Marco Onofrio: Le origini della poesia quale atto magico di controllo – Dalla dimensione sciamanica alla dimensione mediatica – La poesia non ha un’immediata utilità pratica. Non ha uno scopo: quindi ha un valore (Parte II)

Parnaso1 La poesia è da sempre principalmente canto e musica, perché nasce dalla notte dei tempi come atto magico di controllo e dominio delle energie cosmiche, come impronta sulla creta primordiale della materia, come mantra evocativo, come rito collettivo di fondazione e rappresentazione comunitaria: proprio giocandosi sul potere metafisico del suono che incarna la voce. Il poeta coincide con lo sciamano, col maestro di cerimonia. Poesia è lingua sacra che permette di comunicare con gli dei e dialogare con il regno dei morti: medium che avvicina universi distanti e paralleli, trasportando partecipanti e ascoltatori verso i regni oscuri dell’ignoto e precipitandoli nel “luogo ombelicale” dell’essere, alla radice dell’umana condizione. La poesia, nel suono e nella voce, libera dal tempo l’esistenza e manifesta il cuore essenziale della realtà, conferendo nome e senso a tutte le cose. Originariamente si tratta dunque di un rito collettivo di fondazione che, mitizzando il vissuto quotidiano, assicura al mondo la continuazione di un senso e quindi la coesione interna del gruppo sociale.

Osip Mandel'stam

Osip Mandel’stam

La parola poetica è un appello magico in grado di formulare la richiesta collettiva che l’uomo rivolge alle cose: che esse sorgano nella loro totalità, che si lascino generare dal verbo. Il poeta è un mago che comanda sugli elementi e domina sul tempo e sullo spazio: utilizzando il potere della voce e della parola.

Questa originaria dimensione sciamanica è legata in modo esclusivo all’oralità. La “letteratura” si distingue dalla poesia in quanto legata fin da subito al segno scritto, alla lettera. La poesia, invece, nasce prima della scrittura e della lettera alfabetica, sostenuta dalla trasmissione orale. Le origini della poesia sono dunque legate alla magia, al mito e al rito. Il valore ontologico della parola si compie proprio nella sua esecuzione vocale. La poesia nasce per essere “cantata” a viva voce, nel tempo biologico del respiro, istante dopo istante. Solo così, del resto, può funzionare una formula magica. Se l’essere è canto, a sua volta il canto è essere: nel senso che fonda l’identità del soggetto, come l’esistenza delle cose. Ma canto è anche “incanto” che dis-aliena l’essere e lo libera in un mondo illimitato e fluido, dove vige il tempo sacro delle origini. La trance mistica e visionaria si conquista nel potere assoluto della voce.

majakovskij brik pasternak eisenstein

majakovskij brik pasternak eisenstein

 La voce, scrive Paul Zumthor nel saggio La presenza della voce. Introduzione alla poesia orale, è «voler dire e volontà di esistere. Luogo di un’assenza che, in essa, si trasforma in presenza, la voce modula gli influssi cosmici che ci attraversano e ne capta i segnali: è risonanza infinita, che fa cantare ogni forma di materia, come attestano le tante leggende sulle piante e sulle pietre incantate». Si pensi, su tutte, alla celebre favola di Orfeo. La voce è una forma archetipica, una pulsione originaria e creatrice, un desiderio inappagabile. È indicibilità che si veste di linguaggio, ma suona dentro e oltre la parola.

«La voce abita nel silenzio del corpo, come già il corpo nel grembo materno. Ma, a differenza del corpo, essa vi ritorna, abolendosi in ogni istante come voce e come parola. Appena parla, risuona nel suo vuoto l’eco di questo deserto di prima della rottura, da dove zampillano la vita e la pace, la morte e la follia».

Alfredo de Palchi

Alfredo de Palchi

L’intuizione artistica è un momento alterato di coscienza che produce l’emersione del buio profondo, donde talvolta scocca un lampo rivelatore. L’artista entra in contatto con l’informe magma che ribolle al di sotto della superficie. È la materia alogica e destrutturata delle zone pre-verbali. Da lì sale un luccicore misterioso, come il riflesso di un sogno. Occorre plasmare e piegare la materia viva di questo informe: farne tramite del nostro continuo passaggio fra dentro e fuori. In questo transito vengono strutturate e/o ristrutturate parti di noi stessi. Tutto è finalizzato all’integrazione armonica dei due emisferi cerebrali, condizione necessaria della salute mentale. Lo scambio che riequilibra i due emisferi avviene mediante il convergere di più energie, di segno diverso, anche nella presenza creativa del suono come armonia, come vibrazione, come risonanza empatica.

dylan thomas 1941

dylan thomas 1941

Dalla dissonanza, così, si passa alla consonanza dell’ac-cordo, legato – come dice la parola – al battito del cuore. Il suono della parola poetica è per molti versi terapeutico, se non taumaturgico, perché riattiva e riattualizza la nostra identità sonora, perduta o dimenticata. Si provi, per esempio, a cantare a voce alta il proprio nome; o ad ascoltarlo cantato da altri. Già questo può bastare a metterci in crisi, innescando un processo di centratura psichica, di trasformazione, di cura. E non è questione di emozioni. Ogni emozione artistica è assolutamente soggettiva. Le emozioni dividono chi le prova, perché ognuna ha le proprie sfumature. Universale è il fatto stesso che ci sia un’emozione: è la predisposizione dell’opera a suscitarla. L’opera ci pro-voca, ci scuote, ci sveglia: ci chiama ad una presa di coscienza. Fruendo dell’opera d’arte io entro in risonanza con le mie zone profonde, evocate dalle zone profonde dell’artista che si esprimono nell’opera. L’individuo creativo è più di altri a contatto con la dimensione interiore e le sue rimozioni. Ci sono aspetti della vita pre-conscia che per un attimo riemergono, come lampi di una luce dimenticata: “conoscere”, in tal senso, è davvero “ricordare”.

Czeslaw Miłosz

Czeslaw Miłosz

Si pensi a come Freud descrive il processo di rimozione: c’è un tizio che disturba una conferenza e viene messo alla porta; ma da fuori disturba di più! Esce dalla porta e rientra dalla finestra: attraverso i sogni. La rimozione, dunque, non risolve il conflitto. Invece di mettere alla porta il disturbatore, lo invitiamo a spiegare finalmente che cos’ha, che cosa vuole. Ci dice, magari, che si sente inadeguato perché tutti gli uditori della conferenza sono più bravi di lui. Lo invitiamo ad esprimere questo disagio, a rielaborarlo, a trasformare questa energia. Si sentirà adeguato.

zbigniev herbert 1963

zbigniev herbert 1963

La creatività, dunque, è una forza generatrice presente, chi più chi meno, in ognuno noi. È, addirittura, uno degli istinti basilari dell’uomo: come la sete, la fame, il sesso, ecc. Un’energia primaria che, se non messa in opera, ci rende la vita più difficile. Scrive Franco Ferrucci nel saggio Ars poetica: «L’uomo diventa distruttivo se non dà sfogo alla creatività, come certe specie di uccelli che si immolano se non trovano da nidificare». La salute psicologica e il benessere sono direttamente legati alla capacità e alla possibilità di interpretare creativamente la propria vita, di liberare e sviluppare le energie creative latenti. Un veicolo meraviglioso per farlo è proprio la parola, nella sua sostanza sonora, attraverso la potenza della voce.

paul valery

paul valery

Il soffio caldo della voce è spirito creatore, inciso nella carne, ritmato dentro il palpito del sangue. È fuoco: potenza che purifica o distrugge. Nella voce risuona l’eco nostalgica e l’infinito desiderio dell’Unità primordiale, l’Identità fondamentale di un mondo mitico: l’età dell’oro, anteriore al “principium individuationis”. La parola è la forma relativa di questo assoluto: il tipo di questo archetipo. La voce è essa stessa parola: è una parola infinitamente più grande delle parole che pronuncia, che ci parla dell’origine perduta, del «tempo della voce senza parola», dell’«istante senza durata in cui i sessi, le generazioni, l’amore e l’odio furono una cosa». È questo tempo mitico, in cui lingua e musica erano tutt’uno, che la poesia cerca disperatamente di recuperare. La voce è, perciò, «parola senza parole, purificata, filo vocale che fragilmente ci collega all’Unico», aperta sull’essere interno: proviene dall’abisso dell’origine e ci conduce all’aldilà del corpo. Non a caso la bocca, varco della voce e strumento della parola, in latino (os, oris) ha la stessa radice etimologica di “origine” (origo, inis). La voce inoltre è una straordinaria potenza erotica, umida di respiro, presente all’essere che vive, irripetibile nel suo puntuale proporsi. La voce cattura il silenzio di chi ascolta, rapisce le menti, seduce: impossibile resistere al canto delle Sirene.

