CINQUE POESIE E CINQUE POETI SUL TEMA DELLA MORTE – GLI ARRABBIATI Valerio Gaio Pedini, Matteo De Bonis, BSA, Ambra Simeone, Mariano Menna a cura di Ambra Simeone e Commento di Giorgio Linguaglossa

Escher Maurits Cornelis Drago

Escher Maurits Cornelis Drago

 Il tema della morte è un classico della riflessione poetica e filosofica. Ne Il mito di Sisifo Camus dice che una filosofia che non sa liberarci dalla paura della morte è una filosofia inutile. Heidegger ontologizza la morte e ne fa una destinazione dell’esserci, la sua forma costitutiva. Adorno, Ortega y Gasset e molti altri filosofi hanno violentemente protestato contro questa invasione dell’ontologia ed hanno parlato dell’essere per la vita quale forma costitutiva dell’ente umano, quell’ente che progetta, getta i ponti dei propri progetti sopra l’abisso della morte e là costruisce la città della vita.

Che il gruppo dei giovani Arrabbiati scriva poesie sul tema della morte era quasi inevitabile, da sempre i giovani hanno un rapporto privilegiato con la morte, la considerano con condiscendenza, anche con sarcasmo, con ironia, spazzano il campo dall’analogia morte-immortalità, dichiarano la loro aperta diffidenza verso ogni teoria che addomestichi la morte in ideologia per essere utilizzata contro i vivi e la vita.

(Giorgio Linguaglossa)

 

valerio gaio pedini

valerio gaio pedini

Valerio Gaio Pedini

Gloria teo morte: monologo mortuario

 Asfissia: una parola complessa, penso: ché poi mica tanto complessa è
La NATURA del mio precipizio UMANO:
ora, non è per fare il filosofo: la filosofia è un’accozzaglia di ipocriti: di uomini soli:
di uomini e basta: LA CRITICA DELLA RAGION PURA: ma quale RAGION PURA.
“Gloria Teo Morte!”
Riecheggia nell’Alba, che è solo un Tramonto, nel tramonto, che è solo un’alba!
Sfiorire è nascere, nascere è sfiorire:
perire lentamente.
No, no, no, no, no, no, no, no, no, no, merda, merda, merda, merda, merda
Non credete alla sanità delle parole! Alla ragione!
La terra è rimpianto, pianto isterico: nostalgia: i fiori appassiscono nascituri
Com’io mi sgretolo nella mia tirannia psicologica:
fatto, disfatto
Mai cercai Morte
Gloria Teo Morte
È la morte che vive dentro di me, di noi, di tutto: là dove c’è vita c’è morte: è solo il principio di un equilibrio cosmico:
“Non incontrerai mai la morte” profetizza Epicuro, filosofo del giardinaggio.
Nooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo! La morte vi è poiché esisto, poiché nacqui, poiché fui generato: senza la vita, non vi è morte, senza la morte non vi è vita
È tutto uno sfiorire lento
Calpestato dai nostri piedi:
l’uomo? È un suicidio: un suicidio permanente che deve essere terminato, perché io sono uomo che supera l’uomo e che non vuole esserlo
come nessuno mai, consapevole delle proprie debolezze, del proprio dolore, della propria disarmonia!
Assuefatti a scomparire siamo cadaveri mangiati dai vermi, ma almeno nutriamo i vermi:
dalla cenere può nascere ancora qualcosa, oh uomo:
ascolta Eraclito, era più profeta di Cristo: Tutto Scorre, Tutto Muta: un sasso sarà pur un’altra vita, perché darà vigore alla Terra: finalmente.
Dove sarà quell’unico corpo di VITA, lì troverò SPERANZA nella FINE DEL TEMPO: la fine del VACUO.

 

matteo de bonis

matteo de bonis

Matteo De Bonis

Morte di un lirico ideale
a Salvatore Toma

Attraverso
le diroccate rovine di un
ponte carnale a voi
fluiscono ora,
purché siano rigonfie,
coorti di rose immaginose che
auliscono.

Mentre
la penna danzante avanza
su fogli puntellati col sangue,
piombavano
e vincevano nerborute
fisicità.
Un lirico ideale è stramazzato in terra,
colpito da ventitre coltellate. Ahimè!
Attraverso le voci singolarmente
affettate per voi
s’impennano ora, che sommuovano
almeno,
coorti di rose immaginose che
occhieggiano.

 

Bsa

Bsa

BSA
Morte

Insopportabile sarà
la Vita per colui che
la Morte non ha accolto nel suo cuore.
Nascere, morire, nascere,
morire, nascere. Questa la Natura
dei Vivi. Nascer non puoi senza
Morte, Vita mai sarai così bella
togliendo la precarietà. Zeus stesso
questa c’invidiava.

io io io io io io io io io io
sono Immortale finché non penso.
Ma gl’Immortali sono i soli già morti.
Rinunci a pensare alla Morte,
Rinunci a migliorare ed accettare ciò
che non ti piace. Morto in vita per
la Morte evitare. Ipertrofico l’IO
rende stupido, impreparato e banale.

