RACCONTO E ROMANZO A CONFRONTO – Riflessioni di Marco Onofrio

La grande bellezza, immagine di Tony Servillo nei panni di Jep Gambardella

La grande bellezza, immagine di Tony Servillo nei panni di Jep Gambardella

 Pare che gli editori tendano a storcere il naso dinanzi alla sola prospettiva di pubblicare libri di racconti, poiché – questa la spiegazione vulgata – “i racconti non vendono bene, mentre i romanzi sì”. È una spiegazione che convince poco, dato che – nella condizione terribile di crisi che attanaglia da tempo il mercato editoriale – stentano a vendere come si spera anche i romanzi di consumo popolare, scritti, editati e distribuiti apposta per piacere al grande pubblico. Il “lettore comune” – sostengono ancora gli editori, sulla base delle indagini di mercato e dei sanguinanti resoconti di vendita – preferisce immergersi in una storia appassionante di largo respiro, dunque non troppo breve e non del tutto depurata di ridondanze, che gli consenta una più agevole immedesimazione nella materia narrata. L’esperienza estetica garantita dal racconto appare di conseguenza troppo breve: non si fa in tempo a prenderci confidenza che già finisce. Il racconto esige una chiave di accesso basata sull’intensità, e non tutti i lettori (se non quelli “forti” e più raffinati, fruitori abituali di poesia e saggistica) hanno la predisposizione giusta per entrare in sintonia. Anche per questo scrivere un bel libro di racconti è, forse, più raro che scrivere un bel romanzo.

Robert Musil

Robert Musil

 Tuttavia i racconti sono, probabilmente, il fulcro della narrativa. E si leggono inoltre in un tempo più breve; tanto più dovrebbero piacere, dato che la gente oggi ha sempre meno tempo da dedicare alla lettura. In un’epoca come la nostra, così fondata sulla velocità della comunicazione, i romanzi “lenti” come quelli giustamente tanto amati di Proust o di Musil (con i loro tomi di migliaia di pagine) sono quasi illeggibili: hanno ceduto il passo a un ritmo diverso, esemplato sul cinema e sulla televisione, ma annunciato sin dagli anni Trenta con la scrittura “veloce” dei racconti di Hemingway, con quel dialogo sincopato sul tempo della musica di allora. Il mondo, che si offriva da secoli come qualcosa di continuo e organico, si è presentato a un certo punto come spezzato in frammenti isolati. La compattezza delle rappresentazioni tradizionali è stata demolita sotto i formidabili colpi dell’intuizionismo, della psicoanalisi, della fisica quantistica, della relatività generale e ristretta, del politeismo etico, etc. Si dissolvono, per conseguenza, anche le strutture narrative tradizionali. Il personaggio è sottoposto a una destrutturazione atomistica che lo rende “antieroe” e, anzi, “inetto”: non è sentito più come monade unitaria, ma come aperta e imprevedibile “disponibilità” psicologica, nelle sue continue e contraddittorie oscillazioni tra conscio e subconscio, parola e pensiero,  dialogo esterno e soliloquio mentale (monologo interiore), intenzione e azione; esposto dunque alle insidie dell’irrazionalismo e del relativismo, che segnano il tracollo di ogni certezza deterministica (su cui si fondava il romanzo borghese).

