Carlo Sini intervistato da Silvia Bellia dal «linguaggio universale» alla Babele linguistica di oggi – «I gesti sono la scrittura del corpo»  – Pensieri suIl cavaliere, la morte e il diavolo” di Albrecht Dürer

"The Knight, the death and the devil", B 98. Engraving by Albrecht Dürer. Musée des Beaux-Art de la Ville de Paris.

“The Knight, the death and the devil”, B 98. Engraving by Albrecht Dürer. Musée des Beaux-Art de la Ville de Paris.

da http://www.hounlibrointesta.it

Il cavaliere, la morte e il diavolo. E’ con l’immagine di questa incisione di Albrecht Dürer che il professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Milano, Carlo Sini, inizia la sua lezione, dal tema: I nomi e le cose – L’epopea dimenticata. “Husserl – spiega Sini – scorgeva nel cavaliere fiero e sprezzante del pericolo che, chiuso nella sua corazza, precedeva senza timore, incurante del diavolo e della morte, il cammino della fenomenologia”. Oggi come allora, sostiene il professore, la filosofia – per vedere le cose con sguardo puro – deve evitare di cadere in due tentazioni: “l’oblio del linguaggio (la morte) e la sopravvalutazione delle parole (il diavolo)”. Secondo Sini infatti, il segno mai coincide con le cose, “le parole non sono cose”. Il linguaggio è piuttosto un automa, il primo grande artificio costruito dall’uomo. “E’ un’eredità. Ciascuno di noi è parlato dal linguaggio, vero e proprio pacemaker del pensiero. Quel che manca è la consapevolezza che parole e cose sono inscritte insieme nella storia”.

 Per Carlo Sini la filosofia non è né scienza né poesia: “essa deve procedere, come il cavaliere, con coraggio, verso la cosa stessa”. Le parole hanno senso ora, ma sono sempre postume. Posticce. “Non tutto può esser detto in ogni tempo”, sentenzia Sini. Ecco allora che per giungere alle cose, al sapere dei segni, occorre esser consci che la nostra mentalità presente, non è eterna, unica o universalmente vera, bensì un prodotto, transitorio, come tutti gli altri. Nietzsche si era reso conto di questo fatto, quando nel 2° aforisma di Umano troppo umano parla di un filosofare cieco. Cieco perché ignora che la storia dell’umanità è ben più lunga di quella che i loro occhi possono vedere. “Dobbiamo recuperare la storia, quella di tutti – continua Sini – nella consapevolezza che abbiamo un rapporto vivente coi segni del passato. La cosa cammina la parola. Le parole fanno transitare le cose sin dove possono, poi nasce l’esigenza di creare parole nuove, perché queste non bastano mai”. L’epopea è, secondo Sini, la sostanza di ogni cosa. “La verità assoluta è nel transito, nell’abbandono dei saperi superstiziosi. La filosofia è l’avvocato della vita, direbbe Nietzsche, il ricordo della vita che è transitata, transita e transiterà. Ridar voce all’epopea dimenticata, al sapere dei segni, significa anche non cadere nelle illusioni scientistiche di tanti nostri contemporanei, che credono con un paio di molecole, di avere risolto questioni che attengono l’umano”.

 (Jessica Bianchi)

Albrecht Durer The Fall of Man (Adam and Eve) 1504

Albrecht Durer The Fall of Man (Adam and Eve) 1504

 Quanto è antico il sapere dell’uomo? La nostra esistenza millenaria ha inciso e continua a incidere sul mondo, lasciando tracce eterne e transeunti. Per ritrovare le origini della sapienza umana, occorre interrogarsi sulla natura dei segni che accompagnano da sempre il nostro passaggio.

Il professore Carlo Sini, accademico dei Lincei, e per oltre trent’anni docente di Filosofia teoretica all’università di Milano, nel libro Il sapere dei segni, edito da Jaca Book, analizza il senso delle figure e delle scritture umane, «senza dimenticare che anche la nostra mente che “rin-traccia” è un prodotto interno di questo cammino». Possiamo avvicinarci solo indefinitamente ai segni del passato, perché ogni volta che tentiamo di rintracciarli, in realtà li «ri-tracciamo», li duplichiamo nella rappresentazione, creando qualcosa di nuovo e di diverso.

 Si può ipotizzare che diecimila anni fa sulla terra esistesse una sorta di «linguaggio universale», che i nostri antenati utilizzassero «un sistema di espressione comune, fatto della convergenza di gesto, suono, visione, esercitati e vissuti come un atto globale». La differenziazione culturale, la torre di Babele nella quale viviamo sarebbe un’acquisizione successiva.

