POESIE SCELTE di Simone Cattaneo (1974-2009) “Il maledettismo del poeta nella società affluente” a cura di Flavio Almerighi con un commento di Flavio Santi

Simone Cattaneo al Pascià club 2008

Simone Cattaneo al Pascià club 2008

 

Simone Cattaneo (1974-2009). Sue poesie sono state pubblicate su “Atelier”, “La clessidra”, “Hebenon”, “Poesia”, “Letture”, “Graphie”, “Tratti”, “Clandestino”,  ”La Mosca di Milano”, “Il primo amore” e “Ore piccole”.  Ha pubblicato due libri: Nome e soprannome ( Edizioni Atelier, 2001 ) e Made in Italy ( Atelier, 2008 ). E’ uscito postumo invece Peace&Love, raccolta delle prime due pubblicazioni più brani inediti (Il ponte del sale, 2011)

Indubbiamente, Simone Cattaneo coi suoi versi non versi, la terminologia diretta che ricorda autori come Bukowski e Armitage – ha lanciato un sasso nello stagno di molta poesia italiana cercando di non nascondere la mano. Riuscendo ad amputarsela. Ho memoria di un’edizione di parco Poesia a Riccione, mi sembra nel 2006, in cui per un intero pomeriggio il dibattito, più inutile delle zanzare tigre che ci tormentavano, verteva sull’esistenza o meno nella poesia italiana di una linea adriatica in risposta alla linea lombarda, già da lungo tempo reclusa in Milano a risciacquare versi meticolosi sugli amori di un battito di ciglia consumati nel diaframma di un finestrino d’autobus, o sulla botteguccia di Lorenzo il Meccanico che era in quell’angolo del quartiere negli anni Cinquanta e ora non c’è più. Cattaneo non credo sia stato un autore in perenne scontro frontale col sistema o un aedo degli ultimi. Semplicemente ha preso atto di realtà viste o intraviste trascrivendole. In questo è stato molto più utile di tanta poesia da bottega.

Simone Cattaneo  Pascià club 2008

 Pascià club 2008

Provo a immaginarlo durante un reading, magari in un salotto bene durante il tè della Cinque attaccare con “Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,/non ne voglio sapere delle mine antiuomo,/se si scannassero tutti a vicenda sarei contento./Voglio solo salute,soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.” In presenza magari di una Contessa Mazzanti Serbelloni Vien dal Mare o dell’illustre critico redattore capo di una rivista di poesia talmente illustre, ma diffusa in quattro copie, che prima che iniziasse a leggere se lo mangiavano con gli occhi. Pare fosse oltretutto un bel ragazzo. Ha rotto molti schemi, se ne è lasciato travolgere. Come ha osservato giustamente Ivan Pozzoni, non ha scritto roba memorabile, ma ha scritto quel che serviva a rompere per un po’ gli schemi. Magari qualcuno leggendolo gli avrà dato dello scemo, qualcun altro si sarà scandalizzato in nome della poesia, qualcun altro ancora, forse, l’avrà letto davvero. Poi dopo la morte si finisce più o meno tutti sotto formalina e sugli altari, e anche i più analfabeti diventano Letterati.

(Flavio Almerighi)

Strana la carriera del poeta. Strana soprattutto in Italia. Prendete ad es. uno come Simone Cattaneo. In Inghilterra o in America sarebbe una star, un poeta conteso da reading e salotti buoni, programmi tivù e seminari universitari. Che è quello che succede ai suoi colleghi Armitage – con cui condivide fra l’altro lo stesso nome – , Paul Muldoon e soci. Quello che voglio dire è che Cattaneo fa una poesia al vetriolo, tra il sociale e il vuoto per dirla con i Baustelle, amatissima all’estero. Cattaneo è il nostro Armitage (per dimostrare questa tesi una volta ho fatto uno scherzo tremendo a un critico: gli ho passato un gruzzolo di poesie di Cattaneo spacciandole per primizie di Armitage. Non vi dico l’entusiasmo dell’illustre studioso per quegli “inediti”…).
C’è un piccolo problema (tale in Italia, no di certo all’estero): Cattaneo è come la sua poesia, franco e schietto, non fa la corte a nessun potente di turno, critico e poeta, lui pensa a vivere e a scrivere. Ma nel nostro bel paese questo significa una sola cosa: isolarsi. Per questo Cattaneo non è ancora valutato come merita. Lo vedete nelle antologie che contano? Ai festival di tendenza? No. No, perché – sembrerebbe un paradosso, ma è così – Cattaneo pensa a scrivere, e non a – prendo in prestito la brutalità del suo linguaggio – leccare il culo. Si fa presto a esibirsi in impeccabili analisi testuali, retoriche e stilistiche – chi non ne è capace? –, quando invece il problema è a monte, ed è di natura morale (e dunque molto più arduo): come essere in grado di compiere scelte di qualità e non di interesse. Non dico sempre (siamo esseri umani, suvvia, peccatori ed esposti al richiamo delle sirene), ma almeno nella maggior parte dei casi. Per fare un esempio: se Thomas Pynchon vivesse in Italia, con lo stile di vita che conduce, sarebbe inedito e dimenticato.

