POESIE SCELTE di Valerio Magrelli da “Il sangue amaro” (Einaudi, 2014) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

Commento di Giorgio Linguaglossa

La didascalia dell’editore recita: «A otto anni dall’uscita di Disturbi del sistema binario, la nuova raccolta di Valerio Magrelli si presenta estremamente articolata rispetto alla precedente. Diviso in dodici sezioni e in due metà di 55 poesie ciascuna, Il sangue amaro affronta un ampio ventaglio di argomenti. Si va da poesie su artisti, poeti o amici, a una sorta di iper-testo sul tema della lettura, dalla ripresa dell’antico genere dei calendari, al poemetto «etologico» La lezione del fiume. A ciò si aggiungono versi civili (Cave! e Il Policida), che si alternano ora a parti piú lievi (Piccole donne e Paesaggi laziali) ora a un’approfondita riflessione intorno al rumore, alla musica, all’acustica (Otobiografia). Un caso a sé è costituito dalla forte presenza religiosa che si ritrova, sia pure in una prospettiva critica, nelle composizioni dedicate all’immagine del Natale o al dibattito sull’eutanasia. Il cuore del libro, però, va individuato nel capitolo ispirato al motto paolino, e poi kierkegaardiano, di «Timore e tremore». È questa infatti l’impronta di una scrittura segnata da quella «età dell’ansia» che, sebbene covi ormai da lungo tempo, non è evidentemente ancora giunta alla sua piena maturazione».

valerio magrelli con la libreria della sua abitazione a Roma

valerio magrelli con la libreria della sua abitazione a Roma

 Dopo la lettura di questa precisa e sapiente notazione critica dell’ufficio stampa di Einaudi, non c’è dubbio che Valerio Magrelli è colui che meglio di tutti ha saputo intercettare, dal primo libro Ora serrata retinae del 1980, quella inquietudine mediatico-mediale che ci ha accompagnato dall’età craxiana alla fine della seconda repubblica ad oggi dove non sappiamo più dove siamo, in particolare in questi ultimi vent’anni di stagnazione e di recessione economica. Forse nessun punto di vista era così privilegiato quanto Roma, la capitale, cinica e sorniona, di uno stato in dissolvimento lento ma progressivo. L’«età dell’ansia» di Magrelli è l’ansia privata, anzi privatissima del cittadino medio che si preoccupa degli affari propri: le bollette dell’ICI, dell’aliquota dell’IRPEF, del canone TV, delle multe, de «l’anagrafe telematica» e di tutti gli altri rompicapo del nostro essere cittadini italiani (s’intende, problemi propri a tutti noi). In questo senso ritengo Magrelli il poeta che meglio degli altri ha saputo intercettare le paure, le idiosincrasie e le ansie della nostra storia recente, il poeta più esportabile e più impermeabile, il poeta spugna che assorbe i virus che alitano nell’atmosfera e li converte in «poesia» con un linguaggio intellettualizzato al punto giusto di cottura per piacere alla generalità del ceto medio. E se la longevità ha un qualche significato, allora bisogna ammettere che Magrelli è il poeta più longevo e rappresentativo, nel bene e nel male (più nel male che nel bene), del nostro tempo, scrive le poesie che Jep Gambardella de “La grande bellezza” scriverebbe se non avesse rinunciato a scrivere. Un esempio?, ecco una poesia sulla paura che qualcuno possa portargli via la «casa»:

«Non siamo a casa neanche a casa nostra, / anche la nostra casa è casa d’altri, / la casa di qualcuno arrivato da prima / che adesso ci caccia. / Vengono a sciami / si riprendono casa, / la loro casa, /da cui ci scuotono via, / punendoci per la nostra presunzione: /essere stati tanto fiduciosi /da credere che il mondo si potesse abitare».

(Giorgio Linguaglossa)

valerio magrelli Il sangue amaro

Natale, credo, scada il bollino blu
del motorino, il canone URAR TV,
poi l’ICI e in piú il secondo
acconto IRPEF – o era INRI?
La password, il codice utente, PIN e PUK
sono le nostre dolcissime metastasi.
Ciò è bene, perché io amo i contributi,
l’anestesia, l’anagrafe telematica,
ma sento che qualcosa è andato perso
e insieme che il dolore mi è rimasto
mentre mi prende acuta nostalgia
per una forma di vita estinta: la mia

*

C’è chi fa il pane.
Io faccio Sangue Amaro.
C’è chi fa profilati d’alluminio.
Io faccio Sangue Amaro.
C’è chi fa progetti per lo sviluppo aziendale.
Io faccio Sangue Amaro.
Io mi faccio il Sangue Amaro.
È una specialità della casa, sin dal lontano 1957.

*

Mi lavo i denti in bagno.
Ho un bagno.
Ho i denti.
Ho una figlia che canta
di là dalla parete.
Ho una figlia che ha voglia di cantare
e canta.
Può bastare.

*

Ingegnoso, mio figlio si chiude nella doccia
incolla un foglio al vetro, dall’esterno,
e per un’ora, immerso nel vapore,
impara a memoria Ugolino.

Scendono l’acqua e i versi, lui sussurra,
mi costa una fortuna, ma alla fine
esce lavato, profumato, pieno
zeppo di endecasillabi.

*

Se tutto dovesse andar bene,
ma veramente bene, senza incidenti o crolli,
infine arriverà la tremarella.
Vedo amici più anziani che vibrano,
il mento scosso, le mani inarrestabili.
Parliamo allora di questo movimento,
un vento che soffia da dentro
per scuotere le foglie delle dita
e non si ferma più.

*

È questo stormire neurologico
di fronde che dunque mi attende
se tutto, proprio tutto, dovesse andar bene.
E mi tramuterò in una betulla
o in un cipresso sul bordo del fiume,
con quel tremolare di luci
alzate dalla brezza.
Mi farò soffio, mi farò soffiare,
panno lasciato al sole ad asciugare.

valerio magrelli 4

 

 

 

 

 

 

Pagliarani sul Niagara

Parlavi dei bambini,
dicevi della loro furia molecolare,
davanti alla cascata,
anzi, dietro il suo velo,
dentro un cunicolo scavato nella roccia
per sbucare sul retro delle acque.
Al buio, fra la guazza,
con quel film bianco che scorreva in fondo
velando il mondo,
come ficcati dentro un ombelico,
parlavi della nascita,
descrivevi la nascita,
affidavi alla nascita
la parola segreta di ogni storia:
CONTINUA.

 

Giugno (1957-2007)

I Am A Strange Loop.
Douglas Hofstadter

Cinquanta volte giugno,
e sarei io, l’anello?
L’anello è lui, questo tempo elicoidale
che torna su se stesso
sempre uguale e uguale mai,
mio giugno, anello solstiziale
di sangue, di nozze, di addio,
eterna vigilia di quella vacanza
che infine giungerà pura
nudissima luce definitiva,
mio sabato dell’anno, rompendo
finalmente l’anello sisifale.

 

Dicembre
Minimo omaggio a John Donne

Dicembre, il lavandino si è svuotato:
tutta la luce se ne è andata via,
finché il mese sfinito, prosciugato,
giunge al cospetto di Santa Lucia.
Nel tenebrore della siccità
le mattinate sgocciolano notte,
e col solstizio dell’oscurità
l’intero anno si contrae per otte-
nere che lentamente, esile, torni
il moribondo flusso di corrente
ed un nuovo splendore inondi i giorni.
Solo cosí rinasce quel potente
getto di sole che rimette in moto
ruota, ciclo, marea, nascita, photos.

valerio magrelli

valerio magrelli

 

 

 

 

 

 

L’età della tagliola
Su una fotografia di Milena Barberis

Per prima cosa ho visto tre ragazze,
dopo ho intuito che era una soltanto
moltiplicata.
Finché ho capito che ogni ragazza
ne contiene altre due,
fiore con tre corolle, equazione a tre incognite.
Avere quell’età, significa sostare innanzi a un bivio:
da un lato sta il passato appena prossimo,
dall’altro un futuro duale – scelta,
biforcazione, sesso, forbice.
Chi cresce, chi adolesce, si divide
e per andare avanti deve amputarsi
come fa la volpe, che stacca la sua zampa
presa nella tagliola.

