INDAGINE INTORNO AD UN REATO COMPIUTO: LA POESIA DEL DOPO IL NOVECENTO: Alberto Bevilacqua, Cesare Viviani, Valerio Magrelli, Umberto Piersanti, Mariangela Gualtieri, Flavio Almerighi, Roberto Bertoldo, Alfredo De Palchi, Camillo Pennati, Luigi Manzi, Andrea Zanzotto – Commento di Giorgio Linguaglossa

bello(da Giorgio Linguaglossa Dopo il Novecento Società Editrice Fiorentina 2013 pp. 150 € 14, testo aggiornato)

In questi autori, che hanno siglato questo patto di autenticità con se stessi, si rintraccia un lavoro nella «tenuta» della forma-poesia nelle avverse condizioni del Moderno. Scrive Luigi Manzi: «se consideriamo come questa {la poesia} sia trapassata presto in contemporaneità, per degradarsi infine in attualità: che traduce il “gusto” in “moda”, il “transitorio” in “effimero”. Anche la poesia obbedisce, oggi soprattutto, ai canoni e agli artifizi della moda ed è soggetta più alle opinioni che ai giudizi». L’attesa di tempi migliori è stata, per questi poeti, una anticamera durata vari decenni; l’«opera lasciata sola» (dizione di C. Viviani) è stata la conseguenza inevitabile di una tale situazione. L’opera poetica sconta una solitudine che costituisce la stoffa stessa della sua essenza.

I Beckett,
originari della Louisiana Francese,
sfidarono a lungo la sorte
con la caratteristica approssimazione
da cittadini del nuovo mondo.

Anch’io penso a te ogni giorno
nervoso come un violino,
il freddo è finito
il calicanto lo sa.
Ricordi il loro ultimo rampollo?

Venne fulminato dal temporale
durante un duello di spade,
fu ritrovato morto per l’appunto
nel sepolcreto di Hart Island
dove nessuno è mai nato,

ovunque, persino nel silenzio,
ogni lettera mai vergata nega
per principio che saremo salvati,
noi pattume degli dei
lanciato in corsa dai finestrini.

(Flavio Almerighi Il calicanto lo sa 2014)

flavio almerighi

flavio almerighi

Vengono eliminati splendori, arcaismi e solecismi, si vuole evitare un linguaggio che evochi il linguaggio transmentale della comunicazione. Questo tipo di scrittura poetica non tende alla socializzazione di esperienze demotiche ma è individuale-personale, vuole comunicare qualcosa di un colloquio «segreto» tenuto in una «camera segreta», in un tempo vuoto come nella poesia di Alberto Bevilacqua; vuole esorcizzare il linguaggio poetico della riconoscibilità universale arretrando all’arcaico (Luigi Manzi) rispetto al linguaggio letterario o facendo un passo in avanti verso la dimensione narrativa del verso (Cesare Viviani), o un passo, insieme, in avanti e all’indietro (Camillo Pennati) rispetto al parametro della letterarietà condivisa. Con le parole di Cesare Viviani in un saggio del 2004, La voce inimitabile:

Cesare Viviani

Cesare Viviani

«la poesia è canto inimitabile, voce inimitabile {…} non è parola di aggregazione, ma arriva ai livelli dell’esperienza incomunicabile: quindi chi la incontra ne è segnato profondamente senza saperne il motivo. Il canto inimitabile ha lo splendore di un diamante: non al dito di un acquirente, ma collocato nella sua terra d’origine. Così la poesia arriva ad essere la trasmissione dell’esperienza dell’indicibile {…} la poesia è la creazione di un corpo: assoluta concretezza indefinibile.
È necessario abbandonare l’atto compiuto, la poesia, lasciarlo a se stesso, senza domandare nulla, senza preoccuparsi, senza chiedere. Lasciare la poesia scritta in un libro, deporlo sul bordo della strada, senza segnalarne la presenza, senza voltarsi per controllare, nella speranza che qualcuno, chi lo sa, lo raccolga, è una piccola consolazione da concedere al poeta».

Ecco dove la luna si posa, questa sera,
con versi di gialla fandonia.
Come un croco, l’ospedale della terra è lì,
tra le mimose e i limoni.
Beninteso: il tempo ci ha preso le parole
e vi ha costruito intorno la notte.

(da Roberto Bertoldo Pergamena dei ribelli Joker, 2011)

alfredo de palchi e roberto bertoldo

alfredo de palchi e roberto bertoldo

Oggi finalmente la Letteratura è arrivata alla «terra promessa», cioè alle porte di un mondo senza più letteratura: il post-contemporaneo. La partita doppia torna a vantaggio di chi in questi ultimi decenni ha cercato una letteratura responsabile, che provenisse da una autenticità, da un gesto di innocenza magari, ma che non scendesse a patti con l’irresponsabilità delle scritture del disformismo, della disintegrazione del lessico e del luddismo della ipersignificazione ludica. Non è forse questo l’esito ultimo cui è arrivata la scrittura poetica del più significativo esponente della cultura dello sperimentalismo, Andrea Zanzotto con opere come Meteo (1996) e Sovrimpressioni (2001)? Alla fin fine, il silenzio del linguaggio e il linguaggio del silenzio significato si equivalgono.

Vorrei chiuderti i portoni in faccia
darti la sberla ogni giorno al momento
di uscire
– indecisione che si protrae più per difesa
che per confondere –
adesso capisci
chi vorrebbe sdebitarsi a sberle

eppure si tratta di anomala architettura
di questo universo compilato
da dementi gobbi storpi
familiari a storpi gobbi dementi
in alta tenuta
con lustrini e medaglie da riscontrare
nell’invenzione di battaglie vili
è la tua libertà di scappare
da gobbo luetico Marino Cecconi
nasconderti nel porcile di tuo padre che insulti
con il coraggio del pidocchio
questa la visione reale del paese e questa
la tua realtà visionaria di vanvere dilagate
raccapriccianti da nord a sud

il mestiere a doppio senso di rappresentare
l’estorsione di tradire persino dove il nulla vaga o bianchissimo
è il tuo osare.

(26 giugno 2009, da Alfredo De Palchi Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

Alfredo D Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

Alfredo D Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

In questa deriva verso la narratività e la iperletterarietà della forma-poesia degli epigoni del Novecento, siamo giunti, senza accorgercene, a una «scrittura bianca». Cosa voglio dire? Voglio dire che non c’è più un «io» ma la sua contraffazione: c’è un singolare-plurale che è la controfigura dell’«io», non ci si rivolge più al lettore ma al proprio specchio, c’è un presente per il presente che è la falsificazione del presente; altri tempi, come il congiuntivo e l’imperativo, vengono sostituiti dal presente indicativo, che è un tempo amodale, che può stare dappertutto e in nessun luogo, che è il surrogato di una azione (che richiederebbe un verbo modale e transitivo), la finzione di una azione. Le forme ottative, interrogative, parenetiche, esortative, dubitative vengono semplicemente espunte dallo spartito della scrittura poetica: la scrittura letteraria dei giovani autori, i cosiddetti «cannibali» ma anche quella dei neo-elegiaci e dei neo-dismetrici che scrivono in un verso «liberato», ne è un esempio. Presso gli autori di poesia che oggi hanno meno di cinquanta anni si assiste al dilagare di questa scrittura neutrale (e neutralizzata) sia nel romanzo che nella forma-poesia. È una scrittura che non conosce l’esistenza del non detto, del segreto, del non dicibile, dell’invisibile; si parte dalla presunzione che tutto sia «ottico», a vista, immediatamente dicibile, che tutto sia visibile, prensibile. Tutto deve essere riconoscibile. È una scrittura innocente che ha rimosso il problema della responsabilità della scrittura letteraria. Si segue il concetto di una lingua-strumento che non ha più legami né con il linguaggio di tutti i giorni né con quello della tradizione: una scrittura réportage si diceva una volta. No, è qualcosa di più invadente e minaccioso. È una scrittura che vuole disfarsi della socialità sulla quale è fondata la lingua di relazione. È un calco della scrittura mediatica. È un calco della frammentazione atomistica della comunicazione mediatica. È una scrittura che nasce dalla riconoscibilità del linguaggio tele-mediatico.

giorgio linguaglossa_Dopo il NovecentoUna scrittura che si è liberata dell’eleganza e del silenzio in quanto aproblematica, che espunge da sé ogni elemento che non le è consentaneo, ché altrimenti la ricondurrebbe alla Storia. Se si accetta una scrittura neutrale, allora le «cose» perdono il loro peso specifico e il loro peso gravitazionale, galleggiano nello spazio bianco di una scrittura bianca liberatasi del gravame della gravità; perdono il loro colore, la profondità, la tridimensionalità; se la scrittura poetica accetta lo stato di quiete di una scrittura bianca, diventa un’algebra neutra e asettica, una questione aritmetica e ottica, e l’«io» diventa il riflesso condizionato dello «sguardo», che può oscillare all’interno di una coscienza meramente «ottica», anzi, la coscienza diventa una funzione dello sguardo, un congegno di registrazione di quanto accade al di fuori dell’«io» come proiezione ottica dell’«io».

valerio-magrelli-e la libreria di casa

valerio-magrelli-e la libreria di casa

Viene espunta ogni problematicità della relazione che unisce l’«io» agli «oggetti». In tal senso la poesia di un Valerio Magrelli (Ora serrata retinae, 1980), fornisce un modello ancor oggi ineguagliato di una scrittura neutra, ottica, al rallentatore, amodale, unidimensionale, ricettiva, con quel tanto di asettico. Registra e impersona un fenomeno sociale diffuso: una poesia tele-genica, tele-comandata, manovrabile tramite i «dis-automatismi» psichici dell’io. Disgraziatamente, niente è più replicabile e moltiplicabile quanto una «scrittura bianca», dove i «dis-automatismi» psichici (e i corrispondenti automatismi ottici), svolgono un ruolo centrale. Ma, appunto, parliamo di dis-automatismi, di scrittura bianca (con le cinquanta sfumature del bianco). C’è qualcosa di simile ad un congegno di automatismi e dis-automatismi psichici e ottici in questa scrittura poetica, che non può che registrare la semplificazione e complessificazione superficiaria della «nuova» configurazione sociale dell’universo tele-mediatico. Ecco spiegato il successo di questa poesia, presso il pubblico e gli addetti ai lavori: è una forma (bianca) di scrittura poetica che offre un alto grado di riconoscibilità e di leggibilità letteraria, chiunque vi si può riconoscere nelle «proprie» ambasce «ottiche» ed «epistemologiche». L’iconologia (bianca) di questa poesia è un fenomeno sociale, insieme psichico e ideologico, d’una ideologia di nuovo conio: quella dell’economia mediatica che è passata dal tubo catodico del vecchio televisore alla miniaturizzazione dei circuiti transistor della tecnologia più recente. Scrittura poetica che fonda la vetrina universale della riconoscibilità.

