POESIE DELL’IMPERATORE GIAPPONESE SUTOKU (1119-1164) – UN POETA METAFISICO DEL TARDO PERIODO HEIAN a cura di Steven Grieco Rathgeb (prima traduzione in italiano)

 

periodo heyan

periodo heyan

soldato

soldato

 

 

 

 

 

 

 

 

新古今和歌集
百首歌めしける時、春歌崇徳院御歌
やまたかみいはねの桜ちる時は天の羽衣なづるとぞみる

Shinkokinwakashu

Ordinò 100 waka, ed egli stesso cantò questa composizione di primavera:

i piedi di quella rupe massiccia accarezzavano
petali di ciliegio volteggiando stupiti, quasi
fossero i veli di un angelo

 

sutoku stendardo imperiale 2

stendardo imperiale

Questa composizione rappresenta uno dei vertici raggiunti dal waka Heian dedicato al fiore di ciliegio. I suoi petali vengono paragonati alle vesti di una divinità buddhista che scende sulla terra, così si diceva, per portare gli uomini giusti in cielo. L’autore di questo waka è Sutoku, l’imperatore che causò la fine del periodo Heian (794-1185), il periodo d’oro del Giappone classico. La sua storia è davvero insolita, e certamente vale la pena di raccontarla non soltanto per gli eventi che segnarono la sua breve e infelice vita, ma anche perché fu un poeta importante.

Sutoku crebbe e raggiunse la maturità nella prima metà del sec. XII, periodo di transizione fra il Giappone classico e il Medioevo, in cui le debolezze dell’insei, governo di clausura, iniziavano a farsi sentire. In base a questa istituzione, l’imperatore effettivo abdicava a favore di un successore – spesso uno dei propri figli, prescelto in tenera età– per meglio manipolare la vita politica nella capitale Heian-kyō (l’odierna Kyōto).

Shirakawa fu il primo sovrano a usare l’insei vigorosamente e per i propri fini. Sentendo troppo ingombrante l’influenza dei reggenti Fujiwara sulla famiglia imperiale, abdicò in favore del figlio Horikawa, ritirandosi in un monastero, lontano dai centri del potere, da dove poi continuò a esercitare un controllo occulto sugli affari di stato per mezzo di intrighi politici e con il sostegno di clan militarizzati provenienti dalle province. Così dal suo chiostro Shirakawa tenne in pugno le sorti dell’impero giapponese fino alla sua morte 40 anni più tardi. Egli riuscì inoltre a concentrare grandi terreni coltivabili a riso (shoēn), fino ad allora proprietà dello stato, nelle mani della casata imperiale, e quindi a scapito dei Fujiwara.

Successe durante questo periodo che fino a tre diversi imperatori si trovassero a regnare allo stesso tempo: l’imperatore ufficialmente in carica (tennō), l’imperatore abdicatario (jou-ko), e l’imperatore in ritiro monastico (ho-o). Gli ex-sovrani abitavano nei loro palazzi privati o in palazzi-monasteri, circondati dalla famiglia, dalle concubine, e da un piccolo esercito al loro comando. I maggiori monasteri buddisti erano peraltro realtà importanti nel Giappone di quei tempi, padroni anche loro di grandi numeri di shoēn, e spesso organizzati su linee militari e dunque in grado di contrastare il potere centrale.

Non di rado i diversi imperatori emanarono editti contrastanti, fatto che portò a una crescente incertezza riguardo a dove risiedesse l’autorità suprema dello stato. Nel gioco d’ombre di manovre politiche e centri di potere invisibili, apparve un nuovo titolo, jiten no kimi, “colui (che regna) dal cielo”, “augusta persona”. Non era mai del tutto chiaro chi dei tre imperatori fosse in un dato momento il più potente, certo è che soltanto il jiten no kimi aveva il potere di scegliere il proprio successore, ed era questo diritto di scelta che indicava la massima autorità politica nella capitale in un dato momento.

La madre di Sutoku era Taiken-mon-in. L’imperatore Shirakawa l’adottò quando era ancora una giovane fanciulla, facendola crescere all’interno della sua numerosa famiglia. Quando Taiken-mon-in raggiunse la maggiore età, il padre adottivo la dette in sposa al proprio nipote, imperatore Toba. Tuttavia, anche Shirakawa, dopo l’abdicazione e il ritiro in clausura avrebbe, all’età di circa sessant’anni, avuto una relazione con Taiken-mon-in. Da quella unione si disse che fosse nato Sutoku, figlio quindi di suo nonno. Nel 1123, Shirakawa costrinse Toba ad abdicare, installando sul trono Sutoku, che aveva appena tre anni. Da allora in poi Toba era tenuto a rivolgersi a Sutoku, che era più giovane di lui di sedici anni, con l’appellativo “Grande Zio”.

