Massimo Cacciari “Labirinto filosofico” (Adelphi, 2014) letto da Antonio Gnoli

massimo cacciar

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(da la (Repubblica 13 maggio 2014)

Provate a immaginare cosa sarebbe la nostra civiltà, l’Occidente, senza il pensiero greco. Se a un tratto, come per incanto sparissero – che so? – i frammenti presocratici, i dialoghi platonici, i libri di Aristotele, tanto per citare i referenti più importanti e noti. Pensereste forse che noi, gli eredi naturali, saremmo gli stessi? Non so immaginare gli effetti: ma forse che la democrazia sarebbe oggi la stessa senza quell’intenso modo di pensarla e realizzarla ad Atene tra il quinto e il quarto secolo? E la ragion e avrebbe avuto la stessa attenzione che le filosofie successive le hanno dedicato? Sicché, mentre leggevo il nuovo libro di Massimo Cacciari, non potevo esimermi dal constatare quanto rilevante e imprescindibile sia stata quell’eredità di cui oggi abbiamo perso i tratti più perspicui e filosoficamente arditi. Da decenni – da quando uscì Krisis nel 1976 (che credo egli ritenga in larga parte superato) – Cacciari esercita il suo talento sui nodi principali del pensare filosofico.

massimo cacciari labirinto filosofico Che proprio in quanto è un pensare (e un conoscere) non va confuso con la sua storia né con gli ambienti sociali da cui pure è scaturito. Di qui l’alta tensione teoretica che corre lungo tutte le pagine di questo vero e proprio Labirinto filosofico (Adelphi). E titolo non poteva essere più adatto per rilevare i dubbi, le oscurità, i tormenti che un percorso del genere provoca. Molto simile all’errare: sia in quanto possibilità di errore, cui ogni esperienza si espone, sia perché la filosofia, in ultima analisi, è un cammino complicato. Verso dove? Verrebbe da chiedersi. E la risposta chiama in causa la verità. Anche se questa non può essere ridotta ai metodi della scienza o alle estenuate versioni postmoderne, due culture che si sono dimostrate incapaci di assolvere un compito tanto estremo quanto necessario: pensare il reale.

massimo cacciar

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 Pensare cioè l’Essente (o l’Ente) più che l’Essere. Vi è dunque in Cacciari un richiamo alla concretezza della filosofia estranea alla vecchia metafisica. L’Essente (la Cosa) non è semplicemente questo o quell’oggetto. Non è la penna o il computer con cui scrivo o il tavolo su cui poggia il libro: oggetti la cui conoscenza richiede astrazione (cioè predicazione). L’essente – di cui con qualche forzatura possiamo dire si componga la realtà – è certamente questo ambiente di relazioni che vive nel mondo, ma è anche qualcosa di più. Che eccede queste relazioni e tuttavia è nel mondo.

Compito della filosofia è interrogarsi su ciò che possiamo dire della Cosa, la sua predicazione in quanto Ente, ma anche sulla sua indicibilità, sul fatto che l’Ente non è riducibile interamente al modo in cui lo diciamo. Cos’è questo linguaggio specialistico – che circola nel libro – che per il solo fatto di essere formulato con estrema acribia filologica sembra rinviare alle antiche dimore metafisiche del pensiero greco? Uno degli esiti sorprendenti del lavoro di Cacciari risiede nella riabilitazione, se così si può azzardare, di quella metafisica che Nietzsche (e lo stesso Heidegger) – stante almeno le letture postmoderne – avevano condannato. Letture (si pensi a quelle svolte da Rorty e Vattimo) che hanno esecrato la metafisica per la sua natura totalitaria e chiusa. Dimenticando l’enorme apporto alla costruzione di un linguaggio senza il quale sarebbe perfino inutile immaginare di filosofare. Cacciari conosce le insidie e le aporie che da essa si sono generate.

massimo cacciar

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 Ma non rinuncia a una propria idea di metafisica, o meglio di filosofia che la disincaglia dal pensiero teologico. Come quest’ultimo cerca una realtà (Dio) dietro l’apparire, così la filosofia tratta della materia dell’apparire. Cos’è l’apparire? Potremmo definirlo come l’inesauribile rapporto con l’esperienza. Con la vita sensibile. Non un’esperienza astrattamente intesa (come è quella che ci propone la scienza), ma temporalmente determinata e dunque molteplice e variabile. Che non assicura solidi fondamenti, ma dona la propria inesauribile disponibilità. Ci siamo dentro? Sì. Ma non come soggetti che potrebbero anche starne fuori, per poi, magari, conoscerla successivamente. L’esperienza (realtà) ci ricomprende. Oltre ogni dualismo. Oltre ogni artificiale separatezza tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto

 Lo stesso rapporto, che intercorre tra l’esperienza e noi, c’è tra pensiero e linguaggio. Non viene prima il pensiero e poi la maniera di esprimerlo (o viceversa): non c’è un contenente e un contenuto. Concrescono insieme. Abitano nella medesima e inesauribile realtà. Esiste qualcosa prima di questa relazione? C’è il mito che è già una “voce”, un suono prima ancora di essere linguaggio o nome: la traccia di un tempo in cui l’uomo comunicava con cenni o atti o corpi.

 La scrittura è perciò all’origine gesto e suono. Coincide con la voce mitica, dice Cacciari, che si agita all’interno di ogni parola. Ed è quel “suono” (ancora una volta indicibile) che il poeta cerca di rievocare. C’è un dire – come osserverà Heidegger – che è comune tanto al pensare poetico quanto a quello filosofico. Le due forme non si compiono l’una nell’altra. Mantengono una relazione. Ed è da questo nesso che ciascuna trae forza senza confondersi nell’altra. La filosofia che Cacciari insegue, fin dentro le più segrete interrogazioni, non è dualistica: non c’è il mondo incorrotto delle idee da un lato, e dall’altro quello, nel quale viviamo, soggetto a errore e fraintendimento. La partita, tutta intera, si gioca nell’al di qua: la filosofia ha come presupposto il mondo (e il mondo è l’interezza di fatti e di nessi).

massimo cacciari

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 Non si sfugge alla doxa, alle opinioni. Come non si sfugge al disordine. Questo non significa che non si possa andare oltre, che non esista un’idea di ordine e che i filosofi rinuncino a pensare con saldezza alla missione del vero. Si vedano le pagine dove Cacciari rilegge Il Simposio, ma anche quelle in cui, da un lato, ricusa con sarcasmo la lettura distorsiva fatta di Nietzsche, per cui non esistono fatti ma solo interpretazioni; e dall’altro, mette in guardia dal “nuovo realismo” altrettanto ingenuo. Per Cacciari la filosofia è pensiero vivente. Ma perché lo sia coerentemente non può evitare il confronto con la morte. E l’angoscia che essa produce. Non si tratta dell’ennesima variante esistenzialistica. Semmai, come insegnò Socrate, prendendosi cura della propria morte, ci si prepara a vivere il proprio morire. La qual cosa non sta a significare un atteggiamento luttuoso verso la vita, né un malinconico bisogno di tramonto: ma la consapevolezza – che l’umanesimo italiano seppe tragicamente esaltare – del divenire stesso di tutte le cose.

La filosofia cacciariana descrive il vivere dell’apparire. Ma la sostanza di questo apparire non rinvia a un fondamento (come la vecchia metafisica auspicava), è potenza, dynamis. Un’ “energia” che non si può vedere e che è oltre ogni possibile determinazione. Eppure c’è. Non è confinata in un mondo altro dal nostro. Ma resta principio inesauribile e indicibile. Come ci rapportiamo ad esso? Platone lo immaginò come il bene supremo. L’impalpabile Agathòn. Verso il quale tendiamo con amore. Ma è un amore destinato a restare sempre insoddisfatto. La filosofia è questo eros inappagato e incompiuto. E tuttavia razionale e necessario. Un sistema metafisico, certo, ma aperto. L’inesausta interrogazione del filosofo nel mondo. La sua prassi attraverso il corpo e il pensiero.

2 commenti

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2 risposte a “Massimo Cacciari “Labirinto filosofico” (Adelphi, 2014) letto da Antonio Gnoli

  1. michele

    notevoli anche, di questo libro pieno di parole e frasi greche ma anche in latino e tedesche, le parti in dialogo con Severino (a cui S. stesso ha risposto, in un articolo che si trova, ripubblicato, online) e la descrizione del labirinto che l’essere filosofi è (o in cui la filosofia conduce).