 Christopher William Bradshaw Isherwood; Wystan Hugh ('W.H.') Auden by Louise Dahl-Wolfe

Christopher William Bradshaw Isherwood; Wystan Hugh (‘W.H.’) Auden by Louise Dahl-Wolfe

Ed è questo il piacere del canto e del racconto: conquistare l’attenzione di chi ascolta, avvincendolo al suo proprio silenzio: essere la sua voce e dunque la sua vita, fintanto che ascolta. Il silenzio di chi ascolta è il controcanto necessario alla parola di chi parla, è il fondamento stesso della comunicazione. Colui che ascolta beve (e quindi parla) la parola di chi parla, che parla per lui, anche a suo nome. La parola è “verbo”: potenza arcana che anima, plasma, trasforma. La parola proferita dalla voce crea ciò che dice. È Mercurio, il dio dei ladri, il numen tutelare dei poeti. Mercurio governa al contempo la bocca, la parola, la mano. La bocca per cantare; la parola per dire; la mano per scrivere: i tre attributi del poiein creativo, del fare poetico. Mercurio è il demiurgo fluidificante, che mette in contatto i diversi livelli del reale – anche quando lontanissimi o all’apparenza inconciliabili: come quando il poeta dà vita a una metafora, o a un ossimoro. Usando le parole sarebbe possibile dominare gli elementi, farsi obbedire dalle energie. L’articolazione stessa del mondo proviene e procede attraverso la parola. Come comincia, ad esempio, il Vangelo di San Giovanni? «Nel principio era la Parola, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini». Anche l’uomo era capace di creare mediante la potenza del Verbo. Ma poi l’ha persa, con il peccato originale. Da quel momento non ha più potuto dominare la materia con la parola: è stato costretto a lavorare con le sue mani. Come Dio dice ad Adamo: «Mangerai il pane che sarai capace di ottenere col sudore della tua fronte».

W.H. Auden

W.H. Auden

Le parole, dunque, non sono flatus vocis: hanno una potenza spirituale che percorre lo spazio ed esercita la sua azione, provocando degli effetti (benefici o meno). Occorre stare attenti a quel che si pronuncia, perché tutto viene registrato. Occorre imparare a servirsi della potenza delle parole per trasformare il mondo e noi stessi. Anche di questo si occupa il poeta. Egli è più o meno consciamente interessato ad una trasmutazione cosmica del reale, orientata verso la salvezza dell’eterno, cioè del tempo estratto dal suo fluire, dello spirito riconciliato, della materia guarita: dell’innocenza. Avverte che questo è il suo compito, in termini evolutivi. L’eterno, come il cielo, è l’arca dell’invisibile. E le parole salvano le cose, lasciandone trapelare l’invisibile essenza. Dobbiamo capire che l’invisibile impregna il visibile: che all’origine del visibile c’è l’invisibile. Se non arriviamo a vederlo è solo perché non abbiamo ancora degli organi sufficientemente sviluppati. Anche quelli destinati al mondo fisico, peraltro, sono ancora piuttosto limitati. Non basta la mancata percezione di qualcosa per negarne l’esistenza. L’aria non si vede, eppure noi la respiriamo. Due persone che si amano sono legate da un filo invisibile, anche a distanza. Non possono vedere né toccare il loro amore: eppure non dubitano che c’è, che è qualcosa di reale. L’invisibile è ricco di forze creatrici, e palpita di correnti energetiche, di musiche, di entità spirituali che circolano fra i mondi paralleli dell’universo. Scrive Pirandello nello stupendo dramma incompiuto I Giganti della montagna (è Cotrone che parla alla Contessa): «Siamo qua come agli orli della vita, Gli orli, a un comando, si distaccano; entra l’invisibile (…) I sogni, la musica, la preghiera (…) tutto l’infinito che è negli uomini (…) Gli angeli possono come niente calare in mezzo a noi; e tutte le cose che ci nascono dentro sono per noi stessi uno stupore».

iosif brodskij

iosif brodskij

Uno dei compiti principali della parola poetica è proprio quello di alzare questi orli, per cucire il visibile all’invisibile. Le vie della poesia, infatti, sono quelle immateriali, atomiche e pulviscolari, dei colori dentro il bianco della luce; quelle del possibile infinito delle direzioni, nello spazio vuoto; ma anche quelle carnali della materia, dell’opaca resistenza, della greve profondità. Come l’uomo, infatti, la poesia è spirito e materia: spirito della materia e, specularmente, materia dello spirito. È luogo d’incrocio tra le diverse condizioni esistenziali: è armonia polemica di opposti; è campo di battaglia; è scontro e incontro di forze; è sintesi dinamica di trasformazioni. Le vie della poesia, più in particolare, sono quelle che allontanano e ri-portano a noi stessi. Nel mondo dell’“esterna internità”: dove “dentro” e “fuori” sono intimamente legati e collegati, poiché l’uno all’altro riconduce – e viceversa, lungo un movimento senza fine (come la striscia di Moebius; o come in molte opere di Escher). Attraversare le cose per conoscersi; capire se stessi per comprendere le cose. E le parole: calde, vibranti, carnali, viventi, corpi di musica e di suono, che fanno da ponte tra lo spazio esterno e quello interno, tra il “sé” e l’“altro da sé”, in una continua traduzione del visibile nell’intimo invisibile – lo spazio autonomo, orfico, del testo (tessuto e partitura di parole), da una distanza remota e prossima insieme: in un “qui” che è anche altrove, e in un “ora” che è anche prima, dopo, sempre.

giuseppina di leo

giuseppina di leo

La poesia deve essere “vera” ma non “reale”. Nel senso che deve bruciare i contatti con la realtà estemporanea che ne innesca, spesso casualmente, il meccanismo. Come un incendio, di cui – una volta attecchito – non riesci più a distinguere la miccia, la scintilla, l’occasione. Il poeta precipita dentro: cerca la sublime profondità. È uno specchio; o un faro che nel buio illumina gli specchi. Per questo la poesia appare spesso ostica, oscura, intraducibile: il più straniero dei linguaggi umani. Anche quando ci riguarda, quando parla di noi: quando dice il respiro, il battito del cuore e il suono misterioso della mente, articolando la nostra più intima misura, come il discorso più proprio e profondo che siamo, e che abbiamo. Perché è un terreno di confine, di rischiosa interminabile ricerca, dove la lingua si rinnova da se stessa, carica delle proprie estreme potenzialità, agglutinandosi nella densità originaria della propria essenza. Il confine dove appaiono, non a caso, le configurazioni nuove del senso, del tempo, del rapporto dell’uomo con il mondo. Per questo invoca ed esige lo scarto di una differenza dalla lingua quotidiana. È una “parole” che si contrappone alla “langue” incrostata e banalmente normativa. Non per vezzo o per snobismo, ma per necessità intrinseche, di ordine espressivo.

Paul-Celan

Paul-Celan

La poesia non “serve” a niente, nel senso che non ha un’immediata utilità pratica. Non ha uno scopo: quindi ha un valore. Non è “linguaggio di potere” o “linguaggio strumentale” degradato a semplice mezzo. Non può darsi poesia se la lingua non diviene “poetica”: che non significa “bella” a priori, cioè depurata, raffinata, edulcorata… bensì, piuttosto, autonoma e creativa, staccata dal riferimento immediato alla realtà. Scrive Cesare Brandi nel suo Dialogo sulla poesia: «La poesia è la naturalità che si decanta in realtà senza esistenza, ed è naturalità che urge, preme, deve essere espressa, fissata per sempre». La magia della parola poetica è che ha in se stessa la sua sorgente. La lingua, grazie alla poesia, comunica la propria essenza spirituale, ovvero: l’uomo comunica la propria essenza spirituale attraverso la lingua poetica.

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44 commenti

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44 risposte a “Marco Onofrio: Le origini della poesia quale atto magico di controllo – Dalla dimensione sciamanica alla dimensione mediatica – La poesia non ha un’immediata utilità pratica. Non ha uno scopo: quindi ha un valore (Parte II)

  1. Caro Marco, è verissimo ciò che sostieni, ma purtroppo non arriva all’orecchio di tutti e non ne fanno tesoro.Buona Domenica. Pat

  2. Gentile prof. Marco Onofrio,
    mi soffermo, per ora, a questo passo del Suo pregevolissimo scritto:
    “Si provi, per esempio, a cantare a voce alta il proprio nome; o ad ascoltarlo cantato da altri. Già questo può bastare a metterci in crisi, innescando un processo di centratura psichica, di trasformazione, di cura. E non è questione di emozioni. Ogni emozione artistica è assolutamente soggettiva. Le emozioni dividono chi le prova, perché ognuna ha le proprie sfumature.”

