SETTE POESIE di Otokar Březina traduzione di Antonio Sagredo (A. D. P) e Kateřina Zoufalová  Presentazione di Antonio Sagredo (Parte II)

Museo del poeta

Museo del poeta

 Otokar Březina nasce il 13 settembre 1868, a Počátky, piccola città “nella regione di  Tábor, sulle alture ceche-morave, ai confini con la Moravia, Václav Ignác Jebav,; “più tardi, il grande poeta della vita e della morte e del silenzio, è conosciuto sotto lo pseudonimo di Otokar Březina”. La sua è una famiglia umile, modesta, devota e rispettosa delle tradizioni etico-religiose. Entrambi i genitori, il padre, il calzolaio Ignác Jebavý e la madre Kateřina, erano prima della sua nascita, persone già anziane.  I parenti della madre erano evangelici, ma uno di loro si imparentò con una famiglia cattolica.

Durante i primi anni alla Scuola comunale a Počátky, il poeta si lega di febbrile e tenera amicizia con un suo compagno di scuola così che l’amicizia è il suo primo più importante sentire, la quale è letteralmente, storicamente rilevante per la genesi dell’opera di Březina. A questo suo amico dedicò alcune poesie che si possono considerare i suoi primissimi componimenti poetici. Giovanili componimenti, e già senza luce alcuna, pieni invece di un fatalismo e pessimismo di cui il poeta si nutre. Questi componimenti possono dare la chiave per molti tratti del suo carattere e del suo sviluppo.

Si può affermare che è l’amicizia – per il valore che il poeta a questa conferisce, altissimo e spirituale, ma anche morboso – una delle cause della sua iniziazione alla poesia: il lievito, il fermento di questa iniziazione è la solitudine. La poesia di Březina avrà aspetti più gotici che barocchi. In verità, questi due aspetti, si alterneranno.   Già studente liceale, nella cittadina di Telč  prenderà la  difesa ad oltranza degli eroi e delle lotte nazionali, di Hus (arso vivo nel 1415) e della rivolta hussita, dei fratelli boemi, di Giorgio di Poděbrady: il capo degli ultraquisti ussiti  e futuro Re di Boemia; e infine il desiderio di un nuovo e diverso cristianesimo.

praga ponte carlo

praga ponte carlo

Insomma il poeta  questi anni liceali li vive tra compagni della sua età, e partecipa ai discorsi sulla letteratura e sulle scienze, perfino recita e declama la poesia polacca che d’altronde avrà una influenza, ma non decisiva, sulla formazione del suo verso. Il suo pessimismo è vicino a quello di Giacomo Leopardi e di Alfred de Vigny. Fu grande saccheggiatore costruttivo di biblioteche.

Gli bastarono  una decina di anni per realizzare la sua opera di Poesia, principalmente dall’inizio del 1891 al 1901; poi sino al 1903 e oltre ha prodotto pochi altri versi e prose. La sua prima opera in prosa, che anticipa quella in poesia, va dal 1886 al 1890 fu da lui rinnegata, poi che si trattava in gran parte di imitazioni di vecchi movimenti romantici e zavorre sentimentali.

Bruciò un romanzo, l’Eduard Brunner, nel quale riponeva grandi speranze, e  se non l’avesse fatto, avrebbe avuto non poche difficoltà a fare quei versi che sono il fondamento della poesia moderna ceca.   Ma in prosa scrisse una serie di undici saggi non a caso intitolata Hudba pramenů (La musica delle sorgenti)], che ha affiancata, sostenuta, guidata e modellata una parte consistente della sua produzione in versi dall’inizio del 1897 al 1901, e più oltre. Questi saggi sono scritture che trattano di argomenti religiosi, orfici, esoterici, trascendentali, mistici, teosofici, simbolici ecc., insomma tutto quell’armamentario che sconfina nei misteri e nei segreti insondabili e incomprensibili che sono dietro le creazioni delle opere umane.

Praga

Praga

Si donò al silenzio e corrispose però con centinaia di suoi conoscenti: poeti, artisti, filosofi. Studiosi di chiara fama e traduttori d’ogni paese invano lo spronarono  a continuare a far Poesia, senza preoccuparsi loro delle ragioni primarie che lo assillavano da tanto tempo… come, in primis, il pericolo di ripetersi e di diventare un pedante impertinente. Poi che  già presagiva la nascita di una nuova anima in lui, che richiedeva una nuova forma, e un silenzio. Rimase orfano d’entrambi i genitori a 22 anni: evento che acuì fortemente il suo pessimismo già malsano, terribile, senza scampo che non gli dava requie, tanto da fargli  desiderare un destino simile a quello di Leopardi, che conosceva molto bene. Un letale e fatale pessimismo gli faceva desiderare la sua morte e quella della Natura stessa, e quel Nulla di Schopenhauer, come unica fede da seguire e in cui credere! Ma la filosofia del tedesco invece gli aprì allora la mente.

Da quel pessimismo se ne uscì fuori con una rassegnazione attiva (al contrario di quella orientale, che è passiva), aiutato da tanti poeti più vitali di lui, come per esempio,  dalla natura vulcanica dell’americano Walt Whitman.    Ma fu lo spirito ditirambico di Nietzsche che gli dette una scossa grandiosa, ma poi infine dovette scegliere, e scrisse: “Non il superuomo di Nietzsche, ma il magico titano di Novalis”.