Suites inglesi

A Roland Barthes, maestro di solfeggio
Ero andato a incontrarlo da studente
per una tesi, e invece chiacchierammo
solo degli spartiti che portavo con me.
Suonava al piano Bach e la corrente
di quel «ruscello» lo sospinse via
fra mulinelli e anse.
A che serve suonare?
Un’obbedienza cieca,
un’arte marziale: l’ascesi,
e in fondo il suono che si leva uguale,
il Sempre-uguale,
nell’ostinata speranza,
se non di un lenimento,
di un mite risarcimento musicale.

valerio magrelli

valerio magrelli

 

 

 

 

 

Tombeau de Totò

Totò diventa cieco, da vecchio.
Tutto quell’agitarsi disossato
per finire nel buio.
Un muoversi a tentoni,
un zigzag nelle tenebre.
Ma è vero anche il contrario:
Totò diventa vecchio, da cieco.
Me lo ricordo ancora, sotto casa,
che traversa la strada a un funerale,
tra due ali di folla impazzita.
E lui stava al gioco, sconnesso, veniva avanti a scatti,
senza vedere nulla – solo ora capisco!
Cieco, vecchio e meccanico,
ma come caricato dalla molla d’acciaio del dialetto.
Finché, perso lo sguardo, non perde anche la lingua.
Nei suoi ultimi film, non potendo seguire le battute,
viene doppiato. Questa la leggenda:
da cieco che era, adesso è diventato muto
nella pellicola, mentre un’altra voce
sostituisce la sua.
Totofonia blasfema, alle soglie dell’ombra.
Deposta la visione, deposta la parola,
il corpo pinzillacchero discende nella Tomba.

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153 commenti

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153 risposte a “POESIE SCELTE di Valerio Magrelli da “Il sangue amaro” (Einaudi, 2014) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Valerio Gaio Pedini

    se fossi il poeta descritto maggioritario dalla pseudocritica (priva di coraggio) e scrivessi le castronerie che scrive Magrelli, magari un po’ di Sangue Amaro, me lo farei anch’io. Fra l’altro facesse umorismo o ironia Magrelli, ma non lo fa, è come leggere un brutto quotidiano, ridi perché quello che leggi è solo un intarsio di cliché.

  2. caro Valerio Gaio Pedini,
    tu hai solo vent’anni ed hai tutto il diritto di scrivere tentativi di poesia, approssimazioni alla poesia, sei un giovanissimo autore in crescita (ed io ti auguro di crescere), hai le qualità essenziali che forse un giorno faranno un poeta, hai davanti a te tutto il tempo per maturare e arrivare ad un tuo stile, ad una tua poetica. Forse altri poeti che hanno 50 anni suonati dovrebbero astenersi dallo scrivere poesie di assai dubbio valore. Ma il problema è un altro: è l’applauso incondizionato della generalità dei modesti addetti ai lavori cointeressati che gridano al capolavoro e ai versi mirabili. Sono sciocchezze, ovviamente, e bisogna dirlo ad alta voce come tu fai e hai il coraggio di denunciare. E’ questa ipocrisia che abbiamo il dovere di denunciare, non tanto la poesia di Magrelli che è ben poca cosa.

  3. basta, questa poesia magrella mi ha scassato gli attributi: citerò pedro Pietri da Scarafaggi metropolitani

    non lasciate
    che lampade artificiali
    disegnino strane ombre
    di voi
    non sognate
    se volete che i vostri sogni
    s’avverino
    sapevate cantare
    anche prima che
    vi venisse rilasciato un certificato di nascita
    spegnete lo stereo
    che questo paese vi ha dato
    è fuori uso
    il vostro respiro
    è la vostra terra promessa
    se volete
    sentirvi davvero ricchi guardatevi le mani
    è lì
    che si trova
    la definizione di magia

    oooohhhh mi sento meglio!!!

  4. Ahi, ahi! Siamo al tifo da curva sud con tutti gli attributi ben in vista!
    Povera critica.

  5. Ringrazio Laura Canciani per aver tentato di chiarire il perché nella poesia di Magrelli non c’è pensiero. È convinta, e non mi convince, tuttavia accetto
    la spiegazione. Apprezzo la sua temerarietà. Il fatto è chi legge “Geologia di un padre” (2013), diciamo poesia in prosa, scopre che il pensiero esteso in quell’opera è ridotto allo stile magrelliano in poesia del “Sangue amaro”. Piaccia o non piaccia quest’ultima opera è XXImo secolo, non ancora
    accetto o entrato nella vita novecentesca dei commentatori.

    Strano che il peggiore sia un ventenne “pip squeak”, ciuffo di capelli sull’occhio destro e l’immaginrio cartellino SONO POETA al collo. Purtroppo, l’iniziale incoraggiamento del generosissimo Giorgio, si è ingrandito nella testa, sbanda nei commenti, quasi da megalomene confronta la propria versificazione alla poesia di Magrelli, e sicuramente a quella di altri. In cinquant’anni, come editor della rivista “Chelsea”, storica dal 2007, ne conobbi a dozzine di tali tipi gonfi quanto era gonfia la loro indisciplinata versificazione. Siccome giudica la competenza dell’anziano antiquata o inferiore a quella del giovane, per ultimo, come giovane lui è un conformista (i giovani finti ‘ribelli’ lo sono, eccome), la sua contemporaneità anagrafica non va a braccetto con quella, ad esempio, interiore e mentale di un ADP.

  6. Ricevo alla mia email e trascrivo il commento di Laura Canciani:

    Prendo atto della argomentazione di un grande poeta come Alfredo De Palchi; sì, la pseudo poesia di Magrelli è entrata con pieno diritto nel XXI secolo (più nel male che nel bene, a mio avviso), forte della sigla Einaudi e della sua appartenenza ad una élite letteraria che ormai è costretta a raschiare il fondo del barile.
    Ha ragione nel dire che Valerio Gaio Pedini è un giovane poeta che deve maturare molto prima di potersi ragguagliare a Magrelli, vuol dire che lo aspetteremo con calma negli anni a venire. Ma, proviamo a confrontare la poesia di Magrelli con quella, ad esempio, di Giorgio Linguaglossa, le ultime due postate su questo blog. Al confronto apparirà chiaro l’enorme differenza tra i due modi di scrittura. A mio avviso, al confronto, la poesia di Magrelli ci fa una ben magra figura, ma concediamo ai lettori di farsi una propria opinione in piena libertà di pensiero.
    Rispondendo a Ivan Pozzoni posso dire che una raccolta di Linguaglossa era stata inviata ad Einaudi la quale ha risposto che “era impossibilitata alla pubblicazione”. Il termine “impossibilitato” è molto chiaro, significa che c’è una soglia che non può essere superata. Ecco, sarei curiosa di conoscere quale sia questa soglia, ma non solo per Linguaglossa ma per la poesia italiana in generale. Ho letto poi, con mia somma sorpresa che, tra le note biografiche di Linguaglossa, c’è scritto: «nel 2003 viene raggiunto dalla interdizione a pubblicare con editori a diffusione nazionale».
    Mi chiedo: che cosa significa?, siamo davanti ad una nuova forma di (come vogliamo chiamarla?) controllo preventivo o censura?.
    Gentilissimo De Palchi, io non sono “temeraria” come lei scrive, dall’alto dei miei anni posso permettermi di essere onesta, tutto qui.