    Io la posso provare e soprattutto tanti anni fa la provavo con ancor più intensa emozione.
    Il mio nome sarebbe dovuto essere Giorgia, invece all’ultimo momento fu deciso Giorgina. Tuttavia, quando ascolto la celeberrima canzone “Georgia on my mind” di Ray Charles, con quella voce calda e sensuale, con quell’amore incommensurabile per la Georgia, sua patria, l’attacco iniziale “Georgia, Georgia” mi fa dimenticare la terra americana e mi suscita un’emozione indescrivibile che “intender non la può chi non la prova”.
    Sul resto dello scritto a più tardi.

    Giorgina Busca Gernetti

  3. Condivido ogni affermazione, ogni parola, direi quasi ogni virgola del Suo scritto sulle origini della poesia, gentile Marco Onofrio,
    Dovrei trascriverlo tutto per confermarne ogni punto, dal mito di Orfeo alla citazione finale da Cesare Brandi. Mi limito a ricordare quest’ultima affermazione, fra le numerosissime che avrei voluto scrivere io perché le ho pensate e le avevo nella mente da molto tempo.
    “La magia della parola poetica è che ha in se stessa la sua sorgente. La lingua, grazie alla poesia, comunica la propria essenza spirituale, ovvero: l’uomo comunica la propria essenza spirituale attraverso la lingua poetica.”
    Giorgina Busca Gernetti

  4. Adorno: «La poesia è magia liberata dalla menzogna di essere verità».

  5. Infatti la poesia non deve essere verità
    Per i Cattolici il Vangelo è verità, per i giornalisti la cronaca è (o dovrebbe essere) verità, ma la poesia deve essere vera, autentica, non reale o trascrizione prosastica della realtà.
    GBG

    • ambra simeone

      la SICUREZZA delle proprie idee, la certezza assoluta che le cose stiano così, invece di così… bah!

      mi si spieghi il significato delle parole “poesia vera”: la poesia può essere onesta come dice giustamente Fausto… ma vera e per questo diversa da REALE è una definizione che mi lascia un po’ perplessa!

      • E’ un peccato la sicurezza (non “assoluta” perché non l’ho scritto da nessuna parte) delle proprie idee (perché poi il maiuscolo che è come gridare)? E la certezza “assoluta” da dove esce?
        A me pare che la mia sia solo coerenza tra pensiero e parola nel mio commento che riprende alcune affermazioni di Marco Onofrio.
        Mi spieghi lei, piuttosto, che cos’è la poesia onesta, visto che ha tanta sicurezza nelle sue affermazioni.
        GBG

        • Errata Corrige: di Adorno citato tra virgolette Giorgio Linguaglossa.
          GBG

          • Aggiungo alla mia risposta una domanda, rivolta naturalmente ad Ambra Simeone (chiarimento utile per evitare equivoci). Non è per caso che lei voglia agire con me come agisce il signor Sparapizza, ormai noto a tutti?
            Giorgina Busca Gernetti

            • ambra simeone

              gentilissima professoressa,

              non era assolutamente rivolta a lei la mia domanda, era solo un tentativo di discussione, nato dall’affermazione di Marco Onofrio cito dal suo articolo:

              “La poesia deve essere “vera” ma non “reale”. Nel senso che deve bruciare i contatti con la realtà estemporanea che ne innesca, spesso casualmente, il meccanismo”.

              “Onesta” vuol dire che la poesia deve essere onesta verso il poeta stesso e verso il lettore, l’onestà si riferisce al linguaggio (forma) e al messaggio usato (contenuto) in comune accordo, onestà è una forma di verità soggettiva, personale, intima eppure rivolta verso l’altro perciò onesta verso il lettore, a cui i nostri testi possono o meno piacere.

              “Sicurezza” di affermare che le cose stiano proprio così, al massimo si ci potrebbe porre un dubbio, per esempio la Poesia non è questo per tutti i poeti, sarebbe una cosa più onesta da dire!

              • Gentilissima Dottoressa,
                per evitare equivoci sarebbe opportuno scrivere il nome del destinatario/interlocutore, altrimenti si può pensare che un commento si riferisca a quello subito sopra, visto che questo blog è impostato sul sistema “rispondi”.
                Allora, scusandomi, ritiro le mie asserzioni e domande, lasciando che Marco Onofrio risponda più esaurientemente di me ai suo quesiti
                Giorgina Busca Gernetti

                • Ambra Simeone

                  Gentilissima professoressa,

                  mi spiace per l’incidente, comunque per essere ancora più chiara io scrivo il nome quando mi riferisco a una persona in particolar modo, non inserisco il nome quando la domanda è riferita a tutti gli interlocutori per innescare un dibattito!

      • Giuseppe Panetta

        L’arte è creazione e finzione, allo stesso modo la poesia che non è onesta ma dis-onesta oltre ad essere politica, soggettiva o collettiva, ma sempre politica, per cui ancora di più dis-onesta.

        • Oggi si stanno creando molti equivoci tra gli interlocutori.
          GBG

        • Ambra Simeone

          caro Giuseppe,

          mi piace la tua scelta di cosa sia Poesia, di più di quella data nell’articolo, ma la tua non è altro che un’altra visione, un’altra realtà, un’altra verità, per cui dire onestamente che non ci sono visioni, realtà e verità oggettive e uguali per tutti, è solo una questione di scelta!

  6. ricordo che tempo due scrittrici che apprezzo incisero nella mia mente un paio di domande. Più o meno facevano così: verità è la cosa in sé (ammesso che esista) oppure il modo in cui la cosa entra in relazione con la parola?
    se non fosse una relazione, senza relazione si avrebbe un mimetismo esasperato e puerile, un arido nominalismo?

    Come dice Simić, la poesia è una modalità di conoscenza, E ancora, è la forma che pensa, non il contenuto.
    Infine parlerei di onestà, più che di verità. La poesia è un atto di onestà.

    Complimenti per l’articolo, signor Onofrio.

  7. Lucia Gaddo Zanovello

    Apprezzo molto il lavoro di Marco Onofrio, perché stabilisce sulla poesia assunti che condivido pienamente. Alcuni degli Autori riportati un paio di giorni fa nella prima parte del post, quella che riguardava il fonosimbolismo, magari avranno pure esagerato o indugiato troppo nel gioco verbale, forse esasperandolo, tuttavia confesso essere la passione per i rimbalzi funambolici dei suoni, anche una mia debolezza, probabilmente imparentata col mondo emozionale dell’infanzia, del divertimento, ma anche della finzione e del realismo teatrale, infine con le formule magiche della fiaba.
    Non è bene, al contrario è deleterio che la poesia si limiti a questo, e assicuro che cerco di ‘contenermi’, ma ritengo che anche questo sia un aspetto importante di un tipo di scrittura che evidenzia come la formula poesia possa sopravvivere perfino del tutto priva di contenuti, nel senso che un minimo di comunicazione di messaggio, secondo me, avviene pure in tale tipo di testo.
    Su quanto si legge nel post di oggi, invece, credo non si possa eccepire proprio nulla, anzi; anch’io sto riflettendo da un po’ sulla valenza e sul suono del nome proprio e riconosco una per una la validità di ogni asserzione di Marco Onofrio.

  8. Salvatore Martino

    Straordinario il tuo saggio Marco, davvero illuminante in ogni suo angolo di discorso, chiarissimo in tutto lo svolgimento delle sue tematiche. Peccato che la più parte dei poeti coninui a scrivere senza magia, senza musica, senza canto, senza immagini emozionali, senza voce né parola né pensiero. Chissà se il tuo scritto non riesca a penetrare in questo mondo tra il minimale e l’insignificante illuminando una strada di oscura povertà.

