Carlo Diano: LA PROSPETTIVA ESTETICA, FORMA ED EVENTO, PRINCIPI PER UNA INTERPRETAZIONE DEL MONDO GRECO E DEL NOSTRO MONDO di Silvano Tagliagambe – “Due  modi di intendere il sillogismo”, “La «vexata quaestio» del presente”, L’evento”

 

Questo testo è parte della conferenza che il filosofo della scienza Silvano Tagliagambe ha tenuto nel 2012 a Vibo Valentia, nell’ambito del Certamen Classicum Carolo Diano Dicatum.
Dante Alighieri

Dante Alighieri

  1. Due modi di intendere il sillogismo

Quello che Carlo Diano ci propone con grande acume e profondità è un percorso filologico, un viaggio all’interno della letteratura e dell’arte del mondo greco che prende però avvio da un “problema tecnico di storia della filosofia greca, il problema del sillogismo degli Stoici nei suoi rapporti con quello di Aristotele[1].

Un problema filosofico, dunque, che ci pone subito di fronte alla necessità di liberarci da una visione ristretta della logica nell’ambito della filosofia greca che assuma, come sua espressione più autentica e come prodotto più significativo lasciatoci in eredità da quella grande tradizione culturale, il sillogismo di Aristotele, i cui termini enunciano concetti. Accanto a esso, infatti, c’è un altro modo di intendere il sillogismo, quello degli Stoici, appunto, i cui termini enunciano invece eventi, e che ha due forme, una ipotetica (“Se accade questo, accade quest’altro) e una disgiuntiva (“Domani si verificherà o non si verificherà questo specifico evento”). Una di queste due proposizioni deve essere vera: sin da ora, da sempre: o non esiste né il vero né il falso. Giacché il vero non è altro che il fatto, l’evento appunto, che accade o non accade. Tutto il resto, e il concetto in particolare, non ha realtà.

Dietro questa contrapposizione nel modo di intendere il sillogismo sta un problema di enorme portata teorica e ancora attualissimo, che Diano coglie con una lucidità e una capacità di sintesi stupefacenti: quello del tempo e del valore e del significato da attribuire alle tre dimensioni in cui si articola: passato, presente e futuro.

Venere particolare Botticelli

Venere particolare Botticelli

In Forma ed evento la questione viene immediatamente posta nei termini seguenti: dall’approccio degli Stoici segue “la dottrina che solo il presente è reale e che in ogni giudizio il predicato è sempre un verbo, anche quando ha la forma di un nome.”

“Socrate è virtuoso equivale a: Socrate sta esercitando la sua virtù. Ed è per questo ch’essi dicono che la virtù è un corpo: perché dove è mai la virtù se non in questo Socrate qui che beve la cicuta? Ed ecco le loro famose e universalmente fraintese categorie. Primo è il soggetto: il puro e semplice «questo», che si indica, come essi dicono, col dito, e non ha altra determinazione che d’essere hic et nunc. Poi viene la qualità, che tiene il luogo della forma, ma sempre come qualità storica: l’esempio che essi vi danno è: Socrate! Terzo è il pV cein, il trovarsi in questa o quest’altra condizione particolare, e abbraccia tutto quello che per Aristotele ed Epicuro cade nella sfera dell’accidente. Quarta ed ultima categoria, in cui tutte le altre sono comprese, e nella quale sola esse diventano reali, la relazione, la categoria della realtà in atto, dove il qui coincide col tutto e l’ora col sempre, e che Crisippo paragonava alla volta. E dunque: questo Socrate qui, che sta discutendo con Callia: un evento! E questa è la realtà[1].

Venere statua copia romana

Venere statua copia romana

2  La «vexata quaestio» del presente

Il primo punto trattato nel passo al quale abbiamo appena fatto riferimento è lo spostamento del baricentro dell’attenzione, per quanto riguarda il tempo cronologico, sul presente, sull’«hic et nunc», assunto come unica realtà. Si tratta di una scelta non da poco, per un duplice motivo. In primo luogo per l’intrinseca labilità che sembra avere questa dimensione, testimoniata dalle immagini e dalle espressioni che usiamo quando parliamo del presente, dicendo, usualmente che esso “passa”, “scorre”, “fugge” o, addirittura, “vola”. In secondo luogo  per la difficoltà che il pensiero filosofico e scientifico in generale hanno di confrontarsi con l’esperienza fenomenologica immediata e con l’affermazione di «presenza» di una situazione, nonostante il fatto che essa sia di natura pubblica e appaia fondata su una condivisione di esperienza tra tutti i soggetti ‘presenti’ in comunicazione diretta.

Questa difficoltà è ben testimoniata dall’analisi della struttura nomologica della fisica, all’interno della quale la nozione di presente, se non intesa in senso pragmatico, è del tutto assente. Le leggi della fisica, infatti, non possono dipendere dal particolare istante di tempo in cui le consideriamo, né vale certo, come possibile confutazione di questo assunto, il riferimento alle condizioni iniziali, che, anche a voler prescindere dal fatto che, nell’ambito della cosmologia, non possono essere così chiaramente distinte dalle leggi di natura, dipendono solo dallo stato precedente del sistema fisico in esame, e non da uno specifico istante di tempo. L’omogeneità del tempo della fisica fa infatti sì che nessun istante possa essere privilegiato come unicamente esistente o distinto dagli altri.

