POESIE SCELTE di Valerio Magrelli da “Il sangue amaro” (Einaudi, 2014) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

Commento di Giorgio Linguaglossa

La didascalia dell’editore recita: «A otto anni dall’uscita di Disturbi del sistema binario, la nuova raccolta di Valerio Magrelli si presenta estremamente articolata rispetto alla precedente. Diviso in dodici sezioni e in due metà di 55 poesie ciascuna, Il sangue amaro affronta un ampio ventaglio di argomenti. Si va da poesie su artisti, poeti o amici, a una sorta di iper-testo sul tema della lettura, dalla ripresa dell’antico genere dei calendari, al poemetto «etologico» La lezione del fiume. A ciò si aggiungono versi civili (Cave! e Il Policida), che si alternano ora a parti piú lievi (Piccole donne e Paesaggi laziali) ora a un’approfondita riflessione intorno al rumore, alla musica, all’acustica (Otobiografia). Un caso a sé è costituito dalla forte presenza religiosa che si ritrova, sia pure in una prospettiva critica, nelle composizioni dedicate all’immagine del Natale o al dibattito sull’eutanasia. Il cuore del libro, però, va individuato nel capitolo ispirato al motto paolino, e poi kierkegaardiano, di «Timore e tremore». È questa infatti l’impronta di una scrittura segnata da quella «età dell’ansia» che, sebbene covi ormai da lungo tempo, non è evidentemente ancora giunta alla sua piena maturazione».

valerio magrelli con la libreria della sua abitazione a Roma

valerio magrelli con la libreria della sua abitazione a Roma

 Dopo la lettura di questa precisa e sapiente notazione critica dell’ufficio stampa di Einaudi, non c’è dubbio che Valerio Magrelli è colui che meglio di tutti ha saputo intercettare, dal primo libro Ora serrata retinae del 1980, quella inquietudine mediatico-mediale che ci ha accompagnato dall’età craxiana alla fine della seconda repubblica ad oggi dove non sappiamo più dove siamo, in particolare in questi ultimi vent’anni di stagnazione e di recessione economica. Forse nessun punto di vista era così privilegiato quanto Roma, la capitale, cinica e sorniona, di uno stato in dissolvimento lento ma progressivo. L’«età dell’ansia» di Magrelli è l’ansia privata, anzi privatissima del cittadino medio che si preoccupa degli affari propri: le bollette dell’ICI, dell’aliquota dell’IRPEF, del canone TV, delle multe, de «l’anagrafe telematica» e di tutti gli altri rompicapo del nostro essere cittadini italiani (s’intende, problemi propri a tutti noi). In questo senso ritengo Magrelli il poeta che meglio degli altri ha saputo intercettare le paure, le idiosincrasie e le ansie della nostra storia recente, il poeta più esportabile e più impermeabile, il poeta spugna che assorbe i virus che alitano nell’atmosfera e li converte in «poesia» con un linguaggio intellettualizzato al punto giusto di cottura per piacere alla generalità del ceto medio. E se la longevità ha un qualche significato, allora bisogna ammettere che Magrelli è il poeta più longevo e rappresentativo, nel bene e nel male (più nel male che nel bene), del nostro tempo, scrive le poesie che Jep Gambardella de “La grande bellezza” scriverebbe se non avesse rinunciato a scrivere. Un esempio?, ecco una poesia sulla paura che qualcuno possa portargli via la «casa»:

«Non siamo a casa neanche a casa nostra, / anche la nostra casa è casa d’altri, / la casa di qualcuno arrivato da prima / che adesso ci caccia. / Vengono a sciami / si riprendono casa, / la loro casa, /da cui ci scuotono via, / punendoci per la nostra presunzione: /essere stati tanto fiduciosi /da credere che il mondo si potesse abitare».

(Giorgio Linguaglossa)

valerio magrelli Il sangue amaro

Natale, credo, scada il bollino blu
del motorino, il canone URAR TV,
poi l’ICI e in piú il secondo
acconto IRPEF – o era INRI?
La password, il codice utente, PIN e PUK
sono le nostre dolcissime metastasi.
Ciò è bene, perché io amo i contributi,
l’anestesia, l’anagrafe telematica,
ma sento che qualcosa è andato perso
e insieme che il dolore mi è rimasto
mentre mi prende acuta nostalgia
per una forma di vita estinta: la mia

*

C’è chi fa il pane.
Io faccio Sangue Amaro.
C’è chi fa profilati d’alluminio.
Io faccio Sangue Amaro.
C’è chi fa progetti per lo sviluppo aziendale.
Io faccio Sangue Amaro.
Io mi faccio il Sangue Amaro.
È una specialità della casa, sin dal lontano 1957.

*

Mi lavo i denti in bagno.
Ho un bagno.
Ho i denti.
Ho una figlia che canta
di là dalla parete.
Ho una figlia che ha voglia di cantare
e canta.
Può bastare.

*

Ingegnoso, mio figlio si chiude nella doccia
incolla un foglio al vetro, dall’esterno,
e per un’ora, immerso nel vapore,
impara a memoria Ugolino.

Scendono l’acqua e i versi, lui sussurra,
mi costa una fortuna, ma alla fine
esce lavato, profumato, pieno
zeppo di endecasillabi.

*

Se tutto dovesse andar bene,
ma veramente bene, senza incidenti o crolli,
infine arriverà la tremarella.
Vedo amici più anziani che vibrano,
il mento scosso, le mani inarrestabili.
Parliamo allora di questo movimento,
un vento che soffia da dentro
per scuotere le foglie delle dita
e non si ferma più.

*

È questo stormire neurologico
di fronde che dunque mi attende
se tutto, proprio tutto, dovesse andar bene.
E mi tramuterò in una betulla
o in un cipresso sul bordo del fiume,
con quel tremolare di luci
alzate dalla brezza.
Mi farò soffio, mi farò soffiare,
panno lasciato al sole ad asciugare.

valerio magrelli 4

 

 

 

 

 

 

 

 

Pagliarani sul Niagara

Parlavi dei bambini,
dicevi della loro furia molecolare,
davanti alla cascata,
anzi, dietro il suo velo,
dentro un cunicolo scavato nella roccia
per sbucare sul retro delle acque.
Al buio, fra la guazza,
con quel film bianco che scorreva in fondo
velando il mondo,
come ficcati dentro un ombelico,
parlavi della nascita,
descrivevi la nascita,
affidavi alla nascita
la parola segreta di ogni storia:
CONTINUA.

 

Giugno (1957-2007)

I Am A Strange Loop.
Douglas Hofstadter

Cinquanta volte giugno,
e sarei io, l’anello?
L’anello è lui, questo tempo elicoidale
che torna su se stesso
sempre uguale e uguale mai,
mio giugno, anello solstiziale
di sangue, di nozze, di addio,
eterna vigilia di quella vacanza
che infine giungerà pura
nudissima luce definitiva,
mio sabato dell’anno, rompendo
finalmente l’anello sisifale.

 

Dicembre
Minimo omaggio a John Donne

Dicembre, il lavandino si è svuotato:
tutta la luce se ne è andata via,
finché il mese sfinito, prosciugato,
giunge al cospetto di Santa Lucia.
Nel tenebrore della siccità
le mattinate sgocciolano notte,
e col solstizio dell’oscurità
l’intero anno si contrae per otte-
nere che lentamente, esile, torni
il moribondo flusso di corrente
ed un nuovo splendore inondi i giorni.
Solo cosí rinasce quel potente
getto di sole che rimette in moto
ruota, ciclo, marea, nascita, photos.

valerio magrelli

valerio magrelli

 

 

 

 

 

 

 

L’età della tagliola
Su una fotografia di Milena Barberis

Per prima cosa ho visto tre ragazze,
dopo ho intuito che era una soltanto
moltiplicata.
Finché ho capito che ogni ragazza
ne contiene altre due,
fiore con tre corolle, equazione a tre incognite.
Avere quell’età, significa sostare innanzi a un bivio:
da un lato sta il passato appena prossimo,
dall’altro un futuro duale – scelta,
biforcazione, sesso, forbice.
Chi cresce, chi adolesce, si divide
e per andare avanti deve amputarsi
come fa la volpe, che stacca la sua zampa
presa nella tagliola.

Suites inglesi

A Roland Barthes, maestro di solfeggio
Ero andato a incontrarlo da studente
per una tesi, e invece chiacchierammo
solo degli spartiti che portavo con me.
Suonava al piano Bach e la corrente
di quel «ruscello» lo sospinse via
fra mulinelli e anse.
A che serve suonare?
Un’obbedienza cieca,
un’arte marziale: l’ascesi,
e in fondo il suono che si leva uguale,
il Sempre-uguale,
nell’ostinata speranza,
se non di un lenimento,
di un mite risarcimento musicale.

valerio magrelli

valerio magrelli

 

 

 

 

 

 

Tombeau de Totò

Totò diventa cieco, da vecchio.
Tutto quell’agitarsi disossato
per finire nel buio.
Un muoversi a tentoni,
un zigzag nelle tenebre.
Ma è vero anche il contrario:
Totò diventa vecchio, da cieco.
Me lo ricordo ancora, sotto casa,
che traversa la strada a un funerale,
tra due ali di folla impazzita.
E lui stava al gioco, sconnesso, veniva avanti a scatti,
senza vedere nulla – solo ora capisco!
Cieco, vecchio e meccanico,
ma come caricato dalla molla d’acciaio del dialetto.
Finché, perso lo sguardo, non perde anche la lingua.
Nei suoi ultimi film, non potendo seguire le battute,
viene doppiato. Questa la leggenda:
da cieco che era, adesso è diventato muto
nella pellicola, mentre un’altra voce
sostituisce la sua.
Totofonia blasfema, alle soglie dell’ombra.
Deposta la visione, deposta la parola,
il corpo pinzillacchero discende nella Tomba.

154 commenti

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154 risposte a “POESIE SCELTE di Valerio Magrelli da “Il sangue amaro” (Einaudi, 2014) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. antonio sagredo

    Non trovo affatto nulla di nuovo in questo quotidiano banale di Magrelli. Poi che quasi automatico, io trovai nei versi di alcuni poeti cechi degli anni ’50 e 60; p.e. in Jiri Kolar, dove il quotidiano che si svolge (in centro o in periferia) è scandito da comportamenti immutabili, gesti, parole, frasi fatte ripetute e chi le pronuncia non s’accorge della iterazione ossessiva; certo cambiano i termini: quelli di Magrelli sono quelli degli anni’80 e 90; ma la sostanza non cambia: il quotidiano è forma immutabile, senza soluzione. Dunque Magrelli e i suoi figli e nipoti non fanno che ripetere a loro volta ciò che già si sa, e che sa di stantìo, di muffa domestica – ovunque la stessa che sconforta chi è desideroso di aria pulita, diversa, ma che conforta l’autore stesso e chi come lui ancora ci vive, guazzando quasi allegramente-amaramente, dentro!
    La differenza e la distinzione è che Jiri e Kolar e compagni di strada erano anche artisti di fama: pittori, grafici, inventori di forme con diversi materiali, e che usavano queste arti come contraltare alla loro fastidiosissima quotidianità. Magrelli soggiace a questa e non altra via di uscita ma… certo è un traduttore francesista raffinato, e questo è quanto gli doveva bastare, e non altro.
    Dei suoi versi che testimoniano la mediocrità di una società, e che sono essi stessi mediocri (e non potrebbe essere diversamente) non rimarrà nulla, se non un senso d’asfissia, di grottesco razionale, di miseria e povertà linguistica… lasceranno ai futuri lettori una asetticità indolore e insapore.
    Non c’è vita, sono versi mortali, come lo furono quelli di Raboni e discendenti.

  2. Ivan Pozzoni

    Prescindendo dal con-testo “enaudiano” dell’autore, trovo in Magrelli una chiarezza sconcertante, interessante, lontanissima dall’odiosa figura dell’artista oracolo o dell’artista sciamano o dell’artista non-si-capisce-niente-di-ciò-che-scrive-e-dunque-sarebbe-uguale-se-non-scrivesse-niente. Ho trovato la medesima chiarezza in ogni autore che ho ritenuto molto interessante nella storia: Marziale, Cecco, Villon, Bukowski e De André. Magrelli registra una società mediocre con un linguaggio mediocre, ordinario (non con versi mediocri). Meglio questa operazione artistica che – ciò che è diffusissimo nell’attuale – l’inverso: autori che nascondono il loro vuoto assoluto dietro oscurità, vagueness, endecasillabi, ottonari, sette nani, trimetri anapestici (basilico – basilico – pinoli), con riferimenti coltissimi a Das Cabinet des Dr. Caligari di Hans Heinrich von Twardowski inseriti a caso. Questi versi, chiari, concisi, colpiscono come un pugno in faccia:

    C’è chi fa il pane.
    Io faccio Sangue Amaro.
    C’è chi fa profilati d’alluminio.
    Io faccio Sangue Amaro.
    C’è chi fa progetti per lo sviluppo aziendale.
    Io faccio Sangue Amaro.
    Io mi faccio il Sangue Amaro.
    È una specialità della casa, sin dal lontano 1957.

    Chapeau.

    • ambra simeone

      caro Ivan, che dire purtroppo il termine “chiarezza” è sinonimo di “banalità” per molta critica italiana, invece essere “complicati” vuol dire essere ricercati, acculturati, sperimentali, non banali insomma dei “veri artisti”!

      io anche ho sempre preferito la chiarezza e se da un lato è vero che i versi di Magrelli sono scarni e semplici questo è dovuto al fatto che rappresentano in toto la società italiana; non vedo cosa ci sia di male in questo, chi ci vede il contrario è solo per una strumentalizzazione e interpretazione errata di quelli che vedono nella Poesia, una preghiera, un rito satanico o sacrale e via dicendo… in fondo non credo che neppure Giorgio ci veda nulla di male, la sua è solo un’analisi puntuale!

      • Ivan Pozzoni

        Penso che Giorgio, tra le righe, rimproveri a Magrelli a] d’essersi fermato, stilisticamente, alle origini, senza tentare di “superarsi” e di seguire i recenti canoni della versificazione oltre-Cortina (estero) e b] di introdurre un versificare eccessivamente soggettivo (privato e de-privato). Però, eventualmente, sarà Giorgio a spiegare come vede Magrelli, non io a interpretare come Giorgio interpreti Magrelli. 🙂

    • Secondo questa lode, espressa con “chapeau”, io potrei scrivere, ma solo per assurdo perché seriamente non scriverei nulla si simile.

      “C’è chi fa il castagnaccio.
      Io faccio Occhi neri.
      C’è che fa scarpe tacco dodici.
      Io faccio Occhi neri.
      C’è chi fa un piano di lavoro scolastico.
      Io faccio Occhi neri.
      Io mi faccio gli Occhi neri.”
      §
      Ochi ch‘rnye (Occhi neri): incipit e titolo di una celebre canzone popolare russa.

      Giorgina Busca Gernetti

  3. Ivan Pozzoni

    Chiaramente la bellissima «notazione critica dell’ufficio stampa di Einaudi» rovina irreparabilmente il volume. Però Magrelli ne sarà risarcito da una montagna di vendite, con la distribuzione Feltrinelli (con una tale macchina bellica distributiva riuscirebbero a vendere un libro di Belen ad Umberto Eco).

