SHIBATA TOYO: IL GERGO POETICO INTERNAZIONALE DELLA POESIA GIAPPONESE con un commento di Valerio Gaio Pedini

Tokyo

Tokyo

Shibata Toyo (1911-2013) è una poetessa giapponese che con i suoi versi semplici e pieni di speranza ha conquistato milioni di lettori”. Ora mi chiedo seriamente cosa volesse indicare Mondadori quando sul risvolto di copertina di Rialzati E Sorridi, ha vergato questa nota redazionale. O meglio, mi chiedo come faccia una poetessa che scrive:

“Preferisco il cavallo
che, pur trovandosi
dietro a tutti gli altri,
al momento giusto
fende il vento e con tutto se stesso
riguadagna posizioni.
“Forza,
non mollare!”
urlo verso il televisore.

Anche se all’inizio sei ultimo,
se ti impegni puoi arrivare primo.
Tu, di certo,
puoi farcela!”

a destare speranza?

Shibata Toyo 5 A me pare solo un’inguarnitura di pessima retorica che cerca di sedurre il lettore, dandogli credenziali del tutto superflue: una poesia priva di storia, di simbolo e permeata di assunti del buonismo.
Eppure 2 milioni di copie sono state vendute. Il che mi ricorda il successo di poetesse posticce come la Lamarque, che in Italia, hanno destato una disarmante meraviglia.
Ma tornando alla poetessa ultracentenaria “accidentalmente” defunta l’anno scorso, possiamo ben catalogarla nella poesia democratica, retorica, totalmente in gergo internazionale dei giorni nostri: una poesia da toilette e da diario.
Altro appunto che è doveroso fare è quello che pone questa poetessa alla stregua della poesia tradizionale giapponese. Pur rimanendo sul piano dell’immediatezza la poetessa giapponese rimane in superficie, la sua costruzione riecheggia e ripercorre la rammemorazione.

Quando ero in piedi accanto alla porta di servizio
o piangevo davanti al lavandino
perché sul posto di lavoro
qualcuno mi aveva trattato male,
da qualche parte
un grillo cantava.
“Tieni duro! Tieni duro!”
mi diceva coi suoi cri cri.

Sono passati ottant’anni
e da allora
i grilli sono miei amici.

Shibata Toyo

Shibata Toyo

 Si desume qui una poetica diaristica, a posteriori, un po’ come in un caso spiccatamente italiano della poetica più popolare che risponde al nome di Alda Merini. Ora, chiaramente, una poesia così soggettiva perde di significato e di profondità tipica della poetica orientale e anche, se si cerca una dimensione tradizionale come quella del grillo, la poesia rimane scevra di significante e pure di significato.
Ma pare che questo tipo di poetica sia ampiamente apprezzata dal pubblico che, senza qualche parolina di tenerezza, contrastata dall’assunzione del dolore, si sente disorientato.
Ancora più delicata e, per quanto delicata, totalmente ridicola e “sugherina” è la poesia “Al cielo”, in cui ravviso una sconcertante beffa a chi in un letto d’ospedale non sia propriamente felice e non pensi al colore del cielo.

Il cielo che si vede
dal letto
dell’ospedale
è sempre delicato.

Le nuvole che danzano
mi fanno sorridere,
e i tramonti
mi mondano il cuore.

Domani però sarò dimessa.
Grazie
per questo mese!

Da casa
ti saluterò agitando una mano
per dirti che non ti ho dimenticato!

È questa una poetica della sublimazione dell’ottimismo e della speranza, che più che rendere speranzosi deve farci seriamente preoccupare per il gergo poetico internazionale e la sua ormai protratta crisi. Qui, ognuno, con dei begli intarsi di ottimismo, può diventare il poeta più riconoscibile:

Ehi,
ma cosa è successo?
Mentre guardavo la televisione
non potevo far altro che unire le mani in preghiera.

Immagino che il cuore di tutti voi
sia tuttora agitato da scosse di assestamento
e che le vostre ferite si stiano ulteriormente
approfondendo.
Su quelle ferite
vorrei applicare una medicina.
E’ il desiderio di tutti
e credo che ne sarei in grado anch’io.
Fra non molto compirò cento anni
e il giorno in cui andrò in cielo
è ormai prossimo.

In quel momento mi trasformerò nei raggi del sole
e in una delicata brezza,
e vi sosterrò.

Probabilmente d’ora in avanti
dovrete affrontare molti giorni duri,
ma di certo prima o poi un nuovo giorno inizierà.
Non perdetevi d’animo!

Shibata Toyo

Shibata Toyo

 A proposito di terremoto, si ha quell’epicentro della scontatezza retorica che sconfina in una banalità che mette i brividi. Eppure questa poetessa è commovente: nel senso che commuove, per il suoi versi pietosi e patetici, nel senso che la sua poetica è tanto speranzosa quanto demoralizzante.
Al che mi ricorda un po’ la poetica una poetessa italiana, che risponde al nome di Rita Rotondi, mia nonna (1943-2005), che, dato che voleva fare la scrittrice, ho il piacere di presentare come autrice del tutto inedita, affinché venga anche lei riconosciuta come poetessa, poiché se Toyo ha “grandi capacità” poetiche mia nonna non è da meno.