Il regno di Sutoku durò 18 anni. Durante questo periodo, egli dette ordine di procedere alla compilazione dell’antologia imperiale Shikawakashu, alla quale egli stesso contribuì con diverse composizioni.

 minamoto yoritomo

minamoto yoritomo

 

詞花和歌集
三月尽日うへのをのこどもを御前にめして、はるくれぬるこころ
をよませさせたまひけるによませ給ける新院御製
をしむとてこよひかきおくことのはやあやなく春のかたみなるべき

Shikawakashu

Alla fine di marzo, egli chiamò a corte le Loro Eminenze, chiedendo loro
di comporre sulla tarda primavera, ed egli stesso cantò:

Anche se rimpiango la sera che se ne va
come potrebbero queste semplici parole-foglie
aspirare ad essere ricordo della primavera

詞花和歌集
新院御製
せをはやみいはにせかるるたきがはのわれてもすゑにあはむとぞ思ふ

 

Shikawakashu
Senza titolo:

le rapide precipitose, pur sbarrate da una rupe
e scisse in due correnti, anelano un giorno
a ricongiungersi

 

sutoku Ashikaga Takauji

Ashikaga Takauji

Con il tempo l’inimicizia fra Toba e Sutoku aumentò. Dopo la morte di Shirakawa, Toba si ritirò in un monastero e iniziò a governare in clausura, scegliendo come proprio successore il figlio Kono-e, ancora in fasce, avuto dalla concubina preferita, respingendo la candidatura proposta da Sutoku di installare sul trono il proprio figlio, Shigehito. Al fine di risolvere il contenzioso in modo pacifico, Sutoku, che aveva allora ventitre anni, si disse d’accordo di abdicare a sua volta, dopo aver ricevuto assicurazioni da Toba che Shigehito sarebbe succeduto a Kono-e. Per ulteriormente garantire l’intesa fra i due sovrani, la consorte di Toba e madre di Kono-e prese in adozione Shigehito, trattandolo come un suo figlio, pratica comune nel Giappone aristocratico di quei tempi.

Dopo 14 anni sul trono, Kono-e morì, all’età di appena diciassette anni. Circolarono voci che l’imperatore abdicatario Sutoku, ancora ambizioso di avere una mano nella politica a corte, avesse fatto uso di magia nera per provocare la fine prematura del giovane sovrano. Nel 1155 l’imperatore monaco Toba, annullando l’accordo siglato con Sutoku, installò sul trono del crisantemo un altro suo figlio, Go-Shirakawa. Go-Shirakawa sarebbe stato in realtà anche lui figlio di Taiken-mon-in, e quindi fratellastro di Sutoku. Nel decidere questa mossa strategica, Toba ricevette il sostegno di un potente nobile di corte, Fujiwara no Tadamichi.

Toba morì l’anno successivo. Il neo-imperatore Go-Shirakawa provocò Sutoku vietandogli la presenza ai funerali dell’imperatore Toba, anzi ordinò alla polizia imperiale di tenere Sutoku e il suo seguito ben lontani dal luogo delle esequie. L’insulto decisivo venne quando Go-Shirakawa negò a Sutoku anche l’invito alla seconda cerimonia funebre per il compianto Toba.

Dal suo ritiro, Sutoku sostenne Fujiwara no Yorinaga e guerrieri appartenenti ai due clan guerrieri dei Taira e dei Minamoto, nell’organizzare la rivolta contro l’imperatore Go-Shirakawa. Le ostilità fra le due parti scoppiarono nel luglio 1156. Gli uomini di Sutoku, dopo aver progettato un attacco notturno sul nemico, decisero all’ultimo minuto di rimandarne l’esecuzione. Gli alleati di Go-Shirakawa adottarono invece la stessa offensiva notturna, e in capo a poche ore riuscirono a sopraffare la parte opposta, infondendole una bruciante sconfitta.

Sutoku e i suoi furono catturati. Settanta di loro furono messi subito a morte. La Ribellione di Hōgen, come venne in seguito chiamata, segnò il ritorno in Giappone della pena capitale, dopo 250 anni di bando. Sutoku accettò di farsi la tonsura per dimostrare la sua sottomissione all’imperatore in carica Go-Shirakawa, e fu mandato in esilio a Sanuki, sull’isola di Shikoku. Là visse rinchiuso dentro una palizzata di legno, guardato a vista dagli uomini del governatore di quella lontana provincia. Egli aveva allora 35 anni.