Umberto Piersanti

Umberto Piersanti

Nella poesia di un altro autore di oggi, Umberto Piersanti, si ha l’impressione di una natura addomesticata, igienica e telegenica da brioches dove cinguettano gli uccellini e svolano gli aquiloni tra le pale dei mulini a vento. C’è qui tutto il riconoscibile dentro una scatola acustica neocrepuscolare. Ma esiste una tale natura? Sul versante femminile, in Mariangela Gualtieri abbiamo tutto il repertorio della drammatizzazione degli affetti e delle emozioni, le auscultazioni del clavicembalo del cuore e i mitologemi dei sentimenti infirmati. Ma torniamo a Cesare Viviani. In lui abbiamo il capovolgimento dell’impostazione della forma-poesia che si ritrova in Magrelli. Il poeta senese fa l’esempio della pittura di Chighine dove il quadro «guarda» l’occhio dell’osservatore:

Nello svolgimento della vicenda artistica di Chighine compare sin dall’inizio un altro segno strutturale, finora trascurato dalla critica ma invece anch’esso fondamentale e quasi sempre presente: è la forma circolare, e più precisamente un piccolo cerchio, più o meno nascosto, e che per dimensioni e analogie fa pensare a un occhio capace di mettere in scena la percezione dell’autore e dell’opera {…}. A volte il cerchio cresce in estensione – e sono i cosiddetti “testoni” – ma anche in questi casi l’ipotesi di un segno strutturale spinge a riconoscere la presenza dell’organo della vista. L’osservatore si sente osservato dal quadro: una sorpresa che sposta l’attenzione abituale, in quanto lo sguardo del lettore dovrà affrontare, come in un confronto alla pari, lo sguardo dell’opera letta. Si potrebbe pensare che ogni vera opera d’arte abbia un “occhio” attivo che imbarazza e destabilizza l’ottica dell’osservatore, ma nel caso di Chighine questa evidenza e questa consapevolezza sono impressionanti {…}. L’“occhio” non dà pace all’osservatore: è come se già si fosse realizzata, con un aspetto, quella tensione che alimenta la produzione artistica e che, restando incodificabile, si è soliti chiamare “Altro”. Dunque, non un occhio persecutorio, ma un segnale di quella presenza senza connotati e senza riferimenti che obbliga ad abbandonare contenuti e significati nella percezione dell’arte.

andrea zanzotto

andrea zanzotto

È con Passanti (2002) che Viviani matura la consapevolezza di una poesia che si fa mentre si lascia guardare, come una scia luminosa di abbaglianti rifrangenze e di lucori oscurati che ci lasciano immaginare l’«invisibile» e l’«indicibile» in quanto «non vista / è la maggior parte delle cose al mondo».
In poeti come Camillo Pennati e Roberto Bertoldo assistiamo al respingimento della Letteratura per via della stilizzazione di una forma-poesia che ha questa peculiarità: l’essere una forma infungibile, inimitabile, singolare, irriproducibile, non replicabile, non falsificabile. Presso i testi di Luigi Manzi, Flavio Almerighi e Roberto Bertoldo è la forma-poesia che assorbe, come una carta assorbente, la Letteratura, che diventa una problematica interna del linguaggio poetico.

Ci sono giorni in cui le labbra luride cantano,
allora lavorano ai fianchi le parole, escono di merda –
e per noi la prova è l’infimo,
chiazze di lungimiranza infettano i sensi,
non c’è cazzo di vita nel vivere!
e ci fa paura prendersela con i venti
che scuotono sulla palpebra la notte dormiente,
come quando gli aerei ci passano sulla testa per andare a colpire
e sentiamo noi la scheggia che spezza i bimbi degli altri,
il peccato è anche questo essere risparmiati
perché le nostre mani non sanno fermare la disgregazione
di un paese, delle primavere, della paternità.
Non voglio fare il poeta ma amare sì, cristo!
bruciatemi le pergamene all’atto finale,
ma questo cuore lo rispetterete fino all’inferno
.

(da Roberto Bertoldo Pergamena dei ribelli Joker, 2011)

Antonella Zagaroli con Alfredo de Palchi, Venezia 2011

Antonella Zagaroli con Alfredo de Palchi, Venezia 2011

È il loro personalissimo modo di espellere la Letteratura dalla loro poesia. Al di fuori del linguaggio poetico non resta nient’altro: restano scorie, rovine, o colonne di marmo. Il linguaggio poetico di questi autori assorbe in toto tutti gli strati della scrittura letteraria: la grafia, il lessico, la sintassi, la semantica per forgiare un nuovo pentagramma a-tonale e una propria cartografia sonora. Nella poesia di Alfredo De Palchi la forma-poesia viene sottoposta ad un bombardamento, ad una alluvione di detriti extraletterari e antipoetici, tra vitalismo ed esistenzialismo, invettive e mimetismi, gioia e disperazione dell’anipoetico, al di qua e al di là dell’idea di uno spartito tonale o di qualsiasi chiave di violino del pentagramma musicale, al di là dei tradizionali concetti di cassa armonica e dis-armonica:

Potessi rivivere l’esperienza
dell’inferno terrestre entro
la fisicità della “materia oscura” che frana
in un buco di vuoto
per ritrovarsi “energia oscura” in un altro
universo di un altro vuoto
dove
la sequenza della vita ripeterebbe
le piccolezze umane
gli errori subordinati agli orrori
le bellezze alle brutture
da uno spazio dopo spazio
incolume e trasparente da osservarla io solo

rivivere senza sonni le audacie
e le storpiature
persino le finestre divelte
i mobili il violino il baule
dei miei segreti
tutti gli oggetti asportati da figuri plebei
miseri femori.

(21 giugno 2009, da Alfredo De Palchi Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

Le domeniche tristi a Porto di Legnago
da leccare un gelato
o da suicidio
in chiusura totale
soltanto un paio di leoni con le ali
incastrati nella muraglia che sale al ponte
sull’Adige maestoso o subdolo di piene
con la pioggia di stagione sulle tegole
di “Via dietro mura” che da dietro la chiesa
e il muro di cinta nella memoria
si approssima ai fossi
al calpestio tombale di zoccoli e capre

nessuna musica da quel luogo
soltanto il tonfo sordo della campana a morto.

(22 giugno 2009, da Alfredo De Palchi Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

Se la via della «povertà», che sa di utopia francescana, è probabilmente una via illusoria e salvifica, ne consegue che anche la via del «lusso» non è mai innocente, anzi, di più: quasi sempre ci ritroviamo tra le mani oggetti di oreficeria, elitarie smancerie, dolciumi. Perché non c’è più una strada, un sentiero assicurato per il quale qualcuno abbia stipulato un contratto di assicurazione verso terzi contro i sinistri causati dalla speculazione dei beni mobili delle scritture talqualiste, replicabili e moltiplicabili.

La scrittura letteraria è uno «spazio di morte» ha scritto Blanchot ma uno «spazio» dove protagonista assoluta è la vita; dal corpo morto della scrittura ora risorge la vita. I saggi di Viviani del 1998, Il mondo non è uno spettacolo, affrontano una serie di questioni. La domanda che si pone l’opera poetica è: chi è colui che parla e a chi lo dice? C’è separazione tra l’autore e il lettore? Da dove deriva questa separazione? Ma la parola dell’autore non nasce da una situazione comune a tutti i parlanti? Non è la parola della poesia quella della comunità? O è quella di una parola che manca? La parola della poesia non fonda né stabilisce nulla, tranne la propria interrogazione? Un tempo forse la sua finalità era quella di dare un senso più puro alle parole della tribù; oggi è una domanda che la poesia rivolge a se stessa. Questa domanda è un atto di fede, un dubbio, una ricerca? La domanda prende una forma: ecco alcuni segni che si proiettano su un fondale bianco da cui si diramano una molteplicità di significati possibili. Il significato finale di questi segni non può essere conosciuto dall’autore: viaggia insieme al tempo, o meglio, si dirama in più temporalità. Il poeta interpreta ciò che il tempo dice, ma il tempo dice: nulla.

Luigi Manzi con-SEAMUS-HEANEY 2001

Luigi Manzi e Seamus Heaneay (1981)

La secolarizzazione che ha investito il discorso poetico lo ha privato, da un lato, del radicamento ad uno sfondo metafisico-simbolico, dall’altro, lo ha reso, nelle sue versioni epigoniche, sempre più riconoscibile, di aproblematica identificazione. Lo sviluppo delle tecniche del tardo Moderno, che ha invaso anche la vita quotidiana, ha avuto un contro effetto anche nel discorso poetico, deprivandolo di tutto ciò che è «territorio del poetico». Ciò che resta oggi di questo processo che ha attraversato il Novecento è, appunto, il discorso poetico del post-contemporaneo, per usare una categoria di Roberto Bertoldo.

Al mercato il giocoliere
pettina una scimmia lurida fra rossi pagliacci.
Di lato, la baldracca mostra la pancia al lenone
che titilla la catena d’oro
sul riquadro del petto. Un giovane indù
versa albicocche nel cesto,
poi lo solleva e se ne va.
Un rospo attraversa la piazza;
una rondine cuce e scuce
il cielo a zig-zag.
C’è odore d’acetilene nella cisterna;
gli operai con la testa che penzola
fanno luce sul fondo. Se si osserva bene,
il bimbetto che si sorregge allo sporto
ingoia il filo e riemette –
un gomitolo.

(da Luigi Manzi Fuorivia Ensemble, 2012)

Quel che è certo è che il discorso poetico prende le distanze dal Moderno, prende congedo non voltandogli le spalle, né lo lascia come si lascia un abito smesso ma come un rimorchio ingombrante che rende più difficoltoso il progresso, per il semplice accadere del non-progresso delle forme estetiche che si oppongono, con tutte le loro forze, al movimento cinetico del Moderno.

Preso atto che, storicamente, nel Moderno il valore fondamentale è impersonato dal «Nuovo», accade che nell’ambito del discorso poetico del post-contemporaneo ciò rappresenti invece un dis-valore. Cioè, se il «valore» domina e guida la coscienza dell’epoca come fede, adesione al «progresso», la fluidificazione «monetaria» dello stile ne rappresenta il veicolo e l’ideologia: fede nel progresso storico, deprivato di ogni accezione provvidenziale e metafisica. Il contro-valore del «valore» sarebbe rappresentato, per eccellenza, dalla forma-poesia in quanto forma d’arte che si è liberata dal mercato (o di cui il mercato si è liberato). Ma se il contro-valore assunto dal discorso poetico è il suo carattere distintivo, ne deriva che rispetto alla modernità e alla moda la sua diversità assuma i connotati della irriconoscibilità. Se leggiamo una poesia di Luigi Manzi tratta dall’opera di esordio del 1986, La luna suburbana (1967-1981), sarà chiaro quanto andiamo dicendo:

I signori dell’ascia scendono in boschi profondi
a scheggiare alberi dai marchi immortali.
Si levano al mattino in colbacchi rossi e fermagli d’ocra,
bestemmiando il sole che arde sui neri acquitrini.
Intanto l’ombra travasa veleni dai muschi,
pronta a spezzare la luce dei sortilegi notturni.
Colti nel sonno i canori uccelli sciamano ai monti,
sicché la lepre invidia le altrui stabulazioni
e sbigottisce il sangue al piccolo del cervo.
L’irrequieta specie si deforma
recando di villaggio in villaggio la malattia del senno.
Non c’è chi l’arresti o chi l’impugni.
Così il sereno è un segno piano agitato,
oltre la tempesta.
Oh, struggimento che si fa il cuore da dentro.
Oh, fossi madre al mondo, pari al cormorano, sgravato d’ogni sangue,
abbeverato ai figli, in becchi di porpora. Né per pietà,
ma per orrore, distillando la pazzia dalla ragione,
più simile a Medea, più simile a chi uccide, per rabbia
nasca la quiete.

da Luigi Manzi La luna suburbana (1967-1981)

(Giorgio Linguaglossa)

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71 commenti

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71 risposte a “INDAGINE INTORNO AD UN REATO COMPIUTO: LA POESIA DEL DOPO IL NOVECENTO: Alberto Bevilacqua, Cesare Viviani, Valerio Magrelli, Umberto Piersanti, Mariangela Gualtieri, Flavio Almerighi, Roberto Bertoldo, Alfredo De Palchi, Camillo Pennati, Luigi Manzi, Andrea Zanzotto – Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. antonio sagredo

    ad Alfredo De Palchi

    Da un martirio all’altro detesti il mio carapace e il supplizio
    del trionfo e la giostra dei piaceri inattuali… la carne ricucita
    accusa le cicatrici dell’armonia per un atto mio blasfemo
    che genera una eresia carnale e circoncisa.

