POESIE SU PERSONAGGI STORICI, MITICI O IMMAGINARI – POESIE di Anna Ventura, Giuseppina Di Leo, Lucia Gaddo, Federica Taddei, Patrizia Pallotta, Gian Piero Stefanoni

anna ventura

anna ventura

Anna Ventura

L’amazzone

L’amazzone è sempre stata una donna infelice:
privata di ogni piacere umano,
destinata a una solitudine totale,
oppure – come i monaci-
consolata da una solitudine di gruppo.
Peccato,
perché le amazzoni erano donne bellissime,
avrebbero potuto allietare
più di un uomo. Ma qui sta il punto:
‘allietare’: una parola che allude sempre al peggio.
Perciò, loro,
non allietavano nessuno,
tantomeno se stesse. Ma avevano un dono:
non avevano paura di niente,
e, in certe notti di luna,
uscivano a caccia e facevano incontri:
un cerbiatto sfuggito
alla madre distratta,
un nido di api appeso a un albero,
un cucciolo di uomo
abbandonato da tutti.
Solo in quest’ultimo caso
l’amazzone raccoglieva
la creatura smarrita,
la portava con sé, nei misteri
del suo mondo verde. Quasi sempre
era un’ottima madre.

giuseppina di leo

giuseppina di leo

Giuseppina Di Leo

Infine, una morte dolce mi attende:
la morte che segue il pensiero, finale
da fanali accecanti sgorganti lucci
saltelli nudi intrecci lucidi lacci. Tu,
che hai fatto dell’amore una religione,
nel gorgo, dimmi di amare,
come amo questo sasso.

(giugno 2010)

*

Corriamo il rischio di ripeterci, forse perché non estranei.
Ma non mi soddisfa, come non trovo soddisfacente
l’assunto di Levinas, «solo l’assolutamente estraneo può istruirci».
Riprendo per mano la mia solitudine, la porterò a fare un giro
nella sera spalancata al balcone, mi sono fatta aiutare
dal vento a sciorinare i panni. Sapessi che musica: Africa, Africà!
musica doc in dentro, salti di musica con il corpo e la mente
non mente più libera mente in libero stato, stato del cuore
da baciare con la punta della rinnovata serialità. Sono libera!
Era ora! 10 giugno 010. Ogni amore dovrebbe finire,
lezione da film, Almodovar insegna, non bacchetta sulla lingua
il no donchisciottesco rinsavito in ultimo. Fai bene Cervantes
a chiuderla così la tua storia: non piange la maschera, anzi gioisce
prima di morire: Don Chisciotte spartisce i suoi averi terreni.
Sancio ne è commosso, ma non tanto quanto allora, quando
temette di perdere il suo «grigio». Meglio la morte al plagio
miscela di sogni in polvere da sparo da seguire sulla linea
del cielo lungo una cometa, la più lunga che ci sia.
«Buonanotte sonatori!». Spezza la catena, frangiflutto!
Ora mi aspetta il viaggio: io sono pronta.

(giugno 2010 / ag. 2014)

(la guerra)

Durante il tragitto la luce del viaggio aveva una violenza innocente
guardavo e sentivo il pudore dell’occhio nel cogliere il contrasto
sinuoso dell’ombra sui rami e l’arancione delle foglie, la terra
innocente si lasciava prendere dalla luce per poi perderla,
il cielo era un gioco di gravide nuvole. Avrebbe obbedito
a un semplice schiocco delle dita per cadere senza,
pensante o mancante, spedito alla sua foce
il flusso dell’aorta, sospinto a ruota libera. Ma svolge ora il filo
il «ghetto», trionfo dell’ovest , del dove-sto-io trasmesso tramestìo
del comando. Il ghetto si allarga e nuovamente lo spazio restringe
al vecchio modo al volere del re. Siamo tutti coinvolti.
Qualcuno ne è convinto a tal punto, da voler convincere anche tutti gli altri.

