POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ (Parte VI) Giuseppina Di Leo,  Annamaria De Pietro, Giorgio Linguaglossa, Ivan Pozzoni, Franco Fresi, Furio Detti

Roma antica, plastico

Roma antica, plastico

 I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia «tra Atene e Gerusalemme», «tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione». «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione».

 

Lisbona

Lisbona

Giuseppina di leo quadro2

Giuseppina Di Leo

Un colpo di vento improvviso ferma la lettura.
È un avviso: è l’inizio del viaggio,
inviti a cogliere i frammenti, gli sprazzi di luce;
sono le 18,30 di un pomeriggio di agosto.
Il capitano è indaffarato e nervoso,
passa incarichi agli ufficiali mentre il cuoco
di bordo mette in caldo il pane per noi;
le sue mani sono dure come la corteccia di un albero.
Siamo qui
estranei a quanto sta accadendo
fuori
quasi e soprattutto il vento.

*

All’inizio del viaggio è andata così:
Odisseo torna ad Itaca,
la terra ed il mare finalmente riuniti.
Saremo amanti in terra e in cielo
non c’è scampo al bisogno di cercarsi.
Circe ti insegue, vuole la tua mano
è impaziente del tuo coraggio.
Troppe mani ti cercano, tienile in ultimo
per me sola, sposo, le tue mani.
Se non mi adotti resterò senza patria:
la mia patria sei tu:
Je renirais ma patrie, si tu me le demandais…
Così.
– Quando ci vediamo?
Nulla! È lontano.

*

E il male nacque sul mare delle parole radicandosi
senza un discorso. Se lui tornava, la solita storia
eleggeva a racconto ogni volta.
Le sue imprese furono rena senza limiti
e una buona dose di volontà studiata.
Come oggi, ogni sera, Odisseo torna ad Itaca
con il silenzio chiuso nel cuore rispondendo
silenzioso al mare. La speranza, parlando gli aveva detto:
dovrai difenderti dalle sue arroganze e dalle tue
presunzioni, così rispondendo ad un urlato:
Non posso adottarti!
Ci sono parole peggiori? Certo ingiuste
furono le parole per un’estate calda come questa.

(inedito)

 

Lisbona

Lisbona

 annamaria de pietro

annamaria de pietro

Annamaria De Pietro

Passaggio con viola – Interno
(profezia viola)

La cronistoria ha fine.
la cronistoria ha storia.
La cronistoria ha inizio
Dentro la cronistoria suona una viola.
Una viola squisita suona a sé sola.
Una viola da inizio
suona in furto una storia
chiede furto alla fine.
Lei ruba dall’uscio lei ascolta la viola.
Dal vuoto per l’uscio lei e lei ruba sola.
Ruba solo la fine
perché uccide la storia
perché acceca l’inizio.
Lei ha i polsi la donna lei ha i lacci la viola.
Lametta gelida lunga arcata sola.
Carica sangue e inizio
gronda indecenza o storia
presa ai solchi, alla fine.
Tace ora costante la triste viola.
Non più voce è di lei che partì sola.
Rubò solo la fine
lei, che zittì la storia
per varcare all’inizio.

(da Magdeburgo in Ratisbona, 2012)

 