    Non hai che strumenti in avaria e un’orchestra che registra
    suoni mai uditi – Non hai nemmeno la lingua, una parola,
    un senso che rifiuta il cicaleccio infame di chi in quel giorno
    d’aprile di 84 anni fa uno sparo deviò la destinazione.

    È la natura che corrompe la nostra intelligenza, e empietà
    e oltraggio non servono ad un “indovino segretato che non sostiene
    più il morso” e sul tenero rogo quel grido gigliaceo “Cari amici, andiamo
    a morire allegramente”… la sua cenere fu più che una pluralità di mondi!

    Non so se nel tragitto equino, Alfredo, il calvario s’era già compiuto in apnea
    se il pesce crudo della nostra mente fu geloso del crematorio, ma dove il tuo
    cuore di medusa inquisì l’abbecedario della conversione c’è un obitorio!

    Perfino Saul sa che a Damasco non successe nulla, e che le fandonie
    sono il sale dei tribunali di un qualsiasi, purissimo, Torquemada!

    Antonio Sagredo

    Gran Sasso d’Italia (Assergi), 14 venerdì di marzo 2014

  2. Ci si ritrova a far fronte ad un’indagine preziosa: ma la generazione X è in declino e con essa la poesia che l’ha incorniciata, anche se poi, una volta letta non resta che cenere: ma la generazione Y in cui mi trovo a far parte, volente o nolente? Come si muoverà? Dove andrà a parare? In essi vi sarà un progressivo crollo temporale e un dissociamento dal soggetto. Posso, or ora sperare, come un Holmes dianzi ad un caso di gravità inevitabile, che con quel progressivo della poetica si vada a edificare un qualcos’altro. Ma la generazione Y è ai margini: ha un tempo che diminuisce, ma l’ha, ha un soggetto che viene liquidato, ma l’ha? Che ne sarà però della generazione Z? Quali saranno i movimenti marginali, se vi saranno e in quale umbratile si dovrà muovere? Da osservatore di questo “nuovo mondo” posso solo cercare di continuare un discorso. Una volta ero in classe, quando dissi che valevo più di tutti loro (un narcisismo consapevole, dopo tutto, ed inevitabile): la classe si mise bellamente a ridere: d’altronde erano troppo concentrate a lumarsi le unghie celesti, per accorgersi, in realtà di dove erano capitate e di come dovessero muoversi. Noto un crollo totale della consapevolezza, che si ha in un cospicuo aumento della dipendeza, o Tedio. Forse sarà lì che poeticamente la generazione andrà a parare, con una struttura instabile, d’altronde non possiamo immaginarci altro. O sì?

    Valerio Gaio Pedini

    • Francamente a questo punto sono sempre più convinto che il Poeta, essere assolutamente individualista e dotato della giusta cialtronaggine, non debba essere irregimentato in situazioni del tipo generazionale, lineare, geografico o quant’altro. il poeta o c’è o non c’è. Quando in classe hai detto che vali più della somma dei tuoi compagni, hai fatto un gesto di rottura e consapevolezza profonda, e hai fatto bene. Ai miei tempi mi avrebbero aspettato in bagno per suonarmele, adesso ridono, la cosidetta generazione W contemporanea della generazione Y. Ti auguro di scrivere tanto bello quanto mai ne è stato scritto fino a oggi, ciao

    • Asino Crusca

      Gentile Prof. Pedini,
      ho una serie di appunti/domande da sottoprorLe:
      1] «Posso, or ora sperare, come un Holmes dianzi ad un caso di gravità inevitabile, che con quel progressivo della poetica si vada a edificare un qualcos’altro». Lei si riferisce al famosissimo John Holmes, maestro di gravità inevitabile?
      2] con tutte le X, Y, Z, non si rischia di ridurre l’arte ad un’equazione a tre incognite? Come dovremo definire il ruolo dell’artista moderno, col metodo Cramer?
      3] «d’altronde erano troppo concentrate a lumarsi le unghie celesti, per accorgersi, in realtà di dove erano capitate e di come dovessero muoversi». Lei fu molto fortunato a capitare in una classe dove tutti, uomini e donne, avevano «unghie celesti»: il Suo era il liceo classico dei Puffi di Gallarate o un istituto di apprendisti tornitori?
      La Sua soddisfazione è il nostro miglior premio [dottor Tomas e Pasquale Baudaffi].

      • “il liceo classico dei Puffi di Gallarate”
        Questa inqualificabile espressione spregiativa Le costerà molto cara, egregio Asino Crusca! Si dà il caso che io abbia insegnato per molti anni in questo rispettabile Liceo classico “G. Pascoli” di Gallarate, come il poeta prof. Silvio Raffo e la poetessa prof. Marisa Ferrario Denna, ora editore della Nomos che pubblica poeti come Tomaso Kemeny..
        So benissimo chi è Lei. Insieme con il suddetto Liceo, sporgerò Querela contro di Lei per oltraggio e diffamazione. E’ ovvio che sarò assistita da un avvocato serio e molto abile.
        prof.ssa Giorgina Busca Gernetti

        • Attenti a come commenterete le mie parole. Non perdonerò nessuno.
          Ho rimesso piede (metafora) solo momentaneamente in questo blog che credevo dedito alla Poesia e molto serio, Purtroppo mi sono ricreduta molto presto. E’ un luogo d’insulti di bassa lega che insozzano le poesie pubblicate nei post, perciò il dr. Giorgio Linguaglossa non si aspetti il mio ritorno perché mi piace nuotare nell’acqua limpida, non nel fango.
          Saluto cordialmente il gentile Flavio Almerighi, sempre corretto con me, e il prof. Giuseppe Panetta, anche lui gentile e molto educato, “rara avis” in un mondo squallido e volgaruccio.
          prof.ssa Giorgina Busca Gernetti.

          • Gentilissima Giorgina B. Gernetti, non ci vuole la scala per apprezzare il profondo della tua Poesia, e utilizzo la maiuscola perché lo penso. Mi amareggia però il tenore di questi ultimi due commenti, questo è un bel posto secondo me.

            • Era un bel posto, ma alcuni lo hanno reso come l’ho descritto.
              Ho letto spesso i vari commenti anche dal luogo in cui mi trovavo, ma non sono mai intervenuta benché una certa mancanza di rispetto per un giovane poeta suicida (che avevo conosciuto di persona, pur non avendo scambiato con lui nemmeno una parola perché io ero tra gli spettatori) mi abbia ferita nell’animo.
              Ti ringrazio per ciò che hai scritto della mia poesia. Altrettanto dico della tua.
              Oggi sono entrata nel blog e ho letto per caso “il liceo classico dei Puffi di Gallarate”. Ovvio che scrivessi ciò che ho scritto.
              Di nuovo cordiali saluti e buon lavoro
              Giorgina

  3. non ho mai parlato di uomini e poi il puffo qui è lei,che scassa il cazzo ai Gargamella della situazione. Non le rispondo alle domande, sono un intellettuale, non un professore e non è il mio compito rispondere a domande tendenziose di cialtroni qualunque. E sì, l’arte è un’incognita e se lei è talmente Asino da non essersene accorto non è colpa mia. Studi l’assetto sociale prima di scassarmi il cazzo e poi vada direttamente a cagare a casa sua, e miraccomando, tiri il sciacquone, ché il mondo è già intasato.

    • Asino Crusca

      Gentile ing. Pedini, noto che ha riconosciuto in me il cialtrone. La Sua risposta, ricca di humor (humor/is), si invischia nel bagnato, e liquida tutto ne «il sciacquone», con fine licenza poetica. Ah, le neo-avanguardie! Govoni, coi suoi fiori, non l’avrebbe mai scritto. E non avrebbe gettato viole ne «il sciacquone». Le avrebbe buttate nel cesso.

  4. gentile Asino Crusca,

    Nota bene: visto che si ripara dietro uno pseudonimo, sappia che il prossimo commento che perverrà a nome di Asino Crusca lo inoltrerò alla Polizia Postale per gli accertamenti del caso con connessa querela di parte per i reati commessi.

    • Asino Crusca

      Gentilissimo dr. Linguaglossa, che reati avrei commesso? Non ci vedo, Lei, a minacciare di fare intervenire la Polizia Postale, contro un individuo che non commette nessun reato degno di Nota. Purtroppo è fuori strada: la mia ironia, non è degna di Nota. Le note le mettono i maestri: e Nota un maestro non è. Lei è troppo libertario: non minacci inutili interventi della Polizia Postale. Cosa dovremo dire dell’incapacità dell’ing. Pedini di rispondere all’ironia senza inalberarsi, introducendo ingiurie a mezzo stampa (art. 594 c.p.)? Pedini, non faccia il dr. Sgarbi!

  5. Giuseppe Panetta

    Succedono cose stranissime ultimamente.
    Di solito gli asini volavano, ora sanno pure leggere e recitano poesie.
    Anche le multinazionali leggono i blog di letteratura.
    E noi a discutere sulla sparizione del lettore!!!

    Su, mettiamoci in posa, ci scattano la foto d’epoca.

  6. Giuseppe Panetta

    Basta solo Prof., non mi lusinghi troppo altrimenti raglio. E si sa che il raglio d’asino non sale in cielo.

    • Asino

      Quando il treno deraglia, davanti all’asino, l’asino sale in cielo. Orsù, mons. Panetta, non esca dal seminario, stavamo tutti sfottendo il Prof. Pedini, e le sue concezioni crameriane della poesia contemporanea. Lei deraglia, senza ragliare!

      • Giuseppe Panetta

        Se il treno deraglia davanti all’asino e non colpisce l’asino, l’asino tirerà un raglio di sollievo. Se invece il treno deragliando uccide l’asino, allora l’anima dell’asino arriverà in cielo. La sua carcassa no e nemmeno il raglio.

        Gli asini però mi son simpatici. Da bambino cavalcavo quello di mio nonno. E mi ricordo anche di un mulo, il mio preferito, che quando non mordeva tirava calci.