Finalmente morrò, il mio zainetto
di carne lasciato a biodegradare, finalmente
dopo tanti pasti uno abbondante
lascerò al microscopico
mondo batterico, sempre attivo, sempre cangiante.

Dei rimanenti 21 grammi non so, non m’interessa.
Troppo difficile cercare una risposta, che
se esiste mi sarà data al giusto momento.
Ripeto senza sosta:

Morte ti amo, perché parimenti
amo la Vita.

 

Ambra Simeone

Ambra Simeone

Ambra Simeone
alcune indicazioni utili da ricordare in caso di morte

in caso di morte violenta per guerre o genocidi sulla striscia di Gaza
ricordarsi di postare su facebook tutte le foto più orribili, così che qualcuno le veda
e rimanga sconvolto un minuto e poi scriva sì mi piace oppure lasci un commento,
in caso di funerale di parente, di amico o conoscente che dir si voglia,
ricordarsi di applaudire e di mettere sulla bara la bandiera della squadra del cuore,
che poi si potrebbero portare anche una o due trombe da stadio, che fanno colore,
in caso di suicidio di poeta sconosciuto ricordarsi di scrivere più articoli sui blog
che parlino di lui, del suo sfortunato destino e di come non se lo cagava nessuno,
perché adesso, adesso ci sta davvero a cuore e quel che scriveva ora ci piace,
in caso di morte dell’autore più noto, ricordarsi quanto meno di ristampare
tutto ciò che lo riguarda, biografie, prime uscite, vecchie lettere e cartoline
poi ricordare a tutti che è stato importante e vendere tutto quel che è possibile,
in caso di morte di muratore o minatore, dirlo in tv una volta sola e poi basta
in caso di morte di dittatore o d’imprenditore ricordarsi di dirlo più volte,
scrivere libri sulla loro vita e ingaggiare opinionisti che ce ne parlino tanto,
in caso di morte di bimbo, investito da ubriaco, ricordarsi di avviare il processo
in caso di morte accidentale di un cane sotto l’auto di uno che non lo aveva visto,
non dimenticare di chiamare un po’ di gente, che ci aiutino a farlo un poco a pezzi,
in caso di morte per droga di un cantante o di un attore, non vogliamo mica non
glorificarlo, si ci facciano su un paio di film, una serie di quadri e tre reportage,
insomma casomai vi doveste scordare, alcune indicazioni utili in caso di morte.

 

Mariano Menna

Mariano Menna

Mariano Menna

La ballata del suicida

Troppe, lunghe ore, io passo ad aspettare
la fine di una vita che non ha più altre trame.
Chiuso nel mio buio, nella mia paura,
appeso ad una corda rendo a Dio la sua fattura.

Questo suo regalo che voi chiamate vita,
non è che una bestemmia ormai finita.
Penso ai miei tre figli che sto per lasciare,
perché nel mio corpo l’aria no, non ci può stare!

Diventerò un suicida quando il gallo canterà,
non ho saputo reggere allo stress della città
in cui venuto al mondo, già stanco per natura,
mi sono condannato a tanti debiti d’usura.

Tanti i fallimenti che ho dovuto sopportare,
troppe le ferite che ho tentato di guarire,
ora lascio il mondo e voi lasciatemi morire,
solo, in questa stanza, l’esistenza terminare.

Rido mentre piango, è scoccata la mia ora,
un ultimo consiglio lascio udir dalla mia gola:
“Non ripudiate il mondo perché, pur pentito, adesso
capisco questo errore, ma dovrò morire lo stesso…”

 

BSA, Oudeis, Anam sono tre nomi usati dal “poeta”. Classe 1989, mai laureato, ha pubblicato i suoi scritti nella raccolta Viaggi diVersi (Poeti e Poesia), e varie volte con deComporre edizioni, in diverse antologie a cura di Ivan Pozzoni.

Valerio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se potete, Rigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicala, Essence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme Liquide, Scenari ignoti e Glocalizzati.

Mariano Menna è nato a Benevento nel 1994. Ha conseguito la maturità scientifica presso l’istituto Polispecialistico Gandhi di Casoria. É iscritto al primo anno del corso di laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli. Nel 2012 è risultato vincitore del Concorso Nazionale “Scrittura attiva” di Tricarico, nella sezione giovani, con la poesia La ballata del vagabondo; nel  2013 sono uscite due raccolte di poesie La grande legge e La pagina bruciata, entrambe edite da Marco Del Bucchia. É stato inserito nelle antologie: Poesia per Dio (La Ziza) e Fondamenta instabili (deComporre Edizioni). Alcune sue poesie sono apparse su blog e riviste online come “L’ombra delle parole” di Giorgio Linguaglossa,  “Alla volta di Leucade” di Nazario Pardini,  “La distensione del verso” di Sandra Evangelisti,  “Le Reti di Dedalus” di Marco Palladini e “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo. É membro cofondatore della corrente  artistico-letteraria del Labirintismo.