    • Valerio Gaio Pedini

      a me onestamente le solite frecciate che fa a me Un De Palchi che poi si mette ad elogiare un Magrelli, poeticamente molto magro. Non so cos’abbiano i ventenni di così antipatico. quella fotografia postata in continuazione da Giorgio ritrae me a 15 anni, forse è passato un po’ di tempo, e bisognerebbe aggiornarsi su come sono. E poi De Palchi…posso accettare commenti sulla mia poesia (in quella targhetta non c’è scritto sono poeta, era una targhetta idiota con su scritto AGENTE SPECIALE), e sì mi metto a confronto con Magrelli, come lei si mette contro a dei giovani che non hanno nulla da spartire con lei…e se non hanno nulla da spartire con lei non vedo perché deve continuare a fare il giudice. Ma lo faccia pure, ma forse qui il più ridicolo è l’anziano saggio che giudica aspramente e offensivamente un ventenne e non un ventenne. E poi non sono un giovane ribelle, tra incazzato e ribelle vi è in mezzo un oceano semantico, ergo le consiglio di prendere il dizionario, magari vivendo in america si è dimenticato della sua lingua madre!

  7. Valerio Gaio Pedini

    giorgio mi ha chiesto di non rispondere, sapendo che l’avrei fatto, ma ho letto il messaggio troppo tardi. E comunico che se è giudicato troppo offensivo (cosa che è anche quello di De palchi) può rimuoverlo. Ma appena mi sveglio le offese mi rischiano di rovinarmi un’intera giornata. Forse rispondere,invece che farsi il Sange Amaro, mi aiuta a metabolizzare: ma va beh una volta lo posso accetare, due volte anche, ma sempre no!

    • Ivan Pozzoni

      Valerio, rasserenati. Guarda che Alfredo De Palchi non ha mai ammazzato nessuno. Al massimo continua a sfotterti, come è stupendo che avvenga nelle dinamiche tra un giovanissimo artista, che deve ancora maturare, e un artista affermato, del calibro di un De Palchi. Meglio sfotterti, che ignorarti [la fotografia col ciuffo da quindicenne ti dona: io che ho visto le tue foto attuali, manterrei la foto da quindicenne pip squeak]! Gli autori affermati, di norma, ignorano tutti, mostrando così, inavvertitamente, di essere ignoranti: De Palchi, invece, dice a TUTTI ciò in cui crede, e, se non mi sbaglio, è tipo da accettare risposte al vetriolo (trasformandole – ahimé a te!- in risposte al cetriolo). Quindi non esagerare, non ti ammalare, non ti fare nuove foto, non rotolarti a terra, e studia, migliora, matura. E, ti consiglio da amico, di evitare di continuare sulla strada della tua auto-giustificazione. Non hai fatto niente di drammatico e offensivo. De Palchi – dal minimo che sono riuscito a comprendere attraverso un numero infimo di scambi email- non è tipo da rancore, o odio, o ostracismi. Al massimo, continua a sfotterti.

  8. Giuseppe Panetta

    A rileggere i commenti a questo post gli unici due che hanno parlato relativamente bene di Magrelli siamo stati io e Ivan, tutti gli altri niet.
    Perché si attacca solo Pedini?

    • Ivan Pozzoni

      Perché anche io non amo Zanzotto, considerandolo “vuoto” e oscuro (al contrario di Magrelli). Però, sinceramente, ho il buon gusto di non confrontare la mia modestissima anti-poesia con la finta-poesia di Zanzotto (che, anche se a me fa schifo, rimane uno dei maggiori poeti dell’ ‘800). 🙂 Sdrammatizziamo, il dialogo è bello, movimentato.

  9. Giuseppe Panetta

    A Valerio una poesia di Giorgio Caproni e un consiglio: lucida l’elmo che di fendenti sulla chiorba ne riceverai ancora tanti; oppure fai come me, diventa uno skinhead e mostra il tuo cranio LoL :-))

    Portami con te lontano
    …lontano…
    nel tuo futuro.

    Diventa mio padre, portami
    per la mano
    dov’è diretto sicuro
    il tuo passo d’Irlanda
    – l’arps del tuo profilo
    biondo, alto
    già più di me che inclino
    già verso l’erba.

    Serba
    di me questo ricordo vano
    che scrivo mentre la mano
    mi trema.

    Rema
    con me negli occhi al largo
    del tuo futuro, mente odo
    (non odio) abbrunato il sordo
    battito del tamburo
    che rulla – come il mio cuore: in nome
    di nulla – la Dedizione.

    • Ivan Pozzoni

      Accostiamo Valerio ai caproni! A me è successa una cosa molto simile a Alfredo De Palchi. Mi hanno ignorato – a ragione- fino ai (quasi) quarant’anni. Improvvisamente Giorgio mi scoprì, e mi segue, con una pazienza infinita, sulla strada dell’auto-dissoluzione poetica. Non avrei mai il coraggio di confrontarmi con De Palchi: io a 88 anni non ci arriverò di certo; trovo ciò che scrive Giorgio, che conoscevo abbastanza bene, una tremenda conferma sociologica della costante falsificazione nepotistica di ogni settore di studi, di lavoro, di vita dell’odierna Italia. Sparire o sparare? Sparare o sparire? E intanto ci tengono in vita, con un minimo di soddisfacimento dei bisogni elementari, e con la minaccia di annientarci. Politica, cultura, azienda, campionato di calcio: tutto è falsato, tutto è manipolato, tutto è gestito fuori dalla nostra “portata”. Sparare o sparire? Giorgio: io sono fiero della tua interdizione: significa che stai dissipando i beni materiali dell’intero Novecento. Quando tu bona paterna avitaque perdidisti, te interdico. Amen

  10. Gentile Giorgio,
    mi spiace che continui ancora questa “baruffa” tra commentatori delle poesie di Valerio Magrelli, sommergendo i commenti alle tue poesie inedite e il tuo commento a quelle di Nazario Pardini.
    Rileggendo qua e là, ho ritrovato una lettera a te inviata oggi dalla poetessa Laura Canciani, in cui ho letto con grande stupore (dolore?) le asserzioni che trascrivo, profondamente colpita da ciò che ignoravo.

    “posso dire che una raccolta di Linguaglossa era stata inviata ad Einaudi la quale ha risposto che “era impossibilitata alla pubblicazione”. Il termine “impossibilitato” è molto chiaro, significa che c’è una soglia che non può essere superata. Ecco, sarei curiosa di conoscere quale sia questa soglia, ma non solo per Linguaglossa ma per la poesia italiana in generale. Ho letto poi, con mia somma sorpresa che, tra le note biografiche di Linguaglossa, c’è scritto: «nel 2003 viene raggiunto dalla interdizione a pubblicare con editori a diffusione nazionale».”

    Anch’io vorrei conoscere la “soglia” che non può essere superata (non la mia Soglia del Mistero nel poemetto “L’anima e il lago”).
    Anch’io desidererei qualche chiarimento sull’interdizione da te subita, certo ingiustamente, poiché, nonostante qualche piccolo diverbio, la mia stima verso di te è grande, tanto che mi risulta persino incredibile un provvedimento di tal genere contro di te.
    Un ringraziamento in anticipo

    Giorgina

  11. gentile Giorgina Busca Gernetti,

    quanto riferito dalla poetessa Laura Canciani corrisponde a verità.

    In quanto alla “interdizione (che mi ha raggiunto nel 2003) a pubblicare con editori a diffusione nazionale”, è la pura e semplice verità. In proposito, sono in possesso di un documento dattiloscritto di 4 facciate di foglio A4, nel quale mi viene spiegata nei particolari l’esistenza di una “interdizione” acché mie poesie e il mio nome compaiano nell’indice delle pubblicazioni.
    Ovviamente il documento è firmato. E chi l’ha firmato è una persona molto autorevole e conosciuta nel mondo dell’editoria. Finora ho tenuto per me questa notizia ritenendo di non avere il diritto di rendere manifesto un documento che esporrebbe il firmatario a ritorsioni e a vendette.