Otokar Březina

Otokar Březina

 E infine  sono stati i Fiori del male di Baudelaire che migliorarono la sua maniera di far versi, ma dallo spleen e idéal, dal concetto salvifico della mort che possedeva il francese si allontanò poi che ritenne  la sua ebbrezza non dovuta affatto all’uso di alcol e droghe, ma alle immagini allucinatorie del suo stesso fantasticare di cui si nutriva. Quanto amò la corrosiva ironia decadente di Laforgue e lo spirito acuto e sprezzante di Heine! E  Verlaine più di Rimbaud! La musicalità del primo lo affascinava. Altra sua conquista fu che assunse per se, per la sua poesia la limpidezza lirica di Hölderlin, come un corroborante esaltante che gli dette vigore!

Intanto la forma della sua poesia diveniva sempre più raffinata (lezione del suo Maestro Mallarmé), tanto che un eccellente critico, Arne Novák,  sentenziò che possedeva  “il dono eccezionale dell’eufonia…l’instancabile inventiva nella rima, per cui il poeta è riuscito a usare felicemente tutte le più riposte possibilità musicali”.  Fu grande anche il suo amore per la musica di Beethoven da dedicargli versi “eroici”, e per il pittore, il lituano Curljonis, che nei suoi “quadri musicali” si ispirò al tedesco..

Il suo silenzio ebbe inizio nel 1901 fino alla sua morte nel 1929: il suo periodo creativo durò una decina di anni, poi ritenne di non scrivere più versi : questo il suo silenzio: il suo timore di divenire accademico, pedante, ripetitivo; scrisse è ovvio ancora, ma con l’ultima delle sue cinque raccolte, Mani, terminò la sua poesia! Era sicuro di se stesso, di ciò che aveva scritto e donato alla Poesia, così scrisse chiaramente che “Di tutte le rivelazioni che l’arte ha fatto nel corso dei tempi, solo una piccolissima parte si conserva nell’opera d’arte e nel libro. La maggior parte di esse scompaiono con le anime che poterono o dovettero sognare le loro vittorie in silenzio”.

Otokar Březina cop Ecco le motivazioni: il timore di diventare, dunque – troppo barocco, gotico, metafisico, mistico, esoterico, religioso, estatico, analitico, sintetico, orientaleggiante, cosmico, mistagogo, più eretico che cattolico e viceversa, e così via – era reale: tanti gli -ismi che ha dovuto sopportare! E tutti gli stavano stretti! Disprezzò allora tutti gli –ismi che gli avevano  appioppato. Visse solo per amore delle sue parole, i versi, le metafore, le forme, le immagini intricate… si nutrì traverso la sua conoscenza enciclopedica dei pensieri dei filosofi e dei sogni dei poeti del passato, perfino di quelli dei contemporanei, ma con discrezione. Dette loro più lustro depurandoli coi suoi versi, raccogliendo di loro tutto ciò che potesse servire per proiettarli ancora di più nel futuro, dentro e fuori di tutte le arti.

In alcuni luoghi del suo cervello e del suo cuore risiedevano visioni di un rinascimento cristiano (e non cattolico come affermava con dichiarazioni arbitrarie il polemico e bravo scrittore sacerdote Jakub Deml) e di un risorgimento delle opere d’arte di tutti i secoli passati e presenti verso un futuro dove la fratellanza umana si potesse mutare in mistica, cosmica e universale. (questo suo traguardo era il suo ideale… il suo limite!). Non si capacitava che proprio a lui, che non era un presuntuoso, che era nato nel 1868 in un paesino moravo, Počátky, a sud-est di Praga, erano venuti in mente simili grandiosi pensieri con cui costruì, come una cattedrale, i suoi versi a cui attinsero decine e decine di poeti, anche stranieri! R. M. Rilke che lo lesse restò quasi di sasso! L’editore di Kafka, Kurt Wolff lo pubblicò. Fu candidato nove volte al Premio Nobel, senza che muovesse qualcuno o qualcosa per ottenerlo!

La sua vita fu monastica in assoluta solitudine. Ebbe per compagno il Pensiero, fin dalla sua origine, dei Grandi Uomini, che nutrì la sua Poesia, e quanti fratelli ebbe: quelli morti per difendere il proprio e  libero pensiero: i grandi martiri eretici, Jan Hus, Giordano Bruno e tanti altri. Parteggiò per i suoi Fratelli Boemi, per l’insegnamento pedagogico di Comenius! (che ancora oggi detta legge nella Pedagogia!). Studiò e amo i grandi Padri della Chiesa! E i grandi mistici di tutte le terre e i filosofi d’Oriente e d’Occidente: i tedeschi, gli spagnoli, gli italiani, e tutti gli altri vedeva uniti da un infinito abbraccio fraterno!