Ambra Simeone è nata a Gaeta il 28-12-1982 e attualmente vive a Monza. Laureata in Lettere Moderne, ha conseguito la specializzazione in Filologia Moderna con il linguista Giuseppe Antonelli e una tesi sul poeta Stefano Dal Bianco. Collabora con l’Associazione Culturale “deComporre”. La sua prima raccolta di poesie “Lingue Cattive” esce a gennaio del 2010 per i tipi della Giulio Perrone Editore di Roma. Del 2013 è la raccolta di racconti “Come John Fante… prima di addormentarmi” per la deComporre Edizioni. La sua ultima raccolta di quasi-poesie esce quest’anno per deComporre Edizioni con il titolo “Ho qualcosa da dirti – quasi poesie”. È co-curatore de “Il Gustatore – quaderni Neon-Avanguardisti” che hanno ospitato Aldo Nove, Giampiero Neri, Peppe Lanzetta, Giorgio Linguaglossa, Paolo Nori e molti altri. Alcuni suoi testi sono apparsi su riviste letterarie nazionali e internazionali tra le quali l’albanese Kuq e Zi, la belga Il caffè e l’americana Italian Poetry Review e su antologie; le ultime due per Lietocolle a cura di Giampiero Neri e per EditLet a cura di Giorgio Linguaglossa.

Matteo De Bonis è nato a Cosenza il 27 Giugno 1991; è laureando in Filosofia e Storia presso l’Università della Calabria. Nel 2008 ha partecipato al premio letterario ‘Federica Monteleone’ nella sezione dedicata alla narrativa, figurando tra i vincitori. Nel 2011 ha partecipato e vinto la selezione regionale delle Olimpiadi di filosofia. Ha collaborato con numerose riviste on-line di cultura e filosofia. Attualmente s’occupa di tematiche quali i rapporti tra poesia e ontologia e la riabilitazione del sapere estetico. È uscito nell’antologia Fondamenta instabili (deComporre Edizioni).

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30 commenti

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30 risposte a “CINQUE POESIE E CINQUE POETI SUL TEMA DELLA MORTE – GLI ARRABBIATI Valerio Gaio Pedini, Matteo De Bonis, BSA, Ambra Simeone, Mariano Menna a cura di Ambra Simeone e Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. “Vorrei veramente essere morta”
    Saffo

  2. da “Lettere di giovani Ebrei internati nei lager”
    .
    Questa lettera è indirizzata a mio fratello:
    .
    Ciao fratellino, noi da domani non ci vedremo più, sono in un campo di concentramento e sarò fucilato o messo nella camera a gas.

    Ti ho voluto sempre molto bene e grazie per tutte le cose che hai fatto per me.

    Studia e stammi bene.

    Baci Davide

    (Davide B.)

  3. Molto bella la poesia di De Bonis, e particolarmente significativa l’a-poesia di Ambra Simeone. Quando la vita diventa sopravvivenza si teme di più la morte, i giovani ne scrivono con disinvoltura perchè è lontana, almenno per motvi anagrafici. Dice benissimo BSA, io io io io io io sono Immortale perché non ci penso.

    • ambra simeone

      caro Flavio,

      vero, ci sono tante le generazioni in mezzo tra la morte “reale” nei campi di concentramento (ci morì anche il fratello di mio nonno lì, mia nonna ancora ricorda a fatica quando da piccola i soldati tedeschi le facevano lavare le giubbe in cambio di un pezzo di pane nero; tutti abbiamo purtroppo esempi di questo genere in famiglia) e quella “virtuale” a cui siamo abituati oggi su facebook che ci fa riempire la bocca di tante belle parole, ma che ci lascia sostanzialmente indifferenti perché lontani dalla morte “reale” e lontani anche dalla vita “reale”!

  4. Il giovanissimo Davide B., autore della lettera che ho postata qui sopra, avrebbe potuto ritenersi immortale perché anagraficamente lontano dalla morte?
    Giorgina Busca Gernetti

    • Fintanto che la morte non gli ha tagliato la strada direi di sì, nè io nè te, cara Gernetti, potremo mai saperlo: i giovani protagonisti del Giardino dei Finzi Contini, prima di che la storia gli deragliasse addosso, secondo te pensavano a godersela, oppure erano tristi perché sapevano che un giorno sarebbero morti? D’altra parte, per tornare in tema, la poesia di Menna tratta l’argomento con ironia e arguzia sottolineate dall’uso grottesco delle rime, primi versi a parte. E Pedini estremizza, drammatizza ancor di più, legando la morte alla vita, indissolubili, ognuna bisognosa dell’altra. ma scevre da una qualsiasi ideologia che le ingabbi in concetti che a questi ragazzi non appartengono. A me francamente sembra che, almeno sulla delicatissima tematica che accomuna questi testi, gli autori, che siano giovani, vecchi, incazzati o no poco mi importa, abbiano centrato in pieno parecchie sfaccettature della vita e del suo disfacimento/trasformazione in altro.