  2. Ecco la risposta di Severino a Massimo Cacciari:

    La nuova esplorazione di Cacciari finisce in Gloria

    di Emanuele Severino
    Corriere La Lettura 27.4.14, adesso in

    http://www.filosofia.it/archivio/index.php?option=com_content&view=article&id=817:oltrepassare-la-follia-luomo-nel-labirinto&catid=52:argomenti&Itemid=65

    Ancora oggi, come sempre, le religioni stanno al centro della storia. Sia pure in modi tra loro conflittuali, aiutano i popoli a risolvere le forme più profonde delle loro inquietudini. Parlano un linguaggio che si fa capire. Dicono quel che l’uomo vuol sentirsi dire. Inevitabile quindi che venga il tempo in cui egli voglia sapere anche perché le cose debbano stare come egli vuole che stiano. Il tempo della filosofia. Vi si rimane anche quando si dice che la filosofia è morta e che le cose stanno come è stabilito dalla scienza moderna. Le cose ! Conosciamo il significato della parola «cosa»? È proprio così ovvio? O non dovrebbe essere il primo a venir messo in luce? Iniziando il proprio cammino, proprio questo si domanda la filosofia. Essa chiama «essente» (ón, «ente») la cosa. L’intero sviluppo storico della filosofia riguarda il modo in cui essa pensa l’essente . Ma ovunque si guardi — in terra o in cielo, nella veglia o nei sogni, nella vita quotidiana e in ogni attività pratica, nella scienza, nell’arte, nella normalità psichica o nella pazzia — ci si imbatte in cose , essenti, in «qualcosa che è». Il modo in cui la filosofia ha inteso la «cosa» e l’«essente» è il terreno in cui cresce la storia dell’Occidente. L’Europa non è più il centro del mondo, ma il mondo è ormai dominato dal modo in cui l’Europa — cioè la filosofia — ha pensato l’essente.

    Credo che questo discorso possa venir condiviso anche da Massimo Cacciari, che pubblica ora un altro splendido libro: sul modo, appunto, in cui lungo la propria storia la filosofia ha inteso l’essente. Si intitola Labirinto filosofico (Adelphi). Pagine che hanno alle proprie spalle l’intera opera di Cacciari. Impossibile, qui, indicare sia pur da lontano la loro altezza e ricchezza. Mi limiterò a ciò che in esse riguarda più da vicino i miei scritti — chiedendo scusa al lettore se, data l’intensità della scrittura di Cacciari, dovrò un po’ addentrarmi nella specificità del discorso filosofico. Un peccato fare altrimenti.
    Pensare l’essente, esse dicono, è trovarsi in un «labirinto». Ma in maniera del tutto singolare. Non ha nulla a che vedere con il luogo in cui ci si perde senza poter trovare l’uscita. Nel labirinto filosofico, «lungi dal chiudersi in sé, ogni passo è mosso dall’istanza di venire “superato”, proprio perché è cosciente di essere congettura, in dialogo non solo con quelle precedenti e prossime, ma con quelle stesse avvenire». Questo «superamento», mi sembra, non vuol essere la negazione di tutto ciò che nei «passi» del labirinto si pensa. Comunque, Cacciari non intende certo affermare che l’esistenza del labirinto sia una «congettura». Egli si basa cioè sulla non-congettura. Siamo di fronte al tema di tutti i temi: il tema decisivo della non-congettura, cioè della verità incontrovertibile.

    Dopo aver esposto il senso complessivo di un’ampia arcata dei miei scritti, Cacciari dice di essi: «Questa linea — da Oltre il linguaggio (1992) a Oltrepassare (2007) non mi pare in contrasto col cammino che qui si svolge» (p. 48), cioè col suo cammino. Infatti, aggiunge, in essi si afferma che «il Cielo della verità degli essenti non si manifesta mai nella finitezza dell’apparire: vi si ri-vela soltanto» (p.47). Il «velare» è cioè indissolubilmente unito al «rivelare». Una sequenza, questa del ri-velare, che è presente nei miei scritti da quasi cinquant’anni. Ma in essi la «finitezza dell’apparire» è la struttura originaria della verità, l’incontrovertibile, la non-congettura originaria. Nemmeno ora Cacciari la mette in questione. Scrive anzi che «qui il discorso severiniano perviene alla sua massima energia» (p. 50). Ora, soltanto la struttura originaria della verità può fondare quella sequenza del ri-velare. E può fondarla (qui debbo rinviare alle mie pagine) perché tale struttura implica con necessità che ogni essente (ogni cosa) è eterno. Ogni essente, non soltanto un Dio. Nessun essente oscilla tra il nulla da dove verrebbe e il nulla in cui andrebbe. (Queste affermazioni non vanno contro le abitudini concettuali incommensurabilmente di più di quanto vi andasse nel XVI secolo l’affermazione che è la Terra a girare attorno al Sole? Sì. Ma se stiamo alla semplice tesi dell’eternità di ogni essente — e alla semplice tesi se ne sta chi se ne scandalizza — allora la teoria della relatività non è poi così lontana da questa tesi — lontanissima peraltro, tale teoria, per quanto riguarda il modo in cui la tesi è fondata).

