CONSIDERAZIONI di Alfonso Berardinelli sulla poesia di Mario Luzi

 mario luzi.

La poesia di Mario Luzi e la riflessione morale che forse ha bisogno di prosa

 il Foglio 23 gennaio 2014

Si commemorano quest’anno i cento anni dalla nascita di Mario Luzi, morto nel 2005. E’ stato il più precoce, dotato, produttivo e colto dei poeti ermetici che ebbero come maestri Ungaretti, Campana, Mallarmé, Novalis. Negli ultimi tre decenni della sua vita e soprattutto, mi sembra, da quando cominciò ad aspettarsi il premio Nobel (che invece fu assegnato a Dario Fo) Luzi diventò ancora più prolifico, si investì del ruolo di “grande poeta”. Dopo il suo libro migliore, “Nel magma”, uscito nel 1963, la “verticalità” del suo stile e il suo esistenzialismo spiritualistico lo hanno spinto sempre più verso un poeticismo quasi involontariamente enfatico, dilatato, cosmologico, che aveva origine nella sua formazione tardosimbolista.

 Leggendo l’articolo che domenica scorsa Carlo Ossola ha dedicato a Luzi sottolineandone il carattere di poeta morale e civile, mi sono venute in mente le mie precedenti impressioni. Se si escludono alcune zone della sua opera, Luzi tende a pensare troppo in grande, in generale e al cospetto dell’assoluto per essere un poeta propriamente morale e civile. Il fatto che come uomo e cittadino abbia sofferto per la situazione italiana, non significa che fosse capace di esprimere in poesia questa sofferenza, come hanno saputo fare, con un linguaggio più sobrio, i suoi coetanei Vittorio Sereni e Giorgio Caproni. Basterebbero le citazioni fatte da Ossola per capire che la sensibilità di Luzi si perde, o meglio vuole ingrandirsi e sublimarsi, in una nebbia di entità indeterminate, in un labirinto di allusioni e metafore che risultano nobilmente retoriche. Parla di “forza interiore” necessaria all’uomo, dice che “il volto della verità è stato offeso: per errore per ignoranza per inerzia per viltà” (la mancanza di virgole, più che esprimere un crescendo di esasperazione, aggiunge enfasi e toglie concretezza). Parla di “una vita formale, eterna” (su vita, forma ed eternità si potrebbe, o dovrebbe, costruire un’intera filosofia, mentre qui si capisce appena l’accostamento). Esorta i lettori e l’umanità intera: “Trasformatevi dolorosamente / nella vostra incipiente divinità” (suggestiva allusione a un’etica teologica da precisare).

A sua volta Ossola aggiunge astrazione ad astrazione dicendo che Luzi “come tutti i grandi poeti del Novecento ha mirato all’essenza”. Ora c’è da chiedersi che cos’è l’essenza, che cosa si deve intendere con questa parola. C’è l’essenzialità di Ungaretti, ma c’è anche quella di Montale. E Saba è poco essenziale? E Giovanni Giudici (che Ossola ha studiato) con i suoi versi umili e quotidiani, cattolici e comunisti, ha mirato o no all’essenza? Ha raggiunto il bersaglio? In letteratura e in particolare in poesia, quella dell’essenzialità è forse (con quella di realtà) una delle nozioni più sfuggenti e controverse. Ogni stile ha la sua idea di ciò che è essenziale. Ogni stile ha la sua fisica e metafisica più o meno implicite.

Milano, 11/12/1960 Nella foto: Eugenio Montale

Milano, 11/12/1960
Nella foto: Eugenio Montale

 Mi sembra che Luzi, forse immaginando di essere sulle orme di Montale, abbia preso invece tutt’altra strada, si sia sollevato in volo verso l’inconoscibile e abbia perso, in tutti i suoi ultimi libri, che non sono pochi, la distinzione tra fisico e metafisico, tra l’esperibile e il sovrasensibile. Ungaretti (su cui Ossola ha scritto un libro) è il poeta più “essenziale” del Novecento, eppure le sue poesie di guerra (le migliori) sono sommamente circostanziate: di ogni testo si precisa il luogo e la data di composizione. Poi, con il suo secondo libro, ha inventato l’ermetismo perché non sapeva più con precisione che cosa dire.