(giugno 2010 / ag. 2014)

Lucia Gaddo con Luciano Troisio e Cesare Ruffato

Lucia Gaddo con Luciano Troisio e Cesare Ruffato

Lucia Gaddo

Varco di ferina bellezza (la preghiera di Giuditta)

Ti meritassi oh Dio e cosí il popolo mio
se degno di Te fosse questo sangue
che teme sulla sponda e il ciglio
la marea dell’onda che avanza muggendo di dolore
le grida degli agnelli salgono dalla cinta del mondo 
Se protervia non veste noi
se la fede è grande cosí che il polso mi canta fermo
e non mi fiacca il dubbio di inopinabile meta,
ma dense le vene di un amore colmo
mi tracimano l’orlo del coraggio,
cosí, sfrontata e imprudente
pazienterò
l’ansia di disertare il maritale nido, che ha il ramo nella terra
e già mietuto il campo.

Non tornerò, forse, alle care mura
pregne della cenere degli avi
alla mia vigna sacra, ma ecco
mi si tinge il passo sulla via di quel disegno
orrido e vago che ora mi confonde l’occhio
con sguardo di miraggio.

La vita da morte a volte nasce e di me, Giuditta,
feroce luce può fare questa notte oscura:
avvenenza mi conduce Olinferno dal ferro delle schiere
all’ebbro voglioso sonno del giaciglio, e nella resa.
Velato di abbacinanti anelli non mi vacilla il braccio
che levo in nome Tuo
e, sul guanciale, mútilo l’urente giogo
che pulsa la sventura delle moltitudini;
né se ne avvede la cervice nera,
eppure muore la tracotante vena di Nabuco
e non lo sa.

Ecco l’orrido bottino, scomposta antenna,
i malvagi aggressori tutti, subito scora, e sperde.
Allo stendardo truce i pavidi, assediati, assetati figli di Betulia
rianimano pallidi.
Ecco, il segno lieve di viduante orma si è fatta fuoco
che incide di coraggio e arde
il cuore quieto degli agnelli.

11.1.2001 (inedito)

Patrizia Pallotta

Patrizia Pallotta

Patrizia Pallotta

Atalanta

Coraggio e dedizione
al paterno affetto
acconsentirono
a deporre frecce
e avventure,
Atalanta bella
e orgogliosa.
Era stella contraria
come una sconfitta,
ma il suono della
vita è anche questo.
L’unico desiderio
espresso fu la
competizione
nella corsa, tua
arma imbattibile,
fra i candidati.
Morte a chi fallìsce,
alloro al vincitore,
fu la regola imposta.
Gli dei vennero
incontro al tuo
destino e scelsero
Ippomene, invaghito
delle tue forme
e dell’intelligenza.
Il suo trionfo tracciò
quel percorso che
t’avviluppò fra
braccia vittoriose.

luna 3

Federica Taddei

Memorie di una modista

Fabbricavo cappelli,
le mie dita ferite componevano panama e zucchetti;
i preferiti erano rotondi
la flanella cucita attorno attorno,
dei copricapo assai cerimoniosi.
Avevano successo popolare
e anche, a volte, presso i danarosi
esponenti dell’alta società: festosi
li indossavano con quell’aria distratta, che
ignorava per sempre
la mia fatica, servita a modellarli.
Cappellucci insolenti, come trofei
dimostrativi di un vasto predominio.
Quel giorno che ci misi del veleno
nella stoffa,
nascosto in mezzo al feltro, disseminato in
fodere brillanti,
i cappelli dei ricchi, senza motivo, salirono di prezzo
andando a ruba: veletta alla cicuta….
curaro nel liscio borsalino….
Diventavo il destino.
Fu giustizia sommaria ed arbitraria , non
veramente rivoluzionaria,
non ero io che trasformavo il mondo,

eliminavo la rappresentazione
della ferocia, non la sua causa prima:
dichiarai la mia colpa
mi lasciai catturare, come un piccolo fiume
fa dal mare.

Anche qui dentro invento cappelli,
di carta o di mollica
senza fodere e nastri, qualche colore si,
qualche bottone
utile per guarnire un’ala,un bordo
una piega, qualche opaca perlina, come
fossi di nuovo
un’apprendista, in lunghe ore di attenta applicazione……
Ed in questa prigione, uguale e soffocante,
usciamo nel cortile, dove ogni giorno
mi vanto di quei tempi, lontani come il cielo
in cui misi il cappello a petrolieri,
industriali, armatori,
anche a qualche politico e a due preti :
li ho conservati, appesi alle pareti
testimoniano i gesti, felici e solitari,
con cui vestivo le teste dei potenti….
un contributo al vivere sociale….
Nella luce smaltata di gennaio,

