La dimensione poetica della parola. Il suono che guarisce e che ricrea (Ariosto, Ungaretti, Zanzotto, d’Annunzio, Montale) Saggio di Marco Onofrio (Parte I)

Parnaso

Parnaso

I

Donde nasce la magia della parola poetica? Perché quelle parole, in quella sequenza, dentro quel verso, suonano in quel modo? Diversamente, cioè, da quando le troviamo isolate, a se stanti, sul vocabolario?

Prendiamo il celebre incipit leopardiano de La sera del dì di festa: «Dolce e chiara è la notte e senza vento». I due aggettivi donano un afflato rasserenante, rafforzato dalla congiunzione che chiude l’endecasillabo. Se proviamo a sostituire anche una sola parola, o a scompaginare l’ordine di quelle che ci sono, l’effetto non è più lo stesso: si spezza per sempre l’armonia melodica, la callida iunctura delle forme. Lo dice ad esempio Orazio Flacco, nell’Epistola ai Pisoni: una parola logora e pedestre riceve nuova luce a seconda delle virtù combinatorie cui è sottoposta, cioè della sua posizione nell’ordine della scrittura; così come una parola “nobile” può, per motivi opposti, infiacchirsi. Questione di alchimie, di energie che sprizzano dall’incontro sonoro delle parole, che sono vive, plastiche, malleabili come creta. La parola poetica, spesso avvincendo, avvolgendo sensualmente, cullando la percezione in termini di incanto, ci trasporta sotto il piano razionale della parola utilitaria, tipica del linguaggio-comunicazione. È un “massaggio acustico” che può liberare, come per una sorta di “regressione” freudiana, energie nascoste e associazioni latenti, comunicando l’inconoscibile e tentando di ristabilire l’armonia perduta: come una “lingua primordiale”.

 LA GUERRA CHE VERRA'. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.

LA GUERRA CHE VERRA’. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

La parola poetica s’iscrive in un sistema diverso da quello corrente. Il dire del poeta è ambiguo, irrazionale, evocativo. Talvolta neanche lui ha ben chiaro, se non a livello intuitivo, ciò che sta dicendo. Più che scrivere, è scritto dalla poesia che lo sceglie per manifestarsi. Ovviamente, dinanzi a contenuti così oscuri (l’altro, l’ignoto, il sublime), non gli basta più il linguaggio comune di stampo referenziale. Ha bisogno di inventarsi un’altra lingua, o almeno di forzare quella che già esiste. Una lingua con referente diminuito, o addirittura senza referente: che costruisce da sé altri e nuovi referenti. La poesia si produce, dunque, come “eversione” – voluta cercata organizzata dal poeta – rispetto al linguaggio di uso pratico. Il poeta trasforma dall’interno la parola, le fa dire e non dire e, in questo modo, esprimere più di quel che in prosa potrebbe. Egli oscilla di continuo fra due poli espressivi: la tentazione del canto (in cui le parole tendono a perdere il proprio valore significativo per suonare ed evocare attraverso un alone di suggestione sonora, ritagliandosi una frangia di senso che tocca più contenuti mentali non chiaramente comunicabili – l’istinto, l’inconscio, il preverbale – che l’intelletto) e la necessità del discorso (laddove deve emergere la chiarezza analitica dell’intelletto: necessaria ad esempio se vogliamo raccontare una storia in poesia).

Yeats and Eliot

Yeats and Eliot

Ciò che insomma distingue un testo poetico da un normale testo comunicativo, i Sepolcri di Foscolo dal bugiardino di un farmaco o dalla lista delle cose da comprare, è che nel testo poetico il “senso” nasce anche e soprattutto dal legame tra le unità che lo compongono, non solo dal loro significato. In poesia è più importante il “modo” che l’“oggetto”: più di cosa viene detto, come viene detto.