Ed ecco i versi di Luzi che dovrebbero toccare l’essenza, mentre si limitano a nominarla: “Le nazioni non meno dei singoli / disimparano l’amore della sostanza, dimenticano / quel giro stretto di vita e volontà / che ne molò i lineamenti, ne definì l’essenza”. Mi sembra che non poca poesia poeticizzante e poeticamente nulla scritta da diversi autori più giovani, sia dovuta all’influenza di questo Luzi che vola verso l’assoluto e nomina categorie morali senza mostrare situazioni morali: che vede la vita e il mondo come “putiferio della mortalità” e il potere politico come “eterna satrapia”. Siamo nel solenne e nel vago, mi pare.

Molto meglio un articolo che Luzi pubblicò sul Messaggero il 7 gennaio 1991 e che Piergiorgio Bellocchio scelse subito per ripubblicarlo sulla nostra rivista Diario, numero 9. Qui Luzi parla come uomo e cittadino e non si preoccupa di fare il poeta:

Sto studiando se e come sia possibile ancora associare la condizione di italiano e quella di persona civile. Con tutti gli sforzi della buona volontà non ci riesco. Per troppo tempo la carità patria mi ha fatto velo ed ho lasciato, come altri, che lo facesse. Ma, evidentemente, non si può andare oltre un certo limite; poi l’indulgenza si trasforma prima in indignazione e rivolta, infine in sconforto e vergogna quando ci accorgiamo che, non arginata da nessuna decente e rispettata statualità, la disgregazione sociale è divenuta barbarie (…). Non ci sono solo i Sindona, i Gelli e tutta una generazione di politici che sembra avviata a una tremenda catastrofe a testimoniare lo sfracello italiano; ci sono anche i subalterni che alla loro ombra hanno trafficato, corrotto, commesso arbitrii e soprusi; e ci siamo noi che siamo riusciti a sopravvivere in questo marasma come pesci nell’acqua sporca (…). Non solo, ma ne abbiamo più o meno consapevolmente assimilato il criterio, quasi a confermare l’idea di Machiavelli che in uno stato inefficiente la naturale perfidia umana dilaga”.

alfonso berardinelli

alfonso berardinelli

 Sembra proprio che la riflessione morale e un vero, non retorico moralismo abbiano bisogno di un po’ di prosa. Il più bel libro di Luzi, “Nel magma”, era un libro di situazioni, il più prosastico con i suoi lunghi versi metricamente poco definibili. E’ a quel punto che Luzi aveva trovato la giusta forma per “spingere più oltre (…) la captazione del reale e l’identità di prosa e poesia – nell’unicum della lingua”, come scrisse in una lettera a Sereni del 12 maggio 1963. Il poeta ermetico era diventato (come succederà anche a Montale con “Satura”, nel 1971) un poeta che cerca la sua epigrafe più adatta in una satira di Orazio: “… nisi quod pede certo / differt sermoni, sermo merus: se non fosse per la misura dei versi, questa non sarebbe altro che prosa”.

Dopo quel libro Luzi ha invertito la sua direzione di marcia, è tornato a quella che Orazio nella stessa satira (la quarta del primo libro) chiama “ispirazione geniale e divina” e “voce capace di toni sublimi”. Quando ha cercato di far fruttare la sua cultura ermetica giovanile dilatandola in un’epica spirituale della vita divina, quando ha voluto accendersi di un sacro fuoco, quando in epigrafe ha cominciato a mettere san Giovanni, Dionigi Areopagita e i Veda (quando ha cominciato a pensare al Nobel, se volete) Luzi ha perso la misura di poeta morale e civile e si è smarrito in una retorica frenesia da veggente.