    Passati ormai più di 10 anni dall’evento interdittivo, pur mantenendo la riservatezza sul nome del firmatario del documento, ho deciso che sia giunto il momento per rendere di pubblico dominio l’esistenza, nella poesia italiana, di un organismo deputato a pronunziare giudizi di interdizione verso poeti non allineati. Aggiungo che il documento accenna all’esistenza di altri poeti colpiti da analogo provvedimento interdittivo, pur senza ovviamente indicarne i nomi.

    Quanto sopra riportato, in un altro paese europeo provocherebbe uno scandalo, ma nel nostro disastrato paese, ne sono certo, non succederà nulla.

    In ogni caso, quando verrà il momento in cui non esporrò più la persona che ha firmato il documento a ritorsioni, mi riservo di pubblicarlo (a mie spese) su un quotidiano a tiratura nazionale. Ma senza farmi tante illusioni, ormai la situazione generale del nostro Paese, in tutti i campi, è talmente deteriorata, che dubito fortemente che ci possa essere un risveglio della sua coscienza civile.

    Molti sanno, ma si guardano bene dal parlarne, e voltano le spalle da un’altra parte.

    • Gentilissimo Giorgio Linguaglossa,
      sono allibita e addolorata di fronte a queste rivelazioni.
      So per esperienza diretta che anche il mondo letterario è inquinato da persone prive di coscienza che agiscono con tracotanza e strapotere, non diversamente da coloro che hanno formato da secoli uno stato nello Stato.
      Diversi i metodi, ma uguale il principio secondo cui agiscono.
      Quelli che sanno ma non parlano sono simili alle tre scimmiette del noto aforisma. Voltano le spalle per non perdere i loro privilegi o per quieto vivere, se non per viltà.
      Difendere gli amici o conoscenti che hanno subito un grave torto pretende coraggio e lealtà. Ma oggi chi è leale?
      A me hanno voltato le spalle in molti, oppure pretenderebbero di salutarmi con un mezzo sorriso senza però aver mosso un dito o detta una sola parola nel momento dell’offesa. Allora sono io che volto le spalle.
      Meglio la solitudine con la coscienza netta che le numerose amicizie, i cenacoli e i salottini in cui si dispensano ipocrisia e veleno.
      Mi spiace molto, gentile Giorgio. Non immagini nemmeno fino a che punto ti capisco.
      Giorgina

    • Ivan Pozzoni

      Sempre – ahimé!- che te lo facciano pubblicare, anche a tue spese, su un quotidiano a tiratura nazionale. Penso che sarà una bella impresa reperire un quotidiano disponibile a velare meccanismi editoriali in cui i quotidiani medesimi (e ogni tipo di mass media) sono coinvolti. Onore massimo e massimo sostegno a Giorgio Linguaglossa!

      • Ambra Simeone

        Caro Giorgio,

        rimango davvero allibita da quanto hai scritto sul blog, io stimo Magrelli e il suo operato ho sempre avuto con lui un’ottima corrispondenza; ma a parte ciò rimango senza parole per quanto riguarda invece l’editoria italiana di alto livello che dovrebbe difendere a tutti i costi il suo prestigio e il suo nome e invece lo infanga sempre più, che ci siano autori a cui sia interdetto di pubblicare le proprie cose è qualcosa di vergognoso! Ormai l’Italia non è più un paese!

        • @ Ambra Simeone

          MEMENTO DA PRECEDENTI GENERAZIONI

          “Per questo paese non c’è salvezza. Per trent’anni questa frase mi sono rifiutata di pensarla. Oggi la penso e la credo. Ma che cosa ci sto a fare, fra le parole di questa lingua e tutto l’orribile schifo dell’arte, della poesia, delle belle colline e del mare, dei giovani generosi e morti e dei giovani disperati e spiritosi? Com’è che sopporto ancora la sintassi, le etimologie, la metrica, l’Europa? Me ne sto disteso e leggo il “Guardian”. Cerco di misurare il declino delle facoltà mentali dalla mia inettitudine a decifrare una pagina di Tacito”.

          Nota.
          Da F. Fortini, Disobbedienze II, pag. 176, manifestolibri 1996.
          Si tratta degli articoli di Fortini usciti su “il manifesto” tra 1972 e 1994. Questo era uscito nel 1991, ai tempi della guerra del Golfo a cui partecipò anche l’Italia.

          • Ambra Simeone

            caro Ennio grazie per aver postato questo bellissimo pezzo di Fortini, pur non essendo mai stata schierata politicamente e mai lo sarò, mi sento vicina a questa parole!

    • La cosa non mi meraviglia affatto. Ne ho viste troppe all’interno delle case editrici (e delle università) per meravigliarmi. Ma un lato positivo c’è di questa faccenda: significa che hanno paura di te. E se hanno paura di te, significa che non ti prendono per nulla sottogamba. Sei in ottima compagnia nella storia.

  12. Le critiche a “Il sangue amaro” di Valerio Magrelli hanno ispirato numerosi commenti, tutti micidiali, meno tre o quattro, se ancora ricordo, con vari “ma, forse”. Un libro di poesie non dovrebbe essere giudicato evasivamente, o secondo gusti personali come faccio io.
    È o non è poesia secondo criteri critici di un Giorgio Linguaglossa che in fine annulla il libro. Laura Canciani, del libro ha una opinione, almeno per me, che dovrebbe far discutere un paio d’altri commentatori sul concetto pensiero o non pensiero nella poesia di Magrelli e di chiunque autore.
    Nessuno si azzarda entrare nel discorso in quanto nessuno sa cosa dire
    in merito, fingendo però di sapere che saprebbe dare una spiegazione.
    Il concetto che non ci sia pensiero nella poesia di Magrelli è, parlando di poesia in generale, controverso. A questo punto smetto di insistere, rispettando l’opinione di Lsura Canciani perché con serietà e convinzione la conferma senza usare espletivi. Ma è possibile che le opinioni di Giorgio e di Laura possano un giorno essere sbagliate o esagerate. Gli altri si sono divertiti a bastonare il poeta già giustiziato.
    Che Laura mi scusi, con temerarietà intendevo complimentarla.

    Finalmente uno capisce il mio sarcasmo, Ivan Pozzoni. Ma è così difficile
    per i permalosi piccoli Neroni odierni?
    Non ho niente contro i giovani che si comportano da giovani senza porre il proprio lavoro, specialmente se inedito, accanto a un lavoro edito di un poeta noto. Qualsiasi poeta può errare durante la sua carriera, ed è il critico che sa scrivere critica che ha il dovere di farci notare l’errore del testo, non i Valerio Gaio Pedini “incazzati’ contro il poeta Valerio Magrelli. Non si rende conto che lui, Valerio Gaio Nerone Pedini, è ridicolo, non divertente; come ero ridicolo io: adolescente allo specchio, ondulavo con le dita unte di brillantina ciuffi di capelli diritti; poi, a ventanni, invece di gridare quello che volevo urlare, stavo zitto e ascoltavo perché ero un inedito rimasto inedito fino al mio quarantesimo anno. Non proponevo il mio lavoro a riviste, che erano tutte riservate ai propri redattori, e non mi umiliavo con gli editori. Aspettavo la manna da qualche parte. Quel poco che mi successe me lo guadagnai con forza di volontà, fiducia nel mio lavoro, positività della mia personalità, e inviti di piccoli editori. Il mio motto era ed è ” Io e la mia arte non abbiamo fretta”. Per la pubblicazione del mio libro “Sessioni con l’analista” (1967), a quarant’anni, sono riconoscente a Vittorio Sereni, e, diventati amici, sia per corrispondenza che durante gli incontri annuali a casa sua, non chiesi mai un favore, mai; sono riconoscene a Roberto Bertoldo che si accorse di me tramite la mia scoperta di una poeta quindicenne, della quule feci pubblicare la prima raccolta, poi tradurre e pubblicare la stessa raccolta con testo a fronte presso una importante editrice americsna. Questo è un caso che menziono come esempio. Capisco le difficoltà dei giovani perché, quelle difficoltà e di peggiori, le sopportai io stesso, ribelle arrabbiato (un sentire ben diverso da quello di “incazzato”). Ma non avevo nessuna autorità per gridare ingiustizia. Cominciai che ero oltre settantenne ad inviare lettere sulfuree contro la poetica di sette secoli ancora in auge, e contro coloro, giovani e anziani, noti e non, che secondo il mio sentire poetico definivo e definisco “pochettini”. Se ricordo bene, credo di aver iniziato su un blog di Giorgio Linguaglossa. Alla mia età non ho nulla da perdere, esprimo quello che mi va di dire però senza mai confrontare la mia poesia come esempio.
    Ora non sfotto Valerio Gaio Pedini: gli dico di esprimere le sue opinioni quando almeno avrà edita una seconda o terza raccolta, osannate o stangate, e soprattutto composto a tarda età poesia da confrontare con la mia scritta da ventenne oppure ottantenne. Non ce la farà perché il suo tema di ribelle “incazzato” non è arte, ma vanità che non è poesia. Che a 88 anni, sia giovanile come lo sono io, e, senza cancro del sangue e senza essere tre quarti orbo, possa scrivere al computer senza fare errori. A me succede di farli. Buona fortuna.