Precisa Gian Luigi Beccaria in un suo fondamentale saggio, L’autonomia del significante: «In poesia il significato del discorso non è mai in grado di accogliere tutto il senso (né lo è il significante da solo). Il senso poetico si compie nella combinazione di un significato calato in convenzioni ritmiche vincolanti e liberato in significazioni di suoni».

pier paolo pasoliniIl segno poetico ricrea gli elementi della lingua-comunicazione, aprendoli ad una nuova ricchezza di senso che emerge dal rapporto delle unità significanti, “orchestrate” nella struttura del testo. Un testo, quello poetico, che sintetizza ad ogni livello un altissimo grado di informazione. È un “ipersegno”. Spiega Maria Corti nel saggio Principi della comunicazione letteraria: «in poesia tutto è pertinente a livello fonico e semantico, tutto significa». E, secondo Beccaria, «la poesia è fra tutte l’arte più gravata di significati». Il discorso poetico esalta la funzione del linguaggio che Jakobson definisce per l’appunto “poetica”, cioè autoreferenziale, per cui ogni autentico testo poetico genera (e si genera come) uno speciale codice, “altro” e autonomo rispetto al linguaggio comune, dove è il linguaggio, anzitutto, che comunica se stesso. Una poesia non è soltanto “logos”, o – men che mai – dimostrazione scientifica, o nota informativa: il suo messaggio non è altro che la poesia medesima, nella pienezza delle sue molteplici possibilità espressive. La funzione “poetica” esautora quella “referenziale”, la rende complessa, ambigua, polivalente. Densità semantica e polisemia: ogni parola, in un testo poetico, è un fascio di significati che s’irradiano in diverse direzioni. Non solo le parole, dunque, ma anche le strutture retoriche che le organizzano nel quadro complessivo del testo, sulla sua superficie spaziale e tipografica, macro-struttura ad elevata formalizzazione: figure ritmico-sintattiche, parallelismi, iterazioni, assonanze…

andrea zanzotto

andrea zanzotto

Tutto è segno e senso in poesia: anche e soprattutto il suono. La poesia stessa è suono che produce conoscenza. Il suono e il ritmo della poesia hanno un valore iconico speciale, autonomo, determinante. Sono in grado di evocare e rappresentare essi stessi il significato della cosa. Ecco ad esempio come, in suoni scoppiettanti, rende il temporale Ariosto nel Furioso:

con tanti tuoni e tanto ardor di lampi
che par che ‘l ciel si spezzi e tutto avvampi

o, con lo sgusciar del ferro, il sibilo di una spada Pulci nel Morgante:

.
rizzossi in sulle staffe, e ‘l brando striscia
che lo facea fischiar come una biscia

zbigniev herbert

zbigniev herbert

Così, senza ricalcare le suggestive arbitrarietà di Rimbaud, con la sua poesia sul colore delle vocali (e, per quella via, le astruse teorie dell’abbé Bremont), possiamo parlare di fonosimbolismo poetico, di significato referenziale dei suoni; per cui la [s], ad esempio, si presterebbe allo strisciare delle serpi, la [r] al fremito e al movimento, la [i] sembra più chiara di [u] e [o], ecc. Scrive Donatella Bisutti nel delizioso libro La poesia salva la vita: «una parola non è solo il significato di una cosa, ma anche un po’ l’immagine di quella cosa». Una parola come raffica, ad esempio, è veloce e turbina come un colpo di vento improvviso, grazie a quelle [f] che soffiano. Stuzzicare sembra qualcosa che punge, per via di quelle due [z] e di quella [i] sottile: come una zanzara. E ancora: farfalla, con quelle due [f] svolazzanti e quelle due [l] che la sostengono in volo, è «in realtà il perfetto ritratto di una farfalla». La poesia sa adoperare le parole come oggetti, come pennelli intrisi di colore, come tasti di un pianoforte. Ci sono parole «veloci o lente, leggere o pesanti, tenere o aspre, morbide o dure, carezzevoli o taglienti». Prescindendo dalla trascrizione onomatopeica dei suoni (si pensi a Pascoli e a Palazzeschi), leggiamo qualche magnifico esempio di significato rappresentato per vie irrazionali, anche e soprattutto attraverso il suono.