Franz Kafka

Franz Kafka

 La realtà non è più frutto di rapporti causa-effetto, ma “onda di probabilità” che sfugge ad ogni schema predittivo. Sono già soggetti a questa nuova Weltanschauung narratori come Kafka, Proust, Joyce, Mann, Musil, Pirandello, Svevo. Il fenomeno si accentua nell’età cosiddetta postmoderna: desautorate le grandi cause unificanti in cui confidava il grande romanzo, anche il romanzo – oggi che tutto è come disperso – deve accontentarsi di realtà più piccole, “minori” per così dire, o più circoscritte. Il sostanziale fallimento del romanzo sperimentale della seconda metà del ‘900 ha prodotto reazioni di segno opposto, tra cui: l’esplosione epica della forma-romanzo, che da fiume diventa oceano, dilatandosi per proliferazione interna nella struttura “aperta” di un’opera ciclopica come Infinite Jest (1996) di David Foster Wallace; il recupero, in controtendenza, del “racconto ben fatto”, e dunque il ritorno del plot, della storia “a tutto tondo”, della scrittura classica e corposa, in grado di valorizzare l’arte perduta della lentezza e i piaceri dell’indugio, con l’uso sapiente delle descrizioni, delle digressioni e delle iterazioni; la facile diffusione del romanzo ciclico, programmato con moduli seriali, da format cine-televisivo, basato sul puro intrattenimento e di genere preferibilmente fantasy o spy-story; la prosecuzione dell’antiromanzo attraverso forme più mediate e attenuate di rottura, come le scritture “di margine” dei narratori che sono e si dicono “allergici” alle trame, e dunque estendono a misura di romanzo (o di racconto lungo) la profondità del saggio, mescolata con la precisione frammentaria e l’intensità del racconto breve. Quest’ultimo, rispetto al romanzo, sembra in definitiva più funzionale alla dinamica storica che – secondo Lukàcs, a partire dalla crisi della grande borghesia europea dell’Ottocento e dalla decadenza del ruolo dell’artista all’interno di essa –, impone allo scrittore di “descrivere” piuttosto che “narrare”, rappresentando una miriade di particolari senza poterli ricondurre a una totalità, che era ben simboleggiata dal romanzo realista, cioè a una visione e una spiegazione complessiva del mondo: come i pezzi di uno specchio andato in frantumi. L’idea di fondo è che la parte è già significativa e rappresentativa del tutto: basta estrarre un frammento di roccia per conoscere l’intera miniera.

Alberto Moravia

Alberto Moravia

 Anche Moravia nota, in un confronto tra racconto e romanzo contenuto in L’uomo come fine (1963), le potenzialità per certi versi maggiori del racconto, nel senso dell’agilità di presa multicentrica, di adesione agli innumerevoli aspetti del reale; sicché

 «a ben guardare, si potrebbe dire che mentre Maupassant e Cechov esauriscono per così dire la varietà di situazioni e di personaggi della società del loro tempo, Flaubert e Dostoevskij, invece, un po’ come certi uccelli solitari che ripetono senza posa, con fedeltà significativa, sempre lo stesso verso, in fondo non hanno mai fatto altro che riscrivere sempre lo stesso romanzo, con le stesse situazioni e gli stessi personaggi.   Alcuni secoli prima, il Boccaccio, il maggiore scrittore di racconti di tutti i tempi e di tutti i luoghi, offre lo stesso esempio di straordinaria varietà e ricchezza nei confronti di Dante. Se non avessimo che la Divina Commedia, con le sue immobili figure gotiche scolpite a bassorilievo giro giro il monumento del poema, certo ne sapremmo molto meno sulla vita di Firenze, dell’Italia, e insomma del medioevo. Boccaccio è invece il dipintore insuperabile di questa vita. Nel Decamerone, al contrario della Divina Commedia, tutto è detto in funzione appunto di un’illustrazione completa di questa vita, senz’altro fine che quello di esaltarne la varietà e la ricchezza».

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello

 Lo scrittore di racconti ha parecchi inizi da accendere e consumare. Dai diversi frammenti del prisma esploso, accostati in un certo ordine, può comporsi un affresco di grande evidenza rappresentativa, in grado di liberare, come non mai, lo “spirito del tempo”. Il racconto, continua Moravia, «viene da un’arte letteraria senza dubbio più pura, più essenziale, più lirica, più concentrata e più assoluta di quella del romanzo», ed è vicino alla poesia nella misura in cui infilza la folgorazione di un momento particolare, «ben delimitato temporalmente e spazialmente» nel suo sviluppo.

