POESIE SU UN PERSONAGGIO STORICO, MITICO O IMMAGINARIO di Maria Rosaria Madonna, Anna Ventura, Francesca Diano, Giorgio Linguaglossa

soldati a cavallo sul set

soldati romani a cavallo sul set

(Iniziamo la pubblicazione di un ciclo di poesie su un personaggio storico, mitico o immaginario, ciascun autore può inviarle alla e-mail di Giorgio Linguaglossa).

attori sul set

attori sul set

Maria Rosaria Madonna

Il tribuno della plebe Gabirio

C’è sempre un senatore, un impostore, un Gabirio
al quale puoi rivolgere doleances, istanze, protocolli, anfibologie…
Di notte, il tribuno Gabirio si lima le unghie smaltate
e si umetta le guance di cinabro,
con l’ausilio di una spugna del mar Morto
assiso di scosceso sulla lettiga dalle bianche tende
portata a spalle da quattro poderosi schiavi mori
scorrazza per l’Urbe alla ricerca di efebi virili.
Deambula, il tribuno, a fatica con il ventre prominente
e le pachidermiche natiche…
dicono gli iettatori a causa di una sciatalgia…
ma è una bugia buona per gli oziosi.

Di giorno, evita Gabirio di mostrarsi in pubblico
con il purpurisso strofinato sulle labbra
e imbrattato di cerusso il faccione torbido,
e la culotte di trine indossa sotto la candida tunica
raccolta con un nodo sulla spalla.
Ma noi suoi commensali e compagni di prebende
che sappiamo il suo sordido vizio
ai posteri volentieri ne consegniamo notizia
per sua imperitura nequizia.
Dicono gli iloti che il tribuno Gabirio ami il suo delirio
più delle ostriche d’Egitto e del pasticcio di anguille della Giudea.
Dicono le male lingue che nel bel mezzo del convito,
Gabirio con la bocca infarcita di fagiani
al miele e di conigli in umido,
trovi la sua migliore e più imponderabile ispirazione,
una sordida ispirazione per le sue miserabili vanterie,
dice Gabirio di essere il più grande dei poeti dell’Urbe
e che i suoi versi lo scorteranno verso l’eternità.

Al di là del peristilio della sua villa
postulanti in fila attendono il proprio turno:
tanti, troppi questuanti, troppi contenziosi
che il tribuno deve sbrogliare…
Una folla maleodorante di questuanti illirici,
faccendieri greci e banausici etruschi
che parla lingue incomprensibili
e si accalca e sgomita sulla pubblica via…
(nutro dei dubbi sulla solidità della loro spina dorsale)
una schiera variegata e interminabile…
che chiede udienza, presenta memorie
ed istanze, reclama mercedi…
che scalpita come il cavallo Incitatus e offre
i propri innominabili servigi.
Venere li conduce, Mercurio li divide, e Marte, opino, farà il resto.

(Inedito, da Tutte le poesie 1985-2002 di prossima pubblicazione per EdiLet di Roma)

mitridate va in guerra contro i romani

mitridate va in guerra contro i romani

Anna Ventura

Mitridate

Mitridate meticolosamente prendeva
la sua porzioncina di veleno,
ma sapeva che, comunque,
sarebbe morto avvelenato:
dalla paura; dalla diffidenza;
dall’assenza di ogni fiducia.
Un giorno particolarmente cupo
chiese a un servo se anche lui,
per caso,
avesse quella paura del veleno;
quello gli rispose che di paura non ne aveva.
“Sono troppo povero-disse-
perché qualcuno possa trarre profitto
dalla mia morte.”
Mitridate pensò, allora,
che erano la ricchezza e il potere,
il suo grande pericolo,
la causa prima della sua solitudine.
Per un attimo immaginò
di essere un povero,
uno di quei tanti straccioni
che si accalcavano nel retro
delle sue cucine, contendendosi i resti
dei suoi opulenti banchetti: l’idea
non gli piacque per niente:lui
era Mitridate,
e niente poteva sottrarlo a se stesso;
perciò ingoiò la sua razione quotidiana
e si avviò in pace
nei labirinti della sua lussuosa dimora.

(Inedito, 2014)