        • Asino

          Carissimo, vede che ci intendiamo? È normale che Lei ami asini e muli! Tra noi bestie, ci intendiamo alla perfezione. Buona notte, e mi saluti Sagredo.

          • Giuseppe Panetta

            Il Carissimo mi preoccupa Asinello mio.
            Diciamo che tollero asini e muli, ma io in acqua sono un lamantino, sto parecchio a pancia in su, mentre in terra sono un gatto, norvegese per la precisione.

            Porto i saluti. Sagredo, Asini te salutant.

  7. Adesso basta! Fintanto che un commento o un intervento vengono condotti e pubblicati sottoscritti con il proprio cognome e nome, purché l’autore, si chiami Pedini, Almerighi, Simeone, Linguaglossa o in altro modo, va benissimo e l’interessato firmandosi se ne prende la propria responsabilità, ma quando un deficiente con più identità di un icosaedro, per il semplice gusto di provocare e di abbassare il livello di un blog finora formidabile da un punto di vista qualitativo, questo va assoggettato a moderazione, invito quindi la redazione de l’Ombra della Parole a valutare provvedimenti.

    • Asino

      Gentile ing. Almerighi, ad innalzare, magari, ad innalzare il livello di un blog. Perché buttarvi tanto a terra? Pedini, Simeoni, Almerighi, Linguaglossa sono nomi veri, o semplici nicknames? Siamo tutti finti, e tutti veri: cos’è un nickname? Poi, ricordi: melius abundare, quam deficere. Preferisco deficior, che essere un Don Abbondio, che cambia casacca a seconda della offerta migliore (Erato o non Erato, this is the question).

      • Ivan Pozzoni

        Gentile dr. Asino, l’ho studiata bene, stilisticamente e sintatticamente. Basti dire che ho compreso chi è, e me ne renderà conto.

        • Asino

          Finalmente è arrivato il cialtrone: chiaro, sempre immerso nei conti, dare e avere, Pozzoni non è in grado di fare altro che farsi render conto. Caro amico, vuole battere il record mondiale di pubblicazioni su strada?

    • Giuseppe Panetta

      Almerighi, Asino ha ragione, il livello s’è alzato. Una pagina di letteratura grottesca. Dare del Gentile, Sig., dr. all’Asino è stato spettacolare. Altro che luna sole e stelle, le stalle, le stalle!!!

    • Bravo Flavio!
      Il Moderatore/Amministratore di questo blog, che era d’altissimo livello, che gusto prova a vederlo trasformato in un “bistrot di Roma” (espressione sua. Io conosco quelli di Parigi)?
      Giorgina Busca Gernetti

  8. per dir la verità Asino sta facendo tutto lei

  9. Asino

    Fidatevi: s’è alzato (lo share). Come nella teoria del John Holmes del Prof. Pedini. Alle stalle: noi miriamo alle stalle!

  10. Giuseppe Panetta

    So chi sei. Ma non dovrai rendermene conto. D’altronde abitiamo la stessa stalla.

    • Asino

      No, caro amico, tu sei Pinocchio, e io Lucignolo. Spero che nessuno si sia offeso della mia ironia garbata (mai un insulto)! Sparisco nel nulla, come dal nulla sono venuto. Però, prima, un’ultima fucilata.

  11. Giuseppe Panetta

    Così ti riconoscerò, compagno dalle lunghe orecchie, in punto di morte?Spara a salve, però. Un giorno potrò parlarti dei miei lutti di fucile e tu mi mostrerai le tue rovine. Hi-ho, hi-ho

  12. gentili lettori e interlocutori,
    mi spiace e mi meraviglia che nessuno di voi abbia avuto modo di commentare questo scritto sulle questioni della poesia contemporanea (dove si agitano, mi sembra, questioni molto importanti) e che invece vi siate prodigati in un ping pong di chiacchiere intrattenitorie.

  13. Ogni qualvolta visito questo blog, non tutti i giorni, ho il piacere della sorpresa. Però oggi la sorpresa è noiosa, senza ironia o sarcasmo, se mon cretina, tanto che il mio amore per gli animali mi fa abbracciare soltanto gli asini a quattro gambe. Gli asini umani non attirano le mie simpatie.

    Per qualche minuto mi sono dibattutto se scrivere o non scrivere il commento che intendevo inviare. Siccome mi ero un po’ preparato mentalmente, decido di condividere il commento pure con asini dottori ingegneri e professori.

    Che in un commento si scriva bene della mia poesia, che Antonio Sagredo (mi conosce abbastanza senza avermi mai visto) mi dedichi un lungo saggio, e ora dei versi indovinii, o che altri stiano in silenzio, indifferenti o peggio, a me fa lo stesso effetto perché l’indifferenza micidiale che ho verso il contrario mi assiste.

    Delle varie generazioni non ho una contemplazione; insomma, me ne frego. Ho una data di nascita, ma ripeto quello che scrissi sull’ultima mia raccolta, Foemina tellus (2010), come biblioografia, ”alfredo de palchi nasce ogni mattina”. Insomma, sempre contemporaneo e libero spirito. Inoltre, mai dubitato della mia poesia; noti, poco noti e sconosciuti “poeti”, considerati per la loro vuotaggine spigliata nel canone dei critici accademici, nell’insieme fanno una vasta pianura desertica dove non c‘è una goccia di sangue, un seme. Anche qui ripeto, e con Almerighi, che la poesia c’è o non c’è. Arzigogolare serve ai critici d’accademia, ai professori, che presumono forza linguistica la fiacca dei testi degli autori da crestomazie di “rimatori” moderni. Ah, ma questi pochettini istruiti, d’accademia, hanno un “pensier”; e quale, non lo esprimono in quanto per loro il “pensier” non è un pensiero compiuto, è una parola riempitiva del canone. Poesia c’è o non c’è. Dalla critica In gran parte accademica, nella scelta degli autori la poesia è rara; c’è la la falsa poetica del canone. E allora?

    Allora occorre un cannone invece del canone abusive. Ammetto di aver composto di getto le mie poesia soltanto per naturale necessità fisica, naturale come mangiare, bere, dormire, urinare, etc.; se c’è, il poeta-poeta la sente fisicamente, non intellettualmente, e al termine d’ogni sorta di composizione diretta (ispirata), il creatore con cialtronaggine (grazie Almerighi), si trova in erezione. . . La conferma è che Petrarca, poeta intellettuale, non si lavava e pensava pulitamente a Laura, non aveva stupende erezioni poetiche, mentre Dante incazzato e ispirato gli succedeva di averle quotidianamente. Eppure, è il canone petrarchesco che accademici e gran parte di . professori esibiscono dei simil-rimatori senza rime. Chi ha stomaco si rilegga almeno in parte I rimatori;
    non c’e poesia; la stessa noia magari ben fatta si trova nelle antologie dei vari
    accademici, e dei numerosi raccogliatori di moderne e contemporanee ciabatte
    di carta.

    Alfredo de Palchi

  14. Il problema sollevato da De Palchi mette il dito sulla piaga: il problema del Canone. Certo, non basta, come fanno gli Arrabbiati, passare dal Canone al Cannone, il problema è: chi stabilisce che questo o quello sia il Canone e chi sia deputato ad interpretare il Canone (s’intende: interpretazione autentica). Ergo, il problema del Canone è un problema che può avere soltanto una soluzione politica. E la politica che cos’è? La politica è la prosecuzione della guerra in tempo di pace scriveva Von Clausewitz. Quindi la politica è guerra, sotto un’altra forma ma guerra. E allora chi decide del Canone?, ma è ovvio, lo decidono coloro che hanno le chiavi delle caserme e delle munizioni, non certo i pacifisti.

    Il fatto che tra Petrarca e Dante sia stato il primo a vincere e ad oscurare il rivale fino al Novecento inoltrato, è stato determinato da un disequilibrio politico, tra un disequilibrio dei rapporti di forza Istituzionali e culturali della “cultura”.

    Certo oggi abbiamo a che fare con un problema ben più modesto: se si debba scrivere in questo o in quell’altro modo per compiacere a una certa Area culturale. Messa così la questione, la questione stessa non fa questione. Voglio dire che il problema cessa di essere un problema estetico e diventa un problema politico.

    Quello che questi giovani Arrabbiati oscuramente percepiscono, a mio avviso, è proprio questo: che il problema estetico non esiste, esiste soltanto un problema politico. E uno scontro politico lo si vince solo se hai dietro di te le masse che ti votano, se hai la maggioranza che ti sostiene. Ma se si è isolati non si pone nemmeno il problema del Canone, e nemmeno quello del Cannone (ammesso e non concesso che abbiamo anche le munizioni).
    Per tornare a noi, una poesia come quella di Anna Ventura che abbiamo postato stamane, che cos’è? Poesia o non poesia?. A me sembra che la poesia della Ventura, proprio per il suo essere rimasta per ben 50 anni in disparte, è cresciuta fino a diventare una poesia altamente significativa del nostro tempo. Ma è dovuta restare in disparte per ben 50 anni!

    • ambra simeone

      diverse sono le teorie o supposte tali che indagano su cosa sia arte o meno, io tenderei a pensare che la “teoria istituzionale” sia una delle migliori varate in questo secolo. insomma sono le “istituzioni” o il “contesto” che decidono cosa sia “istituzionalmente” arte o non arte. rimane tutto lì e non c’è via di scampo (questo a testimonianza della varie caste di cui parla Giorgio) e del suscettibile cambiamento da canone a cannone (di cui parla De Palchi).

      una possibile risposta al perché molti poeti e artisti (come anche le loro opere d’arte) vengano “riscoperti” da morti o “atterrati” da vivi, ciò in base a cosa sia di moda o meno tra “gli addetti ai lavori”!

  15. io confesso di non aver mai parlato di generazioni poetiche, ma di generazioni sociologiche, a cui, volente o nolente,vivendo in un assetto sociale, siamo: e tra lo scambio società e artista (che non sta in disparte, s’illude di farlo, semmai, e forse questa è la sua arma) proviene un certo tipo di arte od un’altra: l’iperealismo artistico possiamo definirlo figlio di una società in cui l’occhio è tanto incapace di percepire che devi mettergli dianzi un’immagine fotografica o del tutto uguale a se stessa, per riuscire a decifrarla: in pratica, si è fermata: mentre al contrario la società si muove di continuo, l’arte non può farl altro che fermarsi, perché instabile per principio (e qui non parlo di generazioni, ma parlo d’incapcità descrittiva): dove nessuno ha più il CORAGGIO di descrivere la realtà, amesso che in italia da pretarca in poi qualcuno l’abbia davvero mai avuto: d’altronde Laura poteva chiamarsi Genoveffa che sarebbe stata Laura comunque, perché doveva incoronarlo poeta. La fossilizzazione assidua del lirismo spompo (non ce n’è uno che sia diverso dall’altro per forma e contenuto). E la fossilizzazione dal novecento in poi non poteva far altro che aumentare, dato che la Nostalgia è sintomatica di mancanza di volontà di scavare nel passato, nel presente e nel futuro. E lo dico da non accademico, perché anche al liceo ho salutato tutti, continuando da solo. Lo dico da non accademico, poiché, da come si può evincere io detesto gli accademici.