 

sutoku Bandana Drapeau de la Marine japonaise

Bandana Drapeau de la Marine japonaise

 

Minamoto no Tametomo, uno dei guerrieri che partecipò alla Ribellione di Hōgen del 1156

千載和歌集
近衛殿にわたらせたまひてかへらせ給ひける日、遠尋山花といへる心をよませ給う
る崇徳院御製
たづねつる花のあたりになりにけりにほふにしるし春の山かぜ

 

Senzaiwakashu

Andò al palazzo Kono-e, e al ritorno cantò questa composizione chiamandola, “mi spingo  fin dentro le montagne in cerca di fiori”:[1]

 

penso d’esser giunto nel luogo
ove tutto è in fiore –
si muove il vento, profumando
i monti storditi dalla primavera

 

千載和歌集
百首歌めしける時、花橘の歌とてよませ給うける崇徳院御製
五月雨にはなたちばなのかをる夜は月すむ秋もさもあらばあれ

 

Senzaiwakashu

Avendo egli ordinato 100 composizioni, cantò anche lui questo come waka sul mandarino:[2]

quando piove nella notte di maggio, e il fiore di mandarino
spande ovunque il suo profumo,
anche il più chiaro plenilunio d’autunno
può farsi da parte

千載和歌集41
百首歌めしける時、春のうたとてよませ給うける崇徳院御製
あさゆふに花まつころはおもひねの夢のうちにぞさきはじめける

Senzaiwakashu

Quando ordinò 100 waka, egli stesso cantò questa composizione sulla primavera:[3]

mattino e sera aspettavo in questa stagione
mi addormentavo pregando di vederli,
i fiori che adesso sbocciano qui,
dentro i miei sogni

千載和歌集
百首歌の中に、鵜河の心をよませ給うける崇徳院御製
はやせ川みをさかのぼるうかひ舟まづこの世にもいかがくるしき

 

Senzaiwakashu

Con il titolo “Fiume dei cormorani”, cantò questa, fra 100 poesie:[4]

 

prima questo risalire con le barche l’impetuosa
corrente della vita, faticando alla pesca
con i cormorani: poi dover tornare ancora
in questo mondo pieno di dolore

Minamoto_no_Yukiie

Minamoto_no_Yukiie

Molto di quello che sappiamo di Sutoku negli anni di esilio si basa su leggende. Mentre si trovava a Sanuki, si dice avesse copiato i cinque Grandi Sutra con profonda devozione, “sperando di espiare i suoi peccati ed essere reincarnato in paradiso,” e di averli in seguito inviati alla capitale Heian-kyō. Di nuovo timoroso di magia nera, l’imperatore Go-Shirakawa respinse il manoscritto. Nella sua ira incontenibile Sutoku si sarebbe fatto crescere i capelli e le unghie, mordendosi poi la lingua e scrivendo con il sangue “io sono il grande demone che distruggerà la casa imperiale”. Alcuni racconti popolari affermano che ancora vivo, l’ex-imperatore diventò un tenngu. Non possediamo raffigurazioni di questo demone risalenti al periodo Heian, tuttavia nei racconti posteriori esso viene ritratto con una testa di cane, braccia e gambe umane, e due ali che gli danno modo di saltare e compiere brevi voli.

Sutoku morì a quarantacinque anni. Alcune fonti affermano che fu assassinato a Sanuki, altri che dopo la morte diventò un onryo, un altro tipo di demone che disturba chi gli ha fatto del male in vita, e può anche ucciderlo. Di queste storie esistono diverse versioni. Certo è che dopo la morte di Sutoku, nella Capitale tutti temevano la sua maledizione. Per placarne lo spirito irato, le autorità decisero di restituirgli il titolo di imperatore, e deificarlo con il nome di Sutoku (su, sublime toku, morale).

 

千載和歌集
百首歌めしける時、九月尽の心をよませ給うける崇徳院御製
紅葉ばのちり行くかたをたづぬれば秋も嵐のこゑのみぞする

Senzaiwakashu

Alla fine dell’autunno cantò questa, fra 100 composizioni:

Quando inseguo le foglie colorate che volano via
sento solo l’autunno urlare nel vento

 yoritomo

yoritomo

Studi recenti sulla vita di Sutoku attribuiscono la trasformazione dell’imperatore in demone a una leggenda che fecero circolare quelli dei suoi ex-sostenitori che dopo la ribellione Hōgen vollero essere perdonati e riammessi a corte. Si tratta di una interpretazione plausibile, poiché nell’opera poetica di questo imperatore non troviamo traccia alcuna di malevolenza, odio, o sete di vendetta, nemmeno nelle poesie che presumibilmente egli scrisse durante gli anni di esilio.

