LA GENERAZIONE DEGLI ARRABBIATI – GLI ALIENI ovvero sull’alienazione a cura di Ambra Simeone e Ivan Pozzoni – Poesie di Artin Bassiri Tabrizi, Bsa, Erica Gazzoldi, Mattia Macchiavelli, Mariano Menna, Valerio Pedini, Ambra Simeone

belloARTIN BASSIRI TABRIZI

SISIFO

Terminato il tempo degli anatemi
Scorrazzo nel campo in cui i verbi fioriscono
Errare, vagabondare, vagare…
ogni frutto trascina nel tempo
torturandomi con immagini scolpite nel nulla

Invano ne cerco le origini,
gelatine nel magma libinale
sbavano lacrime e sconfitte

Chiudendo gli occhi, respiro quei profumi aspri
vacillanti
tastando ancora quelle pelli sature, umide
baciando quelle occhiaie complici

Eppure, l’infausto procedere m’impone di aprirli
di nuovo
E, ancora una volta
quei dolci sussurri migrano lontano

Flussi dolenti s’approssimano
mi chiamano per nome,
succube

La mia dimora è la Morte
le grida fucilate
le facce d’ombra
gli assensi metallici

Quel campo ha strattonato il mio sangue,
ora in me pulsa stremata
l’eterna domanda

giace, la roccia immonda
ed io scivolo ancora nella mia sorte

Artin Bassiri Tabrizi

Artin Bassiri Tabrizi

ARTIN BASSIRI TABRIZI è nato ad Assisi il 1992; frequenta Filosofia all’Università degli studi di Perugia e anche il conservatorio F. Morlacchi della stessa città, come studente di pianoforte. Attualmente svolge studi all’Université Paris Pantheon-Sorbonne; a breve si iscriverà all’Università Statale di Milano per la specialistica. È uscito nell’antologia Umane transumanze (deComporre Edizioni).

 

 

Bsa

Bsa

 

 

 

 

 

 

 

 

BSA

ALIENATION

Nazioni e Tempi il galateo
eleggono, Male e Bene nei costumi.
Scorre il succedersi, secoli e secoli.
Cambia il culto delle colte culture,
Yin e Yang s’invertono. Se ti sottrai alieno
sarai additato dai violenti scribi,
censori e critici, di coscienza
obiettori. Nichilista, relativista
sarà il tuo nome, sofista. Relativo non è il mio
bensì il vostro mutevole mondo.
Nichilista non chi non crede
ai vostri primitivi dogmi, loro sì
disfattisti pan-cidi.

Artista, dall’anonimo Kabbalista a Rumi,
da Krishnamurti a Baudelaire,
da Gibran a Mishima,
da Pelevin a Jodorowsky.
Periodi lontani più dei luoghi.
Connessi tutti alla più alta,
sempiterna Energia. Lei consiglia,
chiamata dio, allah, termodinamica od insight, un tema
sempre uguale, lodevole, amorevole.
Se l’abbracci rischi, dagli abitanti
della Caverna riceverai i fischi opprimenti,
poi niente pane, come indisciplinato cane
bastonate sui denti, corone d’alloro
in spine tramutate.

Nasconditi, o vero artista,
finchè sei in tempo!

BSA, Oudeis, Anam sono tre nomi usati dal “poeta”. Classe 1989, mai laureato, ha pubblicato i suoi scritti nella raccolta Viaggi diVersi (Poeti e Poesia), e varie volte con deComporre edizioni, in diverse antologie a cura di Ivan Pozzoni.

 

Erica Gazzoldi

Erica Gazzoldi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ERICA GAZZOLDI

INCUBO RICORRENTE

Spesso m’abbacina un sogno sardonico
di luci tintinnanti in una fiera
o, meglio, un party –nel galateo tonico
di chi infioretta una qualunque sera.

Io scivolo sola nel gorgo cronico
di figure parate a primavera,
gale, orecchini –e un che di malinconico
imbeve tavole e vesti qual cera.

Un’ombra palpita oltre quel mare,
col canto nitido e muto d’un faro:
amore o nulla –così è, se pare.

Da quel richiamo abbagliante ed avaro
è diretto il risucchio del mio andare:
quest’è sostanza del mio cuore amaro.