    • Descrivere la realtà e senza fronzoli? Ivano Ferrari per esempio, and many others. E’ che lo voci non sono amplificate, ognuno se le deve cercare. La poesia è l’unica delle arti che va cercata, cercata, non sempre la si trova, nemmeno la si può definire. E il poeta generalmente non è mai la sua poesia. L’accademia e gli accademici sono semplici archivisti, collezionisti di farfalle morte. Ogni percorso è personale, condivisibile, ma personale.

      • Giuseppe Panetta

        Caro Almerighi, sono d’accordo sul percorso personale, in fondo la vita procede sempre per temi individuali e associazioni collettive. Il vero problema non sono le associazioni collettive (le botteghe), quanto i temi individuali che spesso sono soggetti a una certa “politica”, come dice Giorgio, o peggio ad un contesto “istituzionale” come afferma Ambra.

        La poesia non è l’unica tra le arti a dover essere cercata. Immagina un pittore davanti alla tela bianca, o a uno scultore davanti a un blocco di marmo. Almeno noi poeti possiamo sporcare un foglio bianco o riempire un file word che poi può essere cancellato con un click. Ma un pezzo di marmo, un calco in gesso che diventerà un bronzo?

        Io credo che la poesia sia l’unica forma di anarchia possibile. La poesia per sua stessa natura è anarchia pura.

        • Ambra Simeone

          caro Giuseppe,

          molto bella la tua immagine di “poeta che crea e poeta che distrugge” con un semplice click, infinitamente meno economico costruire una statua e poi buttarla via! 🙂

          ma purtroppo io credo che proprio perché la poesia (come anche tutta l’arte) è soggetta a “istituzioni” e “politica” non possa essere anarchica, diciamo che come per noi che ci muoviamo in una “falsa democrazia” essa si muove in una “falsa anarchia”!

          Castoriadis docet “il progetto democratico è lo sforzo non ancora compiuto di concretizzare nelle istituzioni, per quanto sia possibile, l’autonomia individuale e sociale” per cui lo scrittore dovrebbe mettere in discussione il più possibile le istituzioni perché “la democrazia è il regime della riflessività”

          la domanda è quanta arte riesce a mettere in discussione e quanta si muove nella falsa democrazia delle lobby poetiche e politiche? proprio nell’articolo di Giorgio vediamo bene che alcuni tipi di poesia sono rappresentazioni di una “falsa poetica” perché inseguono una “falsa democrazia”!

          • Cari Panetta e Simeone, quando dicevo che “la poesia va cercata” non alludevo all’ispirazione, quella “sdeng!” arriva quando meno te l’aspetti. Alludevo all’altrui poesia, quella che va cercata da lettori. Avete però entrambi introdotto un argomento e un termine “anarchia” che a proposito di poesia è quanto, secondo me, di più azzeccato possibile. La poesia moderna è anarchia pura, ma non è morta come da decreto ministeriale del Gruppo 63. Anarchia personale, la poesia non rende, fa soffrire, ammazza e in fin dei conti i più nemmeno la riconoscono. Quale forma d’arte più infelice della poesia. Poi ci sono le istituzioni, le mode culturali, i diktat di stampo cultural mafioso, come osserva acutamente Ambra Simeone. Finito il tempo dei poeti di corte di buona memoria favoriti dai mecenati di ogni epoca, oggi si va per botteghe, lobbies, e soprattutto per stratificazione di servi lecchini. Ancora non si sono spente le eco del Flavio Oreglio di costipanzaiana memoria, nè del Rondoni mitico prefatore dell’altrettanto mitico Bondi, ma sono le punte di un iceberg. Questo significa una cosa sola secondo me, la poesia è un’arte infelice sul piano personale, così come deve essere underground e samizdat sul piano sociale, altrimenti è belletto, michiata, servitù. E il delitto, il reato, sono anhe questi.

  16. Giuseppe Panetta

    Sì, cara Ambra, c’è una grande menzogna e l’anarchia di cui parlavo l’ha spiegata bene Almerighi.

    Decimo comandamento: menti solo se sai di mentire.

    X
    In partenza la parola preparata
    dopo lunghi allenamenti di logos
    immagina una vittoria guadagnata
    sull’onda medio lunga del pathos.

    Il senso si ribalta mentre veloce
    corre la parola sui trampoli
    quando non s’ode alcuna voce
    ma la polvere alzata dei sandali.

    Rotola nel ribaltamento del senso
    ora è un bruco m ora un bipede n
    ora un accento che cambia il vezzo.

    La parola arriva alla sua deriva
    densa di menzogna arrotolata
    selva di dissesto e libertà tardiva.

    (Salumida, Edizioni Paideia, Firenze 2010)

    E mi riprendo la corona d’alloro di polistirolo che avevo gentilmente concesso a Menna -:))

  17. Valerio Gaio Pedini

    Il problema dei poeti è che setacciano solo la poesia. Da attore posso dirivi che il teatro non differisce: l’ambiene artistico vive in una costante collusione con gli altri e con la politica e l’istituzione: volente o nolente: che libertà ha il lettore, se per leggere un libro decente dev spendere tot e per leggere una merda devo spendere meno? E’ compito progressivo della politica annullare l’arte, tramite la stessa arte. Quindi dalla poesia al cinema si soffre della stessa “malattia”, e quella malattia fa morire l’anarchia che si millanta ci sia. Prima di tutto, perché sarai schiavo di te, e se il te è servo volontario di un sistema che vuole sottrarti il tuo giudizio, be’ allora di che anarchia parliamo? Formale? No! Poiché se sei consapevole , sei anche consapevole che la definizione anarchico è campata in aria: possiamo essere contro tutti, anche libertini dell’arte,ma anarchici probabilmente no, poiché una libertà completa è oltremodo inesistente. E qui non si parla né di canoni, né di cannoni: si parla semplicemente dell’incapacità umana di districarsi anzitutto dall’io, per poi districarsi dall’altro. Pare che sociologicamente parlando tutto ciò stia per avvenire: ma è erroneo pensare che possa avvenire.

    • ambra simeone

      forse Valerio tu alludi ad un’arte che si auto-distrugga e che si ricrei di volta in volta, nel momento giusto… e mi sembra che sia pure una cosa naturale!

  18. Giuseppe Panetta

    Sei contorto, Valerio, e allo stesso tempo lineare. Hai una tua opinione. Annullare l’arte tramite la stessa arte? Non ti chiedo di spiegarmi che significa, perché sarebbe come parlare della luna in sua assenza: si sa che prima o poi essa spunterà e sarà sempre la stessa, purtroppo. Per fortuna gli occhi che la guarderanno saranno diversi, e diversa essa apparirà essendo sempre quella. Ci sono dei punti fermi nella nostra esistenza che non possono essere cambiati, possono essere letti in modo differente.
    Io non so, come dici tu, con troppa semplificazione, cosa fanno gli altri poeti oltre a scrivere poesia. Magari dipingono, recitano, cantano, ballano, traducono, chissà.
    Io posso dire che mi sono infettato da bambino e che la malattia l’ho sviluppata a 20 anni. Ma prima di commettere un vero reato, degno d’un serial killer di professione, ci ho messo molti molti anni.

  19. Giuseppe Panetta

    Voglio anche aggiungere che la poesia non può e non deve essere paragonata al cinema. Oggi, le multinazionali del cinema prima di girarne uno fanno un sondaggio su cosa può piacere allo spettatore.
    Per la poesia dovremmo farne tre di sondaggi: 1) cosa piace al lettore? 2) cosa piace agli altri poeti di leggere nella poesia del poeta? 3) cosa piace al critico?

    L’anarchia di cui parlo io è qualcosa di molto labile. Non deve trasformarsi in “regime”, appena lo fa smette di essere anarchia e si trasforma in tirannide. E noi siamo “Contro i nuovi tiranni” (John Berger, 2013).

    • ambra simeone

      caro Giuseppe,

      e io farei un’aggiunta alla tua aggiunta, più che fare sondaggi io parlerei di “discussioni” nel dire e nell’ascoltare (come quelle fatte su questo blog per esempio o in piazza o in qualunque altro posto) discussioni comprensibili (non “mistiche” o “sacrali”) con gli altri che siano lettori, critici, o altri poeti!

  20. antonio sagredo

    Non mi parlate più di stagioni
    se avverto la pietra o il ghiaccio.

    Non mi parlate più della primavera –
    l’inizio del quartetto è muto.
    Maturano il grano e il mio gallo,
    livida è la gravità delle ceneri.

    Non mi parlate più dell’estate,
    di equinozi a caccia di manguste.
    Belletto è una carta mascherata.
    Quando il magnete gioca nella vulva
    il sipario custodisce la mia rovina.

    Non mi parlate più dell’autunno,
    di sogni piombati e di commiati inamidati.
    Quando sazio della lira sposo il gelo
    in un sonno di calce sottoterra,
    il sudario è una rivolta contro le mie ossa.

    Non mi parlate più dell’inverno,
    dell’alchimia del vecchio capriolo.
    Il letargo impone una quiete,
    il tributo di una radice ti distilla –
    visione copula la vita, assenza
    incanta l’evento e il disinganno.

    Non mi parlate più di stagioni –
    fine e principio sono strabici furori.

    Spirali, rettili della linfa,
    come è neutro l’infinito!

    Non ho sangue recidivo.
    Uomo e donna mai erano – sono – saranno.

    antonio sagredo

    Roma, maggio/giugno 1986

  21. Valerio Gaio Pedini

    GRIDO STROZZATO ALL’OMBRA DEL MUTISMO

    Strangolato ancora in questa nube di tossica isteria,
    mi frammento in una progressiva decostruzione del Sé:
    odio il ciarpame umano-ma si è umani troppo umani!

    Burla-ribolla-farsa-sgranocchia

    Le ossa incenerite in questi campi di asfissia oltrurbana
    Cavalcano scheletriche un elefante
    Che si decompone nella sua matrice tossica:
    l’avorio non genera- l’avorio si estingue:

    il bulbo oculare che mi ha concepito era frammisto di budello di tigre
    e pene di lupo:
    un arte fedele insapore, incolore, che squarcia le fenditure di un tempo
    in continua rigenerazione: una progressiva stagnazione di homunculus che millantano potenza!

    Burla-ribolla-farsa-sgranocchia

    Le mie corde vocali sbiellate, strappate dall’ingordigia umana:
    dove si è posto l’obeso cadavere che or mi vuole concepire stronzo?
    Sul seggiolino del mondo: chiamasi Gea:

    mater, mater
    decomponiti in rose che restino nel tanfo della bile,
    empile di quell’amore che ottunde all’odio,
    sappi che la pietas non è coerente col destino dal tuo schiavizzatore concepito:
    sbiella le sue budella! Rendi scarna la sua alterigia!

    Schiantato al suolo
    Schiatta il mio cadavere
    Muto in un delirio
    Che soggiace nelle grida:

    che le rose permangano ed io sia un Crisantemo!