“La luna” di Andrea Zanzotto:

.
Luna puella pallidula,
Luna flora eremitica,
Luna unica selenita,
Distonia vita traviata,
Atonia vita evitata,
Mataia, matta morula,
Vampirisma, paralisi,
Glabro latte, polarizzato zucchero,
Peste innocente, patrona inclemente,
Protovergine, alfa privativo,
Degravitante sughero,
Pomo e potenza della polvere,
Phiala e coscienza delle tenebre,
Geyser, fase, cariocinesi,
Luna neve nevissima novissima,
Luna glacies-glaciei
Luna medulla cordis mei,
Vertigine
Per secanti e tangenti fugitiva
 

La mole della mia fatica
Già da me sgombri
La mia sostanza sgombri
A me cresci a me vieni a te vengo

Luna puella pallidula.
 

Eugenio Montale

Eugenio Montale

 

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mare slavato e disilluso di Ungaretti:

.
Più non muggisce, non sussurra il mare,
Il mare.

Senza i sogni, incolore campo è il mare,
Il mare.

Fa pietà anche il mare,
Il mare.

Muovono nuvole irriflesse il mare,
Il mare.

A fumi tristi cedé il letto il mare,
Il mare.

Morto è anche lui, vedi, il mare,
Il mare.

W.H. Auden

W.H. Auden

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(si noti l’eco del “mare”, ripetuta in a capo, che equivale all’inerzia stanca della risacca sul bagnasciuga, quando il mare è plumbeo, inerte, quasi fermo). La freschezza spumeggiante dell’onda di d’Annunzio:

Nasce l’onda fiacca,
subito s’ammorza.
Il vento rinforza.
Altra onda nasce,
si perde,
come agnello che pasce
pel verde:
un fiocco di spuma
che balza!
Ma il vento riviene
rincalza, ridonda.
Altra onda s’alza,
nel suo nascimento
più lene
che ventre virginale!
Palpita, sale,
si gonfia, s’incurva,
s’alluma, procede.
Il dorso ampio splende
come cristallo;
la cima leggiera
s’arruffa
come criniera
nivea di cavallo.
Il vento la scavezza.
L’onda si spezza,
precipita nel cavo
del solco sonora;
spumeggia, biancheggia,
s’infiora, odora,
travolge la cuora,
trae l’alga e l’ulva;
s’allunga,
rotola, galoppa;
intoppa
in altra cui ‘l vento
diè tempra diversa;
l’avversa,
l’assalta, la sormonta,
vi si mesce, s’accresce.
Di spruzzi, di sprazzi,
di fiocchi, d’iridi
ferve nella risacca;
par che di crisopazzi
scintilli
e di berilli
viridi a sacca,
O sua favella!
Sciacqua, sciaborda,
scroscia, schiocca, schianta,
romba, ride, canta,
accorda, discorda,
tutte accoglie e fonde
le dissonanze acute
nelle sue volute
profonde,
libera e bella
numerosa e folle,
possente e molle,
creatura viva
che gode
del suo mistero
fugace.

E lo sconquasso simbolico della “bufera” di Montale:

… e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa…

Nel messaggio poetico risulta dunque determinante l’aspetto fonico-timbrico della lingua. La poesia è, in questo senso, la risultanza dell’incontro-incrocio degli elementi metrici, ritmici e metaforici. Il piano dei significanti e quello dei significati sono i due poli entro cui oscilla mutevolmente l’ago della comunicazione poetica. Lo stesso ritmo si gioca nel conflitto perenne tra metro e sintassi: il discorso non coincide puntualmente con i versi, tende a forzarne la misura orizzontale in strutture foniche verticali, tessute di corrispondenze e bilanciamenti.

28 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, il bello, poesia italiana del novecento

28 risposte a “La dimensione poetica della parola. Il suono che guarisce e che ricrea (Ariosto, Ungaretti, Zanzotto, d’Annunzio, Montale) Saggio di Marco Onofrio (Parte I)

  1. “Nel messaggio poetico risulta dunque determinante l’aspetto fonico-timbrico della lingua. La poesia è, in questo senso, la risultanza dell’incontro-incrocio degli elementi metrici, ritmici e metaforici. Il piano dei significanti e quello dei significati sono i due poli entro cui oscilla mutevolmente l’ago della comunicazione poetica. Lo stesso ritmo si gioca nel conflitto perenne tra metro e sintassi: il discorso non coincide puntualmente con i versi, tende a forzarne la misura orizzontale in strutture foniche verticali, tessute di corrispondenze e bilanciamenti.”