ERICA GAZZOLDI è nata a Manerbio (BS) l’8 settembre 1989; ha conseguito la maturità scientifica all’istituto di istruzione superiore “Blaise Pascal” (Manerbio, BS). È stata allieva dell’Università degli studi di Pavia, del collegio S. Caterina da Siena e della Scuola Superiore IUSS. Il 7 dicembre 2011, ha conseguito la laurea triennale in Antichità classiche e orientali, con una tesi dal titolo Hellenism and the Seleucids in the Book of Daniel. Il 18 febbraio 2014 ha conseguito la laurea magistrale in Filologia, letterature e storia dell’antichità, con una tesi dal titolo The Additions to the Book of Esther: Historical Background. Ha collaborato per anni col mensile studentesco Inchiostro (http://inchiostro.unipv.it). Coltiva la passione della scrittura fin dalla prima adolescenza; si è cimentata con diversi generi: il romanzo, il racconto breve, la lirica, il libretto d’opera. Talvolta, ama creare personalmente le illustrazioni. Gestisce un blog miscellaneo: Il filo di Erica (http://erica-gazzoldi.blogspot.it). Ha al proprio attivo una raccolta poetica: La tessitrice di parole (Brescia, 2011, Marco Serra Tarantola Editore).

Mattia Macchiavelli

Mattia Macchiavelli

 

MATTIA MACCHIAVELLI

L’ULTIMO RITRATTO DI GÉRICAULT

L’indovino del villaggio preferisce l’Isola dei Pioppi
è una fenarete premurosa Madame de Warens
solo i flauti d’ambrosia costringono alla libertà:
Salomè deve lasciare cadere tutti e sette i veli
sinolo d’inchiostro e promessa è quel contratto
Volontà Generale esige riverente genuflessione.
L’archimandrita di Boudry è un pifferaio di ratti:
Urras o Anarres?

Philosophiae nullam operam impendit
autoerotismi d’una teleologia allo specchio:
uno e trino è il parto dell’infelice coscienza
vi è un labirinto d’alterità nel ventre di Gea
ritorna sempre in sé il volo della nostalgica nottola.
tanto peggio per i fatti se Napoleone reinventa l’Assoluto
in neolingua scriviamo un eterno presente

Le porcellane di Löw sono un eden di riflessione
non sigillare ermeticamente il sistema
fuori dal tempo vi sono solo le statue dell’indifferenza:
è fragranza di desiderio l’ontologia di Dio
catene di Es ci avviluppano a fantasmatiche proiezioni
Libertà indossa un provocante sensualismo.
Che cosa hai mangiato oggi?
Astolfo ha assunto tre grammi di soma.

Spira da Treviri un vento rosso
– francamente, io odio tutti gli dèi –
nessuna lepre marzolina trasformerà il mondo:
le mani senza figli sono madri orfane di futuro
Charlot continua ad avvitare i seni delle donne
conosce la gravità il masso di Sisifo
ogni altro è sempre un mezzo, mai un fine.
Si è smarrito lo spettro per l’Europa:
i pompieri hanno bruciato ogni volume.

Anche Kripke ha una sola dimensione
la caverna platonica è un linguaggio senza codice
oggi ho venduto l’ultimo abbonamento
trimestrale, a rate, tre euro per la cauzione del badge:
sono venuto bene nel ritratto di Géricault

MATTIA MACCHIAVELLI è nato a Bologna nel 1988; si è diplomato in Scienze Sociali al Liceo Laura Bassi di Bologna ed è iscritto alla facoltà di Filosofia presso l’Alma Mater Studiorum. Eterno studente, ex receptionist, attualmente salumiere, da sempre appassionato di letteratura e poesia. Nel 2010 pubblica la sua prima silloge poetica: Orgasmi di fata (Albatros-Il Filo). Nel 2012 inizia una collaborazione con la rivista on line “Clamm Magazine” (www.clammmag.com) dove pubblica una serie di articoli incentrati sull’analisi fenomenologica della cultura pop. Nel 2013 è tra gli ideatori e i soci fondatori dell’associazione culturale bolognese Metro-Polis (www.metropolisbologna.it), di cui è a tutt’oggi Presidente. Nel 2014 pubblica due poesie (Ombra e Biston Betularia) nell’antologia Homo Eligens, a cura di Ivan Pozzoni, con deComporre Edizioni; sempre nel 2014 pubblica altre due poesie (Il sesso delle stelle e Cenere vogliosa) nell’antologia Forme liquide, a cura di Ivan Pozzoni, con deComporre Edizioni.