  13. Valerio Gaio Pedini, consiglio di eseguire il consiglio di Giuseppe Panetta
    che mio ha fatto ridere a lungo. L’elmo di Scipione Africano potrete
    proteggerle meglio la testa dalle frecciate che riceverà nel futuro dalla sua stessa comunità letteraria. Io l’ho messa alle prove, e in questo momento
    smetto, ma si prepari a sorbire ricostituenti che diano fiducia. Ciao.

  14. Valerio Gaio Pedini

    CAPISCO IL SUO SARCASMO ALFREDO, MA A POSTERIORI, NON APPENA SVEGLIO XD

  15. Valerio Gaio Pedini

    COMUNQUE SONO BEN CONSAPEVOLE CHE NON AVRò NIENTE, E NON PRETENDO NEMMENO NIENTE. LA POESIA NON HA PRETESE, Né CORONE. Né POSSO DEFINIRMI POETA, PERCHé IO NON SCRIVO POESIA, E LO RIPETO SEMPRE. NON HO MESSO A CONFRONTO LA MIA OPERA CON QUELLA DI MAGRELLI (POICHé NON C’è NULLA DA CONFRONTARE): HO SOLO MOSTRATO UNA MIA PREOCCUPAZIONE ARGOMENTATIVA, IN UN MODO ERRATO ED ECCESSIVAMENTE IRRUENTO, COSì COME IMPACCIATO, MA ERA UNA PROVOCAZIONE FATTA CON SARCASMO. MAI HO VOLUTO SEMBRARE DIO, ANCHE PERCHé MAGRELLI, CON TUTTA LA BUONA VOLONTà, NON LO SARà MAI. ORA LA VANITà è UN FATTO PURAMENTE UMANO, O NARCISISMO CHE SIA, MA NON SI PENSI CHE IO NON STRACCEREI LA MAGGIOR PARTE DEI MIEI SCRITTI, ANCHE QUELLI PUBBLICATI, CHE NON HO MAI ORDINATO E DEI QUALI, PER MIA VOLONTà LI HO SOLO RILEGATI ALL’EDITORE, DISCONOSCENDO IL VOLUME. NON SO ERGO QUANTO SIA PIENO DI ME! SICURAMENTE APPAIO SPESSO SICURO, MA FONDAMELTAMENTE SONO NELLA PIù TOTALE INSICUREZZA. ERGO ALFREDO LA CAPISCO PURE, RICONOSCO I MIEI DIFETTI (SE POI SONO DIFETTI) , MA MI PERMETTO DI DISSENTIRE RIGUARDO A QUELLO CHE MI DICE, IN UN MODO PIù CHE MAI PACATO. PUò SAPERE COME APPAIO, MA NON PUò SAPERE COME SONO (E FORSE è MEGLIO).

  16. Mi permetto di dire che tanta esacerbazione della discussione ( e anche il suo prolungarsi eccessivo) nasce da una sopravvalutazione dello stesso oggetto del contendere: la poesia di Magrelli. Più si tende a squalificarla in toto e più non ci si riesce. Perché non ha senso squalificare in assoluto una poesia a cui si riconosce la capacità (fosse pur minima) di registrare un modo di sentire socialmente diffuso.
    Non si capisce perché non ci si possa, invece, attestare su una critica capace di mediare, riconoscendo limiti e meriti (fossero pure minimi). Come hanno fatto – ripeto – gli interventi di Annamaria De Pietro e Steven Grieco. Un tale accanimento nella negazione è rischioso e contrappone inutilmente. (Si dice che non ci sono “nemici”, ma il trattamento riservato da alcuni a Magrelli sembra quello riservato a un nemico vero o immaginario).

    • Valerio Gaio Pedini

      forse perché i burattinai come magrelli gestiscono un’editoria e un modo poetico nazionale, che oltre a quel centro non dà niente. Il tema mosso da Giorgio è profondamente serio. E non è una questione di inimicizia poetica. Poiché onestamente ci sarebbe anche poco da dire. L’inimicizia nasce nel momento in cui quando si fa una critica negativa nei confronti degl’egemoni, si rischia di essere tacciati, prima come ridicoli e poi, quando l’ironia ha dato dei frutti, come pericolosi.

      • @ Valerio Gaio Pedini

        Ma una cosa è criticare le politiche editoriali dei reali o presunti “burattinai”, altra è criticare i testi di un reale o presunto “burattinaio”, come tu definisci Magrelli. Le due cose non devono essere confuse. Non c’è relazione diretta tra la politica editoriale di X e la sua poesia. E i due piani vanno esaminati tenendoli distinti e usando strumenti diversificati.
        Devo fare molta attenzione a non dire che la poesia di X è una schifezza solo perché la sua posizione politica ( o politica editoriale o altro) è una schifezza; o a me non garba o la considero sbagliata o addirittura nemica. Balzac era un monarchico conservatore, ma i critici marxisti riconobbero che leggeva la società capitalistico-borghese meglio di scrittori “democratici”. Se ci fermassimo all’antisemitismo di Céline, dovremmo ( o almeno io dovrei…) semplicemente liquidarlo come scrittore.
        Una critica seria, puntuale, non solo sarcastica o fatta con l’accetta – sia sul piano politico che su quello estetico – ai cosiddetti “egemoni” li infastidirebbe (e persino li farebbe forse riflettere) più di tanto abbaiare a vuoto contro i loro fantasmi di comodo o immaginari.

      • Ivan Pozzoni

        Valerio: il burattinaio non è Magrelli. Come ha dimostrato Giorgio, esistono ben altri burattinai, che schiacciando un bottone distruggono esistenze. Non esageriamo su Magrelli. Le edizioni Einaudi, nella loro collana, ospitano altri nomi assolutamente sconosciuti, li ospitano in maniera immeritata, e, a mia opinione, molto anomala. L’inserimento o meno in una “grande” collana è un atto meramente o raccomandatorio o compensatorio, come le nomine Rai. Mala Temporella currunt!