giorgio linguaglossa

giorgio linguaglossa

Shakespeare

Shakespeare 

Giorgio Linguaglossa

Il poeta morto

«La notte è la tomba di Dio e il giorno la cicatrice del dolore».
V’erano scritte queste parole in alto sopra la prima porta a destra.
Una voce risuonò nell’androne: «Benvenuto nella galleria del dolore!».
Fu così che mi decisi… Ed entrai.
………………………………………..
C’è un bosco pieno di foglie parlanti che gridano:
«Il presente è il passato e il passato è il presente».
C’è un chiasso del diavolo. Tante parole quante
sono le foglie. Una quercia mi parla:
«Apri la prima porta a destra – mi dice – e segui la via della mano destra
che porta a sinistra».
………………………………………
Apro quella porta.
Ci sono tre vascelli a vele spiegate
che un vento fuori cornice gonfia tumultuosamente.
Ma restano immobili. Anche il mare crestato
è immobile. Ogni dettaglio è nitido e percettibile
come seppellito nell’ambra da un milione di anni millimetri.
Apro la seconda porta a destra.
C’è una colluttazione di ombre che entrano
dentro altre ombre e ne escono; lottano furiosamente
per il palcoscenico della mia anima;
«Ma non c’è nulla per cui lottare, sono già morto!»,
pronuncio con un filo di voce;
“farsesca costipazione di ombre”, penso con tristezza
che anche loro sono morte e non possono udire le mie parole.
…………………………………….
Attraverso come a nuoto la stanza; apro una finestra.
C’è una statua sulla piazza deserta
portici risucchiati dal vuoto
pontili su un mare di basalto
città di cristallo…
A tentoni nel buio della stanza apro un’altra finestra.
C’è una torre in un cortile deserto che
puoi udire il tonfo di una farfalla che cade dall’alto
e il lucore fosforescente di una luna gialla
che si posa sulla toga di un imperatore triste…
Mi precipito alla cieca in avanti, apro una terza finestra.
C’è un calendario dal quale si staccano i fogli, un orologio,
una lapide sulla quale v’è inciso il mio nome e cognome
e la mia data di nascita…
una scrittura annerita che gratto con l’unghia:
«Benvenuto nella cicatrice chiamata Terra»
……………………………………
«È tutto qui? – mi chiedo – non c’è nient’altro?».
L’angelo della nebbia piange in un angolo in ginocchio.
La notte profuma di tomba. Anche la rugiada profuma di tomba.
La cicatrice chiamata Terra è un immenso campo santo di lapidi.

(inedito da Girone dei morti assiderati)

 

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

Post-moderno

Ivan Pozzoni

Ballata dell’amore respinto

Per una volta, vorrei evitar di celebrare i vanti d’Antéros,
cantato in ogni salsa, dando notizia, coi miei versi rancidi,
d’un amor respinto senza onore di rivalsa.

Dall’unione adulterina, consumata in un talamo appartato
d’un motel lontano dalle reti d’Efesto, sotto forma di sveltina
nacque Antéros, secondo erede d’una coppia clandestina,
che, tra sex outdoor e scambi, amava vivere senz’ethos.

Per capriccio d’un fratello autistico Antéros venne al mondo
incatenato al ruolo di siamese, restando vittima dell’utile domestico,
lui, neonato, concepito, come molti, ai fini di risolver beghe terrene,
come i bambini della durata d’un minuto, inventati in Cina o India, su mandato,
ove al turista occidentale occorra un rene.

Educato in un mix d’aggressività e bellezza, avendo come metro Ares e Afrodite,
miti nel mito d’un adolescente conscio di dover crescer senza debolezza,
all’ombra di una madre attenta ad ogni ruga con un marito assente e molti amanti,
schiavo d’un fratellastro fragile, Antéros si diede in fuga.

Genti d’ogni era, condizione, genere razziale
bramando di stanare Antéros non vi rendete affatto conto
come non sia normale che un amore ricambiato
abbia confitte le sue radici in un ambiente tanto incasinato?

da L’amore ai tempi della collera 2013 LietoColle

Franco Fresi

Franco Fresi

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Franco Fresi

Viaggio

Da glutee curve emerge il suo bivalve
mìtilo dischiuso,
avida attinia bionda tra due sassi
convessi del fondale o luna a picco
tra sovrapposti colli. Di dormire
finge o fa sul serio,
del mio desiderio
appena scoperta sfinge.

L’effluvio ne sento
dalla nuca scoscesa dove attesa
vermiglia balugina
tra bulbo e bulbo in vertigini
che tolgono ogni indugio alla discesa.