Dedalo e Icaro

Dedalo e Icaro

Francesca Diano

Dedalo

Dedalo, era nato ad Atene ed era pronipote di Eretteo, re della città. Si dedicò alla scultura e all’architettura. Abilissimo in ciò che faceva, si narra che le sue statue sembravano vive a tal punto da raccontare che esse aprivano gli occhi e si muovevano. A Dedalo sono attribuite le invenzioni dell’ascia, la sega, il trapano, il passo della vite, l’archipenzolo. E’ stato maestro di suo nipote Talo, figlio di una sua sorella, che uccise per gelosia quando Talo superò il maestro nella sua arte. L’Areopago, il tribunale, lo condannò all’esilio perpetuo; Dedalo si rifugiò a Creta dove fu accolto benevolmente dal re Minosse che gli commissionò il Labirinto per rinchiudere il Minotauro. A Dedalo, si rivolse Arianna, la figlia di Minosse, per sapere come aiutare Teseo a uccidere il Minotauro e uscire dal Labirinto, e come sappiamo il consiglio del filo riuscì a far trionfare Teseo nell’impresa. Quando Minosse venne a sapere che ad aiutare sua figlia e Teseo fu Dedalo, e non potendo prendersela con la figlia fuggita insieme all’eroe, pensò di punire Dedalo, rinchiudendolo insieme al figlio, Icaro, nel Labirinto, che egli stesso aveva progettato. L’unico modo per uscire dal Labirinto era evadere volando; ingegnoso come era, Dedalo costruì due paia di ali, uno per sè e l’altro per il figlio. Si raccomandò con Icaro di restargli sempre dietro durante il volo, di non strafare e soprattutto di stare attento a non avvicinarsi troppo ai raggi del sole perché, le ali, attaccate alle spalle con della cera, potevano staccarsi in quanto il calore avrebbe sciolto la cera. Invece, Icaro durante il volo, provando piacere si allontanò dal padre e raggiunse i raggi del sole che sciolsero la cera e lo fecero precipitare nel mare, dove morì. Dedalo triste e desolato, atterrò in Campania a Cuma, dove costruì un tempio al dio Apollo, consegnando le ali che aveva inventato per evadere dal Labirinto di Creta. (n.d.a.)

sesterzio romano

Dedalo

Ho sfidato la sorte, figlio
Per sete di una sciocca libertà
Il cui senso sfuggiva alla mia mente.
Quel senso l’ho compreso
Soltanto fra le onde che t’hanno accolto
Nel loro ventre avido.
Io – onorato fra le genti come geniale artefice –
Il costruttore del Labirinto
La cui fama ha raggiunto terre lontane
Io l’ingegno ho profuso per condurti alla morte.
T’ho dato ali d’uccello
Perché il tuo corpo alto si librasse
Come un giovane falco
Insieme al mio verso il futuro
Ma non capii che libertà non ha gradi
O altezze da rispettare.
È saetta veloce che si scaglia nel vuoto
A valicare il limite che d’azzurro si tinge.
Non può tenersi a mezzo tra mare e sole
A resecare l’etere con esatta misura.
Lievi le piume legate dalla cera
Saldai ad una ad una in linea degradante
Alla struttura solida che trasformava
La saldezza dei muscoli e dei tendini
In prodigio di volo.
Icaro – figlio d’un tessitore d’inganni
Mio Icaro – gridavo al cielo vuoto.
Solo l’eco della mia voce
Mi rimandava il vuoto dello spazio curvo.
Fui io a macchiarmi d’un delitto mostruoso
Quando il futuro sottrassi a Talo
Giovane sangue del sangue mio.
Creta m’accolse nell’esilio e qui ti generai.
A Creta appartenevi figlio del mare
Che il mare ha accolto.
Fui io a costruire una prigione
Mai vista tra le genti
Nei cui meandri tortuosi
S’aggirava Asterione inferocito.
Fui io a suggerire ad Arianna
L’accortezza del filo che guidò
I ciechi passi di Teseo.
Ed io fui a costruire il tempio immane
A Febo consacrato che la Sibilla accoglie.
A Febo – i cui dardi brucianti
Sciolsero la tua vita – consacrai le mie ali.
Mai più le ho usate. Mai più ho lasciato la terra.
La mia arte t’ha perso – figlio.
Ogni cosa possibile per misura d’ingegno
E d’artificio ti feci credere. La vanità del limite
L’azzardo del confine tra verità e illusione.

(Inedito, 19 luglio 2012)

senatori sul set

senatori sul set

Giorgio Linguaglossa

Due parabole del maestro Anarcisio Aclastico

Il filosofo Anarcisio Aclastico sedeva nudo sulla sommità di un tempio pagano quando interloquì con i cittadini di Afanarsis dichiarando che avrebbe risolto lui tutti i problemi filosofici mediante la pronuncia di due sole parole.
Postquam, dopo lunga meditazione, dichiarò il filosofo che avrebbe risolto tutti i problemi mediante l’ausilio di una sola parola.

Detto fatto. Si pose Anarcisio Aclastico al centro della piazza del mercato in posa sussiegosa con la sua bisaccia a tracollo masticando un gustoso sandwich.

Nel mezzo alla curiosità e all’ammirazione dei concittadini riuniti nell’agorà, il filosofo emise un lungo e sonoro borborigmo accompagnato da numerosi e rumorosi peti.

Narrano le fonti che quella fu l’ultima parola che il filosofo produsse prima di scomparire nel nulla della storia non scritta.

*

Stava dritto nel mare fino alla cintola
il filosofo, ed era nudo
e immergeva nel mare un secchio senza fondo…

«maestro – gli dissi facendomi coraggio –
non finirete mai di travasare il mare!»

ma quegli non mosse ciglio né accennò alcuna risposta.

Dieci anni più tardi, ripassai per quello stesso mare e mi avvidi che il maestro era sempre lì che immergeva il secchio senza fondo nel mare, se lo issava sulle spalle e versava il contenuto sulla spiaggia…

«maestro – gli dissi facendomi coraggio –
non finirete mai di travasare il mare!»

ma quegli non mosse ciglio né accennò alcuna risposta.