Dostoevskij e Tolstoj, dopo averli ammirati, li abbandonò perché per aver  troppo scavato nell’animo umano, si smarrirono. Parole di grandissima ebbe stima per Puškin e Lermontov. Rifiutò “le fantastiche teorie di paradisi in terra… dalla repubblica di Platone per finire a Proudhon e Marx” testimoniando una mente aperta e chiaroveggente! Divorò le visioni, le allucinazioni creative di Omero, Dante, Milton, Blake, Poe, Byron! E come Shakespeare, Tasso e Cervantes gli fecero conoscere  l’animo umano! Non posso elencare tutti gli autori che lesse. E poi,  le donne, le poetesse: da Saffo a Gaspara Stampa, alla diletta Emily Dickinson, e la Browning  e tante altre, di cui tanto scrisse nelle sue corrispondenze agli amici, specie alla sua amica teosofa Anna Pammrová. Lesse i poemi tibetani, i canti andini ed egiziani, e Gilgamesh, quasi tutti i poemi dell’antichità, prima di Omero! E i poeti greci e latini: Anacreonte, Catullo ecc. Quante loro tracce nei suoi versi! Forse troppa cultura sostenne la sua Poesia! Quando scrissi la tesi su Otokar Březina: profilo critico (1974-75 – unico relatore A. M. Ripellino) mi andavo smarrendo giorno per giorno per colpa della sua vastissima e profonda cultura!. Impossibile conoscere tutti gli autori che lesse e studiò e amò!

Otokar Březina

Otokar Březina

 Coi poeti contemporanei della sua terra firmò manifesti (gli ultimo anni dell‘800) per il rinnovamento della poesia ceca; ma quelli più giovani di lui, coi loro esperimenti linguistici di primo novecento lo lasciarono indifferente. A Jakub Deml (A.M. Ripellino lo definì “un antenato del surrealismo ceco”), che gli parlava del giovane talentuoso poeta Vítězslav Nezval, rispose “del resto il surrealismo non è nulla di nuovo” aggiungendo che “già in Shakespeare si trova questo linguaggio, come nei pazzi”.

Březina cantò in versi, in cinque raccolte (nomino in corsivo i titoli rispettivi), le oscure e splendenti Lontananze misteriose, le aspettative e le speranze conflittuali degli Albori a occidente, i gelidi Venti dai poli violati dalle prime spedizioni artiche moderne, le esaltanti e mistiche azioni dei Costruttori del tempio, e infine il lavoro festante e faticoso e socialistico di tutte le Mani  liberatrici, con cui  terminò il suo viaggio nella Poesia.

Březina seppe estrarre dal sapere universale una bevanda vitale composita del Pensiero e della Poesia dei secoli passati…  e quante culture e scienze mescolò al suo Presente! Il risultato fu un vino di primissima qualità, come il vino di Hafiz! (che conosceva) – una tecnica magistrale della versificazione che ha sostenuto lo sbalorditivo cromatismo delle sue immagini, che sostiene ancora oggi la poesia ceca. L’uso delle metafore e anafore incessanti il poeta praghese Nezval lo apprese da Březina.

Affermò che il poeta è il creatore di ciò che sorseggia, assapora; beve questa bevanda, la Poesia, inebriandosi, e questo atto stimolò simultaneamente gli umori e le forme dei suoi versi: così si  generò la sua Poesia! Ma questo lavoro di faticosa e riuscita liberazione lo si sente specialmente nella  tecnica versificatoria, nelle strofe rimate (che non sono una prigione!), e nei sonori ritmi, talvolta tortuosi, perfino nella sua grafia precisa, inappuntabile… tecnica eccelsa le filosofie e poetiche unite ai suoi umori che si addensano in oscuri-chiari pensieri e incidono profondamente sulla qualità delle immagini, metafore, altre figure… come il ditirambo dionisiaco dominante, il verso libero, l’alessandrino… e le strofe impeccabilmente rimate e limate, segnano conquiste liberatorie e lezioni a non finire per futuri poeti. Giocò come un invasato (ma controllato) e vinse una partita equilibrando l’ebbrezza dionisiaca col suo desiderio apollineo, preferendo infine  quest’ultimo (Novalis). Per questo poi abbracciò il cammino di una fratellanza e di un ottimismo universali, che gli era congeniale, ma tutto ciò fu distrutto dalla carneficina della Prima Guerra Mondiale. Gli sembrò che il mondo (i suoi mondi) gli crollasse intorno, beffeggiandolo, eppure ebbe il coraggio della speranza e nonostante le tragedie, il suo ritornello “dolce è la vita” restò intatto, perché voleva donare una ultima emozione, un sentimento ancora perché non risultassero aridi e freddi i suoi versi. (Tanti furono i poeti e i critici che trovarono i suoi versi… gelidi! Che errore critico!).

Březina fu tradotto in tante lingue; i primi suoii due traduttori furono un polacco e un italiano… glielo riferì l’amica teosofa Anna Pammrová in una lettera del lontano 1896; ed era appena agli inizi della sua produzione poetica. Ha influenzato la Poesia ceca (e non solo) a lui contemporanea e quella dopo di lui profondamente (la stessa azione di Dante o Puškin), come per esempio la poesia di Halas, Holan, Nezval, Seifert, Josef Hora, Zavada, ecc. Anche se il vero fondatore della moderna poesia ceca è stato il romantico Karel Hynek Mácha, vero antesignano del  surrealismo ceco, secondo i poeti surrealisti cechi.

Otokar Březina con il presidente Masaryk

Otokar Březina con il presidente Masaryk

Era cosciente che le sue metafore erano fuori del comune! Grandi poeti contemporanei stranieri hanno lodato la sua maestria, e di ciò si meravigliò  fortemente. Insomma, ha influenzato profondamente persino l’arte figurativa: artisti e poeti simbolisti e  surrealisti sui quali le sue visioni hanno agito fortemente.   Difatti un suo amico fraterno, il grandissimo scultore František Bílek, che non è secondo affatto ad August Rodin, ed è pure un raffinato disegnatore e pittore, ha subito il fascino dei suoi versi e li ha illustrati con disegni e grafiche, e perfino con straordinarie sculture lignee e di pietra. Tanti artisti hanno illustrato molti suoi libri di poesia,  come Váchal (di cui ho visto tutte le cinque raccolte illustrate a colori pagina per pagina, nel Museo dei manoscritti nazionali in quei primi anni settanta), e poi il cupo Konůpek, che ha prediletto gli aspetti più romantici e dionisiaci del poeta.

