenti dell’officina, che siano semplici accenti, anafore, salti di registro, allitterazioni etc. (diverso l’uso che questi autori fanno della cosa detta poesia). Forse si può essere d’accordo con Montale quando afferma che la poesia è successiva alla musica quale espressione umana. Quando si è avvertito il bisogno di accompagnare i ritmi ossessivi primitivi con il suono delle parole. Prima la musica, dunque, poi le immagini.

    Non ho mai creduto ai versi liberi. Anche nei versi liberi c’è un’armamentario preciso.
    E’ solo questione di qualità. E quella non la compri al mercato. Io posso fare il pane con le cipolle. Ma non potrò mai fare un pane di sole cipolle, senza la farina, il sale, il lievito e l’acqua (semplice sillogismo).

    P.s. La Szymborska la leggo con i cinque sensi, i quali si attivano fin dal primo verso, quello che una certa filosofia di pensiero attribuisce al divino. Alla Cædmon, per intenderci.

    • Pasquale Balestriere

      Gentile Giuseppe Panetta,
      ribadisco che per me (e non solo per me) forma e sostanza (o, se si vuole, contenuto) sono uniti in inscindibile unità e, quindi, coincidono nella forma-poesia. Infatti, nel processo creativo si attua ” una sottile dialettica: i valori tematici vengono formalizzati e i valori formali (meglio fono-prosodici) sono semantizzati” (Angelo Marchese, Dizionario di retorica e di stilistica). Ecco perché, ripeto, la poesia è quasi esclusivamente forma: la sostanza in effetti si annulla nella forma, che la domina e la plasma.
      Ecco perché sostengo che la poesia è forma. Vogliamo aggiungerci un “soprattutto”? Va bene.
      Pasquale Balestriere

  25. Vi sono molti errata corrige. Scrivo e non rileggo, non sono perfetto e non è buona la prima, purtroppo. (un armamentario).

  26. Valerio Gaio Pedini

    Contento che sia ricomparso Antonio. Approposito, ti ho inviato il secondo Canto della trasfigurazione dei mostri infernali di Dante,dedicati al defunto poeta Dario Provicini, per il quale sto facendo un lavoro per il blog, dopo che sarà comparsa la mia liquidazione a Benni. Quello sì che è un vero problema! Non almerighi, né Esposito, né la Zaganaroli. Poi de Gustibus. Un mese fa Antonio mi inviò Opera di Tommaso Riccardo, prosimetro fantastico, che cercherò di presentare parzialmente qui. Non so, io qua vedo ampli margini di qualità e non di quantità. E sarò scemo io, ma la poesia di Esposito mi ha colpito particolarmente.E poi ovvio per ovvio, io e Simeone, per quanto abbia rubato da lei, e lo ammetto, siamo diversissimi nei modi e nell’intenzione. In lei vi è un diarismo, in me vi è una gigantomachia barocchizzante, con disformismo del linguaggio, con latinismi e quant’altro, cosa che in Ambra non ci sarà mai, perché il suo stile (ergo la sua scelta) richiede altro. Su Almerighi invece dico che lo riconosco. Mi ricordo una poesia in cui parlava delle varie morti per suicidio dei poeti-autori. Ed era in prosa-et posso dire che ricordava un elenco della spesa. Qui è più arrabbiato…prima era più deluso, ma non preoccupatevi, finita la rabbia, torna la delusione. Ergo Beppe non avertene a male,ché se no si diventa tutti facinorosi…ma io non ho mai detto di esserlo!

    • Pedini, Beppe sarei io? Peppe, calabro e non nordico, rivendico lo Jonio, tale speme, oppure Giuseppe, “accresciuto da dio”.

      Ricordo benissimo la poesia di Almerighi sui suicidi dei poeti. Ben altra cosa rispetto al comizio. Lì sì che ho apprezzato forma e contenuto.

      Non ti nascondo che la tua poesia (o preferisci non-poesia?) mi ha per un attimo messo in crisi. Ma come succede spesso in questi casi sono ritornato in me. E questo significa che apprezzo e riconosco.

  27. Valerio Gaio Pedini

    La mia Babilonia è diversissima rispetto ad altri “arrabbiati”. Ognuno ha la propria.