Medusa Caravaggio

Medusa Caravaggio

Inoltre la fisica non si interessa dell’accadimento di un determinato evento, né guarda le cose dal punto di vista temporale associato a un insieme particolare di eventi, secondo una prospettiva, cioè, che renderebbe del tutto naturale affermare che, in quel particolare tempo, solo quegli eventi esistono. Nell’ambito di essa viene invece assunta un’esistenza di tipo più generico, intesa nel senso di esistere a un qualche (e non in un determinato) istante di tempo, corrispondente dunque a considerare le cose sub specie aeternitatis. In seguito a questa “variazione di significato” muta anche il concetto di realtà, che diventa l’insieme o la somma di tutti i punti di vista possibili, cioè di tutti gli eventi che esistono indipendentemente da quando accadono, nel senso che occupano una ben precisa regione dello spazio-tempo. Queste considerazioni valgono anche a proposito delle teorie della fisica relativistica: Infatti, come nota Pauri, “la mancanza di una nozione assoluta di simultaneità fa sì che, nell’universo post-einsteiniano, ogni partizione dello spazio-tempo in una regione globalmente futura e in una globalmente passata dipenda dalla velocità del sistema di riferimento, e in quanto tale, sia accidentale e non oggettiva. Senza far riferimento a eventi particolari, ogni partizione globale risulta dunque relativa a un osservatore inerziale, e proprio per questo motivo è opportuno assumere che ogni evento sia reale”[1].

E’ noto che la teoria della relatività ristretta, con il riferimento allo spaziotempo quadrimensionale di Minkowski, stabilisce l’inseparabilità di spazio e tempo, con conseguente impossibilità di porre un “ora” senza un “qui”. Entità fondamentale della teoria è il cono di luce, che rappresenta un elemento invariante della sua struttura matematica. Si tratta di due falde di un cono a quattro dimensioni, che per esigenze di visualizzazione viene rappresentato come due triangoli bidimensionali, che si incontrano in un vertice comune p, che indica il presente di un osservatore, e che si aprono l’uno nel passato e l’altro nel futuro di questo punto. La sua proprietà più importante è la seguente: ogni intorno di uno qualsiasi di questi punti p dello spazio-tempo di Minkowski viene diviso dal cono di luce in tre parti, che si chiamano futuro assoluto di p, passato assoluto di p, e regione di genere spazio rispetto a p. La differenza tra regione del genere tempo, costituita dalla somma del passato assoluto e del futuro assoluto di p, e quella di genere spazio, situata fuori delle due falde del cono, è che un punto qualsiasi di quest’ultima non sarà raggiungibile da un segnale luminoso e dunque (dato che nulla viaggia più velocemente della luce) da alcun segnale fisico, e si dirà perciò causalmente non connettibile con p. La prima è invece l’insieme dei punti causalmente connettibili con p: in particolare il passato assoluto di quest’ultimo è l’insieme delle sue possibili cause, ed è quindi prima di p, mentre il futuro assoluto di p è l’insieme dei suoi possibili effetti, ed è perciò dopo di esso. Abbiamo così una prospettiva che riduce le relazioni temporali a quelle causali.

Picasso Every act of creation is first an act of destruction I do not seek. I find

Picasso Every act of creation is first an act of destruction I do not seek. I find

Come osserva Dorato “la qualificazione ‘assoluto’ per il passato e il futuro di un qualsiasi punto non è frequentemente reperibile nella letteratura sulla relatività, ma è particolarmente appropriata per segnalare l’invarianza dei rapporti temporali tra p e un qualsiasi punto dentro le falde del cono. E’ importante ricordare che ‘assoluto’ in relatività ha vari sensi, e qui significa ‘indipendente da un sistema di riferimento’.  Data l’invarianza della velocità della luce (ovvero la sua indipendenza dal moto della sorgente) anche i rapporti temporali tra eventi che sono all’interno del cono di luce rimangono invariati per ogni osservatore, indipendentemente dal suo stato di moto e dunque dal sistema di riferimento inerziale che occupa[2].

picasso il_re_dei_minotauri 1958

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In altre parole, se un evento r è prima di (o dopo) p per un osservatore, ed è quindi del genere tempo rispetto a p – ovvero è causalmente connettibile con p perché giace all’interno delle falde del cono centrato in p- allora tale giudizio temporale varrà in modo oggettivo per ogni osservatore inerziale dello spazio-tempo, indipendentemente dalla sua velocità […] E’ della massima importanza tenere presente che questa invarianza non si riscontra invece per eventi q che siano separati da p da un intervallo di genere spazio, e che si trovino perciò fuori del cono di luce di vertice p. Infatti esistono sistemi di riferimento inerziali in cui p è prima di q, altri in cui p è dopo q, e un sistema in cui p e q sono simultanei. Questa non-invarianza dei rapporti temporali tra eventi separati da intervalli di genere spazio conduce direttamente alle soglie dell’innovazione concettuale più significativa della relatività speciale”[3]. Si tratta, com’è noto, del fatto che, diversamente dalla meccanica newtoniana, questa teoria nega la simultaneità assoluta di due eventi nello spazio globale per cui viene a mancare anche un sistema di riferimento intrinsecamente privilegiato.

angeloPer spiegare le ragioni della difficoltà della descrizione fisica del mondo a confrontarsi con la dimensione dell’«hic et nunc» Pauri scandaglia le modalità attraverso le quali si è giunti, storicamente, a elaborare e a mettere a punto questa specifica descrizione. In particolare, egli punta l’attenzione su due aspetti: l’implicita metodologia della separazione del mondo in tre parti, e le altrettanto implicite approssimazioni fondanti, tra le quali rientra appunto quella del tempo fisico, che consentono l’idealizzazione degli oggetti fisici, sulla quale si innesta la loro matematizzazione e la conseguente costituzione di un modello che letteralmente rimpiazza gli oggetti reali.