Distesa, in microsismi vibra
sommersa la corrente
di imminenti lave, esalano i crateri
dei pori cupidigie da brucare
lungo un alveo riarso.

Ed è nel gorgo inquieto
dve s’impenna il duplice emisfero
che s’annida latente
un lascito mai speso.
Obbligo dolce il valico
tra pareti graffite
da un calco di ali di farfalla
preistorica, o sfoglia a raggiera
di temprata matita. A capofitto
vinto l’algido impero di Lucifero
varco eterni millimetri, assetato
di quell’oasi feconda che straripa
oltre il serico delta. Mi ritrovo
ciprìnide perverso cercatore
di polline sommerso. Viaggiatore
instancabile varco
l’altura della dea, tondeggiante
oltre la coppa vuota del dio.
All’occhio prono brillano lontano
i due picchi tra aureole
di nebbia doro. Tendo frenetiche
mani di rocciatore all’erto appiglio.
Più su
Più su
lungo labiali ripercorsi sentieri
incontro al rosa labirinto, al tenue lampo
di avorio fra trepidi coralli.

Arpionata, estenuata, si dibatte, geme
ansimante, la preda, si difende
da una fine immediata ad eternare
attimi inarrestabili; e si fende,
tiepido solco al fecondo seme
nella resa al più profondo artiglio
del vomere che scende e ferma il tempo.

 

Viaggio nella memoria

Si alimenta la memoria antropofaga
d’innumerevoli volti.
Affacciati per breve o lungo tempo
alla tua esistenza
non sai più di chi sono e dove sono.

È così che una piccola vita
diventa interminabile camminata
lungo una mostra di quadri indecifrabili.

Niente di strano se torni bambino
a un tratto e ti volti indietro cercando i tuoi
per chiedere «Dove siamo?» a gente sconosciuta
che può solo sorriderti con tenerezza
come si fa con i matti o i gatti abbandonati.
Bisogna allora rispondere con lo stesso sorriso
e capire da solo se i tuoi ti hanno abbandonato
o sono rimasti indietro o andati avanti.

Non ti resta che aspettare o correre
riprendendo da solo il cammino
anche senza sapere dove porta.

(inediti)

Furio Detti

Furio Detti

 

foto di Steven Grieco

foto di Steven Grieco

Furio Detti

juu ichi
Ana2158

Intercambiabile Musa
delle sale d’aspetto, senza cetra
o tamburo, ma jingles
colorati d’uguale:
coppe Starbucks
in mano a palestrati
maschi d’ecumene.
Per questo ho grave nostalgia
di chi soffriva a pelle
costellazioni di pulci
asterischi di zecche,
di tutti quei cespi sudati di peli
dei Macedoni esausti d’Alessandro.
Loro, nei fiumi d’Asia
sprofondati a verde
lasciarono carovane di sporco
strati di ceneri troiane
e nodi di polvere incordati
di fuga.
Si immersero così nei fiumi
d’Asia.
Ma ne emersero nuovi.
Invece questi maschi
come oserebbero bagnarsi nel flusso
dell’età più virile?
Hanno già tutto
i p e r t r o f i c i
e niente da lasciare.

 

Il Tram di Opicina

[A mia madre, Maria Calligari]

Il tram
di Opicina:
mai salito
ma è come se l’avessi in cuore.
Ognuno ha dentro, seppellito
un antico odore, di cucina
di casa, avito, e dai cespugli in fiore
talvolta s’alza ogni ricordo
e torna in mente
qualcosa che, pur niente,
è tutto, o molto.

(inediti)

30 commenti

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30 risposte a “POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ (Parte VI) Giuseppina Di Leo,  Annamaria De Pietro, Giorgio Linguaglossa, Ivan Pozzoni, Franco Fresi, Furio Detti

  1. antonio sagredo

    Intervengo con dei miei versi del 1986: è lecita l’introduzione?
    antnio sagredo

    ———————————————–
    Fu un invito a morire
    attraversare la via di casa –
    una maschera di serpi,
    una energia oscura.

