POESIE SU PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI – DUE POESIE di Anna Ventura “La vergine di Norimberga” “Torquemada ” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Onto VenturaAnna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica. Collabora a riviste specializzate ,a  quotidiani, a pubblicazioni on line. Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002). È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores”per la  Tabula Fati di Chieti. Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo. È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate  in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV.-Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. e El jardin,traduzione di  Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016)

 

Torquemada
Torquemada

Anna Ventura

La vergine di Norimberga*

La Vergine di Norimberga
non avrebbe voluto straziare
il bel giovane che già stava lì, per terra,
in catene,
ad aspettare la morte. Ma lei
era la Vergine di Norimberga
e doveva ubbidire al suo compito.
Perciò quando immaginò il sangue dell’uomo
scorrere lungo le sue membra ferrate,
immaginò il pallore del suo volto,
gli occhi già rovesciati alla morte,
invocò su se stessa
l’aiuto degli dei, e delle dee,
specialmente di queste ultime:
perché, essendo donne,
avrebbero meglio compresa la sua pena. Ma quelle
avevano altro da pensare.
Fu Cupido, invece,
a raccogliere il pianto della Vergine,
lui così attento
a qualunque sospiro d’amore.
Poiché era un dio,
poteva anche fare un miracolo: fece in modo
cha la Vergine si coprisse di fiori: tanti fiori
da rivestire le punte delle lance.
Il che, tuttavia,
non ottenne altro che allungare la pena.
Alla fine, fiori e sangue si mescolarono
sulla terra bruna: un intrigo
non più complicato
di tanti altri.

Anna Ventura Strumenti di tortura; sulla destra una vergine di Norimberga

Strumenti di tortura; sulla destra una Vergine di Norimberga

*notizie storiche sulla Vergine di Norimberga

La Vergine di Norimberga, chiamata anche vergine di ferro, è una macchina di tortura inventata nel XVIII secolo ed erroneamente ritenuta medioevale, a causa di una storia raccontata da Johann Philipp Siebenkees che sosteneva fosse stata usata per la prima volta nel 1515 a Norimberga. Non esistono prove che tali macchine siano state inventate nel Medioevo né utilizzate per scopi di tortura, nonostante la loro massiccia presenza nella cultura di massa. Sono state invece assemblate nel Settecento da diversi manufatti trovati nei musei, creando così oggetti spettacolari da esibire a scopi commerciali.

La macchina consiste in una specie di armadio metallico a misura d’uomo e di forma vagamente femminile, più o meno grande a seconda dei casi, pieno di lunghi aculei che penetrano nella carne senza ledere organi vitali.

Il condannato ipoteticamente veniva fatto entrare in questo “sarcofago” e, chiudendo le ante, veniva trafitto dai suddetti aculei in ogni zona del corpo, morendo lentamente tra atroci dolori. In realtà simile strumento non è stato usato almeno fino al XX secolo (un’apparecchiatura di tale tipo è stata trovata durante un reportage televisivo a casa di Udai Hussein, il figlio maggiore dell’ex dittatore iracheno Saddam Hussein).

Anna Ventura

Anna Ventura

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Perché la poesia di Anna Ventura inizia con una negazione («non avrebbe voluto»)?. La poesia inizia da una negazione per rendere evidente che tutto ciò che segue deriva da un fato immodificabile. La sentenza degli dèi è già stata emessa: morire dentro un armadio irto di chiodi. La poesia percorre la via dell’Um-Weg, gira attorno al tema, vorrebbe evitare quanto già decretato dagli dèi ma non può. L’impotenza della poesia è però anche la sua forza: il paradosso della poesia che è menzogna ma non può mentire. E allora alla poesia non resta altro che girare intorno al tema con spire sempre più concentriche, fino all’atto finale, fino all’ultimo cerchio, fino alla bella invenzione di un dio, del dio Cupido, il solo che può fare «un miracolo»:

fece in modo
cha la Vergine si coprisse di fiori: tanti fiori
da rivestire le punte delle lance.