Per quanto riguarda il primo aspetto viene sottolineato che, in questa descrizione, “è sempre, almeno implicitamente, presupposta la separazione del mondo in tre parti: una prima parte che possiamo definire propriamente come l’oggetto (o il sistema) fisico, una seconda parte che è l’osservatore (che sovente assume ambiguamente le specie simultanee di apparato di misura e di soggetto pragmatico che applica le procedure sperimentali ed elabora le strutture teoriche) e una terza parte che costituisce il resto del mondo. La variabilità delle relazioni fra quest’ultimo e l’oggetto fisico identifica la componente irriducibilmente contingente della descrizione fisica e viene formalizzata nelle cosiddette ‘condizioni iniziali o “al contorno’ del sistema in oggetto. La tripartizione consente la formulazione delle possibili variazioni temporali dell’oggetto (leggi fisiche) in connessione con la scelta di differenti relazioni con il resto del mondo”[4].

Le approssimazioni fondanti, che costituiscono un ulteriore e imprescindibile requisito per la formulazione delle leggi, sono costituite da quelle che Pauri chiama le condizioni galileiane, e cioè: “i) ripetibilità temporale indefinita dell’intero insieme di relazioni fra l’oggetto e il resto del mondo; ii) irrilevanza delle relazioni spaziali fra una conveniente regione, definita dall’oggetto stesso e il suo ambiente locale, e il resto del mondo. Tutte queste condizioni, che stabiliscono la distinzione fra discipline puramente empiriche e scienze sperimentali, implicano in particolare l’omogeneità spaziale e -soprattutto- l’omogeneità temporale, insieme alla possibilità di ripetere a piacere la richiesta separazione del mondo”[5].

Queste approssimazioni, per poter essere formulate e attivate, presuppongono, a loro volta, una sorta d’idealizzazione primaria, più profonda e fondamentale di esse, quella che sta alla base della definizione del tempo fisico. L’omogeneità temporale e l’individuazione della ricorrenza di stati fisici identici esigono, infatti, che siano soddisfatte due specifiche condizioni. “Innanzitutto la costituzione di un’opportuna procedura di approssimazione; in secondo luogo, una condizione cosmologica sul ‘resto del mondo’ che garantisca l’esistenza di subtotalità autonome, fisicamente quasi – isolate, tali da consentire – nei limiti dell’approssimazione costituita – il riconoscimento di una stabilità di ricorrenza temporale. Tali richieste, che sono anche pre-condizioni per la realizzabilità – almeno locale e sempre nei limiti della approssimazione – delle condizioni galileiane, identificano per definizione un orologio fisico standard, cosicché non ha poi senso empirico chiedersi se successivi intervalli temporali contengono o meno la stessa ‘quantità di tempo’: il tempo fisico è relazionale per costituzione”[6].

La descrizione fisica del mondo si è dunque sviluppata, secondo Pauri, a partire da una teoria statica del tempo, per cui non solo non è sorprendente, ma è addirittura scontato che gli sviluppi di questa descrizione confermino la validità di questa idealizzazione primaria e fondante. Sostenere che, pur tuttavia, la stessa teoria statica potrebbe essere confutata e falsificata dalla “realtà osservata”, qualora non si dimostrasse corretta rispetto ad essa, significa cadere in pieno nella trappola, sempre in agguato, della confusione tra “evento fisico” e “accadimento del mondo reale”, fra componenti irriducibilmente contingenti e leggi fisiche o “forme nomologiche di possibilità. Questa distinzione implica infatti che

un oggetto fisico non sia mai definito da una singola individuazione oggettuale. Esso corrisponde a una classe di equivalenza di determinazioni singole, individuata precisamente dalla astrazione delle relazioni con il resto del mondo che, nel caso specifico, sono considerate irrilevanti. Inoltre, la rete di relazioni attraverso cui l’oggetto fisico è definito costituisce un reticolo ideale in cui sono stati soppressi tutti i particolari fenomenici, in quanto fenomenici e particolari, cosicché il soggetto esperiente non vi appare più. Ogni classe (un oggetto fisico) costituisce un ‘modello’ che, letteralmente, rimpiazza la cosa fenomenica intenzionalmente esperita con la sua molteplicità di prospettive. Così, lo status della descrizione fisica implica che possiamo avere scienza di ‘tipi’ ma mai scienza di ‘particolari’ e, soprattutto, che la transienza temporale della soggettività è radicalmente rimossa dal quadro[7].

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Dante Alighieri

Il tempo fisico è pertanto  il risultato di una riduzione dimensionale e di complessità che comporta l’esclusione da esso del presente e della transigenza, sacrificati in nome dell’esigenza, considerata primaria e irrinunciabile, della costituzione di un’opportuna procedura di approssimazione e di una condizione cosmologica sul ‘resto del mondo’ che garantiscano un ‘omogeneità temporale’, cioè l’esistenza di subtotalità autonome, fisicamente quasi-isolate, tali da consentire – nei limiti della approssimazione così costituita – il riconoscimento di una stabilità di ricorrenza temporale.