Sutoku era in realtà un uomo colto e sensibilissimo, che scelse di combattere contro quella che egli avvertì come profonda ingiustizia, pagandone pienamente il prezzo. Oggi viene soprattutto ricordato per essere insorto con le armi contro l’autorità imperiale, fatto che non si verificava in Giappone dal tempo della Guerra Jinshin nel lontano 7° secolo. Le sue qualità di fine poeta paiono invece essere largamente scordate.

 

新拾遺和歌集崇徳院御製
さ月山ゆずゑふりたてともす火に鹿やはかなくめをあはす

 

Shinshūiwakashu

sui monti verdissimi di maggio le punte degli archi
si sollevano verso il mite cervo
che muove verso i fuochi, affascinato[5]

Sutoku provocò la fine della tradizione di tolleranza che in Giappone era durata tre secoli, costituendo uno degli aspetti più felici del periodo Heian, parola che deriva da hei (uguale, misurato), e ian (pace). Egli indubbiamente si macchiò di questo crimine. Ma dobbiamo anche chiederci se Sutoku non fosse semplicemente rimasto vittima delle oscure trame del periodo insei – se non fosse stata cioè questa forma di governo che finì per destabilizzare l’antico equilibrio di potere tra la famiglia imperiale e i reggenti Fujiwara, determinando così la discesa della società Heian nella corruzione e nell’immoralità. Comunque stiano le cose, la ribellione di Hōgen e la successiva guerra di Genpei misero un sigillo sul destino del Giappone classico, e aprirono la porta alla dittatura degli Shōgun, che avrebbero imperato per ben sette secoli su una società da essi fortemente militarizzata.

 

千載和歌集崇徳院御製
春のよはふきまふ風のうつり香を木ごとにむめとおもひけるかな

Senzaiwakashu

Ordinò 10 waka, cantando anche lui questa composizione sul susino:

notte di primavera, negli sbuffi di vento
tutti gli alberi profumano di susino –
senza quel turbinio, li riconoscerei uno ad uno

 

新古今和歌集崇徳院御歌
うたたねは荻ふく風におどろけどながきゆめ路ぞさむる時なき

Shinkokinwakashu

destandomi all’improvviso per il vento che tormenta la siepe,
mi ritrovo sulla via di un sogno, di un tempo senza risveglio[6]

 

sutoku Emperor_Higashiyama

periodo heyan

 

Dei tre waka che seguono, i primi due appartengono forse allo stile tardo del poeta, mentre il terzo si dice sia la sua ultima composizione.

 

千載和歌集
秋深み黄昏時の藤袴匂ふは名残る心地こそすれ

 

Senzaiwakashu

Alla fine dell’autunno, cercando fiori:

adesso che avanza l’autunno, l’umile eupatorio
disperde il suo profumo sul far della sera,
come lasciasse una fama imperitura[7]

続古今和歌集
浄名居士を崇徳院御歌
くみてとふ人なかりせばいかにして山井のみづのそこをしらまし

 

Zokukokinwakashu

Rivolto a Vimala-kirti:

senza qualcuno che ne attinga l’acqua
come sondare il fondo
di una sorgente di montagna

 

玉葉和歌集崇徳院御製
讃岐国にてかくれさせ給ふとて、皇太后宮大夫俊成に見せよとてかきおかせたまひる
夢の世になれこしちぎりくちずしてさめん朝にあふこともがな

 

Gyokuyouwakashu

Sul letto di morte nell’esilio di Sanuki, l’imperatore Sutoku cantò questa
composizione, chiedendo ad uno dei suoi di portarla a Fujiwara Shunzei: [8]

seppure assuefatti a questo mondo che è soltanto un sogno
non venga mai meno la nostra amicizia:
svegliandomi al mattino,
con un augurio ti verrò incontro

 tardo periodo heian

tardo periodo heian

Uno studio dell’opera di Sutoku pone l’interrogativo se la reale testimonianza della vita di un uomo sia il racconto di lui tramandato dai contemporanei, e non forse la personalità che emerge dagli scritti. Non lo sapremo mai con certezza. A giudicare dagli eventi della sua vita, ci saremmo aspettati un Sutoku poeta profondamente amareggiato, che sfoga nella sua opera l’ira e la mortificazione che certamente dovette sentire. E invece, vi scopriamo inaspettato il ritratto di un uomo pieno di compassione per i suoi simili, compassionevole perfino verso gli animali. Senza essere religioso, egli esprime una spiritualità simile a quella di San Francesco.