Questo «passaggio» è un Um-Weg, una via indiretta, contorta, ricca di andirivieni, di anfratti? O un cunicolo sotterraneo che non si vede (ma che c’è), nascosto dal folto della vegetazione del pensare positivo? Ma, percorrere un Umweg per raggiungere un luogo non significa girarvi attorno invano? – Umweg non è Irrweg (falsa strada) e nemmeno Holzweg (sentiero che si interrompe nel bosco), sentiero interrotto – ma compiere una innumerevole quantità di strade, perché la «dritta via» è smarrita, impenetrabile e, come scriveva Wittgenstein, «permanentemente chiusa». Non v’è alcuna strada, maestosa e tranquilla, come nell’epos omerico e anche ancora in Hölderlin e in Leopardi, che sin da subito mostri la «casa», la Heimat, il luogo dal quale direttamente partire per ritrovare la patria da dove gli dèi sono fuggiti per sempre. Non c’è più una «siepe» che delimita lo sguardo, non c’è più un qualcosa di solido che ostruisce l’ingresso e la perquisizione poliziesca dell’occhio, per non parlare del viaggio turistico cui è ragguagliata tanta poesia moderna. Tutte le vie sono possibili e compossibili. Statisticamente tutte le vie sono interscambiabili perché tutte condurranno, alla fine dei tempi, a Roma.

la tortura dell'acqua

la tortura dell’acqua

E poi c’è il paradosso più grande: il corpo femminile, quello deputato alla vita, qui diventa strumento di morte. Perché? E qui ci vorrebbe uno psicanalista. Io proporrei questa ipotesi: il corpo femminile è la Poesia, che è diventata un armadio metallico irto al suo interno di aculei. E la Poesia deve uccidere chi osa entrare al suo interno: il Poeta. È questo il prezzo del pedaggio, e lo stesso Cupido non può nulla per evitare un tale decreto, può solo mitigarne la forma (ma non la sostanza) con l’invenzione dei fiori. I «fiori», appunto, anch’essi simbolo traslato della «poesia».

Mi chiedo: che terribile chiaroveggenza sulle sorti della Poesia nel Moderno. Mi chiedo: quanta altrettale chiaroveggenza c’è nella poesia italiana del tardo Novecento e dei giorni nostri di questo nesso problematico? Dinanzi a questa poesia di Anna Ventura, mi chiedo: c’è nella poesia che si fa oggi in Italia e in Europa la coscienza della caduta della «dimensione interna» del privato e dell’utopia? C’è la consapevolezza di quella terra di nessuno (non dell’io e né del non-io), della glossolalia e della glossofilia tipica del villaggio telemediatico? C’è consapevolezza di quanta poesia turistica si fa oggi?

 anna ventura Torquemada

tortura

tortura

Torquemada

Torquemada teneva tra le mani
un lungo elenco di persone
che avrebbe dovuto interrogare:
troppi, per avere il tempo di straziarli
con domande sempre più insidiose,
abili tranelli
che li avrebbero inesorabilmente portati
alla contraddizione
e alla rovina. Decise
che la prima ad essere interrogata,
quel giorno,
sarebbe stata una donna,
una contadina in odore di stregoneria.
Sarebbe partito bene,
con modi delicati,
in modo da metterla a suo agio;
le avrebbe fatto credere
che non c’era pregiudizio,
contro di lei; che ogni decisione
sarebbe stata imparziale.
Quando la donna entrò,
Torquemada le rivolse
il suo sguardo fermo,
simile a quello del serpente.
Ma la strega sapeva il fatto suo:
quando il giudice la guardò,
sia pure di sfuggita,
scoprì in quel volto una nota familiare,
guardò meglio: sì, era proprio sua madre.
Morta da anni,
mostruosamente presente in quel momento.
Pensò di essere oggetto di un raggiro,
e tentò di trovare un’uscita facile.
Ma non fu facile per niente.
La donna allungò un braccio,
e gli tirò l’orecchio: proprio
come faceva sua madre,
quando era ragazzino.
“L’udienza è tolta”,
disse Torquemada, sforzandosi
di tenera ferma la voce.
“L’ho sempre pensato,- disse la donna –
che saresti diventato un delinquente”,
e gli assestò uno schiaffo in piena faccia.
“L’udienza è tolta”, ridisse Torquemada,
avviandosi verso i recessi
del tribunale. Ma sapeva
di non avere scampo: sua madre
lo avrebbe seguito.