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27 commenti

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27 risposte a “ CONSIDERAZIONI di Alfonso Berardinelli sulla poesia di Mario Luzi

  1. marcello mariani

    ANCORA UINA PROVOCAZIONE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  2. Trascrivo due poesie del tardo Luzi:

    Mario Luzi
    (da Felicità turbate, 1995)

    Padre mio

    Padre mio, mi sono affezionato alla terra
    quanto non avrei creduto.
    È bella e terribile la terra.
    Io ci sono nato quasi di nascosto,
    ci sono cresciuto e fatto adulto
    in un suo angolo quieto
    tra gente povera, amabile e esecrabile.
    Mi sono affezionato alle sue strade,
    mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,
    le vigne, perfino i deserti.
    È solo una stazione per il figlio Tuo la terra
    ma ora mi addolora lasciarla
    e perfino questi uomini e le loro occupazioni,
    le loro case e i loro ricoveri
    mi dà pena doverli abbandonare.
    Il cuore umano è pieno di contraddizioni
    ma neppure un istante mi sono allontanato da te.
    Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi
    o avessi dimenticato di essere stato.
    La vita sulla terra è dolorosa,
    ma è anche gioiosa: mi sovvengono
    i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali.
    Mancano oggi qui su questo poggio
    che chiamano Calvario.
    Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.
    Sono stato troppo uomo tra gli uomini
    oppure troppo poco?
    Il terrestre l’ho fatto troppo mio
    o l’ho rifuggito?
    La nostalgia di te è stata continua e forte,
    tra non molto saremo ricongiunti
    nella sede eterna.

    Mario Luzi
    (da La Passione, 1999)

    11 settembre

    Dimettete la vostra alterigia
    sorelle di opulenza
    gemelle di dominanza,
    cessate di torreggiare
    nel lutto e nel compianto
    dopo il crollo e la voragine,
    dopo lo scempio.
    Vi ha una fede sanguinosa
    in un attimo
    ridotte a niente.
    Sia umile e dolente,
    non sia furibondo
    lo strazio dell’ecatombe.

    Si sono mescolati
    in quella frenesia di morte
    dell’estremo affronto i sangui,
    l’arabo, l’ebreo,
    il cristiano, l’indio.
    E ora vi richiamerà
    qualcuno ai vostri fasti.
    Risorgete, risorgete,
    non più torri, ma steli,

    gigli di preghiera.
    Avvenga per desiderio
    di pace. Di pace vera.

    Non posso che condividere le conclusioni cui giunge Berardinelli. La poesia di Luzi, dopo “Il magma” (1963), smarrisce la propria via, alza il tono, assume tratti ieratici, programmatici, infarcisce il lessico di fraseologie numinose («frenesia di morte / dell’estremo affronto i sangui»), si impegna in un discorso oracolare, enfatico, indistinto, religioso… nella misura in cui il suo linguaggio si spiritualizza la poesia perde di oggettività, diventa efflato del soggetto, di un soggetto che ha assunto il centro del mondo, che crede di essere nella verità, di parlare a nome della verità:

    Dimettete la vostra alterigia
    sorelle di opulenza
    gemelle di dominanza,
    cessate di torreggiare
    nel lutto e nel compianto…

  3. Scrive Carlo Rovelli – Il Sole 24 Ore:

    «In un testo bellissimo e potente, il Sogno, Keplero, il grandissimo astronomo che ha confermato le scoperte copernicane, lo fa esplicitamente: immagina proprio di volare per il cielo, arrivare sulla Luna, guardare la Terra e vederla girare, come poi la vedranno davvero gli astronauti dell’Apollo 11. Imparare a guardare qualcosa da altri punti di vista non è soltanto un ottimo esercizio tecnico per la nostra intuizione geometrica. È forse la chiave stessa dell’intelligenza, e dell’apertura dello spirito. Credo che anche per questo l’astronomia sia stata tanto maestra di pensiero nel passato, fin da quando Ipparco immaginava di guardare la Terra stando sulla punta del suo cono d’ombra, per comprendere con precisione la geometria delle eclissi».