(Inediti da La filosofia del tè 2012)

Maria Rosaria Madonna (Palermo, 1942- Parigi, 2002) è stata autrice di un solo libro Stige (1992) con prefazione di Amelia Rosselli. È stata collaboratrice di “Poiesis” e firmataria del Manifesto per la nuova poesia metafisica (1995) Si è in attesa di una edizione di “Tutte le poesie (1985-2002)” di prossima pubblicazione presso Edi Let di Roma

Anna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica .Collabora a riviste specializzate ,a  quotidiani, a pubblicazioni on line.

Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002).  È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores”per la  Tabula Fati di Chieti.

Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo.

È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate  in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV.-Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. e El jardin,traduzione di  Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004.

Francesca Diano dai primi anni 80 è traduttrice letteraria di narrativa, saggistica e poesia. Tra i suoi autori, Thomas Crofton Croker, Kushwant Singh, Themina Durrani, Pico Iyer, Susan Vreeland, Sudhir Kakar e molti altri ed è la traduttrice italiana di Anita Nair. Ha tradotto testi di poetesse angloindiane e di poeti irlandesi. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese. Dai primi anni 80 è traduttrice letteraria di narrativa, saggistica e poesia. Tra i suoi autori, Thomas Crofton Croker, Kushwant Singh, Themina Durrani, Pico Iyer, Susan Vreeland, Sudhir Kakar e molti altri ed è la traduttrice italiana di Anita Nair. Ha tradotto testi di poetesse angloindiane e di poeti irlandesi.

Nel 2010 ha pubblicato il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese. Suoi testi poetici sono stati pubblicati su vari blog letterari tra cui  moltinpoesia, cartesensibili, fernirosso, l’ombra delle parole ecc. Nel 2012 ha vinto il 42° Premio Teramo per un racconto inedito. Nel 2013 è uscita la sua raccolta di racconti Fiabe d’amor crudele, per i tipi di Edizioni La Gru.

Il 6 ottobre 2013 Fiabe d’amor crudele viene presentato alla Fiera della Piccola e Media Editoria “Libri in cantina” al castello di Susegana. Prossimamente uscirà la raccolta di poesie Comete, con prefazione di Giorgio Linguaglossa, Edizioni La Gru.

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Czeslaw Milosz. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto.
Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato Mimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze.

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27 commenti

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27 risposte a “POESIE SU UN PERSONAGGIO STORICO, MITICO O IMMAGINARIO di Maria Rosaria Madonna, Anna Ventura, Francesca Diano, Giorgio Linguaglossa

  1. The Eagle, il film da cui hai tratto il fotogramma iniziale, è un film western trasferito sul Vallo Antonino, al posto di indiani e cow boys pitti e romani. E rileggendo la tua biografia breve, mi sono tornati in mente i Ventiquattro tamponamenti letti tre anni fa. Queste poesie sono uno straordinario sfoggio di bellezza e preparazione culturale, oltre che di un bel saper scrivere. Forse un po’ autoreferenziali, ma al bello non si dice mai di no. Ti manderò le mie, molto diverse, molto più brutte.

  2. Lidia Are Caverni

    Amo i miti sin da giovanissima, in particolare quelli della mitologia greca e non solo partecipo al tema, ma anche ho letto con gusto le poesie della prima pubblicazione. Di Maria Rosaria Madonna ho apprezzato le poesie su “I barbari ” e quelle di oggi, dense ,corpose, eleganti. Di Giorgio Linguaglossa apprezzo il suo stile, la sua sottile ironia.
    Lidia Are Caverni

  3. Grazie Giorgio, come sempre. E grazie di questi esempi, perché è ancora nel mondo della classicità che dobbiamo trovare le nostre radici. Il male della società in cui viviamo è la dimenticanza, lo sradicamento. Vivere col vuoto dietro di sé porta non solo a una devastante ignoranza, ma alla disperazione. Non sapere chi sei, da dove vieni, significa non sapere dove vai. Non a caso gli antichi chiedevano a ogni sconosciuto: chi sono i tuoi genitori? qual è il tuo paese? E allora si possono distruggere civiltà e monumenti (vedi le Guardie Rosse o i Talebani) o lasciar andare il patrimonio culturale di un paese, o permettere che un imbecille metta un boa rosa e degli slip leopardati ai bronzi di Riace. Manca la percezione della sacralità delle origini.
    Nel tuo filosofo poi vedo un maestro zen. C’è un famoso koan: Un monaco chiese quale fosse la grande idea del Buddismo. Il maestro fece “khat” un rutto, e il monaco si inchinò. Il Maestro chiese: “C’è qualcuno che si dimostra in grado di sostenere la discussione?”