  28. Felicissimo di trovare Antonella Zagaroli con un paio di testi psicologicamente ben formati e di stile impeccabile. Per caso scoprii il suo lavoro poetico circa sei anni fa, quando non sapevo della esistenza dell’autrice. Su un precedente blog di Giorgio Linguaglossa lessi una interessante lettera dell’autrice che sembrava parlasse in parte della mia poesia senza menzionare il mio nome. Quella che sembrava era invece una coincidenza di nomi di autori francesi, poeti e narratori, già messimi accanto in saggi su riviste e altrove. Con la mia intens curiosità riuscii a contattare Antonella Zagaroli, la quale, Interrogata, mi scrisse che ciò che avevo letto era senz’altro coincidenza in quanto non conosceva nulla di me e del mio lavoro. Dopo due tre mesi la sorpresi con l’offerta di pubblicarle la sua scelta antologica con testo a fronte. Chelsea Editions (2011) pubblicò il volume “Mindskin”, e un anno dopo ci siamo visti. Secondo la mia opinione l’opera in generale––soprattutto “Venere minima” e “Apologia della libertà”––è di una contemporaneità insolita, che attrae il mio senso di poesia, fuori dai paraggi ordinari del linguaggio contemporaneamente prosastico. Per questa sua bellezza odierna, l’ho scelta, l’ho fatta tradurre, e l’ho pubblicata. Gratis, come ogni libro di Chelsea Editions. L’insieme è un originale, ripeto insolito, di una autrice intelligentissima della quale sono onorato di esserle editore e amico. Grazie Giorgio.

    • • •

    Flavio Amerighi stavolta non soddisfa la mia estetica, rifiuta di farmi intuire i suoi migliori paradossi––cercherò di pensarci su per capirli. Ma poesia, anche non capita, anche ostica, se è poesia la si intuisce subito. Se invece di versi avessi letto un blocco di prosa probabilmente l’avrei percepita poesia in prosa. Grandi poeti, specialmente francesi, si sono rivelati tali in tale forma.

    • • •

    Sandra Evangelisti, intelligente e brava, spiega troppo la sua composizione. Poesia non spiega. Dante (sempre secondo il mio parere che mai intendo debba essere uguale per tutti), modello di contemporaneità della sua epoca, non spiega, narra in una narrativa senza chiarificazioni contestuali.

    • • •

    Amerighi lo richiama con simpatia, e Valerio Gaio Pedini si fa vivo.
    Spero che non abbia rancori verso di me perché io non ne ho verso di lui, giovane schietto, con opinioni che non sono peggiori di quelle dei miseri anzianotti doppiogiochisti. Se l’ho capito giustamente, le sue opinioni non stanno allo stesso tempo su tutte le differenti diatribe. Che si faccia sentire, con misura e fermezza dei suoi entusiasmi e disappunti giovanili, e creda che la felicità letteraria non è soltanto la pubblicazione, è pittosto quando si convince di aver composto qualosa di speciale per se stesso, e nessun altro. Ricordi che il vecchio leone, un po’ speliacchiato ma con denti suoi e unghie, lo stima.

  29. Valerio Gaio Pedini

    Alfredo, le confesso in tutta onestà che stavo iniziando ad essere nostalgico. Nessun rancore. Anzi. Il tempo mi serve per inquadrare le situazioni e riformularle in chiave anche più ironica. Sul fatto della poesia non spiega mi si può trovare d’accordo. Difatti ho già citato Pound…se i cantos fossero spiegati non sarebbero cantos, stessa cosa direi vale per le poesie di un caro amico come Sagredo,che verrà pubblicato da lei e ne sono felice, poiché se lo merita.

  30. Valerio Gaio Pedini

    ora in difesa di Esposito, cito Sagredo, il quale, quando gli inviai il mio primo canto di trasfigurazione, mi disse che la poesia non è altro che citazione o qualcosa che si avvicina alla citazione, ergo esposito fa poesia !

  31. antonio sagredo

    Se ne è andato novembre
    con l’odore dei morti sottovetro,
    corone secchi sigilli -polvere
    respiro degli antichi.

    Andiamo a trovare il poeta!
    Si ha nel cuore la scoperta della meraviglia
    un barocco desiderio dell’assenza,
    ma la notte è una vecchia citazione
    che di numeri è fatta e non di eventi.

    Non si è sofferto abbastanza per le notti e i giorni?

    Siamo soli – nei frammenti?

    a.s.
    18-20 dicembre 1972

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