  4. nazariopardini

    Trovo in questi versi di Magrelli una quotidianità asfissiante, oppressiva e incolore. A volte, partendo dal minimalismo, ci si può elevare all’azzurro con la forza del LINGUAGGIO; con l’urgenza e l’energia sprigionata da un’anima vogliosa di questa sublimazione. Questo manca. Si può fare poesia con ogni argomento e non c’è differenza fra lirismo e impegno, fra esotismo e misticismo, fra sociale e esistenziale, ma è indispensabile che il tutto sia nutrito da immagini. Da realtà covate in seno e uscite a nuova vita macerate dagli acidi del sentire. Che ci sia una simbiotica fusione fra il detto e il meditato. La poesia non si può ridurre ad un crudo elenco di fatti e di gesti quotidiani, come lavarsi i denti, fare la doccia o pagare le bollette di luce e gas. E’ troppo poco…

    Nazario Pardini

    • Ivan Pozzoni

      Carissimo Nazario,
      sotto un certo aspetto non hai torto sulla «quotidianità asfissiante, oppressiva e incolore».

      Però:
      1] Se la «quotidianità» di Magrelli, così diversa dalla «quotidianeità» di un Bellezza (cfr. Galaverni), fosse un mero Gedankenexperiment, simile alla trovata strategica di un Sanguineti che, con Laborintus, mirò a fare implodere l’ermetismo luziano mediante l’uso esasperato di un linguaggio ermetico? Per esempio, questo è il mio obiettivo strategico: fare implodere il mass-medium con un uso esasperato del linguaggio mass-mediatico (mediato dall’ironisme derridaiano). Se il minimalismo esasperato magrelliano fosse da intendere come una critica alla mediocre società moderna impostata su una forma critica (esasperazione del soggettivismo linguistico ordinario) e su contenuti critici (valori), cioè fosse un iper-minimalismo critico?
      2] Dici: «La poesia non si può ridurre ad un crudo elenco di fatti e di gesti quotidiani, come lavarsi i denti, fare la doccia o pagare le bollette di luce e gas». Proprio la autonomia categoriale della «poesia» è tutta da dimostrare, al di fuori del discorso «poetico» o della critica «poetica». La palla passa ad altre discipline: sociologia, antropologia, filosofia (estetica) della c.d. «poesia». Come scrivevo a Marco Onofrio: «[Qualsiasi paradigma] […] non esaurisce modelli “paradigmatici” infiniti di “poesia” (cosa che, provocatoriamente, mi conduce ad affermare, da antropologo, sociologo, deontologo della “poesia” che non esiste “poesia”, essendo noi condannati o a dimostrarne induttivamente l’esistenza, cadendo nel relativismo, o a dimostrarne definitoriamente l’esistenza, cadendo nell’arbitrio tautologico)». Per fondare il concetto di «poesia» o siamo costretti ad agire induttivamente, traendo dai fatti/atti storici i tratti comuni di una categoria ontologia denominata «poesia», e rischiamo di cadere nel relativismo, o siamo costretti ad anticipare l’induzione con una definizione che, logicamente, ha il carattere dell’insuscettibilità a giudizi di verità/falsità (tautologia), e rischiamo di cadere nell’arbitrio. Per criticare davvero il minimalismo, definito magistralmente da Giorgio Linguaglossa come «[…] qualunquismo, nella crisi della cultura ludico-ironica che è finita nel blog di Raitre, nella cultura che è finita nel canzonettismo di massa e nel cabaret di massa […]», dovremmo tutti abbandonare – come è stato fatto dalle avanguardie del Novecento- un «paradigma», mimetico, nato dalla Poetica di Aristotele (cfr. Mimesis di Erich Auerbach) e centrale nell’intera storia della «poesia» e incamminarci verso nuovi «paradigmi», nella stessa accezione epistemoologica di «paradigma» scaturita dal fitto dialogo Kuhn/Lakatos/Feyerabend. Quali?

      • Salvatore Martino

        Mamma mia quanto è complicato contorto il linguaggio di Pozzoni : io devo proseguire nella lettura con vocabolario alla mano, e trattati di estetica,testi di filosofia. Ma non ho più voglia alla mia età di addentrarmi in così improvvido cammino

        • Ivan Pozzoni

          Carissimo Martino, l’approfondimento non è un obbligo, è semplicemente un onere dello studioso. Cordialissimi saluti dr. Ivan Pozzoni

  5. Se potesse essere utile al vostro accertamento dei meriti o demeriti di Magrelli o a complicare la discussione:
    http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/scuola_e_noi/289-una-poesia-di-magrelli-e-l-inizio-dell-anno-scolastico.html

  6. Ricevo alla mia email e la trascrivo il seguente commento di Laura Canciani:

    …caro Giorgio, in un certo senso la poesia di Magrelli in questi 30 anni ha saputo interpretare la storia del Paese dal punto di vista di uno scrittore romano che vive a Roma (città tu dici “sorniona e cinica”), che vive nella Città Eterna e che da essa ha tratto la linfa cinica e sorniona di un egoismo piccolo e borghese, una sorta di uno Jep Gambardella che si è dato alla vita notturna e che della vita diurna non sa che farsene. La sua vita notturna è scrivere poesie chiare e cristalline dove c’è un solo protagonista: se stesso, tutto il resto viene derubricato a ninnoli e festuche senza importanza, che non va preso molto sul serio. Di qui il tono semi serioso e semi ironico che tanto può piacere ad una clientela acculturata nelle scuole disastrate di oggi.
    Magrelli è un poeta oltre che “spugna”, come tu dici, anche un poeta «specchio», specchio del minimalismo ingombrante che ci ha lasciato in eredità il non governo del connubio destra berlusconiana e sinistra dalemiana. Magrelli fa una poesia che è uno specchio perfetto del nostro disastrato Paese, questo è il segreto del suo successo. Ma di qui a dire che è il più autorevole poeta italiano è, oltre che buffo anche una autentica cialtroneria; è il poeta più “esportabile”, è, come tu scrivi, anche il poeta più “impermeabile”, impermeabile ad una diversa estetica e a una diversa etica. La sua poesia è leggibile, chiara, dimostrativa, misurata, ma è anche povera di pensiero, è una poesia terribilmente povera di pensiero, anzi direi che non contiene alcun pensiero affatto che non siano le legittime preoccupazioni delle bollette dell’ILOR e delle aliquote dell’ILOR da versare all’Erario (che poi saremmo tutti noi se non sbaglio). Certo, legittime preoccupazioni di chi ha un reddito fisso garantito e ha raggiunto la stabilità delle proprie finanze. E questo aspetto odiosamente piccolo borghese si riflette in molte sue poesie. Si capisce che il poeta romano è angosciato dai problemi fiscali e dai problemi del figlio che deve imparare a memoria i versi del conte Ugolino. Sono tutti problemi seri per un papà ma non sono problemi seri per la poesia.

    Laura Canciani

  7. almerighi

    Debbo proprio essere io il fantozzino che si alza per urlare “Per me la Corazzata Kotiomkin è una boiata pazzesca?” Questa non è poesia specchio, non è poesia spugna, al massimo è poesia da cassetto.

  8. almerighi

    Provaimo a immaginare a queste poesie, le stesse, composte anziché dall’uomo dai tanti libri da un tale Valerio Gargiulo, travet o bibliotecario sconosciutissimo se non ai pochi amici e parenti. Supponiamo inoltre che il povero Sig. Gargiulo mandi le sue poesie, le stesse, all’Editore Einaudi… pensiamoci per un attimo, forse non fa male.

    • Ivan Pozzoni

      Ben venga – come scriverei senza remore- il Sig. Gargiulo, con rima o senza rima! Di Gargiuli dovrebbero riempirsi le “inutili” antologie italiane (sempre di Gargiuli coscienti di mirare all’obiettivo di un iper-minimalismo critico). La rima con il fantomatico Gargiulo, Flavio caro hai ragione, la farebbe l’ufficio stampa dell’Einaudi (Sig. Gargiulo, la preghiam di fare …), a meno che non esista un direttore marketing, commerciale o editoriale di nome Livio Gargiulo. C’è? In fondo, c’è un Gargiulo in ogni direzione.

  9. antonio sagredo

    il quotidiano…..

    —————————–
    Prova n.° 1

    Non puoi andare oltre il sor/riso di una scrittura,
    il segno che ti dono è il diniego del tuo gesto.
    Non attendere che l’orrore quotidiano sia la tua natura:
    il tempo è malato e fuori del suo delirio – io resto.

    Qui, io m’ignoro… sono estraneo in questa città mortale,
    il mio corpo è inquietato, Catilina singhiozza ad ogni trivio,
    muraglie di occhiuncini sono tumuli di sale, il mirto è secco,
    tutte le strade hanno numeri sinistri, e un supplizio tesse un ragno.

    Se mi confortasse questo secolo d’una trama di memorie
    con cautela potrei imbastire l’azzardo di una gorgiera,
    di ofidici giudizi per assoldare un commiato di miserie
    e stanare dal ricamo dei vangeli un’eretica barriera.

    Dov’è dunque la morte del Trionfo? Quel vuoto scozzese
    mentre nel quadrato andava dietro di noi il feretro cortese.
    La Terra non ha mai conosciuto le predizioni dei poeti
    che dalla maschera al trucco fingono una giostra antica.

    Quando ti tallona una mestizia devastata – criniera
    e zoccoli di marmo tracciano arabeschi levantini –
    un sanguigno necrologio avanza come una frontiera
    se il delirio dei morti barattiamo coi pianti di bambini!

    Ma l’epilogo mi tormenta come una fiumara di tarante,
    la danza isterica scar-nifica il mio cranio… il teschio
    biancolucido rotola… rotola… – urla, ciottolo vagante!
    Gli occhi m’hanno preso per una ragnatela nello specchio!

    antonio sagredo

    Vermicino, 4/5/6/7 febbraio 2007

  10. Sono grato ad Antonio Sagredo di aver postato questa poesia. È un commento indiretto (e implicito) alla poesia di Magrelli; tanto quest’ultima è letteralizzata (cioè vicina al reale così come lo conosciamo), quanto più quella di Sagredo è de-letteralizzata (cioè lontana dal reale così come lo conosciamo). È ovvio che commentare questa poesia è molto più complesso che non commentare una poesia di Magrelli. La figuratività della poesia di Sagredo va per la tangente, scivola veloce come una slitta lontano da tutto ciò che conosciamo e che consideriamo o siamo stati abituati a considerare poesia. La forza di Sagredo ha qui il suo segreto, il suo propellente segreto (omofonia con Sagredo). Qui c’è un «io» che è l’epicentro di un terremoto. Tutta la poesia sagrediana può essere ragguagliata, per analogia, alle scosse telluriche di un terremoto; onde telluriche orizzontali e verticali si incrociano provocando attriti e guasti figurativi che fanno schizzare via l’«io» verso la periferia del cerchio telllurico. L’«io» è dis-sociato, è dis-locato di continuo in un altrove che, a sua volta, provoca una nuova accelerazione del magma compositivo. La poesia di Sagredo esplode e implode al contempo, campi semantici di provenienza opposta e diversa collidono, si incrociano e si scontrano, si annullano e si ricreano dal nulla fino a provocare una nuova collisione esplosione tellurico-semantica. Segna la fine della poesia del Novecento questa di Sagredo, non c’è dubbio. Utilizza e reimpiega con genialità le categorie estetiche del Novecento per farle esplodere.
    Lasciatemi dire che a confronto con la poesia di Magrelli la differenza di livello estetico risalta immediata e senza condizioni.

    sono estraneo in questa città mortale,
    il mio corpo è inquietato, Catilina singhiozza ad ogni trivio

    • Ivan Pozzoni

      «È ovvio che commentare questa poesia è molto più complesso che non commentare una poesia di Magrelli». Boh: commentare Magrelli non lascia molto spazio all’invenzione interpretativa del critico, come in ogni caso di iper-minimalismo. Laddove, invece, vi è una esasperata vagueness a dominare, aumenta all’infinito la ridda delle interpretazioni critiche confezionabili. Per ogni “interpretazione autentica” dei chiarissimi versi di Magrelli, scrivete a Magrelli: ha un indirizzo email da tutti raggiungibile, risponde a tutti con cortesia e umiltà, lontanissimo dall’arroganza e dal narcisismo dell’oracolo sciamano. La domanda da fare: sei un mero minimalista, come il «longobardo» o un iper-minimalista critico? Per tutto il resto del commento: non esagererei. 🙂

    • Ambra Simeone

      Vorrei conoscere un poeta che non sia un borghese! Chi ha tempo e voglia di scrivere è sempre un borghese, altrimenti sarebbe impegnato a fare altro. Non scrivi se non ti reputi o sei borghese. Lo sono anche i finti poeti borghesi impegnati in poesia pseudo punk pulp Bukowskiana! 🙂 Siamo tutti molto disimpegnati per parlare e scrivere poesia! E ognuno parla dei fatti suoi nelle poesie altrimenti si scadrebbe nel moralistico, è interessante invece parlare anche del proprio orto se questo dimostra che l’orto è cambiato!

    • marconofrio1971

      In effetti la poesia di Magrelli è magra, anzi “magrella” 🙂 però, malgrado tutto, non mi sembra povera o banale. Nasce da una scarnificazione accecante dell’esperienza, ricondotta alla sua ineludibile essenza, alla sua umiltà. Magrelli parla della vita (la lascia emergere de-cantata) da un “cul de sac” dove tutto appare con chiarezza spaventosa, già oltre ogni orpello opacizzante. Come uno che si esprime in un framezzo umbratile, sospeso tra la vita e la morte. E’ una ricerca poetica che “rumina” la sintassi oscura dell’esistenza, distillandola in una superficie che contiene e nasconde la profondità. Come uno specchio d’acqua lucido dove giungono le onde del male di vivere: senza per questo risolvere il loro interno conflitto di angoscia. Magrelli è un poeta che non disdegna il “lavoro sporco” che le parole giocano con la realtà; se fosse un calciatore lo vedrei nelle vesti di centrocampista di quantità, di quelli che rubano palloni e avviano l’azione di contrattacco.

      • Ivan Pozzoni

        Caro Marco, concordo con la tua visione: Magrelli come centrocampista di “rottura”, fautore di un iper-minimalismo critico. Bellissima, e di grande impatto, la tua metafora calcistica. Poi, nessuno osa affermare che Magrelli sia il maggiore autore contemporaneo: semplicemente, considero opportuno affermare che tra Magrelli e il “vuoto di pensiero” ci sia una differenza importante.

      • Gentilissimi Marco Onofrio e Ivan Pozzoni,
        mi permetto di scrivere a entrambi insieme perché l’uno ha proposta e l’altro ha approvata la metafora del calciatore “centrocampista di quantità”.
        M’intendo poco di calcio, ma un pochino sì. Un centrocampista di qualità, oltre che di quantità, è Andrea Pirlo, detto l’ingegnere (ben a diritto). E’ lui che “architetta” moltissime azioni di giuoco con il metodo indicato da Marco Onofrio.
        Non riesco proprio a vedere nella poesia di Magrelli un “lavorio” di controllo della situazione, di “furto” della palla altrui e di passaggio della stessa al compagno in buona posizione per centrare la porta dell’avversario.
        Prego, mi servirebbe una lezione di calcio perché io possa comprendere la metafora e, di conseguenza, apprezzare la poesia di Magrelli.
        Grazie!
        Giorgina Busca Gernetti.