la tortura della ruota

la tortura della ruota

Torquemada nel set

Torquemada nel set

C’è in questa poesia la terribile consapevolezza di quella terra di nessuno qual è diventata la nostra coscienza. Torquemada rappresenta la Ragion di Stato, il Super-Io, il pensiero giustificatorio?, che cosa rappresenta Torquemada?. È l’indiscussa abilità diplomatica che si riconosce all’ermeneuta della Verità? Torquemada è colui che detiene la Verità per conto di un dio nascosto, suo compito è istruire con burocratica precisione un’istruttoria dalla quale si evinca senza margine di errore, l’esistenza del Male, dell’Errore, del Negativo. Torquemada è l’espressione del positivo della civiltà occidentale, suo compito è positivizzare le sentenze, renderle assertorie, ragionevoli, giustificate e quindi eseguibili. Suo compito è Positivizzare il Negativo, esorcizzarlo per meglio domarlo. La domanda interna che pone Anna Ventura è: quanta parte della nostra cultura segue la traccia mnestica di questa logica mostruosa? Quanta parte di noi è segretamente imparentata con la logica inconscia che fa di Torquemada l’implacabile assertore delle forze del Bene?

(Giorgio Linguaglossa)

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34 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, critica dell'estetica, critica letteraria, poesia italiana contemporanea

34 risposte a “POESIE SU PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI – DUE POESIE di Anna Ventura “La vergine di Norimberga” “Torquemada ” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Le domande che ti sorgono dalla lettura delle belle poesie di Anna Ventura sono piuttosto legittime e piene di fondamento. Specialmente sulla caduta della “dimensione interna” del privato interno alla persona e del privato utopico. Insomma, non si sogna più e ogni cosa, ogni aspetto dell’esistere corrsponde a un “format”. Vero anche che in poesia c’è molta di questa flanella figlia dell’impotenza e di una mancata occupazione. Quando ci hanno detto per esempio che dio è morto, non ci hanno spiegato cosa o chi l’ha sostituito in uno shopping compulsivo di valori da far paura. Ricordo Bukowskj in un film dove veniva interpretato da Ben Gazzara, con la testa puntata sul pube della puttana di turno, perché voleva rientrare dentro sua madre. Si deve entrare per potere uscire, giusto? La forza di queste domande che ci dobbiamo per forza porre, visto che l’adolescenza è un’invenzione del Novecento e noi cinquantenni siamo i più “adolescenti” di tutti, sta in questo: con cosa abbiamo sostituito l’impegno civile, la civiltà del lavoro, la cultura ereditata dai padri, la mancata voglia di avere figli? Chi si nega figli vuol dire che “sa” di non avere domani. Spero che il dibattito prenda corpo dalle domande che ti sono scaturite dopo la lettura di Anna Ventura. E giusto per evidenziare lo stato dell’arte, lascio qui sotto un brano di Tiziana Pizzo, poetessa che forse conosciamo solo io e altri quattro, che rende bene tanta negazione, e la relazione riversata all’esterno come ultima esperienza mistica, ripetipile, irrealizzabile.