    Ecco, io ritengo che un poeta o un critico quando legge la poesia di un altro poeta (e, addirittura anche quando legge una propria poesia), debba fare come Keplero: sognare di essere un altro poeta, magari anche di un’altra lingua, che legge la poesia del poeta primo, che la guarda, la osserva, affascinato della diversità di essa rispetto alla propria poesia. Ecco, soltanto a prezzo di questa durissima esperienza spirituale si può tentare di oggettivare una valutazione estetica che non parta dalle proprie posizioni soggettive, dalla propria orbita…

  4. Penso che un poeta come Mario Luzi meriti qualche parola anche da una poetessa laica che non aspira al Nobel. Ho quasi tutto di Mario Luzi, l’ho conosciuto di persona e una settimana prima della sua morte al telefono mi ha detto: “Ci siamo, fra poco esce:” Poco più tardi il mio “L’anno del lupo” è uscito con Passigli di cui Mario Luzi era direttore di collana.
    E’ un poeta che ho amato, che ho letto volentieri ponendomi nell’atteggiamento descritto da Rovelli,non mi ha mai dato noia la sua religiosità, ho trovato bellissimo il “Libro di Ipazia” e l”Opus fiorentina” dove il teatro si unisce alla poesia. Ritengo Mario Luzi uno dei più grandi poeti del Novecento, se non il più grande e si sarebbe meritato il Nobel, senz’altro più di Quasimodo e forse anche di Dario Fo. Ma a parte questo non va dimenticato e ritengo la sua religiosità aperta e sincera come pochi sanno essere.

    Lidia Are Caverni

    • “senz’altro più di Quasimodo e forse anche di Dario Fo”.
      Come minimo si dovrebbero invertire i termini scrivendo: “senz’altro più di Dario Fo e forse anche di Quasimodo”.
      A mio parere Salvatore Quasimodo lo ha meritato (cfr. la motivazione) mentre Dario Fo, antagonista di Mario Luzi nel 1997, non lo ha affatto meritato. E’ solo un guitto, un “giullare” come è scritto anche nella motivazione del Premio Nobel: “seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.
      Giorgina Busca Gernetti

  5. marcello mariani

    Gentile L. A. Caverni, posso anche comprenderla come persona, ma come critica… Un poeta Luzi che ha seguito un sentiero battutto già da altri, ma uscir fuori di sentiero e battere strade ignote non era alla sua portata: la POESIA è sempre un fuori…

  6. marcello mariani

    La vita sulla terra è dolorosa,
    ma è anche gioiosa: mi sovvengono
    le loro case e i loro ricoveri
    mi dà pena doverli abbandonare.
    Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.
    Sono stato troppo uomo tra gli uomini
    oppure troppo poco?
    Il terrestre l’ho fatto troppo mio
    o l’ho rifuggito?
    La nostalgia di te è stata continua e forte,
    tra non molto saremo ricongiunti
    nella sede eterna.
    —————————————————-
    soltanto perchè queste parole sono messe su diversi piani sono versi:?, ma siamo impazziti? Che cosa dicono’? Nullità! Offendono pure il NUlla che ha un sua dignità… Ma dove è la grande POESIA? Il Corazzini già lo diceva ma con più forza, con più canto!

  7. Letto tanto di Luzi, conosciuto a un premio di cui ho detto in precedenza (da dimenticare), apprezzato, ma sempre con qualche riserva, finché ho letto Czesław Miłosz ed ho finalmente capito perché Luzi non avrebbe mai potuto ricevere il Nobel che è stato, invece, attribuito al poeta Miłosz, con la seguente motivazione: « A chi, con voce lungimirante e senza compromessi, ha esposto la condizione dell’uomo in un mondo di duri conflitti. »

  8. Ricordo il Luzi senatore a vita:
    Roma, 03 Gennaio 2005

    “Il ragazzo di Mantova è un po’ esaltato. Non sopravvaluterei l’episodio. Io lo condanno, ma non facciamola troppo lunga. Il premier è molto bravo a fare la vittima”. Il senatore a vita Mario Luzi, grande poeta italiano, commenta così in una intervista con il Messaggero l’aggressione subita da Silvio Berlusconi a Roma l’ultimo dell’anno. E rincara la dose aggiungendo un paragone che fa infuriare il centrodestra, quello fra il presidente del Consiglio e Benito Mussolini.