        • Ivan Pozzoni

          Gentile Professoressa, in merito alla metafora, Andrea Pirlo è un costruttore, non un centrocampista di “rottura”. Più che recuperare palloni, l’intera squadra lo serve, considerandolo un riferimento, e lui smista sapientemente, creando gioco, aprendo sulle fasce, organizzando la squadra. Pirlo – diciamo- è un Dante del calcio. Magrelli è un Gary Medel, detto Pitbull, centrocampista di rottura della sventurata Inter attuale. Corre, rumina km, morde le caviglie degli avversari, sradica palloni, e serve l’attaccante. Per esempio, una sorta di Gennaro “Ringhio” Gattuso. Pirlo è centrocampista di qualità (recupera i palloni con classe, organizzando il gioco); Gattuso di quantità (recupera le caviglie degli avversari, rompendo i loro ritmi, spezzandone la corsa, fiaccandone l’organizzazione). Non so se Marco è d’accordo con questa mia interpretazione. Cordiali saluti Ivan Pozzoni

          • marconofrio1971

            Sì, caro Ivan. Pensavo giustappunto a Oriali (decantato da Luciano Ligabue in “Una vita da mediano”), vale a dire un poeta che fa il lavoro sporco della partita, che affronta il lato greve delle azioni, che prende le botte in silenzio. Ci sono poeti magniloquenti che fanno i Pirlo, cioè i tenori dell’opera agonistica; Magrelli lo vedo come un basso sulfureo che si riserva la “parte ingrata” della faccenda, e te la dice senza veli, con disperata, candida trasparenza. Ricordiamo che una delle regole auree della scrittura è “less is more”…

            • Ivan Pozzoni

              Ci eravamo compresi al 100%. Da qui, concorderai, a dire che Magrelli sia un Mazzola, un Rivera, o un Riva, ce ne corre. Però anche affermare che sia un Lodetti o un Pancev, ce ne corre. 🙂 Oh: Oriali era Oriali.

          • Gentilissimo Ivan,
            ti ringrazio molto per la chiarissima lezione di calcio. Ora tutto mi è chiaro. Però finisce che continuo ad apprezzare Andrea Pirlo e non ***
            Cordiali saluti
            Giorgina BG

            • Ivan Pozzoni

              Gentilissima Giorgina, da interista, ahimé!, ammetto che sia impossibile non apprezzare Pirlo, grande centrocampista della nazionale. E ammetto anche che sia assolutamente legittimo non apprezzare ***. Cordiali saluti Ivan

  11. Giorgio, ma c’è da dire qualcosa? Da sprecar del tempo a commentare? Quelle ennui…

  12. Giuseppe Panetta

    Minimal-chic, operazione intelligentissima che guarda più alla “cassa” che al cassetto. A Magrelli non frega nulla delle teorie poetiche e del traghettamento della nuova poesia nel nuovo millennio, perché non c’è nulla da traghettare, forse. Un linguaggio minimale e quotidiano, comprensibile da tutti, proprio tutti, e non rivolto alla intellighènzia che egli mette nel sacco. Il lettore medio è interessato a una poesia che parli dei suoi problemi quotidiani, di sentirsi in comunione con i balzelli così come nella gestione della famiglia, dei figli, con un linguaggio medio, scarno, diretto e chiaro. Mentre Dario Bellezza sbandierava il suo quotidiano privato cosciente del fatto che il lettore borghese comprava i suoi libri solo per la morbosa curiosità di conoscere i più nascosti segreti della sua sessualità, eccitandosi segretamente e storcendo il naso in pubblico, Magrelli fa la stessa operazione e con intelligenza ti parla di IMU e di canone RAI, senza nessun intervento morale, registra l’oggi, lo fotografa per quello che realmente è in questo preciso momento storico.
    Sicuramente venderà molto, ha detto bene Ivan. Magrelli punta alla “cassa”.

    • Ivan Pozzoni

      Caro Giuseppe, più che Magrelli, il marketing Einaudi! Perché, esiste ancora un lettore medio? Il lettore medio italiano acquista Fabio Volo, Wilbur Smith, il molto compianto Faletti. Non si interessa certo, e a ragione, di «poesia». Fidati: vendite Fabio Volo, 100.000 copie; vendite Magrelli: 2/3.000 (sparo all’eccesso onde non offendere Valerio). Dove sta la cassa, se non una cassa da morto, di ciò che ci ostiniamo a voler chiamare «poesia»? Diciamoci la verità: di «poesia», al lettore medio italiano, non frega niente di niente. Azzardiamo statistiche: dato che l’italiano medio legge un libro all’anno, tipo i best sellers di Belen o Balottelli, il lettore medio è l’1% di 60.000.000 di individui, cioè una fetta di 600.000 italiani. Dei 600.000 italiani, c’è uno zoccolo duro dell’3% che acquista/legge monografie tecniche (sociologia, antropologia, filosofia) o artistiche: 18.000 individui, in tutto. In fondo, effettivamente, in Italia, chi fruisce di letteratura tecnica, si conosce quasi nominativamente: docenti, intellettuali, scrittori. Siamo quasi tutti in contatto email, con simpatia o antipatia, odio o amore, comunanza o diversità di idee. Siamo tutti sulla stessa barricata: i nostri volumi monografici o i nostri versi vendono 300 copie (o ne regaliamo 300). La nostra unica soddisfazione sta nel trasmettere cultura: il mio volume sui Pre-socratici è citato in nota da un buon numero di monografie di docenti universitari, sta nelle biblioteche universitarie, e, forse, tra cent’anni, sarà scoperto da uno dei 18.000 Immortali (se le medie, in caduta libera, non saranno calate allo 0,5%). Se non sarà mai scoperto, cito l’amico Armando Saveriano, «[…] Scrivere ha soddisfatto la mia vanità, mi ha sorretto in momenti in cui mi rimbombavano nel cervello le parole di Testi per nulla: “dove andrei, se potessi andare, cosa sarei se potessi essere, cosa direi, se avessi una voce…?”; momenti il cui proposito migliore sembrava arrabattarsi a intrecciare un nodo scorsoio. Laddove l’assenza di fede in un Padreterno e in un Aldilà proprio non volevano saperne di arrendersi al compromesso, almeno per il tempo sufficiente a giustificare l’autoinganno, si presentava, impettita, sull’attenti, l’ipotesi di un romanzo, l’idea per un racconto, un lampo di poetica. Quando le carognate del prossimo mi facevano schiumare per l’impossibilità di non diventare quel tanto pazzo da imbracciare un fucile a canne mozze o di impugnare un coltello, ecco la seducente soluzione di una invettiva. Letale come un taglio di rasoio o un proiettile a distanza ravvicinata, e nessuna conseguenza per la contemplazione non a strisce del vecchio cielo irpino […]». Much Ado About Nothing.

  13. Steven Grieco

    Sbaglio, o il suo primo (e forse anche il secondo) libro di versi era nettamente superiore a quello che si legge qui sopra?
    E’ una lettura deludente (raramente ravvivata da qualche scatto, da qualche slancio), e mi dispiace dovermi rendere conto che a questa nave il vento sia mancato nelle vele. Perché questa sconfitta ci riguarda tutti, noi poeti, da vicino, da vicinissimo.
    Visto che volenti o nolenti navighiamo tutti sullo stesso mare della contemporaneità, non è che nessuno di noi possa arrogarsi il diritto di dire: siamo diversi da Magrelli. No. Anche noi vediamo la mediocrità e la nullità del presente, anche noi dobbiamo affrontare questo mare apparentemente uniforme che mille volte ogni giorno ci fa cader le braccia.
    Ma la contemporaneità è solo grigia e noiosa? O non sarà in realtà questo mare anche un inesausto rivelatore di misteri, di profonde sorprese nascoste nelle sue profondissime acque?
    Certo, bisogna poterne intuire la suprema inarrestabile creatività. Ed è proprio questo intuito che il poeta dovrebbe essere il primo ad avere.
    Ecco perché mi dispiaccio.

    • No, Steven, la contemporaneità non è assolutamente grigia e noiosa. Come tutti i momenti di profonda trasformazione, è invece ricchissima, coloratissima e multiforme. Ma dipende sempre da com’è e da cosa sa vedere l’occhio di chi guarda.

      • Ivan Pozzoni

        Cara Francesca,
        1] «Un discepolo si era macchiato di una grave colpa. Tutti gli altri reagirono con durezza condannandolo. Il maestro, invece, taceva e non reagiva. Uno dei discepoli non seppe trattenersi e sbottò: “Non si può far finta di niente dopo quello che è accaduto! Dio ci ha dato gli occhi!” Il maestro, allora, replicò: “Sì, è vero, ma ci ha dato anche le palpebre!”» (apologo indiano).
        2] «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (apologo greco/romano).
        «L’occhio di chi guarda».

  14. Giuseppe Panetta

    Gentile Grieco e gentile Francesca, la contemporaneità è peggio di grigia e noiosa, vive in una ignoranza abissale veicolata solo da slogan mass-mediatici. Ne detengo il polso della situazione con il mio lavoro all’Università dove dovrei insegnare ai futuri insegnanti come insegnare. Venerdì scorso in una delle mie lezioni ho spaziato dalle teorie pedagogiche al cinema, parlando del film su Pasolini del regista Abel Ferrara, al momento in programmazione nelle sale cinematografiche italiane. In un attimo ho letto nelle espressioni dei visi dei miei discenti lo sgomento, il nulla, la mancanza assoluta di punti di riferimento. E uno di essi ha perfino chiesto chi fosse Pasolini. Siccome conosco la mia utenza, che è utenza del mondo di oggi, ho subito deviato il discorso sull’importanza dei mezzi tecnologici nell’apprendimento per arrivare all’uscita del nuovo I-phone e della fila megagalattica di giovani in transenna per accaparrarsene uno. Vi assicuro che i visi si sono molto distesi passando in rassegna opinioni e opinioni sulla funzionalità di un tal telefono più che di un altro, con un linguaggio pertinente, mediologico, smanettone, fatto di app e di whatsapp e con una parola chiave “condivisione”!!!!!
    Questi miei studenti non compreranno mai un libro di poesia. Ma se dovessero per caso recarsi in una libreria e tra un mio libro, o uno suo, Grieco, o uno suo, Francesca, o uno di un qualsiasi altro amico poeta presente in questo blog, e il nuovo libro di Magrelli, quale comprerebbero secondo voi? Quello di Magrelli, ovviamente, perché nella poesia (dis-onesta) presentata nella poesia in copertina alcune paroline che si accendono come lampadine, Natale- ICI-PIN e PUK. E non mi stupirebbe se chiedessero se INRI è un nuovo modello di telefono oppure una nuova tassa.
    Continuiamo pure a guardarci la punta dei piedi.
    (La poesia è merce o merda, Dario Bellezza, Libro di Poesia, Garzanti, 1990)

    • Cari Ivan e Giuseppe, mi è sempre successo, tornando da uno dei miei lunghi soggiorni all’estero, di notare l’abissale differenza del clima che si respira (e soprattutto ci fanno respirare) qui in Italia rispetto ad altri paesi europei. Un senso di inutilità, di impotenza, di grigiore e isolamento, un senso di mancanza di speranza, di omologazione, di immobilità ecc. ecc. Insomma, una società depressa. Così depressa e grigia da poter fare i peggiori porci comodi e finire di depredare il paese senza che veramente la gente faccia, come altrove se dovesse capitare, una rivoluzione. Geniale.
      Lungi dall’essere uno stato comune al resto d’Europa, dove pure la crisi esiste, in misura simile o minore che da noi, ma comunque esiste, questo è uno stato solo e tutto italiano. E la cosa peggiore è che ci si vuole far credere – e la gente casca nella trappola – che così si campi ovunque. Che così sia il clima che si respira nel resto d’Europa.
      Non lo è e lo si capisce solo vivendo altrove per un po’. Non tanto da turisti, ma proprio per un po’. Tutto concorre a creare l’illusione, da cui prima o poi ci risveglieremo si spera, come la Bella Addormentata: mezzi di informazione, cultura, cinema, tutto. Intanto si tiene buona la gente rimbambendola con i must del momento, con i giocarelli tecnologici, con tutta una serie di robaccia a pessimo rapporto qualità-prezzo, cultura inclusa. Ma non è che questo sia proprio del tutto reale. E’ un ologramma. L’ologramma di un paese la cui classe dominante ha rinchiuso in un incantesimo e ha trasformato in uno stagno. I ranocchi che lo abitano vedono lo stagno e lo scambiano per il mondo. Invece è solo un piccolo stagno al di là del quale c’è il mondo.
      Ma aggiungo anche che, chissà perché oggi c’è questa bizzarra convinzione che la grande massa debba possedere una cultura, un sapere, vasti e profondi e sia in grado di apprezzare l’eccellenza. Non è mai stato così, a parte situazioni eccezionali e limitate, come l’Atene del V e IV sec. e la Firenze o la Venezia del Rinascimento. Le masse vanno istruite e messe in condizione di capire e ragionare quanto più possibile con la propria testa, (o almeno questo è lo scopo vero e più nobile dell’istruzione) ma non si può poi pretendere che tutti, ma proprio tutti abbiano la stessa capacità e sensibilità di “sentire” e capire la poesia, o l’arte, se è per quello.
      Berchet sa bene quello che dice, nella sua “Lettera semiseria di Grisostomo” quando afferma:
      “Il poeta, dunque, sbalza fuori dalle mani della natura in ogni tempo, in ogni luogo. Ma per quanto esimio egli sia, non arriverà mai a scuotere fortemente l’animo de’ lettori suoi, né mai potrà ritrarne alto e sentito applauso, se questi non sono ricchi anch’essi della tendenza poetica passiva. Ora siffatta disposizione degli animi umani, quantunque universale, non è in tutti gli uomini egualmente squisita.” E si dilunga poi sulle sue categorie di Ottentotti e Parigini e tutto il resto che è una pagina mirabile della nostra letteratura da leggere e rileggere.
      No, il nostro mondo è molto, ma molto più vasto e colorato ed emozionante e magico di come ce lo viene volutamente proiettato in questo triste momento epocale che vive il paese ridotto a un piccolo stagno in cui viviamo. E persino all’interno dello stagno, ci sono interi universi in cui si muove la vita, come dentro una goccia d’acqua. Ma li si deve voler vedere.