Shibata Toyo

Shibata Toyo

 

 

 

 

 

 

 

Lo zio della scienza

la la la la la la in coro
con tanto amore per il prossimo
lo zio scienziato con la mano
e la forza della mente guariva
in fretta e bene, lo faceva anche per la maternità
quello era il suo forte
le trasmetteva tanto bene
che tutto il suo cuore per la fede del bambino Gesù
che tanto era in lui.
Con una grande carica come un robot risolveva problemi della
gente bisognosa d’aiuto
usava anche il bisturi in caso di necessità
ci voleva pure quello la mano no bastava
studiava faceva esperimenti per quella medicina
con attenzione quante notti lui sempre lì nel suo
studio con grande attenzione e forza di volontà per il prossimo
di non sbagliare un piccolo errore si poteva anche morire
questo era lo zio della scienza
che tanto bene faceva al servizio dell’umanità.
E quando la fine per quel lui
calmo tranquillo come niente fosse con una carezza
e tanto coraggio il sorriso sulle labbra lui dava
per quella morte che doveva
venire per bene
era ammirato da tutti quelli che lo conoscevano
e intanto scherzavano e gli dicevano chissà se
la tua radice va avanti lui calmo tranquillo
diceva “La radice dell’erba che cresci i fiori il cielo”
le stelle la luna il sole vanno sempre avanti e mai
si fermeranno per il servizio dell’umanità.
la la la la la la la
lo zio della scienza era così.

Ora pare logico considerare la poesia di Toyo invidiabile da mia nonna, che raggiunse certi apici poetici, come “Lo zio della scienza” che, senza che mia nonna lo sapesse, riproduceva la metrica libera di Apollinaire, senza punteggiatura, e tutta la generazione delle poetesse future. In effetti possiamo considerare mia nonna come una delle poetesse più singolari ed encomiabili della poesia femminile del Novecento, immeritatamente non pubblicata e non considerata dalla critica, che poi ha prodotto “poetesse” come Shibata Toyo.
Però, messe da parte ironie varie, il problema è terribilmente serio e grave: ora, non solo la poesia italiana deve porsi domande, ma anche il gergo poetico internaionale ed in particolar modo quella giapponese, che si è ritrovata in una coltre di occidentalizzazione della versificazione. Che la poesia si sia ridotta ad un gergo globale a buonismo e posticcismo? Che sia il posticcismo il fronte poetico di tendenza? Si può continuare a credere che in tutto questo ci sia qualcosa da salvare e guardare il cielo per capire il perché di tale scempio, o, se no, ragionare e non smettere di fare le proprie osservazioni.
La poesia globale è in coma, è doveroso rianimarla con un po’ di belligeranza.

(Valerio Gaio Pedini)

(Poesie tratte da Rialzati e sorridi, Mondadori, Traduzione di Andrea Maurizi)

Shibata Toyo

Shibata Toyo

 

 

 

 

 

 

 

A TE

Un’intelligenza maligna ti ha sottratto
i soldi risparmiati
per la famiglia.
Quanta frustrazione e amarezza
Avrai provato?
Più si è onesti
e più si viene truffati.
Incolpi te stesso?
Fatti forza,
dimentica poco alla volta
e fatti coraggio.

Di te
Qualcuno si preoccupa.
Non hai forse una famiglia?

Ehi, di certo
Soffierà presto un vento propizio!

.
TRAMONTO

Quando chiudo la porta,
dopo aver terminato la cena
cucinata dalla badante,
dalla casa vicino
mi giungono le voci sorridenti
di una famiglia.

Mio figlio e sua moglie
come staranno?

In lontananza, le stelle nel cielo serale
baluginano simili a lacrime.

.
A ME STESSA

La badante
mi fa la spesa,
pulisce, lava
e cucina per me.

L’infermiere
mi aiuta a entrare nella vasca da bagno.
Ogni giorno non potrei vivere
senza chiedere aiuto

Eppure
riesco tuttora da sola a intrecciare parole
e a legarle al cuore delle persone.

Avanti, alza il viso
e guarda il cielo!

54 commenti

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54 risposte a “SHIBATA TOYO: IL GERGO POETICO INTERNAZIONALE DELLA POESIA GIAPPONESE con un commento di Valerio Gaio Pedini

  1. Ah sì, se ne è parlato a lungo di questo fenomeno. E’ chiaro che prendere in considerazione questa “poesia”, che tanta pila ha portato nelle casse della nonnina e del suo editore, è come sparare sulla croce rossa. In italia è accaduto qualcosa di simile con Flavio Oreglio. Sono fenomeni transitori destinati al dimenticatoio.