Trionfali elogi gli giunsero dal grande critico letterario František X. Šalda. E infine fu definito da uno dei suoi primi estimatori, Sigismund Bouška, già nel 1896, a 28 anni!, “poeta per poeti”, un Maestro!,  a quattro anni dalla sua prima pubblicazione!   Poeta visionario, essenzialmente, comprese come pochi le tensioni tra due secoli: l’800 e il ’900, e che, con la sua alta e profonda cultura, ha sintetizzato la fine di un’epoca della Poesia: Březina è l’ultimissima propaggine romantica e uno degli ultimi grandi poeti simbolisti…  del simbolismo ne vide la fine senza rimpiangerlo affatto!  Notizie recenti riferiscono che fu candidato otto volte al Premio Nobel.

(Antonio Sagredo)

Otokar Březina biblioteca

Otokar Březina biblioteca

Somigliante alla notte…

Di nuovo un dolore lontano fu avidamente assorbito attraverso una gelida
nebbia nello splendore dei miei sguardi, e mi congelava
la rovente esalazione
dei colori nel disco biancastro delle afflizioni. Il mio desiderio,
soffocato, aveva timore di toccare, in un tremore malsano,
i brucianti pensieri delle tastiere.
La mia anima vestiva l’abito del crepuscolo ordito da cocenti raggi,
e scendeva giù il silenzio in giaciture profondissime, sepolcrali,
per il degradare delle scale.
Desolato se ne andava il giorno, salutato dal pietoso scandire
delle ore,
come via da me, dal letto di un morto, nella sua malinconica lontananza.
Solo il dolore mi soffiava con quel respiro profondo
che canta la Risurrezione,
non soggetto al tempo, vittorioso nemico del sogno,
somigliante alla notte che spia con unico sguardo fin dentro
tutte le finestre,
e spalanca a tutti gli sguardi l’unica finestra verso un giorno eterno.
Mi soffiava con un respiro profondo solo il dolore dove giace nascosto
l’urlo di mia madre, e per la misera stanza, come nella mia prima ora,
continuava mostruosamente esultante anche l’ultimo urlo,
che nelle profondità della mia anima
sorveglia la soglia di questo sogno, sempre più irrorata con le lacrime.

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Il vino dei forti

Da una mano all’altra dei fratelli passiamo il vino dei forti
nel nostro calice;
i tempi lo preservano dal gelo sulle vigne, come il fumo
dei fuochi nel tempo notturno.
I suoi vignaioli erano Tristezza e Solitudine.
All’improvviso sentiremo come accanto a noi respira la
mistica canzone,
e sentiremo sulla bocca la coppa calda per le sue eteree labbra.
La misteriosa corrente si chiude con l’anello dei cerchi
del nostro tavolo,
ci sottrae alle leggi della terra, risponderà al nostro sogno
e la vita, e la morte.
Udremo il mormorio di fiumi invisibili che scorrono per
centinaia di anni.
Vedremo, piegata verso le acque, la nube dell’Eterno che
brilla dalle profondità come il sole.
L’ebbrezza renderà la nostra anima piena di luce, come
l’anima di future genti,
e avvelenati dal sogno moriremo davanti la nostra morte,
per risorgere e vivere di nuovo.
Leggeremo obbedienti il tuo libro, o Eterno, e assegneremo
le parole alle loro immagini.
Nel magico cerchio, grande come l’orizzonte, ci chiuderemo
per evitare l’angustia della notte.
Il tuo torrente spegnerà la nostra casa che brucia tutta
con le fiamme del dolore,
e col tuo lievito gonfierà la pasta di un nuovo pane.
Le nostre lampade saranno sorgenti dell’oblio, che si accenderà
immobile tra i venti.
Le tombe saranno per noi come giardini, e culleremo la
nostra morte con una canzone.
Discorreremo nel silenzio, e il bacio sarà l’incontro invisibile del desiderio.
La nostra risposta sarà l’illuminarsi degli occhi durante
l’abbraccio dei pensieri in lontananza.
Nei raggi del nostro sguardo fisso ciò che adesso è opaco
diverrà limpido.
Non traverseremo le nebbie delle lacrime
fin dentro la terra viva per i paesaggi dei sogni,
che l’uno nell’altro si fondono,
e le lacrime, come la rugiada assorbita dal sole sulla semenza
dei secoli, si solleveranno sopra di noi nelle porpore dei mattini.
Le nostre finestre ci mostreranno i colori lavati dalla tempesta celeste
e il veleno brucerà nei succhi dei fiori tra profumi balsamici.
Le ombre si piegheranno a noi come penne, nelle ali stellate,
che ridono alle lontananze.
I sogni, che per millenni dormivano sconosciuti alle anime,
sveglieremo sotto la copertura
dei colori e delle forme, e si solleveranno dai ghiacciai dei
poli, dalle foreste dei mari,
dalle misteriose officine della materia, e scenderanno da
innumerevoli costellazioni.
Guarderemo la serie di giorni futuri, come per una fuga
di porte vetrate dei saloni
un dietro l’altro, che il sole traversa per venirci incontro
coronato di verdi giardini.
La notte si oscura su di noi come il cielo di un’alcova profumata
degli amanti.
Il passato si dilegua nella lontananza, come il fumo delle
fabbriche della città, che tempo fa lasciammo.
I nostri pensieri avranno la vastità degli spazi, colmi dell’etere,
con cui respirano gli universi. –
Stanchi della luce porgiamo la mano all’Amica
perché ci allontani da questo luogo,
e la nostra morte sarà come la morte di moltitudini purificate.
Simile ai passi che incedono
da stanze profumate fino al tempio durante la Domenica delle Palme.