Albrecht Durer Apocalisse

Albrecht Durer Apocalisse

Analogamente, la sintassi dell’arte preistorica potrebbe aver generato la nostra attuale forma di scrittura. «La configurazione delle nostre lettere alfabetiche non è affatto arbitraria o convenzionale. Ogni lettera è invece un disegno decaduto o stilizzato la cui origine va rintracciata proprio nelle figure e nei segni del paleolitico e del neolitico».

 Rispetto al passato, dunque, c’è qualcosa che abbiamo perduto. L’unità di scrittura, figura e azione. Le parole si sono separate dalla loro figura, si sono «s-figurate», diventando astratte e autonome. La figura si è svuotata della presenza originaria che l’abitava, il mondo della vita. Come Euridice, essa può essere richiamata in essere, ma il canto capace di risvegliarla è lo stesso che la uccide: quando la figura si consegna al sapere, resta inchiodata a un apparire determinato e oggettivo e, in un certo senso, smette di vivere, di transitare. Il gioco dei segni si mantiene solo nel rimando continuo, molteplice e indefinito, di qualcosa a qualcos’altro.

waka 3 Le dinamiche percettive sono complesse e intrecciate; per scoprire cosa significa davvero «sentire», dovremmo considerare la possibilità di «ascoltare con gli occhi e vedere con le orecchie». L’esperienza non è mai univoca. Anche del lattante di poche settimane o di pochi mesi, non si può dire che sia una «tabula rasa», un «foglio bianco» unidimensionale, puramente ricettivo: egli «è già un mondo complesso di emozioni, di immaginazioni e di pensieri, ancorché non verbali». Secondo gli studi di Daniel Stern sulla prima infanzia e sullo sviluppo psichico infantile, la formazione del Sé emerge molto prima dell’avvento del linguaggio. Da sempre siamo circondati dai segni e, grazie ai segni, impariamo a comunicare.

 Il professore Sini ha introdotto in Italia il pensiero di Charles Sanders Peirce , considerato il padre della semiotica; citando il filosofo statunitense, il nostro autore scrive che anche la più semplice delle nostre azioni e delle nostre inferenze nasconde in sé «una filosofia dell’universo». Non appena nasciamo, siamo immersi in un linguaggio universale, in una musica eterna. Non è forse un caso che l’opera letteraria più frequentata da Carlo Sini sia la Divina Commedia, una rappresentazione allegorica dell’umanità, un itinerario trascendente e simbolico, che, da un cerchio all’altro della vita, dal sottosuolo ultraterreno alle altezze celesti, illumina il chiaroscuro che l’uomo sperimenta tutti i giorni, e di cui vivono anche i suoi segni.

ideogramma cinese nomi vari

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Il sapere dei segni è la sapienza delle nostre origini. Secondo lei, professore, la nostra mente è in grado di rivivere e di «riscrivere» un passato ormai trascorso e dimenticato?

 «Il passato è tale proprio in quanto è trascorso e dimenticato. Solo a questo prezzo può essere ricordato, il che vuol dire: riportato nel cuore del sapere e perduto per la vita diretta. Quindi il cosiddetto passato è in realtà quella presenza che sempre agisce inconsapevole (il passato dei miei genitori rivive nel mio corpo ecc.): questo passato non è mai passato, è la vivente continuità della vita. In questo senso l’animale non ha passato; solo gli esseri umani ce l’hanno, poiché dispongono di segni per constatare la differenza intercorsa tra l’essere e l’avere, l’agire e il sapere, il vivere e il ricordare di aver vissuto; anzitutto, ovviamente, perché dispongono di segni del linguaggio».

ideogramma cinese della parola Te'

ideogramma cinese della parola Te’

 Prima dell’invenzione della tecnica della scrittura, il linguaggio era diverso: il dire non era diverso dal fare, le immagini, i gesti e i suoni erano una cosa sola. La nascita del segno scritto ha comportato una perdita per l’umanità?