  4. Valerio Gaio Pedini

    Io son ben contrario ai legami culturali e nazionali, ed anche familiari. La disperazione deriva da un fattore ben più diverso, dalla frattura tra volere e essere: l’uomo non ha dimenticato i miti, anzi li ha ben mitizzati, così che a scuola mi omaggiano Cesare, che fece uccidere milioni di innocenti e Napoleone , che era un nano dittatore. Questo memento va ribaltato: non bisogna essere autoreferenziali come soggetti, ma nemmeno come culture: bisogna accreditarle tutte, senza appartenere ad alcuna. Il limite umano è questo: la fossilizzazione. Giorgio cerca di ricostruirla: ma come dice lui,non come gli èstato imposto di fare: in realtà il suo è un remare controcorrente: c’è molto più ricordo banalistico in ciò in cui pare che non vi sia: il Pop, lo dissi spesso, non è altro che una strenua banalizzazione del ricordo: una forma nostalgica di autoreferenzialismo, e ciò l’ha notato Giorgio: quello che sembra per tutti, è in realtà per nessuno. Non mi bisogna ricordare, ma come disse Leopardi, rimembrare. Il ricordo implica necessariamente due cose negative: banalizzazione e dogmatizzazione dell’oggetto. E questo Linguaglossa, che scrisse un appunto critico abbastanza suggestivo sulla direzione delle poesie mitografiche di adesso, l’ha intuito. Giorni or sono gli inviai un mio testo provocatorio su Giulio Cesare intitolato, De Bello Stronzibus e pare l’abbia gradito. Non puoi costruire una casa senza fondamenta, ma non puoi fare le fondamenta, senza ripulire il terreno dai detriti.

    • Valerio, forse c’è un equivoco sul concetto che indichi come “ricordare”. Io non ho parlato di ricordo, ma di identità, di radici. Va benissimo imparare a liberarsi dalle sovrastrutture che ci rovescia addosso la cultura, la famiglia, la religione (se se ne ha una), la scuola, ma lo si può fare solo se la ricerca del nostro personale cammino solitario non avviene senza avere delle solide basi, appunto delle fondamenta. La distruzione fine a se stessa di ciò che ci ha fatti e che in genere nasce o dall’ignoranza o dalla rabbia cieca (non a caso citavo le Guardie Rosse e i Talebani) porta solo alla distruzione della personalità. Quando i ragazzotti barbuti e indottrinati da un Corano usato in modo acritico e come lavaggio del cervello, che fa piazza pulita di ogni altra conoscenza e li riduce a robot, distruggono compiaciuti statue antiche, monumenti preziosissimi e non più recuperabili, lo fanno convinti di ripulire, come tu dici, il terreno dai detriti. Senza capire che stanno distruggendo le testimonianze di antichissime radici culturali. Lo stesso dicasi per gli zombie creati dalla memorizzazione compulsiva del Libretto rosso, unico testo sacro loro noto. La Cina del passato, pur con tutte le due contraddizioni, è scomparsa, lasciando spazio a una nazione impazzita e assetata unicamente di profitto. Avvelenata dai fumi industriali, dove esseri umani sono sfruttati ben peggio che dagli imperatori del passato. Gli esempi che tu porti, Cesare, Napoleone, non sono le radici, sono uomini e col mito non hanno nulla a che fare. I miti sono antichi di millenni e posseggono una potenza con cui non si può scherzare impunemente, perché è in essi che si comprende chi noi siamo. E che l’Europa (o l’Asia) voglia cancellare quelle radici, quelle basi solide, che sono universali certo e non solo europee, (forse sai che i miti ricorrono simili in tutte le culture, pur articolati in mille varianti) porta appunto a quello che vediamo intorno: follia.
      C’è un bellissimo testo nell’antica tradizione irlandese, la Follia di Suibhne, che rende chiaramente il senso di quanto dico.

  5. Valerio Gaio Pedini

    Senza la folia non vi sarebbe quella che tu chiami sanità. La mitografia poi è creata dagli uomini, mica da esseri celesti, e affronta situazioni antropologiche e storiche. So le mie radici, le ho ben conosciute, ma proprio perché ci sono legato, non ne sono affezionato. E non parliamo di Musulmani: la situazione è ben più grave, al di là di sciiti, sunniti e via: la situazione è derivata dalla divisione di un territorio in modo del tutto casuale, con scissioni di famiglie, clan ed anche popoli. La stessa situazione che c’è in Africa. La cina non ha dimenticato il passato, no, l’ha reso. Il più grande impero dell’antichità vuole ritornare ad essere la più grande potenza contemporanea, con un prograsso che rallenta qualsiasi speranza umana. Vi sono radici, moltissime, ben distorte. E comunque no sono Panteista, ascolto la natura, non divinità Umane Troppo Umane: o immese divinizzazioni ad unico soggetto: l’uomo e la sua imperfezione trastlata in categoria perfetta. Non pensare che non sia un appassionato di mitografia, studio antropologia proprio per questo, ma la consapevolezza deve portare oltre, magari facendo un passo indietro. Cina? Musulmani? Tra l’altro si parla di minoranze sciite, che prendono alla lettera le parole di Alì, non del corano: quelli che non lo intepretano e lo leggono così com’è sono i sunniti. Ma visono popoli: turchi, prevalentemente di radici nomadi, persiani (cultori della perfezione) e arabi (altro popolo di saccheggiatori). Vedi, queste sono le radici, e sono ben infossate tutt’ora: lo sfacelo nato è una progressione dello sfacelo passato. Come la nostra situazione e quella di tutti gli altri paesi. La ben disposizione nei confronti di tutti: la strenua capacità di identificazione di ogni cultura, ci dà radici proprie, non l’inverso, se no si rischia solo di fare l’errore che già tutti stanno facendo: il voler progredire, stando fermi ad una passato sfumato. Forse sì, hai ragione, il mito è un buon mezzo, ma la gente conosce solo il proprio: quando hai detto radici proprie hai errato, sarebbe stato meglio dire radici umane: dato che i miti hanno una proprietà commutativa. Dal Serpente Arcobaleno a Gilgamesh.