calvino e J.L. Borges

calvino e J.L. Borges

 Disse Borges in un’intervista: «I romanzi sono organismi troppo grossi, gonfi di cose troppo pesanti e troppo inutili. La forma letteraria perfetta può essere soltanto il racconto, che permette di concentrarsi direttamente sull’essenziale, come fa la poesia…». E infatti, insieme a Bioy Casares, raccolse una celebre antologia di Racconti brevi e straordinari, anche di una sola frase, tra cui il più breve di tutti – citato da Italo Calvino nelle Lezioni americane, per il capitolo sulla “brevità” -, quello di Augusto Monterroso: “Cuando despertò, el dinosaurio todavìa estaba allì”.  Lo scrittore di racconti brevi è, in genere, un narratore che ha interiorizzato la vocazione del poeta: la sensibilità linguistica lo porta sempre e comunque a “scrivere bene”, a non potersi accontentare delle frasi principalmente funzionali allo sviluppo del plot, e questo contrasta la fluidità dinamica dell’arco narrativo. Il “romanziere nato”, invece, guarda più allo sviluppo strutturale della storia che alle singole frasi di cui si compone.

Proust

Proust

 È la differenza che c’è, nello sport, tra un maratoneta e un centometrista: il maratoneta non può permettersi di sprecare troppo fiato (fuor di metafora: darsi tutto ad ogni pagina), perché ha la primaria necessità di conservarlo a lungo, fino a coprire la lunghezza massacrante del percorso. Il narratore portato al racconto breve, invece, fa un po’ come il poeta-centometrista: lavora sull’intensità, sulla concentrazione dello sforzo, sulla rapidità del gesto. Quello del narratore in breve è un appuntarsi acuto e translucido sul particolare; il romanziere ha bisogno di un altro respiro, di vedere le cose dall’alto, di andare il più possibile avanti, tenendo il lettore incollato alla pagina.

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

 È nutrita la filiera di domande che sorgono, conseguenti, a margine di queste riflessioni. Ad esempio: che cosa chiedere ancora, oggi, alla parola, alla pagina scritta, all’esperienza stessa dello scrivere e – in luogo speculare – del leggere? Oggi che la parola è schiacciata dall’immagine, ed è consunta, banalizzata, depauperata dall’uso iper-mediatico globalizzato. Come concepire ancora un “romanzo”, dinanzi alla proliferazione infinita di audiovisivi per il grande e il piccolo schermo? Che cosa chiedere ancora al genere narrativo? Come superare la disperante sensazione di aver detto e ascoltato tutte le storie possibili? Che dunque non c’è niente di nuovo e originale da scrivere? Che è difficilissimo non ripetersi, senza ricalcare stereotipi, modelli, banalità?

 Verrebbe da dire: scrivete tutto e in qualsiasi modo, racconti e romanzi, purché in pagine succose, vive, autentiche, ricche di sapore. Questo ancora chiediamo al narratore: di parlarci di noi attraverso se stesso. Di mettere in scena esperienze comuni, riconoscibili, “umane”. Storie emblematiche, sapide di vita e di esperienza. Non parole vuote.

(Marco Onofrio)

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971) è uno scrittore e operatore culturale italiano. Elenco volumi editi:

1. Interno cielo (Milano, 1993) – romanzo
2. Eccedenze (Roma, 1999) – racconti
3. Squarci d’eliso (Roma, 2002) – liriche
4. La dominante (Roma, 2003) – tragicommedia
5. Autologia (Roma, 2005) – liriche
6. La lampada interiore (Roma, 2005) – racconti
7. D’istruzioni (Roma, 2006) – liriche
8. Guido De Carolis (Roma, 2007) – saggio biografico e critico
9. Antebe. Romanzo d’amore in versi (Roma, 2007) – liriche
10. È giorno (Roma, 2007) – liriche
11. Emporium. Poemetto di civile indignazione (Roma, 2008) – poemetto drammaturgico
12. Ungaretti e Roma (Roma, 2008) – saggio biografico e critico
13. Dentro del cielo stellare … La poesia orfica di Dino Campana (Roma, 2010) – saggio critico
14. La presenza di Giano (Roma, 2010) – poemetti filosofici
15. Nello specchio del racconto. L’opera narrativa di Antonio Debenedetti (Roma, 2011) – saggio critico
16. Disfunzioni (Roma, 2011) – poemetti
17. Senza cuore (Roma, 2012) – romanzo
18. Ora è altrove (Roma, 2013) – liriche.
19. La scuola degli idioti (Roma, 2013) – racconti
20. Non possiamo non dirci romani. La Città Eterna nello sguardo di chi l’ha vista, vissuta e scritta (Roma, 2013) – saggi di argomento romano
21. Come dentro un sogno. La narrativa di Dante Maffìa tra realtà e surrealismo mediterraneo (Reggio Calabria, 2014) – saggio critico.