    • Valerio Gaio Pedini

      Oreglio, omaggiato da alda Merini, l’ho letto e lo conosco di persona, ma non ha sicuramente la pretesa di essere poeta: è un comico e un biologo, sicuramente la sua “poesia” va presa per quello, logicamente anche per me la qualità di oreglio è quello che è, ma questa è peggio, anche perché non è nemmeno di casa XD

  2. “A TE
    Un’intelligenza maligna ti ha sottratto
    i soldi risparmiati
    per la famiglia.
    Quanta frustrazione e amarezza
    Avrai provato?
    Più si è onesti
    e più si viene truffati.
    Incolpi te stesso?
    Fatti forza,
    dimentica poco alla volta
    e fatti coraggio.”

    Ho trascritto solo la prima parte della poesia “A te” che mi giunge a proposito, nel senso che pare scritta apposta per me, rapinata di tutto (non denaro perché non ce n’era in casa, ma tutti, veramente tutti i gioielli, salvo la fede nuziale al dito, bontà loro!) .
    Ma è “poesia” questa?
    Mi sono sentita dire queste frasi da chi cercava e cerca di consolarmi dell’esperienza deleteria “che intender non la può chi non la prova” (restare in balia dei rapinatori).
    Nessuno era ed è poeta tra i consolatori. Sono solo frasi di circostanza più o meno sorrette da veri sentimenti.
    Di nuovo mi chiedo: “E’ poesia questa?”.
    Giorgina Busca Gernetti
    .

    • Valerio Gaio Pedini

      è ovvio che non sia poesia! ma vine spacciata come tale. ùe mi spiace per le incompresioni, ma non sono abituato a tutti questi commenti. Vado in paranoia e mi faccio il sangue amaro, ed io, a differenza dell’altro valerio, sono un diciannovenne disprezzato dai più e apprezzato dai meno. E soprattutto non ho danari. Quando suscito polemiche e troppo interesse, beh, mi sento sotto pressione, ed inizio a sentenziare.

      • @Valerio Gaio
        hai solo diciannove anni! Non sentirti disprezzato dai più e, se per caso fosse vero, “non ti curar di lor…” .
        Va’ avanti per la tua strada, con l’approvazione di Giorgio Linguaglossa che ti dovrebbe rendere orgoglioso.
        Ora (quando hai scritto) sono le 02 passate. Meglio un buon sonno ristoratore!
        Giorgina BG

  3. Mi sembra del tutto ovvio che una autrice che ha venduto nel mondo milioni di copie dei suoi libri di poesie venga pubblicata anche in Italia, gli Editori sono innanzitutto delle aziende che devono produrre profitti. Altro discorso è chiedersi come mai si continui a pubblicare autori che non hanno mai venduto una copia dei loro libri. Ma anche qui si tratta di una domanda retorica. Per tornare a Shibata Toyo è ovvio che per raggiungere tanti lettori in tutto il mondo e in tutte le lingue occorra scrivere in quella sorta di esperanto delle emozioni, in quel semplicismo dell’animo, in quel dialetto internazionale e sovranazionale del buonismo del cuore in grado di toccare la sensibilità estetica delle masse per le quali la poesia resta pur sempre un affare di cuore.

    • Valerio Gaio Pedini

      ora pare che io sono divenuto cieco come Borges, e che non riconosca più la semplicità dal buonismo retorico. Già i due titoli delle opere sono un intarsio di brutta retorica, ma forse questa verrà sempre setacciata come dignità. Mentre i versi della mia generazione verranno definiti carta straccia. Ora, scusatemi tutti, ma forse non sono io…e non è nemmeno giorgio, ad avere abbagli. Ché se questi testi hanno dignità, allora, lo ripeto, mia nonna, potrebbe essere accolta benissimo dalla critica italiana.Ma forse sono io ad essere brutale…io credo di no! Sarei più scettico a questi “versi” rispetto ad altri che vivono davvero in questo mondo, con la consapevolezza che se guardi il cielo, non è che ti senti poi tanto meglio, perché al di là dell’azzurro, effetto ottico dato dall’atmosfera, vi è un bel buco nell’ozono. Ma ahimè io sono pessimista…non credo. Oggettivo, se mai.

    • Valerio Gaio Pedini

      ovvio, ma non necessario xD . le masse se le leggano a vicenda e leggano anche i baci perugina, ma lascino stare l’editoria XD. a parte che mondadori ovviamente poteva pubblicare simili banalità pseudopoetiche, L’ha già fatto con viviane, con insana e altri egemoni. non si fermerà mai. XD
      ora è la moda zanzotto. topinanbur, poesia molto sofisticata quanto artefatta e ricca di insisgnificante e noia. credo che se andassimo a prendere tutte le poesie scritte dai bambini dell’elementari potremmo rifocillare un po’ la poesia nazionale, che è in vena di…ridicolaggini. Fortunatmanete zanzotto era preparato su altri fronti

  4. Può anche darsi che lo sia, il concetto di poesia è sempre più confuso e soggettivo. Resta secondo me, carissima, una domanda ben più importante: quale ne è la qualità, sempre ammesso che lo sia. La qualità e la funzione sociale di questo fenomeno. Perché se di fenomeno da baraccone si è trattato, allora è un’onda anomala, curiosa e destinata a spegnersi. Però mettiamo che qualcuno dei milioni di lettori che ha conquistato si siano poi messi a leggere Rilke o Brodskj o Auden o Luzi o altri. Allora anche questa ondata ha generato qualcosa di buono, ha sghettizzato la poesia pur trattandosi di un fenomeno pop. Cinquant’anni fa i Beatles non erano considerati “musica” dai cultori del classico. Cerchiamo di stare “aperti” di valutare certi fenomeni in tutte le loro sfaccettature. Un merito la nonnina centenaria lo ha, per un po’ parlando di lei si è anche parlato di poesia.