      • Ivan Pozzoni

        Carissima, con te concordo sulla depressione dell’Italia e della zona europea che chiamo ironicamente “terronia d’Europa” (Grecia, Italia, Spagna e Portogallo, con Irlanda come terrona onoraria). La depressione è creata ad arte, concordo. Poi vedo le zone depresse del mondo (Africa, Siria, Iraq, e zone di battaglia varie): depressione reale. Infine, vedo le zone schizofreniche del mondo (U.s.a., Germania, U.r.s.s. (!?) e Cina): ci si diverte a bombardare a caso e a creare depressioni reali o create ad arte. Ci sono molte eccezioni: Svizzera, Danimarca, Svezia, Emirati vari, con un welfare funzionante, bassi tassi di disoccupazione, capitali umani. “No – scrivi- il nostro mondo è molto, ma molto più vasto e colorato ed emozionante e magico di come ce lo viene volutamente proiettato in questo triste momento epocale che vive il paese ridotto a un piccolo stagno in cui viviamo. E persino all’interno dello stagno, ci sono interi universi in cui si muove la vita, come dentro una goccia d’acqua. Ma li si deve voler vedere”: spieghiamolo ai milioni di cassaintegrati, disoccupati, sottooccupati, bersagliati dalle tasse e dall’arroganza di chi – da Roma- decide i nostri destini, annulla i risultati di ogni referendum, manda sicari istituzionalizzati a pignorare, ipotecare, derubare. Magrelli, con arte o meno, registra questi fatti (se vivesse in Svezia ne registrerebbe altri). La soluzione: a] emigriamo tutti in Svizzera, Danimarca, Svezia (così, infatti, finirà); b] bombardiamo U.s.a., Germania, U.r.s.s. (!?) e Cina (la vedo grigia); c] bombardiamo il Parlamento (…, mh)? Insomma, ci serve un farmaco in grado di sconfiggere la depressione e di dis-educare, non istruire, milioni di italiani. È la «poesia»? Non scherziamo. È la «cultura» Ahahahahaah 🙂

        • Ivan, se la capacità di “vedere” oltre il proprio naso dipendesse da una vita confortevole, serena, priva di preoccupazioni materiali, ben poco di quanto ci è arrivato dal passato di grande, ci sarebbe arrivato. E te lo dice una che di questo tipo di preoccupazioni non è carente. Invece, sono proprio quelli che ne hanno meno, che non avrebbero motivo di essere depressi, che paiono vivere nel grigiume, o contribuire a fomentarlo con i loro “detti e fatti”. Io non parlavo di quella serie di manovre e provvedimenti che hanno impoverito e umiliato molte nazioni europee. Perché quelli sono infatti mezzi utili a creare uno stato comatoso, necessario all’immobilità sociale. No, parlavo proprio di un’attitudine con cui si osserva la realtà. In Grecia o Portogallo non so, ma nemmeno in Spagna e di sicuro non assolutamente in Irlanda, che conosco bene, la gente è tanto demotivata, appiattita, non reattiva come da noi. In Irlanda del resto la vita culturale e la produzione poetica e letteraria di altissima qualità è attivissima e di grande interesse. Lo stesso dicasi per l’Inghilterra.
          Vero, Magrelli “registra” tutto questo e quindi ha un suo perché. Ma ci sono tanti altri poeti che non lo fanno, che guardano sotto e oltre, che vedono al di là del proprio naso. Ma certo non sono utili al regime. Hanno una colpa gravissima: spingono a pensare.

  15. Non mi meraviglia affatto che il marxista di un tempo Romano Luperini abbia dichiarato Valerio Magrelli un poeta «fra i maggiori, forse il maggiore, degli ultimi trenta anni». È la prova della débacle del pensiero accademico (un tempo) marxista.

  16. La solita solfa tra apocalittici e integrati, coi primi che con toni moralistico/rancorosi o sprezzante/snob mostrano la miseria culturale dei secondi; e i secondi che lasciano nel loro brodo di parole i primi e si godono il successo (piccolo o grande), il quale da sempre arriva a chi, disincantato e senza più trucioli riformistici o rivoluzionari per la testa, registra l’esistente “cetomedista” (Majorino) e viene accolto nel “nuovo clero dei mediocrati” (Agamben)?
    Oh, se invece delle estremizzazioni pirotecniche si cercassero le intelligenti mediazioni!
    Oh, se si tentasse l’ardua quadratura del cerchio tra barbarismi (veri anche se tecnologizzati) e pseudoaristocraticismi (nostalgici e di maniera, a meno che qui non ci siano in azione i discendenti di antiche casate nobiliari)!

    • Dovrei rivolgermi specificamente ad Ennio Abate, ma penso sia opportuno esprimere il mio dubbio a tutti gli interlocutori poiché ho notato, nei commenti di questi ultimi giorni, una frequente ostilità, non rancorosa, ma pur sempre ostilità, verso la “middle class, la borghesia, incapace di creare o persino di comprendere la poesia. Oggi vedo gli “pseudoaristocraticismi (nostalgici e di maniera, a meno che qui non ci siano in azione i discendenti di antiche casate nobiliari)!”.
      Ecco il mio dubbio: a quale classe sociale si deve appartenere per comprendere la poesia e, in casi rarissimi, per comporre almeno una poesia?

      Giorgina Busca Gernetti

      • Gentile Giorgina,
        com’è stato qui detto da qualcuno, quelli che bazzicano in poesia sono/siamo tutti del “ceto medio”, un calderone oggi confuso e però molto differenziato al suo interno. (Del resto lo era anche il Terzo Stato prima della Riv.Francese). Quindi vi abbonda l’ostilità. E qua e là si vedono petti che subito si gonfiano per dire “lei non sa chi sono io” e distinguersi. Ma ci sono anche gli ecumenismi, i francescanesimi (con questo Papa poi!), il pluralismo bonaccione, il tenersi in ombra, ecc. Non manca ogni tanto persino un po’ di *pietas”.
        Quindi oggi il suo dubbio mi pare infondato: per capire o scrivere poesia non c’è nessuna classe sociale a cui appartenere, aggrapparsi o convertirsi. Il che rende più complicata la faccenda. L’aveva già capito nonno Dante:

        Diverse lingue, orribili favelle,
        parole di dolore, accenti d’ira,
        voci alte e fioche, e suon di man con elle

        facevano un tumulto, il qual s’aggira
        sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,
        come la rena quando turbo spira.

        Che dire? Speriamo che alla fine qualche brava massaia della poesia tiri via la schiuma e si possa vedere almeno a che punto di cottura siamo.

        • Gentile Ennio,
          grazie per il chiarimento (anche senza la citazione dantesca) che mi dà la certezza di essere “borghese”, proprio come nel Sessantotto!
          Ma resta il dubbio circa i “discendenti d’antica nobiltà”, da lei citati nel suo commento che mi ha fatto sorgere il dubbio (fittizio). Che dire di loro, come io chiedevo?
          Un cordiale saluto
          Giorgina BG

          • “pseudoaristocraticismi (nostalgici e di maniera, a meno che qui non ci siano in azione i discendenti di antiche casate nobiliari)”

            Intendevo semplicemente dire che oggi atteggiamenti che si richiamano alle aristocrazie (in genere dello Spirito) a me paiono anacronistici e senza più fondamento. Se non esiste più la Borghesia, tanto più non esiste più l’Aristocrazia. Dunque è da questo “vile” ceto medio che si dovrebbe cercare di tirar fuori una visione del mondo o una cultura che non sia né barbarica né elitaria (né un misto mostruoso: massificazione+ élite invisibili). Ma è una mia opinione. E mi permettevo una battuta: non credo che tra quanti intervengono su questo o altri blog ci siano “discedenti di antiche casate nobiliari”. A meno di non sbagliarmi.

      • ambra simeone

        cara Giorgina,

        siamo tutti “borghesi” (notasi virgolette) come dicevo in un post precedente, e ovviamente non più nei termini sessantottini (ormai superati) come dice Ennio Abate!

        Per cui io personalmente sono d’accordo con te che per capire o scrivere poesia non si debba per forza di cose essere o meno di una classe sociale o di un’altra, anche perché di “classi sociali” (termine antiquato) ormai non si può più parlare!

        • Cara Ambra,
          ho nominato il ’68 solo per indicare chi mi ha definita borghese (nel senso marxista del termine). E’ ovvio che il fenomeno detto Sessantotto è finito da un pezzo, salvo rigurgiti facili in provincia.
          Non capisco perché si continui a parlare di “middle-class”, che poi è pressappoco la stessa cosa, a proposito della poesia. Uno potrebbe essere un poveretto senza lavoro e persino senza una casa, ma potrebbe avere la sensibilità di gustare la poesia e persino di comporla.
          GBG

  17. Valerio Gaio Pedini

    La poesia di Magrelli non è affatto la migliore poetica italiana, anzi per ciò che dà, potrei dire che, dato che dovrebbe dare molto, dà niente. Una poesia reiterata, in cui qualche volta cerca una visione panteista (assolutamente falsata e barbosa) per poi ricadere su una poesia analitica, che, si sa, rende la poesia priva di espressione, ed ergo, non più che modesta, quando si parla di poesia fatta bene, come nel caso di Magrelli, ma mai grande.Oramai è logico che Valerio (e non me) non abbia più alcunché da dire, che le sue visioni si siano ridotte, così che non solo si continui a scimmiottare, ma scimmiotti anche altre cadaveri. Ora non liquido Magrelli abbassandolo a ciarpame, dico solo che si può fare di più e c’è di meglio, e molto.

  18. Valerio Gaio Pedini

    Ivan, anch’io registro una società mediocre, ma a volte cerco un po’ d’espressionismo, cosa che dei versi paolini con timore tremore poco possono fare. Come ho detto, la poesia di Magrelli non è da liquidare, perché non è brutta e non è nemmeno povera, il migliore magrelli è quello che continua nel minimalismo, quando va a fare oltre, diviene scontanto troppo scontanto.

  19. Valerio Gaio Pedini

    però presentarlo come un migliore poeta italiano è assolutamente mediocre. Non è mediocre lui, è mediocre la critica che ha elevato lui e de signoribus. A me personalmente piacicchia, ma conosco poeti minori italiani che hanno una ricchezza espsressiva, eppure, in ambito sociologico, cosa che magrelli, per me non fa: èuna sociologia ipotetica, vista da uno che vive nella società e che cerca una analisi poetica dell’io, ma mica per questo posso dire che faccia poesia sociale. Magrelli oramai, diciamocelo, è superato. La società che ci presenta è priva di oggettitività, ergo non è società: non vi è timore e tremore, vi è ansia, e non sono propriamente la stessa cosa. Poi ci sono delle perle di Magrelli che mi hanno suggestionato, ma suggetionare non significa rientrare nei parametri di…Non bisogna né cassarlo, né innalzarlo, bisogna solo studiarlo, ma non per imitarlo, ma per prenderne le distanze. Poiché non è mai Baudelaire il problema, ma chi cerca di copiarlo ancora. Ergo Magrelli non è mediocre, ha creato qualcosa di suo, ma è mediocre il scenario poetico che lo circonda, come in molti casi della poesia italiana e mondiale.

  20. Valerio Gaio Pedini

    e poi dov’è questa ansia? è soffocata, chi la vede!
    è una poetica retorica…poiché ovviamente con una peosia anlitica si va a puntare sulla retorica. Certo,è una cifra del nostro tempo, ma se è così, beh, allora faccia giornalismo. XD

    • Giuseppe Panetta

      Caro Valerio G. P., Magrelli ha già trattato di giornalismo con Didascalie per la lettura di un Giornale, Einaudi, 1999. Anche in questo caso con intelligenza.

      Dormi ma senti frinire
      remote
      le rotative
      rotanti nell’oscurità
      per dare forma
      all’adiquà.

      • Valerio Gaio Pedini

        lo so, a me, per di la verità, fa leggermente cagare.

        • Valerio Gaio Pedini

          questi versi, è un giochetto semantico e linguistico. Beh, tutto si può fare. Epoi non ho detto di trattarlo, ho detto di farlo: la poesia non fa analisi, è un errore criteriale di un tempo barboso.

          • Giuseppe Panetta

            Una saetta non incenerisce, una saetta non illumina, una saetta non è:
            ….non vi è sé- non vi è poeta poiché non vi è sé
            fatto, disfatto
            un attore et un buffone, sono un saltimbanco ed un termosifone

            E queste cose nelle tue poesie cosa sarebbero allora G.V. Pedini?

            • Valerio Gaio Pedini

              si parlava di magrelli, non di me, Io non faccio analisi retorica, chiariamoci, giuseppe.So bene ciò che faccio, è so bene i mii giochi linqustici, ma vi è un intonaco che qui è assente.

  21. Steven Grieco

    Condivido pienamente i commenti di Ivan Pozzoni, hanno un imprescindibile approccio sottile e equilibrato.
    E poi, chi cade, bisognerà in genere aiutarlo ad alzarsi.
    Perché infatti da un lato c’è la critica propriamente letteraria, come quella che quasi sempre fa Giorgio, basata sull’analisi degli strumenti che un poeta usa, e sull’apparato “concettuale” che egli usa.
    Dall’altro c’è la critica dei contenuti, operazione dubbia. Ho chiesto a Katarzyna Skorska, italianista e traduttrice letteraria (Calvino e Gadda, tra gli altri) di Varsavia, di leggere i post qui, e lei ha commentato “la critica ai contenuti è inutile. Il fatto che un poeta parli di IRPEF nella sua poesia non puo’ influire su una valutazione critica.”
    Il volume di Magrelli deve semmai riportare la nostra attenzione al modo in cui noi oggi ci avviciniamo in genere alla poesia. Buona o cattiva, la poesia di oggi è middle-class, in massima parte e in tutto il mondo. Noi siamo tutti middle-class! Il vero poeta middle-class doc delle democrazie (non solo occidentali) sembra essere colui che dagli anni Sessanta fino ad oggi non ha saputo, o solo molto raramente, dimostrare di avere qualcosa di importante da dire sul mondo e su se stesso in questo mondo. Possibile? E’ un fatto gravissimo. Per cui i poeti di oggi ci appaiono come una sterminata folla di sordomuti.
    Ancora aspettiamo il poeta che, con le precise modalità della sua condizione, del suo essere ancora al riparo delle sciagure di un mondo impazzito, dica intensamente se stesso, il proprio esilio dalla terribile realtà condivisa da tutti gli altri (che sono molti, molti di più).
    Vado avanti. Il lettore e l’ascoltatore della poesia però ci sono. Eccome se non ci sono. Ho fatto qualche lezione all’università del Rajasthan e a una delle università di Tokyo. Proponevo agli studenti (e ai loro professori) poeti e discorsi sulla poesia davvero difficili, e posso assicurare che loro hanno sempre avuto una curiosità immensa nell’ascoltarmi, nel cercare di capire. No, non è perché sono “indiani”, o appartenenti a una cultura esotica o comunque “felice”: perché la stessa cosa mi è successa anche con le letture qui a Roma, dove ho proposto poeti completamente diversi dal rancio quotidiano, e la gente, di tutte le età, mi ha seguito con entusiasmo.
    In fin dei conti il poeta si merita il lettore/ascoltatore che egli ha saputo svegliare, entusiasmare.
    E adesso rispondo a Panetta, capovolgendo il suo pur giusto (in parte) parere sui giovani di oggi: è ugualmente vero che gli alunni delle superiori e gli studenti universitari oggi hanno professori – ahimè molti sono quelli della mia generazione – che spesso sono carenti culturalmente, talvolta del tutto ignoranti. Come quella professoressa in prima liceo classico che impose a mio figlio quindicenne e ai suoi compagni, allora, nel 1992, la lettura estiva di Mme Bovary. Immaginatevi cosa ci fa un ragazzo di quell’età con un libro come Mme Bovary. Professori incolti e sassosi ma saccenti hanno fatto danni incredibili a intere generazioni di ragazzi, diseducandoli, facendo loro odiare la letteratura e la cultura occidentale e mondiale perché non hanno saputo presentarglierla in modo giusto. Peccato.
    Tornando a Magrelli: la poesia è una matassa ingarbugliatissima, tanti piccoli nodi da sciogliere, uno per uno. Quello che è vero oggi potrebbe non esserlo domani. E allora nel valutare i nostri colleghi non lavoriamo con l’accetta, ma con il bulino.