9 commenti

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9 risposte a “RACCONTO E ROMANZO A CONFRONTO – Riflessioni di Marco Onofrio

  1. Se tutto è interpretazione ne deriva che sia la poesia che il romanzo obbediranno a questo assioma. Ma io ho dei dubbi sulla bontà di questo assioma. La caratteristica centrale della prospettiva del Moderno è proprio lo sgretolarsi della possibilità di comprendere, di accedere al senso dei testi narrativi e poetici. Ma il linguaggio rifiuta una tale possibilità proprio a motivo del suo carattere di finzione, della sua non-referenzialità, se prestiamo fede al decostruttivismo. Che cosa dice questa teoria? Dice che l’opera decostruisce attraverso la testualità ogni messaggio, ogni significato?. Il testo narrativo così possiede soltanto la pluralità delle letture possibili. L’unità di senso diventa così la frattura del senso, la sua figuratività si riflette nell’impossibilità di dire che ciò che dice è questo piuttosto che quello. Le interpretazioni romanzesche sono allora molteplici ed è questo molteplice che, attraverso la decostruzione, viene significato come testo. Il che spiega perché numerosi testi narrativi come il nouveau roman, di Joyce o di Kafka, a esempio, rompano l’unità poetica attraverso fratture ripetute che interdicono ogni idea di un significato esclusivo.
    Sia detto per chiudere questa riflessione: il testo narrativo o il testo poetico non sono delle interpretazioni ma sono degli enti che si offrono alla interpretazione.

  2. antonella zagaroli

    Trovo estremamente chiara questa riflessione di Onofrio sulle caratteristiche del romanzo, del racconto e, fra le righe (ma non tanto), della poesia. Concordo pienamente su questa ricostruzione (perfino nelle citazioni) vorrei comunque ricordare, facendomi aiutare dalle categorie di Calvino, che, nel nostro periodo storico attuale e non soltanto in Italia, ciò che caratterizza la lettura scelta è la Facilità. Si possono scrivere anche romanzi di 500-600 pagine la base è la facilità come nei film thriller, gialli, horror, sentimentali, vedesi le varie saghe proposte da scrittori americani e anche lo scrittore più letto in Italia, Fabio Volo. Quest’ultimo ha dichiarato con orgoglio e perentorietà di ritenere il libro un oggetto da vendere, diverso da tutto gli altri solo perché pieno di parole. I suoi maestri sono gli “gli scrittori” di telenovelas. Non dobbiamo “giustamente” storcere il naso questa è la realtà. Gli scrittori su cui si formano i giovani e che riempiono le librerie sono persone come lui. E questi, Ahinoi! non hanno mai letto Dante, Boccaccio, Eliot, Proust Kafka, Svevo e cercano di imitare i “lucchettari” e i “marchettari” e scrivono anche loro per vendere, trovando editori ben disposti che correggono i loro tanti errori di grammatica, non soltanto di sintassi. Anche i più bravi letterariamente e mi riferisco anche ai non più giovani che scrivono romanzi, racconti o poesia fanno riferimento alla Facilità per il lettore ( lui-lei) o l’allineamento alla richiesta critica e sociale del momento.
    Mi piace la metafora del maratoneta e del centometrista di Onofrio e aggiungerei anche la difficoltà comune nella lentissima e continua preparazione all’attenzione, alla concentrazione. Il maratoneta però la risolve dandosi più tempo anche per svolgerla, l’altro per risolverla in pochi secondi. Per il centometrista poetico è fondamentale l’affondo nella vita reale non solo mentale, l’attesa di versi che la sintetizzino anche con una virgola, un a capo (non a caso come molti poeti fanno oggi), una visione oltre lo scontato che possa provocare il sobbalzo di chi legge. Per lo scrittore di racconti tenere in un plot tutto quello che ho appena elencato. Il racconto non si fa in Italia e un po’ ovunque perché è difficile. Si fa la cosiddetta poesia narrativa.