  6. Mi sembra di ricordare che Brodskij ha scritto da qualche parte che senza mitologia non esisterebbe la poesia. Questo mi sembra un pensiero davvero interessante. Poesia e Mito sono legati c’è tra di essi una relazione forse ontologica. Entrambe richiedono che si rivolga una domanda e che si tenti una risposta.

    Nella poesia di Anna Ventura c’è questo pensiero sotto stante: Mitridate è in tutti noi, siamo tutti un po’ Mitridate. Tutti noi tentiamo di debellare il veleno inghiottendo una dose di veleno. È questo il nostro umano destino.

    Così anche nella fastosa poesia di Madonna “Gabirio”, c’è il sotto pensiero che siamo ancora nella società del tardo Impero, siano tutti sudditi pronubi alla corbellerie e alle pusillanimità di Gabirio. Siamo tutti collusi e corrotti perché abbiamo sete di corruzione. Non è tanto Gabirio il mostro, sono quelli che lo circondano ad incensarlo, sono loro i mostri.

    Nella mia poesia c’è un “maestro” il quale tenta di svuotare il mare con un secchio. L’allievo lo guarda mentre tenta di svuotare il mare e, ingenuamente e goffamente, lo richiama alla realtà. Ma non si accorge che il suo “maestro” è ormai impazzito, non risponde ma continua a travasare il mare, un secchio dopo l’altro. Forse, però, alla fine della poesia ci accorgiamo che l’allievo si è sbagliato, il “maestro” dimostra di essere un vero saggio, che un secchio può svuotare il mare della follia degli umani. Ci vorranno miliardi di anni, ma alla fine il mare verrà prosciugato.

    Mi sembra che in tutte queste poesie ci siano dei contenuti di verità che vengono interrogati. Perché la cosiddetta “verità” non parla a chi non la interroga.

    • Valerio Gaio Pedini

      sicuramente, lungi da me, e lo ben sai, annullare ciò. Il mio messaggio è rivolto ad altro, forse ad un’assidua divinizzazione di maniera di questo, che imbelletta l’uomo, distruggendolo piano piano. Non sono sicuramente contro ai miti in sé.

  7. Valerio Gaio Pedini

    quindi, per questo, t’invio una poesia su Ipazia 😉

    • Mi permetto di osservare che la mitografia non è il mito. La mitografia è la trascrizione scritta dei miti, una sorta di narrazione favolistica e razionalizzante iniziata da noi in epoca alessandrina, per i Celti all’inizio della conversione al cristianesimo, ecc.insomma in epoche molto recenti. Il mito, tramandato oralmente per molti millenni – millenni e non secoli – nasconde le sue origini oscure in un tempo a noi ignoto, in parte sì trasferendo anche la memoria di avvenimenti storici, ma trasfigurati e resi universali dal loro essere svincolati dal tempo storico, in parte facendo emergere aspetti di quello che Jung chiama inconscio collettivo. Ecco perché sono uno strumento di estrema precisione per la conoscenza dell’animo umano. E perché sono universali. Non è un caso se i miti di tutti i popoli hanno delle radici comuni. Ma, a differenza di quanto molti credono, ci sono luoghi, come l’India contemporanea, dove il mito non ha perso affatto la sua potenza e presenza. Per molti motivi che non sto qui a spiegare. Ed ecco perché, nonostante l’India moderna abbia molti problemi e sia una nazione comunque fra quelle in ascesa come potenza economica mondiale, non ha perso la propria anima. La Cina sì.
      Distruggere il vecchio è sacrosanto per la vita che sempre si rinnova, infatti da sempre ogni generazione lo fa. E’ proprio dell’uomo. E ben venga la rabbia che non sia fine a se stessa e che però sappia distinguere cosa tenere e cosa affossare. Una cosa è certa, qualunque sia l’età che abbiamo, giovani o vecchi, è fondamentale capire che non sappiamo quasi nulla.

  8. cara Francesca,
    chiedo a te che sei esperta di Miti: può essere spiegata la crisi della società italiana con l’argomento secondo cui abbiamo dimenticato per troppi decenni l’importanza di interrogare e interrogarci sui miti, l’aver creduto che la felicità si trovasse solo nella visibilità del Palazzo e nel Potere e nel profitto?.
    Ecco, ritorna anche qui il mito del Palazzo nel quale furono rinchiusi Dedalo e Icaro.
    Può essere questa crisi il prodotto di un gigantesco oblio che la cultura della destra berlusconiana e della pseudo sinistra affaristica hanno indotto nelle menti degli italiani?
    E come fare per uscirne? Forse dobbiamo munirci di ali di cera come fece Dedalo e tentare la fuga verso il cielo?