 

mariano menna

mariano menna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MARIANO MENNA

ALIENAZIONE

I passanti sono ombre indistinte:
avanzano incessanti nelle notti
senza fine,
osservando le vetrine dei negozi
che nutrono la sete di possesso.
Ho stracciato il solerte calendario
che si diverte a smuovere le ore,
ma non c’è sipario
al suo rumore prolungato.
Mi manca il fiato spesso
-i giornali mi soffocano –
i giorni sono guerre mai reali.
La casa mi protegge dal progresso,
è un bunker ed io confesso:
il cuore è una granata nel petto
e aspetto l’esplosione, inerte.
Lo specchio riflette un uomo nudo:
sono io -ho creduto-
ma non mi riconosco.

mariano mennaMARIANO MENNA è nato a Benevento nel 1994. Ha conseguito la maturità scientifica presso l’istituto Polispecialistico Gandhi di Casoria. È iscritto al primo anno del corso di laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli. Nel 2012 è risultato vincitore del Concorso Nazionale “Scrittura attiva” di Tricarico, nella sezione giovani, con la poesia “La ballata del vagabondo”. Nel 2013: ha pubblicato due raccolte di poesie La grande legge e La pagina bruciata, entrambe edite da Marco Del Bucchia rispettivamente a maggio e novembre; è risultato secondo classificato nella sezione “Giovani” del concorso Nazionale “Città di San Giorgio a Cremano” con la lirica“Iris”. Nel 2014: si è classificato al 3°posto nella 5^ edizione del premio letterario internazionale “Le parole dell’anima” Città di Casoria (NA) con il libro di poesie  La pagina bruciata; al 2° posto alla IX edizione del Premio Artistico – Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic con l’inedita “Il crepuscolo”. È stato inserito nelle antologie Poesia per Dio, curata dalla casa editrice “La Ziza” con la poesia inedita “La scelta” (marzo 2014) e Fondamenta instabili, curata da deComporre Edizioni. Alcune sue poesie sono apparse su blog e riviste online come “L’ombra delle parole” di Giorgio Linguaglossa, “Alla volta di Leucade” di Nazario Pardini, “La distensione del verso” di Sandra Evangelisti, “Le Reti di Dedalus” di Marco Palladini e “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo. È membro cofondatore della corrente artistico-letteraria del Labirintismo, il più grande movimento d’avanguardia del 2000 con più di 200 iscritti.

valerio gaio pedini

valerio gaio pedini

 

 

 

 

 

 

 

VALERIO PEDINI

ALIENO LIQUIDO-SGRETOLAMENTO DEL SE’ IN STATUS INDIVIDUALISTA (IN CONFRONTO IL CONCETTO DI ALIENAZIONE DI MARX E’ UNA SIMPATICA BEFFA)

Non poter cominciare in un modo armonico
Questo è il principio della rarefazione della Persona:
termine sporco, posticcio, insignificante:
termine liquidato.

Le feritoie della galera oltrumana si sono spezzate,
l’oltre è ridicola macchinazione di un Nietzsche letto ormai troppo male:
l’uomo si è disintegrato in una brutale abnegazione,
il Sé è morto in un lancio, privo di qualsivoglia belligeranza, del Sé.

Una saetta non incenerisce, una saetta non illumina, una saetta non è:
una “saetta” è una parola, la mia decostruzione è una Saetta
che s’insinua nelle fenditure di un Universo aspro:
sordità di un moto vacuo-non vi è luogo- non vi è poesia- poiché non vi è luogo,
non vi è sé- non vi è poeta poiché non vi è sé.
Non vi è uomo poiché non vi è sé.

Incenerito in un individuo vacante, l’uomo non si muove,
non più alieno sociale, ma alieno corporale, alieno intellettuale, alieno psicologico, alieno linguistico, alieno politico, alieno ideologico, alieno artistico, alieno storico, alieno urbano, alieno sub urbano!
Alieno della menzogna delle sue imprecazioni,
si sfilaccia in un continuo scodinzolio.