    Perfetto, secondo la mia opinione. Grazie, prof. Marco Onofrio
    Giorgina Busca Gernetti

  2. caro Marco,
    ottimo lo scritto teorico ma davvero brutte e scontate le poesie proposte, intendo quelle di Ungaretti, Zanzotto e d’Annunzio, tutte accomunate da una certa idea che la poesia sia significante al 98% e solo 2% sia significato. In tale accezione risulta chiaro come la poesia di uno Zanzotto sia imparentata con quella di d’Annunzio… ed è proprio questa concezione della poesia come gioco del significante e di un lessico significante dimostri tutti i suoi limiti, limiti che involgono questioni di poetica e di estetica molto datate e databili.

    • Salvatore Martino

      Ho l’impressione che Linguaglossa non abbia compreso del tutto il bellissimo saggio di Onofrio, e soprattutto le esemplificazioni, che volevano essere, credo, solo esemplificazioni. Mi scuso se a mia volta io non abbia capito.

  3. Sono convinta che il prof. Onofrio non abbia affatto bisogno della mia difesa. Tuttavia, benché le poesie citate siano effettivamente “bruttine”, specialmente a confronto con moltissime altre opere di D’Annunzio e Ungaretti (taccio di Zanzotto perché non mi è mai piaciuto), se il prof. Onofrio voleva esemplificare il fonosimbolismo, il valore fonico-timbrico della parola/frase poetica, le suddette poesie sono del tutto consone allo scopo.

    Giorgina Busca Gernetti

  4. Esiste un’altra poesia in Europa lontanissima dalle poesie fonosimboliche trattate nel saggio e sarebbe bene dire a chiare lettere che il fonosimbolismo di D’Annunzio Pascoli fino a Zanzotto e ai suoi epigoni ha dato risultati molto modesti. Comunque, aspettiamo le ulteriori argomentazioni che Marco Onofrio ci proporrà nelle parti del saggio che seguiranno su questo blog.
    Il vero problema è porsi l’interrogazione: Perché quel tipo di poesia si è esaurita ed oggi può essere studiata come al museo o da un entomologo?

    Rispondere a questa domanda non è facile, ma è l’interrogazione fondante dalla quale è nato il blog.

  5. Se il cinema, l’arte più recente, ha superato la fase degli effetti speciali vecchio stampo (accelerazioni, sovra impressioni, ralenti) fin dagli anni ’20 del secolo scorso, perché la poesia, arte antichissima, non riesce a liberarsi dei suoi “effetti speciali”? . Siamo ancora qui con
    “Luna puella pallidula,
    Luna flora eremitica,
    Luna unica selenita,
    Distonia vita traviata,
    Atonia vita evitata,
    Mataia, matta morula,
    Vampirisma, paralisi,”
    Evidentemente la scarsità di risultati è alla portata di tutti, basta leggerla, e tirare oltre.

    • “Gli effetti speciali sono un insieme di tecniche e tecnologie utilizzate nel cinema, nella televisione, nel teatro e nell’industria dell’intrattenimento per simulare degli eventi altrimenti impossibili da rappresentare in maniera tradizionale, in quanto troppo costosi, pericolosi o semplicemente contrari alle leggi della natura. Eustace Lycett, vincitore di due premi Oscar ai migliori effetti speciali, definì gli effetti speciali come “qualunque tecnica o trucco che viene usato per creare un’illusione di realtà in una situazione in cui non è possibile, economico o sicuro usare le cose reali”. Il termine effetti speciali è stato usato per la prima volta nel film del 1926 Gloria (What Price Glory?). (da Wikipedia)
      “Quasi tutti i nuovi i film sono frutto di effetti speciali che ricorrono a una tecnologia sempre più all’avanguardia.” (da “Focus”).
      *
      Questa non è certo una difesa della poesia trascritta da Fabio Almerighi, che mi ricorda le poesiole dell’imperatore Adriano, le quali, però, avevano un senso, non come
      “Glabro latte, polarizzato zucchero,
      Peste innocente, patrona inclemente,
      Protovergine, alfa privativo,
      Degravitante sughero,
      Pomo e potenza della polvere, (Zanzotto)
      *
      Giorgina Busca Gernetti