Simone Cattaneo presente al Pascià club 2008

 Qua in Italia per avere un minimo di riscontro bisogna pensare al come, non al cosa. Crearsi una rete di rapporti, costruirsi una figura pubblica, e poi su quelle basi innestare tutto il resto – che in una concezione normale di arte sarebbe invece il dato primario. Bisogna ripensare i modi di fruizione dell’arte: il marchio, il brand sta diventando una presenza troppo ingombrante anche in questo campo. Così facendo il rischio principale è di oscurare autori di indubbio valore ma dalla vita sociale “normale” e non compromessa a qualcuno o qualcosa. In cambio, si sa, abbiamo autori deboli ma presenzialisti (l’elenco è chilometrico, per non fare torto a nessuno applico il teorema di Sturgeon: il 90% di tutto è spazzatura. Funziona benissimo anche in letteratura italiana).
Del resto l’Italia che emerge dalle poesie di Cattaneo è proprio un’Italia di questo tipo: meschina, approfittatrice, paracula, senza dignità, votata al più bieco compromesso. Ma Cattaneo non odia quest’Italia; a suo modo la ama. Di un amore struggente e autodistruttivo, poco lenitivo e molto disperante. Come scrive Pasolini: “Questa è l’Italia, e / non è questa l’Italia: insieme / la preistoria e la storia che / in essa sono convivano, se / la luce è frutto di un buio seme”. Cattaneo racconta la storia di un paese perso e smarrito. Al tracollo morale e culturale.

(Flavio Santi pubblicato sul quotidiano “Il Riformista”)

(testi tratti da Peace&Love, 2011) 

A fine agosto il tuono morde i lampi prima che piova e
il cielo sembra sempre avere bisogno di un’autopsia,
cammino sulla strada crivellata di buche come fosse
un costoso tappeto cinese, la neve gialla è ancora lontana,
la luce pare un caleidoscopio difettoso ed io vado
dove i ragazzi hanno denti d’oro larghi come gonne a fiori
e nessuno mi potrà più servire da bere vino tagliato con il solfato di rame.
Ormai è un furto ogni prospettiva di fuga.

*

Appesa per le caviglie ad un albero del viale
ho incontrato per la prima volta l’unica donna che ho mai amato,
avrei voluto proseguire ma mi ha chiesto uno sguardo
mi ha domandato di guadare un fiume inesistente fra le stelle,
quindi mi sono arrampicato fino all’orlo del suo viso ma
non si è scomposto, nulla del mio corpo mi ha nascosto.
Immersa nel suo odore mi ha aperto il petto così che
potessi sentire il suono del colore,
colmo di paura ho promesso che avrei imparato ad aspettare,
ho fatto un giro intorno all’albero e
la mia donna era svanita, rapita dalla frutta candita di
un’isola caraibica. Mi sono legato per le caviglie ad un lampione
per capire la sua prospettiva e riallineare la mira,
ammassati intono a me sbavavano dei cani, con le mascelle di vetro
in fiamme ma la terra si è asciugata e la festa è finita.
Non ho più incontrato una donna così bella, forse sì,
è la carne che tutte le notti mi dorme accanto
persuasiva nelle cosce, elegante nelle mani, luce morale nei fianchi
ripiegata e indistinta come uno scheletro di pesce.
Sono certo, siamo l’uno la proposta dell’altra.