  1. L’Evento

Quello che, riprendendo l’analisi di Pauri, abbiamo detto a proposito della distinzione tra  “oggetto fisico” e “accadimento del mondo reale”, fra componenti irriducibilmente contingenti e leggi fisiche o “forme nomologiche di possibilità” ci consente di affrontare nel modo migliore la distinzione tra “evento” e “forma” teorizzata e proposta da Diano. L’evento è sempre puntuale e individualizzato, costituisce un vissuto, non un pensato, proprio quel vissuto riferito al soggetto esperiente e all’accadimento specifico di qualcosa qui e ora, cioè in un presente determinato e irriducibile ad altri istanti del tempo, che la descrizione fisica del mondo espunge dal proprio orizzonte teorico. Come scrive Diano in una lettera a Pietro de Francisci, pubblicata nel fascicolo III del luglio-settembre 1953 del ‘Giornale critico della filosofia italiana’, e ripubblicata in appendice a Forma ed evento,

evento è preso dal latino, e traduce, come spesso fa il latino, il greco tyche. Evento è perciò non quicquid èvenit, ma id quod cuique èvenit: o ti gίgnetai έḱάstw, come scrive Filemone, ricalcando Aristotele. La differenza è capitale. Che piova è qualcosa che accade, ma questo non basta a farne un evento: perché sia un evento è necessario che codesto accadere io lo senta come un accadere per me. E però, se ogni evento si presenta alla coscienza come un accadimento, non ogni accadimento è un evento. [] Di evento, dunque, non si può parlare se non in rapporto a un determinato soggetto, e dall’ambito stesso di questo soggetto. [] Come id quod cuique èvenit l’evento è sempre hic et nunc. Non v’è evento se non nel preciso luogo dove io sono e nell’istante in cui l’avverto. [] Da quello che precede è chiaro che non sono l’hic et nunc che localizzano e temporalizzano l’evento, ma è l’evento che temporalizza il nunc e localizza l’hic. E l’hic è in conseguenza del nunc perché è come interruzione della linea indifferenziata e non avvertita della durata – e cioè dell’esistenza come esistenza vissuta – che l’evento emerge e s’impone, ed è per essa e in essa questa interruzione che l’hic è avvertito e si svela[8].

 il binario che porta ad Auschwitz

il binario che porta ad Auschwitz

L’evento che capita a qualcuno, dunque, opera in modo da rompere l’omogeneità dello spazio, ritagliandolo e differenziandolo, e da congelare e condensare il tempo in un singolo istante; dall’altro lato, però, esso dipende dall’intero universo ed è connesso indissolubilmente alla totalità dello spazio e del tempo, perché gli eventi sono nel tempo e si legano l’uno all’altro e fanno catena, formano un tutto e ciascuno di essi ha un senso e un fine solo nella connessione con gli altri. “Ogni evento, perdendo la sua accidentalità, si inserisce nella ferrea catena provvidenziale del destino, di una necessità logicamente intesa, riscontrabile ovunque e senza eccezioni, Cade così la linea di demarcazione tra l’hic et nunc e l’ubique et semper. La tyche è solo un evento isolato di cui s’ignora la causa. Ma questa indubbiamente esiste e pertanto l’evento deve avere per forza un significato[9].

L’evenit proviene da una periferia spazio-temporale, da una totalità cosmica alla quale, pur staccandosi da essa, rimane legato, “la prima definizione che noi abbiamo di questa periferia è l’πειρον periέcon che Anassimandro e i teologi greci identificavano col «divino», e da cui facevano «governare il tutto». E l’intera grecità ne mantiene il concetto”[10]. “Eternità e trascendenza in senso proprio sono di quell’assoluto «comprendente» che è il periechon e di quell’assoluto polo che è l’Uno, «là ‘ve s’appunta – come dice Dante – «ogni ubi ed ogni quando», e che pertanto sono sempre in relazione con l’hic et nunc di quel cuique, che «io stesso sono»[11].

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno ... (B. Brecht)

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno … (B. Brecht)

Attorno ad ogni singolo evento si apre quindi l’infinità del periechon, il «senza limiti», un principio divino, immortale e indistruttibile, quella dynamis, come sinonimo di enèrgeia che assume nell’età ellenistica un senso che è specifico del «sacro». “La reazione dell’uomo a questo emergere del tempo ed aprirsi dello spazio creatogli dentro e d’intorno dall’evento, è di dare a essi una struttura e chiudendoli dare norma all’evento. Ciò che differenzia le civiltà umane, come le singole vite, è  la diversa chiusura che in esse vien data allo spazio e al tempo dell’evento, e la storia dell’umanità, come la storia di ciascuno di noi, è la storia di queste chiusure. Tempi sacri, luoghi sacri, tabù, riti e miti non sono che chiusure d’eventi[12].

[1] C. Diano, Forma ed evento. Principi per una interpretazione del mondo greco, pp. 70-71.

[2] Ibidem, p. 13.

[3] C. Diano, Linee per una fenomenologia dell’arte, Neri Pozza, Venezia, 1956, p. 15.

[4] Ibidem, p. 64.

[5] Ibidem, p. 20.