    • Giuseppe Panetta

      Conosco bene il mondo dell’istruzione, in tutti i suoi gradi, dall’Infanzia fino all’Università e sebbene non possa nascondere che spesso gli insegnanti siano carenti culturalmente non è solo ed esclusivamente colpa loro. In Italia l’articolo 33 c. 1 della Costituzione sulla “libertà d’insegnamento” ha prodotto danni irreparabili e non per colpa dei padri costituenti che l’hanno pensato come forma di prevenzione contro il rischio di future dittature, ma erroneamente interpretato dalle successive legislazioni e dai sindacati che hanno il grande torto di aver sempre difeso diritti supposti e mai doveri dovuti nell’amministrazione della “cosa pubblica”, con senso civico. E questo male tutto italiano si riscontra in ogni settore della vita lavorativa e organizzativa, non solo nella scuola. Non difendo gli insegnanti indifendibili, difendo la categoria di quegli come me che hanno visto la scuola italiana rovinata da interventi terribili, dalla Moratti fino alla Gelmini (berlusconismo) con una eccessiva legislazione in materia senza che le successive leggi abrogassero quelle precedenti, ma mescolando il tutto in un mare magnum disorientante. Per cui oggi si hanno classi “pollaio” di 30-35 alunni, in cui vi sono almeno 4 o anche 5 diversamente abili (grande conquista della scuola italiana l’inclusione dei diversamente abili fin dal 1977 ma legato alla figura dell’insegnante di supporto, oggi dimezzato per questioni di spending review) 10 con Disturbi specifici dell’apprendimento, il restante con Bisogni educativi speciali e solo lo 0, 1 % di eccellenza. E l’insegnante è uno e solo.
      Certo l’insegnante di suo figlio ha sbagliato a consigliare la lettura di Mme Bovary ai 15enni, e il suo disappunto da genitore e da letterato che ben conosce la complessità di quel testo è condivisibile. I ragazzi in Italia trascorrono circa la metà della loro giornata a scuola eppure dati statistici indicano che queste 6 ore in media giornaliere incidono solo per il 10% sul loro apprendimento, il resto è dovuto alla famiglia, società, contesto, rapporti interpersonali, di appartenenza, luoghi sociali o luoghi tecnologici frequentati che hanno una prevalenza sulla formazione del comportamento e atteggiamento, superiore a quanto la scuola sia in grado di dare.
      Per cui se in una verifica la gran parte della classe risponde che Leopardi era gobbo e sfigato, che da Cesare (De bello Gallico) si mangia bene e costa poco e che al Nausicaa c’è una buona musica house e ci sono delle strafighe che ballano in topless sul cubo, è colpa dell’insegnante?

      Ho una discreta conoscenza degli ordinamenti scolastici europei per averli studiati, oltre che una breve ma significativa frequentazione delle scuole inglesi, Londra in particolare, negli anni ’90. La musica è la stessa, anzi lì allora c’erano già i metal detector all’entrata della scuola e le scritte sui muri dei bagni erano in prevalenza “I wanna bed you” (?).

      Nelle classi italiane, fin dalla scuola media (secondaria di I° grado), anni 12-14 cominciano con l’uso di droghe per arrivare alle prime classi della scuola superiore dove una buona parte della classe dorme perché ha il così detto “down” dell’ubriachezza o pasticche della notte prima; un gruppetto di ridanciani perché si è fatto una canna prima dell’entrata; alcuni svegli per la cocaina e il restante, pochissimi, che seguono la lezione. Ed è colpa dell’insegnante?

      Per ritornare a Magrelli, ritengo ancora che abbia fatto una operazione di superficie significativa, ma solo perché egli sa che non è possibile al momento né volare in alto né scendere nel profondo. Concordo con l’analisi di Katarzyna Skorska che ha dato una interpretazione autentica sull’inutilità dell’analisi dei contenuti, IRPEF compresa.

  22. caro Steven Grieco,

    condivido in toto il giudizio di Katarzyna Skorska, italianista e traduttrice letteraria (Calvino e Gadda, tra gli altri) la quale afferma che “la critica ai contenuti è inutile. Il fatto che un poeta parli di IRPEF nella sua poesia non puo’ influire su una valutazione critica.” – Giusto. Il mio appunto sui riferimenti alla cronaca della poesia di Magrelli non era volto ai contenuti ma a come quei “contenuti” vengono trattati da un esponente intellettuale della middle-class internazionale che ha luogo a Roma. Sì, è vero, siamo tutti facenti parte di questa middle-class internazionale (forse il termine è più adatto che non l’espressione italiana “piccolo-borghese” che richiama alla mente funeste sfumature semantiche del vetero marxismo); ma c’è trattamento e trattamento della cronaca, non credi?, ci sono poeti come Herbert che passando in treno una notte a Rovigo ci scrive sopra un libro sulla anti-bellezza (diciamo pure bruttezza) della città di Rovigo. Anche Herbert faceva parte di questa middle-class internazionale ma la sua poesia sceglie e seleziona e riposiziona i fatti di cronaca e li rielabora, li tratta per fare poesia di pensiero, poesia critica. Al di fuori di questo discrimine: il fare poesia di pensiero, poesia critica, c’è un altro discrimine (ed è ciò che io imputo alla poesia di Magrelli) il suo non voler prendere posizione rispetto a questi fatti della cronaca sociale e familiare. Per cui il suo querelarsi intorno ai carichi fiscali che un cittadino italiano deve sobbarcarsi io la trovo una trovata retorica e demagogica, un voler accalappiare la benevolenza del lettore occluso anch’egli dai medesimi problemi fiscali, familistici e toponomastici. È il trattamento che lui dà alla sua materia che io trovo non convincente, anzi, da cui prendo le distanze, per il semplice fatto che c’è un altro modo di essere middle-class e ci sono altri modi di fare poesia che non ricercano l’applauso o il consenso del lettore.
    Ecco, direi che Magrelli ricerca il consenso del lettore facendogli credere che le sue ambasce fiscali e le sue problematiche filiali siano una cosa degna e seria che infatti trovano luogo anche in testi di poesia. Io invece sono del parere che siano degli stratagemmi sordidi e fatui. E questo atteggiamento mellifluo verso il lettore lo si avverte chiaramente alla lettura dei suoi libri, rendendo invisa al lettore intelligente la lettura dei suoi testi.

    • Steven Grieco

      Caro Giorgio,

      Sì, penso sia giusto usare non il termine “piccolo borghese”, ma “middle-class”, che non è affatto una bestemmia o un biasimo, ma semplicemente la condizione in cui centinaia di milioni di noi abitanti della terra ci troviamo dalla fine della seconda guerra mondiale. E’ una classe estesa ovunque nel mondo – dove più a macchia di leopardo, dove meno – che si riconosce nella sostanziale condivisione di alcuni concetti base, che vengono intesi anche come valori: la difesa della proprietà, la difesa di un sistema democratico che sulla carta garantisce alcuni diritti fondamentali a tutti gli uomini, ma in pratica solo a quell’uomo middle-class. Il quale inoltre si è dato o subisce un sistema economico presto rivelatosi rapace e auto-distruttivo. Per tutte queste e altre ragioni egli si trova a vivere il difficile paradosso intelletuale e etico di andare in macchina ad una conferenza di denuncia del degrado ambientale e sociale del mondo con la benzina che viene dai pozzi petroliferi di un paese martoriato come l’Iraq.
      Questa è la condizione dell’uomo middle-class oggi, che spesso è un cinico o semplicemente tira avanti, ma che anche, di fronte al crescente impoverimento economico della sua classe, sempre più spesso vorrebbe ribellarsi alla condizione strampalata di stare in una camicia di forza che in qualche modo si è confezionato da solo, sempre più spesso cerca di reagire alle ingiustizie di un mondo che gli sta sfuggendo di mano molto rapidamente.
      Questa è la mia imperfetta definizione del middle-class man, che però talvolta mi aiuta a capire chi sono e cosa succede intorno a me.
      Quest’uomo e la sua condizione sono evidentemente un’essenza abbastanza complessa e scivolosa, se è vero che sfugge quasi sempre al poeta middle-class di oggi.
      Sono d’accordo con te, Giorgio, che c’è trattamento e trattamento della cronaca, non possono esserci dubbi su questo. Non ho esitato a dire che Magrelli mi ha deluso, ma appunto l’ho detto con attenzione, perché in qualche modo questa rimane pur sempre una mia valutazione soggettiva, una valutazione a titolo personale.

  23. Salvatore Martino

    Dio mio fiumi di parole sopra dei versi che nulla hanno a che fare con la poesia- Se questo signore è il più grande poeta italiano ancora in vita siamo davvero messi male

  24. Annamaria De Pietro

    Cosa vuol dire “comprensibilità” e “chiarezza” nella scrittura poetica? Vuol dire che il significato e il senso che il lettore percepisce assomigliano, o sono identici, a quelli che l’autore espresse? Come si fa a saperlo? È possibile saperlo? Con quali strumenti di misurazione? Esiste un terzo super partes che detta e decide? Non credo proprio.
    Sempre, nel differenziale fra la parola e l’ascolto, s’interpone – deformando, riformando – la non identità fra gli strumenti, le strutture mentali, la privatezza dei glossari e tutta una storia all’indietro di associazioni, analogie, sinestesie, abitudini di organizzazione di pensiero e sensibilità, omissis: un tessuto di complessità che formano i due distinti, non sovrapponibili armamentari di autore e lettore.
    La comprensione è un valore al limite, in senso matematico, non qualcosa che “avviene”.
    Ma spesso una scrittura è definita “chiara” e “comprensibile” sulla base di un equivoco che trascura la profondità. È chiaro Pascoli? È chiaro Penna?
    Dunque è fuorviante, non confacente, non in tema porre una discriminante fra chiarezza e oscurità sulla base delle strutture formali, del lessico e dei temi. Un testo rigurgitante di endecasillabi, chiasmi, enjambements, cosmogonie, manticore e anfesibene non per questo è piú oscuro, meno comprensibile di un testo che ci racconta cosa fa in cucina l’autore appena sveglio. E la cosiddetta oscurità è segno di complessità, di pluridimensionalità, non proterva pretesa di vate, sciamano, pronipote tardissimo di Anfione. Tutta la poesia è oscura, perché cresce all’ombra, nella distanza breve fra le radici e il calpestabile.

    Spostando il discorso, ma solo in parte. A mio parere la “banalità” non è questione di tema; ad esempio e nella fattispecie dei testi magrelliani qui proposti, il “banale quotidiano, massmediatico, comprensibile e condiviso da tutti”.Il problema è se questo tema induce banalità, o corrività, nella forma della scrittura; se il tema comanda la forma della scrittura. Io credo che dovrebbe valere il contrario: la forma non dovrebbe prendere ordini dal tema, ma dargliene, tanto da essere sostanza che di sé sostanzi qualsivoglia tema, dalla caffettiera al minotauro, l’autore esprima. Una grammatica, una sintassi di lunga storia internata e saggiata che siano radice, rizoma – rami e foglie e frutti i temi.
    Non credo che questo sia “formalismo”; credo che sia individuazione e delimitazione di campo: il nodo della scrittura poetica non sta, io credo, in quello che viene detto, ma nel come viene detto. E i temi, per uscire allo scoperto, come l’acqua sorgiva devono attraversare in salita (specchio della discesa) molteplici strati di “terra”, lasciandosi impregnare dalle sostanze che quegli strati contengono: da queste sostanze prenderanno carattere, stile, significato, senso, sostanza.
    Come la comprensione, anche la scrittura nel suo farsi non è qualcosa che “avviene”, ma è un valore al limite, privilegiatamente retroverso.

    E veniamo a Magrelli.
    Non ho letto Il sangue amaro. Ho letto soltanto i testi che qui vengono proposti. Lessi invece anni fa, e ora riguardo a salti di pagine, il volume Poesie (1980 – 1992) e Didascalie per la lettura di un giornale.
    E devo dire che preferisco nettamente il primo di quei lavori passati, che anzi mi piace molto, mentre in Didascalie trovo già elementi che non mi convincono, e che continuano a non convincermi nei testi dell’ultimo libro.
    Il minimalismo: categoria esposta a mille rischi, anche perché elastica, non ben definibile, spesso usata come arma più che come specillo critico. Ad ogni modo, io sono fra coloro che non amano il minimalismo, qualunque cosa voglia dire. E mi chiedo: È minimalista Magrelli?. Rispondo che, almeno nell’accezione peggiore del termine, nel primo libro, Poesie, non lo è. Piuttosto, direi, è minuzioso, è analitico, è attento ai modi in cui il mondo attorno, il mondo corpo e il mondo dentro (la scrittura) si organizzano in forme; è miniuzioso e attento fabrilmente, al tasto di materie plasmabili còlte con freschezza e chiarità (non ho detto chiarezza) in partiture leggere, mosse, dove la trasformazione trascorre quasi altalena, o tampone a dondolo di carta assorbente, e con misura. Penso in particolare alla sezione I mestieri di Nature e venature, che è come percorrere una strada piena di azioni e cose che diventano, all’ombra di una città compagna. Questo non è minimalismo, è passo d’ambio. E non s’impegola, e non si appiattisce, e non si letteralizza, per dirla con Linguaglossa, sul dato amorfo e totalizzante dell’attualità; l’attualità la visita in un viaggio privato, alla briglia degli occhi, e ne trae domande, sul come esserci, sul come essere, sul come vivere, sul come scrivere. Questo libro mi piacque e mi piace.

    Le cose cambiano con Didascalie. Qui mi pare che l’attualità amorfa e totalizzante in qualche maniera, e sia pure in parte, dia il tono alla scrittura, che il tema s’imponga alla forma, le detti modi e parole, la indebolisca. È come se sgomitasse per essere detta a tutti i costi, continuamente, con una sorta di birichineria insistente, come se, sulla pagina, fosse lei quello che conta. Io credo che quello che conta sulla pagina sia la lucida sferetta della Bic.
    E ancor piú nei testi qui proposti mi pare che la banalità del mondo incombente mortifichi il libero moto trasformativo che tanto mi piacque in Poesie. Lo blocca in strettura dentro ritornelli (C’è chi fa il pane, Mi lavo i denti in bagno), anafore inerti, ripetizioni ripetitive (mi si scusi il bisticcio), coppie di versi in rima che non timbrano fortemente ma indeboliscono, come pinze che non stringono bene. E tutti gli attrezzi suddetti non sono volano di risonanza e riverbero, ma opacità e peso.
    Nel sonetto in onore di Donne due anime: una opaca nella prima parte, una smagliante nella seconda: Magrelli in epitome?
    Tombeau de Totò. Francamente se l’avessi ascoltata e non guardata, avrei pensato che fosse prosa.
    Questo vuol dire minimalismo? Sì, se per minimalismo s’intende fermo e blocco ai dettagli sottratti a una campata lunga e cangiante, minimalismo come forma e sua struttura prima ancora che come dispositivo di temi. Rimando a quanto dicevo più sopra. Il tema prevale e spadroneggia se la Bic glielo permette.

    Se poi questa che io leggo come una deriva all’indietro di tempi migliori faccia di Magrelli l’autore ideale per un un pubblico fatto di telefonini telecomandi e ansie da occhiuta burocrazia credo non sia una questione di poetica ma di politica. La politica che tutto sovrasta certamente, ma che a mio parere deve tener conto del linguaggio e della strumentazione con i quali la sua analisi si confronta. In altri termini, se osserva la scrittura poetica deve sapere che sta guardando in prima istanza forme, che, in seconda istanza, convogliano temi. Comunque e certamente da sempre la carenza di complessità assicura un ascolto più allargato. Se questo poi voglia dire che un autore molto letto necessariamente sia in qualche maniera “riprovevole” non mi sento di dirlo. Un autore degno di questo nome (e Magrelli lo è, derive a parte) non ha né responsabilità né colpa dell’antropologia dei suoi lettori. A ciascuno le sue oscurità e le sue certezze. Né le une né le altre sono norma e realtà; tutto si sforza a un limite.