quando il maestrale
lucida gli argenti, io mi sento ispirata:
faccio brillare la nostra infermeria,
ne spolvero gli armadi
sposto flaconi e fiale, sono famosa per il mio lindore,
fidata e silenziosa, non controllano più il mio operato.
Continuo a modellare i copricapo:
ripiego fra le dita i fogli colorati
e ricavo ogni strano cappuccio, cappelluccio,
copricapo da ciuccio, da giullare
destinato a qualche traditore,
che passa il tempo
in questi luoghi lieti,
a maneschi abitanti del complesso,
al commensale che spartisce le dosi ai giovani reclusi,
a quel banchiere che ha sbancato il suo banco
al mercante di carni deportate
vive,affamate,
di corpi magri ed occhi senza patria,
che implorano la vita;
confeziono per loro i miei cappelli :
avranno qualche cosa per la testa,
almeno nella loro dipartita,
un dono di mia mano, pietosa e lesta,
mai pentita del gesto… mai pentita

gian piero stefanoni

gian piero stefanoni

Gian Piero Stefanoni

Palazzo Comi

Ecco, il tuo “Spirito d’armonia”
tra le stanze segnate dal caldo
e da un vento sulle carte
ha voce forte d’uccello.

Qui dove perfino le nuvole
Partecipano di uno strano meccano
ed il mare s’inghiotte opponendo
il suo coro alla spiaggia.

L’albero a cui hai dato solco
ha dato fronde sottili: per sempre terra,
per sempre olivo, nell’ossame che ancora perdura.

Il pasto perso rincorrendo la luce;
la parola sua sola misura.

(Lucugnano, Lecce, 5 giugno 2009, per Girolamo Comi)

Anna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica .Collabora a riviste specializzate ,a  quotidiani, a pubblicazioni on line. Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002).  È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores”per la  Tabula Fati di Chieti.

Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo. È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate  in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV.-Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. e El jardin,traduzione di  Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004.

Giuseppina Di Leo. Nasco a Bisceglie (Bt) nel 1959, sono laureata in Lettere; frutto della mia tesi di laurea (2003) è il saggio bio-bibliografico su Pompeo Sarnelli (1649-1730), dal titolo: Pompeo Sarnelli: tra edificazione religiosa e letteratura (2007). Ho pubblicato i seguenti libri di poesie: Dialogo a più voci (LibroitalianoWorld, 2009); Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, 2010); Con l’inchiostro rosso (Sentieri Meridiani Edizioni, 2012); Il muro invisibile (LucaniArt, 2012). Mie poesie, un racconto e interventi di critica letteraria sono ospitati su libri e riviste (Proa Italia, Poeti e Poesia, Limina Mentis Editore, Incroci), nonché su blog e siti dedicati alla poesia.

Lucia Gaddo Zanovello è nata a Padova nel 1951; scrive dalla prima adolescenza e dopo un periodo giovanile dedicato a  diverse attività lavorative, ha poi impegnato la maggior parte del suo percorso professionale come docente di ruolo nella scuola media.

Appassionata di ricerca storica, di letteratura, di filosofia morale e di spiritualità, ha condotto studi, fra gli altri, su Nicolò Tommaseo e sul friulano Pierviviano Zecchini, medico chirurgo laureato a Padova nel 1825, traendo dall’ombra meriti e singolarità di questo personaggio, che si distinse anche come fervente patriota e filelleno. 

Ha pubblicato le raccolte di poesia: Porto Antico, Edigam, 1978; Bramiti, La Ginestra, 1980; Da serpe amica, Padova Press Edizioni, 1987; Semiminime, Padova Press Edizioni, 1988; Per erbe piú chiare, Edizioni Dei Dioscuri, 1988; nel 1998, per le Edizioni Cleup (Cooperativa Libraria Editrice Università di Padova), la raccolta retrospettiva relativa agli anni ’88 -’98, in cinque volumi: Nóstoi (che include Fiordocuore), Fatalgía, In lúmine, La trilogia del volo, La partitura; Il sonno delle viole, Cleup, 1999; Un parlare d’acqua, Cleup, 2000; Solargento, Cleup, 2000; Memodía, Marsilio, 2003; Silentissime, Imprimenda, 2006; Ad lucem per undas, Joker, 2007; Amare serve, Cleup, 2010; Illuminillime, Cleup, 2011, Rodografie, Cleup, 2012; Buona parte del giorno (Premio Milo 2012), Incontri, 2013 e Disforia del nome, Biblioteca dei Leoni, 2014.