*

 Le ragazze più belle ballano nel centro della discoteca
con un crocefisso appeso nell’elastico alto delle mutandine, a riprova
del loro amore acceso verso dio e il cazzo, sicure di non
precipitare dal montacarichi di un palazzo e di non dovere
mai lavare vestiti in consunti pneumatici trasformati in tinozze.
Bramano un uomo che sappia muovere bene il bacino a ritmo di
R&B, indossare un cappello con nonchalance e sfilare in un
ristorante con un completo di Armani. Ormai l’alba crolla e il cielo si
dissangua in feroci miraggi.

*

Arrivano stranieri bramosi di niente dagli altri continenti,
mi auguro non si integrino ma sgozzino i nostri ragazzi,
violentino le nostre donne chiuse in chiese, palestre e discoteche,
mi ammazzino per primo sarà un piacere, basta sorrisi avvizziti
al gin, sconfinamenti nei campi magnetici, non mi interessa se
la statica si equivalga alla dinamica, è giunta l’ora che i
rottami privi di sesso dai dialetti strani: albanesi, criminali o
calabresi brucino questa nuova Milano di Averna e cambiali, nessuna
visione metaprospettica, vivono in macchine abbandonate in balìa
del gelo, torce di immondizia, corpi vivi ma già in avanzato stato
di decomposizione. Milano ti amo dalla ’ndrangheta al Cenacolo Vinciano
ma sentire una vecchia canzone alla radio e poi ringiovanire
di dieci anni non serve a nulla, è un saldo di fine stagione
dieci Tavor da un ml e due litri di vino bianco non fanno più la
differenza è solo un vapore che ti assale alle spalle:
è un verde chiaro lo sfondo di questo giorno.

Simone Cattaneo Discoteca Circo Rosso Brescia

Discoteca Circo Rosso Brescia

 

Incontro su un treno diretto a Napoli un uomo di mezza età
con addosso una catena d’acciaio che odora di olio bruciato,
mi dice che in gioventù aveva un gancio sinistro capace di
trasportare una palma in cima ad una montagna e che non
permetterà mai a qualche cinquantenne abbronzato del nord
che corre sulla spiaggia con il suo cane pezzato di trovare
i resti del suo corpo in Calabria tra i rifiuti portati dalla marea.
Anche la luna è solo un cristallo da spazzare questa notte.

Simone Cattaneo

Simone Cattaneo

 

Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,
non ne voglio sapere delle mine antiuomo,
se si scannassero tutti a vicenda sarei contento.
Voglio solo salute,soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.
Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati e
i bastardi che vivono in un polmone d’acciaio
fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,
una bella casa e tanta bella figa. Buttiamo gli spastici giù dalle rupi,
strappiamo fegato e reni ai figli della strada
ma datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati.
Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie
vorrei solo scopare quelle belle liceali che sfilano tutti i sabato pomeriggio
con la bandiera della pace. Non ho soldi e la botta è finita.
Ma sono un uomo rapace, per le vacanze pasquali
quindici milioni di italiani andranno in ferie lasciando
le loro comode case vuote.
Alla fine non sono razzista. Bianchi, neri, gialli e rossi
non mi interessano un granché.

Troppo bello per essere un pugile,
troppo brutto per fare il magnaccia
camminavo nel centro di Buccinasco
senza lavoro e inzuppato di grano
aspettando l’ora dell’aperitivo
quando mi sale la voglia di farmi fare le carte dalla vecchia strega del quartiere.
In realtà i suoi tarocchi non sono altro che
pezzi di bibite strappati a dentate ma alla fine ci si arrangia con quel che si può.
Rifilato un carico da venti alla vecchia le chiedo brutale
quando morirò, lei mi sorride e risponde presto a ventisette compiuti.
La informo dei miei ventinove e la mia anziana strega di Buccinasco mi
conforta dicendomi, vedi allora sei un uomo fortunato.
I soldi migliori spesi negli ultimi dieci anni.