  5. «L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia»
    Cesare Pavese, “Dialoghi con Leucò”, Torino 1947

  6. Valerio Gaio Pedini

    come ho scritto la morte c’è perché c’è la vita, non è una questione anagrafica, è una questione e basta. E Mi pare che lei ha parlato in altri posto di pertinenza al testo, lamentandosi vistosamente dell’impertinenza. Be’ , la devo contraddire, me ciò che sta dicendo non ci rigurada minimamente. Anche il mio bisnonno è stato nei campi di concentramento. Quando sei dianzi alla morte, pensi ad essa. Mi pare che Menna ci pensi tutti i giorni. Anch’io. Ma sono esperienze diverse svilupatte in modo diverso. Questa chiamasi pertinenza al suo commento, dato che nessuno le risponde in modo appropriato, le rispondo io. e pregherei la gente di vedere gli svariati significati di morte posti nelle poesie e di leggere attentamente la nota di Giorgio, grazie.

  7. La morte c’è, perché c’è la vita. Giusto. Ti lascio qui sotto una brave poesia di Ivano Ferrari tratta da Macello

    Sventrate intere famiglie
    oggi
    lunedì di intensa macellazione.
    Una vacca ha partorito un vitello
    negli occhi la paura di nascere
    il foro in mezzo il nostro contributo
    a tranquillizzarlo.

    • Flavio Almerighi ha scritto: “Molto bella la poesia di De Bonis, e particolarmente significativa l’a-poesia di Ambra Simeone. Quando la vita diventa sopravvivenza si teme di più la morte, i giovani ne scrivono con disinvoltura perchè è lontana, almenno per motvi anagrafici. Dice benissimo BSA, io io io io io io sono Immortale perché non ci penso”
      La mia domanda con citazione della lettera scritta dal giovane Davide voleva essere un commento al commento di Flavio, cui ricordo che mi chiamo Busca Gernetti, non solo Gernetti.
      “i giovani ne scrivono con disinvoltura perché è lontana, almeno anagraficamente” (F.A.)
      “Il giovanissimo Davide B., autore della lettera che ho postata qui sopra, avrebbe potuto ritenersi immortale perché anagraficamente lontano dalla morte?” (GBG)
      A me pare che la “pertinenza al testo, lamentandosi vistosamente dell’impertinenza” (Pedini) sia stata rispettata.
      La ringrazio, Pedini, per il tono cortese, ma non ho capito la ragione della sua frase: “Questa chiamasi pertinenza al suo commento”.
      Il mio commento ad Almerighi è più che pertinente, ripeto.
      *
      “la morte c’è perché c’è la vita” (Pedini)
      “Nihil ex nihilo, nihil in nihilum”, Tito Lucrezio Caro, “De Rerum Natura”, passim
      E’ una questione filosofica (democritea ed epicurea, oltre che lucreziana), non solo “una questione”.
      Grazie
      Giorgina Busca Gernetti

  8. A Flavio Almerighi.
    Pensare o non pensare alla morte è una questione di carattere.
    Leopardi e Pavese ci pensavano anche da bambini (Leopardi) o da ragazzi (Pavese), con tentativo di suicidio da loro stessi descritto.
    Un tempo ci salutavamo cordialmente, ora non lo so più. Comunque ciao
    Giorgina Busca Gernetti

    • ma certo, carissima Giorgina B. Gernetti, continueremo sempre a salutarci cordialmente, ci mancherebbe!!! Pensare o non pensare alla morte non credo pienamente sia una questione solo di carattere, ma di cicli personali oltre che storici. Ti ringrazio per avere commentato il commentatore, in questo caso il sottoscritto, ma forse è meglio restare sul pezzi, o meglio sui cinque pezzi di questo articolo. Un cordiale saluto

      • Caro Flavio,
        ho “commentato il commentatore” perché avvezza ai dibattiti dopo la presentazione di libri, che consistono non solo in opinioni relative all’opera presentata, ma anche in conferme o confutazioni di un’opinione altrui, condivisa “in toto” o solo in parte. Il tutto senza insulti.
        Un caro saluto
        Giorgina BUSCA

    • Valerio Gaio Pedini

      se vuole saperlo, ho tentato anch’io il suicidio, e penso alla morte tutti i giorni. Bisogna conoscermi prima di citare autori che ora come ora con questi testi c’entrano nulla.

      • A Valerio Gaio Pedini.
        quegli autori c’entrano, c’entrano, se non altro perché hanno scritto stupendamente della Morte. Non devo chiedere il permesso per citare scrittori ormai classici, tanto meno aver studiato la biografia e la psicologia di un giovane poeta di cui conosco solo il nome ed ho letto solo pochi versi.
        in questo blog.
        Buon lavoro e buona notte.
        Giorgina Busca Gernetti

        DE HOC SATIS !