Nel gennaio del 2009 è uscito per le edizioni Cleup, il libro-intervista Amata Poesia: Antonio Capuzzo intervista Lucia  Gaddo Zanovello. Nel 2004 il compositore di Patrasso Sotiris Sakellaropoulos (1952-2010) ha tratto da Memodía, quarta sezione (Canto di luce) e  nel 2005 da La partitura, prima sezione,  per archi, voce e pianoforte, omonime opere musicali reperibili in CD. Nel 2010 la scrittrice Rika Mitreli ha tradotto in greco sei testi tratti da La partitura, pubblicati nel numero di maggio della Rivista “Thea” (Thèmes de Sciences Humaines) di Bruxelles, a fianco di un ampio saggio commemorativo dedicato all’opera del musicista scomparso.

Federica Taddei  vive a Roma, ha lavorato in ambito giornalistico per diverse testate di settimanali,in radio e televisione. La prima pubblicazione, dell’87, si chiamava  Favole e tavole. con disegni di Mario Sasso, brevi racconti  strutturati come favole per bambini ma decisamente dirette ad un pubblico adulto. In poesia ha pubblicato Distanze (Manni, 2004 ),  La stanza dei fiori (2008, Lietocolle),  Quaderno della danza ( Manni 2010). Ha collaborato a “Panorama” ed “ Epresso”, e pubblicato  sulla rivista letteraria “ L ‘Immaginazione”,   e su “ Bologna  Incontri”, nella pagina curata da Roberto Roversi.   Ha curato  la realizzazione di alcuni incontri letterari sulla poetica roversiana per la Biblioteca   Nazionale  Centrale e per la Biblioteca Vallicelliana di Roma.

Gian Piero Stefanoni è nato a Roma nel 1967 ed ivi laureato in Lettere moderne ha esordito nel 1999 con la raccolta  In suo corpo vivo (Arlem edizioni, Roma) vincendo nello stesso anno, per la sezione poesia in lingua italiana, il premio internazionale di Thionville (Francia)  e nel 2001, per l’opera prima, il “Vincenzo Maria Rippo” del Comune di Spoleto. Nel 2008 ha pubblicato Geografia del mattino e altre poesie (Gazebo , Firenze) a cui  son seguiti nel 2011 Roma delle distanze (Joker, Novi Ligure) e gli ebooks La stortura della ragione  (Clepsydra, Milano) e Quaderno di Grecia (Larecherche.it, Roma). Del 2013 sempre per LaRecherche.it e in versione ebook è uscito il poemetto Da questo mare. Incluso in volumi antologici, suoi testi sono apparsi su diversi periodici specializzati e sono stati tradotti e pubblicati in Argentina, Malta e Spagna. Già collaboratore con “Pietraserena” e “Viaggiando in autostrada” nonché redattore della rivista di letteratura multiculturale “Caffè”  e della rivista teatrale “Tempi moderni”, dal 2013 è recensore di poesia per LaRecherche.it.

Per l’attività completa: http.//gianpiero.stefanoni.literary.it

Patrizia Pallotta vive a Roma, ha pubblicato in poesia: DIMENSIONE K (1999); L’isola delle bianche farfalle (2003); Il dolce e l ‘amaro (2005); Sono con voi bambini (2007); Assolo (2008); Racconti senza  polvere (2009); Insoliti sguardi (2011); La giostra del vuoto (2012); All’ombra del giglio (2013); Armonie dell’amore infinito (2014) ( scritto in collaborazione con Valter Casagrande).

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25 commenti

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25 risposte a “POESIE SU PERSONAGGI STORICI, MITICI O IMMAGINARI – POESIE di Anna Ventura, Giuseppina Di Leo, Lucia Gaddo, Federica Taddei, Patrizia Pallotta, Gian Piero Stefanoni

  1. Questa piccola Antologia di autori è un esempio di come fare poesia a tema, o a personaggio, riesca molto meglio che non fare poesia dell’io. Nel personaggio puoi oggettivare l’oggetto, oggettivare il tema. È come prendere le misure dell’abito prima che l’abito venga cucito; l’importante è che prima della cucitura siano prese tutte le misure necessarie, e la misurazione è importante in poesia (tanto quanto nella prosa), perché consente di operare sulla precisione di tutti i dettagli per poi assemblarli in un abito linguistico.

