SEI POESIE INEDITE SU TEMI CLASSICI di Anna Ventura – Perché la bellezza è irrimediabile – Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Pasiphae Dedalo e Icaro decorazione parietale a mosaico Zeugma Seleucia II secolo Turchia

Pasiphae Dedalo e Icaro decorazione parietale a mosaico Zeugma Seleucia II secolo Turchia

“Perché la bellezza è irrimediabile”

Anna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi,libri di saggistica. Collabora a riviste specializzate ,a  quotidiani, a pubblicazioni on line.

Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002). È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores”per la  Tabula Fati di Chieti. Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo. È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate  in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV.-Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. e El jardin,traduzione di  Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016)

Tra i critici che si sono occupati di lei in saggi monografici: Francesco Di Gregorio, in Letture novecentesche (Roma, ED. dell’Urbe, 1983; Alfredo Fiorani in La tela di Penelope (Chieti, Noubs, 1997); Liliana Porro Andriuoli in Certa et arcana, la poesia di Anna Ventura tra certezza e senso del mistero (Chieti, Tabula Fati, 2001); Vittoriano Esposito, in Itinerario letterario di Anna Ventura, Avezzano (Centro Studi Marsicani,  2005).

e-mail: annaventura36@hotmail.com – Sito web : Xoomer.alice.it/annaventura – www.eldigoras.com

“L’esordio di Anna Ventura è datato 1978, con la raccolta dal titolo inequivoco Brillanti di bottiglia. Un percorso politicamente non ben educato: è il modus della Ventura di fare anticamera. È come se la brillantina Linetti dell’intelligenza fosse stata profusa sui capelli spettinati della poesia di quegli anni, così vulnerata e incidentata dai singulti del post-sperimentalismo e dai singhiozzi della nascente «parola innamorata» la cui omonima Antologia cade proprio in quell’anno. La poesia di Anna Ventura si muove senz’altro in contro tendenza: ma una massa enorme, la marea della poesia alla moda la sospinge alla deriva. È la risacca del mare magnum. È il destino che arride spesso alla poesia olistica ed elegante che non concede sconti alla demagogia. Quella cartesiana intelligenza di spaccare il capello in quattro, quella consapevolezza nella certezza del dubbio secondo cui «la pagliuzza nel tuo occhio è la migliore lente di ingrandimento»* spingerà sempre più la minuscola imbarcazione della poesia di Anna Ventura verso il mare alto di un isolamento diurno, con tanto di interdizione dai pubblici uffici ad maiora. Siamo all’interno di quella problematica che il post-sperimentalismo lascia alla poesia italiana di fine Novecento: la crescente separazione e distanza che divide la «parola» dalle «cose». Una poesia della Ventura intitolata «La parola alle cose» contenuta nella raccolta Le case di terra (1990), è emblematica della consapevolezza dell’autrice di imboccare la via che conduca al riavvicinamento della «parola alle cose»”.

(Giorgio Linguaglossa dalla prefazione a “Tu quoque” Poesie 1978-2013, EdiLet, Roma, 2014 pp. 220 € 16)

roma pasifae

 

 

 

 

 

Pasifae

Quando Pasifae
partorì il Minotauro,
lo strinse a sé e lo trovò bellissimo:
era una madre,
e nessun canone estetico
poteva esserle imposto,
nessuna morale
poteva giudicarla.

Arbiter

L’Arbiter sapeva
di essere in pericolo,
e non se ne curava; sapeva
che, comunque, la morte arriva,
né temeva un’anticipazione;
ma lo disgustava l’idea
di una violenza brutale,
di una mano sporca
che lo avrebbe trafitto
con un pugnale
forse già insanguinato. Perciò,
meglio morire per propria scelta,
a banchetto, tra parole leggere.
Forse aveva ragione Trimalcione,
che nel suo epitaffio,
dove si definisce
“pio, forte e fedele”, avverte:
“Non ascoltò mai un filosofo”
L’Arbiter amava quella creatura
nata dalla sua fantasia inquieta:
così lontana da lui,
così vicina alla terra.

 

Mario

Mario era più ambizioso di Silla,
ma non si poteva dire.
Come tutti i miti della Storia,
solo col tempo avrebbe mostrato il fianco.

satiro con efebo copia romana di originale greco

satiro con efebo copia romana di originale greco

 

Alcibiade

Alcibiade era troppo bello
per non combinare guai. Socrate
lo sapeva, e gli lasciò mano libera.
Perché la bellezza è irrimediabile.

anna ventura

anna ventura

 Forse mi hanno parlato

È di pietra,
questa civiltà isolana
vissuta per millenni nel silenzio
e nella lontananza,
nella totale assenza del superfluo,
nella inconsapevolezza del superfluo.
Poi dal mare sono venuti i conquistatori,
con barche bianche e vestiti succinti,
hanno usato mezzi potenti
per diventare padroni.
Prima hanno ignorato la cultura antica
che avevano incontrata;
oggi che ne sono consapevoli
tentano un approccio più sottile:
il fascino di questa civiltà,
un’attrattiva certa
per ospiti paganti.
Ho cercato di diventare sorda
alle informazioni, cieca
alle cose esibite,
muta per non apparire indiscreta.
Il vento, i sassi e l’erba
forse mi hanno parlato;
ma solo col tempo
riuscirò a decifrarli.

anna ventura

anna ventura

Tu ne quaesieris

Il Poeta sedeva ancora a tavola,
all’aperto,
dopo la sobria cena;
un coniglio uscì dalla cucina,
corse verso la campagna. Un bambino
piccolissimo lo seguì,
nell’illusione di raggiungerlo. Poi,
sempre dalla cucina,
uscì la madre del bambino,
corse tanto da riacciuffare entrambi. Ora
tornava indietro, il terzetto; la madre
salutò il padrone, con un piccolo inchino
grazioso, forse un invito.
Come era facile, l’amore,
fuori dagli intrighi di Roma!
Troppo facile; Orazio
avrebbe voluto ben altro. Il Soratte
dormiva il suo sonno millenario,
il sonno degli avi,
che si aggiravano quieti
intorno a lui, l’erede
che li avrebbe resi illustri.
E poi c’era l’ombra di Mecenate,mentre
la punta di un coltello girava
nel cuore del poeta, inutile scrivere
sulla tavoletta di non voler sapere,
perché è male sapere. Il cuore
sa sempre tutto,inutile
tentare di ingannarlo.

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2 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, poesia italiana contemporanea

2 risposte a “SEI POESIE INEDITE SU TEMI CLASSICI di Anna Ventura – Perché la bellezza è irrimediabile – Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. La poesia di Anna Ventura è il migliore antidoto verso la pseudo poesia, un vero corroborante dello spirito e dell’intelligenza. Ha un passo tranquillo, un ordinato controllo del pensiero razionale, una visione ampia delle debolezze e delle illusioni umane, una ironia sottilissima che è anche un modo di rispettare il destino dei suoi personaggi come in queste poesie scaturite dalla riflessione su autori classici. Anna Ventura fa poesia perché convinta che essa è lo strumento migliore (il più rapido e sintetico) per affondare la prosopopea e i parlari dei luoghi comuni, è un ausilio formidabile contro la dittatura della maggioranza, la dittatura dei luoghi comuni qual è diventata la nostra società.

    È questo un nuovo filone di investigazione che Anna Ventura utilizza con il suo magistero stilistico davvero inimitabile; è la Szymborska italiana, è la poetessa italiana che più si avvicina alla qualità della Szymborska.

  2. Sì, la bellezza è irrimediabile. E la pagliuzza nell’occhio la miglior lente d’ingrandimento, perché genera lacrime.

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