    Io penso che la grande decadenza di questo paese sia stata voluta da chi ha voluto farci credere che tutto era superficie, che si viveva di leggerezza e di superficie, che si stava tra gli specchi, che tutto era illusione, gioco, fantasmagoria (e poi si facevano i fatti propri ben attenti al conto in banca, alle detrazioni e alle deduzioni Irpef, all’Ilor e ai tagliandi di borsa). Qualcuno ha voluto farci credere che questo era il modo naturale di vivere…

    • Caro Giorgio,
      magari fossi esperta di Miti… ne sono solo un’assetata devota. Ma la tua domanda, che è molto importante, io la dilaterei a contenere l’intero Occidente e le culture che ne sono state inglobate. L’Italia poi, essendo stata per secoli la custode della classicità e dell’umanesimo, mostra in modo ancor più rovinoso le ferite.
      Il problema è proprio quello della tèchne, o meglio, di aver equivocato sul suo ruolo nella civiltà umana. Platone, nel Protagora, definisce molto bene questo ruolo (l’errore di Epimeteo e l’intervento salvifico di Prometeo) che è quello da cui nascono il linguaggio, la cultura, la religione, dunque la civiltà. La tecnica è arte, ordine, creazione, progresso, perizia, competenza, intelligenza, ma tale non può essere senza il lògos. Necessita di un progetto che sia comune, dunque politico, ovviamente nel senso in cui i Greci intendevano la politica, non nel nostro. Ne La Repubblica Platone ci spiega quale sia la regola secondo cui la scienza va usata e questa regola è quella della conoscenza del Bene. La scienza può essere usata male, dunque è imprescindibile dalla sophia, dalla conoscenza.
      Ecco, tutto questo potrebbe rispondere alla tua domanda. Questo ruolo assoluto della tecnica, l’averla fatta assurgere a nuova divinità, avendola separata totalmente dalla sophia, che non è etica, nasce col capitalismo e, dalla nazione che lo ha eretto a proprio vessillo, gli USA, si è diffusa a macchia d’olio nell’Impero che controllano.
      Gli USA sono anche il paese più privo di storia, non ha radici, non ha passato. E l’ubriacatura di un ottuso e onnipervadente potere tecnico è proprio la hybris di chi crede di poter controllare tutto, comprare tutto, creare tutto. La perdita del limite.
      Certo, in tutto questo c’è una precisa volontà di fare il vuoto, come in tutti i casi in cui si tratta di fanatismo. Ma il vuoto è un abisso in cui si può precipitare. Dunque, resta la superficie, solo quella. La sottile pellicola che ricopre il vuoto. E tanto più la superficie non lo è di una forma, tanto più dovrà essere promossa a forma. Con tutte le conseguenze che vediamo e che tu enumeri.
      Il che giustifica ogni sozzura, ogni corruzione, ogni mercimonio, ogni perversione.
      La follia della tèchne intesa come sostanza e non come mezzo, è questo l’equivoco, la feroce illusione di cui di rende colpevole il mio Dedalo. E solo quando è Febo stesso, il dio della luce, l’Apollineo in persona, che distrugge il suo futuro (suo figlio), solo allora se ne rende conto.

      “Ogni cosa possibile per misura d’ingegno
      E d’artificio ti feci credere. La vanità del limite
      L’azzardo del confine tra verità e illusione.”

  9. Valerio Gaio Pedini

    lo ben so che mitografia e mito sono diversi. Ma vi è una provenienza, ed è comunque un derivato umano. Quello che qui si sta fancendo è un lavoro mitografico, mica stai facendo mito.

  10. Valerio Gaio Pedini

    in proposito ho visto documentari molto interessanti in cui anche in india il mito sta venendo consequenzialmente distrutto. Perché l’industrializzazione agisce anche lì, così che l’elelefanti diventi un predatore ed una preda e non più una forza creatrice (anche distruttrice potremmo dire). Strano, no? Non equivocate ciò che intendo, per favore. E comunque no, Giorgio, tutto questo non è naturale, è antiumano, il che, per me è molto diverso.

  11. Valerio Gaio Pedini

    Io sono vicino a Graves, Jung il mito lo rese psicanalisi. O fai psicologia. In pratica, per me Jung non è un modello.

  12. Valerio Gaio Pedini

    oddio, ane le fiabe e le favole erano orali e non scritte.

  13. Faccio un ragionamento molto elementare. Oggi l’ebetino di Firenze ha detto che l’articolo 18 della Legge 300/70 è un totem, un mito della sinistra. Forse ci può stare. Così come ci può stare che l’Italia ha smesso di produrre civiltà più o meno dai tempi di Diocleziano, salvo riaccendere la lampadina durante il Rinascimento per poi spegnersi per sempre, almeno fino a oggi. Mi chiedo e mi domando, su quali miti, nello specifico estetici, possiamo reggerci visto che non abbiamo più gambe? Questa proposta di poesie è molto divertente, interessante istruttiva, ma non vedo la possibilità di un futuro per la nostra cultura, quantomeno, nella riproposizione di decadenti personaggi romani.