  2. Il trucco a mio avvso è quello di riuscire a fare una poesia dell’Io che sia condivisibile come il pane e giunga così al lettore e ne tragga la sua misura. Non è facile, ma secondo me è sempre la migliore. Ci sono due brani in questa mini antologia che svettano, il primo è di Giuseppina Di Leo, che si conferma, almeno a parere di chi legge un’ottima autrice. Gli autori veri sanno utilizzare alla perfezione il dono della sintesi, con poco dare tanto. Questo brano è di una bellezza inaudita:

    Infine, una morte dolce mi attende:
    la morte che segue il pensiero, finale
    da fanali accecanti sgorganti lucci
    saltelli nudi intrecci lucidi lacci. Tu,
    che hai fatto dell’amore una religione,
    nel gorgo, dimmi di amare,
    come amo questo sasso.

    e poteva benissimo stare accanto a quelli dei “giovani arrabbiati” quando ieri hanno parlato di morte.

    L’altra è l’inedito di Lucia Gaddo dedicato a Giuditta, figura biblica di donna che decapitò il re nemico Oloferne. La storia è nota. Quello che mi ha sorpreso in questa poesia, quasi un poemetto azzardo a dire, è l’estrema gradevolezza della lettura. Io sono un lettore strano e molto provinciale, oso aggiungere, se una lettura mi annoia lo capisco fin dalle prime righe, salto qua è là, infine tralascio, rischio forse di perdere il meglio, ma spesso è la noia il mio metro di giudizio. Il brano di Lucia Gaddo invece, mi ha tenuto lì, sa prendere sa essere gradevole, sebbene composto con soluzioni che a molti potrebbero apparire forse un po’ vintage.

    Una puntata questa, anche col contrubuto di tutti gli altri autori davvero di spessore. Questo mi conferma nell’idea che questo blog sia una delle migliori fucine di poesia attualmente in web, vivace, coinvolgente, piena. In questo voglio sottolineare l’impegno di Giorgio Linguaglossa che nel mese della dispersione e del disimpegno per autonomasia, ha voluto e saputo aggiornare al meglio il blog e coinvolgere altrttanto al meglio i lettori. Grazie

  3. Non vorrei far torto a nessuno e mi si perdonerà se dirò due parole sulla poesia di Anna Ventura, trascurando inevitabilmente le altre poesie (tra l’altro anche la poesia di Federica Taddei mi sembra molto riuscita). La poesia “L’amazzone” è una allegoria del femminile, una reinvestigazione di ciò che poteva essere e non è stato, una anamnesi, quasi, del femminile di un’altra età felice?, non saprei dire. Ogni età guarda alla precedente come ad una età felice. Anna Ventura si muove senza nostalgia ma con obiettivo distacco dalle cose narrate. L’epoca della società delle amazzoni è sullo sfondo della storia, ci parla come ci può parlare un mito, in modo sibillino e contraddittorio e la dizione della Ventura nomina le cose e gli eventi con una straordinaria levità, ci dice che le amazzoni erano “bellissime” e che

    avrebbero potuto allietare
    più di un uomo. Ma qui sta il punto:
    ‘allietare’: una parola che allude sempre al peggio.

    Ecco, in quel verbo lasciato cadere così di sfuggita, “allietare”, c’è tutta la storia del femminile e del maschile delle civiltà successive. Quella parola che allude sempre al peggio è la parola chiave dell’intera composizione che comunque viene lasciata aperta, non c’è alcuna chiusura da parte dell’io narrante, la storia è lì che ci parla fin troppo distintamente di ciò che è successo e che forse avrebbe potuto non accadere se…

  4. Salvatore Martino

    Certo definire i versi di Giuseppina Di Leo : la morte che segue il pensiero ,finale/ da fanali accecanti sgorganti lucci/ saltelli nudi intrecci lucidi lacci, di inaudita bellezza mi sembra un tantino esagerato, soprattutto per accecanti sgorganti ( uno stridore di gesso sulla lavagna), per non parlare dei lucci intrecci lucidi lacci….ma io forse sono troppo vecchio per accettare questi giochi vagamente cacofonici. In ogni caso bisognerebbe usare un po’ di moderazione quando si manipolano superlativi assoluti e non.

    • Confermo, di inaudita bellezza. Limite suo se non gliene trova.