I suoi waka sono notevoli per la forma impeccabile, e il sentimento controllato. Fin dall’infanzia Sutoku fu allevato come futuro imperatore del Giappone, doveva dunque prendere piena consapevolezza di se stesso come portatore della grande e aristocratica tradizione del waka tramandata dall’eccelso poeta Ki no Tsurayuki, e della prima antologia imperiale Kokinshu.[9] In questo senso egli è culturalmente parlando un tipico reazionario, ma anche uno degli uomini più colti del Giappone del suo tempo.

Il waka all’inizio di questo articolo non potrebbe fornire un esempio più chiaro di ciò. In un sutra buddhista si dice che una volta ogni mille anni una kinnari celestiale scende in terra e per lungo tempo accarezza un grande masso di pietra con la sua veste. Quando il masso scompare, una unità di tempo cosmico è completa.

I waka di Sutoku ci mostrano un uomo appassionato, e danno forse il modo di scorgere il nesso fra l’opera mirabile e un’esistenza senza speranza. La sua primavera era destinata a rimanere incompiuta. Gli eventi tumultuosi che conobbe gli negarono anche l’estate – e l’autunno, quando maturano i frutti.

 

千載和歌集崇徳院御製
百首歌めしける時、くれの春のこころをよませたまひける
花はねに鳥はふるすにかへるなり春のとまりをしる人ぞなき

Senzaiwakashu
Quando ordinò 100 composizioni, cantò questa alla fine della primavera:

ogni fiore torna alla radice, ogni uccello al proprio nido
nessuno sa dove va la primavera a dimorare

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Nota

 Questo scritto è frutto di una collaborazione tra due autori. Il primo di questi, che ha contribuito con i materiali e la visione poetica del poeta Sutoku, desidera non essere nominato. Il secondo, Steven Grieco, ha compiuto la traduzione dei waka, fornito la cornice storica e curato la stesura definitiva del testo.

 Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi.  È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Dieci sue poesie sono comprese nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016).

Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka. In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni.
protokavi@gmail.com

[1] Waka notturno, probabilmente sul ciliegio selvatico, anche se non viene usata la parola sakura (fiore di ciliegio), poiché i nobili della Capitale facevano la gita di primavera in montagna unicamente per ammirare questo fiore. A differenza del susino, che spande il suo profumo, il poeta deve trovarsi direttamente nella zona di fioritura del ciliegio per percepirne il lievissimo profumo. Il ciliegio è in realtà una dea giapponese, Kono-hana-sakuya-hime.

[2] Da sempre nel waka Heian la luna rappresenta chiarezza e profondità psichica. Invece il nostro poeta trova ancora più penetrante il profumo del mandarino nell’umida notte di maggio. Come se la luna rischiarasse soltanto un paesaggio spettrale, mentre il mandarino entra nei recessi più nascosti il cuore, evocando il ricordo di una passata dolcezza.

[3] La fioritura viene qui ricreata grazie alla potenza immaginativa del poeta. Qualche secolo prima, nella sua prefazione alla Kokinshu, prima delle sette grandi antologie imperiali di poesia, Ki no Tsurayuki aveva stabilito che la fantasia dell’uomo è speculare rispetto alla fioritura del ciliegio: l’uomo si limita ad esserne stupito osservatore. In questo waka, Sutoku si spinge più lontano, affermando il predominio della immaginazione umana sulla natura.

[4] Riferimento all’antico metodo di pesca con i cormorani. I pescatori risalgono il fiume, poi scendono lentamente, intenti al loro lavoro. Dopo una dura vita come questa, essi dovranno comunque tornare in vita perché hanno commesso il peccato di uccidere.

[5] La poesia si riferisce a un tipo di caccia, che faceva uso di fuochi accesi per attirare i cervi per poi facilmente abbatterli.

[6] La siepe è il miscanthus sacchariflorus, ogi in giapponese. Ha foglie color argento, lunghe e morbide, che il vento piega facilmente. Utatane è il sonnellino, o dormiveglia, spesso usato nel waka Heian per operare un collegamento tra il sonno e la veglia. Qui il poeta si dispera, of ever experiencing the deeper awakening he longs for. La vita come sogno era un tipico concetto del waka Heian.

[7] Fujibakama, varie specie del genere eupatorium, con fiori poco appariscenti, ma foglie molto profumate quando la pianta appassisce.

[8] Composizione di 30 sillabe, fuori del canone classico del waka, di 31 sillabe. Fujiwara Shunzei, poeta amico di Sutoku, più grande di lui di cinque anni.

[9] Ki no Tsurayuki fu uno dei massimi poeti e teorici di poetica, vissuto a cavallo fra il nono e decimo secolo. Gli viene attribuita la paternità dell’introduzione critica alla prima antologia poetica imperiale, la Kokinshu, che rimase riferimento base per secoli di poesia giapponese.