    E incerto è il viaggio
    e come sicuro il nostro
    – condannati alla pietra
    – all’inutile volo di Pegaso.

    La linfa travasa
    amore sangue destini –
    materia, non ombre.

    Che vita delle stelle – senza veleni!

    Che sorgente mirabile!
    Che oasi senza deserto!

    E ti sorrisi con le mie rughe immense!

    Mi unsero con un trucco di carta.
    Che artista!
    Sognava il tempo non-nato,
    il mare, uno specchio, una colomba –
    sognava morti che non temono gli amanti
    – il loro unico abbraccio costante
    – i capricci dell’ignoto sapere.

    Senza vele la barca tesse le onde
    verso moli che non hanno confini,
    dove le nebbie sono gonfie di occhi li-si.
    Dove i morti convertono in farse
    i delitti, e i cavalieri non hanno potere.

    Fu un invito a vivere
    voltare le spalle alla casa paterna,
    dove oltre la soglia l’indugio
    è il tradimento supremo.
    Ma il grembo è una rosa immortale
    che ci invita a morire, di nuovo!

    Nella città natale, ricordo
    i lutti conversi in aprile,
    madonne vogliose sotto le nicchie:
    – sette volte violate!
    – sette volte rapite in quel cielo turchino!
    Con quali lagrime tradivano le leggi!
    Quale amore senza ritorno fu il voto!
    Tanta finzione non fu mai negata
    come tributo al miracolo, al volo
    inviolato, al disfarsi di acque.

    Sui letti metallici e aguzzi, sinistri
    amplessi crollavano al riparo delle imposte:
    erano nacchere le tue labbra
    sui miei denti…

    Ti sorrisi con le mie rughe immense
    e furono gelose le stelle – per questo
    e del nostro incontro mortale
    che fu semplice, ingenuo,
    e incerto al primo volo.

    antonio sagredo

    Roma, febbraio/aprile 1986

  2. Anch’io mi “accodo”, ma come saluto definitivo al blog “L’Ombra delle parole”

    CON UN GRIDO STRANIERO
    .
    Offri le rose rosse nella piazza
    con un grido straniero nella gola,
    strozzato dalla pena
    e dall’amaro fiele dell’esilio.
    .
    Logori panni stinti
    male ricoprono il tuo corpo scuro
    e scarno di ragazzo tunisino.
    Sei solo, senza padre, senza madre.
    .
    Lontana la tua terra
    avara e luminosa, il tuo bel mare
    che rispecchia il tuo cielo, la tua gente
    povera, dignitosa e coraggiosa.
    .
    Da quel tuo azzurro edenico
    t’allontanasti in fuga su una barca
    di legno antico, ansante di fatica,
    stanca del vento, del mare in burrasca.
    .
    Alla fame, alla sete hai resistito
    nella stiva stipata d’emigranti
    incerti dell’approdo nella terra
    dei sogni, del lavoro.

    Nel freddo della sera, nella nebbia
    offri le rose rosse,
    quelle appassite rose che nessuno
    apprezza, respingendo la tua mano.

    In un mattino gelido
    le rose sparse a terra si confondono
    con il purpureo mare del tuo sangue
    che sgorga ancora a fiotti dal tuo petto.
    .
    (inedita in libro) 1985?
    .
    Giorgina Busca Gernetti

  3. Molto bella la poesia e scritta in tempi non sospetti (1985?), lontani da questi in cui la “bomba sociale” è quasi pronta allo scoppio. E in fondo mi dispiace. I congedi lasciano sempre un vuoto.

  4. annibale carracci

    I versi della Gernetti… “poesia molto bella” non significa nulla, sono parole che si ripeteono a iosa specie da chi non ha alcun senso critico, e sono molti coloro che sono capaci del distinguo: i versi banali sono sempre vittoriosi per ch non ha il cerebro!