      • ambra simeone

        confermo le poesie della Di Leo sono quelle che più mi hanno colpito, per mio gusto particolare ho apprezzato maggiormente i lunghi versi di questa poesia, bella perché a differenza dei versi di Salvatore Martino è prossima al dialogo e il suo fine non è solo estetico:

        Corriamo il rischio di ripeterci, forse perché non estranei.
        Ma non mi soddisfa, come non trovo soddisfacente
        l’assunto di Levinas, «solo l’assolutamente estraneo può istruirci».
        Riprendo per mano la mia solitudine, la porterò a fare un giro
        nella sera spalancata al balcone, mi sono fatta aiutare
        dal vento a sciorinare i panni. Sapessi che musica: Africa, Africà!
        musica doc in dentro, salti di musica con il corpo e la mente
        non mente più libera mente in libero stato, stato del cuore
        da baciare con la punta della rinnovata serialità. Sono libera!
        Era ora! 10 giugno 010. Ogni amore dovrebbe finire,
        lezione da film, Almodovar insegna, non bacchetta sulla lingua
        il no donchisciottesco rinsavito in ultimo. Fai bene Cervantes
        a chiuderla così la tua storia: non piange la maschera, anzi gioisce
        prima di morire: Don Chisciotte spartisce i suoi averi terreni.
        Sancio ne è commosso, ma non tanto quanto allora, quando
        temette di perdere il suo «grigio». Meglio la morte al plagio
        miscela di sogni in polvere da sparo da seguire sulla linea
        del cielo lungo una cometa, la più lunga che ci sia.
        «Buonanotte sonatori!». Spezza la catena, frangiflutto!
        Ora mi aspetta il viaggio: io sono pronta.

  5. Condivido il giudizio di Salvatore Martino. GBG

  6. Giuseppina Di Leo

    Caro Salvatore Martino, ti ringrazio per la critica, anche perché mi porta a precisare qualcosa in merito all’uso di vocaboli così stridenti tra loro, come giustamente fai notare.
    Non amo i cacofonismi, ma, in questo caso, ho fatto ricorso a parole esagerate per dire la mancanza di senso che la poesia esprime.
    Che poi questo messaggio arrivi (come per Almerighi: troppo gentile) o meno, questo è un altro discorso.

    .

    • ” … finale
      da fanali accecanti sgorganti lucci
      saltelli nudi intrecci lucidi lacci”

      Gentile poetessa Giuseppina Di Leo,
      mi sono permessa di estrapolare dalla sua poesia alcuni versi di forte impatto che mi ricordano certi esercizi di dettatura dei miei tempi lontani, forse in prima o seconda elementare, volti ad appurare la nostra capacità di percepire le differenze tra parole vicine nel suono e di scriverle perfettamente.
      finale – fanali;
      lucci – lucidi – lacci;
      accecanti – sgorganti (terminazioni uguali).

      A meno che non vogliano essere “allitterazioni”, “paronomasie”, “omoteleuto” e simili.
      .
      Il messaggio di “mancanza di senso” mi è arrivato, ma di “non-senso” della poesia “(giugno 2010), non di altro.
      Con stima
      Giorgina Busca Gernetti

  7. Giuseppina Di Leo

    Siamo in poesia, gentile Giorgina Busca Gernetti, le figure menzionate ci stanno senz’altro. Per il resto non la costringo di certo a leggere cose che non le garbano.

  8. Al di là di singole valutazioni su sintagmi di derivazione culturale novecentesca tutti giocati sul significante (e qui si dovrebbe aprire un discorso sul pessimo ascendente che Andrea Zanzotto ha avuto sulla poesia italiana), mi sembra che la novità del lavoro di Giuseppina Di Leo sia nell’impiego di una prosa-poesia duttile e ben manovrata che salta da un tema e da una immagine o una citazione all’altra così da dare al componimento quella varietà di movimenti e contro movimenti interni che fa di una poesia il suo differenziale di qualità. E in questo mi sembra che le poesie della Di Leo si muovono nella direzione che poi è quella della migliore poesia italiana ed europea,
    Da questo punto di vista, mi sembra che la poesia della Di Leo sia una delle migliori espressioni della recente poesia italiana.