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12 risposte a “POESIE DELL’IMPERATORE GIAPPONESE SUTOKU (1119-1164) – UN POETA METAFISICO DEL TARDO PERIODO HEIAN a cura di Steven Grieco Rathgeb (prima traduzione in italiano)

  1. leggere queste poesie di Sutoku è un avvenimento e un arricchimento spirituale. Sutoku era stato un uomo di azione, un uomo politico e, alla fine, uno sconfitto ma nelle sue poesie non c’è nulla dell’amarezza e delle cocenti delusioni della sua vita. La forma waka probabilmente non era una forma che potesse ospitare altro da sé; questa è la riflessione di base: ogni forma può esprimere soltanto certi avvenimenti e non altri; ogni forma è quindi un contenitore di eventi e un limite ad altri. Ogni epoca produce certe forme e in quelle forme devono essere organizzati poeticamente gli eventi e le esperienze spirituali, inoltre, ogni forma è una configurazione linguistica, è un abito linguistico che esegue una funzione. E questo è un pensiero che può essere utilizzato anche oggi che abbiamo dimenticato la lezione della forma e pensiamo che tutto possa essere detto in egual misura. Ma non è vero.

  2. Interessantissima la ricostruzione della vicenda umana e storica dell’imperatore Sutoko e della sua poesia. Ci porta in un’epoca lontana mille anni , ma le sue waka hanno la freschezza e la sensibilità di poesie contemporanee, in cui la brevità offre un’immagine estremamente efficace
    della natura e di chi la ama.
    Lidia Are Caverni

  3. Waka (和歌, letteralmente “poesia giapponese”) è una forma poetica giapponese in 31 sillabe divise in versi di 5-7-5-7 e 7 sillabe rispettivamente. Comparve in Giappone nel tardo VII secolo dalla regolarizzazione di forme esistenti e si sviluppo’ tra l’aristocrazia di corte nei secoli successivi. Fu la forma dominante nel Periodo Heian (平安), spodestando definitivamente il chōka (長歌 poesia lunga). Nato sotto l’influsso della cultura e della lingua cinese, lo waka ha tra i temi principali la natura e l’amore, due tematiche sempre care alla letteratura insulare. A tale proposito è sufficiente pensare a due delle più importanti antologie poetiche della tradizione classica, quali il Man’yōshū (万葉集), raccolta di 4.500 poesie scritte tra il 630 e il 960, e il Kokin waka shū, compilata nel 905 su ordine dell’imperatore, anche noto come Kokinshū (古今集).
    Le opere contenute al loro interno permettono di tracciare il percorso evolutivo del concetto della natura nella poetica giapponese. Infatti, in esse si nota come il poeta si allontani dalla concezione antica, secondo la quale il fenomeno naturale era visto come manifestazione divina, per abbracciare l’idea che la natura non era un qualche cosa di astratto, ma un fenomeno verso cui essere sensibili.
    In un secondo tempo la natura diventa contemplazione estetica; osservare la natura suscita emozioni nell’animo umano e la poesia diventa il veicolo per esprimere il sentimento.
    L’utilizzo del waka si realizzava essenzialmente attraverso due canali: la poesia sul byōbu (byobuuta) e la gara di poesia (utaawase 歌合).

    (da Wikipedia)

  4. Giuseppe Panetta

    Il tanka (短歌, letteralmente, in giapponese, “poesia breve”) è un componimento poetico d’origine giapponese di 31 morae.
    Nato nel V secolo d.C., grazie alla sua versatilità e alla pratica ininterrotta, non ha subito variazioni nel corso dei sedici secoli della sua storia.
    A partire soprattutto dal XVII secolo, i primi tre versi iniziarono ad essere usati come una poesia a sé, dando così vita all’haiku.È formato da 5 versi di 5 e 7 morae così disposti: 5, 7, 5, / 7, 7.
    È diviso in due parti: i primi tre versi formano il kami no ku (上の句, strofa superiore), gli ultimi due lo shimo no ku (下の句, strofa inferiore); le due parti devono produrre un effetto contrastante.
    l tanka, come l’haiku, è molto diffuso e praticato in Giappone sia da letterati, sia da gente comune; in tale nazione, infatti, ancora adesso l’imperatore indice annualmente una competizione per il miglior tanka dell’anno, fornendo il tema a cui attenersi.

    Il genere del tanka è stato praticato anche da autori occidentali, come ad esempio Jorge Luis Borges, Jacques Roubaud and Nicolas Grenier…
    e da Panetta (v. Thalìa). Scusate l’intromissione.