  17. Sembra si sia esaurita la critica sul problema della raccolta “Il sangue amaro” e della persona civile di Valerio Magrelli. La mia opinione sui commenti degli interlocutori mi fa dire che l’insieme è riuscito un disastro,
    i rari commenti seri di due tre interlocutori non salvano la vitriolica atmosfera del blog. D’accordo, si è liberi di parlare pacatamente, gridare, insultare, averi dissensi, etc. etc., ma non in maniera incivile anche tra interlocutori, io incluso. Dopo aver approfittato della mia libertà, mi trovo veramente commosso davanti a un ragazzo ventenne, Valerio Gaio Pedini. Alla sua età e alla mia età si esagera tutto, sia nel bene che nel male, ma coloro che si trovano nello spazio tra Valerio Gaio e ADP dovrebbero insegnare che ci sono migliori posizioni per giudicare il bene o il male di un’opera e della personalità dell’autore. A ventanni e a ottantanni si è mentalmente ragazzi, si giudica bianco o nero, le vie di mezzo le crediamo borghesi, e indubbiamente lo sono, però più accettabili. . . Purtroppo, Valerio Gaio, è così, e i tipi delle nostre età vengono definiti esaltati.
    Lei ha espresso la sua opinione contraria di esaltato su “Il sangue amaro” di Valerio Magrelli, io ho espresso la mia favorevole di esaltato. Tuttavia le assicuro che le nostre opposte posizioni di giudizio non sono meno oneste delle posizioni di mezzo espresse meglio e professionalmente. Per me, chiudo soddisfatto di aver elogiato l’opera di Magrelli. Lei, Valerio Gaio, pensi e scriva quello che vuole, ma quando avrà completa fiducia in sé stesso sarà migliore e sicuro. Importantissimo. Ci sentiremo altrove.
    Saluti a tutte e a tutti.

    • Giuseppe Panetta

      Saluti a Lei, Alfredo De Palchi. Questo suo commento mi ha emozionato. E se in un mio precedente post l’ho fatta almeno sorridere me ne compiaccio.
      A risentirci “altrove”, dovunque esso sia.
      Con grande stima.

      Giuseppe Panetta

  18. Caro Alfredo De Palchi,
    Rendo omaggio al grande poeta Alfredo De Palchi, alla tua nota generosità e prendo atto della tua tesi in favore della poesia di Magrelli, ma non posso non dissentire dalle tue argomentazioni. Per quanto riguarda «la vetriolica atmosfera del blog» nei riguardi della poesia di Valerio Magrelli, questo convalida il fatto che ormai il blog è rimasto l’unico avamposto del pensiero libero in Italia. Il blog è libero, chiunque può inserire i propri commenti (purché non offensivi) con piena libertà di esporre le proprie tesi nel modo ritenuto più idoneo. Non c’è nessun controllo, né preventivo né successivo, e questo credo è un fatto che tutti possono verificare. Al contrario, scorrendo nei vari blog le recensioni al libro di Magrelli, ho notato un coro unanime di lodi sperticate come se fossimo davanti al capolavoro della poesia della Terza Repubblica. Purtroppo la verità è un’altra: è un libro della vecchia republica, certo è scritto da un professionista della scrittura, uno scrittore che sa scrivere. Però va anche detto che si tratta di una scrittura facile. Innanzitutto potremmo togliere tutti gli a-capo delle sue poesie e ne verrebbero fuori dei testi forse addirittura migliori. Cosa voglio dire? Voglio dire semplicemente che è una scrittura in prosa con degli a-capo. Dirò di più: non è poesia ma finta-poesia; è prosa travestita da poesia. Ormai ho un occhio e un orecchio troppo smaliziato per non accorgermi di questi trucchi. Ma dirò di più, la poesia di “Il sangue amaro” pesca nella superficie dei luoghi comuni che tutti frequentiamo: il padre che ha avuto una vita difficile, il figlio, il seno rifatto di Nicole Minetti, la fobia per il “sesso”, “le gocce” prese per profilassi etc. Troppo facile direi. Si può fare questo tipo di poesia all’infinito, è una procedura serializzata che serializza i luoghi comuni alla maniera che tutti li possano condividere.
    Dal punto di vista sociologico ritengo che la poesia di Magrelli sia lo specchio fedele dell’Italia di oggi, con le sue miserie, le sue meschinità, i suoi egoismi, i suoi piccoli e vanitosi narcisismi, gli esibizionismi dell’io esposti in bacheca, etc. Specchio e nulla di più. Per di più espresso con un linguaggio in prosa arricchito di calembours e qua e là con giochi di parole. Non mi sembra il caso di gridare al capolavoro, anzi, mi sembra un lavoro stanco, noioso, ripetitivo.
    La poesia di Magrelli è lo specchio e, al tempo stesso, un tassello, della mediocrità generalizzata del nostro Paese, delle mancate riforme non fatte negli ultimi 30 anni. In questi ultimi 30 anni il Paese è andato indietro in tutti i campi, non si è investito nella ricerca, non si è investito sulla scuola, le università sono dei Palazzi d’inverno dove regna il rigore del grigio. La politica è rimasta ferma a difendere gli interessi della classe politica. Così il Paese è rimasto fermo durante 30 inverni. L’omologia e il conformismo culturale che hanno invaso il nostro Paese li ritroviamo tali e quali nella poesia de “Il sangue amaro”, senza alcuna distinzione, direi che questo è il fatto grave che emerge dalla lettura di questo libro. La poesia di Magrelli è appena un tassello della medietà generalizzata del sistema Paese e della sua incapacità a rinnovarsi e di ritrovarsi. Ecco altre due poesie del libro:

    Le nozze chimiche

    Queste che prendo gocce
    con tanta religiosa compunzione
    sono i miei testimoni
    per le nozze col mondo.

    Soltanto grazie a loro posso stringere
    un patto d’amore col mondo,
    perché solo con loro reggo l’urto
    della sua illimitata ostilità.

    Elmo fatato: mio padre non lo aveva
    e morì, prima ancora di morire,
    incredulo, indifeso ed indignato,
    sotto i colpi del mondo.

    Sul circuito sanguigno

    È come nel sistema circolatorio:
    il sangue è sempre lo stesso,
    ma prima va, poi viene.

    Noi lo chiamiamo odio, ma è solo sofferenza,
    la vena che riporta
    il dono delle arterie alla partenza.

    Da notare il patetico dell’ultima strofa della prima poesia, dove si accenna alla morte del “padre” perché non aveva “l’elmo fatato” che avrebbe potuto proteggerlo. Ma, caro Magrelli, gli elmi fatati esistono solo nelle fiabe! (anche mio padre è morto “sotto i colpi del mondo” dopo una vita di duro lavoro; anche altri mille migliaia di padri di altre persone sono morte “sotto i duri colpi del mondo! perché non avevano “l’elmo fatato”). Mi fermo qui. Non posso fare a meno però di sottolineare l’intreccio di patetismo e di buonismo di questo finale che vorrebbe astutamente intenerire il lettore per adescarlo nel dramma tutto intimo familistico dell’autore, ma in realtà posticcio. Beh, direi troppo facile, no?, troppo corrivo e scontato:

    Elmo fatato: mio padre non lo aveva
    e morì, prima ancora di morire,
    incredulo, indifeso ed indignato,
    sotto i colpi del mondo.

    Ma arriviamo al “capolavoro” del libro, la poesia sulla figura di Nicole Minetti:

    L’igienista mentale:
    divertimento alla maniera di Orlan

    La Minetti platonica avanza sulla scena
    composto di carbonio, rossetto, silicone.
    Ne guardo il passo attonito, la sua foia, la lena,
    io sublunare, arreso alla dominazione

    di un astro irresistibile, centro di gravità
    che mi attira, me vittima, come vittima arresa
    alla straziante presa della cattività,
    perché il tuo passo oscilla come l’ascia che pesa

    fra le mani del boia prima della caduta,
    ed io vorrei morirti, creatura artificiale,
    tra le zanne, gli artigli, la tua pelle-valuta,
    irreale invenzione di chirurgia, ideale

    sogno di forma pura, angelico complesso
    di sesso sesso sesso sesso sesso.

    Cari amici lettori: una serie di luoghi comuni elencati ad effetto, uno dopo l’altro, senza tema di apparire, quanto meno fuori luogo o sopra le righe, una ironia scontata applicata ad un personaggio dei media fin troppo facile da colpire e, infine, il finale sessuofobico nei confronti della bellezza (se pur corretta dal bisturi) femminile. Anche qui, un finale facile per accalappiare il consenso del lettore sessuofobico e conformista. Mi sembra davvero troppo (mi correggo, troppo poco) per incoronare Magrelli come il più grande poeta degli ultimi trent’anni.