    Colgo l’occasione per ringraziare Pedini per il suo lavoro.

  5. Valerio Gaio Pedini

    io sono aperto: ma il buonismo di una centenaria che o da un giorno all’altro scriverò vede la morte prossima a sé e dice non vi preoccupate, tutto si ri risolverà, più che entusiasmarmi, mi fa seriamente preoccupare, anzi mi fa girare le palle. A me è andata a fuoco la casa, ergo un giorno scriverò una poesia intiolata A Tutti quelli che hanno avuto un guasto al frigorifero, magari avrò un auditorio maggiore. Vero, Nicola?Il fatto è che questa poesia mi pare non abbia nulla di nuovo, per questo ho messo la poesia di mia nonna, che la cantana spassionatamente mentre faceva le pulizie a casa, perché se quel testo colpisce, potrebbe colpire qualsiasi testo di quasiasi nonna. Credo che sia stata di più la storiadi shibata a destare sorprese, un po’ come per la Merini, ma mi chiedo se sia la vita che debba essere presa in causa e non ciò che si scrive. Perché se no io poteri essere una star letteraria XD.

  6. Valerio Gaio Pedini

    io la lessi per curiosità, come spesso mi capita di fare: poi onestamente ho letto di tutto e sono ipercritico su tutto, anche su di me. Questo non significa che ciò che traccio criticamente a volte viene a meno in ciò che scrivo artisticamente. Calvino era ben poco in linea con se stesso, ma fece un lavoro encomiabile. A volte il critico descrive ciò che vorrebbe essere, ma ciò che non può essere. Così come il filosofo.

    • A me sembra più un “sussurro” spontaneo, semplice ma sincero, che piace perché sentimentale e tocca le corde del cuore delle persone candidę e semplici. In altre parole la nonnina fa tenerezza. .Ma come navigato traduttore, mi permetto di chiedermi: la traduzione italiana non impoverisce (forse ulteriormente) il testo originale? Quest’ultimo non produce un effetto diverso nel lettore giapponese? Spesso è più difficile ricreare e interpretare testi semplici, e apparentemente facili, piuttosto che testi impegnativi e oscuri. Il rischio che si corre è proprio quello di essere banali. Inoltre mi chiedo: il traduttore conosce il giapponese e ha tradotto direttamente da questa lingua, o da un’altra lingua? Anche questo è importante, ai fini di una traduzione fedele e congeniale.

  7. Valerio Gaio Pedini

    il risultato mi sembra pessimo, Paolo. Per me l’arte deve essere oggettiva. Questo è un intarsi più che di spontaneità, che va bene per uno che voglia fare poesia da cassetto, ma per una che vende 6 milioni di copie, forse un po’ di costruzione ci vuole.

    • Peccato che io non conosca il giapponese tanto da poter verificare la traduzione, ma qualcosa mi dice che il testo originale non sia poi così banale come risulta nell’italiano…ho in mente ad esempio delle possibili metaforę ridotte a semplici descrizioni…ed altre cose ancora non valorizzate nella traduzione, come ad esempio sinonimi malamente scelti ecc.

  8. Valerio Gaio Pedini

    può essere, ma un linguaggio banele, a volte permane tale. Non mi pare che sia una poetesa giapponese, mi pare che sia una nullità mondiale…come lamarque, che anche se la traduci, magari il testo cambierà, ma alla fine rimane una banalità comunque.

  9. Giuseppe Panetta

    Premetto che non è questa la poesia che mi interessa.
    Dico pure che forse è più la poesia di nonna di Pedini che potrebbe interessarmi. Ma tra una esaltazione del “lui” della nonna di Pedini, “lui scienziato, lui forte, lui risolutore di problemi, lui guaritore”, e una LEI come può essere stata la Shibata, vecchia donna in un Giappone maschilista, dove le donne al passare dell’uomo “devono”, ancora oggi, appiattirsi sulla parete del muro, servire il tè, essere silenziose e invisibili, per poi, in vecchiaia, morire sole e abbandonate, allora trovo senso, significato e significante.
    Giusto ieri sera ho visto un documentario sulla vecchiaia in Giappone. Vera emergenza sociale. Vecchi soli e abbandonati in loculi da far paura.
    Anche questo è un documento, no? al di là dell’operazione marketing del mondo dell’editoria che usa il buonismo, il compassionevole, l’emozionante per far cassa.