  9. Che bello avere un avvocato difensore che accorre immediatamente a tenere la sua arringa per chi, peraltro, sa difendersi benissimo da solo!
    Peccato che la stessa persona non sia accorsa a difendere me quando venivo offesa indegnamente nella mia persona, nelle scuole frequentate, nell’Università Cattolica, nei blog e in altre cose personali. Lo scempio è durato più di un mese, eppure l’avvocato difensore è stato zitto, muovendosi a scuse pubbliche solo quando la cosa era ormai degenerata.
    Io sono solo di passaggio.
    Cambierò strada.

    Giorgina Busca Gernetti

  10. antonio sagredo

    Gentile Giorgina B. G., non sia così critica: ognuno di noi ha da farsi perdonare tante cose: Se io dovessi rispondere ad ogni mio nemico – sedicente poeta – dovrei infilare ad ognuno di loro uno spiedo arroventato nella gola! Mi trattengo dal farlo, poi che anche con quello spiedo in gola avrebbero la forza di dire fandonie: Poi tra Poeti e Poeti vi son sempre stati malumori, conflitti, cattive parole scambiate, ecc. non vi posso riferire quel che si scambiarono Pasternàk e Majakovskij il 29 dicembre del 1929 – poeti che si amarono intensivamente e che regolarmente entravano in conflitto e che durante le ripetute riappacificazioni piangevano, promettendosi di non più accapigliarsi, invece continuarono… Majakovskij si “uccise” 4 mesi dopo; poco dopo pasternàk gli dedicò stupendi versi in “In morte di un poeta” pubblicato sul blog qualche giorno fa.
    Sagredo ha già tanti nemici-poeti – non potete immaginare quanti! – ma la mia Poesia non si difende: li sovrasta!!!
    Grazie, e continui a scrivere…

  11. Gentile Antonio Sagredo, anzi, Sparapizza, anzi, Carracci, anzi, Caracciolo e tanti altri alias, autoproclamantesi candidato al Nobel, non prenderò MAI come esempio lei. Non mi scriva: “Se io dovessi… ”
    Ciascuno è se stesso e solo se stesso (il problema dell’accento è ancora discusso: sé stesso).
    Io non amo i bontemponi che per di più lanciano il sasso e poi dicono che non sono stati loro.
    Se la sua poesia “sovrasta” i suoi nemici poeti, buon per lei. Badi, però, di non sommergerli con la sua sovrastante poesia, “commentando” le poesie altrui appena pubblicate con una profluvie di versi suoi.
    Non è rispettoso per gli altri poeti.
    Ma anche sul rispetto ciascuno ha la sua opinione.
    Giorgina Busca Gernetti

  12. antonio sagredo

    L’autoironia, il prendersi gioco di se stessi è salutare, prendere in giro benevolmente il prossimo, credo sia salvifico… e poi c’è il riso, il sorriso, la gioia, l’allegria, il clown e il suo pubblico, ecc. tutto fa parte del carosello umano…

  13. antonio sagredo

    La serietà anche, eccome! Infatti è serietà l’autoironia e il resto che ho elencato.

  14. Mi spiace contraddirla, ma l’autoironia è una cosa, la serietà un’altra.
    Non può far combaciare due atteggiamenti diversi solo perché le fa comodo per aver sempre ragione.
    Mi permetto di darle un suggerimento.
    Ci sono negli ospedali tanti bambini malati terminali cui un sorriso o una risata farebbe molto bene. Lei, che ha una vena comica da buffone così vivace, perché non si dedica a questa meritevole attività?
    GBG

  15. Salvatore Martino

    Leggo solo oggi la “difesa d’ufficio” approntata da Linguaglossa su Di Leo. Esprimo un debolissimo parere : poteva risparmiarsela, tanto che sembra uno scivolare sugli specchi: una prosa-poesia duttile e ben manovrata. Mah!

    • Giuseppina Di Leo

      “difesa d’ufficio”… “prosa-poesia duttile e ben manovrata” = ma che roba è? E soprattutto, come si permette?

      • “una prosa-poesia duttile e ben manovrata “. Lei chiede: “Ma che roba è? ”
        Non la riconosce? E’ la “difesa d’ufficio” del suo avvocato che oggi ha detto d’essere solo un postino!
        Chiede: “Come si permette?”. In questo blog si permettono tutto, quindi anche lei si prenda la sua parte di critiche, tratte dalla difesa, come ho già scritto, del suo avvocato. O lei forse è intoccabile?
        GBG

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