  6. Caro Giorgio, quel tipo di poesia si è esaurito perché il Logos po-etico ha dovuto nel frattempo fare i conti con due guerre mondiali, gli orrori scaturiti dalle ideologie autofondanti, l’alienazione delle società industriali e postindustriali, l’angoscia, l’incomunicabilità, la crisi, il pensiero debole, l’evaporazione di segno e di senso della parola, etc. L’abbandono programmatico al “significato del suono” implica un rapporto sano e completo – se non armonico,- col mondo circostante. Come uno che si affidi alle profondità del mare: deve fidarsi dell’acqua, deve saper nuotare. Forse il suono può curare le ferite prodotte dalla Ragione; ma per farlo deve addormentarla, e il sonno della Ragione – lo sappiamo – produce mostri ancor più pericolosi. Oggi, dopo il Novecento, è semplicemente impensabile la confidenza energetica – il flusso positivo di condivisione e di immedesimazione con la realtà – che permette a d’Annunzio, per esempio, di rappresentare in suoni (come in un “pezzo di bravura” freddamente esibito) il fragore dell’onda che scroscia. E’ una strada che non porta più da nessuna parte. Tra Logos e Mythos (cioè tra il “discorso poetico” e l’opzione mitica, o peggio mitologica) c’è forse la terza via della poesia “logomitica”, sintesi di suono e di pensiero. Il “caos polifonico” che consegue, nelle migliori esperienze poetiche moderne e postmoderne, alla perdita di centralità e di linearità del soggetto poetico, dovrebbe essere mediato e contemperato con il filo d’Arianna di una ragione autocosciente e, anzi, supercosciente: in una parola, “metafisica”.

  7. antonio sagredo

    Quesi tre poeti italiani su menzionati, come si diceva una volta, a livello europeo non hanno affatto un gran peso: restano di un provincialismo sconfortante alla distanza – lo stesso Gabriele – nonostante si sia fatto notare in Francia – non ha perforato quel velo che lo avrebbe fatto entrare tra i grandi del ‘900. Kafka che conosceva qualche opera sua lo vide a Brescia e ne rimase estremamente deluso, questo piccolo uomo insignificante e vanesio pare abbia affermato. Ma “La figlia di Iorio” e “Il piacere” comunque restano il suo testo più significativo; la poesia se confrontata coi maggiori è sotto di parecchi gradini. Certo conosceva bene il vocobolario italiano da dante in poi! – Di Ungaretti resta la presunzione ermetica che a mio parere fa solo ridere. Zanzotto, nonostante gli sperimentalismi linguistici di primo ordine a dir la verità, resta nel sottoscala.
    Montale… troppo montato… sembra essere stato sospinto troppo in alto da alcuni gruppi di poeti italiani e inglesi: nessuna delle sue poesie merita di essere a mio parere menzionata tra le più importante del secolo scorso. la casa dei suoi doganieri è crollata da tanto tempo! – E allora ci resta Ariosto
    con la sua passione e furore incontrollabili, con al sua varietà musicale che Gabriele si sognerebbe invano…. coi suoi aneliti che fingono una “armonia disperata” ed è invece un pretesto cavalleresco per la sua canzone!