[1] M. Pauri, I rivelatori del tempo, ‘Nuova civiltà delle macchine’, 1999, n. 1, p. 36. Le medesime argomentazioni sono sviluppate da Pauri, in  forma più articolata e dettagliata, nel capitolo 3 “La descrizione fisica del mondo e la questione del divenire temporale” del volume Filosofia  della fisica, a cura di G. Boniolo, Bruno Mondadori, Milano, 1997, pp. 245-333.

[2] In realtà i rapporti che rimangono invariati sono quelli tra il vertice p del cono di luce e un evento interno al cono, o su di esso, rapporti relativi  o al passato assoluto o al futuro assoluto (S.T.).

[3] M. Dorato, Futuro aperto e liberà. Un’introduzione alla filosofia del tempo, Laterza, Roma-Bari, 1997, pp, 131-132.

[4] M. Pauri, I rivelatori del tempo, cit., p. 42.

[5] Ivi.

[6] Ibidem, p. 43.

[7] Ibidem, p. 42.

8] Ibidem, pp. 36-37.

[9] C. Diano, Forma ed evento. Principi per una interpretazione del mondo greco, Marsilio, Venezia, 1993, p. 35.

[10] C. Diano, Forma ed evento. Principi per una interpretazione del mondo greco, pp. 70-71.

[11] Ibidem, p. 13.

[12] C. Diano, Linee per una fenomenologia dell’arte, Neri Pozza, Venezia, 1956, p. 15.

[13] Ibidem, p. 64.

[14] Ibidem, p. 20.

Carlo Diano

Carlo Diano

Carlo Alberto Diano (Vibo Valentia, 16 febbraio 1902Padova, 12 dicembre 1974) è stato un grecista, filologo e filosofo italiano, storico e traduttore dei classici greci, di poeti svedesi e tedeschi. Compie gli studi classici al Liceo Filangeri di Vibo Valentia, allora Monteleone Calabro. Rimane orfano di padre all’età di 8 anni e questo fu un evento che segnò la sua vita e molte delle sue scelte giovanili. Nel 1919 si trasferisce a Roma, dove si iscrive alla Facoltà di Lettere della Sapienza ove segue le lezioni di Nicola Festa e Vittorio Rossi. Il suo progetto è di laurearsi con una tesi in Letteratura greca, ma la necessità di iniziare a lavorare lo spinge a scegliere una via più breve e nel novembre del 1923 si laurea con 110 e lode con una tesi su Giacomo Leopardi, un poeta che amò subito e che lo accompagnò nel corso di tutta la sua vita.

Immediatamente inizia a insegnare letteratura latina e greca, dapprima come supplente e poi, dall’ottobre del 1924, di ruolo come vincitore di concorso a cattedra. La sua prima nomina è a Vibo Valentia, cui segue un periodo di alcuni anni a Viterbo e una breve parentesi al Liceo Vittorio Emanuele II di Napoli. A Napoli frequenta la casa di Benedetto Croce, ma in seguito il giovane Carlo Diano si allontanerà decisamente dal gruppo dei crociani. Dal novembre del 1931 è trasferito a Roma, dove insegna prima al Liceo Torquato Tasso e in seguito al Liceo Terenzio Mamiani. Sempre a Roma, nel 1935, consegue la libera docenza in lingua e letteratura greca. È fatto oggetto di inchieste ministeriali e pressioni per il suo rifiuto di iscriversi al Partito fascista, come chiedeva il suo ruolo di dipendente pubblico. Né mai si iscrisse. Nel settembre del 1933, su incarico del Ministero degli Esteri, è lettore di lingua italiana presso le università di Lund, Copenaghen e Göteborg, incarichi che ricoprì fino al 1940. Gli anni in Svezia e Danimarca non furono solo utili per apprendere alla perfezione lo svedese e il danese, ma segnarono un profondo cambiamento. Il contatto con l’ambiente scandinavo gli spalancò la visione della grande cultura liberale nord europea e l’amicizia di poeti, letterati e studiosi scandinavi, tra cui lo storico delle religioni Martin Person Nilsson e lo scrittore ed esploratore Sven Hedin, dei quali traduce anche alcune opere.

Al suo ritorno in Italia ricopre un incarico presso la Soprintendenza bibliografica di Roma e dal gennaio del 1944 all’aprile del 1945 è a Padova in qualità di Ispettore dell’istruzione classica presso il Ministero dell’Educazione Nazionale della Repubblica Sociale Italiana. Grazie a questo ruolo e obbedendo alla propria coscienza, all’insaputa di tutti, aiuta molte persone a mettersi in salvo dalla persecuzione fascista e nazista. Dal dicembre del 1946 ricopre gli incarichi di Papirologia, Grammatica greca e latina, Storia della filosofia antica, Letteratura greca e Storia antica presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bari. Nel 1950 vince il concorso alla cattedra di Letteratura greca ed è chiamato a Padova a ricoprire, presso la Facoltà di Lettere dell’Università, la cattedra che era stata di Manara Valgimigli. A Padova rimarrà ininterrottamente fino alla sua morte. Più volte Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, fondò e diresse il Centro per la tradizione aristotelica nel Veneto. Molte delle sue traduzioni dei tragici greci sono state messe in scena dalla Fondazione del Dramma Antico a Siracusa, a Vicenza, a Padova, portate in giro nei teatri italiani, interpretate da noti attori quali Elena Zareschi, Arnaldo Ninchi, Ugo Pagliai. Grandi le sue traduzioni, per la ricerca filologica, la lettura rivoluzionaria e la bellezza dello stile, fra le altre, dell’Alcesti, dell’Ippolito, dell’Elena, dei Sette a Tebe, dell’Edipo Re, del Dyskolos di Menandro. Ha curato  l’edizione di tutto il teatro greco per Sansoni e la traduzione dei Frammenti di Eraclito, primo volume della Fondazione Lorenzo Valla