Simile alla salita sulle navi tra lo sventolio dei vessilli e il
suono delle musiche nelle orchestre.
Simile alla partenza degli eserciti verso terre conquistate,
a cui gettano rose dalle finestre.
Simile alla lieta risposta del coro dopo le parole del sacerdote
annebbiate dal mistero.
Simile al bacio che continuerà più a lungo di tutti i sistemi dei mondi.
Simile al grido di tutte le canzoni nascoste in tutti i passati
e futuri universi e anime,
e alla mescolanza di tutti i passati e futuri giorni e notti in
un unico giorno in cui non vi sarà notte.
Da una mano all’altra dei fratelli passiamo il vino dei forti
nel nostro calice;
le stelle, che vi cadevano fiorite, si gettino fin nei nostri occhi.
La punizione dei deboli sarà che scorderanno il proprio
nome durante il risveglio,
e il compenso dei forti che, nell’oscurità splendente, ricorderanno
le isole della loro prigionia.

Otokar Březina 4
Martiri

La terra respirava nelle notti dei felici, il respiro dei vigneti
li conduceva fin nei sogni,
secolari orologi delle città hanno suonato la mezzanotte,
sonnecchiavano i boschi e le acque;
soltanto le anime dei diseredati vigilavano melanconiche
presso i loro fuochi insanguinati.
Martiri del corpo, per i quali il lamento delle più profonde
sorgenti è il brusio dei battiti del sangue
e i passi delle ombre nei momenti del silenzio. Verso di
loro soffiano le parole dello Sdegnato
dagli infuocati cespugli che arsero nelle oscurità del loro essere,
e i venti, che durante la sete smaniavano di bere, saziano
solo la sete delle fiamme.
Martiri dell’amore: per loro il Giorno è continuato nella
notte, ma ha perso la sua luce.
Si sono smarriti nei magici giardini che si ingigantivano
davanti gli sguardi della loro pazzia
ed erano più rigogliosi dei giardini della terra, e le foreste
dei fiori si avvinghiavano in alto
per riempire lo spazio, per succhiare tutto il rosso dei
mattini e gli splendori occidentali,
da un orizzonte all’altro si propagavano con ventaglio di
ombre, pescavano le stelle nei calici,
avviluppavano l’universo nell’oscurità e, dalle sue profondità
con le tempeste, turbinavano
e crescevano migliaia di profumi infuocati e avvelenati,
e nella notte misteriosa,
erravano verso i confini di mondi sconosciuti – al centro
di ogni cosa, malinconici,
smarriti nella bellezza dei tramonti; la loro voce agonizzava
nel silenzio
e nessuno rispondeva; lontano giaceva il regno della donna
inaccessibile da secoli; soltanto da quell’impero turbinavano
gravosi venti
e si avvicinava nella notte della loro estate lo splendore,
la luce zodiacale prima del mattino.
Martiri del silenzio: che il Mistico uccello sentivano cantare.
I secoli sono mutati in secondi,
e quando si sono destati sono tornati nelle città, nessuno
più conosceva il loro nome;
le loro parole erano per i fratelli soltanto movenze di labbra
e gioia dei taciturni,
quando hanno bevuto il vino, e gli hanno risposto pietosamente
con segnali.
Schiavi venduti secoli prima della nascita: vincoli dei Padri
penetrati nella loro carne e nel loro sangue sciolti;
morivano lentamente per le fatiche delle loro speranze e,
con loro, fino all’esaurimento dissodavano la terra,
troppo delicata per poter sopportare i loro passi, fiorita
per la danza dei non-nati.
Martiri del peccato: i Misteriosi che invano cercavano se stessi,
chiedevano la direzione del cammino a se stessi,
alla propria ombra ironica.
Volevano conoscere i loro volti abbassati verso lo specchio di sangue
e scorgere nelle lacrime femminili il sorriso delle proprie
labbra serrate dall’agonia.
Il silenzio in fiamme si inaridiva nei loro pensieri. I silenzi
delle tombe e del tempo
come l’eco collerico della loro allegria.
I silenzi dei giuramenti e della gravezza
sulle labbra dei moribondi. E quando durante le feste
della luce uscì fuori Amore
per baciare le anime, l’ombra della colpa cadde sulle loro
guance e le mutò in invisibili.
Martiri della miscredenza: che sentivano nel sogno più
splendente le vicinanze delle più profonde oscurità,
e temevano di sognare, e languivano durante le notti del
sole e dell’anima per la veglia delle anime;
ascoltavano la voce del sangue durante la confessione di
un amore purissimo, ma non credettero alla verità,
che suonava loro simile al discorso dei dolori con le speranze.
Martiri dell’altissimo struggimento: i loro sogni erravano
di stella in stella
e morirono prima di aver raggiunto gli ultimi mondi. Sulle
bilance dei venti
pesavano i fiori terrestri, e anche quelli più eterei cadevano
sconsolati verso terra,
e la loro malinconia era attesa come il risveglio di uno smarrito:
i loro mattini aspettavano la luce del giorno, la luce attendeva la sera,
e le sere le notti, e le notti la confessione del silenzio,
e il silenzio i dialoghi delle stelle, e le stelle l’arrivo
di un altro tempo:
ma come potranno portare i venti terrestri la risposta di
un altro tempo a causa della gravità?