 

La prima parola di latino che ho imparato è “silentium”.
Stava scritta su un pezzo di cartone giallo attaccato al muro del bar in cui
servivo da bere in estate. “Silentium” ossia “silenzio” in un luogo dove
grida, schiamazzi, scommesse e intrallazzi erano come luce all’alba,
suonava un po’ strano per un bimbo con i piedi sulle spalle come me.
Quando il bar chiuse decisi di portarmi a casa quel cartello ma
non lo volevo rubare, il proprietario era un amico che stava in piedi
per grazia ricevuta così gli feci la mia offerta, un’offerta più che
generosa per un pezzo di cartone logoro e sporco.
Almeno una ventina di persone prima di me avevano fatto lo stesso e
con cifre ben più consistenti. Perdigiorno, ubriachi, zingari e ladri
ad un’asta abusiva per un po’ di latino. Alla fine se lo aggiudicò
uno zingaro friulano in cambio di mezzo milione di lire in contanti.
La vigilia di natale incontro questo ragazzo nel bar sottocasa dove
festeggio sempre le feste comandate che mi tira fuori quel logoro cartello
avvolto in una busta da supermercato. È per te mi dice, ci tenevi tanto.
Non capivo se mi pigliasse in giro o volesse chissà cosa.
Mi sono girato e sono tornato a brindare con gli amici.
La cosa per me era finita lì. “Silentium”.

Annunci

28 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori della Nuova Generazione, poesia italiana contemporanea

28 risposte a “POESIE SCELTE di Simone Cattaneo (1974-2009) “Il maledettismo del poeta nella società affluente” a cura di Flavio Almerighi con un commento di Flavio Santi

  1. Molto divertente, caro Giorgio, l’accostamento a livello di immagini che hai fatto tra le pochissime foto ufficiali che appaiono in rete del poeta Cattaneo, con quelle del suo omonimo Simone Cattaneo DJ e viveur, un caro saluto

  2. Ovviamente, nel costruire questo post, ho “giocato” sulla omonimia tra il DJ Simone Cattaneo e il poeta Simone Cattaneo; però mi pare che questa casualità non accada, come dire, a caso, c’è una sorta di affinità: generazionale e di coté sociale tra i due, lo stesso vitalismo, lo stesso approccio alla vita, lo stesso anticonformismo (quanto di cartapesta non saprei dire), la medesima voglia di vetrina, di fama, di successo. Credo che al Cattaneo poeta non gliene fregasse niente di frequentare cattolici (veri o finti non so quanto), intellettuali pariolini, di sinistra, di destra, di centro, purché fossero disponibili ad aiutarlo ad emergere. Emergere ad ogni costo, facendo chiasso, indossando il vestito dell’anticonformista cinico e scettico. Non saprei dire in che misura tutto ciò fosse calcolo o posa. Ma, nonostante queste riserve, direi che il poeta c’è, c’è una sua forza che trascina il lettore, nella sua poesia ci sono le contraddizioni del suo coté sociale, della sua generazione, dell’Italia del successo a tutti i costi, dell’arrivare in fretta.
    Non saprei dire neanche quanto del suo maledettismo fosse autentico o rientrasse anch’esso in una posa. In un paese dove tutto si misura con il metro della posa, della finzione e del successo, chi accetta queste regole non va lontano, tantomeno in poesia. Ma è anche vero quanto dice Flavio Santi che nel nostro paese è più importante il “come” ci si presenta che non il “cosa” si presenta, è più importante la confezione, la vetrina nella quale si appare, che non l’in sé.

  3. ambra simeone

    sono d’accordo con te Giorgio, leggendolo meglio, non so fino a che punto le sue poesie erano un modo per farsi notare (soprattutto prima di morire) o di fare critica alla società; solo sulla seconda intenzione mi trovo d’accordo, se fosse la prima assomiglierebbe più ad una ragazzina di 15 anni intenta a truccarsi bene per fare la velina, che non al nuovo Leopardi…
    bah, suppongo che non lo sapremo mai!

    comunque Simone Cattaneo è “un gran paraculo” come si dice a Roma… assieme a chi lo sta glorificando!