Latra- latra- un cane che non è nemmeno amico di se stesso-figurarsi dell’uomo
Che si strizza come una spugna marina,
senza comprendere di chi sia quel sangue leucemico che inonda il globo.

Incastonato nella sua ininterezza non può far altro che ridere goliardicamente alla propria – non del tutto propria- inappartenenza alla Natura, che scricchiola sotto il peso di un corpo inesistente.

Ma estraniato da tutto, da tutti, l’Antisé, grida: “Non rimpiangere ciò che hai lasciato alle spalle, ciò che sei è ciò che desideravi essere, perciò ora muori- e non sarà un Tramonto”

Non vi è catastrofismo nelle mie parole, non confesso e non sconfesso nulla,
quando il dolore attecchisce,
allora il mio sguardo si scioglie.

valerio pediniVALERIO PEDINI nasce il 16 giugno del 1995. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di patrocinare il suo primo evento culturale da sé, per sé, ma Artiamo lo festeggia male, con la gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare, a vedere il frutto del suo lavoro e di quello della sua allora amata pittrice-poetessa Sofia Bollini e della cantante Arianna Meda. Nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare che comunque gli è utile per i suoi lavori sul movimento; a scrivere, pubblicando in collaborazione col circolo narrativo AVAS Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se potete, Rigagnoli di consapevolezza, Ma tu da dove vieni? (in collaborazione con Mambre). Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme alle poetesse Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e alla narratrice Aurelia Mutti, con lo scopo di dare una voce poetica e artistica alla tragedia di Lampedusa. Ha contribuito ad un progetto artistico diretto da Agnese Coppola, che tratta del doppio nell’arte e sta facendo studi teorici sulla poesia intesa come caos. Inoltre sta lavorando ad un libro di filosofia, che tratta della mediazione della paura di massa e ad una silloge poetica (Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali). A maggio è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e successivamente sempre con deComporre Edizioni nelle antologie Forme Liquide, Scenari Ignoti, Glocalizzati.

 

Ambra Simeone

Ambra Simeone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AMBRA SIMEONE

cercando il significato di alienazione su wikipedia

sarà almeno da qualche secolo che l’hanno scoperta, l’alienazione
e poi ce l’hanno spiegata una serie di grandi filosofi della rivoluzione,
infatti se cerchi la parola su wikipedia, ti danno una serie di significati
che sono tutti un po’ uguali ma tutti un po’ diversi, il primo parte dal greco,
che vuol dire straniero, cioè uno che è diverso da te, uno diverso dal resto,
il secondo è chi decide di allontanare qualcosa da sé, di prendere tutto a distanza
il terzo invece è simile a essere folli, dei veri disadattati, fuori dalla comunità,
come uno che vive ai margini della società, insomma non proprio fuori del tutto,
il quarto dice che essere disagiato è molto simile all’essere alienato,
e poi c’è il quinto che sei proprio così, se vivi nell’era moderna e industriale,
sarà che se hai un lavoro, un lavoro qualunque, uno poi si aliena per questo,
che stare a fare la coda in tangenziale uno si sente come un po’ impazzito
o anche entrare in tram che tutti stanno a toccare uno schermo luminoso,
e che ascoltano musica in cuffia, è davvero alienante; loro non esistono, sono
fuori dal mondo, come se avessero deciso di allontanarsi da sé e dagli altri,
insomma se uno si sveglia e beve sempre lo stesso thè, bacia sempre la stessa
persona, guida sempre la stessa macchina, entra sempre nello stesso ufficio,
guarda sempre lo stesso capo, le stesse persone, la stessa città, la stessa tv,
allora è proprio un tizio alienato dal mondo, perciò credo che dovrei
aggiornare le mie convinzioni, che quelli che il lavoro non ce l’hanno
non dovrebbero essere alienati come gli altri, ma neanche mi sembrano felici,
e saranno alienati anche loro oppure no, non lo so, così ho letto su wikipedia,
che dice questa è l’alienazione, ma a me lo psicologo, ha detto che è solo vita.