  9. antonio sagredo

    (Commento di A. M. Ripellino – Corso su Pasternak 1972-73 – pag. 31) :

    “Sembra che anche Stalin avesse un debole per Pasternàk, perché avendo per caso udite alcune sue poesie, il suono di esse gli aveva evocato qualcosa di magico, per cui pensava a Pasternàk come ad uno sciamano, uno stregone: il che affascinava la sua figura di meridionale un po’ superstizioso”… “È questo un problema interessante che mostra nel tiranno un certo orecchio di Dioniso”.
    —————
    (mia nota 129, pag 31, al commento di A. M. Ripellino)

    [In una intervista di qualche anno fa Andrea Zanzotto così si esprime – più o meno – a proposito del rapporto che un despota ha con la poesia: ” I dittatori amano la poesia, sa. La poesia, i suoni delle parole hanno effetto come di calmante, sono come una ninna nanna che li addormenta per uscirne rigenerati dalle forti tensioni a cui sono sottoposti”. È la medesima cosa che afferma Ripellino, più sotto quando afferma che Stalin vedeva in Pasternàk uno sciamano; e gli sciamani, si sa, danno importanza ai suoni delle parole che pronunciano, al loro ripetersi ossessivo come una cantilena che tranquilla e t’assopisce. Forse fu questo, uno dei motivi, perché il poeta sopravvisse al dittatore! ]

  10. Ivan Pozzoni

    Gentile Marco, anzitutto complimenti all’ottimo saggio sulle origini della poesia da te scritto: essere d’accordo o meno con esso, non inficia l’intrinseca importanza di questo saggio. Stanotte, con maggiore calma, scomporrò analiticamente il saggio stesso, segnalando, con umiltà da collega, un errore metodologico (di metodologia storiografica) che rischia di nascondere i principi fondamentali delle tue conclusioni, costruiti da due tendenze: la tendenza, che vedo dopo un’analisi (mia) ancora superficiale del saggio, a non distinguere tra sein e sollen (violazione della legge di Hume) e la tendenza a non distinguere tra essere ed essere stato. Il saggio, infatti, non specifica coerentemente la distinzione tra i tre stadi delle modalità ontiche/deontiche di ogni discorso umano: ciò che sono state le origini della poesia, ciò che è la poesia, cioè che la poesia dovrebbe essere (come, in breve, se il conseguimento dell’origine della poesia ci obbligasse a conservare una nozione di poesia “originaria” e a vincolarci a operare con questa nozione “originaria”). Con un’attenzione speciale ai due postulati La poesia deve essere “vera” ma non “reale” e La poesia non “serve” a niente.

  11. Cito dal saggio di Marco Onofrio:
    “Scrive Cesare Brandi nel suo Dialogo sulla poesia: «La poesia è la naturalità che si decanta in realtà senza esistenza».
    Bene, ritengo questa asserzione completamente destituita di significato filosofico. Dedurre la poesia dalla «naturalità» comporta che il progenitore dell’Homo sapiens in quanto più prossimo alla «naturalità» debba essere più poeta dell’homo sapiens. Inoltre, asserire che la «naturalità si decanta in realtà senza esistenza» è una castroneria filosofica; come fa ad esserci una «realtà» «senza esistenza»?

    Detto questo volevo dire una cosa sul noto topos che la poesia debba essere «onesta». Che cosa significa?, io ne so meno di prima. Innanzitutto dedurre da un aggettivo, cioè da una qualità di un ente qualcosa di determinante sull’ente stesso mi sembra un’altra castroneria filosofica, un luogo comune ripetuto senza previa riflessione sulle parole. A mio modesto avviso è assurdo e ridicolo affermare che questa è una poesia onesta e quest’altra no. In base a quale parametro di «onestà»? Chi è che decide che una poesia sia più onesta di un’altra? E perché mai la presunta onestà debba essere una categoria determinante nel giudizio estetico? (qual è poesia onesta o più onesta tra il Canzoniere del Petrarca e la Commedia di Dante?).

    Quando leggi un canto dei “Quanti del suicidio” (1971\) di Helle Busacca, siamo davanti a una poesia onesta o disonesta?

    Quando leggo “Sessioni con l’analista” di Alfredo De Palchi siamo davanti a una poesia onesta o disonesta? Chi può dirlo?

    • Ambra Simeone

      Caro Giorgio,

      hai ragione, vorrei spiegarmi meglio su questo punto. Io intendevo dire che la poesia può essere onesta ma non intendo che l’onestà sia una categoria oggettiva che identifichi cosa sia poesia e cosa meno, è solo uno dei tanti aspetti con i quali si può analizzare una poesia. Infatti ho detto rispondendo a Giuseppe, che ogni poesia è onesta per chi legge e per chi scrive, perché è una verità, visione e realtà soggettiva di ogni poeta verso il lettore. L’essere onesta è una qualità anch’essa soggettiva, non può essere quindi qualità oggettiva o estetica per tutti.

  12. secondo me, c’è una diffusa tendenza che è quella di perdersi nei meandri di sperequazioni che stuprano la poesia la quale diventa una povera prostituta.
    Onestà è per l’autore. Il lettore può solo percepirla.

    p.s. aggiungerei, a proposito del suono, che è materia. La materia prima della musica è il suono. Anche la musica ha le sue parole, anche i cosiddetti gesti musicali. Che si fanno contenuto. Checché ne possa dire l’estetica musicale e l’intero impianto dei critici, essa si trasmette in maniera del tutto misteriosa.

  13. Valerio Gaio Pedini

    certi discorsi, sono stati tenuti anche nell’intervista che mi ha fatto Ambra per litanie, in cui ho più volte ripetuto di essere lontano anni luce dall’idea di arte realista, anche perché realistico non significa reale. nel momento in cui si fa arte, la realtà viene già traslata, quindi ho reso, come disse giorgio, il mio linguaggio più ingigantito possibile.

  14. Ivan Pozzoni

    Provo a spiegarmi meglio, conscio che il discorso è tanto complesso che non basterebbero centinaia di pagine di rivista internazionale. Gli errori metodologici del saggio di Marco sono tre:
    1] riduzionismo antropologico («Il poeta coincide con lo sciamano»);
    2] violazione della divisione tra essere ed essere stato («L’intuizione artistica è un momento alterato di coscienza che produce l’emersione del buio profondo, donde talvolta scocca un lampo rivelatore. L’artista entra in contatto con l’informe magma che ribolle al di sotto della superficie»);
    3] violazione della legge di Hume, cioè della divisione tra sein e sollen («Anche di questo si occupa il poeta. Egli è più o meno consciamente interessato ad una trasmutazione cosmica del reale, orientata verso la salvezza dell’eterno, cioè del tempo estratto dal suo fluire, dello spirito riconciliato, della materia guarita: dell’innocenza. Avverte che questo è il suo compito, in termini evolutivi»).

    PREAMBOLO ANTROPOLOGICO

    Se si rintraccia nella ante-storia l’«origine» della «poesia» si commette un errore antropologico. Prima dell’homo sapiens abbiamo scarse documentazioni materiali e nessuna documentazione orale (registrazioni o testi): nessuna forma di comparativistica riuscirà ad esserci utile. Quindi ogni discorso sulla superiorità del canto/musica di ciò che non è homo sapiens è una assurdità storiografica. Con l’avvento dell’homo sapiens, in ogni fase orale dell’ante-storia, o preistoria, resta avventato ogni riferimento esclusivo alla teoria sciamanica: «Questo strano modo di percepire come umani gli esseri, animati o inanimati, che non lo sono, assieme alla capacità di raccontare storie in cui compaiono tali esseri, è ciò che ha fatto sì che la natura si animasse» [J.L. ARSUAGA, El collar del Neandertal. En busca de los primeros pensadores (1999) trad.it. I primi pensatori, Milano, Feltrinelli, 2001, 243/244]; Müller-Karpe, massimo storico del Paleolitico, orienta tale «[…] capacità di raccontare storie […]» all’attitudine individuale ad ottenere una «previsione programmata» [H. MÜLLER-KARPE, Geschichte der Steinzeit (1974) trad.it. Storia dell’età della pietra, Milano, Mondadori, 1992, 94], con riferimento alle rappresentazioni grafiche rupestri (simili all’attitudine canto/musica). Dunque lo sciamanesimo non è ideologia universale di ogni comunità ante-storica di homo sapiens: ogni attività artistica, secondo il Müller-Karpe, ancora smentito, sarebbe orientata all’attitudine individuale ad ottenere una «previsione programmata» (cioè ad ottenere tutto tranne che una finalità sciamanistica). Preistoria e storia antica hanno, inoltre, una ulteriore caratteristica comune: l’indistinzione di ogni categoria tecnica nel concetto di «religione»: diritto è religione, arte è religione, matematica è religione, «poesia» è religione, etica è religione: in una dimensione ontologica “originaria” non essendoci distinzione tra ruoli e tecniche, non esiste «poesia». Quindi affermare che «poesia» «originariamente si tratta dunque di un rito collettivo di fondazione che, mitizzando il vissuto quotidiano, assicura al mondo la continuazione di un senso e quindi la coesione interna del gruppo sociale» è antropologicamente scorretto: ogni rito religioso (come il seppellimento della testa dei defunti sotto l’uscio della capanna) è rito di fondazione: il canto/musica, aldilà dal configurarsi come «poesia», si caratterizza, nel Paleolitico, come semplice rito religioso di fondazione. «La poesia, invece, nasce prima della scrittura e della lettera alfabetica, sostenuta dalla trasmissione orale» è affermazione inesatta, fondata sull’antefatto discutibile che ogni forma d’arte ante-storica abbia finalità sciamaniche (e non sia, invece, un’attività orientata all’attitudine individuale ad ottenere una «previsione programmata»). L’«origine» della poesia non sta nel mondo ante-storico o preistorico. La tesi dell’«origine» della poesia dallo sciamanesimo (identificata col canto/musica) non è «paradigma» esclusivo e dotato di validità storiografica certificata, finché non si troveranno registrazioni di canto/musica del Paleolitico (impossibile, allo stato delle cognizioni scientifiche).