    • Mi torna in mente un altro famosissimo maudit, questa volta in campo musicale, Syd Barrett. Anche lui pieno di talento, anche lui belloccio e tenebroso. Durante un reading di poesie, la leggenda narra che un poeta dopo avere declamato la sua poesia in morte del Flower Power, questo indicasse proprio Syd Barrett quale fonte della porpria ispirazione. Detto questo un tizio si alzò dalla platea dicendo: no, non sono stato io… era Syd Barrett. Per non parlare dei Pink Floyd che, dopo oltre un quinquennio da che lo aevavno espulso dalla band, a corto di ispirazione scrissero Wish you were here per tornare a vendere e usando l’immagine proprio di quello che era stato cacciato via perché non serviva più a niente, bruciato com’era. Il paraculismo è universale e attraversa il tempo, i luoghi e i generi. Anche nel caso di Cattaneo un po’ è indubbio, ma per certi versi invece è un poeta. Questo non costiuisce un invito a tutti i poeti o presunti tali a salire sul Colosseo, calarsi i pantaloni e gettarsi giù per farsi un po’ di amici e un po’ di notorietà.

  4. Ivan Pozzoni

    Considero molto intelligente, documentato, e interessante il discorso di Almerighi, a differenza delle sviolinate del devastante panegirico mitogenetico di Flavio Santi. Ho conosciuto Simone Cattaneo un annetto prima che si suicidasse: ci siamo scambiati una decina di email (che, maledetta tecnologia!, sono andate smarrite con la formattazione del mio hard disk del 2010), e, forse ultimo editor, ho inserito tre suoi testi nella mia antologia Demokratika [I. POZZONI (a cura di), Demokratika. Antologia Poetica, Villasanta, Limina Mentis Editrice, 2010, ISBN: 978-88895881195, 111-114]. Già ero cialtrone nel 2010, con le mie antologie! L’ho conosciuto come un ragazzo estremamente fragile, bisognoso di costante approvazione, alla disperata ricerca del successo mediatico. La notte del 27/07 ho fatto un lavoro strano: ho cercato su google la voce “Simone Cattaneo” (aldilà dello stra-dominio del’omonimo dj):
    1] periodo 2000-2009: cinque/sei citazioni (Simone non era nessuno);
    2] Settembre 2009: notizia della morte, e ricostruzione di quei giorni convulsi (in Atelier – coi soliti toni democristiani- diedero la notizia edulcorata: «Con dolore ed amarezza apprendiamo della scomparsa di Simone Cattaneo, poeta, amico e redattore di “Atelier”. Simone ha perso la vita in un incidente nella sua Saronno giovedì scorso a mezzogiorno. Sgomenti per questa improvvisa, inimmaginabile perdita, vogliamo nel silenzio ricordare Simone con una poesia, la prima del suo Made in Italy») [http://www.atelierpoesia.it/?p=21295348]. Effettivamente, tra i democristiani, il suicidio non è contemplato: diciamo che Simone è stato vittima dell’incidente casalingo di cadere dal balcone. Capita alle migliori casalinghe.
    3] dal 2010/2011: apoteosi di Simone.

    Ho ritrovato, anche, il suo unico video: https://www.youtube.com/watch?v=_qrg7Z9ibRI .

    Ho studiato, a fondo, come un anatomopatologo googleiano, la sua storia: anonima. Pubblicazioni: anonime. Riferimenti culturali: anonimi. Simone fu, senza dubbio, un bravo ragazzo, un redattore “anomalo” di Atelier speranzoso che, con la divisa da trinariciuto atelierano, magari avrebbe ottenuto successo, fama, celebrità. Le sue, chiaramente, non sono ironia o sarcasmo: è descrizione disperata di una realtà che Simone viveva e/o desiderava vivere, e che l’ha condotto dritto dritto al cimitero; non reinterpretiamo Simone come il vate dei barboni e dei diseredati, dei deboli: è stato, sopratutto nell’ultima raccolta, vate di nichilismo, vita trendy, società consumistica, disperata aspirazione alla celebrità e al successo economico. Simone ha esaltato ciò che l’ha ammazzato: è stato vittima collaterale della sua stessa ansia di non fallire. Non basta un suicidio a inventare un vero intellettuale: occorrono decenni di sacrificio: studi disperatissimi, fino alle 06.00 di notte, i rifiuti delle riviste internazionali, la rabbia feroce del non riuscire a fare comprendere all’Accademia un passo di William James, o di Euripide. La medaglia di intellettuale, insomma, la riceveremo tutti alla memoria, dopo morti: Simone non merita nessuna medaglia. Simone non fu un intellettuale; Simone – a differenza di Salvatore Toma- non fu un “grande poeta”. Bisogna, ahimé!, distruggere il “mito” di Simone. Non è corretto: Simone era bravo, fragile, simpatico, dolce, umano, come siamo in tantissimi. Simone era uno di noi, scrittori incompiuti in costante ricerca di un equilibrio: no fu, non è, non sarà mai un “grande poeta”. Sottraiamolo alla deificazione atelierana! Non dobbiamo avere, ahimé!, nessuna «pietà» di Simone!