 Silvano Tagliagambe nasce nel 1945 a Legnano è un filosofo e un epistemologo, vive a Milano dove studia Filosofia alla Statale come allievo di Ludovico Geymonat con cui si laurea con la lode attraverso una tesi sull’interpretazione della meccanica quantistica di Hans Reichenbach. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Fisica quantistica all’Università degli Studi di Lomonosov di Mosca sotto la direzione di Ja.P. Terleckij e poi presso l’Accademia delle Scienze dell’URSS, Istituti di Filosofia e di Fisica dal 1971 al 1974 dove si specializza in Filosofia della fisica con la supervisione di V.A. Fock e M.E. Terleckij. Sviluppa la sua attività scientifica e didattica attraverso un variegato percorso universitario che lo porta ad insegnare presso diversi atenei dal 1974 al 2008 e a collaborare con differenti centri di ricerca ed enti istituzionali come consulente scientifico.Lavora e vive a Cagliari. Il lavoro di ricerca di Tagliagambe si concentra inizialmente sul rapporto tra filosofia e fisica (soprattutto quantistica) nella cultura russa tra ‘800 e ‘900, in particolare sul concetto di realtà fisica (Bohr, Heisenberg, Born) e sui rapporti tra materialismo dialettico e sviluppi della fisica del ‘900. Dagli anni ’90 si concentra sui temi del rapporto tra realtà osservata e sistema osservante, le interazioni reciproche e il ruolo del linguaggio, della comunicazione intersoggettiva, della mediazione linguistica e della semiotica nel pensiero scientifico. Elabora il ruolo e il significato di interfaccia, il rapporto tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale, in particolare il ruolo progressivamente avuto dalle tecnologie di informazione e comunicazione. Esplora i contributi sul profondo significato del concetto di “margine”, sia esso su un essere vivente, un’interfaccia o il rapporto tra corpo e mente, nei sistemi sociali e nella comunicazione. Studia le forti interconnessioni tra artificiale e naturale, il profondo senso dell’interdisciplinarità, e il libro Il Sogno di Dostoevskij, attraverso una visitazione storica dal dibattito tra lo scrittore e lo scienziato Secënov, fino alle recenti scoperte della neurofisiologia, mette a fuoco il senso del rapporto tra le mente e il corpo e il significato e la funzione dell’inconscio. Ricostruisce e interpreta l’intenso scambio dialogico tra il premio Nobel della fisica Wolfgang Pauli e il fondatore della psicologia analitica Carl Gustav Jung, nel quale emerge il profondo rapporto tra filosofia, fisica e psicanalisi. L’analisi tra visibile e invisibile, il ruolo dell’arte e il senso epistemologico dello spazio intermedio e del confine vengono da lui sviluppati anche attraverso un’esegesi del pensiero di Florenskij. Le ricadute del suo pensiero sulle scienze sociali ed economiche trovano approfondimenti nelle opere dedicate all’analisi dei sistemi organizzativi socio-economici. L’attività presso la facoltà di Architettura lo porta a riflettere sulla’”epistemologia del progetto”, sulla relazione tra possibilità e realtà, sul rapporto tra l’ lo, lo spazio, il tempo, l’ambiente, tra urbs e civitas, sul concetto di paesaggio, sul ruolo delle città globali e sul nesso tra globale e locale. Gli sviluppi delle tecnologie digitali e poi della rete come fenomeno prima tecnologico poi culturale e sociale vengono elaborati e incorporati nel suo pensiero. La sua riflessione teorica è indirizzata anche ai temi dell’apprendimento e dell’organizzazione della conoscenza soprattutto alla luce delle reali esperienze della scuola, dei processi di modernizzazione e innovazione che la coinvolgono e delle nuove esigenze che essa deve affrontare.  Nel 2012 ha diretto il rifacimento del manuale di filosofia di Ludovico Geymonat e pubblicato da Garzanti Scuola con il titolo La realtà e il pensiero. La ricerca filosofica e scientifica in collaborazione con Edoardo Boncinelli.  Tra i suoi lavori più importanti figurano: Scienza, Filosofia, Politica in Unione Sovietica. 1924-1939 (Feltrinelli, 1978); La mediazione linguistica (Feltrinelli, 1980); L’epistemoloigia contemporanea (Editori Riuniti, 1991); L’impresa tra ipotesi, miti e realtà (in collaborazione con G.Usai, ISEDI, 1994); Espistemologia del confine (Il Saggiatore, 1997); La città possibile (in collaborazione con G.Maciocco, Dedalo, 1997); Epistemologia del Cyberspazio (Demos, 1997); L’albero flessibile. La cultura della progettualità (Masson, 1998)

(notizie tratte da Wikipedia)

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15 risposte a “Carlo Diano: LA PROSPETTIVA ESTETICA, FORMA ED EVENTO, PRINCIPI PER UNA INTERPRETAZIONE DEL MONDO GRECO E DEL NOSTRO MONDO di Silvano Tagliagambe – “Due  modi di intendere il sillogismo”, “La «vexata quaestio» del presente”, L’evento”