    • Infatti quello che ho tentato di fare, almeno nella mia ultima risposta che anche chiarisce il senso della mia rilettura del mito di Dedalo, è di cercare di capire perché l’Occidente (e l’Italia peggio che mai) è arrivato a questo. Risposte per una cura non ce ne sono, o almeno non sono così visibili, ma quello che è consolante è che la storia è ciclica e che, come già molte volte in passato, ci troviamo in una fase poco comoda di fine di una visione del mondo. Dopo la dissoluzione verrà qualcosa di nuovo, che in parte sarà fatto di passato e in parte di nuove soluzioni. Ma non sono mai processi veloci o almeno non secondo la misura di una vita umana.

  14. Valerio Gaio Pedini

    Nessuno però, Francesca, ci può dire che quello di Platone , che si chiamava Aristone,(Platone era un bel nomignolo accreditato, per la sua mole fisica e mentale,che prese con sé) fosse un Bene universale. Quindi non saprei. sono molto, ma molto confuso. Ho scritto una e-mail a Giorgio sulle mie attuali preoccupazioni che derivano dall’occidentilizzazione della cultura, con un progressivo crollo di essa (cultura in senso antropologico), e tutto ciò mi preoccupa e non poco. ahimè son dovuto nascere nella transizione più devastante della sociologia, ed è ben difficile sintetizzare tutto. Apprezzo comunque il lavoro che svolgi, ma d’altronde un blog esiste per uno scambio di opinioni, giusto, poiché siamo uomini e ci nutriamo di esse. Grazie dell’attenzione, è stata una conversazione interessante, fatta col massimo rispetto della situazione attuale.

  15. Valerio Gaio Pedini

    Ah, Francesca, sulla tua biografia noto delle ripetizioni.

  16. antonio sagredo

    Valerio: “rimembrare”?. Credo sia meglio: “rismembrare”: smembrare di nuovo!

  17. a Valerio Pedini ricordo che il nome di Platone era Aristocle (non Aristone) e che bisogna stare attenti a non confondere mitografia e mito e, tanto più il mito con le favole o altra storia orale. Per gli errori contenuti nelle note biobibliografiche della Diano mi scuso (frutto di copia e incolla), ho già aggiornato le medesime.
    Il discorso sul Mito è un discorso complesso che però deve essere inquadrato con le categorie appropriate, altrimenti si aggiunge confusione alle già confuse nostre menti.

    Per rispondere ad Almerighi, dirò semplicemente che la poesia occidentale, da Dante in poi, ha sempre colloquiato con personaggi mitici, storici e immaginari, e la Commedia ne è un esempio manifesto. Poi è intervenuto il dogma petrarchesco che ha offuscato per un po’ ciò che prima era evidente, e poi il Novecento critico credo che abbia fatto piazza pulita su questa questione: cosa sono “Le ceneri di Gramsci” se non un colloquio con un personaggio storico morto da tempo?. Purtroppo la pseudo poesia di questi ultimi anni che ha intasato gli scarichi del post-minimalismo ha creduto ingenuamente che tema della poesia fossero le ambasce dell’io e dell’io con il tu, i duetti d’amore tra l’io e il tu.

    Oggi poeti di grande rigore formale e filosofico come Madonna e la Diano ci fanno intendere come la poesia più evoluta sappia benissimo come stanno le cose, cioè che la poesia pensante è quella che si fa interrogando i miti o interrogando personaggi apparentemente lontani dal nostro quotidiano come “il tribuno Gabirio”. È il modo migliore per riacquistare e rinverdire il “parlato”, cioè parlare con dei personaggi come se essi fossero qui con noi, perché essi sono qui con noi. È uno sguardo strabico che bisogna acquisire, uno sguardo che guardi a destra e a sinistra contemporaneamente, quello che Mandel’stam ammirava negli insetti: “lo sguardo sincipitale”.

    • Grazie Giorgio per la tua stima, che è assolutamente reciproca. Ed è sempre molto confortante per tutti noi che cerchiamo di dare un’interpretazione del mondo in cui viviamo, come tu anche fai da poeta e da critico, trovare conferma che quel piccolo, piccolissimo apporto che abbiamo dato abbia un senso, che sia un piccolo granello in più. Ci aiuta a proseguire E mi piace davvero moltissimo questo sguardo sincipitale. Insomma, uno sguardo cubista.
      Ecco, io credo che dare voce a qualcosa che ci è apparentemente molto lontano, cercare di identificarvisi, ci aiuti prima di tutto a uscire dalle pastoie del nostro io miope. Costringa a mettersi letteralmente nei panni di un altro che ci è sconosciuto, non solo come essere o individuo, ma come elemento di una civiltà che parrebbe a noi estranea. Ed è lì che scopriamo che non esiste alcuna differenza tra noi e il passato, se non a livello formale. Ci sono aspetti dell’uomo, i più profondi, che fin dalle sue origini non subiscono alcun cambiamento. Le pulsioni, le emozioni, i sentimenti. Ogni cultura ha forme diverse per manifestarli, non necessariamente più complesse le nostre rispetto al passato. Ma la diversità del “come” è solo culturale. E sono quegli aspetti profondi, costanti, universali che più di tutti mi attraggono, perché sono quelli che mi permettono di capire chi siamo oggi. In fondo siamo ancora ai livelli della guerra del fuoco, alla prepotenza del mostrare i muscoli al più debole. L’uomo primitivo è sempre qui, pronto a balzar fuori alla prima occasione. L’unica salvezza è la ricerca costante della conoscenza

    • “Purtroppo la pseudo poesia di questi ultimi anni che ha intasato gli scarichi del post-minimalismo ha creduto ingenuamente che tema della poesia fossero le ambasce dell’io”. (G.L.)