    Valerio Gaio Pedini

  22. Domenica. Non arrivano e-mails ”urgenti” di fregarmi. L’internet ha misteriose associazioni criminali (internazionali?) che inviano a migliaia notizie di guadagni facili, in fretta e immensi. Chi è avaro, ci casca e merita di scoprire che il proprio conto bancario è stato sbancato. Le indovino subito senza leggerle e le cestino.

    I commenti degli ultimi giorni in questa Indagine. . . , evitano la serietà del soggetto proposto dalla indagine,vanno a visitare sentieri inutili di questo e di quest’altro che non servono a debellare la schifezza dell’antico canone forzato dagli accademici ed eserciti d’insegnanti a seppellire la poesia. Chiacchiere, scambiate per discussioni e lotte anarchiche. Per me sono commenti che cestino dopo aver posto alcune osservazioni.

    1) Almerighi, è il più succinto e chiaro, e apprezzo anche la seguente frase detta in poche parole: “. . . E il poeta generalmente non è mai la sua poesia”. Se la intendo bene, finora è la mia esperienza; se in un articolo o in un saggio, oppure in un blog come questo, mi capita di leggere una mia composizione,mi stupisco chiedendomi l’ho scritta io? Confesso che il testo, scritto da me, è totalmente diverso dalla mia personalità anche perché non mi viene da pensare e parlare in quello stile.

    2) Giuseppe Panetta: ”. . . Almeno noi poeti. . .” . Sempre
    personalmente non dico mai io poeta, tu poeta, noi poeti, al peggio apostrofo i meschinazzi che si vantano presentandosi “io sono il poeta Gianpaolo Minchione” con il “voi poeti” solo per denigrarli. Se mi presentassi a una persona “sono il poeta tale” sprofonderei sottoterra dalla vergogna. Ma come Panetta, alcuni si professano “io poeta” e “noi poeti” senza arrossire. Assicuro che tale prosopopea non è arroganza, ma profonda insicurezza sulla propria produzione “poetica”.

    3) Almerighi, ancora d’accordo su tutto, eccetto che lo contraddico su l’anarchismo artistico, menzionato da Panetta, non discusso seriamente. È la menzogna degli artisti italiani, falsi e più vanitosi di autodefinirsi anarchici che dimostrare anarchia disciplinata nell’arte visiva e in quella della poesia. L’anarchia dell’artista italiano rimane un termine menzionato ma falsamente. Quegli artisti, “poeti” inclusi, incontrati durante la mia lunga vita, se menzionavano “io sono anarchico”, chiedevo curiosamente come sai che lo sei. Per la verità non sapevano che essere anarchico vero e puro (non intendo l‘assassino, il terrorista) significa amare la verità, non essere venale (purtroppo l’italiano è un eccellente avaro), non affezionarsi alle cose, non possedere immobili, etc., guadagnarsi il cibo. il vestirsi, e l’affitto, lavorando a lavori anche umili se è nercessario; insomma, essere totalmente libero. Ma la totale libertà contiene disciplina. Per me l’artista italiano si crede anarchico ma non sa cosa significhi, gli piace il termine e basta. Così li ho conosciuti, e costoro però senza accorgersene parlavano con un puro anarchico che rideva loro in faccia. Mi spiego: sono cresciuto con madre singola che era già nel xximo secolo alla mia nascita, e con un nonno anarchico, non violento, inviso dalle autorità politiche della cittadina e con la figlia (mia madre) invisi dalla chiesa locale. Io sono loro pupillo. Quello che uso non mi appartiene, come scrissi privatamente qualche anno fa a Giorgio Linguglossa, neanche la sedia al computer mi appartiene; I soldi che la mia prima moglie mi lasciò (ed eravamo divorziati da 25 anni quando morì nel 1994) li spendo non per comprare “il mattone” ma per pubblicare letteratura italiana in America senza chiedere un centesimo agli autori e Domenica. Non arrivano e-mails ”urgenti” di fregarmi. L’internet ha misteriose associazioni criminali (internazionali?) che inviano a migliaia notizie di guadagni facili, in fretta e immensi. Chi è avaro, ci casca e merita di scoprire che il proprio conto bancario è statobancato. Le indovino subito senza leggerle e le cestino.

    4) Giuseppe Panetta: con la frase “L’anarchia di cui parlo io è qualcosa di molto labile”. Infatti conferma la mia semplice spiegazione. Non c’è anarchismo artistico se l’artista non ha i connotati indicati sopra. Parlatene finché volete, ma se non avete quei connotati non riconoscerete mai l’arnarchismo di qualsiasi arte e vita. Inoltre, perché umiliarsi con quei versi, signor Panetta. Lei commette un doppio reato, vanità (errata da parte sua) e dentro il canone, acerrimo nemico dei poeti-poeti..Il mio reato, che commetto senza errore di giustizia, è una cannonata ai suoi versi.

    5) Ambra Simeone: “istituzionalmente” sta al centro e secondo a chi si rivolge si irradia a destra e a sinistra ma si capisce che sta al centro con le “istituzioni” che decidono tu sì e tu no. Non riconoscendo istituzioni forzate da meschinazzi d’accademia, non accettando le loro scelte d’ignoranti che di politica non ho nemmeno illusioni che vi sarà un rivolgimento di criteri. Il tempo, sola giustizia, deciderà sulla sorte dell’artista. Per consapevolezza voglio qui ricordare ai consapevoli che i poeti realmente dediti all’anarchia pure artistica sono François Villon che dal medioevo del quattrocento francese ha portato la poesia alla modernità, e Arthur Rimbaud rivoluzionario della poesia moderna e contemporanea. E ambedue scrivendo in forme rimate e Rimbaud anche poesia in prosa. E Dante? Continua a dimostrare la sua contemporaneità.

    6) Valerio Gaio Pedini: versi non migliori, ma più gonfi di “ciarpame” nemmeno pseudo poetico, di quelli di Panetta. Nessuna persona può ingannarsi e definirre
    “poesia” trombate simili. Quando ho l’occasione, come qui, di lanciare la verità, la mia, non posso fingere, mentire a me stesso, e zittirmi. Illusione è un inganno potente, toglie le capacità di criticare se stessi. Altrocché anarchia.

    • Ambra Simeone

      per “istituzioni non intendo destra o sinistra o centro, le “istituzioni” sono i critici, gli accademici, gli studiosi, i filologi, i semplici lettori, i politicanti, i poeti stessi, un pubblico generico che non ci capisce niente; ma a prescindere dalla loro preparazione o meno, sarà questa accozzaglia di persone che deciderà, perché noi siamo “il Tempo” e quel che deciderà dell’artista, non è quel “tempo” termine aleatorio e indefinito!

      Potremo anche fregarcene (e infatti anche io me ne frego), ma è stupido dire che Villon o Dante o Rimbaud o chicchessia non sono stati parte e allo stesso tempo oggetto di analisi da parte di queste “istituzioni”!

    • Valerio Gaio Pedini

      alfredo, sai se non critico me stesso? Il concetto di anarchia è abbastanza ridicolo, adesso come adesso, poiché la gente è anzimodo fossilizzata nell’io, quindi la libertà che sarà mai? Villon, Rimbaud e Dante non sono immortali: fra quettro miliardi di anni il sole crescerà in dismisuara e ogni scritto umano verrà carbonizzato. Semplice dimostrazione che la letteratura non può essere immortale,perché l’immortalità non è contemplata dalla Natura. Si può trasmutare, ma non essere immortali. Come dissi ad un astrofisico mesi fa: tutto ha una fine, che ci piaccia o no. E dopo la fine vi può essere un nuovo inizio, ma solo se si accetta il termine fine. Pare che a Giorgio trombate simili piacciano. Un giorno forse scriverò come te, quel giorno il Gaio non sarà mai esistito. Ma comunque accetto, incasso il colpo per rispedirlo al mittente, ed andare avanti. D’altronde, SO DI NON SAPERE.

    • Giuseppe Panetta

      Caro De Palchi

      Anche io come Giorgio, da ragazzo, avevo un “amico” che faceva il fruttivendolo di professione, lavoro nobilissimo, e scriveva versi. Quando si presentava alle persone e quelle gli chiedevano cosa facesse nella vita, lui prontamente rispondeva, il Poeta, io sono un poeta. Arrossivo io per lui, mentre lui bellamente mi diceva, vendo frutta per campare, scrivo versi per vivere.
      Poi, durante gli anni dell’università, anni ’80 del secolo passato, ho conosciuti altri “amici” in circoli culturali, avvocati, notai, professori, dottori, editori, critici o presunti tali, che pubblicavano libri di poesie, organizzavano pompose presentazioni dei loro libri, con catering e bomboniere come se ogni volta si stessero per sposare con la Poesia, o con qualche ninfa del Parnaso. Loro, però, negavano di essere poeti, non per senso di pudicizia nei confronti della Poesia, ma perché erano dei grandi paraculi e diventavano “io poeta” solo quando qualcuno accendeva un occhio di bue sul sagrato del loro tempio vuoto.
      Chi, chiedo, tra loro, fruttivendolo e grandi professionisti potevano permettersi di affermare “io sono poeta”? Nessuno di loro, ovviamente, se parliamo di Poeta/Poesia con la P maiuscola. Così io, che sono un po’ villano, volgaruccio quando voglio, ma anche raffinato, quando mi presento dico, come l’amico, che faccio il Professore per campare e il poeta (p minuscola, anche quando parlo) per vivere. Sapendo di vivere male. Le persone di solito ridono a questa mia battuta, Lei no però, caro De Palchi, forse disturbato dallo spam domenicale di chi vorrebbe rubargli l’eredità.
      Io non arrossisco, non sono un pomodoro, ne ho viste tante, passate altrettante, lette davvero tante di poesie che alla mia età di mezzo posso dire di avere una capacità di giudizio rispettabile. D’altronde se faccio il professore non posso certo dire che faccio il macellaio.

      Trovo significativo che tra gli svariati commenti della pagina (pagina in cui Lei è presente come autore ndr) Lei sia andato a pescare proprio quella mia affermazione. Mi chiedo cosa Le abbia dato fastidio e provo a fare alcune ipotesi:

      1) il reato si è ormai consumato, per fortuna non è morto nessuno, la Poesia continua a vivacchiare, ma un reato c’è stato. I “testimoni”, i poeti con la P maiuscola, sono omertosi, non intervengono, non discutono nel merito, non omaggiano (tranne Sagredo con una poesia e Almerighi con lodi). Invece un gruppo di scalmanati osano discutere di tutt’altro. Di cosa? Non del reato in se stesso, del dopo-il reato, quando ormai la refurtiva è stata smontata e venduta ai ricettatori del Tempo.

      2) Il “noi poeti”. Il “noi” in particolare è intollerabile. Non ci si può sentire gruppo. Il gruppo ha una sua gerarchia. Il gerarca riempie il “noi” con gli “io”, ma solo ad alcune condizioni. Amministra, il gerarca, una collettività accondiscendente e tollera solo il silenzio, perché si sa che chi tace acconsente. l’io Panetta è presuntuoso e dovrebbe espiare recitando 100 volte “Apollo è sordo, Pegaso restio… e Erato è smemorato. L’io di Ambra è una banderuola. Pedini un poetastro, ha un “io” ciarpame.
      3) C’è una menzogna di fondo in quello che Lei ha scritto nel post. Intanto il suo “IO” è costante e presente: elogia solo se stesso. Infatti, mi ricorda quegli ex amici grandi professionisti che diventavano poeti allorquando l’occhio di bue si accendeva sul sagrato del loro tempio. Lei però fa un’altra operazione, quando nessuno accende la luce, allora se l’accende da sé.