  3. a ‘sto punto sdoganiamo pure Federico Moccia e siamo a posto

    • antonella zagaroli

      Forse non mi sono spiegata bene. La mia era dura critica alla moda e non certo un’esaltazione. Ho rilevato un dato concreto e poi sono entrata nel discorso della metafora proposto da Onofrio.

  4. Cambiando argomento, ma non troppo, questa mattina ho postato sul blog La presenza di Erato, sotto questo articolo:

    http://lapresenzadierato.com/2014/11/05/legami-di-renato-fiorito-lepisma-2014-letto-da-giorgio-taffon/

    il seguente commento:

    Il tuo commento deve ancora venire moderato.
    5 novembre 2014 alle 08:44
    Rapportare la scrittura di Fiorito a Saba, uno dei poeti più goffi e noiosi della prima metà del XX secolo non mi sembra molto felice. Mi baso sulle tre poesie pubblicate insieme alla note di lettura,
    Aquilone
    Il mare ha lontani clamori.
    Su un filo di luna si corica l’infinito.
    Anche la mia anima vi appendo
    e aspetto che il vento del mare
    la faccia volare.
    cosa c’è di speciale in questi versi? Giro la domanda ad altri lettori più competenti di me, ma cosa li distingue da quelli che può scrivere un’onesta casalinga di Voghera o un infaticabile camionista romano? Il mio parere non è vincolante ed è personalissimo, ma la vedo così, spero di essere confutato.

    che non ha superato la censura preventiva della pubblicazione. Noi ci scagliamo contro le cosidette logiche di palazzo che “decidono” chi e chi no può essere considerato poeta di successo o meno, più in generale scrittore di successo o meno, facciamo bellissime e centratissime analisi sulla crisi della poesia e della buona scrittura in generale in Italia. Poi eliminiamo ogni legittimo dibattito o risvolto cirtico? Allora da questa crisi, che non è solo culturale, ma anche di valori non usciremo mai.

  5. Caro Almerighi,

    non mi meraviglia che ci siano dei blog come “Erato”, che conta tra i suoi redattori personaggi di dubbia professionalità letteraria come Luciano Nota e Dante Maffìa, che utilizzano lo strumento della censura verso i commenti considerati indesiderati. Tali blog sono ovviamente destituiti di qualsiasi affidabilità e professionalità letteraria.
    Per quanto riguarda le cosiddette “poesie” di Renato Fiorito, non posso non condividere il parere di Flavio Almerighi, di tratta di cose che qualsiasi massaia potrebbe avere scritto, si tratta di cose da amatore della poesia. Quanto poi al “Premio di poesia Di Liegro” presieduto dallo stesso Fiorito e che conta tra i propri componenti in giuria personaggi come Dante Maffìa, si tratta di uno dei migliaia di cosiddetti premi che danno al “vincitore” 300 euro di premio in cambio di un sostanzioso contributo in denaro richiesto ai partecipanti per avere diritto alla partecipazione.
    Lascio ai lettori la libertà di trarre da quanto detto le proprie conclusioni.

  6. Ambra Simeone

    purtroppo l’arte è soggetta al mercato come tutto quel che riguarda la vita e la creazione umana! questo è il problema nodale, secondo cui tutto va interpretato, anche il consumismo del romanzo a discapito del racconto. in America per esempio questo non accade, lo scrittore di racconti ha visto più e più volte ripresentare anche sotto forma di film una sua opera, per cui la stessa “dignità” (se così vogliamo chiamarla, dal momento che anche questa è al servizio del mercato e come merce viene trattata: si pensi ai racconti di molti autori di fantascienza) è data sia ai romanzi sia ai racconti! in Italia è tutta un’altra storia…