    dell’io tutto che ero

    è la terza volta, oggi
    che mi s’appiccica addosso l’inganno unto
    dell’io tutto che ero

    la prima è stata per specchio sonnolento
    sordo agli schizzi così preso
    dell’arco rosso fuggente come nulla
    all’acqua grande

    la seconda per notte che non cade (che mai
    ti sono stata laccio, mai galera) dire
    la terza, poi, è come avere sposato il mare
    e non fotterci mai

    in ogni caso, spero non ti dispiaccia troppo
    il nulla stronzo
    che sono diventata

    • Giusto porsi domande, ma la poesia dov’è?
      Giorgina Busca Gernetti

      P.S. – Mi aspetto già una sequela d’improperi. GBG

      • Perché improperi? Non credo nessuno voglia farne, credo però che il contributo di una donna e artista del tuo spessore non possa limitarsi a due parole giusto per vedere se qualcuno s’incazza. A proposito ti rinnovo il ringraziamento per la bellezza che mi hai fatto gustare su versanteripido di settembre. La poesia c’è, secondo me, perché non tutti abbiamo gli stessi occhi e lo stesso modo per coglierla. Un caro saluto.

        • Sei sempre caro, Flavio! Forse mi leggi nel pensiero. In realtà sono curiosa di vedere se, dopo Sparapizza, balza fuori un altro saccentone inesistente, meglio, “alias” di uno che vuole offendere ma non ha il coraggio di farlo “a viso aperto”, con il suo nome e cognome.
          Un saluto carissimo
          Giorgina

          • Non deve esssere lo Sparapizza di turno a smontarti, mi piacerebbe davvero che tu dessi un tuo contributo costruttivo a questo post, la Ventura è bravissima e la lettura di Linguaglossa mi sembra assai pertinente, sarebbe un gran contributo il tuo, vista la tua preparazione e le tue capacità. Ricambio il tuo caro saluto.

    • cercherei di dare qualche risposta alle domande della prima parte del commento di Linguaglossa, già così cariche di sostanza, Tempo fa guardavo un documentario nel quale Montani parlava di senso nella duplice accezione di sensibilità e intellettualità. Si poneva il problema della costante riorganizzazione delle due attività per raggiungere un equilibrio e.la via indicata era ancora una volta l’arte.
      Anch’io, come Montani, non mi sento di demonizzare questo tempo e la sua rivoluzione digitale. Mi pare che la tecnica abbia restituito la dimensione del tattile, del visivo, del fisico, del concreto.
      Secondo me ancora una volta abbiamo di fronte uno stato di cose che devono essere prima di tutto interpretate, senza pregiudizio, senza giudizio preconfezionato e pronto all’uso, spesso tratto da un radicamento di cui neppure possiamo essere del tutto consapevoli. Bisogna capire il fenomeno e semmai trovare una o più direzioni che garantiscano prima di tutto la sopravvivenza a ciò che è morto e una validità. Il recupero della dimensione sensoriale non è, ad esempio, necessariamente la mortificazione del pensiero astratto o puramente intellettivo. Direi piuttosto un arricchimento, un recupero. Un’altra cosa che mi sentirei di tenere in considerazione è la maggiore diffusione degli strumenti minimi per la comunicazione. Le abilità basiche di letto-scrittura, rispetto ai grossi bacini di analfabetismo di solo pochi decenni fa, permettono una maggiore diffusione dell’attività scrittoria, fino alla peggio feisbucchiana.
      La poesia, secondo me, come tutte le altre arti, non può prescindere dal contesto, turistico o accademico che sia. Piuttosto dovrebbe capire il fenomeno -oggi- e dare a questo una voce che individui, con mezzi diversi ed equidistanti, zavorrando e dezavorrando i campi di eccellenza, l’area di validità. Nella prima poesia della Ventura qua sopra proposta, tra le altre pregevoli cose, ho individuato il pregiudizio, quale sorta di pericolo inevaso dalla storia.
      Mi fermo qui per riflettere. Una cosa alla volta.