    • Salvatore Martino

      Carissimo Antonio devo dissentire profondamente con te : vogliamo concedere a D’Annunzio il fatto di essere stato il “Poeta d’Italia” tra la fine dell’800 e i primi decenni del novecento? Di aver scritto il libro delle Laudi e soprattutto le 88 liriche di Alcyone, alcune straordinarie, in una partitura avvincente musicale? Di avere introdotto nella poesia italiana attraverso Nietzsche il deismo panico,l’epifania e la metafisica della luce? E la figlia di Iorio, il Piacere, Notturno, l’Innocente. I pennivendoli di oggi potrebbero essere sommamente felici se avessero scritto solo una di queste opere. Per quanto riguarda Ungaretti è sufficiente andarsi a rileggere gli Ultimi cori della terra promessa, dal 22 al 27 per essere profondamente affascinati e commossi dai versi di un maestro così sommariamente bistrattato. Loro almeno,questi due poeti mi partecipano un messaggio emotivamente straordinario, che i poeti di oggi quasi mai sono capaci arrivare.

  8. antonio sagredo

    errata corrige:

    restano i suoi testi più significativi;
    da Dante in poi!
    il vocabolario

  9. Pingback: La dimensione poetica della parola. Il suono che guarisce e che ricrea (Ariosto, Ungaretti, Zanzotto, d’Annunzio, Montale) Saggio di Marco Onofrio (Parte I) | L’Ombra delle Parole | alessandrapeluso

  10. Ancor prima del Pulci e dell’Ariosto, menzionati nello scritto del prof. Onofrio, ricorderei come esempio positivo il divino Dante Alighieri nel celeberrimo passo dell’ “Inferno”, canto XIII, vv. 4-6:

    « Non fronda verde, ma di color fosco;
    non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti;
    non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. »

    Non mi pare necessario alcun commento stilistico da parte mia.
    .
    Giorgina Busca Gernetti

  11. caro Marco,
    le poesie fonosimboliche di d’Annunzio, Ungaretti e Zanzotto mostrano l’usura del tempo. Alla lunga, quel tipo di concezione di “magia della parola poetica”, ha mostrato che era una strada di corto respiro e oggi quelle poesie hanno cessato di interessare i lettori contemporanei.

    Dobbiamo pensare alla “musica” di una parola in senso spaziale, di uno spazio che si apre, che si espande, si restringe, si curva, e non come una sublime percezione acustica. Dobbiamo ricominciare a pensare la Parola come ad un oggetto tridimensionale che si muove in una dimensione quadridimensionale, La nuova poesia nascerà soltanto da un nuovo concetto della Parola poetica. Sulle questioni storico-critiche ti rispondo citando la mia risposta a una domanda di Nazario Pardini in una intervista che lui mi ha fatto di recente:

    «Lo sperimentalismo è finito nel 1956, l’anno di pubblicazione di “Laborintus” di Sanguineti. Quando Andrea Zanzotto nel 1968 pubblica “La Beltà” arriva in ritardo, a quella data lo sperimentalismo, dico la sua spinta propulsiva, è già esaurito. Zanzotto è un autore post-moderno, epigono tra gli epigoni. Forse il più grande tra gli epigoni.

    L’endecasillabo è mutato perché è cambiata la lingua italiana della comunicazione interpersonale. Il problema non è l’endecasillabo, si può scrivere una bella poesia anche facendo a meno di scrivere in perfetti endecasillabi. Il problema centrale per un poeta è essere fuori moda, cioè fuori contesto, non prendere mai nessuna idea dominante come verità rivelata, sottoporre tutto a una severissima vigilanza critica. È una via faticosissima che solo pochissime grandi personalità tentano. Il rischio è essere anacronistici, e quindi di essere confinati fuori dal proprio tempo. Quando Leopardi scrisse “L’infinito” (1921), la sua poesia era veramente e profondamente anacronistica se la consideriamo a confronto con le poesie che si scrivevano nel suo tempo. Oggi, a distanza di tanti anni, noi abbiamo dimenticato la fortissima carica anacronistica di quel tipo di poesia, l’abbiamo dimenticato perché abbiamo digerito quella profonda innovazione. Dico di più, a mio modesto avviso la poesia contemporanea se vuole durare nel futuro dovrà vestirsi di panni anacronistici, dovrà apparire ed essere profondamente anacronistica, apparire ed essere “fuori moda”, fuori contesto (rispetto al contesto del contemporaneo e delle sue poetiche di facile lettura e digeribilità).