    Valerio Magrelli è nato a Roma, dove vive, nel 1957. È professore ordinario di letteratura francese all’Università di Cassino. Tra i suoi lavori critici Profilo del Dada (Lucarini 1990; Laterza 2006), La casa del pensiero. Introduzione a Joseph Joubert (Pacini 1995, 2006), Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell’opera di Paul Valéry (Einaudi 2002; l’Harmattan 2005) e Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire (Laterza 2010). Collabora a «la Repubblica». Il suo primo libro di poesia, Ora serrata retinæ, esce da Feltrinelli nel 1980 (ed è raccolto, insieme ai successivi Nature e venature dell’87 ed Esercizi di tiptologia del ’92, in Poesie (1980-1992) e altre poesie, Einaudi 1996); gli ultimi – Didascalie per la lettura di un giornale del ’99, Disturbi del sistema binario del 2006 e Il sangue amaro del 2014 – sono usciti da Einaudi. Nel 2002 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana. Al suo attivo anche quattro libri di prose: Nel condominio di carne (Einaudi Stile Libero 2003), La vicevita. Treni e viaggi in treno («Contromano» Laterza 2009), Addio al calcio. Novanta racconti da un minuto (Einaudi 2010) e Geologia di un padre (Einaudi 2013; Premio «Stephen Dedalus», Premio Bagutta, Premio SuperMondello, finalista al Premio Campiello). Tra gli altri libri, Che cos’è la poesia? (Sossella 2005, libro e cd; Giunti 2014), Sopralluoghi (Fazi 2006, libro e dvd), Il violino di Frankenstein. Scritti per e sulla musica («fuoriformato» Le Lettere 2010, prefazione di Guido Barbieri, postfazione di Gabriele Pedullà), il pamphlet politico in forma teatrale Il Sessantotto realizzato da Mediaset. Un Dialogo agli Inferi (Einaudi 2011) e il saggio Magica e velenosa. Roma nel racconto degli scrittori stranieri (Laterza 2012).

  19. Giuseppe Panetta

    Caro Giorgio, quello che hai appena scritto sulla poesia di Magrelli è il miglior commento critico tra quelli postati fino ad ora, unisce perfettamente elogiatori e detrattori.
    Ritieni bene quando scrivi che la poesia di Magrelli è lo Specchio fedele dell’Italia di oggi, ed il merito di questa sua operazione sta in questo riflettere attraverso la pochezza del conformismo di superficie che i testi vogliono comunicare. Credo proprio che questo era l’intento di Magrelli, non potrei pensare diversamente, altrimenti dovrei dire che qualcosa nella sua grande professionalità di scrittore si è perso strada facendo. Magrelli registra l’oggi, con degli a-capo, sì, vero, in alcuni casi, come fanno alcuni dei nuovi autori, “arrabbiati” e “non arrabbiati”, potrei fare molti esempi degli a-capo di scrittori presentati in queste pagine, e dico Anna Ventura, per esempio in “Vergine di Norimberga”, che ho apprezzato tanto.
    Poi possiamo pure continuare a scrivere in perfetti endecasillabi di Proserpina, di Odisseo, dei misteri Eleusini, di Federico II senza che rimanga nulla attaccato alla ragnatela delle emozioni.
    Io dico: Oggi e non Ieri, e se vogliamo parlare di Ieri allora attualizziamolo almeno nell’oggi, compresa la lingua, chiara e diretta.

  20. Caro Giorgio,
    la notizia è credibile, perché il grande cesso editoriale in Italia è controllato da capi da galera criminale. Se il documento d’interdizione è legale, la persona che ti intimò di stare zitto truffa la tua legalità di parlare e di
    denunciare. Il truffatore è lui, non tu, autore. Parla, pubblica il documento,
    e denuncia; sbandierare nome e cognome del firmatario è giustizia.
    Io avrei agito con tanto di avvocato il giorno dopo aver ricevuto il documento. Auguri.

  21. Caro Alfredo
    il fatto grave è che la notizia che ho dato del “controllo preventivo” o, come la vogliamo chiamare, della “censura” non riguarda solo lo scrivente ma (almeno) una dozzina di altri autori; costoro non devono apparire a tutti i costi in collane di editori a diffusione nazionale.
    Il fatto grave è che la notizia che io ho reso di dominio pubblico non sollevi nessuna o quasi stigmatizzazione, significa che ormai in Italia si è instaurata da tempo una cortina di ferro, un sistema generalizzato del silenzio, una tolleranza che è acquiescenza, servilismo verso i potenti.
    E poi la crisi economica che ha investito anche il mercato editoriale, ha ristretto la “torta”, e quindi gli editori si sono visti costretti a diminuire il numero di fettine di “torta” per ciascun elemento delle proprie scuderie, di conseguenza la conventio ad escludendum è diventata più inflessibile. In più, dobbiamo anche mettere nel conto la pochezza intellettuale dei funzionari apicali del mondo dell’editoria sostituiti dai manager letterari e da una schiera di chierici lettori di poesia e di prosa di scarsissimo valore.
    I poeti italiani pubblicati da Einaudi, Mondadori e Garzanti sanno come stanno le cose (se non lo sanno intuiscono perfettamente quali sono gli equilibri e i limiti che non devono oltrepassare), ma non possono che tacere (ammesso e non concesso che vogliano parlare) se non vogliono perdere i privilegi acquisiti (giacché la pubblicazione nel mercato del lavoro editoriale è considerata come un premio ai sodali).
    Infine, c’è una cortina di servilismo intellettuale generalizzato da parte di una sterminata marea di apprendisti stregoni.

    • Tutto, purtroppo, dolorosamente vero. Lo vado dicendo da anni

    • “In più, dobbiamo anche mettere nel conto la pochezza intellettuale dei funzionari apicali del mondo dell’editoria sostituiti dai manager letterari e da una schiera di chierici lettori di poesia e di prosa di scarsissimo valore.
      I poeti italiani pubblicati da Einaudi, Mondadori e Garzanti sanno come stanno le cose…”
      Lo sanno anche quelli che non sono pubblicati da questi tre editori.
      Persino varie case editrici inferiori hanno come “chierici lettori” i poeti già da loro pubblicati, quindi…
      Mala tempora currunt !
      Però, gentile Giorgio, dovresti agire, come ti suggerisce anche Alfredo de Palchi, Non è giusto soccombere senza ribellarsi e combattere con armi opportune.
      Giorgina BG

    • @ Giorgio Linguaglossa

      Nel campo della politica editoriale quanti si oppongono a una linea di condotta che pare danneggiarli (assieme ad altri) hanno l’obbligo della massima chiarezza.
      Si tratta, nel caso sollevato, davvero di «controllo preventivo»? Che significa? Ogni casa editrice – grande, piccola, media – controlla preventivamente quello che pubblica. Non vedo ragione di scandalo in questo.
      Si tratta di «censura» che «non riguarda solo lo scrivente ma (almeno) una dozzina di altri autori»?
      Si è sicuri che si tratti di censura?
      È possibile conoscere le parole esatte con cui è stato motivato il rifiuto di pubblicazione?
      Se una delle ragioni di questo rifiuto, come pare di capire dall’accenno alla «crisi economica che ha investito anche il mercato editoriale», è “oggettiva”, che senso ha sostenere che «in Italia si è instaurata da tempo una cortina di ferro, un sistema generalizzato del silenzio, una tolleranza che è acquiescenza, servilismo verso i potenti»?
      A me sembrano delle esagerazioni enfatiche.
      Oppure parlare di «conventio ad escludendum […] diventata più inflessibile»?
      Se lo è diventata, lo è diventata magari non per tutti ma per una fascia ampia di autori diciamo tra i più esterni all’area del potere editoriale; e non solo quindi per «lo scrivente» (Linguaglossa) e «una dozzina di altri autori». ( Perciò sarebbe bene capire se il rifiuto colpisce solo questi tredici per ragioni “politiche” o una fascia più estesa per ragioni “oggettive”).
      Quanto alla «pochezza intellettuale dei funzionari apicali del mondo dell’editoria sostituiti dai manager letterari e da una schiera di chierici lettori di poesia e di prosa di scarsissimo valore» è forse un fenomeno di pochi mesi o anni fa? Non era fatto conclamato da molti decenni? E allora non è un po’ contraddittorio aspettarsi di essere apprezzati, riconosciuti e pubblicati proprio da costoro?
      Sciolte queste zone d’ombra, invece di denunciare sempre genericamente «i poeti italiani pubblicati da Einaudi, Mondadori e Garzanti», che non potrebbero che «tacere», o parlare – altrettanto genericamente – dell’esistenza di «una cortina di servilismo intellettuale generalizzato da parte di una sterminata marea di apprendisti stregoni», la cosa migliore sarebbe che Linguaglossa stendere un appello circostanziato e preciso e chiedesse a chi ci sta di sottoscriverlo.
      Sarei il primo a farlo, se le ragioni della denuncia fossero chiare e fondate.