      Lei, caro De Palchi, che cosa ne sa di me? Ammetto che anche io di Lei ne so poco. Qualcuno mi dice che ha avuto una vita difficile e che sta attraversando delle difficoltà. Ma Lei di me cosa sa? Come può comparare il suo IO onnipresente e onniscente con il mio? Come si può permettere di asserire che non conosco fatica e non so dare il giusto valore alle cose? Sono diventato un prof non perché ho dato il culo a qualche barone di merda, ma con sangue e sudore. E so cosa significa lavorare nei campi, pulire cessi negli alberghi , fare caffè, lavare tazze, fare il muratore e impastare il cemento, non con la betoniera come si fa adesso ma con la pala, per mantenermi gli studi. Adesso dopo anni di lavoro duro con quello che guadagno mi compro una sedia e sono felice che quella sedia sia mia. Sa, caro De palchi, qual è la vera anarchia? Sapere che questa sedia è mia ma che domani forse non mi ci potrò sedere come sto facendo oggi, e allora benedico quel fannullone, quello che non aveva nulla da fare e che l’ha inventata, la sedia. Rimbaud è finito a vendere cannoni in Africa dopo aver rivoluzionato la poesia moderna e contemporanea. Ancora, noi (voi poeti) tutti dobbiamo (dovete) fare i conti con la sua Poesia.

      So benissimo della Sua Fondazione, ho partecipato al Premio Don Milani di Lucini (Lucini conosce i miei scritti) sulla mafia. Meritevole di ammirazione la Sua missione con la Fondazione. Sul suo giudizio sui miei scritti, Le dico che ha perfettamente ragione. Sono masochista, non arrogante, e credo che Lei abbia detto una cosa giusta: “profonda insicurezza sulla propria produzione “poetica”. Lei ha toccato il mio punto debole. Come vede l’ammetto perché ne ho coscienza, e l’ammetto pure per fugare ogni considerazione su di me che io possa sentirmi “ il gran Minchione di turno”.
      Onestà, la mia, vuole che io sappia bene tutti i miei limiti e deficienze. Quando ho pubblicato a mie spese “Salumida” mandai a Giorgio L. le bozze. Giorgio, che è un serio intellettuale, mi ha mandato una notarella per niente positiva. “poesia eccessivamente fibromatosa e collosa, direi ferramentosa la cui materia si adatterebbe forse meglio ad una incudine metrica e timbrica di tipo modernistico.
      Questa notarella per niente positiva io l’ho inserita nel libro, come atto masochistico, harakiri, onesto e controproducente.Giorgio aveva capito la mia operazione con quel libercolo sul canone, sulle rime, sul ciarpame.
      Quindi, caro De Palchi, accetto la sua cannonata sui miei versi. Ma sparo anche io una sui suoi. Lei ha commesso più di un reato, Lei ha commesso un omicidio, ha ucciso la sua Grande Poesia con alcune debolezze al cui confronto il mio ciarpame pseudo poetico è nulla.

      Mammelle di lingue a riempire la bocca
il latte del cuore che pompa veloce
sotto la costola migliore
      uncinato ai tuoi fianchi che fanno onde
non calo nel vuoto
estraggo emotive ricchezze di minerali
da ossee colline e valli
dalla schiena ai piedi
l’abbraccio delle cosce preme
alla mia gola
goccia per goccia. . .
      So benissimo di attirarmi gli strali delle istituzioni che a Lei fanno capo, con queste mie affermazioni. Infatti non interverrò più su questa pagina del “reato” mascherato/smascherato, su altre sì. Sono temerario, perché non ho nulla da perdere. Per cui le rigiro la domanda che lei ha fatto a me: “Perché umiliarsi con quei versi?”

      Per chiudere Le consiglio di attivare sul suo PC un filtro contro lo spam onde evitare di ricevere raggiri sulla sua preziosa eredità, come pure di non ricevere più poesie della domenica delle Palme.

      Saluti
      Giuseppe Panetta.

  23. Avevo un “amico” il quale sapeva a memoria centinaia di poesie e me le recitava all’improvviso, nel mezzo di una conversazione. Era una forma di esibizione infantile (almeno così la consideravo). Invece no, mi sbagliavo: era una forma di arroganza intellettuale: come dire, io ho la poesia, eccola… e sciorinava poesie poesie poesie. Ogni tanto io gli chiedevo: “tu sei sicuro che gli oggetti in poesia stiano là e non altrove da dove li vediamo?”; e lui rispondeva che con le mie idee che gli oggetti non stessero là facevo soltanto degli esercizi filosofici che non mi avrebbero portato da nessuna parte…

    Io poi gli chiedevo: “sei sicuro che tra l’io persona in carne e ossa e l’io poetico non ci sia differenza alcuna?”; e lui mi rispondeva con la solita accondiscendenza che di solito i mediocri e i poveri di spirito hanno verso coloro che non sono mediocri, “che i tuoi dubbi sono esercitazioni filosofiche e che la poesia è discorso diretto alle cose perché la poesia ha questa capacità di farti vedere le cose che tu vedi da sempre in modo nuovo…”

    Io un giorno, contravvenendo alla mia regola di gentilezza, gli dissi che con questa concezione ingenua dell’io e dell’oggetto non era possibile fare poesia veramente moderna, che non era affatto detto che l’oggetto sta lì da sempre e che aspetta che l’io allunghi le grinfie per prenderlo e inserirlo in una poesia, che questa era una concezione aproblematica del rapporto tra noi e gli oggetti del mondo e che seguendo tali presupposti filosofici non si poteva fare che poesia ingenua, ingenua perché fondata sul presupposto che tra l’oggetto e l’io poetico c’è la poesia che può colmare la distanza tra di essi. E aggiunsi anche che occorreva ripensare questo assioma a-problematico che lui invece abbracciava ciecamente con la sua poesia.

    Insomma, infinite e noiose discussioni perché avvenivano tra due sordomuti che non potevano capirsi. Un mediocre non potrà mai capire una cosa evoluta, capirà benissimo un altro mediocre.

    Questo lo dico perché non bisogna mai dare nulla per scontato, la poesia non è né gioco di prestigio né rapporto diretto tra l’io e il mondo. Chi pensa questo, non farà mai poesia di qualche qualità. Bisogna pensare le questioni di teoria estetica, pensarle profondamente perché non tutto è scontato.

    Quando si è giovani, come Valerio Pedini, c’è una grande energia ma non c’è ancora la forma, quella te la dvi costruire tu, non te la può dare nessuno bella e pronta. Al massimo qualcuno ti può dire che devi andare alla ricerca della “forma”…

    • anche il gioco di prestigio e il rapporto tra l’io e il mondo non possono che essere iscritti a delle categorie. Ciò implicherà un sistema complesso di riferimento e successivamente di analisi e valutazione, fintantoché dovrò distinguere in che cosa si fermi il prestigio e dove e come si instauri un rapporto tra l’io e il mondo. Farei un esempio azzardato forse individuando la pratica musicale compositiva mitteleuropea del classicismo dove qualunque compositore potrebbe sembrare Mozart, o quella del barocco dove qualunque compositore potrebbe sembrare J.S. Bach. Sono d’accordo quindi sulla necessità di pensare alle questioni di teoria estetica e dare alla forma l’importanza di contenuto stesso dell’arte,
      ma credo rientri nel medesimo ambito di necessità individuare ciò che è autentico. Come ha detto Almerighi, la poesia c’è o non c’è. Direi che questo assunto si presenta come buona e sufficiente premessa di uno sguardo rivolto alla autenticità di un autore, con i mezzi così poco definibili e accademici di cui tale premessa si avvale. Va da sé che un autore autentico avrà trovato o troverà la forma che lo esprime. La forma per se stesso. Dunque non determinerei, malgrado le buone intenzioni ghettizzando, in alcun modo questa e quella forma-formula, stante figlia del proprio tempo, come fosse una griglia chiusa, delimitata, in cui sforzarsi di far quadrare i conti. Piuttosto pensarei a un piano cartesiano i cui assi siano essere e tempo e le coordinate degli infiniti punti sempre l’io e il mondo.

      • “qualunque compositore potrebbe sembrare Mozart”
        “qualunque compositore potrebbe sembrare J.S. Bach”
        Ne dubito molto

        Giorgina Busca Gernetti

      • gentile Fausto,
        c’è un punto nelle sue Lezioni in cui Lacan definisce più o meno così la questione dell’Io. Esso sarebbe il punto di riferimento nel quale due significanti si muovono. Detto in questi termini ci si rende conto di come i nostri concetti spaziali siano ancorati ad un concetto di spazio di tipo newtoniano: Uno spazio fisso, delle coordinate e una parabola. Fatto sta che invece le cose non stiano così. Se l’Io è una entità mobile che si muove e cambia in relazione alla posizione dei significanti (e quindi anche dei significati), ecco che avremo un quadro più chiaro della situazione.
        Analogamente, parlare di “autenticità” per cui “la poesia c’è o non c’è”, anche questo modo di pensare fa parte di un universo concettuale newtoniano assoluto.
        Infatti, noi non ci muoviamo in uno spazio assoluto e tantomeno in un tempo assoluto; personalmente non parlo mai di autenticità, o, peggio ancora, di “poesia onesta” o altrettali concetti imbalsamati che rischiano di portarci fuori strada, verso una semplificazione acritica del problema, meglio non usare mai dei facili aggettivi o dei facili sostantivi in un terreno dove tutto il castello di carte concettuali che abbiamo eretto rischia di cadere ad un alito di vento.
        Sarebbe meglio accettare che così come per la critica che per la poesia non v’è certezza, non vi sono certezze alle quali le nostre menti disorientate possano tenersi. Meglio, molto meglio accettare la certezza dell’incertezza.
        Una estetica probabilistica?
        Sì, forse è meglio che non una estetica ontologica.

        • la ringrazio per la risposta, Giorgio, non mi tolga l’illusione del suo intervento a Gezim Hajdari, dove lo si riconosce quale poeta tra gli autentici. Sorrido. Comprendo bene il suo dscorso sui concetti imbalsamati: proprio quelli che davvero dovrebbero essere evitati. Partendo dal presupposto implicito derridiano che niente può essere detto, qui apprezzo molto quel castello di carte concettuali. Se da una parte resta fondamento l’approccio critico (che non potrà essere puro, indipendente, perfino in virtù, se fosse possibile, di ciò che potremmo identificare come la sua architraccia) analitico e oggettivo, nella sostanza razionale, e senza nulla togliere dunque al valore dei ferri del mestiere, da un’altra parte con autenticità ho pensato a un approccio sensibile. Mi interrogo sullo scopo dell’arte, al di là di ogni sorta di complicazione filosofica in merito a arte nome e storia del nome, mi interrogo sul ruolo dell’incontro con essa. Infine condivido la sua domanda sull’estetica.