    Sinceramente dico: riuscissi io a far cassa!!!

    E ha ragione Statuti nel dire che è più difficile creare, ricreare o interpretare testi semplici.

    • Valerio Gaio Pedini

      caro, Giuseppe, probabilmente i disagi avuti dalla giapponese sono similari a quelli di mia nonna, mentre mio nonno le tirava i piatti addosso. Ho visto le voto di Tohyo, e mi pare ora tutt’altro che disagiata. Dai suoi testi autobiografici, si evince altro. Probabilmente perché la storai di Shibata è diversa da quella di altre, o forse non più di tanto. La poesia di mia nonna venne fatta arbitrariamente per i suoi motivi di salute e per la sua ipocondria: aveva l’epatite, era diabetica, ed è morta per una trombosi alla porta, a 60 anni, dopo una vita tutt’altro che facile, con mio nonno (che posso dire era già una persona evoluta). Ma probabilmente se la mia nonna materna avesse scritto poesie, avrebbe fatto di meglio. L’universo di shibata è un universo in cui ha visto tutti morire prima di lei, anche il figlio…ed è anche logico, dato che è morta ultracentenaria. Molto più intima e contemporanea, che non realmente impegnata in faccende umane. questo dolore l’avrei voluto vedere con toni di dolore, non con toni di finta speranza. Mia madre è stata in ospedale per quattro mesi, dopo due ischemie, a 40 anni,non le ho mai sentito dire che il cielo visto dall’ospedale è bello: perché il cielo visto da niguarda fa un po’…passatemi il termine, schifo. Ora non casso la storia di Tohyo, che può essere anche la storia di una centenaria sarda o siciliana, casso il suo modo di rendere questa e la promozione insignificante della sua opera, che anche dalla critica giapponese è stata accolta come profondissima…mentre io noto un’attinenza alla superficialità. Così rispondo anche a Giuseppina, semplicità è una cosa: buonismo nei confronti di gente che si è vista spazzare via tutto è un’altra: se mi dici, non ti preoccupare, tutto si aggiusterà, io ti rispondo: potevi evitare di dirmelo, dato che non sarai tu ad operare per farlo, ma io con le mie mani. Al di là di questo non mi preoccupo, anche il commento di giogio a Lamarque du accolto come una bestemmia. Mi fa bene sperare. XD

  10. Giuseppina Di Leo

    C’è una grande dignità in questi versi, anche nei confronti della morte, ma non vi trovo ‘retorica’, ammesso che la semplicità, appunto, possa essere fraintesa o non intesa: Pedini, fai tu.

  11. Valerio, penso che dissacrare la poesia tradizionale usando un linguaggio “stravagante”, qual è a mio avviso il “criticese”, non sia poi un’impresa particolarmente difficile. Il grande poeta polacco Władysław Broniewski (v. nel mio blog), ha scritto queste parole: “Non so cos’è la poesia, non so perché c’è e a che serve…So che a volte chi legge dei versi piange.” Ora tu anziché piangere, puoi anche ridere,perché in fondo ciò dipende dalla sensibilità di ogni lettore di poesia.

  12. Valerio Gaio Pedini

    questa non è poesia tradizionale, paolo!

  13. Valerio Gaio Pedini

    no, non rido, perché mi suscitano orrore, non per lei ma per quelle paroline ridicole. Proprio perché scrive cose ridicole, mi preoccupo seriamente.

  14. Valerio Gaio Pedini

    allora dato che è facile, fatelo! io guarda: ti scrivo subito una poesia piccola piccola: vidi una formica agonizzante/ gridai, salvati! Salvati/ma non si salvò. ora voglio ben vedere se questi tre versi inutili sono ben accolti come quelli di questa nonna! Io do immagini e do suoni, piacciono son contento, non piacciono, lo sono ancora di più, dato che oramai piace di più lamarque che achmatova. E non preoccupatevi, si bestemmio: lo disse anche linguaglossa: poesia è bestemmia.

  15. antonio sagredo

    Che la POESIA sia una bestemmia non è cosa nuova : la POIESIS è peggio, per fortuna! I Poeti latini erano degli arrabbiati e bestemmiavano.
    La distinzione è netta: ho detto e dirò in un manifesto chi è dentro e chi è fuori: è tempo di cambiare rotta (io ho avuto sempre una mia rotta: chi vuole mi segua!, la strage dei mediocri che vince i premi: la mafiopoesia! Bisogna stilare un lista. Sono su una riva opposta: chi mi segue, chi varcherà il Rubicone?
    La Poesia del potere e il potere della Poesia sono prerogative del Poeta! Il Poeta deve rispondere solo alla Poesia, e questa al Poeta.
    Non sono d’accordo con chi esalta la poesia mediocre soltanto perchè è testimonianza di questo tempo e allora bisogna accettarla e promuoverla! Non posso esserlo. e se dovessi esserlo non sarei più io, cioè non sarei quel Poeta che mi dicono che io sia. Ma non avevo bisogno di conferme. la conferma ero io stesso.

    a. s.