    (da Wikipedia)

  5. antonella zagaroli

    Questa proposta di Grieco fa entrare aria puramente poetica nel blog. Una necessità chw avvertivo da diverso tempo. Grieco ci fa tornare non soltanto alle origini soprattutto senza intelletualismi né egotismi ci versa acqua e latte non bibite gass(s)ate. Grazie.

  6. Ormai è invalso il pensiero (molto superficiale) che tutto è possibile dire in poesia. le conseguenze sono sotto i nostri occhi: una invasione di “scritture”, chiamate anche “testi” o con altri sinonimi che sono state molto deleterie per la poesia italiana.
    Le cose invece stanno proprio all’incontrario: nella coincidenza di evento e di forma. Ed evento e forma coincidono solo quando il linguaggio poetico si posiziona secondo i suoi propri isomorfismi in relazione a quella esperienza spirituale che viene veicolata, appunto, dalla coincidenza di evento e di forma.
    In ciò, leggere i tanka di Sutoku è molto utile, serve a fare chiarezza di tanti pseudo pensieri.

  7. ah, che freschezza, che immediatezza nonostante la profondità, che bellezza. Mille anni fa sapevano tutto. Poi il pensiero si è intorcinato.
    Lode al poeta imperatore e a chi lo ha riesumato

  8. Ivan Pozzoni

    Steven, tu sei un maestro. Questo è l’esempio calzante della mia affermazione che l’ermeneutica di un documento debba essere ermeneutica di testo e di con-testo. Questo è l’esempio concreto di uno splendido accostamento metodologico storico-culturale, ricco di antropologia, sociologia, storia. Mi inchino davanti alla maestria del dr. Steven Grieco, studioso e intellettuale di razza. Invito Giorgio, maestro indiscusso nell’accostamento critico-filologico, a realizzare, insieme a Steven, un volume di studi sulle suggestioni antropologico/sociologiche della poesia orientale, antica o moderna, con apparato critico-filologico. Io, attualmente, sono impegnato ad applicare tale metodologia, con specifica inquadratura etico/sociologico/giuridica alla “tradizione omerica”. Permettetemi di indicarvi un mio lavoro sui lirici greci antichi, in rivista internazionale: http://www.ifpress-ecommerce.com/ojs/index.php/if/article/viewFile/109/94 . Per il dr. Steven Grieco, chapeau!

  9. Steven Grieco

    Che grande piacere ho avuto nel leggere questi commenti. Giorgio e io eravamo sicuri che la poesia del grandissimo Sutoku sarebbe stata accolta con entusiasmo, per la delicatissima eppure folgorante profondita’ di un poeta tragico che pure ebbe sempre fiducia nella bellezza del mondo!
    Sono felice di vedere quanto la poesia, anche di questo tipo, ancora significhi per le menti e i cuori, quanto ancora riesce ad accendere l’immaginazione di noi poveri poeti e lettori di poesia estenuati dalla sciapa dieta poetica degli ultimi 50 anni!
    Ci sono altri capitoli che narrano la vicenda del waka Heian, verranno in seguito – grazie alla grande occasione che mi viene offerta dal generoso e molteplice Giorgio Linguaglossa di pubblicare qui su l’Ombra delle Parole!

  10. Steven Grieco

    Molto interessante il commento di Giorgio Linguaglossa sul waka e come questa forma riesce ad esprimere alcuni sentimenti, altri no. E’ assolutamente vero. Come è vero che quella fu una società che ammetteva in genere soltanto l’espressione esplicita del dolore del distacco dai cari, e delle pene d’amore, della natura (più che della bellezza della natura, del suo mistero), dello scorrere fugace della vita. Non la sconfitta personale, l’insuccesso. Tutto ciò appunto espresso nel waka, forma comunicativa principe di quei tempi. Insomma, il waka era chiaramente specchio della sensibilità del tempo e del luogo e della cultura, e quindi giustamente, contenitore anch’esso, con tutte le sue potenzialità e con i suoi limiti.
    Una citazione dal mio diario di Tokyo del 2008, dove annotavo riflessioni sulla traduzione della poesia, che è una vera e propria “scienza”:
    “Shokushi Naishinno, è molto di più di una principessa di rango imperiale, e così va trattata se intendiamo ricavarne qualcosa. No, non è che non si dia al traduttore, ma lo fa con la sottigliezza impercettibile di chi ha vero sangue blu nelle vene – fatto quasi unico al mondo. Perché il vero sangue blu non è degli aristocratici o degli imperiali, ma di altri esseri, che si nascondono sotto certe spoglie. Che lei abbia passato uno dei periodi più formativi della sua vita (dai dieci ai vent’anni) come sacerdotessa vergine nel ritiro di una foresta, è indubbiamente importante; ma questo non basta per fare di lei una creatura divina. Ne ha definito, questo forse sì, la timidezza, la fragilità e il disorientamento: tratti così caratteristici della sua maniera poetica, che nei momenti più felici esprime anche enorme fermezza di volontà, canna di bambù che si piega al vento e si rialza.
    Sì la principessa è molto più sottile di quanto il mio collega e io non avremmo potuto immaginare. Ci sono volute due teste congiunte per arrivare in prossimità del fulcro vertiginoso da cui si dipana il suo pensiero poetico. Poi, con noi seduti al tavolo l’uno di fronte all’altro, le poesie si sono destate lentamente dalle parole-feto (e io ho iniziato il lungo cammino necessario per volgerle in inglese e in italiano).
    Le poesie della Principessa Shokushi si sono svegliate con la semplicità di una brezza che passa sopra un campo primaverile.”