    VIOLAZIONE DELLA DIVISIONE TRA ESSERE ED ESSERE STATO

    Presupponendo che la teoria dell’«origine» della poesia dallo sciamanesimo sia infalsificabile (cioè verificabile e/o certificabile) ogni deduzione che ogni forma di «poesia» debba essere sciamanica deriva da una violazione della divisione tra essere ed esser stato. Se, storiograficamente, un accadimento è stato, non necessariamente si trasmetterà nel tempo con i medesimi tratti (è la sociologia della «poesia» a smentire l’immutabilità di una fantasmagorica essenza della «poesia» stessa). Quindi l’affermazione «L’intuizione artistica è un momento alterato di coscienza che produce l’emersione del buio profondo, donde talvolta scocca un lampo rivelatore. L’artista entra in contatto con l’informe magma che ribolle al di sotto della superficie» sarebbe, in ogni caso, viziata da un errore logico insanabile. Potremmo dire, noi, che siccome l’«origine» della medicina è sciamanica (falso), il medico maya, o romano, o medioevale o moderno mantenga i tratti dell’abilità a guarire con l’«imposizione delle mani»? Ammettere che «Il poeta coincide con lo sciamano» (non certificato storiograficamente) NON fonda «L’intuizione artistica è un momento alterato di coscienza che produce l’emersione del buio profondo, donde talvolta scocca un lampo rivelatore. L’artista entra in contatto con l’informe magma che ribolle al di sotto della superficie» e autorizza ogni altro «paradigma» sociologico di «poeticità».

    VIOLAZIONE DELLA LEGGE DI HUME

    Dalla sociologia della «poesia» alla deontologia della «poesia». La frase «Anche di questo si occupa il poeta. Egli è più o meno consciamente interessato ad una trasmutazione cosmica del reale, orientata verso la salvezza dell’eterno, cioè del tempo estratto dal suo fluire, dello spirito riconciliato, della materia guarita: dell’innocenza. Avverte che questo è il suo compito, in termini evolutivi» nasconde un sollen, nella fattispecie un sollen missionario (si denota anche dai riferimenti reiterati, nelle righe antecedenti, al vocabolo «occorre», sinonimo di «conviene»). La missione del «poeta» è il non disconoscere la sua «originarietà» sciamanistica (non certificata). Presupponendo che la teoria dell’«origine» della poesia dallo sciamanesimo sia infalsificabile (cioè verificabile e/o certificabile) ogni deduzione che missione del «poeta» debba essere il non disconoscere la sua «originarietà» sciamanistica deriva da una violazione della legge di Hume (divisione tra sein e sollen). Quindi l’affermazione «Anche di questo si occupa il poeta. Egli è più o meno consciamente interessato ad una trasmutazione cosmica del reale, orientata verso la salvezza dell’eterno, cioè del tempo estratto dal suo fluire, dello spirito riconciliato, della materia guarita: dell’innocenza. Avverte che questo è il suo compito, in termini evolutivi» sarebbe, in ogni caso, viziata da un errore logico insanabile. Potremmo dire, noi, in seconda battuta, che siccome l’«origine» della medicina è sciamanica (falso), il medico maya, o romano, o medioevale o moderno abbia il dovere di mantenere i tratti dell’abilità a guarire con l’«imposizione delle mani»? Ammettere che «Il poeta coincide con lo sciamano» (non certificato storiograficamente) NON fonda «Anche di questo si occupa il poeta. Egli è più o meno consciamente interessato ad una trasmutazione cosmica del reale, orientata verso la salvezza dell’eterno, cioè del tempo estratto dal suo fluire, dello spirito riconciliato, della materia guarita: dell’innocenza. Avverte che questo è il suo compito, in termini evolutivi»e autorizza ogni altro «paradigma» deontologico di «poeticità».

    Per riassumere: muovendo da un antefatto teorico non certificato «Il poeta coincide con lo sciamano», Marco si incammina sulla strada di uno stranissimo sillogismo:
    PREMESSA 1: «Il poeta coincide con lo sciamano» (non certificata) +
    PREMESSA 2: «L’intuizione artistica è un momento alterato di coscienza che produce l’emersione del buio profondo, donde talvolta scocca un lampo rivelatore. L’artista entra in contatto con l’informe magma che ribolle al di sotto della superficie» (vizio logico, dovuto alla violazione della divisione tra essere ed essere stato) =
    CONCLUSIONE: «Anche di questo si occupa il poeta. Egli è più o meno consciamente interessato ad una trasmutazione cosmica del reale, orientata verso la salvezza dell’eterno, cioè del tempo estratto dal suo fluire, dello spirito riconciliato, della materia guarita: dell’innocenza. Avverte che questo è il suo compito, in termini evolutivi» (vizio logico, dovuto alla violazione della legge di Hume).

    Prendendo l’avvio da un antefatto antropologicamente non certificato, il discorso di Marco si muove da una sociologia della «poesia» viziata da una fallacia storica ad una deontologia della «poesia» viziata da una fallacia naturalistica. Il «paradigma» sciamanistico, non certificato, non esaurisce modelli «paradigmatici» infiniti di «poesia» (cosa che, provocatoriamente, mi conduce ad affermare, da antropologo, sociologo, deontologo della «poesia» che non esiste «poesia», essendo noi condannati o a dimostrarne induttivamente l’esistenza, cadendo nel relativismo, o a dimostrarne definitoriamente l’esistenza, cadendo nell’arbitrio tautologico).

    Problematici e ricchi di aporie teoretiche sono anche i due assunti contenuti nelle sezioni a) La poesia deve essere “vera” ma non “reale” e b) La poesia non “serve” a niente (che, attualmente, essendomi esaurito in questa mia critica metodologica, evito, col sollievo di tutti voi, di trattare). Ho evitato di introdurre, nella mia scomposizione analitica del saggio di Marco, citazioni non fondamentali: ne avrei dovute inserire a centinaia, e non mi è sembrato il caso. Perdonate i vari errori ortografici: sono le 02.00 di notte.

    • Ambra Simeone

      Interessantissima l’analisi di Ivan! D’accordo con lui su tutto e in particolare sul relativismo; la metodologia d’analisi di un testo può cambiare in base al punto che il lettore/studioso vuole focalizzare!

    • Gentile Ivan,
      mi parli di “errori metodologici”; ma rispetto a quale “canone” critico preordinato? Non mi pare di averlo dichiarato, né mi pare lo faccia tu. Io non ho inteso scrivere un teorema inoppugnabile di dimostrazioni filosofiche, afferenti a un “sistema” di coerenze, ma un articolo di rassegna – attraverso la citazione di diversi studiosi – per mettere in questione, in chiave aperta e problematica, alcuni punti nevralgici della riflessione poetica. Che il poeta in origine coincida con lo sciamano è acquisizione fin troppo nota agli studi antropologici. Per una prima certificazione, di stampo divulgativo, basterebbe ad esempio leggere le pagine iniziali di “Poesia e magia” della Seppilli (Einaudi), benché saggio ormai datato. Però, al di là dei singoli particolari, mi chiedo quale profonda motivazione ti abbia spinto a una “scomposizione analitica” così faticosa (sino alle 2 di notte!) e tuttavia così poco convincente, dato che vengono chiamati in causa “numi” (come Hume) assolutamente incongrui al mio discorso, i quali vorrebbero imporre un “redde rationem” sulla base di premesse non date.

      • Ben detto, anzi, ben scritto, gentile Marco Onofrio.
        Giorgina Busca Gernetti