    • Valerio, lasciando da parte la nonnina giapponese che fa infuriare non solo te, vorrei spiegare che per poesia tradizionale, che tu in gran parte dissacri (o forse mi sbaglio?), intendo la bella poesia polacca e russa e di lingua inglese che traduco con passione e senso del dovere, nonché i poeti di casa nostra tipo Saba, Pavese, Ungaretti, Cardarelli, ecc., Prendendo due piccioni con una fava, dirò ad Antonio che sono d’accordo con lui per quanto riguarda i mediocri che vanno emarginati, ma penso che il poeta debba scrivere non solo per se stesso o una piccola élite, ma abbia una missione sociale da svolgere, come ad esempio il grande Pushkin, quindi la massa intelligente e sensibile deve sentire, capire e gustare,ciò che scrive, senza arrivare con questo alla disarmante e preoccupante semplicità della Toyo.

      • Ambra Simeone

        caro Paolo sono d’accordo con te, quando dici che “il poeta debba scrivere non solo per se stesso o una piccola èlite ma abbia una missione sociale”. mi sono sentita dire più spesso dai poeti che loro scrivono, ma non per un pubblico (gli ho chiesto per chi allora? incomprensibile la risposta), mentre i lettori (i più disparati) aspettano solamente qualcosa di interessante da “capire e gustare”!

      • Valerio Gaio Pedini

        ti ho mai detto che Pavese and othes li mal considero? no, ti dico che non possono più essere in linea con l’idea di poesia che mi sono fatta in questi anni. E poi Ungaretti è tutt’altro che capibile e semplice. Se un ragazzo che non ha stuadiato la biografia di Ungaretti si ritrova dianzi a m’illumino/d’immenso: si chiede non solo cosa significhi, ma anche perché per anni questo modo di scrivere è stato egemone. Pavese non era un poeta, era un narratore che faceva poesia, come io sono un teatrante che scrive versi. Preferisco Pavese di Ungaretti, anche se mi hanno dato tutti molto. E ti dissi anche come considero le mie parole. Piacere e scrivere non sono la stessa cosa. Mi può piacere il modo di scrivere degli autori che presenti, ma questo non significa che debba rientrare nella mia concezione, significa che mi piace. Anche il gruppo dei poeti arrabbiati spesso e volentieri l’ho giudicato con toni aspri, ed io ne faccio parte, anzi sono stato uno dei primi membri. Onestamente poi ci sono molti tipi di pubblico, non ce n’è uno generale. C’è il pubblico di Cardarelli come c’è il pubblico di Ginsberg, ed ovviamente spesso non sono lo stesso pubblico. Si ha sempre l’attinenza col ricevente, ma è ovvio che il ricevente non possa essere il tutto, ma solo una parte, micro o macroscopica, ma comunque una parte. E sono ben d’accordo con te con la funzione sociale dell’arte. IO ho sempre parlato di un’arte attiva e onestamente queste poesie sono passive. Magari perché il concetto di arte attiva si trasla a seconda della società d’appartenenza. Io posso risultare passivo e attivo, ma risulto io. quindi sono anche d’accordo con Antonio.

    • Ambra Simeone

      caro Antonio, aver capito che alcuna poesia è testimonianza del proprio tempo non vuol dire che bisogna promuoverla, e non perché non possa sembrare bella a qualcuno, ma semplicemente perché la poesia non si dovrebbe promuovere, ma assaporare, lasciamo a ognuno la scelta, secondo i propri gusti, di cosa gustare! non c’è bisogno di seguire nessuno! 🙂

  16. antonio sagredo

    Ma io ho scritto anche versi specificatamente civili, da quando avevo poco più di 20 anni: ma erano puri esercizi; che poi erano messi da parte è stata una mia scelta. Già quasi tutte le poesie posteriori univano alla denuncia civile anche l’aspetto estetico, e ancora adesso i miei versi non sono che una denuncia continua… il fatto è che pochi approfondiscono – non è mia colpa! – che tutto quello che so viene messo in luce – per alcuni oscura, ed è colpa loro! – dalla poiesis e dalla poesia, e mi risparmio di fare i saggi critici: già ogni mio verso è un saggio. Forse una autobiografia, un domani…

  17. Valerio Gaio Pedini

    che poi, detto da amico, gran parte della poesia di antonio, deve essere valutata in abito una domanda che cè sempre, cosa sarà il poeta? cosa la poesia? a che porterà il tempo? e qui vi è una sorta di fagia , in cui alla fine la salvezza che compare è se stesso. Tante poesie trattano di questo.
    Questa è una chiave di lettura.

    • Valerio, se uno capisce l’Infinito di Leopardi, capisce anche “m’illumino d’immenso”. A me sembra che tu sia un troppo teorico…in teoria tutto o quasi è possibile, in pratica è un altro paio di maniche.