    Voglio portare soltanto due esempi di poesia che giunge fuori moda (troppo presto o troppo tardi, oppure fuori contesto): “Sessioni con l’analista” di Alfredo De Palchi (opera pubblicata nel 1970 ma scritta nel 1964) e “I quanti del suicidio” di Helle Busacca (che pubblica il libro a proprie spese presso una tipografia di sua fiducia nel 1972). Si tratta di libri che uscivano dall’orizzonte culturale dell’epoca e che sono rimasti confinati in una zona d’ombra. Di fatto dimenticati e solo recentissimamente sono stati disseppelliti dall’oblio. Con “Sessioni” De Palchi applica alla poesia italiana il cosiddetto decostruzionismo, applica la de-fondamentalizzazione del testo poetico, che verrà ripresa e sviluppata da Il disperso di Maurizio Cucchi nel 1976; ma nella raccolta di De Palchi c’era già tutto, e ad un alto grado di dis-percezione e di dis-oggettivazione. Il testo si de-referenzializza in modo molto più profondo di quanto andava facendo invece lo sperimentalismo anche con i suoi migliori esponenti. De Palchi non insegue il significante, a lui non interessa rincorrere significanti instabili e aleatori, quello cui mirava era la dissoluzione di un certo tipo di linguaggio poetico ormai avviato in una linea discendente. A giudicare dalla distanza del tempo trascorso appare chiaro che De Palchi non è un epigono, è un innovatore, non si può scrivere la storia della poesia degli anni Sessanta senza fare riferimento al suo libro.

    Ho scritto recentissimamente che anche la tua poesia (di Nazario Pardini) si muove nella giusta direzione, tende a ripristinare un lessico “antico” per riposizionarlo nel contesto linguistico macro poetico del linguaggio della comunicazione. Ma qui intervengono e devono intervenire altre considerazioni e valutazioni, e cioè se quel contesto lessicale sia stato versato (piegato, forgiato) in un continuum stilistico che giustifichi quel lessico. E questa è un’altra direzione che l’ermeneuta deve sempre prendere in considerazione.

    Quando Montale abbandona il suo antico stile e con “Satura” (1971) cambia direzione e accetta di misurarsi con il linguaggio relazionale della comunicazione interpersonale, compie una operazione che ha avuto una profonda influenza sulla poesia italiana che seguirà, compie un anacronismo, ma all’incontrario, cioè accetta una modernizzazione lessicale e linguistica ma rinuncia alla costruzione di un “nuovo stile”. Si dirà che non era nelle sue corde e nelle sue possibilità creare un “nuovo stile”. Questo è un punto nevralgico: la rinuncia ad un “nuovo stile” caratterizzerà la poesia italiana a venire che sarà denominata poesia da traduzione, poesia del post-moderno, e aprirà la strada al minimalismo con tutte le conseguenze che la poesia italiana rinuncerà a costruire una nuova forma-poesia, accetterà in modo acritico di misurarsi con il problema della invasione dei linguaggi tele mediatici. Questo detto in poche parole è stata la via italiana ad un riformismo moderato che ha invalidato, cioè ha reso difficile e problematico alla poesia italiana di raggiungere una nuova forma-poesia. Che poi è il medesimo problema sul quale sta riflettendo anche un altro poeta contemporaneo: Steven Grieco (non a caso poeta di madre lingua inglese), sul problema della utilizzazione da parte della poesia italiana del linguaggio poetico della middle-class».

  12. … dimenticavo di dire che, paradossalmente, la più grande qualità di Zanzotto: l’avere avuto in dote dalla natura un senso mobilissimo e perspicace del “suono” delle parole, ha finito per essere il suo più grande limite. Le sue poesie diventano l’auscultazione e la delibazione sensuale e narcisistica delle virtù taumaturgiche del lessico della lingua italiana.
    Si potrebbe dire che questa specialissima attitudine abbia danneggiato e gravemente la sua poesia che poggia supinamente e acriticamente su quella attitudine innata.