    • Ivan Pozzoni

      Antonio: Giuseppe, che considero un intellettuale onesto, stava cercando di sdrammatizzare una situazione antipatica, forse creata involontariamente da me. Se sono io la causa dell’addio al blog di Giorgina, chiedo cortesemente, e pubblicamente, a Giorgina di restare. Spero che Giorgina, se ci legge ancora, accolga il mio appello.

      • “Quando tu insegnavi italiano e latino al Liceo delle Artigianelle Incoronate e Flagellate sul Golgota a Gallarate, dopo una laurea in niversità Cattolica (privata). “(…) “La tua unica monografia degna di nota, dopo centocinquant’anni di insegnamento…” (“copia-incolla” da un commento di Ivan Pozzoni a me diretto,10 luglio 2014 alle 4:10.)
        Queste parole offensive non si possono dimenticare neppure dopo una “tregua” (non “pace”). L’Università Cattolica del Sacro Cuore- sede di Milano, dove io mi sono laureata con lode in Lettere Classiche, è privata come la Bocconi (dove mia sorella si è laureata in Lingue Straniere che ai nostri tempi lontani esisteva come facoltà). Nel contesto in cui questo accenno si trova pare che la mia Università sia una scuoletta dove si comprano le lauree. Il liceo classico di Gallarate potrebbe offendersi per il modo in cui è stato sbeffeggiato. Per due anni, prima di trasferirsi a Varese, dove abita, vi ha insegnato il poeta/traduttore Silvio Raffo! Quanto all’unica monografia degna di nota, non è nemmeno una monografia ma un “saggio”. Unico??? Come “cadeau d’adieu” una piccolissima prova:
        http://giorginabg.wordpress.com/2014/06/20/enrico-nistri-relazione-critica-sulla-poesia-di-giorgina-busca-gernetti-firenze-giubbe-rosse-17-aprile-2012/

        Giorgina Busca Gernetti

  5. Annibale Carracci (Bologna, 3 novembre 1560 – Roma, 15 luglio 1609) è stato un pittore italiano. In antitesi con gli esiti ormai sterili del tardomanierismo, si propose il recupero della grande tradizione della pittura italiana del primo Cinquecento, riuscendo in un’originale sintesi delle molteplici scuole del nostro rinascimento maturo: Raffaello, Michelangelo, Parmigianino, Correggio, Tiziano e il Veronese sono tutti autori che ebbero notevole influsso sull’opera del Carracci. La riproposizione e, al tempo stesso la modernizzazione, di questa grande tradizione, unitamente al ritorno dell’imitazione del vero, sono i fondamenti della sua arte. Con Caravaggio, pose le basi per la nascita della pittura barocca italiana, di cui fu uno dei padri nobili.
    *
    Risuscitano i morti celebri!

  6. carlo freccia

    ………………………………i morti cerebri

  7. Mi spiace veramente e mi disturba un po’ che un poeta del calibro di G.B. Gernetti sia fatta oggetto di continue ironie, anche pesanti, prendentevi un attimo la briga di andare a leggere quel che scrive per favore.

    • Ti ringrazio molto, Flavio, per la tue parole sincere e sentite.
      Ai detrattori farebbe bene l’ascolto della relazione sulla mia poesia fatta dal prof. Enrico Nistri alle Giubbe Rosse di Firenze 17 aprile 2012 (Youtube). (nel link allegato come “cadeau d’adieu”).
      Il tema dell’incontro su sei/ sette libri di poesia è “Classicità e modernità nella poesia di Giorgina Busca Gernetti”,

      • MANCA IL POST DI ANNIBALE CARRACCI CHE INIZIAVA CON “costei” e conteneva giudizi su di me poco lusinghieri! C’era persino il termine “lazzi” a proposito dei numerosissimi blog da me frequentati e lasciati (cosa non vera a cui rispondo sotto). Giorgina Busca Gernetti

  8. Al pittore defunto Annibale Carracci,
    “costei” è finissimo!
    I blog da me frequentati e lasciati per gli insulti gratuiti ricevuti sono solo due, di cui uno è proprio questo.
    Il motivo andrebbe cercato, oltre che nella cultura, nell’educazione dei frequentatori e nella capacità degli amministratori di mantenere il loro blog in un clima di civiltà (mi riferisco al primo dei due).
    Giorgina Busca Gernetti

    P.S, – Non ha il coraggio di scrivere “a viso aperto”, senza “alias” di comodo?