  18. Valerio Gaio Pedini

    se uno capisce l’infinito di leopardi, capisce anche sagredo. Ma per capire Ungaretti, Sagredo o Leopardi, devi comunque essere in paramentri poetici. Se mai hai letto poesia, leggendo Ungaretti, che parla solo ed esclusivamente del suo intimo, beh, allora la poetica è persa. L’ermetismoè stato la morte della poesia…e mi pare che ora tutto sia molto più chiaro. La mia ttinenza è pratica quanto teorica. Se no i miei testi non comparirebbero su questo blog e giorgio mi liquiderebbe. Ma fa niente. Forse tu, amico Paolo, sei troppo poco teorico, e questa è una condanna. Perché la poesia senza teoria, non è poesia! è un rigurgitino che anche i bambini fanno, quando gli dai la sberletta sulla schiena. Quindi facciamola finita con questi discorsini, che con la poesia non hanno niente a che fare!

  19. Valerio Gaio Pedini

    l’ho già detto: questo tempo è della mia generazione, la vostra generazione ha descritto il vostro di tempo. Non vi basta mai?! onestamente più mi parlate e mi dite che siete aperti e più mi rendo conto che non lo siete!

  20. Valerio Gaio Pedini

    ora sentiamo Ambra: questi poeti giganti citati da statuti ti paiono ora ancora dei poeti giaganti o è più consono dire che hanno fatto il loro tempo e sia necessario un cambio di rotta?

    • Ambra Simeone

      caro Valerio, il cambio di rotta ci deve essere ce n’è stato uno in ogni epoca storica/letteraria, non vedo perché in questa non debba esserci e non vedo perché me lo chiedi, penso sia chiaro a tutti!

      Detto questo, ogni cambiamento è in relazione a quanto è già avvenuto in precedenza, che poi lo si prenda in considerazione o meno è una scelta personale. Ci sono stati autori che hanno cambiato tutto pur ignorando ciò che li aveva preceduti, altri invece che lo hanno fatto sapendo benissimo a cosa e a chi giravano le spalle! 🙂

      • Valerio Gaio Pedini

        lo sai bene che sono uno studioso accanito della poetica passata. E mi pare che nei mie testi compaiano dissacrazioni, proprio perché ho assorbito quello che il passato mi può dare e l’ho ribaltato volantariamente.

  21. Valerio Gaio Pedini

    qui passo e chiudo. Onestamente tutta questo dibattito, nato da un commento fatto ad una poetessa da nulla mi suscita un po’ di orrore!

  22. Mah, cari Antonio e Valerio, non dico che sia stata una perdita di tempo, perché ci siamo chiariti ulteriormente le idee, anche se è servito poco agli effetti pratici, in quanto ciascuno è rimasto della sua idea. Cosa dire per concludere? Hai ragione il mio tempo è finito, ma entrerò nella tomba sereno e felice di aver letto tanta poesia del mio tempo, entrerò nella tomba coi miei gusti, che stranamente molti ancora condividono. Che dirti? Largo ai giovani “rottamatori”, vi auguro di riuscire a costruire una nuova dimora per la nuova poesia che predicate e di abitarvi con profitto, senza spremervi troppo le meningi.

    • Valerio Gaio Pedini

      se non mi spremessi, le meningi, i miei commenti e le mie poesie non sarebbero qui! studio 40 libri al mese, 240 all’anno, e qui mi viene a dire che la mia genrazione non si spreme?! quando sono qui con la testa che mi scoppia, rischiando di divenire presto un fenomeno da manicomio. sono stufo, arcistufo di farmi dare dello scansafatiche. quando nessuno sa niente di me e continua a riecheggiare tempi morti. ma capiate che non ci sono fiori, ma fiori di plastica. non c’è più mare, ma petrolio! questo è il tempo e questo deve essere contrastato, con la belligenranza, non con la purezza!

    • Anch’io entrerò nella mia tomba serena e soddisfatta perché ho letto tanto di ciò che mi piaceva e che veniva apprezzato ai miei tempi, dai poemi di Omero ai Poeti che i giovano vorrebbero “rottamare”. La buona poesia (Poesia) non ha tempo, perché non è un abito alla moda che la stagione successiva non si usa più.
      Giorgina BG.

      • Valerio Gaio Pedini

        i poeti del novecento hanno rottamato tutto il senso poetico preca continuare a scrivere,facendo novecentomila avanguardie che poi abbiamo visto dove sono finite. io rottamo questo novecento falsario, in cui in realtà c’è stato più coma che altro. sono profondamente antico e centurione. Ma continuare a scrivere come scriveva ungaretti o saba o luzi, ora, equivale a fare della copisteria l’asso nella manica dell’arte, cosa che anche il nostro Linguaglossa considera mediocrità! Io parlo di adesso, non della loro importanza prima. ma bisogna essere consapevoli che uno che mi scrive in maniera ermetica ora, beh, dice meno di una nocciolina in mezzo a delle uvette.