  1. il paragrafo del saggio di Tagliagambe sulla teoria di Forma ed Evento di Carlo Diano potrebbe fungere da introibo ad una estetica futura che nessuno mai scriverà. È dalla nozione greca di Forma ed Evento che dobbiamo partire per una corretta impostazione dei problemi dell’estetica. Io non sono un filosofo ma capisco quanto danno possa cagionare ad uno scrittore l’avere in testa una grande confusione in ordine a questi problemi che non sono solo dei problemi teorici. Si può scrivere soltanto in modo irriflesso, intuitivo se non si ha una visione filosoficamente corretta del rapporto che lega l’Evento alla Forma entro il Tempo storico degli uomini. Di qui la domanda fondamentale: Che cos’è un Evento? E quando si verifica? In quali circostanze? Che cos’è un Evento estetico?

    Scrive Carlo Diano: «Evento è perciò non quicquid èvenit, ma id quod cuique èvenit: o ti gίgnetai έḱάstw, come scrive Filemone, ricalcando Aristotele. La differenza è capitale. Che piova è qualcosa che accade, ma questo non basta a farne un evento: perché sia un evento è necessario che codesto accadere io lo senta come un accadere per me. E però, se ogni evento si presenta alla coscienza come un accadimento, non ogni accadimento è un evento».

    Questa impostazione problematica intorno a ciò che è un Evento ci conduce ad una corretta impostazione di questo concetto in una ontologia estetica, e nell’ontologia in generale che abbia un fondamento sulle scienze della natura. Detto in termini abbreviati, potremmo dire che non c’è ontologia estetica senza un Evento, e che è l’Evento che fonda l’ontologia.

    Commenta Tagliagambe: «L’evento che capita a qualcuno, dunque, opera in modo da rompere l’omogeneità dello spazio, ritagliandolo e differenziandolo, e da congelare e condensare il tempo in un singolo istante; dall’altro lato, però, esso dipende dall’intero universo ed è connesso indissolubilmente alla totalità dello spazio e del tempo, perché gli eventi sono nel tempo e si legano l’uno all’altro e fanno catena, formano un tutto e ciascuno di essi ha un senso e un fine solo nella connessione con gli altri.»

  2. Grazie carissimo Giorgio per aver portato ancora una volta e coraggiosamente l’attenzione sul pensiero di Diano attraverso l’interpretazione di Tagliagambe, filosofo della scienza, che è oggi una delle menti di più ampio respiro in Italia. E’ infatti interessante che sia proprio un filosofo della scienza a capire con un acume eccezionale la visione di un filosofo così anomalo nel panorama del pensiero italiano.
    Sì, il concetto di ‘Evento’, così come Diano lo delinea, è, insieme a quello di ‘Forma’, fondamentale per un’estetica del presente. Tanto più in quanto viviamo in una cultura che ha fatto dell’ Evento in senso dianeo l’asse portante dell’esserci nel mondo. Dimenticando che senza la dialettica Forma/Evento l’Essere svanisce o crolla miseramente. E’ questa la tragedia del nostro presente e dell’Occidente tutto.
    Sarebbe un bel dibattito da iniziare.

  3. E’ anche molto elettrizzante che Tagliagambe, che è un grande conoscitore e studioso di fisica quantistica (vedi i suoi lavori su Pauli e Jung) ne applichi i principi all’analisi del pensiero dianeo e con risultati di un incredibile interesse.

  4. Scrive Tagliagambe: «esistere a un qualche (e non in un determinato) istante di tempo, corrispondente dunque a considerare le cose sub specie aeternitatis. In seguito a questa “variazione di significato” muta anche il concetto di realtà, che diventa l’insieme o la somma di tutti i punti di vista possibili, cioè di tutti gli eventi che esistono indipendentemente da quando accadono».

    L’arte ha questa forma evenemenziale, si presenta sotto forma di evento casuale, è un punto di vista assolutamente singolare, legato alla esistenza biologica e sociale di un altro ente che è un uomo X che vive in un mondo X in un Tempo X…

    • Sì, hai ragione, è questa costante oscillazione fra l’assolutamente discreto e la fissità eterna della forma, in questo esistere nel qui e ora e allo stesso tempo, proprio per questo, nell’ubique et semper che fa dell’arte un fenomeno unico delle civiltà umane.

  5. Se la realtà è una somma di percezioni personali su cui gli individui in quanto sociali cercano tra loro di trovare la mediazione, allora qualcosina ci ho capito. Articolo difficilissimo per gli impreparati come me.

    • Sì almerighi, non è un testo facile, e non perché, come dici, sei impreparato, anche perché è l’inizio di un bellissimo saggio su un testo già di suo molto denso. Il concetto di cui si parla è quello del tempo, della percezione del tempo, e in particolare del “presente” che, come dice Tagliagambe, per la scienza è ancora problematico.
      Per l’uomo, secondo il filosofo Diano, ed è qui che il filosofo della scienza Tagliagambe, studioso di fisica quantistica, è affascinato dal concetto di presente e dunque di tempo, che Diano propone, si verifica nell’esperienza dell’evento, cioè di quell’accadimento che è “evento” solo nel momento in cui accade “qui e ora – accade per me”. Se piove altrove e io non lo so, non lo sperimento, quello non è un “evento”. Ma se piove mentre esco da casa e mi bagno, quello è “evento”, perché “accade per me” in un tempo che è ora e in uno spazio che è qui. Cioè del soggetto che sperimenta quell’accadimento. Questa definizione di “evento” (e dunque dell’esperienza che del tempo ha il soggetto) è nuova nella filosofia e apre nuove prospettive, anche nel campo della scienza, che appunto Tagliagambe analizza secondo teorie scientifiche.