  2. ricevo e trascrivo questa email inviatami da Anna Ventura:

    Caro Giorgio, ho letto il tuo intervento sull'”Ombra”, che ha dato luce a una giornata che si annunciava buia; hai letto da grande maestro le mie poesie; l’incontro con te è una delle poche fortune in una vita decisamente dura.Leggo un tuo giudizio che, purtroppo, condivido in pieno: Torquemada spesso rappresenta il bene: la normalità, l’ordine,l’organizzazione perfetta; l’ipocrisia eretta a sistema. Mi difendo così bene, nel mio carapace di mater et magistra, che nessuno mi attacca mai direttamente (in forma invisibile, sempre), pochi si rendono conto di quanto io sia “contro”,specialmente in riferimento a certe omologazioni di comodo, così frequenti perfino tra gli intellettuali (per i politici è ovvio). Ti invierò una mia foto bruttissima, che tuttavia ha il merito di ritrarmi in un momento di intuizione degno di Cassandra: è l’ottobre le 2008: tra poco sarebbe morto mio marito, e poi, il terremoto. In quel momento l’ho saputo; la bottiglia di acqua minerale era lì per consolarmi. Con tanto affetto,
    Anna

  3. Subito dopo il terremoto a L’Aquila io feci un gran numero di telefonate a tutti gli alberghi della costa abruzzese e marchigiana perché mi era stato detto che i superstiti erano stati accolti negli alberghi. Ma in quale?
    Conoscevo Anna Ventura solo di nome e per i suoi scritti sulla rivista “Vernice” di Torino, cui ero legata perché allora pubblicavo i miei libri presso l’Editrice Genesi di Torino, curatrice della suddetta rivista. Finalmente trovai Anna Ventura in un albergo e per un certo periodo le telefonai.
    Ho sempre apprezzato i suoi scritti e soprattutto la sua umanità, anche in una situazione terribile come quella.
    Giorgina Busca Gernetti

  4. antonio sagredo

    Prova n.° 2
    (estorsione)

    Io so come gli addii cantano la mia schiena scudisciata e le palpebre,
    – che i saluti non sono terrestri banderuole cadute in pozze di miserie,
    – che legioni d’ossa premortali avanzano con passi inamidati e gelidi sparati,
    ma cisterne di lacrime votive non cedono liquidi cristalli alle visioni!

    Da un tugurio in Via della Distruzione io saprò orgoglioso
    dire alle tortuose trame di un credo perverso e inquisitorio,
    e come il suo nero vuoto è la nemesi di un supplizio intollerante
    che traduce il dolore in vana supplica, o dolce confessione.

    Il mio cammino è un mosaico di acrostici ferini tra malati terminali
    che le carità scambiano per pestifere croci numinose risanate dai miracoli.
    Lo sciame dei commiati ripete una terrifica rinascita risorta e consacrata,
    come la minaccia di una infettata fede è l’armonia di una musica abortita!

    Saprò ancora disputare – in fiamme! – con l’insensato universo analogico
    di un Torquemada, che a me oppone l’insipida sapienza capovolta
    di una iena riciclata e il suo bavoso rimasticare il mio mistico midollo –
    ma tu, Sant’uomo, resti sempre un boia che fa schifo alla sua stessa merda!

    antonio sagredo

    Vermicino, 13 febbraio 2007

  5. in queste due poesie non condivido la scelta dell’autrice di terminare con versi esplicativi. Secondo me la poesia non deve esplicare. Neanche per ragioni di metrica: le peggiori.
    La prima l’avrei terminata a -sulla terra bruna- e la seconda a – di non avere scampo-.

    Nel testo di Tiziana Pizzo invece trovo gli ultimi tre versi avvilenti. Oltre ad avvitarsi su se stessi.

    p.s. ho notato che il mio precedente commento si è attaccato male. Non ho ancora dimestichezza con questo strumento. Scusate l’inconveniente.