  24. Valerio Gaio Pedini

    E poi bisogna pur essere elastici criticamente. Quando lessi per la prima volta le poesie di Ambra, di Pozzoni e di Menna, rimasi un po’ perplesso. E quindi scrissi ad Ambra che non potevo assolutamente accetare di leggere quelle poesie, che mi avevano divertito, in senso negativo. Su Pozzoni non riuscivo proprio a cpiare questa sua concezione della poesia incanalata nella liquidità, poi su internet comparivano effettivamente solo i primi lavori: i peggiori. Su Menna basti pensare che è lirico ed io, per mia natura non lo sono, e glielo faccio presente sempre , come lui lo fa presente a me. Ma poi ho detto che dovevo andare oltre, che non c’era solo il mio di mondo, che non è dissimile al loro, ma che ci sono visioni del mondo, e visioni estetiche diverse. Allora ho ritirato quella mia scontrosità e ho cercato di vedere il mondo con i loro occhi e ho capito, che forse forse, non sono poi così diversi dai miei. Così lo faccio sempre con tutti, o quasi.

  25. preciso che quando Giuseppe Panetta mi chiese, per il tramite di un’altra persona, di fare un breve risvolto di copertina, io lo scrissi ma non per sminuire il percorso poetico di Panetta (che non conoscevo né di persona né come autore di poesia) ma per illuminare le difficoltà che quel percorso poetico, a mio avviso, nascondeva.

    Caro Panetta, De Palchi ha certamente equivocato sulla questione del “noi”, però, come tu hai notato, ha visto giusto sulla scarsa certezza e fiducia che tu hai sulla tua poesia. Io, invece, questo elemento lo considero molto positivo. Chi è incerto e insicuro sottopone la propria poesia a continuo lavorio. Chi è sicuro di aver scritto un capolavoro non ascolta il parere degli altri, lo ricusa, lo disprezza, lo respinge, ergo, si rivela del tutto inconsapevole verso la propria produzione. Ergo, non è un poeta.

    Narro un aneddoto. Quando Cacciatore pubblicò il suo primo libro ne mandò una copia a casa di Elsa Morante. Un giorno, una mattina, si incontrarono. Elsa Morante aveva una lettera in mano che andava a spedire all’Ufficio Postale.
    Cacciatore le chiese: «ciao Elsa, hai letto il mio libro di poesie, che te ne pare?».
    La risposta della Morante: «Sì, grazie Edoardo, l’ho letto ed ho scritto questo parere che adesso vado a spedirti».
    E Cacciatore: «Ma dai, ti prego, anticipami il tuo giudizio, non mi lasciare sulle spine»..
    La risposta della Morante: «Credo, Edoardo, che faresti meglio ad abbandonare la poesia»..

  26. antonio sagredo

    Medusa d’amore

    Del labirinto mio Tu hai forse varcato la soglia insaziabile dei passi inconsueti,
    ma effimero è ancora il tragitto che non t’aspetta perché al faro non è data una fede
    luminosa e nemmeno a un clown la pioggia ha cancellato il trucco che tu stesso
    non ricordi! La secchia ingoia gocce come coltelli di algidi cipressi – Cronos!

    Ricordi d’ossa – e là nel patio, Antonio, hai lasciato il midollo dei tuoi occhi a una fontana di calce, e s’attorsero radici d’orbite in risacche in fuga dai marosi, come se il molo il sale divorasse dei venti una rosa – australe in quelle terre dove il grido era più semplice di un muggito, e non sapevi scegliere tra la Via dei Macelli e quella dei Patiboli – ancelle di tortura!

    E che nel Vicolo dei Topi disossato anche i viventi hanno smarrito la loro carne non era una novità da celebrare in un poema… la grafia di un toreuta non s’addice al sublime metallico
    di una sinfonia rotta al pianto delle corde – anche la viola cede ai violini la sua forma! La mia natura non aveva una misericordia umana da trascinare sulla grigia materia che m’assaltava!

    E dal battello io me ne venivo fuori come una metafora sdegnata che nemmeno al sole donava
    la sua barocca meraviglia, e crucciato e oltremarino era Edipo nel suo complesso… d’archi
    non sapeva il poveretto, mentre il tempo di leuca lo tallonava già in una tinozza di sangue – e
    se la rideva Antigone dei tempi antichi e di quei fasci incrollabili, fari gelosi – d’Alessandria!

    Sotto la città, tra ponti ineludibili che nessun mare chiude e i suoi termini bagna, le lunghiere di biacca
    e di ombre s’annodavano gordiani, e celebravano dalle chiaviche alle celesti sfere gli strosci della loro spicciola miseria… e te ne andavi a spasso con le leggi di Giovanni su quel selciato d’urine e birra, come un novello Thomas sognando le intricate immagini di quel puntino inutile, che si chiama – Terra!

    Antonio Sagredo

    Roma, 28-29 aprile 2014

    • Dovrei sparire da qualsiasi blog come non partecipano coloro che credono di abitare più in alto possible per guardare in basso le figure plebee dimezzate di “noi poeti”. Soprattutto dopo aver letto la lettera indirizzata a me di Giuseppe Panetta, caso psicologico avanzato. Dovrei. Caratteristicamente rifiuto di imitare gli altezzosi incliti. Eppure sanno che dalle baruffe colloquiali c’è sortilegio menzogna esagerazione esasperazione rabbia ironia sarcasmo cattiveria e ambizione. Io sono un pivello a queste mansioni e le apprezzo malgrado siano infine addirittura ridicole, sfoghi. . . commenti contrari che mi riguardano sono elogi, invenzioni, persino che ho invaso la privacy. Ma quando mai ho commentato sulla vita dell’insegnamte Panetta; con enfasi si ingrandisce, ho parlato dell’anarchia “labile” da lui menzionata, cioè inesistente, dei falsari incontrati personalmente. Accusa il sottoscritto ma è lui che ha invaso la mia privacy. Andiamo avanti.

      Inosservato per una vita, d’un tratto mi si lancia frecciate narrando storielle di un“amico” (Giorgio Linguaglossa) e di un “amico” fruttivendolo (Giuseppe Panetta). Non mi riconosco in nessuno dei due “amici’”. Non so a memoria nessuna poesia di nessun autore che ammiro, e tra vari mestieracci fatti non c’è quello del fruttivendolo. Quindi non razionalizzo sulle atività poetiche di quegli “amici”. Potrei razionalizzare intorno alla mia attività (non poetica) senza alzare o abbassare la voce. Sto zitto, per non dovermi vantare di tante cose. Nessun obbligo di seguirmi, imitarmi, ma neanche di sfregiare l’attività caritatevole. Lo faccio onorando la mia ex moglie, defunta, non de palchi. Poi. non mi si deve accusare di ruffianare individui potenti e non; è il contrario. parte dell’onestà che disturba e, per ciò, inimicato con mia soddisfazione i pretori delle vare associazioni e isttuzioni letterarie vaghissima ma potenti di nomi anche di amici, fraterni, ai quail mai chiesi assistenza letteraria e nessuno dei quail me ne offrì.

      Gli “strali, innocui, sono lanciati da dentro un commento ad alcuni miei versi storpiati per peggiorarli, ma dalla presunta gentile scrittura di un bisognoso dell’analista indovino viltà suggestiva rivolta alla mia personalità abbastanza schietta. Mai stato il tipo di complimentare tutti, con bugie; se faccio un complimento è perché mi va il lavoro; altrimenti, perché non dovrei bocciare? Se vi pubblicate penso che chi legge possa se vuole complimentare, stangare o stare zitto. Sicuro, senza offendere la persona degli autoril’, che si sentono offesi nella “poesia”. Ho stangato, giustamente o ingiustamente, due versioni di un paio di “voi poeti”. Ma se siete permalosi e scendete nello scantinato, sono affari vostrii.

      Ripeto che non ho parlato di nessuna professione e di nessuna vita in particolare. Non le conosco, come potrei, Ho parlato in generale e in breve di varie cose, e confermo le osservazioni fatte dal mio “io” che sa di quelle esperienze, magari sballate, e sono mie non di altri; Il provincialismo è rimasto quale è sempre stato, e le persone sono superficialmente scafate, brave a chiacchierare al vento vicende irrealizzate, irrealizzabili perché scambiano confusione e incapacità per anarchia. “Io” chiacchiero qui, ma oltre il blog, a mio modo, almeno compio fatti che pochi sanno perché non mi pubblicizzo.

      Professore Panetta, la sedia che ha è sua, così ammette, e le dico che lei denigrandomi per quell’oggetto simbolico per me, dimostra meschinità, mediocrità spirituale, gelosia, invidia, livore, etc.––Sieda sulla sedia che le appartiene e con calma e attenzione legga l’opera di alfredo de palchi. Non scherzo.

      È chiaro che non intendo centro, destra e sinistra, politicamente. Le istituzioni sono e stanno al centro della cultura (che può essere anche politica), e le sue risposte, Ambra Simeone, tergiversano per sentieri davanti e dietro, a destra e a sinistra (da una parte all’altra, meglio?), secondo le risposte che vuole pronunciare ai commenti. Sarà stupido dichiarare, senza precisare, la fortuna critica di Dante, Villon, e Rimbaud. Era necessario? Ma è cretino pensare che quella fortuna critica non fosse implicitamente avvenuta generazioni dopo, e tramite istituzioni a volte illuminate.

      Un grazie a Panetta e a Pedini per la restituzione delle cannonate, purtroppo cadute senza scoppiare nella mia indifferenza.

      13 agosto 2013

  27. Annuncio che domani posterò 10 poesie tratte da “Costellazione anonima” (1998) di Alfredo De Palchi con un mio breve commento dove tento di evidenziare alcuni tratti del lavoro del poeta. Quello, credo, sarà il luogo per riflettere sui testi, perché sono i testi che devono essere presi in considerazione e non le idiosincrasie o altro.

    Confesso anche che quando lessi il libro, nel lontano 1998, su indicazione di Roberto Bertoldo, pur considerando il lavoro poetico di De Palchi un ottimo lavoro, non avevo le idee chiare sul libro e sul suo modo di scrivere e quindi soprassedetti e non scrissi nulla, ma il libro rimase in un angolo dei miei scaffali, ogni tanto lo tiravo fuori, lo leggevo e lo rimettevo al suo posto Poi vennero i muratori e i libri finirono in scatola, come le sardine. Di nuovo li sistemai dopo che gli invasori se ne furono andati ma di nuovo, un anno fa, ho dovuto rinchiuderli di nuovo negli scatoloni per via di un’altra invasione di muratori. Così, di invasione in invasione, leggendo e rileggendo ho cominciato a capire qualcosa credo della poesia di De Palchi e stamane ho buttato giù un breve scritto critico che domani posterò nel blog.

    Questo l’antefatto, per dire come la poesia ha le sue vie (che non sono le nostre spesso) per imporsi e farsi leggere, ci sono dei tempi di attesa ineliminabili. A volte riapro libri di autori verso i quali non sono stato tenero e che adesso mi aspettano al varco delle loro penose vendette, ma li ho riposti subito dopo nel loro loculo a dormire il loro sonno.

  28. Giuseppe Panetta - Talìa

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