  25. Ivan Pozzoni

    Cari Steven e Giorgio,
    «La critica ai contenuti è inutile. Il fatto che un poeta parli di IRPEF nella sua poesia non può influire su una valutazione critica». Bellissima, come castroneria dell’esimia traduttrice Katarzyna Skorska. Sarebbe come dire: «La critica ai contenuti è inutile. Il fatto che Croce discuta di Prima Guerra Mondiale nella sua filosofia non può influire su una valutazione critica». Come se la scrittura (testo) della «poesia» avesse un’ontologia diversa o superiore all’ontologia della scrittura (testo) della filosofia, della sociologia, dell’antropologia, delle scienze, etc… Potrei rispondere, magari in relazione ad un testo di Eraclito «La critica alla forma è inutile. Il fatto che un filosofo scriva in endecasillabi, chiasmi, enjambements, nella sua filosofia non può influire su una valutazione critica»? Sarebbe come dire che nella ricostruzione della “tradizione omerica” sia inutile un accostamento storico e sia utile solamente un accostamento filologico, poiché Iliade ed Odissea sono mera «poesia». Prima di essere «poesia», o altro, ogni documento è «documento storico», e, prima, atto/fatto storico, da valutare secondo la metodologia mista dell’analisi storiografica (storico/filologica). Poi, l’atto/fatto storico, se divenuto «documento storico», si smista tra filosofia, epigrafia, scienze matematiche, «poesia», o scemenza. Che il filologo apprezzi la critica filologica, e che lo storico apprezzi la critica storica, è fisiologico: chiunque, in altri settori, abbia un minimo di serietà scientifica, avrebbe vergogna a sostenere la tesi della Skorska. Io, da storico, mi oppongo con energia a codesta castroneria, che, mi auguro, derivi da un mero fraintendimento di una dichiarazione della Skorska (sarà, certamente, così, essendo difficilissimo comunicare via email o blog). Prima di essere «poesia», un testo di Dante, Pascoli, D’Annunzio è un atto/fatto storico, secondariamente un «documento storico», da affrontare coi metodi della storiografia. Poi, una volta categorizzato come «poesia», esso «documento storico» diviene altro, non si sa bene cosa, essendo estremamente difficile distinguere ontologicamente la categoria della «poesia» da qualsiasi altra categoria testuale.

    Poi, secondo e ultimo intervento: chi ha scritto mai, in questo blog, che Magrelli è il massimo «poeta» italiano vivente? Questa sarebbe, infatti, un’altra enorme castroneria! Chi l’ha scritto?

  26. Giuseppe Panetta

    Bene. E con la metafora calcistica che non poteva mancare oltre all’ICI, all’ACI, ai sitemi scolastici, all’analisi sulla sparizione della borghesia (oggi pare ci siano solo ricchi-arricchiti-poveri e indigenti e l’unica borghese rimasta tra noi sia Giorgina B. G. per sua stessa ammissione), alla politica del governo, a qualche bella lezioncina sulla chiarezza/oscurità del testo, a un’esclamazione tipo “…mi fa cagare…” oppure “si perde tempo a parlare di queste ennui che non sono erinni, al Luciano Ligabue che rappresenta il rock de noi altri, alla citazione della nota canzone sanremese “fiumi di parole”, alla “cassa” e al “cassetto”, al ceto-medio ostile, allo stagno, ai cassaintegrati, ad ognuno che parla dei fatti suoi nelle poesie, come pure fuori dalla poesia con un testo non richiesto, a chi si rivolge a luminari per avere una interpretazione autentica dei post, chi invoca Gargiulo e chi “volemose bene” e chi “scurdammoce u passato”, gli italiani sono fatti. Rimane da fare l’Italia.
    :-)))

    • Ivan Pozzoni

      Questa è l’Italia, baby! Gli italiani sono fatti, oramai, forse strafatti.

    • Gentile Giuseppe Panetta,
      io non ho ammesso d’essere borghese. Nel Sessantotto e sgg. scrivevano “borghese” sul muro del mio liceo accanto al mio cognome e ad epiteti irripetibili. Così mi ha definita implicitamente Ennio Abate asserendo che oggi siamo tutti borghesi. Ergo lo sono anch’io.
      Ma che cosa sono veramente?
      Rileggi la mia domanda rivolta ad Ennio Abate per comprendere la causa di questa ammissione/non ammissione.
      GBG

      • @ Giorgina

        Solo per precisare: non dico che”oggi siamo tutti borghesi” (cosa impossibile vista la crisi e la “morte della Borghesia” non a causa del focoso ’68 ma per suicidi o eutanasie concordati a livello globale tra élite politico-militari-finaziarie che litigiosamente si stanno spartendo il mondo rischiando qualche nuova guerricciola mondiale). Ho detto “siamo tutti ceto medio”, siamo cioè in un calderone o bolgia da cui non si sa come usciremo. La cosa è dunque più inquietante e complicata.

        P.s.
        Le trascrivo per dare l’idea di un “sentimento del tempo” che condivido uno stralcio da un intervista all’ex comunistaccio-operaista Mario Tronti:

        “«La fase è molto confusa. Ogni cosa va per conto proprio. Agli inizi del ‘900 si parlava della grande crisi della modernità. Poi questa è arrivata. E ora che ci siamo dentro fino al collo non sappiamo in che direzione andare. È lo stallo. Si guarda senza vedere realmente».

        Le sue preoccupazioni sembrano quelle di un uomo superato.

        «In un certo senso è così. Ma non mi preoccupo. Perché dovrei? Ricordo certi vecchi che in prossimità della morte dicevano: purtroppo me ne devo andare. Mio padre credeva in un mondo migliore. Avrebbe voluto vederlo. Beato lui. Io dico ai giovani: meno male che non ho la vostra età. E sono contento che tra un po’ non vedrò più questo mondo. Questo dico».

        Non si aspetta altro?

        «Il futuro è tutto catturato nel presente. Non è possibile immaginare niente che non sia la continuazione del nostro oggi. Questo è l’eterno presente di cui si parla. E allora ben lieto di essere superato. Mi consola sapere che chi corre non pensa. Pensa solo chi cammina».

  27. caro Ivan

    La frase di Katarzyna Skorska: «La critica ai contenuti è inutile. Il fatto che un poeta parli di IRPEF nella sua poesia non può influire su una valutazione critica», la considero una pietra miliare della critica letteraria e dell’estetica. E credo che nessun critico se la sentirebbe di mettere in discussione tale assioma.

    Passiamo ad altro. Tu scrivi:
    «Come se la scrittura (testo) della «poesia» avesse un’ontologia diversa o superiore all’ontologia della scrittura (testo) della filosofia, della sociologia, dell’antropologia, delle scienze».

    Lascia che ti dica che stai facendo una gran confusione. Certo che c’è una ontologia estetica che è cosa diversa dalla ontologia dei fatti storici. Questo è un altro dei capisaldi (dalla critica del giudizio di Kant ai giorni nostri) della filosofia dell’arte (come si diceva un tempo) e della filosofia che ha nome Estetica. Ed è anche uno dei capisaldi della critica letteraria. Mettere in discussione questo assunto significa mettere in discussione nientemeno che l’ontologia estetica degli ultimi tre secoli!

    Una precisazione. Nessuno su questo blog (tantomeno io o Steven Grieco) ha mai parlato di superiorità o inferiorità dell’ontologia estetica rispetto a quella storica o che altro. Questa è una tua illazione e una tua convinzione (pienamente legittima) ma non puoi addebitare ai tuoi interlocutori tesi che essi non hanno mai pronunciato.

    Per concludere, io, se fossi al tuo posto, starei molto attento a definire «castroneria» la tesi di Katarzyna Skorska; forse sarebbe necessaria una maggiore prudenza, non credi?

    • Ivan Pozzoni

      Caro Giorgio,

      qualsiasi storico, degnamente impegnato nella sua attività di storico (cfr. Antonio Capizzi o Rodolfo Mondolfo), considererebbe la tesi di Katarzyna Skorska una «castroneria» metodologica. Katarzyna Skorska non se ne abbia a male: come me, non è Aristotele o Sant’Agostino (tutelata dall’ipse dixit). Può senza dubbio affermare che la tesi contraria di Ivan Pozzoni (e del 99% degli storici delle discipline di confine) sia una «castroneria», senza che Ivan Pozzoni, storico accreditato sulle maggiori riviste internazionali, facendo con enorme utilità storiografica ciò che Katarzyna Skorska attribuisce come inutile, si offenda: si discute di metodologia scientifica, non di natura della Trinità (nessuna Santa Inquisizione!). Per esempio, io da critico di letteratura (?!), accreditato sulle maggiori riviste di italianistica, e moltissimi altri critici storici (non filologi), si sentirebbero serenamente in grado di smentire la tesi ribadita da Katarzyna Skorska, che altro non è se non uno dei tanti «paradigmi» della critica moderna (storiografica o letteraria). Potrei, altrettanto serenamente, affermare che intere nuove correnti europee, americane ed italiane di Law and Literature o di Ethics and Literature stiano a smentire, con la loro stessa esistenza, l’affermazione “indiscutibile” della Skorska.

      La confusione tremenda è tua: esiste un’unica ontologia, dei fatti/atti (storici): ogni altra ontologia è derivata, secondo definizione: fatti/atti estetici, fatti/atti giuridici, fatti/atti matematici non sono altro che ontologie derivate dall’ontologia del mero atto/fatto, che, essendo gravato di Geworfenheit, è anzitutto storico. Come asserire, con un minimo di raziocinio, che esista un’autonomia dei fatti/atti estetici, o dei fatti/atti giuridici, fuori dalla storia (cioè fuori dai contenuti di una forma)? Penso che tale discussione, risolta brillantemente da Benedetto Croce nel Novecento, non sia da considerarsi attualmente ancora come «problematica». Direi che nessuno, ora, tranne Fukuyama e i fondazionalisti religiosi, abbia il coraggio di rinunziare allo storicismo, sostenendo l’esistenza di atti/fatti anteriori all’atto/fatto storico. Probabilmente esiste una critica letteraria, molto marginale (ferma davvero a Kant) che considera valida la tesi dell’autonomia dell’atto/fatto estetico sull’atto/fatto (storico). La tesi è smentibile con un semplice esempio comparativistico: qualsiasi norma del codice civile è una sottospecie di atto (storico) caratterizzato dai tratti della giuridicità: nessuna teoria dell’interpretazione giuridica recente si fonderebbe unicamente su un’analisi filologica del testo giuridico della norma (fregandosene dei contenuti); qualsiasi giudizio estetico (molto simile ad una norma, esprimendo modalità deontiche) è una sottospecie di atto (storico) caratterizzato dai tratti dell’esteticità. Ogni «ontologia estetica degli ultimi tre secoli» – non esiste, infatti, «L’ontologia estetica degli ultimi tre secoli»- è, infatti, messa in discussione, essendo considerata un mero «paradigma». Per l’ontologia, la discussione tra «monismo» e «pluralismo» “metafisici” inizia con Cartesio, e non si è ancora definitivamente conclusa.

      Mi sento di dire che un «paradigma» della critica letteraria basato sui fondamenti a] «La critica ai contenuti è inutile […]» e b] l’autonomia dell’ontologia estetica dalla storia è verità, è un mero «paradigma», né inattaccabile, né, in questo caso, sociologicamente attuale. Perciò accostarsi o meno ad un «paradigma» non maggioritario della critica letteraria non è un dovere universale. Leggere il banalissimo volumetto di Eckhard Nordhofen, Physiognomien. Philosophen des 20 Jahrhunderts in Portraits, del 1980, sul ribaltamento della visione estetica di Fichte, conduce a bollare l’affermazione della Skorska come una «castroneria» storiografica (ciò non bolla la Skorska in nessun modo). Probabilmente la Skorska (che non ho mai avuto l’onore di sentire nominare) bollerebbe le conclusioni di Nordhofen come mere «castronerie» storiografiche.

      Nessuno accusa te o Steven di discutere di «superiorità o inferiorità dell’ontologia estetica»: segnalo semplicemente che seguire la tesi della Skorska (che non è una tesi inventata dalla Skorska) ha una conseguenza metafisica (magari inavvertita): riconoscere l’esistenza di «ontologie differenti», autonome dall’ontologia (storica). Cioè, estremizzando, considerare ogni oggetto estetico antecedente all’oggetto (storico): l’orinatoio Fontana, come opera d’arte, sarebbe oggetto estetico aldilà dell’esistenza storica degli orinatoi?

      Prudenza su cosa? Sinceramente, mi auguro di avere modo di conoscere Katarzyna, in qualche maniera, così da aver l’opportunità di invitarla a maggiore accortezza nell’accostarsi a «paradigmi» estetici senza un idoneo approfondimento filosofico. Katarzyna è una rispettabile ricercatrice dell’Università di Varsavia, esperta di italianistica, abile traduttrice, degna umanamente di tutto il mio rispetto che, semplicemente, ha affermato di seguire una tesi azzardata. Ogni giorno discuto con ricercatori di tutto il mondo, essendo un cultore di Law and Literature e di Ethics and Literature, oltre che di storiografia filosofica e di teoria del diritto del mondo antico. Non ho bisogno di inviti alla «prudenza»: si discutono tesi, non si ammazzano individui, soprattutto su un blog.

      [P.s. Steven, se Katarzyna ha il desiderio di continuare a dibattere su questo argomento, ti autorizzo a fornire lei il mio indirizzo email, benché – come lei- sia impegnatissimo nei miei studi (sulla “tradizione omerica”) e a cercare un editore alla mia nuova monografia su Giovanni Vailati].

      • Ambra Simeone

        cari Ivan e Giorgio,

        mi sento in dovere di fare una precisazione, perché mi è sembrato (ma forse ho capito male) di capire che la filologia non abbia nulla a che vedere con la storia. Beh, la filologia è studio formale di un testo, ma soprattutto è la ricostruzione storica di un testo, dalle prime copie rinvenute fino alle ultime, lo studio delle varianti testuali nella storia di quel testo. Per cui un buon filologo non prescinde mai da un approccio storico che consideri la società e la cultura del tempo in cui il testo è stato scritto e tramandato; si studiano tra l’altro anche i materiali librari o di altro genere con cui il testo ci è stato tramandato nel tempo. La critica letteraria è altra cosa, per cui non accosterei la filologia a una strana non-scienza!

        • Ivan Pozzoni

          Cara Ambra,
          nelle attività umane orientate all’analisi di un testo, come la critica letteraria, la teoria del diritto, la teoria etica (cioè, nello specifico, tutte le attività meta-teoriche che sottendono una valutazione) c’è, da un secolo, in atto, un accanito dibattito sulla metodologia da utilizzare: accostamento filologico, o “formale” / accostamento storico, o “contenutistico”. La diatriba sulla neutralità del critico nasce, in altro ambito, dal dibattito tra Weber e Schmoller nei confronti del Methodenstreit ed è rilanciata, nell’attuale, dalle ricerche della scienza sociale americana su self-serving bias, fundamental attribution error e actor-observer effect. La situazione moderna, nonostante autorevoli richiami all’utilizzazione di un c.d. orientamento multi-culturale misto da mostri sacri della storiografia come Mondolfo, Farrington o Klemm, è dominata dalla confusione: molti studiosi concordano nel sostenere un minuzioso orientamento filologico connesso ad un attento esame dossografico su testi e documenti; altri secondano un accurato orientamento storico su contesti di ricerca. La risposta è in Gadamer, con la sua nozione di Vorverständnis: «Chi vuol comprendere un testo deve essere pronto a lasciarsi dire qualcosa da esso. Perciò una coscienza ermeneuticamente educata deve essere preliminarmente sensibile all’alterità del testo. Tale sensibilità non presuppone né un’obiettiva “neutralità” né un oblio di se stessi, ma implica una precisa presa di coscienza delle proprie pre-supposizioni e dei propri pre-giudizi. Bisogna esser consapevoli delle proprie prevenzioni perché il testo si presenti nella sua alterità ed abbia concretamente la possibilità di far valere il suo contenuto di verità nei confronti delle presupposizioni dell’interprete» [H.G. GADAMER, Wahrheit und Methode: Grundzuge einer philosophischen Hermeneutik (1960), trad.it. Verità e metodo, Milano, Fabbri, 1972, 316].