  9. “nessuno le risponde in modo appropriato” (Pedini)
    Che grande verità!
    Grazie
    Giorgina Busca Gernetti

  10. Devo confessare che quando Ambra Simeone mi propose di fare un post con poesie dei giovani sul tema della morte, ebbi delle reticenze, per la difficoltà del tema, per la sicurezza con la quale i giovani Arrabbiati considerano la questione, per il modo perentorio di ragguagliare la Poesia alla Morte e via dicendo… Ma in seguito ad una riflessione mi sono invece convinto che sarebbe stato utile richiamare la Poesia alla Morte. Che la Morte ci appaia lontana o vicina, in fin dei conti è solo una questione di prospettiva. Vista dallo schermo essa ci sembra lontana, e noi ci sentiamo immortali. Vista da vicino è un’altra cosa. Ma la Morte è dunque il tema dei temi. Il tema con il quale tutti i grandi poeti si sono cimentati, ma non si ragiona a sufficienza sul fatto che la Poesia è inadatta ad ospitare il tema della Morte così, tutta d’un pezzo; la poesia può solo illuminare (od oscurare) alcuni scorci, alcune profondità, alcune superfici, non può abbracciare la Morte in modo frontale. Voglio dire che per parlare della morte la poesia deve, paradossalmente, considerare le cose della vita dal punto di vista della vita.
    Il verso di Brodskij «Urania è più vecchia di Clio» è una splendida immagine di quanto la morte sia immortale.

  11. Valerio Gaio Pedini

    sicuramente, Giorgio. Come fa a morire la morte. Può morire il tempo umano, ma non la morte

  12. L’errore di Camus è quello di considerare la filosofia come una ideologia salvifica. In realtà, la filosofia non può nulla contro la morte, così come la poesia. Poesia e filosofia non sono degli strumenti salvifici, lasciamo alle religioni il compito di offrire una panacea al problema della morte. Io sono un convinto assertore che si fa filosofia e si scrive poesia da vivi e per i vivi. Da morti non si è più nulla.
    A Valerio Pedini ricordo la frase di Brodskij: «la poesia una terribile scuola di incertezza e di insicurezza». Vivere è il presupposto di ogni cosa, non la morte. E le filosofie che speculano sulla morte per adescare clienti sono filosofie fallaci e menzognere.

    • Valerio Gaio Pedini

      giorgio, dovremmo mettere al vaglio quasi tutta la filosofia XD. son ben convinto che non si possa nulla contro la morte, ma nemmeno come esseri viventi: ma se si parla di morte figurata come ben sai che io faccio spesso? E’ il concetto di morte che ha dei strani presupposti e meccanismi generici, il resto è ovvio troppo ovvio, e di fatto la poesia come la filosofia deve essere insicurezza. La religione pone certezze, la filosofia e la poesia devono porre e inculcare dubbi. Mi ricordo quando Benigni disse che la grande opera la riconosci, quando leggendola, cadi nel dubbio. Be’, probabilmente non è del tutto sbagliata come visione.La filosofia di per sé è menzognera, forse interessa per quello.Perché chi potrà mai dissentire da una menzogna, puoi forse dire che non è un presupposto esatto, puoi dire che non è un presupposto esatto per te, è questo che mi diverte. Ma i filosofi del giardino restano tali:filosofi del giardino, per quanto possa stimare la loro scelta di vita.

  13. Le filosofie che indagano sulla Morte sono le più profonde e veritiere.
    Giorgina Busca Gernetti
    (solo di passaggio!)

  14. antonio sagredo

    per Gaio Valerio…
    ——

    La morte di un poeta

    Non ci credevano – che fossero fandonie,
    ma lo apprendevano da due,
    da tre, da tutti. Si allineavano nella riga
    del suo tempo fermatosi di botto
    le case di mogli, di impiegati e di mercanti,
    i cortili, gli alberi e su essi
    i corvi, nel fumo di un sole rovente
    gridavano eccitati contro le cornacchie
    perché le sciocche, d’ora in avanti
    non si impicciassero nel peccato.
    C’era sui volti un umido spostamento,
    come fra pieghe di una rete strappata.

    Era un giorno, un innocuo giorno, più innocuo
    di una decina di precedenti giorni tuoi.
    Si affollavano, allineandosi nell’anticamera,
    come se lo sparo li avesse allineati.
    Come se avesse, schiacciandoli, schizzati da una chiavica
    Lucci e scàrdove una deflagrazione
    Di petardi riposti fra i biodi.
    Come un sospiro di strati micidiali.

    Tu dormivi, spianato il letto sulla maldicenza,
    dormivi e, cessato ogni palpito, eri placido, –
    bello, ventiduenne,
    come aveva predetto il tuo tetrattico.

    Tu dormivi, stringendo al cuscino la guancia,
    dormivi – a piene gambe, a pieni malleoli,
    inserendoti ancora una volta di colpo
    nella schiera delle leggende giovani.
    Tu ti inseristi in esse più sensibilmente,
    perché le avevi raggiunte d’un balzo.
    Il tuo sparo fu simile ad un Etna
    in un pianoro di codardi e di codarde.