 «La scrittura, diceva Derrida, è antica quanto il linguaggio e io sono d’accordo. I gesti sono la scrittura del corpo, così come le pitture del viso ecc.; lo stesso è da dire delle vesti e dei manufatti; la parola è la scrittura della voce ecc. In generale la scrittura, in quanto lascia traccia di sé, costruisce progressivamente una distanza tra l’agito in forma diretta e irriflessa e il saputo in forma riflessa e replicabile. In questo senso è giusto dire che il mondo animale, più che non disporre di forme di linguaggio, non possiede scritture, cioè repliche del mondo e dei suoi significati in un microcosmo quale è appunto ogni supporto di scrittura. Se un uomo va alla capanna del suo amico e la trova sbarrata, con sopra una tavoletta sulla quale l’amico ha disegnato una barca e tre lune, il messaggio è chiaro: sono partito in barca e starò via tre notti. Ogni scrittura è una dilatazione dei nostri orizzonti conoscitivi: veniamo a sapere cose che altrimenti ci resterebbero ignote. Le scritture segnano il progresso scientifico dell’umanità. Questo ufficio della scrittura non equivale però alla possibilità espressiva ed emotiva che ci caratterizza nel vivere diretto. Non è che la scrittura ci abbia sottratto alcunché (ci ha donato e ci dona anzi moltissimo). Sta a noi non confondere informazione ed espressione, conoscenza e vita, quantità che caratterizza un messaggio ed eventuale qualità del medesimo. Questo significa anche che la verità non è mai costituita da una sola figura (per esempio matematica), ma che una pluralità di figure sempre la attraversa».

ideogramma cinese Poetry

ideogramma cinese Poetry

I simboli hanno un rapporto stretto con la trascendenza?

 «Simbolo è ciò che unisce a distanza, è ciò che rimette insieme quello che è stato separato. La trascendenza è la sua stessa natura; alludervi è la sua funzione. Con questo non ho detto: “esiste” una “cosa trascendente”. Ho piuttosto alluso al fatto per cui ogni presenza fa segno e si rivolge a ciò che è presente solo come assente».

 La cultura cinese, con i suoi ideogrammi e i concetti filosofici di yin e yang conserva ancora una traccia dell’unione di parola e figura?

 «Sicuramente conserva una traccia “figurativa”, anche se l’uso moderno degli ideogrammi, il rapporto con l’Occidente, l’imporsi della tastiera del computer e dei telefonini (cioè il tratto sempre più universale della scrittura alfabetica) sta progressivamente cancellando storia, tradizione e figura nella scrittura cinese».

ideogramma cinese per speranza

ideogramma cinese per speranza

Lei parla del rapporto tra la madre e il neonato come di un momento di interpretazione di emozioni, immaginazioni e pensieri non verbali. Cosa possiamo imparare dallo studio della prima infanzia?

«Il neonato ci presenta l’esempio più vicino e più vivo del mondo preverbale che tutti abbiamo attraversato. Il suo studio è fecondo ed entusiasmante, rivelatore di molti segreti della vita adulta. Bisogna però sempre ricordare che le nostre ricostruzioni sono scritture e mappe del sapere, non l’equivalente del vissuto infantile. Dicono di noi, di come siamo accaduti, più che dire della vita infantile diretta: questo bisogna ricordarlo, per non cadere nelle ingenuità “oggettivistiche” e “naturalistiche” che spesso assediano la mente degli scienziati, nonostante il loro preziosissimo lavoro».

 Lei scrive che il vero compito della filosofia è quello d’intendere la «differenza e la relazione tra vita e sapere». Secondo lei, quando e come avviene l’incontro tra il sapere e la vita? E tra la vita e la verità?

 «La domanda è molto complessa ed è formulata in modo assai suggestivo. Esiste una vita cieca a se stessa, che non si pone domande, come si dice, di senso; una vita che promuove se stessa ereditando lo spirito vitale di ciò che appunto l’ha prodotta. Poi esiste anche una “vita della verità” che ha molti sensi. Anzitutto quello di dire la verità o il suo contrario: è la più antica nozione di verità sorta nelle comunità umane. Poi c’è la verità ritenuta tale da tutti i membri di un gruppo sociale. Per esempio: è vero che c’è tra noi qualcuno di impuro; per questo gli Dei ci puniscono con una pestilenza. Queste innumerevoli figure della verità affrontano appunto la selezione della vita e divengono e si trasformano esse stesse con la vita. Talvolta muoiono, talaltra risorgono e così via. Non bisogna cadere nella superstizione della verità, cioè nella identificazione della verità con un suo contenuto, con un suo significato definito. Sarebbe come identificare l’umanità con questo uomo. Ma questo uomo muore e l’umanità no. Così i significati di verità tramontano, ma l’evento della verità nelle sue figure, l’incontro che continuamente facciamo con questo evento, imparando da esso a non sopravvalutare i nostri significati di verità, questo evento e questo incontro sono la verità in cui siamo volta a volta iscritti: la verità che attende e stimola la nostra capacità di accogliere, di mutare, cioè di vivere con coraggio e senza presunzioni superstiziose il suo continuo evento».

ideogramma cinese Bellezza

ideogramma cinese Bellezza

 La letteratura e la poesia riescono a conservare la magia degli inizi? C’è un’opera letteraria che le sta particolarmente a cuore, per il suo valore creativo e simbolico?