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da sx Petr  Holman Jan Lehovec la futura germanista e bohemista Kateřina Zoufalová

da sx Petr Holman Jan Lehovec la futura germanista e bohemista Kateřina Zoufalová

Notti

Notti stanche in attesa del mattino! Le ombre dei giorni
che abbiamo avuto e che avremo!
Ore in cui gli istanti sono focolai di un suono che torna
indietro dalle lontananze!
Notti in cui le correnti dell’amore mistico soffiano per le
anime da un mondo all’altro
e risplendono dagli sguardi con la regnante profondità di
luci future!
Notti in cui la terra sprofonda nel buio da cui era emersa,
e si ricrea nuova nel sogno
con le rose nuove dei giardini e con altra vicinanza della morte!
Notti della musica lunare, profumate di desiderio,
che l’anima sente in paesi stranieri
quando ascolta il canto della Patria lontana! Il sole invisibile
la celebra attraverso l’eco dei suoni!
Notti in cui le stelle di tutti gli spazi sembrano come un
vertiginoso sogno che la terra ha sognato,
e in cui siamo entrati in estasi, come un artista nell’opera
del maestro amato!
Notti in cui la speranza giunge al letto del malinconico attraverso
porte chiuse per sempre,
nel vestito ordito da raggi futuri e da fiori odorosi,
che appassiscono con la rugiada del mattino!
Notti dei santi, che vegliano sulle preghiere del ringraziamento
per la raccolta distribuita ai fratelli;
che sono tornati per il sentiero campestre, poveri,
non visti per l’altezza delle spighe.
Notti dei solitari, con cui le anime accendono le proprie
luci spente con le stelle
e scendono con loro negli abissi, dove i baci hanno un sapore
aspro di morte e di silenzio!
Notti di coloro che attendono, le cui anime, come superfici
troppo ondulate, non possono riflettere le altezze,
e di quelle che nel fondo già sanguinano coi primi riflessi
di un nuovo sole!
E notti, simboli della mistica Notte, in cui la vita terrena
si è assopita con un sonno pesante,
affinché le anime acquistino le forze per ricevere la luce più alta!

Otokar Březina

Otokar Březina

Città

Nel crepuscolo di una luce sconosciuta ho mirato la Città.
E il sole,
impallidito e privato dello splendore, era sospeso su di essa,
niente di più che una stella al centro delle stelle.
Migliaia di torri si sono levate verso le nubi, e le ombre
delle torri in rovina
sono ancora erette. Innumerevoli moltitudini si precipitavano
verso le porte e dalle porte,
musiche suonavano per una cerimonia ignota, si trascinavano
processioni di penitenti,
l’esercito ritornava dai campi di battaglia, i prigionieri
procedevano in ceppi,
e le ombre uscite dalle tombe vagavano tra le folle
e il loro vocio si mescolava con la voce dei vivi e regnava:
si univano le mani degli sconosciuti, il loro sorriso cadeva
nei baci degli amanti,
dove passavano tra gli abbracci, si accasciarono le spalle protese,
e dai loro occhi, dischiusi, malinconici per il ricordo delle colpe,
splendeva il sole misterioso, e si propagava quel fulgore
nel suo malinconico tremolio che soffocava la Città
e migliaia di viventi.
E io vagavo, solitario tra queste moltitudini mentre agonizzava
il pulsare del mio cuore
nel battito di innumerevoli cuori vivi e morti,
e nell’anima mi splendeva la magica onda
di tutti i cuori spenti al nostro giorno. E là ti ho incontrata:
mi soffiò dal tuo respiro il profumo delle mie solitudini
più profonde,
della terra dei padri, dei fiori eterei sotto i pergolati di
una penombra melanconica,
cresciuti nella pioggia d’argento di un cielo notturno,
e tremavano le voci nella tua voce, che talvolta udivo
da venti erranti
nel crepitio del mio fuoco solitario.

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 Incontro nel 1977 tra Sagredo e lo scultore Bohuslav  Krula, che conobbe 20 enne Brezina nel 1928 a Tasov (Moravia)

Incontro nel 1977 tra Sagredo e lo scultore Bohuslav Krula, che conobbe 20 enne Brezina nel 1928 a Tasov (Moravia)

Tempesta

Ecco, nei lampi tuonò il silenzio, e il sogno più ricco,
ricacciato dalla tua tempesta, ritornò alla mia anima,
povero, spaventato e accecato, impensierito da cento vite,
e sul volto il pallore mortale della tua gloria.
Si è fermato soltanto per socchiudere gli occhi e nell’unico
battito delle ali
sopra il vortice delle tue eterne mutezze,
trattenne il respiro come un morto e il fuoco della cintura ardente
dei tuoi mari spumosi ha salutato con sgomento,
e adesso vaga pallido nelle mie luci per il suo eccessivo coraggio,
e muore presso sorgenti agonizzanti
e il tuo mondo misterioso nel pesante sorridere apre
soltanto davanti gli sguardi delle mie speranze ammutolite.
Avvolge il volto nelle ombre della terra, quando dalla lontananza
Sentirà avvicinarsi la tua tempesta che sradica i mondi,
e dai lampi del tuo giorno, che battono sulle costruzioni più alte,
divampa l’illividito incendio dell’allucinazione.