  6. Giuseppe Panetta

    Un giorno, spero non lontano, quando le scaglie spesse del mio sentire cascheranno, quando la stringatezza prenderà il posto della ridondanza, quando la metafora non sarà più oscura e incerta, ma liscia come l’olio, allora vorrei scrivere cose di Ventura, Mater et Magistra.

    Al diavolo le citazioni e i suggerimenti.

  7. antonio sagredo

    e Oriana, Panetta, l’avete letto?

  8. Giuseppe Panetta

    I calci? Diciamo che tiro bene in porta, e la mia è una falsa, falsissima modestia.

  9. Giuseppe Panetta

    Mi fermo qui. Non è rispettoso per questa pagina dedicata ad Anna Ventura. Lei ha espresso i suoi suggerimenti. Ventura, se leggerà, trarrà le dovute considerazioni.

    La sincerità? Un alto valore difficile da trovare. Ma se lo dice Lei, chi sono io per contraddirla?
    Saluti.

  10. Vorrei fare una semplice riflessione: non è un caso che oggi chi scrive poesia di livello elevato o molto elevato siano poeti che contano all’incirca 70 anni o anche più, come il caso di Antonio Sagredo e di Anna Ventura, tanto per citare due persone che fanno una poesia diversissima sotto l’aspetto stilistico l’uno dall’altra. Oggi per scrivere poesia di alta qualità occorre aver raggiunto una maturità umana e culturale che una persona di 30 anni difficilmente può avere, occorre inoltre aver avuto il coraggio di affrontare un percorso solitario e, spesso, contro corrente, contro i pregiudizi e i giudizi superficiali. Inoltre, non è un caso che questi due poeti provengano dalla periferia, la Ventura da L’Aquila e Sagredo dal Salento (anche se vive a Roma da molti decenni), la periferia è spesso il centro motore delle novità più rilevanti quando il Centro perde la sua capacità propulsiva. Ma, per arrivare a certi risultati occorre tenacia, costanza, resistenza, capacità di saper reagire alle incomprensioni e alle sotto valutazioni con un di più di personalità e di applicazione.
    Insomma, si diventa poeti con molta fatica e lavoro.

  11. antonio sagredo

    Sull’insegna luminosa d’ una bettola c’era scritto:
    Contrada Mandel’štam

    27 dicembre 1938

    Recitavi da tetrarca a Vladivostok…
    davanti ai falò Laura danzava sul secolo XX°
    ti offriva veleno per farla finita col verso classico
    ti donava una carriola di zucchero e cavoli.

    Indossava per fame i rifiuti di una pelliccia piumata,
    ma restava il principe dei Barboni questo usignolo – non lupo!
    La scopolamina, al poeta, per farlo cantare!
    Petrarca, il suo duca, gli offriva un passaggio svitato.

    A nord-est, gridava, c’è un esotico sogno – a fumetti!
    Ma il barbuto spauracchio recitava sonetti.
    Fu gettato svestito senza la corteccia d’un cencio,
    festeggiò il Natale con Mozart in una fossa comune.

    Ma Laura s’invaghì dei suoi capelli nostalgici
    che ricordavano una gravida Tauride veneziana,
    come se il suo collo, per uno spostamento degli occhi,
    la sua testa di cammello piegasse anche il tiranno.

    Sul fondo d’una fossa luminosa c’era scritto:
    Contrada Mandel’štam!

    antonio sagredo

  12. Costantina Donatella Giancaspero

    Ho scritto con entusiasmo una nota di lettura per la prima poesia.
    Grazie a tutti per l’attenzione 🙂