      • L’Italia è il paese degli appelli, del così fan tutti/e, del tutti sanno ma non dicono, degli apprendisti stregoni (sinonimo di leccaculo?), del “se non vai in televisione o sui giornali sei nessuno”, dei girasoli, do ‘o sole-pizza-spaghetti-mandulino, dello stellone patrio, della mamma sempre incinta di figli di puttana, del tutto ciò che fai non è illegale, delle corciate in palestina deviate verso costantinopoli, dell’olio che unge tutti gli ingranaggi, del ducetto di turno da crispi e renzi, del basta crederci, alieno a ogni compromess/è tutto un cess, dei colpevoli mai condannati, dell’equo e solidale e bim-bum-bam. Ma sì, sottoscriviamo l’ennesimo appello qualcuno disposto a pulircisi il culo si trova sempre!

        • @ almerighi

          Ha ragione! Meglio piangerci addosso facendo l’elenco (qualunquista) dei ali nostrani.

          • Io non mi piango addosso e non sono qualunquista, nemmeno scrivo poesie sul dramma di Gaza (già scordato) comodamente seduto e col culo al caldo. Lo faccia lei, ne ha piena facoltà

        • Ivan Pozzoni

          Carissimo Flavio, bellissima la citazione al mitico! Permettimi di correggerti, filologicamente, sulla citazione:
          «mi sia consentito dire
          il nostro è un partito serio
          disponibile al confronto
          nella misura in cui
          alternativo
          aliena ogni compromesso
          ahi lo stress
          Freud e il sess
          è tutto un cess
          ci sarà la ress».
          L’«aliena ogni compromesso» è un verbo, riferito all’attività del «nostro partito serio». Bellissima, non trovi? Altro che la miseria di certi nostri «poeti» contemporanei. Sul grandissimo Salvatore Antonio Gaetano dovrebbe scriverci il fiore della critica italiana. E, invece, sono solo canzonette (?). Pensa che una volta mi sentii dire, dal direttore di una delle massime riviste internazionali di «poesia»: «i suoi versi non sono “poesia”. Godibili, ricordano i testi delle canzonette di un Guccini o di un De Andrè». Risposi felicissimo: «Grazie mille!». Mah.

  22. Cara Giorgina Busca Gernetti,

    non ho nessuna intenzione di soccombere; il documento in mio possesso è firmato da una persona molto in vista nell’editoria italiana, e se ne dessi pubblicità la esporrei a ritorsioni e vendette (perché nella giungla l’unica legge è quella del più forte e dell’abbattimento del più debole).

    Al momento opportuno, quando non ci saranno più questi problemi, pubblicherò a mie spese il documento su un quotidiano nazionale.

    • Caro Giorgio Linguaglossa,
      ti ringrazio per l’attestazione di coraggio, ma nel contempo di saggezza e competenza. Certe questioni hanno i loro tempi, le scadenze e tutto quello che un giurista sa, un letterato un po’ meno.
      Partire “con la lancia in resta” come talora ho fatto io, è molto pericoloso, dannoso, controproducente.
      Non volevo affatto considerarti pavido quando ho scritto il verbo “soccombere”. Era solo il mio rammarico per le azioni inqualificabili compiute a tuo danno, espresso con l’eco del verso leopardiano “soccomberò sol io”.
      Un caro saluto
      Giorgina BG

  23. Caro Giorgio,
    l’Italia della fifa la trovi nell’elenco di appelli di Almerighi.
    Gli autori firmano appelli perché insieme c’è meno fifa, e si pensano forti e giustizieri––alla fin fine se ne fregano.
    Dei dodici autori che si trovano nella tua stessa situazione, se sanno di essere reprobi e rimangono zitti, me ne frego anch’io.
    Tu che hai almeno iniziato a dichiarare qualcosa, fregartene di loro.
    La mia impressione, come mi pare di capire l’oscuro problema, è che ciascuno dei dodici autori, fifosi di chi e di che, sta per conto proprio in
    attesa. . . immagina di che. Se è così non hai da proteggere nessuno, solo difendere l’autore Linguaglossa senza aspettare il momento propizio.

    P.S.
    Ieri avevo scritto una mail in risposta all’ultima tua mail su Valerio Magrelli. indirizzata a me. E anche una nota divertente a Giuseppe Panetta. Dopo
    l’invio, il computer dice che lo scritto non è accettato, e allo stesso tempo
    sparisce lo scritto. Lo cerco, non lo trovo, e non ho copia. Mi dispiace, però
    non me la sento di riscriverlo perché non sarebbe quello che avevo scritto.

    Stessa sparizione della nota a Panetta.

    • Giuseppe Panetta

      @ Alfredo De Palchi
      Stanotte ho fatto un sogno: un abito talare che compravo per una degna sepoltura. Non ricordo di chi, so solo che era bianco panna ed aveva il colletto nero. Poi al risveglio ho incrociato le braccia sulla testa e il sogno è svanito.
      Peccato.
      Credo nelle congiunture astrali. Chissà quale pianeta ostacola il transito di Giove.
      Questa è la mia e-mail giupan9@inwind.it, basta un cenno e Mercurio mette le ali ai piedi, oltrepassando ogni firewall. Perché in fondo, ma proprio in fondo, basta il pensiero.

      G.P.

      @ Linguaglossa

      So bene della storia dell’interdizione. Conosco, oltre te, qualche altro autore “interdetto”. Conosco, anzi “Io so” chi ne è stato l’autore. Ma non posso certo svelare io quello che tu e gli altri “dodici apostoli apocrifi” continuate a tenere nascosto.
      Ti ricordo che sono cresciuto a casa di Stecher, fine anni ’80, con Roberta, figlia di Giorgia, e che ho avuta la fortuna di conoscere i maggiori poeti di quegli anni, compreso Te, “Il Battello Ebbro”, numero unico, con Salsetta e Dario. Conservo quel numero.
      Ora, non mi trattare come se fossi l’apprendista. Non tenere in ostaggio in qualche cartellina “Terzium non datur”, non liquidare tutto con “sai tenere il discorso e girarci intorno”, perché quei testi non sfigurano certo con certa pubblicazione. E, inoltre, non darmi consigli, anche se paterni, su Hegel&c., lascia che siano gli altri a decidere se la mia ironia è minoritaria. Non posso scrivere come Zagajevsky, come carinamente mi consigli. Io scrivo come Giuseppe Panetta, piaccia o non piaccia.
      Sono calabrese dentro, nonostante tutto, e sono come i millepiedi, non puoi metterci una pietra sopra, perché il millepiedi scava la terra attorno e sale sulla pietra: “ehi, eccomi qui!”
      Tu, Giorgio, mi hai sempre trattato in modo minoritario.
      Oltre che con te, gli unici due amici con cui intrattengo conversazioni private sono: Ivan (che rispetto) e Sagredo (Pater). Per il resto preferisco sciacquare i panni qui e stenderli sotto questo sole.

      G.P.

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