 «Gli inizi dell’espressività umana sembrano essere caratterizzati da ciò che i Greci chiamavano “arti dinamiche”, cioè dal canto, dalla danza e anche dalla figuratività delle espressioni. Una volta approdati alle lettere (anzitutto con la trascrizione in Occidente dei due poemi epici attribuiti a Omero, diversa è la vicenda dell’Oriente), è nata appunto la scrittura “letteraria”, che tenta di recuperare, attraverso i segni dell’alfabeto, le emozioni originarie del vivere (per dire la cosa molto in fretta e in modo certo insufficiente). Nella letteratura, intesa nel senso più ampio, si deposita il ricordo della intera epopea dell’umanità e quindi la più alta consapevolezza della nostra storia e del nostro destino. Tra le grandi opere letterarie dell’umanità, quella che ho più frequentato e che ancora frequento con frutto indescrivibile è la “Commedia” di Dante».

 Carlo Sini (Bologna, 6 dicembre 1933) ha studiato all’Università degli Studi di Milano con Giovanni Emanuele Barié ed Enzo Paci, con il quale si è laureato in Filosofia, diventandone in seguito assistente. Dopo aver conseguito la libera docenza in Filosofia teoretica, ha insegnato Filosofia della storia e Storia della filosofia presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Nel 1976 è stato chiamato a ricoprire la cattedra di Filosofia teoretica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Milano, dove ha anche svolto per un triennio la funzione di Preside di Facoltà. Membro per molti anni del Collegium Phaenomenologicum di Perugia, del Direttivo Nazionale della Società Filosofica Italiana e dell’Institut International de Philosophie di Parigi, è socio corrispondente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, dell’Istituto lombardo di scienze e lettere e dell’Archivio Husserl di Lovanio. Insignito nel 1985 per una sua opera del Premio della Presidenza del Consiglio dello Stato italiano, ha ricevuto nel 2002 la Croce d’onore di I Classe per la Scienza e l’Arte dallo Stato austriaco.

Sini è stato tra i primi a segnalare all’attenzione del pubblico italiano l’importanza dell’opera di Charles Sanders Peirce, e ha proposto un filone di ricerca sulla convergenza teoretica dei percorsi filosofici di Peirce e Heidegger sul filo dell’ermeneutica benché la sua formazione didattica fosse di orientamento prevalentemente fenomenologico.

La sua proposta teoretica si è in seguito concentrata sul tema della scrittura e sulla centralità dell’alfabeto greco come forma logica del pensiero occidentale. In particolare, in Figure dell’enciclopedia filosofica, Sini rende conto della radicalità del gesto istitutivo platonico e della nascita della filosofia in modo da illuminare la genealogia della nostra civiltà e le figure del suo destino. Questa pubblicazione si misura con nodi problematici e profondi della nostra cultura. Viene mostrata la verità del gesto filosofico di Platone nel tratto tecnologico della parola alfabetica che trasforma la relazione al mondo in “cosità”. La pratica del concetto, infatti, in-forma il paradigma dell’oggettività e traduce le “sterminate antichità” dell’umano all’interno dell’ambito cronotopico della visione logica elaborata dalla scansione alfabetica del mondo (con la conseguente nascita del tempo e del sapere storico).