    Perché scrivo tutto ciò su un amico? Perché, artisticamente (umanamente condivido lutto e dolore di tutti coloro che conobbero Simone), Simone Cattaneo è l’anti-Pozzoni e Ivan Pozzoni è l’anti-Cattaneo. Simone Cattaneo ambiva disperatamente a tutto ciò che io odio e disistimo disperatamente (celebrità mass-mediatica; danari facili; “poesia” ad effetto; vita trendy; diffuso puttanesimo; atelierismo trinariciuto; nichilismo; consumismo). C’è un’altra differenza: nella sua costante guerrilla metrica, fatta di imboscate, di assassinii e di rappresaglie, Ivan Pozzoni non ha intenzione di suicidarsi. Si impegna, al massimo, ad ammazzarvi tutti.

  5. Quanto riportato da Ivan Pozzoni, secondo il quale “Atelier” abbia sottaciuto, consapevolmente, che un loro sodale (amico e redattore) si era suicidato, rappresenta una ignominiosa macchia tipica di certi cattolici i quali vogliono negare a tutti i costi che un altro “cattolico” come loro si possa suicidare.

    In certa misura, li ritengo responsabili morali e intellettuali del suicidio del loro «amico e redattore» per non essere stati capaci di aiutare il loro «amico». Avrebbero dovuto metterlo in guardia contro la facile credenza dell’arrivismo a tutti i costi, del successo a tutti i costi, passando sopra il cadavere di chiunque. Che sarebbe poi anche l’ideologia condivisa e coltivata dalla loro rivista che si è mossa in quest’ultimo decennio in un circuito tautologico auto esaltatorio e confessionale.

    Riporto il notiziario (citato e riprodotto da Ivan Pozzoni) della morte di Simone Cattaneo quale esempio di doroteismo con deodorante tipico di un certo modo di essere cattolici contro il quale anche il loro papa Francesco mostra avversione.

    «Con dolore ed amarezza apprendiamo della scomparsa di Simone Cattaneo, poeta, amico e redattore di “Atelier”. Simone ha perso la vita in un incidente nella sua Saronno giovedì scorso a mezzogiorno. Sgomenti per questa improvvisa, inimmaginabile perdita, vogliamo nel silenzio ricordare Simone con una poesia, la prima del suo Made in Italy») [http://www.atelierpoesia.it/?p=21295348].

    • Ivan Pozzoni

      Giorgio, io non riporto, come tu scrivi che: «[…] “Atelier” abbia sottaciuto, consapevolmente, che un loro sodale (amico e redattore) si era suicidato […]»: mi limito a riportare alla vostra attenzione un documento internet, che, come tu sostieni, appare un manifesto di doroteismo e riporta una notizia errata, consapevolmente o inconsapevolmente non so. Può darsi che, nei concitati momenti del decesso, qualcuno abbia commesso un errore, senza, stranezza!, correggere o rettificare il comunicato in via successiva (come noti il comunicato è rimasto tale, dopo anni). Però, ahimé!, documenti di una cosciente modifica della realtà della rivista sulla morte di Simone, magari “a tutela della famiglia”, non ce l’ho, e, senza documenti io, di norma, non sostengo una tesi e non affermo niente. Le email, quando si cancella un hard-disk, si cancellano (a meno che tu, previdente, non ne abbia mantenuta una copia salvata altrove). 🙂

      • Ivan Pozzoni

        Poi sovrana rimane l’interpretazione che ciascuno di noi è in grado di dare sull’intera situazione. I dati sono lì, da interpretare (con malizia o senza). Su ciò che scrivi: «Avrebbero dovuto metterlo in guardia contro la facile credenza dell’arrivismo a tutti i costi, del successo a tutti i costi, passando sopra il cadavere di chiunque. Che sarebbe poi anche l’ideologia condivisa e coltivata dalla loro rivista che si è mossa in quest’ultimo decennio in un circuito tautologico auto esaltatorio e confessionale», mi lasci disarmato, e incapace di introdurre qualsiasi difesa a vantaggio della redazione della rivista. La forza delle tue argomentazioni mi costringe a concordare, e a pormi il medesimo interrogativo.