Ambra Simeone copertina Ho qualcosa da dirtiAMBRA SIMEONE è nata a Gaeta il 28-12-1982 e attualmente vive a Monza. Laureata in Lettere Moderne, ha conseguito la specializzazione in Filologia Moderna con il linguista Giuseppe Antonelli e una tesi sul poeta Stefano Dal Bianco. Collabora con l’Associazione Culturale “deComporre”. La sua prima raccolta di poesie Lingue Cattive esce a gennaio del 2010 per i tipi della Giulio Perrone Editore di Roma. Del 2013 è la raccolta di racconti Come John Fante… prima di addormentarmi per la deComporre Edizioni. La sua ultima raccolta di quasi-poesie esce quest’anno per deComporre Edizioni con il titolo Ho qualcosa da dirti – quasi poesie. È co-curatore de Il Gustatore – quaderni Neon-Avanguardisti che hanno ospitato Aldo Nove, Giampiero Neri, Peppe Lanzetta, Giorgio Linguaglossa, Paolo Nori e molti altri. Alcuni suoi testi sono apparsi su riviste letterarie nazionali e internazionali tra le quali l’albanese Kuq e Zi , la belga Il caffè e l’americana Italian Poetry Review e su antologie; le ultime due per LietoColle a cura di Giampiero Neri e per EditLet a cura di Giorgio Linguaglossa.

19 commenti

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19 risposte a “LA GENERAZIONE DEGLI ARRABBIATI – GLI ALIENI ovvero sull’alienazione a cura di Ambra Simeone e Ivan Pozzoni – Poesie di Artin Bassiri Tabrizi, Bsa, Erica Gazzoldi, Mattia Macchiavelli, Mariano Menna, Valerio Pedini, Ambra Simeone

  1. Ambra Simeone

    Lasciatemi essere un po’ di parte, finalmente una new entry femminile, sono contenta per Erica; ho trovato il suo testo molto interessante!

  2. La poesia di oggi, così come il romanzo d’intrattenimento, si apparentano, sono contigui a quelle costruzioni artificiali (prodotti di artificio e di téchne) dei grattacieli del nostro tempo. Impersonali dal di fuori ma brillanti di luce riflessa quanto anodini e democratici al loro interno: corridoi, botole, oblò, porte con borchie che designano uffici, porte con borchie che indicano case private, e una serie di vie e di diramazioni laterali, circonvallazioni, ponti che sembrano sospesi nel vuoto. Ma, appunto, si tratta di costruzioni in vetroresina o in perplex sospesi sul vuoto. In apparenza, ciò che è più lontano dalla storia dell’io, gli è invece più consono e prossimo. L’io (svuotato, liquido e de-territorializzato) abita benissimo all’interno di questo gigantesco prefabbricato di conglomerati i cui singoli elementi sono costruiti con altrettanti pezzi prefabbricati (materiali leggeri e resistenti alle scosse telluriche). Allora, comprendiamo quanto la sostanza, il sostrato ontologico del Moderno sia qualcosa di dis-locato, di Altro, di sempre nuovo (e sempre eguale) i cui elementi conglomerati appartengono alla categoria, appunto, degli elementi semplici, che puoi giustapporre in moduli con emulsioni e innesti di metalli, di lavorati e di semilavorati, quali metamateriali che si offrono alla auto-costruzione e alla auto-combustione, in una parola, alla auto-produzione, come frasari che riecheggiano e ripercorrono le frasi un tempo già pronunciate: frasari conglomerati, liquidiformi, vetrificati, vetroresinati, perplexizzati.

  3. Valerio Gaio Pedini

    E’ piaciuto anche a me il tuesto di Erica.

  4. Diamo il benvenuto a Erica Gazzoldi che dimostra di sapersi districare con la rima senza cadere nel facile e nel già detto e senza appesantirla con inutili zavorre.

  5. Steven Grieco

    La bellezza di queste voci nuove è che in tante loro poesie, nascosta dentro la trama delle parole che dicono quello che dicono (e lo dicono bene), si sente la domanda, la più importante: che cos’è la poesia? Si sente questa domanda aleggiare ovunque. Una domanda che brucia, e ovviamente non ha risposta.
    La poesia nuova invece sembra rispondere, sembra esserci, con un certo alto grado di sicurezza. Complimenti. Da Ivan Pozzoni, a Mariano Menna, a Ambra Simeone, Erica Gazzoldi, Machiavelli, e a tutti gli altri.
    Senza di voi non si va da nessuna parte.