    “Anche Mussolini -ricorda Luzi- si mise un cerotto sul naso. Era stato colpito da un proiettile.Fu nel 1926. Mussolini era uscito da Palazzo Chigi e un turista gli sparò con la pistola. L’attentatrice era una signorina irlandese, Violet Gibson”. Ma Berlusconi non è Mussolini. “Per certi aspetti -osserva Luzi- invece si somigliano”

    Quanto alle reazioni della sinistra aggiunge: “Io credo che in questo clima che anche Berlusconi contribuisce ad esasperare, prima o poi accadono certi episodi. Io chiuderei qui la vicenda. Tenendo però a mente un particolare importante. Mi riferisco al fatto che Mussolini speculò sul colpo ricevuto”.

    con piacere e con affetto.

  9. Non ho risposto subito a Marcello Mariani perché non ne valeva la pena, non ricordo di aver letto niente di suo, né in versi, tanto meno in saggi critici.
    Non sarò forse un a critica, anche se ho fatto parecchie recensioni e continuo a farne e degli ottomila libri (circa) che compongono la mia biblioteca, so dire quali valgono e quali no.
    Trovo riduttivo quanto è stato detto su Mario Luzi che non era affatto un pretino di campagna, era un uomo autentico che amava la bellezza, la sua città, Firenze, la sua terra, la Toscana, le cose della vita. In una delle sue opere più significative. “Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini” il pittore mescola nei vari colori l’immagine della Vergine Maria e quella, proibita, della donna amata.
    Quanto a Sergio Corazzini, poveretto, viene nominato nei libri di scuola solo perché nel suo periodo di poesia ce n’era poca. Perché non Guido Gozzano, forse c’era qualcosa di più da dire.
    Niente che possa riferirsi a Mario Luzi.
    Nel suo ultimo libro “Autoritratto” che Mario Luzi definì quasi un testamento,
    sono presenti un centinaio di Note critiche di autorevoli saggisti , tra i quali Massimo Cacciari, Mario Specchio, Vincenzo Vitiello, voci ben più prestigiose della mia.
    Dubito inoltre che Mario Luzi fosse diventato prolifico nell’attività letteraria per ambire al Nobel, quando negli anni di attesa di pubblicazione con Passigli gli telefonavo, mi domandava sempre: “Scrive?” e se io gli rispondevo “Sì” aggiungeva:”Allora è nella vita”
    Ecco cos’era scrivere per lui poesia, era la
    massima espressione di spiritualità che l’essere umano possegga.
    Condivido le parole di Almerighi, senatore più che anziano e noblissimo, fu oggetto di malevole considerazioni da parte di ignobili personaggi politici, senza alcun rispetto per la sua figura e per la sua vecchiezza, lui e quella fragile nel fisico, ma forte e lucida di mente, donna, Rita Levi Montalcini.

  10. marcello mariani

    Cerchiamo di intenderci bene:
    R. L. Montalcini? Perchè la tira in ballo una così degnissima persona?!
    Quei tre saggisti non sono affatto prestigiosi saggisti (di poesia), a cominciare da Cacciari che sproloquia quando dice di poesia! – è filosofo, non poeta!
    Volevo citare anche Gozzano ma l’ho voluto risparmiare, e poi che mi intendo di poesia con i miei 30 mila volumi di poesia che ho donato, Le allego versi di un mio carissimo amico, Antonio Sagredo, proprio su Gozzano! Avrebbe fatto meglio a non rispondermi visto che “non ne valeva la pena”, ma poi il suo orgoglio e pregiudizio ha avuto la meglio!- ma legga questio versi, per cui è stato detto “con questa poesia si può fare a meno di leggere tutto Gozzano!” :
    —————-
    produttore di carta straccia

    Guido mi felicito con Te perché non hai una corazza esangue
    e sei solo un produttore di cartastraccia per una signorina
    che non amavi affatto… e non l’amavi per un rimpianto acerbo,
    né per altro dissentire dalla sua voce la finzione di un falsetto.