(dalla raccolta Albori a Occidente, 1896)

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casa natale di Brezina a Počátky (1977)

casa natale di Brezina a Počátky (1977)

I costruttori del tempio

Abbiamo visto innumerevoli folle. Procedevano tristi come la tetra
maestosità delle cose. Le anime tra loro si erano alienate,
come se ognuna
dopo un naufragio da un altro mondo si fosse salvata sulla terra.
Adesso sognavano sul loro bene perduto.
Il sole solcava l’etere simile a un uccello con infinite ali dorate
su di loro e sulle solitudini in mezzo a boschi magici;
volava per tutto l’universo il suo canto della gloria
della vita armoniosa
e dei miracoli del mattino creativo nei giardini della terra,
nelle pianure sottomarine
e nelle azzurre praterie dell’aria e nell’acqua:
tramontava assetato negli oceani, e bevendo lo faceva ondeggiare
per la tempesta,
andò a dormire nelle grotte d’ametista sotto i ghiacciai
dei tramonti fino al nido di rose montane, e si librava nell’infinito
raggiante d’amore,
il suo sogno visibile, e il gioco di migliaia di soli fratelli
danzanti al ritmo di una musica malinconica. La notte lasciava
che i fiori parlassero delle loro forze creative
e dell’ebbrezza, che si assopisce nei grappoli e nei papaveri.
Conoscevano le tenere parole
che, come grano sparso, adescavano gli uccelli. E le fiere della foresta
che mai hanno provato il sangue, visitava teneramente la notte.
Sognavano di città che regnano sulle terre. Della voluttà del lavoro,
del frastuono del suono dei martelli, l’addomesticamento
del fuoco, delle vertigini delle lotte,
i segnali di guerra, la dolcezza del pericolo, l’orgoglio dei donatori,
l’audacia della mano che getta reti misteriose sulle nazioni,
e delle parole che come corone resinose cadono sulla città nemica.
Sognavano della superbia delle solitarie aquile reali
sulle rocce, le loro ali roteanti
con la velocità del volo sembrano irrigidite, come di metallo,
per essere all’altezza degli sguardi che intersecano il crepuscolare
universo, come le stelle.
Sognavano della voluttà delle distruzioni, la corsa trionfale
dei cicloni sopra le distese.
Degli incendi dei boschi, le gelide bufere dei poli, le demoniache
beffe degli elementi,
che nel fragore di catene spezzate si scaricano coi fulmini nel caos.
Sognavano la tragica sete di coloro che cercano, la caccia
che insegue il mistero
per strade di mondi infiniti, che sfociano in un unico mondo,
e che confusamente si evolve in millenni, e sta in agguato
su preistorici sepolcreti,
e come uncini ancora arroventati battuti con gli ultimi
colpi dei martelli
stendono sul sole le loro reti invisibili
e calano le reti dei cacciatori nei mari in fiamme,
che le ingoiano come ragnatele. La sete eternamente condannata
a cercare si confonde coi silenzi che, intorno ad essa, rispondono
nei magici tocchi delle mani, nell’agonia di bestie torturate,
nell’amplesso sovrastato dai lampi, nella pazzia di occhi
stravolti e nell’orgoglio
che sotterra le impronte nella terra, attraverso i quali hai camminato.
Sognavano le voluttà del dubbio e del gioco, l’agitazione dei mercati,
la confusione di migliaia di lingue con schiamazzi corali
di anime che si affollano come in un imbarcadero,
dove da tutti i mari ritornano le navi e dove le orge delle paure,
della speranza e del sangue e del peccato superano i fragori dei mari
e le salve di saluto e le orchestre di coloro che arrivano.
E sognavano la sera della dolcezza della musica
che scorre per i lungofiumi
come l’eterna nebbia in cui si affollano migliaia di luci,
sopra i fiumi, che come vene di freddi fulgori sembrano
scaturire dalla luna.
Sognavano di donne misteriose che languiscono per il peso
della loro bellezza,
che seducono gli amanti con canzoni melanconiche.
E il loro sussurro
e l’ondeggiare dei loro vestiti sembrano stregati nei fiori
e nel dormiveglia dei cespugli:
che, bianchi nello scintillio fosforescente delle gemme e
delle labbra, si avvolgono nei crepuscoli,
come se le loro mani, per i contorcimenti dei serpenti che
si addormentano per un incantesimo,
avessero gettato i grani di un magico profumo nel cuore
infiammato dai loro sguardi
e nel fumo inebriante avessero chiamato alla risposta
le anime dei morti.
Ma ultimi tra tutti (come noi gemevamo d’amore!)
milioni di diseredati, formiche, uscirono dalle cave
in fuga precipitosa,
di schiavi, che strisciano di soppiatto per tutta la loro esistenza,
come per giardini proibiti,
si trascinavano silenziosi attorno a noi. La loro anima
spossata non aveva sogni.
Soltanto nel brillio degli occhi per la percossa
di un colpo inatteso
vedevano sopra di essi il firmamento inarcato, oscurato
dai crepuscoli dei secoli,
come un soffitto di una tetra officina annerito dal lavoro secolare:
i venti soffiavano dentro i focolai sotto l’orizzonte, nella
Geenna di un calore scarlatto,
dove intere foreste vergini sradicate sembravano travolte
sotto il pesante gioco di onde infuocate,
e come bolle soffiate dal vetro l’azzurro che abbraccia la terra,
che gioca con l’arcobaleno e con il blu, sotto le cupole di
eterei palazzi della felicità,
le finestre, fin sulla volta, per la luce dall’alto si fondevano nel vapore,
e gravitavano schiumanti sulla superficie di una ebollizione approntata,
il loro riflesso si propagava attraverso tutto lo zenit stellare
e nelle fuliggini delle nubi si appiccicava come sabbia dorata
aggrumata al sangue:
si proiettavano su di essa gigantesche ombre in movimento,
come l’immagine di un misterioso combattimento intorno a fuochi eterni.
Tra di loro andavano i costruttori del tuo tempio.
Solo a loro era dato
ricevere con segnali. Come la promessa di altri cieli e terre
vedevano l’orrore e lo sfarzo delle cose. Nella pienezza
di innumerevoli forze
sentivano la tensione primordiale del tuo respiro creatore,
che come la luce di Elias scintilla
da tutte le più alte forme della bellezza,
sopra i paesaggi carichi di nubi antiche
e con le ferite dei lampi paralizza la mano annerita di un audace.
Dolore e lavoro era per loro la remissione di una colpa misteriosa.
Una gioia interiore era per loro la certezza della via, immobile,
bianca e forte come il sole,
che, anche se invisibile al centro delle tempeste e delle notti,
governa la terra secondo una legge eterna. La madre e la
sorella dei vincitori,
nel fiore dei millenni, che avevano il rossore del mattino
sulle labbra, accoglievano la donna,
e le costellazioni estive l’Aquila, il Cigno, il Delfino e la Lira
si levavano nello splendore fin nelle notti, dopo il giorno
che ancora si prolungava.
La loro missione verso milioni di fratelli sofferenti
era come il reclutamento degli operai per la costruzione.
Ma perché fossero più infiammate
le parole dei coscrittori e le mani che ricompensavano col
calore del desiderio,
la tua giustizia, forte e dominante con la morte,
privava le loro labbra del ricordo di ogni dolcezza della terra.