        • Non hai capito ciò che ho scritto. Non vale la pena di perdere altro tempo. GBG

          • Valerio Gaio Pedini

            qui quello che ha perso tempo mettendo una critica su una poetessa più banale delle poesie dei baci perugina, vedendola difendere a spada tratta, come un idolo di non so che cosa, leggendo commenti poco pertinenti a ciò che ho scritto, setacciando blo e autori che non c’entravano niente, beh sono stato io. E forse ha perso tempo anche Giorgio, dicendomi che questa analisi era ben fatta e mostrava la banalità di questi versi. E mi ritrovo a leggere che questa poetessa è nuova. Bah,io vedo dei pensierucci da gabinetto e nulla più. Ma forse pretendo troppo da me stesso e dagli altri, come dice Paolo. Dovrei iniziare ad accontentarmi del niente. E sull’anzinità di questa persona, bhe nulla da dire, ho utilizzato un tono più che ironico.

  23. Valerio Gaio Pedini

    e questo commento non era su me né su antonio, né su ungareti, né su i tuoi poeti polacchi, né su cardarelli e via dicendo. Era su questa nonnetta e su questa nonnetta bisognava parlare. Invece si sono sviscerati, come al solito, argomenti fittizi, che con la critica che ho scritta per 5 ore, facendomi venire l’emicrania, non c’entravano niente! siate pertinenti a ciò che scrivo, per cortesia. non ai miei ideali critici. ma ditemi cosa c’è in questa nonna, a parte il fatto che sia stata così longeva come una tartaruga, che colpisce? spiegatemelo ed io controbbatterò. Gli altri temi, come ieri, paolo, ce li diciamo in privato e non roviniamo una mia critica, per favore!

  24. Giuseppina Di Leo

    Innanzitutto, Valerio, nessuno rovina la tua critica, ci sono semplicemente pareri, come il mio, che sono su una linea diversa dalla tua. Tutto qui. Mi sembra giusto controbattere. Se posso, una critica più critica te la faccio, e questa sul tuo insistere sull’età dell’autrice, cosa che non trovo pertinente con la “critica”, quando invece si dovrebbe (deve!) sempre partire e sempre restare sui testi proposti. E questo lo dice una non-critica, alias una lettrice quale io sono.
    Detto questo, cercherò di essere meno cri[p]tica sulla mia opinione ‘contraria’ del mio precedente commento, in merito alla poesia di Shibata Toyo, e lo faccio portando una riflessione proprio su quella semplicità disarmante di cui parlavo troviamo in questi versi.
    Riflettevo cioè sul fatto che le poesie della poetessa giapponese non hanno nulla di ciò che siamo ormai abituati a considerare poesia. Eppure,
    proprio per quella loro apparente mancanza di tutto, io ne sono rimasta colpita. Perché, mi sono detta: come si fa a dire che il cielo è sereno,
    stando in un letto di ospedale? o che sembra felice nel non poter adempiere alle proprie basilari necessità quotidiane, se non facendo ricorso alla sua badante?
    Tutto e il contrario di tutto si dice. La poesia è finzione, lo ha confermato anche Linguaglossa in un altro post recente.
    E allora, come non farsi venire il sospetto che quell’aria mite sia la tempesta che si sta attraversando? Sperimentare il dolore non vuol dire gridarlo per raggiungere gli altri.
    Questo è il mio pensiero, se vuoi della sera.
    Buone cose, e buona critica.

    giuseppina

    • Valerio Gaio Pedini

      ora, è chiaro che l’età abbia influito chiaramente con la promozione dell’immagine dell’opera. E’ molto critica, come cosa. Secondo, io di tali poesia ne leggo a bizzeffe. Vai dai pseudopoeti dei gruppi online e ne trovi a bizzeffe di tali “poesie”. No, ma non vuol dire esse democratici, e dire a un terremotato, non ti preoccupare, tutto si stemerà! questa a casa mia si chiama retorica. E anche a ca sa di Linguaglossa. Che si è mostrato in accordo con la mia considerazione. O che improvvisamente siamo diventati degli ignoranti dal punto di vista critica, o questa poetessa non è poetessa e scrive pensieri che scriveva mia nonna, mia zia, mia mamma e tutte le persone sui loro diari. Ma 2 milioni di copie vendute, beh, forse, sono ben troppe. Non è la tohyo che mi preoccupa, è la commercializzazione del prodotto e la critica che lo esalta, come è stato in Italia per Lamarque, per Faletti e via dicendo.

      • Su questo ultimo punto do ragione a Valerio. Mi sembra il tipico “lancio” a scopi commerciali, a prescindere dal valore intrinseco della Toyo. Ci sono milioni di Toyo nel mondo, inclusa casa nostra, ma restano sconosciute. Qui invece gioca un ruolo decisivo: l’esoticità, l’età, la simpatia, l’onda del successo e, perché no, la semplicità e la chiarezza di cui parla Giuseppina, ammesso e non concesso che si possa chiamare vera Poesia. Del resto i lettori che chiedono qualcosa di più alla poesia sono una minoranza, rispetto ai due milioni che si contentano di meno, o di molto meno.

  25. Valerio Gaio Pedini

    evviva!

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