    • Giorgina, se mi posso permettere, io al signore “morto” illustre risponderei semplicemente con “Carracci? Li mortacci!!!

      • MANCANO VARI POST OFFENSIVI DI ANNIBALE CARRACCI E, IN RISPOSTA; ALCUNI MIEI, cui corrispondono alcuni commenti su termini come “coerenza” e “cerebro”, ripresi dall’ultimo mio commento in cui rivelo l’identità di questo ANTONIO, alias Annibale Carracci, alias Carlo Freccia.
        Basta guardare le date, soprattutto l’ora dei post!
        Giorgina Busca Gernetti

        • Preciso che, in qualità di moderatore e di amministratore, ho provveduto a cancellare dai commenti alcuni interventi dai contenuti offensivi.
          Comunico a tutti i partecipanti al blog che cancellerò immediatamente tutti i commenti che hanno contenuti offensivi nei confronti di qualsiasi altro commentatore.
          Questo ovviamente sia per salvaguardare la serietà del blog sia per evitare confronti sterili e offensivi tra i commentatori. Chi ha delle tesi e degli argomenti li esterni, chi ha soltanto contenuti offensivi è pregato di astenersi dalle esternazioni.

  9. Ivan Pozzoni

    Sottolineo un botta e risposta – nascosto, e involontario- tra i versi importanti della splendida Giuseppina e i miei:

    All’inizio del viaggio è andata così:
    Odisseo torna ad Itaca,
    la terra ed il mare finalmente riuniti.
    Saremo amanti in terra e in cielo
    non c’è scampo al bisogno di cercarsi.

    Dall’unione adulterina, consumata in un talamo appartato
    d’un motel lontano dalle reti d’Efesto, sotto forma di sveltina
    nacque Antéros, secondo erede d’una coppia clandestina,
    che, tra sex outdoor e scambi, amava vivere senz’ethos.

    Il riferimento, in entrambi i casi, alla cultura classica, nel comune radicamento ad un «soggetto» collettivo (nell’un caso il rapporto Odisseo / Itaca-Penelope; nell’altro, esasperata, la connessione Ares / Afrodite): «amanti», Eros e Antéros. Il rapporto Odisseo / Itaca-Penelope; la connessione Ares / Afrodite: Eros e Antéros. Questo è un duplice esempio di tentativo di smascherare la categoria zombie del «soggettivismo», concretizzato con delicatezza (Giuseppina) e con energia ironiste (Ivan).

    • Ivan Pozzoni

      Giuseppe, ti è chiaro cosa intendo – come ci siamo detti- con “esasperazione ironiste del contesto sociologico” in vista dell’abbattimento della categoria zombie del «soggettivismo»? Tra l’altro, tra i versi presenti in questa sessione, noto alcuni esempi, superatissimi, di categoria zombie del «soggettivismo».

  10. Mi è chiarissimo, Ivan, e come tu ben sai, avendo conoscenza delle cose che ho scritto, il salto da disperato a esasperato con pungiglione a seguito l’ho compito da parecchio tempo.

    Il vento di Giuseppina porta sempre cose buone.

    Lucido l’elmo.

    • “Il presente è il passato e il passato è il presente”, scrive Giorgio, e Giuseppina destata dal vento trova in una vita precedente il recente. Ivan, enfant terrible, forse Telemaco, coglie le stereotipie del nanetto Eros, in rapporto al fratello, e le porta a metafora del Caos vigente.