    E hai messo sottaceto il cuore e in formalina il suo lacrimare
    quando più o meno tardi scopristi la rossastra ironia della Tua gola,
    e cantavi all’alba scellerata gli occhi dal rifugio di una Speranza!
    Due strade e due talismani per un errore di principessa!

    Aspiravi agli aromi del caffè, non ai versi e ai colloqui di Arianna!
    E la cucina si rivestiva di fiammingo per una cocotte di Maddalena
    quando Pinocchio fiutava allo specchio le cosce della marchesa!
    E come un reduce dagli stermini pensavi all’oscena Ketty

    tra i saloni tisici della villa di Meleto… e qui sognavi di Amalia
    l’ultima traccia, un altare del passato e le soglie e i gradini,
    e non pensava lei a Federico – mai per le collane di falso lauro!
    ma alle bacche del tasso e al liberty d’armille e ai ceri spenti.

    Guido, hai mancato gli anni del Cristo per solo un anno!
    Per una manciata di mesi hai evitato l’Imitazione!
    Non ti sarebbe piaciuta questo genere di Felicità!
    Ma non sei già stufo del tuo sboccato sangue?

    Antonio Sagredo

    Maruggio/Campomarino, 28 giugno 2012

  11. Gran bei versi, quelli di Sagredo. Chiari e diretti, in questo caso, colti e altisonanti. Grazie M&M’s :-))

    Ricordo benissimo quanto affermato da Luzi “Senatore della Repubblica” riportato da Almerighi, ma qui disquisiamo del Luzi poeta. Peccato che nella sua poesia di tutte queste analisi politico/sociali non vi sia traccia. Dice bene Linguaglossa, poesia oracolare, moralistica, cattolica del Luzi dopo il Magma. E fu proprio l’area cattolica di sinistra del parlamento italiano a fregarlo con il Nobel.

    S’io fossi senatore direi di peggio, ma molto di peggio su tutto, su Mr. B. e Mr Bean e di tutta la coorte.

  12. antonio sagredo

    Il Poeta è anche un “giullare”, un “guitto” (guai per la Poesia se non lo fosse!) e innanzitutto è uno che “finge”, che “sa fingere” (Leopardi: “e nel pensier mi fingo”, e poi leggete le sue Operette, stracolme di riso e di risa ecc.)… “Il poeta è un fingitore” (Pessoa – leggetevi di nuovo tutta la sua poesia dal titolo “Autopsicografia”, e che si adatta bene anche a Giacomo ). Insomma io fui strafelice quando il Fo vinse il Nobel (raramente l’Accademia azzecca!) e subito pensai e mi dissi : “alla faccia dei poeti nostrani che non valgono un fico secco!”; e poi cari signori interventisti, il Fo ha scritto eccellenti versi e con quel suo sberleffo continuo ha dato vigore alla Poesia italiana , e pure dialettale… il 99% dei poeti , che sono sedicenti qui da noi hanno ben meritato questo clamoroso schiaffo! E non è solo poeta il Fo: è tant’altre cose che il poeta sedicente nostrano non possiede: pittore eccellente, scenografo, sceneggiatore, danzatore, traduttore, conoscitore eccelso della poesia e letteratura italiane e straniere, traduttore, ecc, e l’essere attore-menestrello-giullare-guitto lo fa tra i primissimi nel regno di Como! Una signora ha citato Quasimodo (era solo un eccellente traduttore dal greco, come poeta è meglio non dire) e poi: Luzi da contrapporre a Fo?!: questo si che è ridicolo! Mi dispiace per la signora (nulla di personale contro: è ovvio) ma le cose stanno così… Luzi fregato dal cattocomunista? È una fandonia! Nel mondo letterario europeo Luzi non era che nullità, giusto quattro gatti di francesi felloni lo esaltavano! Perdonatemi, ma non troppo!
    —-
    Dispensa il poeta
    le parti invidiose
    d’accenti burleschi
    meschini li pensa
    come comici colori dappertutto.