    1930 – Boris Pasternàk a ajakovskij
    —————————————————————–
    Sulla vetta dei turaccioli
    come omini ai vertici del punto
    il cammino
    bianco traccia
    la vanità solina
    e abbraccia un bruciante soliloquio:
    la vita la morte più non teme
    la gioia la tristezza più non vede
    una nenia assale la noia
    il raglio hanno rubato all’asino
    e il canto di un foglio volteggia… solo
    come un pazzo che ha smarrito la follia!

    E canto io
    come l’albero maledetto che non ha foglie
    né musica
    né vita
    né morte.

    1968
    ——————
    Divertimenti, inni, finzioni…

    Tu, Morte, morrai sul palco di una colpa,
    non io, che il mio Dèmone non sai…
    e più il libro mio unico sfoglio
    più si sottrae al pubblico il cordoglio.

    No, la morte mia, non è come tu vuoi,
    ma per mio dono la tua sarà eterna
    perché senza fiato ti mostri umile e serena,
    all’estremo porto finisce la tua pena.

    Poi che con la perduta e vana maschera
    trascorro nella vita un incerto viaggio,
    io recito da solo e m’involo fino a sera
    e mi traduco in gesti e in umile retaggio.

    Una giostra di tormenti il corpo mi sigilla,
    al suo calore rispondo con un misero decreto:
    i sensi, i baci, i denti di un’amara sibilla
    io li voglio… mi gioco per vendetta – il mio segreto!

    antonio sagredo

    Roma, 10 gennaio 2000

  15. Salvatore Martino

    Ma vogliamo scrivere poesie sopra un tema assoluto, magari con qualche immagine ,che possa suscitare emozione ,con qualche verso memorabile, invece di una cattiva prosa senza ritmo ( per la verità ci sono due testi che non sono prosa, uno peraltro persino con un rimario), dove trasudano talvolta affermazioni filosoficamente travolgenti : la morte c’è perché c’è la vita! Disarmante. Per fortuna alla fine mi sono riconciliato con la vita o con la morte? leggendo il bellissimo testo di Boris Pasternàk gentilmente offerto da quel poeta che è Antonio Sagredo.
    Suggerisco a tutti noi che sognamo di navigare in poesia questi versi del grande J.L.Borges. Appartengono ad un testo “L’Alquimista” cresciuto in un volume dal titolo “El otro el mismo”, del 1962 se non ricordo male. Un bagno di umiltà che ha uno stretto legame con la Morte. Forse una meditazione trascendentale su queste parole può essere di grande giovamento.
    Y mientras cree tocar enardecido/ El oro, aquel que matarà la Muerte,/
    Dios, que sabe de alquimia, lo convierte/ En polvo, en nadie, en nada, en el olvido. In questi quattro versi c’è tutto quello che fa la Poesia : il ritmo, la musica , le immagini, il pensiero. E questo genera l’emozione dell’anima, della mente,conscio e inconscio quindi, spingendoci ad una visione profonda del mondo e delle cose, e delle persone , e di una probabile o improbabile trascendenza.

    • ambra simeone

      … e io direi, ma vogliamo scrivere qualcosa che rifletta davvero la realtà delle cose oggi, adesso, nel 2014 e non immagini che per quanto belle e raffinate ricordano una realtà fatiscente che non esiste più e che forse non è mai esistita? questa anche è morte! vogliamo cercare di farci un bagno di umiltà e di evitare di scrivere come Dante o come Montale solo perché in quella forma ci prendono in considerazione e invece in un’altra forma (quella che ci è più capace) proprio ci dicono che non siamo all’altezza? vogliamo cercare di essere sinceri e onesti con il lettore invece di rincitrullirlo con parole desuete oppure tanto colte, così tanto colte da fargli credere che noi siamo davvero bravi, ma così bravi che lui non è proprio niente in confronto alla nostra abilità poetica?

      • Valerio Gaio Pedini

        ed alla fine conchiudo dicendo che se fossimo davvero bravi non scopiazzeremmo. Ma pare che l’italianità sia abituata alle copie- e per di più ridicole. Petrarchisti, manieristi e via dicendo. Senza riconoscere che la maniera con il senso petico c’entra come un ago in pagliaio. Esistono linee, non maniere.

        • Ambra Simeone

          caro Valerio qui non si sta parlando di copiare o meno o di essere bravi o meno! Io mi riferivo al fatto di seguire o meno certe tendenze stilistiche o mode poetiche, che sono anche interessanti e che assicurano un successo tra gli adetti ai lavori; quel che mi chiedo è veramente questo che vogliamo?compiacerci di una cosa scritta per piacere a qualcuno che ci possa spalancare le porte del successo? Seguire il proprio istinto, la propria maniera è cosi terribile da voler addirittura soffocare anche coloro che ci provano? Temo che sia anche questo un segno troppo evidente di questa società!