  6. Accidenti, questo però coinvolgerebbe la storia intera. Se applico questo teorema, cioe’ quel che accade, accade perché qui e ora accade a me, vuol dire che la storia intera non esiste, a parte gli oggetti e le opere d’arte ereditate dal passato. Ho capito bene?

    • Sì, diciamo che più o meno è così. Però non è che la storia non esista. Non esiste “in sé” in quanto, al di fuori di questa esperienza dell’evento, e quindi dello spazio e tempo che esso rivela, e che varia non solo per ogni singolo, ma per ogni civiltà, esiste “l’àpeiron perièchon” cioè quell’infinito e illimitato che non si lascia eventizzare. Ma la cui esistenza è appunto rivelata dall’evento. L’uomo, come le civiltà umane, ha l’immediata reazione di dare una struttura (una chiusura dice Diano) a quello spazio che l’evento rivela. Ecco, la storia di ogni singola vita, come la storia delle civiltà umane, è determinata dalle diverse chiusure che ne vengono date.
      <>

      • E anche ti voglio ringraziare per la tua attenzione, davvero preziosa!

        • Di fronte a fonti così qualificate non si può fare altro che nutrire legittima apertura, voglia di capire e imparare, abbi paziennza io sono un piccolo autodidatta, figurati ho fatto le commerciali, quindi è facilmente immaginabile la mia carenza. Rinfrazio io te per la pazienza e la chiarezza nel divulgare.

          • Invece onore a te per la tua sete di conoscenza. Senza quella saremmo tutti (ignoranti tutti come siamo) dei pezzi di carne morta caro almerighi. E poi guarda che fior di poeti hanno fatto le commerciali! Il che è molto di più di quanto si possa dire di chi fa commercio della propria anima.

  7. Lucia Gaddo Z.

    Del professor Diano mi parlò, con straordinaria deferente devozione, la mia carissima amica poetessa Annamaria Luxardo Angelini, ora comprendo…
    Questo post, piuttosto arduo per me, che di filosofia sono solo appassionata, mi conferma con vigore che nessun evento per nessuno possa essere considerato irrilevante;
    che tutto nell’universo è interconnesso; che nulla ma proprio nulla va perduto, ecco il peso, schiacciante, della responsabilità di ciascuno per ciascuna azione, considerata anche minima.
    WOW! Nel tempo e nello spazio si rifletterebbero le conseguenze immediatamente.
    È reale ciò che ci riguarda, ci accade o facciamo accadere; l’azione di ciascuno che, ritagliando e differenziando, di volta in volta qualcosa per sé dall’eterno e dall’infinito, congela nell’eternità quel singolo istante (ed anche la creazione privilegiata dell’oggetto artistico).
    Ogni evento perde la sua accidentalità, inserendosi nella catena del destino di ciascuno, del destino dal quale si lascia coinvolgere e in quello del mondo.
    L’evenit proviene da una totalità cosmica cui rimane legato e in relazione.
    Le “chiusure d’eventi” sono le nostre brevi esistenze. Il presente che fugge si svolge comunque dentro l’eternità, formata dalla somma dell’assoluto passato e dell’assoluto futuro.
    La condivisione delle esperienze pare essere fondamentale per dare senso alla vita.
    È l’atto di disomogeneizzare soggettivamente il tempo della fisica a rendere distinguibili le esistenze.
    Trovo splendida la visione della realtà come l’insieme o la somma di tutti i punti di vista possibili.
    Mi sa, però, che l’unico osservatore integralmente oggettivo, non può essere che l’assoluto, il tutto, l’unico che possa essere in grado davvero di avere uno sguardo di tipo ‘periferico’.
    Mi piace pensare che l’evenit provenga da una periferia spazio-temporale, da una totalità cosmica alla quale, pur staccandosi da essa, rimane legato; attorno ad ogni evento si apre il principio divino del ‘senza limiti’, spazio e tempo sono inseparabili, l’energia una dinamica sacra.
    Avrò fatto di sicuro una gran confusione, ma mi sono proprio emozionata.

    • Cara Lucia, la ringrazio tanto di questo commento bellissimo su mio padre, (che ricorda anche la cara Anna Maria) in cui dimostra, a differenza di quanto afferma, di aver compreso perfettamente il senso e il significato del suo pensiero, pur mediato dal saggio di Tagliagambe, ci cui qui comunque compare solo una prima parte. Ma la cosa bella è come sia riuscita ad applicare alla nostra vita quotidiana e interiore il pensiero, non semplice è vero, di un filosofo, ma da cui si può trarre un grande insegnamento. Grazie per la sua sensibilità e per la sua testimonianza.

      • Lucia Gaddo

        Cara Francesca,
        grazie infinite, queste parole, dette da lei, sono per me un grande onore e mi incoraggiano a coltivare l’amore per la filosofia che trovo, per molti aspetti, strettamente imparentata con la poesia.

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