          Per tornare a noi, ciò non implica che il c.d. orientamento filologico non si curi della storia del testo (intesa anche come storia del supporto contenente la forma): il c.d. orientamento filologico si cura della storia della forma del testo. La valutazione critica sul testo, nel c.d. orientamento filologico stretto, si fonda sulla forma e sulla storia del testo, escludendo ogni annotazione sul con-testo (contenuti psicologici, antropologici, psichiatrici, etici) e sull’extra-moenia testuale (contenuti economici, sociologici, giuridici).

          [Perdonatemi l’eccessiva semplificazione che riduce a due i paradigmi metodologici della valutazione critica: in realtà, da un nucleo, idealtipico, di totale bilanciamento tra filologia (50%) e storia (50%), si diramano metodi concreti complessi misti, con diversa attenzione alle % di filologia e storia]

  28. Ivan Pozzoni

    Speriamo di non avere offeso mortalmente Katarzyna: noto che, su questo blog, in certe occasioni, non si riesce a comprendere la differenza tra la critica ad un’idea, ad una metodologia, ad una teoria, ad un personaggio, e il mero inutile accanimento “personale”. Per sicurezza, come ho fatto con Marco Onofrio e con altri, specifico pubblicamente che non c’è nessuna mia disistima o accanimento verso l’individua Katarzyna Skorska, che considero ricercatrice e italianista degna di nota. Mi limito a criticare, anche rudemente, una teoria sua o di sua adesione, che non condivido [d’ora in avanti, onde evitare fraintendimenti, sempre specificherò: sono abituato, ogni giorno, a dialogare via email con i massimi docenti delle università italiane e internazionali e con studiosi di tutto il mondo: non credo mi siano necessari inviti alla «prudenza»!]. 🙂 Per leggermi, mi raccomando, dotatevi: dizionario, manuali di antropologia, sociologia, storia, teoria e filosofia del diritto, storia della filosofia, estetica, ontologia, epistemologia, antropologia culturale, psicologia e psichiatria (DSM IV aggiornato), criminologia, gnoseologia, storie delle letterature varie, vocabolario italiano / greco antico e italiano / latino, tutti i codici (dal Giustinianeo ai codici italiani), traduttore simultaneo italiano / linguaggio specialistico, tutto Ennio Flaiano, molta molta molta ironia.

    Purtroppo Ambra sa di questa mia forma di bulimia culturale, e mi tollera. Non riesco a non “puntualizzare”: la mia è una malattia. Andrò in un centro di disintossicazione culturale e – ce la farò!- tenterò di regredire allo stadio “macellaio bergamasco” (cfr. Bruno Pozzoni, sventurato genitore di me medesimo: sventurato in quanto mio genitore, non in quanto “macellaio bergamasco”). La cultura – ammetto!- è stata un imperdonabile errore di gioventù. Rimedierò. Buona notte a tutti! Ivan
    .

  29. Valerio Gaio Pedini

    Io leggendo gli appunti di Giorgio ho sempre trovato una fare filologico anche storico, forse ci sono stati dei fraintendimenti concettuali.

    • Ivan Pozzoni

      Caro Valerio, come ho spiegato ad Ambra, non è che un accostamento filologico a un testo debba rinunziare all’interesse storico. La filologia estrema si interessa a un testo, nella sua forma e nella storia della sua forma (ad esempio la storia di un determinato termine, di una determinata figura retorica, di un determinato supporto) AI FINI DI RICOSTRUIRE IL TESTO MEDESIMO; la storiografia estrema si interessa a un testo, nei suoi contenuti, AI FINI DI RICOSTRUIRE DETERMINATI MOMENTI STORICI ATTRAVERSO IL TESTO MEDESIMO. La distinzione è sottilissima: ne troverai un esempio chiarissimo nel volume di uno dei massimi omeristi viventi, B.B. Powell (Homer), che, in tre sezioni distingue “L’Omero dei filologi”, “L’Omero degli storici” e “L’Omero dei lettori”. Ciò che affermo è che nell’attività di valutazione critica di un testo (cfr. Gadamer) è inopportuno sacrificare i contenuti alla forma o la forma ai contenuti. La critica letteraria deve, a mia opinione, assumere una metodologia mista, tra filologia e storia, ricostruendo il testo e ricostruendo un momento storico attraverso il testo (circolarmente, come nel c.d. circolo ermeneutico di Gadamer). Perciò a] la frase della Skorska («La critica ai contenuti è inutile. Il fatto che un poeta parli di IRPEF nella sua poesia non può influire su una valutazione critica») mi fa rabbrividire e b] considero Magrelli, nei suoi contenuti, come una importantissima testimonianza letteraria sul tardo-moderno, dotata di alta dignità letteraria, benché sacrifichi scientemente ogni interesse verso la (sua) forma all’enucleazione di determinati contenuti. I contenuti di Magrelli, sociologicamente e antropologicamente cogenti, devono incidere sulla sua valutazione critica.

  30. Valerio Gaio Pedini

    io che, come ben sai, la penso criticamente come te, reputo magrelli incapace nella sintesi sociologica e storica. Non è il suo tempo, è il mio! Il suo tempo è morto con la fine del secolo scorso. Ora Magrelli è in status retorico. La sua importanza sta nel fatto di assurgere al lettore con contenuti insignificanti. La forma non mi disturba, anzi. Ma non vedo contenuti sociologici che posso definire tali. La sua analisi o descrizione è passiva, e la letteratura non può e non deve essere passiva! Ma deve essere attiva. Osannare l’importanza poetica di uno che è divenuto noto per opera di una scia di fortuna e nulla più, beh, significa sotterare poeti del tardo moderno ben più capaci e più contenutisticamente avanzati. Sì, Magrelli rappresenta forse la società, da ciò desumo che questa società che Magrelli rappresenta mi fa abbondantemente ribrezzo. Un asocietà che ha innazato scartoffie come Shibata e tanti inutili. Allora perché Lamarque rappresenta la banalità letteraria, possiamo ben dire che è abilissima. Allora ai manieristi, perché sono state le chiavi del loro tempo privo d’arte, possiamo stendere il tappeto rosso. No! Il contenuto è ponderato e la dimensione sociologica deve essere sintetica e spesso polemica. E già te lo dissi. Conosci bene le mie opere e sai che anch’io traccio mappe sociali, ma esistono modi e il modo di Magrelli criticamente non mi piace, perché privo di uno stato di anarchia concettuale ed estetica. Questa è l’egemonia del sonno. Bisogna svegliarsi e bruciare le retoriche poetiche. Qui non casso Magrelli, ti spedii il mio commento al suo volume: e già dissi che delle parti erano interessanti, ma interessare ed essere in linea con…come ho detto, è distante anni luce. Ogni testo poetico è uniforme alla società e allo status psicologico e storico del soggetto, ma non posso dirti che un rapper come Moreno ha valore, perché rappresenta una coltre di deficienti. Né posso dirti le telenovelas sono opere di qualità, perché sono in linea con la vita intima delle anziane sedute in poltrona a fare la calzamaglia. L’oggetività è oggettività nel momento in cui si mette tutto a confronto e si stende una mappa: io magrelli lo piazzerei come fondamento del contemporaneo, ma non in una chiave posistiva, ma anche polemica, di una reiterazione di modo e di un realtà che non va oltre ad un microcosmo. I non luoghi non sono quelli di Magrelli, perché, ahimagretti sono ben più cattivi antropologicamente e sociologicamente, e so vogliamo dirlo più complessi da sviluppare, in un modo che non sia semplice come fare un panino alla marmellata.

  31. Il fenomeno Magrelli è estetico e sociale ad un tempo, anzi, io direi molto più sociale (perché l’autore romano si rivolge a quella middle-class internazionale di cui ha ben detto Steven Grieco in un recentissimo commento). Fenomeno sociale perché usa una lingua che può essere compresa dalla middle-class in vasta scala, in ogni latitudine e in ogni longitudine, e in ogni lingua, dal ceto più alto a quello più illetterato: p.es. vedi le sue rare metafore, sono sempre riferite a comunissime esperienze di tutti i giorni di tutti noi. Di qui la comprensibilità della sua poesia. Di qui la riconoscibilità della sua poesia. Si tratta dunque di un fenomeno sociale perché la struttura della frase che usa è particolarmente semplice, ripresa dalla comunicazione interpersonale, dando così la sensazione all’interlocutore o lettore di volergli dare sempre del tu, di consentirgli una visione privilegiata ed esclusiva del suo privato e del suo quotidiano. Fin qui una abile strategia comunicativa dunque, che anche le opere di poesia devono avere (non discuto di questo). Non è questo ciò che io metto in discussione, voglio dire che il “reale” della poesia magrelliana è soltanto uno strato sottilissimo di “reale” e per di più fotografato da un fotografo che ha piazzato un sistema di luci ed ombre preordinato in anticipo per far riconoscere quegli oggetti e dire al lettore: «vedi?, sono i tuoi medesimi oggetti, quelli che ingombrano anche la tua vita quotidiana!».
    È così che si spiega l’enorme successo di imitazione e di epigonismo che questo tipo di scrittura ha riscosso tra le giovani generazioni; ormai sono due generazioni che scrivono tutti come ha loro insegnato Magrelli, il quale ha fatto scuola e può essere, a ragione, ritenuto il capostipite di una certa forma di scrittura in versi.

  32. Valerio Gaio Pedini

    possibile. ma a me non rappresenta. La società, dal mio punto di vista, è meno scontata. E sul lato magrelliano è scontatissima.A me non fa scuola lui, sicuramente. Mi fa scuola la sociologia, ma lui no.

  33. antonio sagredo

    Sarebbe bene mettere la parola fine su un personaggio che non alcun valore.

  34. Un momento, caro Antonio. . .
    I commenti, troppi su l’opera bistrattata Il sangue amaro, sono tutti giustificabili fino al punto da disorientare. Per ciò mi scarto totalmente da ciascuna supposizione. Valerio Magrelli che sia o non sia il più grande poeta contemporaneo secondo me è di poca importanza. Importante che sia poeta, il poeta che è. Se non piace perché colloca la società evoluta (di ovunque) come essa indica gli individui in numeri e sillabe per doverli riconoscere dalla nascita alla morte in modo di sfruttarli a furia di truffe, perché si accettano ad essere numerati e beffeggiati invece di designare cinico Magrelli. L’arte è cinica, fredda, indifferente, crudele, criminale––diversamente è pappa calda e nel paese dei balocchi ce n’è a tonnellate. Chiacchierare intorno al suo lavoro se è o non è poesia, è operazione del travet. Se Magrelli legge i commenti finora apparsi su questo blog, lo vedo furibondo e divertito; dovrebbe pero apprezzare tutta l’incerta attenzione.

    Tra Magrelli e il sottoscritto c’è simpatia amichevole senza complimenti letterari, e sembra reciproca stima. Di tanto in tanto ci scambiamo emails. Mi inviò con dedica Il sangue amaro. Si deve capire che Magrelli, come io lo comprendo, è un divertentissimo raconteur, è sbrigativo, è anche affettuoso senza essere espansivo, come lo sono io. E così è la sua poesia. Dopo oltre tre mesi, il 28 giugno scorso, inviai a Valerio Magrelli la mia breve nota che estraggo dalla email:”. . . questo tuo libro recente mi colpisce con sorpresa feroce, un dire diretto, schietto, sarcastico, e crudelr verso tutto e te stesso. E sono arrivato soltanto alla fine dell’XImo degli Undici endecasillabi. . . Sai che non scrivo critica, perciò mi esprimo da primitivo che intuisce poesia anche nel tuo linguaggio ultracontemporaneo, per il mio gusto, linguaggio per fortuna non modellato sulla scia generale italiana tuttora petrarchesca”. Il suo commento: “. . . ritrovo tutto il tuo battagliero entusiasmo,tanto contro la malattia, quanto contro la cattiva poesia(che non siano, alla fin fine, apparentate?). . .”. Trovo questa domanda-risposta intrigante, un pensiero al quale non ho risposto perché Valerio intuitivamente percepisce la mia percezione. Non c’e un pensiero? Si accusa di borghesia il poeta, tanto che gli si fanno i conti in tasca, come se il resto degli italiani fossero dei viveurs. Negli anni 60’ cominciarono a scafarsi da contadini a borghesi che si detestano; quindi, si scelga un modo di vita che rifletti quella interiore, se la si ha, altrimenti si smetta di fingere (in fondo, gli italiani rimangono strutturalmente contadini di pensiero, avari, tirchi, crudeli e col muso che guarda a terra). Già, visto e notato in discussione la “povertà di pensiero”, persino mancanza di un pensiero nella recente opera di Magrelli, perché si evita di spiegare cosa è pensiero e non pensiero in poesia?

    ADP, Manhattan, 7 ottobre 2014

    • “in fondo, gli italiani rimangono strutturalmente contadini di pensiero, avari, tirchi, crudeli e col muso che guarda a terra” (Alfredo de Palchi).

      Nessun commento!
      Giorgina Busca Gernetti, italiana

    • Ivan Pozzoni

      Sinceramente, apprezzo questo intervento di De Palchi. In una cinquantina di righe ci spiega, senza essere un critico di mestiere, lo spirito/atteggiamento di Magrelli (una sorta di iper-minimalismo critico, lo definirei, da io stesso non-critico). Sottoscrivo l’intervento di De Palchi, avendo avuto modo di conoscere, meno assiduamente di lui, Valerio Magrelli, e avendo trovato in Magrelli, effettivamente, un carattere simile al carattere di De Palchi. Qui nessuno afferma che Magrelli sia il massimo poeta italiano vivente: io mi sono sentito di dire che Magrelli è un autore con cui, attualmente, dobbiamo fare i conti; chi dice “mediocre”, “nullo”, “vuoto”, è tanto eccessivo di chi abbia l’ardire di affermare che il maggior poeta italiano vivente sia Magrelli. Questo è falso: ciascun “poeta” si considera il maggior poeta italiano vivente: siamo tutti i maggiori poeti italiani contemporanei viventi. Saluti ad Alfredo Ivan

  35. antonio sagredo

    “Sarebbe bene mettere la parola fine su un personaggio che non alcun valore.”

    Questo mio ultimo commento significa non offendere l’uomo, ma il personaggio
    che è stato costruito intorno al suo essere poeta, un personaggio qualsiasi;
    non avrei avuto alcun problema a dire il il nome del personaggio – non l’ho fatto poi
    che la discussione si trascinava troppo nel blog, e a dire la verità è stato uno sfogo mio
    non controllato, come dire: “Basta, finiamola, passiamo oltre!”.
    L’ho fatto già con altri personaggi! Lo faranno anche con me!

    a. s.