    Poco ci manca
    che io non fossi poeta
    se non fosse
    se non fosse per una testolina ribelle.

    Una testolina ribelle
    che sappia cantare
    la triste rivolta,
    poco ci manca
    che la rivolta
    è sopra di noi
    è tutto per noi.

    Come ribelli
    per essere stupidi
    i grandi rumori
    vanno a braccetto
    coi grandi silenzi.

    (un poeta giullare, ecc. da un POEMA IDIOTA; 1969)

    • All’eccellentissimo Antonio Sagredo
      “Una signora ha citato Quasimodo (era solo un eccellente traduttore dal greco, come poeta è meglio non dire) e poi: Luzi da contrapporre a Fo?!: questo si che è ridicolo! Mi dispiace per la signora (nulla di personale contro: è ovvio)”.
      Così ha scritto l’onnisciente Antonio Sagredo che si permette di suggerire letture già note da una vita alla signora in questione. Sappia che il verbo “fingere” è assai noto alla signora, che “L’infinito” del divino Giacomo è il suo “pane quotidiano”, o almeno lo è stato per i numerosi anni della sua professione. Sappia (e questo non c’è nella sua “lezione”) che l’attore è un fingitore, in greco “ypokritès” (che sentenzia sotto la maschera), definizione adatta al suo adorato Dario Fo e a qualunque altro attore bravo o incapace.
      Sappia che la signora non ha scritto: “Luzi da contrapporre a Fo?!”, bensì che i due erano antagonisti nel 1997, cioè i due “in lizza” secondo alcuni intellettuali italiani; ma per i meno miopi Dario Fo non era nemmeno da prendersi in considerazione, che le piaccia o no.
      Sappia che la signora conosce Fo (varesino di Sangiano) da quando tanti anni fa recitava più o meno le stesse cose nei teatrini di paese. Se non la signora in questione, l’uomo che porta la sua stessa fede al dito, il quale, varesino, conosceva di persona la coppia Fo-Rame appunto per quelle recite.
      Sappia che il poeta-giullare esisteva anche nel 1200 (Cielo D’Alcamo, “Rosa fresca aulentissima”), ma accanto esisteva la “Scuola Siciliana”, cenacolo di poesia colta e raffinata.
      Sappia che vedere solo il poeta-giullare e non vedere tutta l’altra poesia dimostra una fortissima miopia e forse una grave cataratta.
      Non so nemmeno perché ho perso tempo a rispondere!. Io, però, mi firmo sempre con il mio nome e non uso pseudonimi di comodo per rintuzzare le opinioni altrui.
      Le piace Dario Fo? E’ tutto per lei. A me, peraltro, Mario Luzi piace con molte, moltissime riserve.
      I miei ossequi all’Onnisciente
      Giorgina Busca Gernetti
      (niente di personale, è ovvio!)

    • Ambra Simeone

      il poeta fingerà pure… ma quando si vede troppo che finge… che noia!!!! 😉

  13. antonio sagredo

    non rispondevo a Lei, ma alla signora Caverni: ha equivocato, e non davo lezioni, ma esprimevo la mia opinione. Poi si inalbera con così poco, mbah!

  14. antonio sagredo

    Ambra sei una intellettuale, non un poeta: non hai compreso che la visione non si vede, cos’ è la finzione!

    • Ambra Simeone

      Antonio niente di così filosofico o intellettuale o poetico, si tratta di un semplice proverbio popolare: il troppo stroppia (anche nella finzione) 🙂

  15. antonio sagredo

    Cara Brama, sei più saggia di me: la finzione non ha confini e nessuno è in grado di distinguerla…. da se stessa!
    Ti abbraccio a. s.

  16. Troppo grande LUZI , per capirne la reale portata ,intuibile solo da un altro grande poeta.

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