      • Ivan Pozzoni

        Gentile Marco, presupponevo, come anticipazione al mio commento notturno, l’affermazione: «anzitutto complimenti all’ottimo saggio sulle origini della poesia da te scritto: essere d’accordo o meno con esso, non inficia l’intrinseca importanza di questo saggio». Al tuo «Però, al di là dei singoli particolari, mi chiedo quale profonda motivazione ti abbia spinto a una “scomposizione analitica” così faticosa» rispondo con la medesima frase: «essere d’accordo o meno con esso, non inficia l’intrinseca importanza di questo saggio». Comprendo di fare impazzire l’amico Torre: è mia abitudine, quando dialogo, citare il mio interlocutore nelle sue stesse affermazioni, onde limitare al massimo il fraintendimento. Potrebbe, la mia velocissima dissertazione critica essere stata «poco convincente» a chi abbia scarsi mezzi di antropologia, sociologia, deontologia (etica)? I tuoi errori metodologici – a mia modestissima opinione- stanno in una non accorta inutilizzazione degli strumenti delle modernissime antropologia, sociologia e deontologia della «poesia». La tua affermazione «Che il poeta in origine coincida con lo sciamano è acquisizione fin troppo nota agli studi antropologici» è ua “sciocchezza” antropologica, basata su documentazioni vecchie e distrutte dalla critica moderna (il volume della Seppili è del 1962, ristampato nel 2011 da Sellerio). Il mio riferimento all’innovativo concetto di rappresentazione artistica preistorica come «previsione programmata» introdotto dal Müller-Karpe e recuperato da ogni serio e recente studioso del Paleolitico, come Arsuaga, distrugge la decaduta, romantica, interpretazione della derivazione sciamanistica di ogni tecnica. Questa vecchissima teoria sciamanistica, tra l’altro, l’ho trovata applicata con scarso successo nell’interpretazione sciamanistica di autori come Parmenide ed Empedocle: essa è rigettata dall’intera dottrina internazionale. Poi uno è libero di continuare sulla sua strada. La sezione II della tua rassegna, dunque, si basa su un’affermazione rifiutata dalla maggioranza della dottrina moderna: «Il poeta coincide con lo sciamano». Il fatto che la tua sia una deliziosa rassegna non ti dispensa dal commettere ripetuti errori logico/formali o dall’introdurre inesattezze storiche. Tra l’altro, se la tua è una rassegna, mi attendo una sezione sul “poeta religioso” della tradizione semitica (poesia nata dalla scrittura) o sul “poeta aedo” della tradizione greca (poesia nata a fianco della scrittura, in fase aurale) e di altre figure «paradigmatiche» diverse dal “poeta sciamano”. La “poesia”, in Israele o in Mesopotamia, è nata con la scrittura; in Grecia, è nata vicino e al di fuori della scrittura; in altri luoghi e altri tempi, è nata in altri modi. Mi attendo che in ogni sessione della tua rassegna tu ci rappresenti un diverso «paradigma» di «poeta»: il «poeta»/sacerdote della Bibbia o del Gilgalmesh, il «poeta»/aedo dell’Iliade, il «poeta»/giurista delle origini romane, etc… un caro saluto Ivan

        • Gentile Ivan,
          sono lieto che la “scomposizione analitica” estenda le sue inesorabili dinamiche anche in fase diurna, consentedoti un “mini-show” strabiliante di citazioni, di cui mi compiaccio; meno lieto che alle mie parole (e, per loro tramite, alle mie intenzioni) viene conferito un “sovrappiù” che ad esse non appartiene. Comunque la seconda parte del saggio – che non voleva racchiudere “ab ovo” lo scibile umano, ma solo parlare umilmente di poesia – è lì, chiunque può leggerla o ri-leggerla e trarne le opportune conclusioni. L’interpretazione peraltro è libera, qualunque decodifica è legittima (anche Hume dal suo scranno assente, strizzando l’occhio). Resterebbero sempre da spiegare i complimenti per l'”ottimo saggio”… pieno però di incongruenze e di errori metodologici … Un caro saluto a te, Marco

          • Ivan Pozzoni

            Caro Marco, ci sono molti spunti interessanti e importanti: altrimenti, non l’avrei nemmeno visionato (bellissimo il riferimento alla liminalità dell'”esperienza poetica”). Per le inesattezze storiche, mi sono sentito in dovere di intervenire, come sono abituato a fare e come accetto che si faccia nei miei saggi storiografici. Per la mia denuncia di tuoi eventuali errori logico/formali, ciò, come cercherò di dimostrare nella mia risposta a Giorgio, essa deriva o a) da un mio fraintendimento del tuo scritto (dovuto anche alla mancanza, mi scrive Giorgio, di altre sezioni di esso) o b) dall’effettiva comprensione di esso, con un effettivo sereno dissenso nei confronti di esso (e la fondatezza della ricognizione di tali vizi). Poi, a mia opinione, ritengo che il dialogo serrato tra studiosi sia sempre un’opportunità: nessuno deve sentirsi offeso da una critica. Le critiche sono fatte per essere criticate: e, attendo, ancora, una tua dimostrazione della tua affermazione «Che il poeta in origine coincida con lo sciamano è acquisizione fin troppo nota agli studi antropologici», davanti all’asserzione (mia) della non sciamanica delle rappresentazioni artistiche rupestri del paleolitico. Chi è stato molto attento al dibattito ha compreso che, nella sua complessità, questa affermazione mette in scacco la tua premessa «Il poeta coincide con lo sciamano». E tu inizi con questa affermazione errata.

            • Non mi sono sentito offeso dalle tue critiche, se servono (come immagino e spero) ad un confronto onesto e impregiudicato. La puntualizzazione infinitesimale che tu applichi ad ogni minuzia del mio scritto manca a mio parere di visione olistica, e soprattutto non tiene conto che – al contrario di quanto ipotizza qualcuno – io non ho affatto inteso imporre una visione apodittica da “unico paradigma estetico”, ma proporre solo “un” tentativo di interpretazione. A proposito di puntualizzazioni: anche io (come Giorgio) attendevo una tua giustificazione per aver adottato a pietra angolare (prima della successiva deriva antrolopogica) la presunta fantomatica “legge di Hume”… Ti ringrazio comunque del dibattito, e ti saluto serenamente. Marco

              • Ivan Pozzoni

                Caro Marco, come spiego a Fausto, nessun accanimento. Per la fantomatica, a tutti voi, legge di Hume, ti rimando alla mia risposta a Giorgio.
                5] Per la c.d. legge di Hume, o Grande divisione, o is/ought question, o sein/sollen problem (che non c’entra niente con Heidegger) ti consiglio di visionare il monumentale saggio di Bruno Celano, docente a Palermo: BRUNO CELANO, Dialettica della giustificazione pratica. Saggio sulla legge di Hume, Torino, Giappichelli, 1994 (pagine 768!). Hume sostiene: «In ogni sistema morale in cui finora mi sono imbattuto, ho sempre trovato che l’autore va avanti per un po’ ragionando nel modo più consueto, e afferma l’esistenza di un Dio, o fa delle osservazioni sulle cose umane; poi tutto a un tratto scopro con sorpresa che al posto delle abituali copule è o non è incontro solo proposizioni che sono collegate con un deve o un non deve; si tratta di un cambiamento impercettibile, ma che ha, tuttavia, la più grande importanza. Infatti, dato che questi deve, o non deve, esprimono una nuova relazione o una nuova affermazione, è necessario che siano osservati e spiegati; e che allo stesso tempo si dia una ragione per ciò che sembra del tutto inconcepibile ovvero che questa nuova relazione possa costituire una deduzione da altre relazioni da essa completamente differenti (Trattato sulla natura umana)». Se stai bene attento, è ciò in cui cade Marco, quando, inavvertitamente, passa dall’intuitività sciamanica trasmessa all’artista moderno al «compito» dell’artista moderno, che dovrebbe – come non fa- non smarrire il tratto dell’intuitività sciamanica. Dall’essere al dover essere, dunque (o meglio, dall’essere, dall’ontologia, al dovrebbe essere [diversamente]).

                Io sono ancora in attesa di una maggiore motivazione dell’assunto cardine della tua rassegna: «Il poeta coincide con lo sciamano» (chiaramente come origine storica): documenti, dati, interpretazioni. Se cade questo assunto, rischia di cadere la rassegna tutta.
                1] Perché il «poeta» dovrebbe nascere prima della scrittura?
                2] Che documenti hai di «poesia» sciamanica non scritta antica?
                3] La «poesia» semitica e mesopotamica che nasce con la scrittura non è «poesia»?
                4] La «poesia» ellenica, che rinasce in stato di auralità, tra oralità e scrittura (bellissimo l’unico riferimento, molto discusso, alla scrittura nei versi “omerici”, con il racconto della tavoletta di Bellerofonte (i c.d. semata lugra) non è «poesia»?
                5] La lirica o la citarodica elleniche, sposando canto e musica, sono «poesia» sciamanica (Saffo), anche se mai scritte in una fase di scrittura?

                Poi, basta, ché, effettivamente e involontariamente, ti ho rotto i maroni abbastanza. Questa mi rottura di maroni deriva da un quasi morboso interesse sulla teoria dello sciamanesimo come fonte di ogni tecnica umana (anni ’60). Però, almeno, ho commentato e visionato la tua rassegna con massima attenzione, senza liquidarla con tre righe di plauso.