    Princess Shokushi – Private Waka Anthology
    ato mo naki niwa no asaji ni musuborete / tsuyu no soko naru matsu mushi no koe

    nel giardino desolato
    perse fra l’erbacce le sue orme
    la rugiada si restringe in lacrime
    scivolando giù in profondo
    dove stridono i grilli

    Di seguito qualche altro waka di poetesse Heian:

    16. Izumi Shikibu – Senzaishu
    ume no ga ka ni odorokare tsutsu haru no yo no / yami koso hito wa akugare shi keri

    sgomenta e ammaliata dal profumo del susino
    sento come mi brama l’abisso nella notte di primavera

    17. Anonimo – Antologia Kokin 619
    yorubenami mi wo koso tooku hedate tsure / kokoro wa kimi ga kage to nari ni ki

    non trovando come starti accanto
    vivo indifesa, sola
    il mio cuore, ormai,
    l’ombra che ti accompagna

    Anonimo – Kokinshu 139
    satsuki matsu hana tachibana no ka wo kageba mukashi no hito no sode no ka zo suru

    aspettando la stagione di maggio,
    odorai il fiore di mandarino
    ricordando un uomo tanto tempo fa,
    il profumo delle sue maniche
    intorno a me

    Higo
    tama sudare fuki mau kaze no tayori mimo hana no shitone wo neya ni shiki keru

    tenda di bambù che turbina nelle raffiche,
    come un messaggio felice il vento
    ha sparso una trapunta di fiori sul mio letto

    Shunzei No Musume (Figlia di Shunzei)
    maki no yani yowano shigure no otozurete nezame ni fuyu to tsugete suginuru

    la pioggia che ho sentito sul tetto
    e poi cessare nella notte,
    mi risveglia all’inverno
    quando il suo messaggero è già lontano

    Shunzei no Musume
    shirazariki musubanu mizu ni kage mitemo sode ni shizuku no kakaru mono towa

    non pensavo, bevendo acqua con le mani,
    che avrei visto balenarvi quel volto;
    così è stato – e adesso le mie maniche
    sono bagnate di lacrime

    L’espressione musubanu, “prendere acqua con le mani”, allude al rapporto amoroso fra un uomo e una donna.

  11. caro Steven,

    faresti cosa bella al blog e alla cultura poetica italiana se tu ci potessi fornire alcune poesie della principessa Shokushi Naishinno per farne un post.

    • Steven Grieco

      assolutamente voglio farlo. Ci sono difficoltà nel campo tecnico della traduzione. In realtà abbiamo fatto un intero capitolo, come quello su Sutoku, anche sulla principessa, di pochi anni più grande dell’imperatore abdicatario. Si tratta di finire il lavoro durissimo, ma soprattutto incerto, della traduzione dei suoi testi – piuttosto di saper cogliere il momento magico quando la tua testa di traduttore è pronta a recepire il messaggio inviato dalla poetessa attraverso l’etere, la virtualità, chiamala come vuoi, quando sei abbastanza vigile e lucido per accogliere la potenzialità della poesia originale, e di colpo volgerla nella lingua di arrivo. E’ come un uccello che viene a posarsi sulla tua mano. Ma ci sono mille insidie mentre quell’uccello è ancora in volo fra le due lingue, le due culture, i due mondi – insidie che possono in un attimo farne carne da macello. Quello che più si pone come ostacolo al nostro tradurre una poesia, è quello che già ne sappiamo o pensiamo di saperne, la nostra stessa formazione di cui non possiamo fare a meno, la nostra sciagurata e imprescindibile necessità di usare anche la mente razionale per compiere il nostro lavoro!

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