  7. Ho letto con vivo interesse il saggio di Marco Onofrio. Amo il racconto, leggerlo e scriverlo, tanti fra editi e inediti, circa duecento. Ho avuto la fortuna di incontrare un piccolo editore di Verona che mi ha pubblicato un libro a distribuzione nazionale e un altro ne uscirà tra breve, gli altri li ho pubblicati su riviste e anche,un volume col mio contributo e uno con un ingegnoso sistema editoriale che non mi è costato niente,cioè una specie di prevendita con apposizione di nome di amici e parenti. In cambio sono andata nelle scuole di ogni ordine e grado e li ho fatti amare ai ragazzi.
    Ho scritto anche romanzi per adulti e per bambini, quelli per adulti sono inediti, tranne uno che ho autopubblicato con La Repubblica, di quelli per bambini ne ho pubblicati due sempre a distribuzione nazionale che mi hanno dato molte soddisfazioni.
    Ma il genere che mi è più congeniale è il racconto e la poesia. Ho incominciato a scrivere racconti da giovanissima, la poesia è sopraggiunta più tardi con la piena giovinezza.
    Entrambi sono generi molto difficili per l’editoria italiana, nei confronti del racconto gli editori nutrono una diffidenza innata e la poesia o entri nelle grandi case editrici che poi sono solo due, in cui c’è scarsissimo interesse per chi scrive in modo anticonvenzionale, cioè sarebbe minimalista o tradizionalista.Per gli altri c’è la pubblicazione con contributo,esigua o ingente che sia e l’opera pregevolissima di distribuzione in blog come per esempio “L’ombra delle parole.”
    Sia il racconto che la poesia utilizzano il frammento, il guizzo di creatività che consentono di penetrare in uno spazio del reale o in quel guazzabuglio
    con cui trova forma il testo poetico.
    Per me la differenza fra i due generi è che posso scrivere poesia in qualsiasi momento della giornata, anche in piedi, l’ho fatto per anni fra il lavoro di insegnante e i vari della mia vicenda umana, famiglia, casa mentre per il racconto devo sedermi, lasciare che lo spunto da cui nasce si snodi, che il personaggio viva la sua vita, in questo senso sono pirandelliana, (ho molto amato Pirandello), in uno spazio di tempo che può essere anche brevissimo ma intenso.
    Ringrazio Marco Onofrio per il suo saggio, il racconto non è minoritario rispetto al romanzo, è un genere del tutto diverso che affonda le sue radici
    nella letteratura italiana, vedi il Boccaccio,e che solo pochi premi di valore premiamo, anche se poi gli editori non pubblicano.

    Lidia Are Caverni

  8. fabio

    anche io scrivo racconti, ho vinto alcuni concorsi nazionali e condivido, globalmente, la riflessione di Marco Onofrio. A mio parere il racconto si avvicina molto alla dimensione poetica, a quella della canzone pop e, per tali somiglianze, alla dimensione psichica della “riflessione”. Il racconto, per me, è una riflessione posta nero su bianco e, in quanto riflessione dello scrittore, dovrebbe suscitare o smuovere una riflessione da parte del lettore. Il romanzo, per le sue caratteristiche formali, tecniche e narrative deve portare il lettore, invece, ad una immedesimazione. Per farmi comprendere azzardo un esempio di natura filosofica: il racconto è brachilogia, maieutica psichica, il romanzo è retorica, affabulazione e, per questo, anche manipolazione. Sia chiaro che in queste mie considerazioni non vi è niente di negativo, anzi, il romanzo che funziona deve essere in grado di fare questo. Il romanziere deve trascinarti nel suo mondo, lo scrittore di racconti deve fartici affacciare. Alla resa dei conti, però, credo che il problema della letteratura, oggi, che si tratti di romanzi o racconti, stia nel fatto che si è persa l’abitudine e/o il piacere di riflettere e immaginarsi. Il pensiero in sè è oggi in serio pericolo. Se, in questo tempo, dobbiamo considerare letteratura le opere di Fabio Volo, quelle di Moccia o le vendutissime 50 sfumature di grigio vuol dire che qualcosa si sta irrimediabilmente perdendo. La letteratura che imita le serie televisive o nasce per diventare poi serie televisiva è, per me, già qualcosa di diverso da ciò che si è inteso fino ad oggi per letteratura. I racconti e i romanzi sono belli quando si leggono e, ancora di più, quando si rileggono, quando, cioè, non si lasciano consumare ma si fanno assimilare.
    Saluti a tutti Fabio.

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