    • ambra simeone

      grazie Steven, si la domanda imperante è sempre la stessa, anche se per fortuna (o sfortuna?) per farne non c’è bisogno di dare la risposta, la si risponde facendola! 🙂

  6. Valerio Gaio Pedini

    Grazie Steven.

  7. Mi sembra che uno degli aspetti da rilevare positivamente in queste poesie dei giovani autori è che la loro poesia non è “democratica”, non vogliono avere nulla a che fare con l’ideologia della “democrazia” parlamentare o con l’ideologia delle parole buoniste e rassicuranti di certa poesia lacustre e di paesaggio che va di moda oggi, mi sembrano anche allergici alle parole intimidatorie e alto-numinose di una poesia alla De Signoribus, mi sembrano poesie che non rispettano le regole del bon ton e del bric à brac e, soprattutto, non intendono mettere la polvere sotto il tappeto (come fa la poesia da intrattenimento teatrale di oggi).

  8. Ivan Pozzoni

    Gentilissimi, io, rispetto a Artin, Bsa, Erica, Mattia, Mariano, Ambra, Valerio (e Matteo De Bonis e Leonardo Catagnoli) sono di una “generazione” diversa. Sono della generazione morta ammazzata, la generazione di Pezzato, Amorese, Piazza, Bulfaro, Atiano e altri (ad esempio), generazione sottaciuta e trascurata, narcotizzata e neutralizzata. La generazione dei quarantenni. Io stesso avevo scritto un testo, inviato a Giorgio: L’alieno, che ho deciso di non inserire tra i testi della New.co Poetry (ribattezzata “generazione degli arrabbiati” da Giorgio). La mia “generazione” è un’altra, dimenticata, senza riserve.

    • Too old for r’n’r, too young to die? Io non ne farei questione di generazioni o di infornate.

      • Ivan Pozzoni

        Beh, Flavio, io e Pezzato (ad esempio) siamo molto diversi da Pedini e Simeone. Penso sia fisiologico. Ciascuno di noi ha uno stile (o un non stile), influenzato anche dai tempi. Più che “generazione” degli arrabbiati, ogni volta che ci contattiamo, la mia generazione di quarantenni è generazione di scazzati. Tra rabbia e scazzo c’è differenza abissale. La vostra “generazione”, come capto spesso da molti di voi, è la generazione dei delusi. Potremmo dire: 1] delusi: meritavate meglio, avete ricevuto meno; 2] scazzati: meritavamo meglio, non abbiamo ricevuto niente; 3] arrabbiati: devono ancora meritare qualcosa, non riceveranno mai niente. Magari è solo un calembour: so che a te non dispiacciono, come forme di pro-vocazione al dibattito. Traduco: 1] avete lavorato tanto, avete ricevuto meno; 2] scazzati: abbiamo lavorato tanto, non abbiamo ricevuto niente; 3] arrabbiati: dovranno lavorare tanto, e non riceveranno niente. La situazione peggiore è la 3]: voi e noi, almeno, s’è creduto che lavorare seriamente servisse a ricevere attenzione.

  9. difficile scrollarsi di dosso tutto l’apparato che informa le strutture di pensiero e narrazione delle così dette nuove generazioni. Ogni tanto ne scapperà qualcuno. Si apprezzano comunque i tentativi.

  10. antonio sagredo

    Risposta alla domanda che qui sopra è stata posta : “Che cosa è la poesia?”. Mi sono allora ricordato di questa poesia del giovanissimo Orten
    morto a 22 anni: Prego Giorgio Linguaglossa di presentarlo al pubblico dei lettori, (specie gli “arrabbiati”) poi che è un Poeta le cui elegie non sfigurano affatto di fronte a quelle di Rilke. ( a. s.)
    ——————————————————————————
    “Il 29 agosto 1941, vigilia del suo compleanno, Jiri Orten scrisse una nota nel suo diario e una poesia che si riferiva appunto a quel compleanno. La mattina seguente uscì in strada con la ragazza presso i cui genitori era alloggiato. Pregò la ragazza di aspettarlo e attraversò per andare a comprarsi le sigarette. Il chiosco era chiuso. Jiri ritornava sui suoi passi; era già al centro della via. Quando lo chiamò il tabaccaio che stava rientrando in quel mentre. Jiri che si era voltato di scatto e aveva appena fatto un primo passo, venne sbattuto a terra da una macchina tedesca sopraggiunta a tutta velocità e trascinato per alcune decine di metri. La ragazza persuase il conducente a trasportare Jiri all’Ospedale generale, dove però non venne accettato a causa della sua origine. Bisognò quindi trovare un’ambulanza per trasportarlo fino alla via Katerinska dove si trovava il reparto per casi del genere. Lo trasportarono in stato di coma, con emorragia cerebrale e polmonare. Dal coma non si svegliò più. Due giorni dopo, il 1 settembre 1941, morì”.