  36. Ricevo molti libri di poesia in lettura da molti anni e purtroppo ho il torto di leggerli o leggiucchiarli qua e là. In particolare, negli ultimi tempi ho ricevuto da Lietocolle nella bella veste grafica della collana gialla, due libri, (Clery Celeste “La traccia delle vene” e Giulio Viano “Iridi artiche”), segnalati e finanziati da Pordenonelegge. Quello che mi colpisce in queste e in altrettali pubblicazioni è che ormai il “dettato” di Magrelli ha fatto scuola, tutti tentano di esprimersi nello stile prosastico del loro capostipite, ormai sono due generazioni di scriventi poesia che si esprimono in quel gergo che, in elementi meno dotati e colti, diventa un gergo triste, un modo di esposizione scontato delle proprie vicende quotidiane (amorose e/o cittadine). La fortuna (sfortuna) di Magrelli è questa: l’aver indovinato una miniera intonsa e un filone aureo dal quale lui estrae sempre nuove pepite.

    Si è detto che l’Italia è questa: cinica, fredda, egoista, brutta, e che quindi è giusto che anche nella poesia si riflettano queste brutture, questi egoismi. Vorrei dire però che la poesia non deve essere lo specchio di ciò che si suppone sia la realtà; nella poesia di Magrelli si riflette questo cinismo, questo egoismo, queste brutture (individuali e sociali del paese) etc. – Sì, può darsi che sia così, dipende dall’esperienza di ognuno. Per mia fortuna ho conosciuto persone che non erano né ciniche né egoiste né brutte, sono una minoranza, è vero, ma sono pur sempre ancora numerose, capaci di slanci di generosità e di altruismo. Mi chiedo perché nella poesia di Magrelli non c’è alcun riferimento alle persone generose?

    Dopo la prima volta che espressi all’autore romano in pubblico le mie perplessità sulla sua poesia, lui ha smesso di inviarmi i suoi libri. Cosa vuol dire? Che Magrelli vuole soltanto applausi e approvazione, appena gli si muove qualche osservazione critica il poeta si inquieta, ti rimuove dal suo indirizzario delle utility perché non gli sei più utile.
    La mia riflessione fino a qui non è ancora critica letteraria, è qualcosa che si ferma prima di un approccio critico, è quel qualcosa che contribuisce a tenermi lontano dalla poesia di Magrelli, che è ben scritta e anche divertente qua e là (e qua e là anche demoralizzante), ma che non mi convince, ristretta com’è al cerchio dei suoi interessi personali, con un occhio fisso al proprio portafoglio ai propri interessi e alle utility, alle proprie rendite di posizione.

    Mi ha scritto una poetessa di valore che consiglierei a tutti di leggere, Anna Ventura: «un’immersione così profonda nel proprio privato,facendolo conoscere a tutti, rientra nello spirito dei tempi (face book docet)».

  37. Dimenticavo di dire che la cosa buffa è che anche gli “antimagrelliani” scrivono ormai come Magrelli (senza averne coscienza)…

    • Giorgio, se “un’immersione così profonda nel proprio privato, facendolo conoscere a tutti” rientrasse davvero nello spirito dei tempi di Facebook, allora anche il Wilde del De Profundis, le Rime di Gaspara Stampa, di Veronica Franco, il Canzoniere di Petrarca, per non citare che i primi che mi vengono in mente, vi rientrerebbero? Non so, ma mi pare che molta della poesia sia tale.

    • Ivan Pozzoni

      Giorgio, insomma, siamo tutti a dieta artistica. Coi tempi che corrono! 🙂

  38. antonio sagredo

    Glorificatemi!
    Non sono pari ai grandi.
    Sopra tutto ciò che fu fatto,
    pongo il mio nihil.

    Non voglio mai leggere nulla.
    Libri?
    Che sono i libri?

    Io un tempo pensavo
    i libri si fanno così:
    arriva il poeta,
    lievemente disserra le labbra
    e d’improvviso si mette a cantare il sempliciotto ispirato.
    Prego!

    Ma risulta che prima
    che cominci a cantarsi,
    cammina a lungo ( e i poeti ncalliti dal vagabondare
    e dolcemente sguazza nella melma del cuore
    la stupida tinca dell’immaginazione.

    Mentre sbolliscono, strimpellando rime,
    una brodaglia di amori e di usignoli,
    la via si contorce priva di lingua:
    non ha con che discorrere e gridare.

    Vladimir Majakovskij, 1916
    (da La nuvola in calzoni – ” –
    trad. A.M.R., 1954)

  39. antonio sagredo

    errata corrige:
    > e i poeti ncalliti dal vagabondare > = cancellare

  40. antonio sagredo

    ho terminato con versi non miei : questo mi è permesso?!
    scusatemi !

  41. Se è difficile valutare la poesia degli amici (o di quelli che tali ci paiono in alcune fasi della nostra vita) ancor più difficile è valutare quella dei nemici o avversari (di poetica e, sotto sotto, di visione del mondo: quel maledetto o benedetto e sempre controverso *contenuto* o *realtà*, dal quale la poesia anche la più formalizzata o sublime mai si può sciogliere completamente).
    A me pare che, tra questi numerosi interventi, le cose più meditate e con la giusta distanza critica sulla poesia di Magrelli le abbia scritte Annamaria De Pietro; quelle più pacate e ragionevoli Steven Grieco.
    Gli altri interventi, pur intelligenti e agguerriti, si dibattono in una sterile contraddizione: tra il riconoscere che i testi di Magrelli possono arrivare ad un ampio pubblico e/o “registrano” uno stallo sociale-politico-culturale e una insoddisfazione per qualcosa che in essi manca (il colpo d’ala metaforico? il respiro epocale o universale invece di quello banalmente quotidiano e “cetomedista”?).
    Farei notare che:
    1. diagnosticare o registrare in poesia – mettiamo – una malattia che rode la società o un pezzo significativo della società, anche senza potere o sapere fornire una terapia, non è irrilevante (o addirittura, come in alcuni interventi pare, dannoso);
    2. se nessuno indica o sa indicare o ha afferrato saldamente, nella sua mente o nella sua pratica poetica, quel *qualcosa che manca*; e non lo propone, misurando che ascolto o presa ha su altri (poeti o lettori di poesia etc), ogni *alternativa* a Magrelli o al magrellismo dei suoi seguaci-rimasticatori o lettori (di bocca buona?) appare velleitaria.
    Ci fu questo *qualcosa che manca* in qualche “epoca d’oro” (ciascuno ha la sua)? Lo si persegua. Si dimostri con le opere e il lavoro critico che può tornare. E se è oggi eso è comunicabile solo in forme cenacolari o catacombali, lo si accetti, lasciando a Magrelli il suo successo, i suoi seguaci, i suoi lettori. Ciascuno per la sua strada. (Se la si ha).

    P.s.
    Nel link da me indicato (http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/scuola_e_noi/289-una-poesia-di-magrelli-e-l-inizio-dell-anno-scolastico.html) Romano Luperini ha qualificato Magrelli “un poeta fra i maggiori, forse il maggiore, degli ultimi trenta anni “.
    Si può dissentire o meno. Non capisco però perché, per contestare la sua affermazione, Luperini debba essere ricordato come “il marxista di un tempo” o come esempio di “débacle del pensiero accademico (un tempo) marxista”. Non essendo più marxista (o non essendolo nei termini di trenta o quarantanni fa) non sarebbe più, per questo, capace di valutazione critica o da prendere in considerazione per quello che dice?

  42. Il Signor abate parla di “amici” e di “nemici”. Bene, forse è meglio ribadire una volta per tutte, per chiarezza, che lo scrivente non divide l’umanità poetica in “amici” o “nemici” e non divide gli esseri umani in “amici” e “nemici”.

  43. Ivan Pozzoni

    Comunque, in ogni caso, a me sembra che questo dialogo a decine di voci su Magrelli sia risultato un OTTIMO dialogo, difficilissimo da mantenere in un blog. Complimenti a Giorgio: è sempre un ottimo neurotonico, e ci frega tutti, costringendoci a riflettere, e a discutere. Concordo: niente “amici” o “nemici” (ritengo che Ennio stesso non abbia voluto dare ad essi significato diverso che individui divisi da weltanschauungen diverse): noi tutti abbiamo opinioni diverse. Penso che avere opinioni diverse, motivandolo, non debba essere fonte di inimicizia (tuttavia, mi accorgo di stare violando la fantasmagorica legge di Hume, e riformulo). La mia valutazione (soggettiva e arbitraria, non falsificabile) è che avere opinioni diverse, motivandolo, non debba essere fonte di inimicizia. Abbracci sinceri a tutti, davvero a tutti. 🙂 Ivan

  44. IPOTESI DI RICERCA

    Se volete controllare su un equivalente in prosa il probabile dramma (“cetomedista”) che il poeta Magrelli dice e non dice nei suoi algidi versi “appiattiti sul quotidiano”, leggetevi ” E adesso?” di Walter Siti, postfazione a “Il dio impossibile”, la trilogia dei romanzi da lui finora pubblicati.
    La trovate qui: http://www.leparoleelecose.it/?p=16284#more-16284

    • Ambra Simeone

      concordo con Ivan e Giorgio, qui si sta semplicemente dialogando su questioni neppure poi così importanti come la “poesia” 🙂 per cui non ci sono “nemici” o “amici” ci sono persone con idee diverse… per fortuna!

  45. Pasolini una volta scrisse (non ricordo più a quale proposito) che quando leggeva un poeta contemporaneo ci sentiva subito l’odore del salario che l’uomo percepiva, il genere di collegamento che legava la sua situazione finanziaria alla poesia che scriveva.
    Ecco, io dietro le poesie di Magrelli ci avverto il fruscio delle banconote che rendono stabile ma inquieta la situazione psicologica dello scrittore. C’è un malessere, certo, che viene alla luce nelle poesie di Magrelli, ma è un malessere mitigato dalla solidità della sua situazione finanziaria: il malessere di chi sta bene e non intende modificare lo status quo. Scrivere di “Farsi il sangue amaro” è una evidente captatio benevolentiae del lettore in quanto tutti noi come cittadini di questo paese ci facciamo (da mane a sera) il sangue amaro. Ma ciò non basta a fare una poesia semplicemente trasponendo il “sangue amaro” nei versi di una poesia, neanche mettendo in maiuscolo le parole:

    C’è chi fa il pane.
    Io faccio Sangue Amaro.
    C’è chi fa profilati d’alluminio.
    Io faccio Sangue Amaro.
    C’è chi fa progetti per lo sviluppo aziendale.
    Io faccio Sangue Amaro.
    Io mi faccio il Sangue Amaro.
    È una specialità della casa, sin dal lontano 1957.

    Anche perché “chi fa il pane” e “chi fa profilati d’alluminio” non è nella stessa condizione di chi fa il professore all’università, sono due condizioni esistentive assai diverse. La poesia risulta così chiara ma anche banale, e anche posticcia.

    • Ivan Pozzoni

      «Anche perché “chi fa il pane” e “chi fa profilati d’alluminio” non è nella stessa condizione di chi fa il professore all’università, sono due condizioni esistentive assai diverse. La poesia risulta così chiara ma anche banale, e anche posticcia» e «La critica ai contenuti è inutile. Il fatto che un poeta parli di IRPEF nella sua poesia non può influire su una valutazione critica». Jamm, Giorg’, me faje ascí fore ‘e capa, ja! 🙂

  46. Gentile Laura Canciani,

    io, Alfredo de Palchi, non sono il difensore ufficiale della poesia di Valerio Magrelli. Però la difendo, nonostante sia d’accordo in parte con critiche serie, non vendicative addosso persino alla vita privata.
    Se lei ammette con certezza che “la sua poesia è leggibile, chiara,Sdimostrativa, misurata, ma è anche povera di pensiero, è una poesia terribilmente povera di pensiero, anzi direi che non contiene alcun pensiero. . .”, allora ammetta pure che ciascun verso di una poesia di Magrelli, o di Anonimo, può essere un pensiero o può suggerire al lettore un pensiero. Siccome lei è sicura della propria conoscenza poetica magrelliana,. per la seconda volta chiedo che mi si istruisca a
    riconoscere pensiero e non pensiero nella poesia in generale. Se gli altri
    commentatori fingono di aver compreso il suo accertamento, io, vecchio non ancora rimbambito, non fingo. Spieghi, per cortesia.
    Grazie e cordiali saluti.

  47. ricevo sulla mia email e trascrivo il seguente commento di Laura Canciani:

    Gentile Alfredo De Palchi, lei mi chiede di spiegare la povertà di pensiero della poesia di Magrelli, ci proverò nei limiti di un commento. Ricordo che tanti anni fa il poeta romano scrisse che lui non aveva bisogno di una poetica. E in effetti è vero, la sua poesia è scritta in prossimità delle notizie che gli forniscono la carta stampata e il video. E’ questo il punto di forza della poesia di Magrelli, quella di essere trasmissibile anche ai lettori meno acculturati facendogli apparire come grandi e importanti le notizie della cronaca del giorno accompagnate dal commento dell’autore. Magrelli ad esempio scrive: “Nicole Minetti, «composto di carbonio, rossetto, silicone» e «angelico complesso / di sesso sesso sesso sesso sesso»”. Veda, in poesia si può dire di tutto, si può anche dire (come è stato detto da qualcuno) che questi versi sono mirabili (a me sembrano penosi), ma può darsi che io mi sbagli. Certo, Magrelli si occupa delle forme chirurgicamente ritoccate della Signora Minetti, e così facendo sollecita il sorriso di compiacimento dei lettori. Ma, chiedo io: è una cosa seria? E’ una cosa seria riscuotere il consenso dei lettori maneggiando le trite notizie di cronaca con l’ironia del benpensante che ha in orrore il “sesso”? E’ una cosa seria gridare al miracolo per questa abbacinante sciocchezza?. Per favore, non vorrei apparire troppo severa, potrei portare decine e decine di esempi di poesie tratte dalla cronaca per far divertire il lettore, ma non voglio stravincere, mi è sufficiente aver indicato a cosa porta l’assenza di una poetica, l’assenza di un pensiero poetico e filosofico sul mondo: porta esattamente a questo. Leggiamo la poesia più «bella», quella messa sul frontespizio della copertina del libro, quella riprodotta anche nel blog, sulle scadenze fiscali e i codici di accesso che hanno invaso la nostra vita quotidiana: (URAR TV, ICI, IRPEF, PIN, PUK); anche questa è una riflessione superficiale sulle caratteristiche della nostra vita quotidiana, è una riflessione che può essere fatta (e in effetti l’ho incontrata migliaia di volte nei giornali italiani) sugli aspetti del nostro vivere nella civiltà post-tecnologica. E’ una forma di retorica populista che qui ha luogo, fatta per farsi benvolere dai lettori. Potrei continuare per decine e decine di altre poesie, ma mi fermo qui. Credo che sia sufficiente.

    (Laura Canciani)

  48. Valerio Gaio Pedini

    allora la mia poesia è stata tacciata come carta straccia, versi di un poetuncolo, versi immondi, e quest’uomo universitario che mi parla del seno siliconato della Minetti fa poesia ed è necessario? Scusatemi, ma con presunzione lo dico: se la mia poetica non vale niente (almeno io ne ho una) l’anacronismo del mio omonimo non è da meno.

  49. Valerio Gaio Pedini

    Ma credo che l’età influisca molto sul giudizio critico, difatti questa ne è la dimostrazione. Se fosse stato una ventenne (non morto suicida) a scrivere questi obbrobri poetici sarebbe stato descritto come un poetuncolo che non fa nemmeno lontanamente versi pseudopoetici.Forse la mia generazione allora ha tutto il diritto di essere non arrabbiata, ma proprio incazzata! E che Magrelli si faccia pure il sangue amaro, a me onestamente non è che importi molto.

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