      • caro Ivan,
        anch’io ho diretto una rivista, dal 1993 al 2005, si chiamava “Poiesis” e so cosa significa avere una responsabilità collettiva (intendo verso la collettività dei redattori dei lettori e degli aspiranti poeti). Una rivista ha ANCHE una responsabilità collettiva nei confronti dei redattori e dei lettori e degli aspiranti poeti. Una rivista seria cerca di evitare di creare nei soggetti più deboli delle aspettative di successo o di visibilità che, una volta frustrate, possono far sì che chi si sente deluso o sotto valutato possa entrare in depressione e commettere gesti inconsulti.

        Io ho sempre detto e lo ridico qui una cosa molto semplice ai giovani: qui non stiamo in discoteca, non si attinge il successo, non si sta in vetrina, queste sono altre cose, la poesia è una cosa difficile da fare, chi vuole la vetrina è bene che si interessi di discoteche o di politica di partito, lì c’è molta più possibilità di potere e di successo. Io dico solo una cosa molto semplice: Simone Cattaneo era una persona fragile, dovevano essere i suoi sodali di “Atelier” ad aiutarlo a capire che la poesia non ha niente a che vedere con i codici del successo e della visibilità.

        • Ivan Pozzoni

          Concordo con la tua feroce, in quanto responsabile, analisi al 101%. So, infatti, che certuni, di nostra comune conoscenza, Simone ce l’hanno ancora sullo stomaco. Bah: dovrei dire coscienza? No, non mi viene. Dove non esiste il culto della responsabilità, infatti, non esiste nemmeno una parvenza di coscienza. Probabilmente, creare nel laboratorio dei frankenstein atelierani un falso mito, “poeta” normalissimo, nato nel 1973 e uscito con Einaudi (a trent’anni?!?), ha ingenerato in altri individui, meno astuti, l’idea che tutti avessero davvero la stessa opportunità. A non essere maneggioni, ci si suicida… Questo non capì mai Simone.

  6. però, scusate, stiamo trattando Cattaneo come un Jim Morrison rincorrendo voci sulla sua morte, qualcuno dice che è ancora vivo nel caso di Jim Morrison, e scrive poesie. Chi ci dice che anche Cattaneo anziché risposare al Pere Lachaise lumbard di Saronno non se la stia ridendo da qualche parte? A me francamente questo non appassiona. Io ho trovato la sua poesia importante, perché è servita a strappare gridolini di piacere a molti imeni perenni della poesia italiana, che sotto sotto pensavano (vè che sfigato, scemo o insulto a piacere) e magari avrebbero voluto possedere la libertà di poterli scrivere loro quei versi. Cattaneo non era Syd Vicious, sicuramente sarà stato un frustrato come molti ne mondo, desideroso di farsi strada sgomitando. Questo non toglie nulla alla bellezza oggettiva e visionaria di una poesia come “Appesa per le caviglie ad un albero del viale…” poi può piacere, non piacere questione di punti di vista, tutti da rispettare.

    • Ivan Pozzoni

      Sono d’accordo: i versi di Simone, infatti, mi convinsero sin dal 2009. Però, nella mia visione olistica dei rapporti, poesia è poeta, e poeta è poesia. Prescindere dal contesto, o dal testo, sarebbe deleterio ad una corretta ricostruzione critica. Chiaramente, da storico, rimango un fautore del contesto (antropologico/sociologico) di sfondo; Giorgio, da critico, è meglio attrezzato di me a spiegare i testi (anche se, da buon critico, mai dimentica il contesto). È soprattutto il contesto di Salvatore Toma a rendere Salvatore un “grande poeta”; ed è il contesto di Simone Cattaneo a renderlo, semplicemente, un “poeta”.