      E Giacomo Leopardi con le sue “ambasce dell’io”?
      L’ “Ultimo canto di Saffo”, “Alla luna”, “Il tramonto della luna”…
      Potrei continuare con la citazione di molti “Idilli” il cui tema è proprio quello indicato sopra come ingenuità della pseudo-poesia di questi ultimi anni.

      Giorgina Busca Gernetti
      (commentatrice esterna al blog) .

  18. Valerio Gaio Pedini

    sul fatto di Platone ho fatto uno svarione,dovuto proprio dal caos.Inolte ho semplicemente detto che in poesia puoi osservare il mito, ma non fare il mito, quindi diviene mitografia, intesa come rischittura e ridefinizione del mito.

  19. Valerio Gaio Pedini

    Per me l’atto di guerra oramai non riscontra nulla di primitivo. E’ lo scontro tra atto primitivo e atto evoluto, ammesso che sia proprio evoluto, l’essere umano, o non sia l’ultimo impiastro sulla faccia della terra, il più mellifluo e pericoloso. In poche parole, il primitivismo ci darebbe un’acutezza sensoriale, che noi non abbiamo più: più l’evoluzione è rapida, più vi è una disevoluzione, ma in negativo. L’aspetto che contraddistingueva l’uomo primitivo: il rispetto per la Natura, be’, ora non vi è più. Il che mi amareggia. Detto in tono pacato. Almeno, nel mio tono pacato. D’altronde sono semplici opinioni, ma quelle di tutti noi. C’è chi dice questo e chi dice quello, chi dice sì e chi dice no, chi agisce in un modo chi agisce in un altro: semplice dimostrazione che il giusto non esiste. E perché? Perché se no ogni cultura originaria dal punta di vista occidentale sarebbe da debellare, ma dato che per me non vi è una cultura superiore, poiché per ogni popolo il proprio io culturale è superiore all’altro, come negl’individui (sembra che i movimenti in piccola e in larga scala siano a volte così accomunati, d’altronde si parla di esseri umani). anche se a volte la mia eccessiva scontrosità mi fa sembrare un cretino, ho acquisito nei miei studi molto elasticità mentale. Il mio difetto maggiore: sono tendenzialmente misantropo. Amo così tanto l’uomo da disprezzarlo nella sua deriva. Comunque per chiarire qualsiasi divergenza (non voglio mostrarmi superiore ad alcuno di voi: non lo sono) mi si può contattare in privato. Mi scuso per i miei atteggiamenti a volte aggressivi, ma le offese della gente mi hanno ridotto a brandelli, quindi come arma son diventato aggressivo, per farmi ascoltare. Comunque come dissi già apprezzo questo lavoro.

  20. antonio sagredo

    a proposito di deriva e di brandelli, Sagredo dedica:

    divano occidentale-orientale

    Fattura occidentale!… ed è uno smorire di sconvolti Orfei sui cementi,
    lire fuligginose tessono ghirlande d’ombre, e sono inermi i suoni
    dei corni che nell’odierna Babilonia spargono avena per i morti!
    Costruite muraglie contro chi invase il vostro cuore meridiano!
    Contro chi celebrando una logora vittoria brilla di luttuosa luce!

    La sordida Driade sbandiera il tirso. I grifoni a sciami saltano
    su ponti impalpabili dove i carri tremuli, per l’afa e le palme inferme,
    una scialba notte di petrolio incoronano con intrichi di giunchi e serti
    di catrame! – sformati come i volti di chi l’indugio ha mutato in tradimento!
    I soldati rosicchiano invano il sistro, come negromanti accecati dalla scossa!

    La guerra è perduta! Ritiriamoci! Ma abbiamo vinto tutte le battaglie!
    Quanta è nana la nostra tecnologia contro decine di secoli di pensiero!
    Quanto è misero il nostro orgoglio davanti lo stendardo d’una palma!
    La guerra non è perduta! Ritiriamoci! Nemmeno una battaglia abbiamo vinto!

    Non ho né mani, né piedi! Non voglio il mio nome scolpito sui marmi infami!
    Hanno mutilato il mio cervello e la mia terra! La colt ha fatto ci-lecca-ci-lecca!
    La mia storia futura è la nuova frontiera sulla sedia a rotelle! Siamo stati fottuti!
    Bistecche di carne al petrolio, petrolio al sangue di bistecche! Siamo stati fottuti!

    antonio sagredo
    Vermicino, 16 aprile 2007

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