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3 commenti

Archiviato in Autori dei Due Mondi, critica letteraria, poesia europea, Senza categoria

3 risposte a “SETTE POESIE di Otokar Březina traduzione di Antonio Sagredo (A. D. P) e Kateřina Zoufalová  Presentazione di Antonio Sagredo (Parte II)

  1. La poesia di Otokar Brezina nella bella resa in italiano di Antonio Sagredo e Katerina Zoufalova, ci consegna il padre della poesia moderna ceca come meglio non si potrebbe. C’è in Brezina, come in nuce, la futura poesia europea del primo Novecento, ci sono spazi amplissimi e temporalità, simboli e simbologie che convergono in un crogiuolo linguistico e stilistico di ampio spettro. Ma è anche una poesia stabile, pur se sotterraneamente percorsa da febbrili movimenti e sussulti interni. Ma la stabilità è una piattaforma soltanto apparentemente salda e ferma, in realtà si intravvedono, anche nella traduzione, sussulti e salti stilistici e simbolici. Direi che è una poesia che preannuncia la dissoluzione lessicale e stilistica del futuro prossimo venturo.

  2. Un sentitissimo ringraziamento ad Antonio Sagredo e Katerina Zoufalova per il lavoro di traduzione e divulgazione.

  3. Giuseppina Di Leo

    Ringrazio anch’io Antonio Sagredo e Katerina Zoufalova per averci parlato di Otokar Březina, poeta del silenzio e della solitudine; una solitudine che aspira a un futuro “dove la fratellanza umana si potesse mutare in mistica, cosmica e universale.” (Sagredo).
    Un “traguardo” questo che, se ha rappresentato il limite del poeta, come dice Sagredo, rappresenta in qualche maniera il tratto che lo accomuna con altri ‘mistici,’ magari non proprio coevi (penso ad esempio a Simone Weil, che parlava di “scientificità del soprannaturale”).
    Assolutamente suggestive le immagini della sua poesia, come questi versi che estrapolo da Il vino dei forti:

    Nel magico cerchio, grande come l’orizzonte, ci chiuderemo
    per evitare l’angustia della notte.
    Il tuo torrente spegnerà la nostra casa che brucia tutta
    con le fiamme del dolore,
    e col tuo lievito gonfierà la pasta di un nuovo pane.
    Le nostre lampade saranno sorgenti dell’oblio, che si accenderà
    immobile tra i venti.
    Le tombe saranno per noi come giardini, e culleremo la
    nostra morte con una canzone.
    Discorreremo nel silenzio, e il bacio sarà l’incontro invisibile del desiderio.
    La nostra risposta sarà l’illuminarsi degli occhi durante
    l’abbraccio dei pensieri in lontananza.
    Nei raggi del nostro sguardo fisso ciò che adesso è opaco
    diverrà limpido.

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