    • ma pensa un po’, caro Ivan, a quante fesserie si nasconderanno nelle metafore e nei messaggi del buon 90% delle poesie

      p.s. ho letto con molto interesse, ma fai uso di troppe virgolette: ci vogliono i sottotitoli per afferrarne il corretto senso 😉

      • Ivan Pozzoni

        Caro Fausto, io sono stato addestrato, come un rottweiler, alla scuola di Uberto Scarpelli, a smascherare quante fesserie (errori, fallacie logiche, aporie) si nascondono, volutamente o meno, nei testi dei codici, delle leggi e dei decreti del diritto italiano. Fidati: sono tantissime, e si applicano. Mi preoccuperei, e, infatti, coi miei studi storico/giuridici, mi preoccupo, più di queste aporie, che delle aporie presenti in una interessante rassegna o in un gruppo di poesie. Sinceramente, delle origini della «poesia», mi interesso moderatamente. Mi interessano le origini di “dike”. 🙂 Per mera casualità storica, nella storia antica i due ambiti si sovrappongono (ad esempio, Parmenide, Empedocle, Solone, Teognide e molti altri). Quindi avendo affrontato in rivista internazionale l’insostenibile interpretazione, propria degli anni ’60, di un Empedocle o di un Pitagora sciamani, avendo approfondito lo studio dello sciamanesimo, avendo demolito, attraverso i corretti rilievi della attuale interpretazione storiografica sulla nascita dell’arte rupestre, il mito della sciamanicità delle poesie parmenidea, “pitagorica” e empedoclea, mi sono buttato con rispetto ed energia sulla rassegna di Marco. Assicuro che non c’è nessuna disistima verso Marco o nessuna volontà di gratuita polemica contro Marco. Se avesse scritto di Ungaretti, non ne sarei stato attirato. La figura dello sciamano mi affascina, come ogni altra figura del mondo antico, e mi interessa segnalare eventuali inesattezze o ridimensionare interpretazioni sorpassate.

    • caro Ivan,
      In ordine al primo punto di tuoi rilievi: “1] riduzionismo antropologico («Il poeta coincide con lo sciamano»)”, lascia che ti dica che il tuo approccio al testo di Marco Onofrio soffre di molti equivoci categoriali. Il pezzo di Onofrio è una riflessione riassuntiva delle varie posizioni in ordine a ciò che è stata ed è diventata oggi la poesia, e lo fa, con correttezza metodologica a mio avviso, partendo dal lontanissimo passato, riprendendo una letteratura antropologica vastissima sulla numinosità e potenza della parola dello «sciamano» nelle società primitivo arcaiche per arrivare alla poesia odierna che ha perduto le sue ali sciamaniche e si è scoperta prosaica, povera, ininfluente sul “reale”. La partenza della riflessione di Onofrio dalla numinosità della parola dello «sciamano», dalla sua lallazione che si riteneva avere un potere (un mana) sul reale, è un dato di fatto indiscusso e condiviso all’unanimità dalla letteratura specialistica. Lo strumento narrativo di Onofrio mi sembra del tutto corretto dal punto di vista critico e storico filologico antropologico.

      In ordine al secondo punto: “2] violazione della divisione tra essere ed essere stato”, io francamente non riesco ad intendere che cosa vuoi dire.
      La riflessione di Onofrio traccia un percorso durato vari millenni tra ciò che un tempo lontanissimo è stato (lo «sciamano») e ciò che è oggi il poeta (un signore eguale agli altri, che lavora, fa figli, ha una moglie o un convivente, nutre certe idee condivise o no da altri abitanti del pianeta, che magari professa una religione etc.).

      In ordine al terzo punto: “3] violazione della legge di Hume, cioè della divisione tra sein e sollen”, francamente non riesco a comprendere che cosa significhi “violazione della legge di Hume”; perché e quando mai i filosofi si esprimono tramite “leggi”? – E poi in merito alla “divisione tra sein e sollen” mi sembra che tu attribuisca a Hume categorie filosofiche coniate da Heidegger due secoli più tardi.

      Riguardo al quarto punto che tu rilevi: “PREMESSA 1: «Il poeta coincide con lo sciamano»”, non mi sembra che Onofrio abbia detto che oggi il poeta coincida con lo sciamano, ma soltanto che in tempi lontanissimi il progenitore del poeta è da ricondurre alla figura dello «sciamano». Cosa alquanto diversa, mi sembra.

      Riguardo al quinto punto che tu rilevi: “a) La poesia deve essere “vera” ma non “reale” e b) La poesia non “serve” a niente”, anche qui mi sembra che Onofrio sia stato molto corretto nel riportare quelle che sono alcune idee sulla poesia, cioè che essa debba essere vera (ma non verosimile) e che essa non abbia nessun potere di modifica nell’immediato “reale”; lasciando poi al lettore di dedurre da questa esposizione (che tra l’altro continuerà nella Parte III e nella Parte IV) le proprie personali convinzioni.

      Infine, mi sembra che l’analisi di Onofrio sia apprezzabile proprio per la capacità dimostrata dall’autore di aver saputo tracciare un quadro storico antropologico ed estetico delle principali questioni che si muovono intorno alla cosa chiamata poesia.

      • Condivido “in toto” questo commento di Giorgio Linguaglossa, così come ho condiviso e apprezzato lo scritto di Marco Onofrio.
        Giorgina Busca Gernetti

      • ambra simeone

        caro Giorgio,

        io ho apprezzato molto l’articolo di Marco Onofrio, ma ancora mi riesce difficile però capire, forse Marco Onofrio me lo potrà spiegare meglio (e questo non per creare polemica ma solo per chiarificare a me un concetto) cosa vuol dire “poesia vera, ma non reale!”

        la tua spiegazione è “che essa non abbia nessun potere di modifica nell’immediato reale” ed è in parte condivisibile e ricollegabile al fatto che la poesia non serve (almeno non nell’immediato reale di tutti i giorni e almeno non per tutti)

        ma dire invece come dice Marco che la poesia “invoca ed esige lo scarto di una differenza dalla lingua quotidiana. È una “parole” che si contrappone alla “langue” incrostata e banalmente normativa” è un’altra cosa, vuol dire che per fare poesia ci deve essere quello “scarto linguistico” che la distacca dalla realtà banale e incrostata e la eleva a non so cosa!

        detta così potrei dire che io normalmente uso uno scarto dalla mia lingua normativa più e più volte durante il giorno; non uso certo la stessa lingua se parlo con gli amici, se parlo con un datore di lavoro, se parlo con un prete o con un professore universitario, idem se scrivo una lettera ad un mio amico, un curriculum vitae da inviare ad un’azienda, se scrivo in una chat, se scrivo una commedia in 4 atti o una poesia in dialetto… in tutti questi casi starei facendo poesia???

        comunque se questo è uno dei tanti paradigmi di analisi poetica o estetica della Poesia al quale ne seguiranno altri nelle prossime “puntate” dell’articolo, va bene, che sia invece posto come unico paradigma estetico, diciamo che gli stessi fatti (la varietà infinità di stili, concezioni poetiche, metodi ecc ecc) lo contraddicono in toto.

      • Ivan Pozzoni

        Caro Giorgio,
        nella rassegna, incompleta (mancano III e IV), di Marco, ho isolato tre nuclei teoretici: 1] «Il poeta coincide con lo sciamano (Marco Onofrio)» (storia antica), 2] «L’intuizione artistica è un momento alterato di coscienza che produce l’emersione del buio profondo, donde talvolta scocca un lampo rivelatore. L’artista entra in contatto con l’informe magma che ribolle al di sotto della superficie (Marco Onofrio)» (l’intuizione, che caso!, è uno dei massimi mezzi operativi dello sciamano) (storia moderna) e 3] «Anche di questo si occupa il poeta. Egli è più o meno consciamente interessato ad una trasmutazione cosmica del reale, orientata verso la salvezza dell’eterno, cioè del tempo estratto dal suo fluire, dello spirito riconciliato, della materia guarita: dell’innocenza. Avverte che questo è il suo compito, in termini evolutivi (Marco Onofrio)» (il «poeta», attraverso un’intuizione simil-sciamanica, avverte il compito di una trasmutazione cosmica del reale) (deontologia). La mia interpretazione, condivisa da altri individui, di alto livello tecnico, a cui ho chiesto di visionare tale scritto, è: 1] l’origine della poesia è sciamanica, il poeta (non il «poeta» sciamano dei cavalieri sciti), 2] il poeta in generale, fonda la sua attività su una sorta di intuizione artistica (?!), entrando in contatto con l’informe magma…, 3] il poeta moderno dovrebbe (uso del termine «compito») appropriarsi di tale metodo intuitivo, ai fini di assecondare l’attuarsi di una trasmutazione cosmica del reale (e non lo fa). Ora: 1] è falso; 2] deriva da un’affermazione falsa ed è falsa e 3] non è deducibile da 2. Probabilmente, invece, Marco desiderava dire: l’origine della poesia è sciamanica (falso, in ogni caso), il poeta in generale non ha niente a che vedere con l’origine sciamanica della poesia, e non esistono compiti simil-sciamanici del poeta. Il mio dubbio, rimane: forse Marco avrà modo di spiegare meglio la sua teoria nelle sezioni mancanti del saggio, anche se la mia interpretazione sembra da te confermata: «[…] partendo dal lontanissimo passato, riprendendo una letteratura antropologica vastissima sulla numinosità e potenza della parola dello «sciamano» nelle società primitivo arcaiche per arrivare alla poesia odierna che ha perduto le sue ali sciamaniche e si è scoperta prosaica, povera, ininfluente sul “reale” (Giorgio Linguaglossa)».