  16. trascrivo di Osip Mandel’stam nella versione di Serena Vitale:

    Moriremo nella diafana Petropoli
    dove su noi regna Proserpina.
    In ogni respiro beviamo aria mortale
    e a noi ogni ora è tempo di morire.
    Dea del mare, minacciosa Atena,
    deponi il possente elmo di pietra.
    Moriremo nella diafana Petropoli
    dove non tu governi, ma Proserpina.

    (1916)

  17. Salvatore Martino

    Ecco vede caro Almerighi questi sono davvero versi di inaudita bellezza, come del resto quelli di Borges da me trascritti. A proposito enardecido mi sembra la sola parola di non facile comprensione per chi non ha dimestichezza con l’idioma spagnolo.Ebbene i significati corrono da esaltato a infiammato a entusiasmato. Certo solo un Grande può scrivere dell’oro che ucciderà, si badi bene non sconfiggerà, la Morte.A Pedini vorrei dire che non basta pensare quotidianamente alla morte per partorire poesie che in qualche modo possano turbare il lettore, coinvolgerlo in una osmosi dialettica col poeta,innescare un circuito di emozioni, e nel caso in questione, emozioni profonde, trattandosi dell’accostarsi ad uno dei temi ultimi dell’esistenza e del viaggio artistico.La grande letteratura, la grande filosofia da millenni affondano le mani e la parola e il sorriso nel gioco tragico e decisivo dell’Incontro a cui nessuno può sfuggire. In ogni caso la saralità della morte va rispettata soprattutto in poesia

  18. Valerio Gaio Pedini

    Sì, versi di inaudita bellezza, ma critica significa pertinenza non citazioni fumose e del tutto senza contesto. quindi sono d’accordo con Giorgio, che d’altronde ha messo la poesia per risponderle, ma lei probabilmente non se ne è accorto.

  19. antonio sagredo

    migliori le traduzioni del Ripellino che, ovviamente, precedonop quella della Vitale!
    —–

    Ho freddo. La diafana primavera
    di verde lanugine veste Petropoli,
    ma, come medusa, l’onda della Nevà
    mi incute una leggera ripugnanza.
    Per la riva del fiume settentrionale
    corrono le lucciole delle automobili,
    volano libellule e scarabei d’acciaio,
    luccicano gli spilloni d’oro delle stelle,
    ma nessuna stella annienterà
    il pesante smeraldo dell’onda marina.

    1916
    ——-

    Noi moriremo nella diafana Petropoli
    dove regna sopra di noi Proserpina.
    Noi in ogni respiro beviamo aria mortale,
    ed ogni ora è per noi tempo di morte.
    Dea del mare, minacciosa Atena,
    togli il possente elmo di pietra.
    Nella diafana metropoli noi moriremo,
    dove non sei tu a regnare, ma Proserpina.

    1916
    ————————————————
    Chlébnikov, nella poesia Il rifiuto:

    Mi è di gran lunga più piacevole guardare le stelle,
    che sottoscrivere una sentenza di morte.
    Mi è di gran lunga più piacevole ascoltare le voci dei fiori,
    che mormorano quando io passo nel giardino,
    che vedere i fucili che uccidono
    quelli che vogliono uccidere me.
    Ecco perché io mai,
    mai non sarò un uomo di governo.