    • Giuseppina Di Leo

      Caro Giuseppe e caro Ivan, vi ringrazio per i commenti e rispondo con un brano in prosa, poetico forse.

      *
      Nell’ora in cui l’uomo cominciò a parlare delle sue virtù, Eloisa sapeva quanto a lungo avrebbe atteso ancora ./ Il giorno non fugge via / è appena rientrato dalle porte / dietro le finestre aspetta che le imposte siano spalancate. / Di tutto questo Eloisa era a conoscenza, ma di sé nulla sapeva. / Come avrebbe aperto il pensiero, con quale chiave? / Ma poi, serviva una chiave per conoscere sé stessi e rivelare alla propria mente il peso del sentire? / Ecco, sì, era il sentire che l’atterriva / meglio un pensiero sconosciuto, / di quelli che spingono sempre più oltre e dei quali mai si vorrebbe conoscere il fondo. / Ma il fondo del sentiero visto da qui era un sipario nero, / le cime degli alberi uomini in armi / desiderosi di provare la propria lama nel corpo giovane. / Eloisa vedeva la chiave e vedeva il sentiero. / Mise la chiave sotto una pietra accanto al mirto, ne raccolse un fiore che tenne in tasca, e voltò le spalle al sole.
      Quattro più due, sei per quattro, sedici diviso quattro, il meno era appena mancato.
      Avanzava così, per gioco.
      Per gioco si sommano e si sottraggono, per poi dividersi, le vicissitudini della vita.
      Quattro. Come i punti cardinali, quattro come gli elementi. Ai quattro venti è un gioco beffardo.
      (leggendo Zarathustra)
      15 luglio 014

      Giuseppina

      • cara Giuseppina,

        la tua poesia è misteriosa e profonda, comincia con un andante povero, dimesso, con piccoli fatti quotidiani… e man mano che si sviluppa si infittiscono le ombra, con quegli armati laggiù in fondo ala strada, quel “sipario nero”, segnale di minaccia incombente che la giovane Eloisa percepisce e intende. Nel finale la composizione accede ad una rapidissima intensificazione con quel “voltò le spalle al sole”, che vuole dire il contrario di ciò che viene detto e, infine, con quel gioco di numeri, quasi di geroglifici con i quali la poesia termina…

        • Giuseppina Di Leo

          Grazie Giorgio per il tuo commento. Le immagini oscure esprimono la difficoltà ad esprimere sé stessi. E’ un testo ‘immediato’, eppure penso fosse dentro di me da lungo tempo, per cui ringrazio i miei interlocutori (Ivan e Giuseppe), per avermi dato l’occasione di proporlo.

  11. Signori, vi prego di restare agli argomenti e alle poesie presentate e di astenervi dal continuare questo inutile batti e ribatti che non conduce da nessuna parte. Non credo che i testi e gli autori presentati meritino questa continua puntura di spilli. Penso che sia meglio riservare le proprie energie alla lettura dei testi.
    Il tema dell’addio sta a metà tra il viaggio e l’isola dei morti. È un tema universale della poesia mondiale.
    Grazie per l’attenzione.

  12. antonio sagredo

    Ehi, Dio, ti racconto il cuore!

    La mia eredità è nell’amara genesi
    del viaggio – dai cieli alle fosse:
    creazioni, distruzioni, e rovine!
    C’è di più che il vivere feriale.
    Non può la domanda costruire cattedrali,
    una rosa generare sterili sentieri.
    È nudo l’acrostico, e la selce si ribella.

    a. s.

  13. antonio sagredo

    Ehi, Dio, ti racconto il cuore!

    La mia eredità è nell’amara genesi
    del viaggio – dai cieli alle fosse:
    creazioni, distruzioni, e rovine!
    C’è di più che il vivere feriale.
    Non può la domanda costruire cattedrali,
    una rosa generare sterili sentieri.
    È nudo l’acrostico, e la selce si ribella.

    a. s.

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