  13. signor Onofrio, lei dice e teorizza tutto quello che ho sempre pensato e mai saputo dire così bene. Qui mi fa pensare anche a una gran cosa, come Galimberti dichiara a proposito della vita la quale ci vive, […] più che scrivere, è scritto dalla poesia che lo sceglie per manifestarsi […].
    Quanto alle scelte, de gustibus non est … etc etc (bisogna imparare la lezione delle diversità come risorse e non come nemiche sconosciute)

  14. anctonio sagredo

    caro Torre, di quale galimberti parla? Del plagiatore, dello scopiazzatore? Se così, non è il caso di menzionarlo ancora!

    Riguardo Linguaglossa: perfettamente d’accordo… Sanguineti anticipa Zanzotto e lo supera

    • ma perché etichettare, epitetare le persone? Io non capisco. Ognuno esprime le proprie idee, a volte le teorizza, cerca di darne un ordine più o meno convincente già per se stesso. Poi sfido chiunque a dire qualcosa di non già detto. Vorrei vedere. In milioni di pagine che ho letto in vita mi pare di aver letto le quattro cose che già avevo imparato vivendo all’asilo d’infanzia. Il punto è semmai il come. Quello, quello mi interessa.
      Parlando pure di poesia, ad esempio, non ce n’è neanche una, neppure in quelle scovate da chissà quale raccolta e da chissà quale buco del mondo, su questo e su cento altri siti, come su cento altri libri, dove io abbia trovato se non ripetizioni e infinite ripetizioni. Infinite. Se dovessi valutare questo aspetto, si potrebbe morire di noia. La pura e profonda noia.
      Allora ciò che mi muove è lo spirito dietro le parole. La combinazione. La proposta. La caratteristica. Come nella musica:il terzo grado di una scala diatonica.
      Anche le qui presenti teorie del signor Onofrio sono già sentite e pensate. Ma però (sì, ma però mi piace) mi è piaciuto leggerle, per le motivazioni che ho appena esposto.
      Mi scuso comunque di aver fatto qualche nome. Eviterò per il futuro. Grazie per la pazienza.
      Buonasera

      p.s. quanto ad anticipi e superamenti, stendiamo un velo pietoso… 😉

      • “ma perché etichettare, epitetare le persone?”

        Gentile Fausto Torre,
        forse perché (già scritto da Foscolo: “Forse perché de la fatal quiete…”) una persona piena di sé che si “etichetta” con nomi stravaganti (Sparapizza) o altrui (Carracci, Caracciolo), quando vede un commento di uno per cui prova antipatia o soprattutto un senso di superiorità, etichetta il firmatario per dileggiarlo, ponendolo nel suo casellario di “poveri cristi”.
        Io, per esempio, sono “costei”, che tutti sappiamo essere di senso spregiativo.

        Giorgina Busca Gernetti

        • marconofrio1971

          Gentile Giorgina,
          infatti è proprio così. Il signor Sagredo non tollera che un mio articolo possa riscuotere apprezzamenti; se e appena succede, si sente in dovere di controbilanciare il plauso con adeguati pernacchi simbolici (indiretti a me, attraverso la “demolizione” di chi mi apprezza). E’ già accaduto diverse volte per essere un fatto casuale. Ad esempio, tra gli ultimi, per il mio articolo su “Pirandello e Roma” del 16 settembre u. s., dopo il Suo commento positivo, e quelli a seguire di Almerighi e Are Caverni. Quando qualcuno applaude qualcun altro, evidentemente il signor Sagredo entra in sofferenza da protagonismo; e allora o cerca di mettere la sordina agli applausi, argomentando repliche da una sorta di cattedra ideale; o cerca di spostare l’attenzione su di sé, propinando versi non richiesti.

      • Giuseppe Panetta

        Apprezzo veramente questo Suo punto di vista: “lo spirito dietro le parole”.
        Giuseppe Panetta

  15. antonio sagredo

    Lo sfido io… su qualcosa di non già detto!
    Per esempio su Eleusina.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.