    E’ il fratello di Deniky Jiri Orten a raccontarci la sua morte, avvenuta a Praga il giorno in cui compiva 22 anni, era nato infatti nel 1919 a Kutna Hora in Cecoslovacchia. Ho scoperto Jiri Orten e la sua poesia per caso, ammesso che io creda al caso, in biblioteca ed è stato subito amore. Un amore dopo tanti anni ancora fresco, un amore che sa ancora di innamoramento, almeno per quel senso di stupore, di meraviglia che mi prende ogni qual volta ri-leggo le sue poesie, ma che pure ha la solidità del conosciuto, del familiare. Una piccola annotazione in calce. Quando nell’introduzione al libro di Jiri Orten “La cosa chiamata poesia” (Oscar Mondatori 1991) a cura di Giovanni Giudici e Vladimir Mikes, lessi il brano sopra riportato non potei fare a meno di notare una tragica coincidenza. Ossia che mentre Jiri era in coma , il 31 agosto a Elabuga Marina Cvetaeva moriva della sua “morte verticale”. Il 28 marzo di quello stesso anno era stata Virginia Woolf a riempire le sue tasche di pietre e a immergersi nelle acque del fiume Ouse.

    “Ho vissuto in un tempo di grande ottenebramento del mondo, che nessuno degli uomini lo dimentichi, se un giorno m’incontrerà!” , annota Jiri nel suo diario il 2 giugno del 1940 e a quasi settant’anni di distanza spero di aver contribuito ad esaudire il suo desiderio.
    (di Lucianna Argentino)

    La cosa chiamata poesia

    La cosa chiamata poesia
    quella vorresti fare?

    In solitudine singhiozzare
    e tanto volere bene.

    Senti? E’ il suo ticchettio
    Così disperato giocare
    La cosa chiamata poesia
    quella vorresti fare?

    Forse lo sai che spesso
    la parola è troppo sciocca

    Ma Dio ti chiude la bocca
    e altro non ti può dare
    La cosa chiamata poesia
    quella vorresti fare?

    • Io sarei molto curioso di sapere di più su questo giovane poeta, dato che,onestamente, non lo conosco….sarei curioso soprattutto per l’affinità poetica (che presumo) con Rilke, un poeta che apprezzo particolarmente (ma credo di non essere l’unico)

  11. Caro Antonio Sagredo,
    se prepari un post con le poesie di Jiri Orten le presentiamo al pubblico dell’Ombra delle Parole.

  12. antonio sagredo

    Lo farò appena mi sarà possibile questo post su J. Orten.
    Si dovrebbe fare anche per F. Halas e V. Holan, e tant’altri!
    Certo è sconfortante che si abbia della poesia europea (almeno in Italia)
    un panorama limitatissimo: eppure negli anni ’60 c’era una rivista “L’Europa letteraria” che era una finestra aperta e specialistica assai: dovrebbero consultarla gli studiosi odierni e poco odierni, e non odierni affatto!
    Quanto riguarda i Poeti polacchi basta riferirsi al blog dell’amico-poeta Paolo Statuti.

  13. Valerio Gaio Pedini

    grazie sempre delle informazioni e della tua vicinanza, Antonio.Il problema è che in italia è già tanto se si conosce quella italiana, figuarasi quella europea e poi quella africana, asiatica e americana. L’italia culturalmente oramai è un letamaio. Io, nel mio piccolo, cerco di fare qualcosa.

  14. antonio sagredo

    L’affetto è ricambiato. Non appena ritorno a Roma, comincerò a dir qualcosa su quei poeti boemi e altri di gran pregio… e poi, cercando tra i rigattieri quel francese poeta ( I. D. C. d. L. ) che Ti promisi.
    a. s.

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