  7. ambra simeone

    anche a me sono piaciute subito le poesie di Simone Cattaneo, ma le avevo appunto intese nel sarcasmo e nell’ironia feroce, il che mi era davvero piaciuto, poi il dubbio, constatato anche da questa discussione sul blog con documenti alla mano, si è accresciuto!

    ma se tutto ciò che ha scritto soprattutto con le sue ultime poesie, (ultima maniera disperata di farsi conoscere????) non era sarcastico, allora non posso vederci altro che descrizione, ottima prova di buona poesia, ma nulla di più; il bello sarebbe stato se l’avesse avuta vinta l’ironia invece che la mera descrizione!

  8. lucio caracciolo

    è ora di finirla! siete come cani e gatti: il passato non si può modificare!

    • Giuseppe Panetta

      Silentium. Sto meditando un suicidio spettacolare: scrivere una buona poesia

    • Ivan Pozzoni

      Gentile Caracciolo, ogni nuova interpretazione è modifica della storia (non evenemenziale) della cultura. Penso che sia un principio chiaro a qualsiasi forma di storiografia. Comunque, io faccio il gatto.

  9. lucio caracciolo

    anche il cane! – (non evemenziale?! > demenziale!). Principoi chiari? Storiografia? – La poesia-non poesia di Ambra Simeone vale di più delle Tue analisi poi che nel quotidiano ci immette il sarcastico e il grottesco, e con ciò realizza la grafia della storia secondo non una linearità, ma a balzi, a salti, a mossa di cavallo! Dovresti leggere il testo di Sklovskij “Sua Maestà Ejzenstejn”, comprenderesti un sacco di cose.
    L. C.

    • Il Brescia in serie A aveva un buon centravanti che si chiamava Caracciolo, siete per caso parenti? Sagredo hai tante di quelle identità che Stanislato Moulinsky è un dilettante, sotto questo aspetto e come poeta sei un maestro, ma come contributo alla conversazione mi hai profondamente deluso.

    • Ambra Simeone

      caro Lucio Carracciolo,

      purtroppo non vorrei che dopo la mia morte (scongiuri permettendo) le mie quasi-poesie vengano male interpretate, non vorrei che non capissero la sottile ironia (sa ultimamente sta scomparendo questa strana e divertente pratica!). Ecco se non ci fossero storiografi e critici, potrebbe succedermi quel che sta succedendo ora a Simone Cattaneo e ammetto che mi risulterebbe un po’ difficile difendermi 🙂

      Comunque anche io faccio il gatto!

      • Cara Simeone, la tua poesia-nonpoesia-quasipoesia-cheèpoesiacoifiocchi-lacuisottileironiaèevidente troverà sempre in me un accanito lettore, anche se anagraficamente ho venti trent’anni in più e non potrò tramandarla ai posteri dopo la tua morte, visto che morirò prima io.

  10. Vorrei chiedere al Signor Caracciolo centravanti del Brescia, che cosa ne pensa delle poesie di Simone Cattaneo, di Salvatore Toma e di Roberto Farina pubblicate su questo blog.

    • Ivan Pozzoni

      Cosa vuoi che pensi? Niente? La Ripellinomania lo costringe a considerare solo autori dell’est (Cattanevskj, Tomov, Farinavcek?); la Sagredomania a considerare solo se stesso. Ci risponderà, evviva!, con una nuova sua interessante poesia. 🙂 Comunque, Sagredo è Sagredo: incorruttibile e intelleggibile (con due gg, da intelliggo), vocabolo che mi ha scritto, con estrema sicumera, ieri, via email, il famoso e grande scrittore Chirio (?!).

  11. antonio sgaredo

    cercate di avere anche le unghie in cielo, poi che anche lì ci sono cani e gatti… nell’inferno poi non ce n’è bisogno poi che sono tutti provvisti di ali e candelabri… caro Pozzoni non sai graffiare: non sei cattivo e crudele abbastanza, sei buono, anzi troppo umano nell’umano: la POESIA è crudeltà e non è umana.. Ti accarezzo i Tuoi capelli, ma preferisco accarezzare quelli di Ambra!

  12. L’ha ribloggato su almerighie ha commentato:
    Riproposta di un artista indimenticabile.

  13. roberto agostini

    Divertente. Non si capisce nulla (realisticamente: un c.).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...