All’educazione mitologica dell’uomo si sostituisce l’educazione psichica dell’anima nella rimozione delle qualità sensibili della vita vissuta. Prima operazione di ingegneria genetica che comporta sia la nascita del soggetto morale nella paideia del bio-politico (come Nietzsche aveva intuito) sia il conseguente destino nichilista rivelato del contemporaneo inteso come “epoca deldisincanto”, secondo la nota definizione di Max Weber. Ma l’intreccio che dalla preistoria conduce ai nostri giorni, rinvia al desiderio e all’iscrizione originaria che danza nelle figure della sessualità e della morte. La soglia così dischiusa, annunciata dalla verità analogica dell’evento mimato nella generazione, transita [transitare è intransitivo] il movente desiderante nel “desiderio di vita eterna” [X proposizione logicamente insensata]. Platone e la logica disgiuntiva hegeliana rappresentano i due poli più rilevanti di questa consapevolezza lancinante. Addirittura, tutta la filosofia platonica è probabilmente da pensare come la domanda più alta e profonda che sia mai stata posta alla sapienza dionisiaca. Dagli ominidi alla società dell’informazione(sul filo delle pratiche che ne circoscrivono le traiettorie) la trama del senso transita dai “signa” ai “segni”, disegnando le coordinate del nostro tempo e il predominio della visione scientifica e delle sue figure che dileguano la consistenza oggettuale dell’oggettività, profilando nel rituale pubblico del potere finanziario, e nella conseguente imposizione dell’universalità oggettiva, un paradosso costitutivo che nasconde nuove e positive opportunità ancora tutte da scoprire (e attualmente mascherate dalla deleteria mercificazione imperante). Delineando nuove occasioni di senso, le Figure dell’enciclopedia invitano a “sognare più vero”, vale a dire ad abitare la conoscenza filosofica nell’esercizio dell’evento del significato nella concretezza delle sue pratiche. Ethos di una nuova scrittura della soggezione del mortale al desiderio, nell’apertura al transito.

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3 risposte a “Carlo Sini intervistato da Silvia Bellia dal «linguaggio universale» alla Babele linguistica di oggi – «I gesti sono la scrittura del corpo»  – Pensieri suIl cavaliere, la morte e il diavolo” di Albrecht Dürer

  1. Caro Antonio Sagredo,

    Scrive Carlo Sini:

    «I gesti sono la scrittura del corpo, così come le pitture del viso ecc.; lo stesso è da dire delle vesti e dei manufatti; la parola è la scrittura della voce ecc. In generale la scrittura, in quanto lascia traccia di sé, costruisce progressivamente una distanza tra l’agito in forma diretta e irriflessa e il saputo in forma riflessa e replicabile».

    Non c’è dubbio, Antonio, che nel brano di una tua poesia da te riportato nel commento che precede, c’è un tratto “sopra segmentale” che guida la tua scrittura poetica; la scelta dei vocaboli e la scelta degli aggettivi è guidata da una consapevolezza, direi conscia e inconscia, tra l’agito e il narrato, che dà pregnanza verbale alla tua poesia, e una vividezza di riflessi “segnici” e semantici tutta particolare.
    Ciò vale fino a quando la tua poesia non eccede nella rincorsa tangenziale di stupori continui ma si attiene strettamente entro il binario conscio inconscio, trascrizione e ri-trascrizione, traccia e ri-tracciamento del segno originario di cui si è persa la memoria. La scrittura alfabetica può fare questo.

    Quello che voglio dire però è che c’è nella poesia moderna anche un tratto “intra segmentale” come nella poesia di Steven Grieco e in quella di Alfredo De Palchi (pur così diverse): voglio dire che c’è, nei migliori poeti, nelle parole del discorso assertorio e del discorso poetico, un qualcosa che «viene da lontano», che non può essere riconosciuto da una lettura svogliata e superficiale, né tanto meno da chi è abituato a leggere la poesia contemporanea con gli occhiali del minimalismo, cioè con gli occhiali di un discorso descrittivo, fenomenologico, esterno alla “cosa” e alla sua “parola”. Il problema è tutto qui, detto in termini affrettati. Io non sono un filosofo e non posso spingermi oltre in questa disputa, ma questo andava detto.

    Riporto qui un brano di una poesia di Marina Cvetaeva che può essere illuminante:

    Il Poeta

    Il poeta – da lontano conduce il discorso.
    Il poeta lontano conduce il discorso.

    Per pianeti, per segni… per botri
    di indirette parabole… Fra il sì e il no
    lui – persino volando giù dal campanile –
    rimedia un appiglio… Poiché il cammino delle comete

    è il cammino dei poeti. I dispersi anelli
    della causalità, ecco il suo legame! Con la fronte in alto
    disperatevi! Le eclissi dei poeti
    non sono previste dal calendario.

    Lui è quello che imbroglia le carte,
    che inganna sul peso e sul conto;
    lui è quello che domanda dal banco
    chi demolisce Kant,

    chi c’è nella bara di pietra della Bastiglia –
    com’è l’albero nella sua bellezza…
    Quello le cui tracce si dileguano sempre,
    quel treno a cui tutti
    arrivano tardi…

    (trad. di P. Zveteremich da “Dopo la Russia”, 1927 – Milano, 1992)

  2. A mio personalissimo e confutabile avviso è questa l’immagine su cui Bergman modellò il suo indimenticabile Antonius Block (Il settimo sigillo).

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