        CRITICHE:
        1] La lallazione mana dello sciamano è una cosa, affermare che «Il poeta coincide con lo sciamano (Marco Onofrio)» è un’altra. Potrei affermare che, data la lallazione del bambino come forma di sperimentazione verbale (psicologia dello sviluppo) il poeta coincide con il bambino?
        2] Poi mi spiegherai cosa significa, antropologicamente, l’asserzione «numinosità della parola dello “sciamano” (Giorgio Linguaglossa)» e da cosa si differenzia dalla numinosità della parola del re sacerdote indoeuropeo o dallo scriba sacerdote egizio.
        3] Lo «sciamano» vive nell’indistinzione: è sacerdote, medico, giurista, musico, moralista. Come distinguere una «poesia» sciamanica? Poi, divertentissimo: documenti di «poesia» sciamanica antica, da valutare, da visionare, da categorizzare, da registrare, dove li troviamo? Ci sono registrazioni audio dal Paleolitico? Ci occorre uno sciamano o un medium?
        4] La c.d. fallacia storicistica della violazione della distinzione tra essere ed essere stato verte sull’impossibilità di trasmettere dallo «sciamano», scita (ad esempio), al poeta moderno il tratto dell’intuitività o altri tratti sciamanici. Per te il tratto dell’intuitività dello sciamano è trasmissibile integralmente al poeta moderno, creando, nella modernità un «poeta sciamano»? Potremmo dire, noi, che siccome l’«origine» della medicina è sciamanica (falso), il medico maya, o romano, o medioevale o moderno mantenga i tratti dell’abilità a guarire con l’«imposizione delle mani»? C’è una qualsiasi corrente della sociologia della «poesia» disponibile a riconoscere la sciamanicità del poeta moderno? Dove? Chi? La new-Age? Per me Marco erra nel momento in cui trasmette, in capo all’artista moderno, tratti distintivi di una figura storicamente estinta, con tratti intrasmissibili ad evi diversi.
        5] Per la c.d. legge di Hume, o Grande divisione, o is/ought question, o sein/sollen problem (che non c’entra niente con Heidegger) ti consiglio di visionare il monumentale saggio di Bruno Celano, docente a Palermo: BRUNO CELANO, Dialettica della giustificazione pratica. Saggio sulla legge di Hume, Torino, Giappichelli, 1994 (pagine 768!). Hume sostiene: «In ogni sistema morale in cui finora mi sono imbattuto, ho sempre trovato che l’autore va avanti per un po’ ragionando nel modo più consueto, e afferma l’esistenza di un Dio, o fa delle osservazioni sulle cose umane; poi tutto a un tratto scopro con sorpresa che al posto delle abituali copule è o non è incontro solo proposizioni che sono collegate con un deve o un non deve; si tratta di un cambiamento impercettibile, ma che ha, tuttavia, la più grande importanza. Infatti, dato che questi deve, o non deve, esprimono una nuova relazione o una nuova affermazione, è necessario che siano osservati e spiegati; e che allo stesso tempo si dia una ragione per ciò che sembra del tutto inconcepibile ovvero che questa nuova relazione possa costituire una deduzione da altre relazioni da essa completamente differenti (Trattato sulla natura umana)». Se stai bene attento, è ciò in cui cade Marco, quando, inavvertitamente, passa dall’intuitività sciamanica trasmessa all’artista moderno al «compito» dell’artista moderno, che dovrebbe – come non fa- non smarrire il tratto dell’intuitività sciamanica. Dall’essere al dover essere, dunque (o meglio, dall’essere, dall’ontologia, al dovrebbe essere [diversamente]).
        6] Segnalo una tua contraddizione in []. Dici: «Il pezzo di Onofrio è una riflessione riassuntiva delle varie posizioni in ordine a ciò che è stata ed è diventata oggi la poesia, e lo fa, con correttezza metodologica a mio avviso, partendo dal lontanissimo passato, riprendendo una letteratura antropologica vastissima sulla numinosità e [potenza della parola dello “sciamano” nelle società primitivo arcaiche per arrivare alla poesia odierna che ha perduto le sue ali sciamaniche e si è scoperta prosaica, povera, ininfluente sul “reale”] (Giorgio Linguaglossa)» e dici: «Riguardo al quarto punto che tu rilevi: “PREMESSA 1: “Il poeta coincide con lo sciamano”, [non mi sembra che Onofrio abbia detto che oggi il poeta coincida con lo sciamano, ma soltanto che in tempi lontanissimi il progenitore del poeta è da ricondurre alla figura dello “sciamano”] (Giorgio Linguaglossa)». Marco, da un lato, lamenta il fatto che la poesia odierna ha perduto le sue ali sciamaniche; e dall’altro, non vuole assolutissimamente comparare lo sciamano antico con il poeta moderno. Eh!
        7] Per «“a) La poesia deve essere “vera” ma non “reale” e b) La poesia non “serve” a niente” (Giorgio Linguaglossa)» non ho ancora fatto mezzo commento. Quindi non è colpa mia.

        Però, magari, avendo tu letto III e IV, e io unicamente I e II, aporie, errori storici, fallacie logiche si andranno a sanare magicamente, in modo quasi sciamanico. Con ciò ribadisco, non è che la rassegna di Marco contenga tutti errori storici, aporie, fallacie logiche: c’è una maggioranza assoluta di concetti importanti e interessanti. Io, da studioso analitico, ho segnalato a Marco ciò che ritengo aporetico, erroneo e fallace. Di plausi, senza tre righe di commento, ne ha ricevuti a iosa, no? Se sezionassero così un mio saggio, apportando critiche e attendendo mie contro-critiche, io sarei contentissimo. Se Marco non è contento, smetto, e mi dedico ad altro: tra l’altro, ho detto tutto: chi ha compreso, ha compreso; chi ha fatto finta di non capire, ha fatto finta di non capire; chi non ha compreso, fatti suoi. Torno ai miei studi: Riforma e «questione omerica». L’importante è che non tentiate di convincermi che l’aedicità “omerica” sia una forma derivata di sciamanesimo. 🙂

  15. Ivan Pozzoni

    Precisazione doverosissima: io apprezzo Marco, i suoi studi, la sua attività culturale. La mia critica alla sua rassegna è dovuta a motivi meramente culturali, di differente interpretazione della sua tesi o, magari, di fraintendimento del suo testo. Chiaramente siamo in un blog: io sto a Milano e Marco a Roma (se non erro). Se fossimo a Firenze entrambi, in campo neutro, ne avremmo discusso davanti a un buon bicchiere di Porto, e in venti minuti ci saremmo reciprocamente compresi. Proporre un dialogo su un blog – come Giorgio sa bene- è difficilissimo, tra rispondi, rispondi alla risposta, terzi che finiscono sotto la tua risposta, citazioni che confondono, difficoltà del mezzo scritto, fisiologica difficoltà di incontro tra weltanschauungen e metodologie differenti. Meglio chiarire, onde evitare di dar l’impressione di volersi accanire su un ottimo studioso e ragazzo come Marco, che merita attenzione (anche critica) e non accanimento.

  16. antonio segredo

    Insonnia eterna, senza rimedio è il compianto
    di un’antica demenza, la lingua sull’arena
    stampi quel sempre di più sarai un fuori
    luogo, se non bevi il vino del suo filosofare!

    Il nascondersi di Eraclito è uno spaventoso amore
    che la donna sotto i lampioni della consolare a scampoli
    concede, mostruoso se tu credi luce rivelata e risorta,
    ma è una rappresaglia della ragione – l’essere!

    Beatitudine è ciò che non si conosce, clamorosa incoscienza,
    morente carne sul cratere attico che notturni miti forma.
    È quel pensare sottofondo che attira catene e ceppi,
    è ansia del pensiero, lutto evanescente che le braci attizza!

    Sciamano è il gesto, non il martirio del corpo asceso
    al celeste impero: palco tarlato, buchi abissali, spazi
    recisi da fittizie risurrezioni… ma tu resti, Dio, un evaso
    in fuga dall’umano che la caccia ti dà senza una – ragione!

    antonio sagredo

    Vermicino, 26/27/28 maggio 2009

  17. Apprezzatissimo articolo che condivido in pieno: la poesia ..soltanto..rimette a loro posto le cose..ed il poeta è poesia nel suo totale vuoto non necessariamente esistenziale..puro strumento del flusso energetico che sostiene l’universo nell’infinito di quell’attimo magico di congiunzione e distacco dal tutto. La poesia è inutile, non serve, dunque è valore . Una pena cui il poeta viene condannato : ammutire se stesso per cantare del tutto Grazie

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