    1918
    ———————————
    (due miei commnenti a poesie di Mandel’stam aventi come oggetti la mitologia greca e la Morte – dal Corso del 1974-75 di A. M. R. sul poeta):
    ——————————-
    1)
    Ancora una volta figure della mitologia greca vengono in aiuto del poeta (circostanza riscontrabile in Majakovskij quando si tratta di figure gigantesche, come Prometeo p. e. ; di rado in Esenin; in Pasternàk, non esageratamente e con motivazioni completamente diverse da quelle di Mandel’štam o della Cvetaeva). Troviamo figure mitologiche invece in Achmatova moderatamente, mentre la Cvetaeva attinge di continuo identificandosi in esse specie se sono figure altamente tragiche, come Medea, Cassandra e Antigone; ma anche Psiche e Persefone. . Qui, in Mandel’štam, sono Atena, e ancora Psiche e Persefone. Quest’ultima figura ha a che fare coi Misteri Eleusini. Alle ultime due figure femminili sono collegate: Kore, Demetra (dea della terra e dell’agricoltura, era figlia di Cronos e di Rea) e Ade, dio dell’oltretomba. Ci sono i temi, qui, che guidano Mandel’štam, come il Tempo-Cronos, la Morte e la discesa agli inferi (fa capolino Dante!). Il tema del viaggio – fondamentale per comprendere lo stesso poeta – p.e. di Persefone nell’Averno dove è accolta come “nuova compagna” dalle ombre e anime che vagano tra atmosfere acquatiche e boschive, e che hanno in mano ninnoli e profumi come per attenuarle questo viaggio… e si sente smarrita tanto che indugia a “consegnare una focaccia di rame”: il suo viatico come una sorta di lasciapassare per essere traghettata… questo viaggio mitologico che prelude e anticipa il viaggio del poeta verso gli inferi dei gulag… dunque verso la morte certa, fisica, del poeta, ma non del suo canto! E come non assimilare la “selva oscura” alla taiga siberiana! E come si levano in alto sulle tenebre, verso la luce, il canto dei due poeti! Mandel’štam diviene un poeta extraterritoriale per merito di Dante e come Dante: per loro due gli esili sono ben poca cosa ! (vedi nota 126, p.42). Per le figure mitologiche vedi, alle voci relative, Robert Graves, I miti greci, op.cit.; e il Ramo d’oro di James Frazer. Ma sono due gli autori, i simbolisti, I. Annenskij e V. Ivanov, che conoscono davvero da specialisti, i miti della tragedia classica greca e che cercheranno di diffonderli tramite le loro opere.
    ——————————
    2)
    Ritornano le api (tema corrente, come nella poesia a p. 134), dove il tema e il contesto era più serio e profondo; e ritorna pure il nome di Persefone (già a p. 139), ma in questi versi un po’ ridicolizzata, quasi il poeta volesse disfarsi di questo mitologico mondo greco. Quindi: le api, Persefone, la paura, il Tempo, il miele, (o la variante: il miele del morto sole) e altri motivi si snodano a ripetizione e si alternano; p.e. versi similari: le ombre sono “un bosco senza foglie di voci diafane” (p. 139) , mentre qui le api “frusciano nelle diafane boscaglie della notte”. In questa poesia nella prima strofa le api sono vive ed operanti, addirittura queste api di Persefone (Robert Graves, I miti greci, op.cit. ) danno degli ordini… e tutto ciò in una atmosfera statica assoluta (quei tre “non” significano stagnazione). C’è inoltre un qualcosa di mortifero in giro: i baci sono pelosi e muoiono come api; queste hanno i loro regni che sono: i boschi selvatici notturni e diafani (e ritorna questo aggettivo simbolista, ricorrente: toponimo specie di Mandel’štam e di Blok!). Il tempo, breve e necessario per produrre il miele e l’aroma della menta; infine – ultima strofa – dopo il loro lavoro (cioè il “selvaggio dono”), le api muoiono, ma il miele è già un liquido (del morto) sole!. Come dice Šklovskij sono presi in giro la Morte, lo stesso simbolo del mito, le api e tutto il resto; e che solo l’ultima immagine sia seria, ma non troppo, perché immaginare che tutto il miele sia un vischioso sole, ingrandendone l’immagine stessa, dà un senso di soffocamento e di morte universale; ma sembra dire, il poeta, canzonando, che non è vero niente, prendi la cosa per gioia scherzosa, come un semplice e ingenuo divertimento… e non pensarci più di tanto, anzi ridici sopra, perché si va da un particolare piccolo, come uno squallido monile, a qualcosa di inimmaginabilmente grande come il sole-miele: cosa che non sta in cielo né in terra, ma che indica la predisposizione del poeta a mettere accanto, (o a strati accatastati), ma con segni contrapposti la cosa minima e la cosa massima, o a fonderli insieme come in questo caso, come in un giuoco da prestigiatore. Ma se ponessimo in risalto quanto c’è di “ridicolo” in questa poesia, come dunque non pensare – è quasi ovvio – a Nietzsche, al suo “Sacrificio del miele” sulla montagna (IV parte del Zarathustra), al miele che si effonde per le vene nel sangue (il sangue venoso è privo di ossigeno e poco nutriente) e mescolarsi per rendere più energica, più dolce e quieta l’anima. Il motivo del miele alligna in moltissimi versi di Mandel’štam con varianti pertinenti all’oggetto di una data poesia – il miele muta di colore e di senso e diviene esso stesso, p.e., vino – bianco o rosso o indorato – o si confonde col bronzo del sole al tramonto. Lo stesso Nietzsche ci scherza un po’ sopra quando afferma che il miele non è che “una esca… una astuzia… e… una utile follia” per adescare gli animali e “i più strani pesci umani”, e che è balsamo o bevanda per l’”uomo superiore”: il rinnovato, il rigenerato, ecc. Nella poesia di Mandel’štam, p.e., ritroviamo “un miele indorato che cola dalla bottiglia” con tutt’intorno il paesaggio e i personaggi della mitologia greca arcaica; ed è un inno alla risurrezione e a un rinascimento, nuovi (fu così creduta e pensata la Rivoluzione da molti poeti); ma ora questo nuovo desiderio del canto di Mandel’štam punta al futuro e, dopo l’amarissima e disperata delusione per le mancate realizzazioni delle aspirazioni rivoluzionarie, spera, dopo la tempesta, di ritornare, come Odisseo, “pieno di spazio e di tempo” nella gola del poeta… per poter cantare di nuovo, liberato!

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