    Per il nome, la Vergine di Norimberga, quest’atroce macchina di tortura si presta bene a una sua personificazione. Partendo da questo interessante presupposto, Anna Ventura dà voce a una poesia dolorosamente dilemmatica, nel rappresentare, attraverso la figura del condannato a morte, la metafora di un’umanità senza scampo, sottomessa al Male, votata al martirio. Ma la Vergine (ovvero la macchina) “non avrebbe voluto straziare”, dice la Ventura (l’intenzione non c’era: lo sottolinea anche Giorgio Linguaglossa nel suo puntuale commento), “non avrebbe voluto straziare/ il bel giovane che già stava lì, per terra/ in catene/ ad aspettare la morte”. La divinità (Dio) non se ne dà pena: assente nella sua spietatezza, impone un destino inflessibile, che non si muove a pietà, non partecipa dell’infelicità altrui. È la macchina, invece, a farlo, ossia la donna, che rifiuta il ruolo innaturale di datrice di morte, lasciando che, nel proprio corpo di metallo acuminato, pulsi il cuore di una Vergine compassionevole. Alla donna è associato l’amore, nella sua componente salvifica, ovvero quel Cupido che tenta invano di strappare al proprio destino il condannato. La poesia si carica di un sentimento tragico d’impotenza. Infatti, l’amore, simboleggiato dai fiori che, copiosi, vanno a riempire il corpo mortifero della donna con lo scopo di renderlo innocuo, l’amore, dicevo, è vanificato nel proprio intento; ribaltando i concetti, diventa perfino responsabile di acuire la pena del giovane, che, in un tragico epilogo, si dissangua. Anche l’amore soccombe insanguinato (“Alla fine, fiori e sangue si mescolarono/ sulla terra bruna”). E, con “un intrigo/ non più complicato/ di tanti altri”, l’Uomo infine è sconfitto, annientato dalla sofferenza e dalla morte.

  13. Un doveroso omaggio, questo post riproposto qui a distanza di due anni circa, ad una poetessa come Anna Ventura che fa poesia su fondamenta solide, sulla solidità di un pensiero che va al cuore delle cose, senza infingimenti o superfluità. La nostra Szymborska italiana che parla sempre per interposta persona, non parla mai della propria privacy, non cede alla tentazione che ha coinvolto la poesia italiana e femminile dagli anni Settanta ad oggi, di fare del privato un palcoscenico pubblico. In Anna Ventura privato e pubblico sono divisi, ma sono anche una cosa sola: ciò che è privato coinvolge immediatamente il pubblico, ecco perché la Ventura fa sempre una poesia pubblica, diretta ai lettori e agli interlocutori.

  14. Ventura-Szymborska, sì: dire cose anche terrificanti aggirando il coinvolgimento emotivo con grande abilità, acume e intelligenza. E gentilezza. Tutte qualità che traspaiono anche nei suoi commenti su l’Ombra. Bella presenza.

  15. Facciamo come la Rai che trasmette solo repliche e olimpiadi o come le radio private che fanno non stop music? Confermo parola per parola quanto scrissi a suo tempo riguardo l’ottima poesia di Anna Ventura. Il post non è certo invecchiato

  16. COMUNICATO
    Accogliendo un invito, ho pensato che in questo periodo di calura estiva, invece di sospendere la rivista, ribloggherò degli articoli già postati per dare loro maggiore visibilità. e in questo modo tenerci compagnia.

  17. Steven Grieco-Rathgeb

    Questo post in cui si incontrano poeticamente e intellettualmente Anna Ventura e Giorgio Linguaglossa è quanto di più interessante e illuminante abbia letto questa estate. Un piccolo capolavoro. Grazie.

  18. Marina Caracciolo

    Sono felice che il mio saggio “Realismo e simbolismo nella poesia di Anna Ventura” sia adesso pubblicato all’interno di un Libro-Premio (Dignità di Stampa a “I Murazzi”, Torino, marzo 2017) che ho intitolato “Otto saggi brevi” (Genesi Editrice, Torino, 2017). Anche gli altri saggi – salvo uno – sono tutti dedicati a donne scrittrici e poetesse geniali, del passato e del presente. Forse Anna ne sarà contenta!…

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