    Dunque (ritornando a quella che prima abbiamo chiamato «sequenza del ri-velare»): poiché è necessario che ogni essente sia eterno, il significato dell’eternità di ogni essente, e quindi il significato di ogni essente, si ri-vela lungo un cammino che non ha mai compimento. Di qui il nostro esser destinati a «vedere sempre di più», e sempre più nella Gioia, dopo la morte. Il significato di ogni essente è inesauribile. Nel Cielo della verità resta cioè uno spazio infinito, che non potrà mai essere detto, veduto, sperimentato da parte del finito (ma che è il fondamento della nostra destinazione alla Gioia). Questa, la sequenza del ri-velare con cui Cacciari non si trova in contrasto.

    Ma c’è anche quest’altra conseguenza: che tutto ciò che va mostrandosi lungo il cammino mai compiuto e tutto ciò che resta per sempre nascosto in quello spazio infinito è un essente eterno — appunto perché la struttura originaria della verità mostra la necessità che ogni essente sia eterno; e tale struttura (si mostra nei miei scritti) è il fondamento in base al quale si può affermare l’esistenza di quel cammino mai compiuto e di quello spazio infinito. Se si voltano le spalle a questo quadro (e soprattutto a quella fondazione che qui resta semplicemente enunciata), l’esistenza di tale cammino e di tale spazio rimane una «congettura» smentibile (cioè dogma, postulato, aspirazione, fede), un presupposto arbitrario. È ad esempio il presupposto di Husserl, per il quale non c’è bisogno di fondare l’affermazione che le cose «evidenti» posseggono un significato implicito che va mostrandosi lungo un processo senza termine. È il presupposto di Heidegger, che facendo leva sul concetto greco di verità come alétheia — che alla lettera significa «non (a ) nascondimento (léthe )» — ritiene a sua volta di poter affermare una dimensione nascosta che infinitamente si allontana nel processo stesso in cui ad essa ci si avvicina.

    E per Cacciari? Per lui il cammino mai compiuto è la produzione degli enti, ma l’indicibile spazio infinito verso cui il cammino si dirige è il «Possibile», inteso come «potenza» che «fa essere ciò che è», ossia cose ed enti, loro «fondamento», che però non è cosa o ente (pp. 303, 301-304). La derivazione dal neoplatonismo e da Schelling sembra chiara, anche se Cacciari preferisce elaborare e condividere una derivazione kantiana. Non sembra tuttavia che per lui il «Possibile», che è «fondamento» e «potenza», sia un nulla assolutamente nullo. Ma allora — chiedo — perché negare che sia essente? Perché ridurre il significato di «essente» a ciò che si mostra, per poi poter dire che al di là dell’essente c’è la Possibilità che lo fa essere? Anni fa, parlando con Gadamer, gli facevo la stessa domanda, questa volta a proposito della decisione di Heidegger di restringere (arbitrariamente) la dimensione dell’ente per poter poi affermare che al di là di essa si apre quella dell’«Essere» (che certo non è per Heidegger un nulla assolutamente nullo).

    D’altra parte Cacciari aveva scritto che gli enti che appaiono nel manifestarsi del «Possibile» «non vengono affatto lasciati “oscillare” tra nulla e nulla», non sono «mera contingenza» (Della cosa ultima, Adelphi, 2004, p. 86). Ciò significa che, per lui, il «Possibile», di cui gli enti sono la manifestazione, è la condizione della loro eternità, l’«Inizio» che la custodisce — e Cacciari intende salvaguardarla. Ma come può il «Possibile» custodire l’eternità di ciò che è (degli enti), se esso è la «potenza» che «fa essere ciò che è»? L’eterno è eterno proprio perché non è fatto essere. Tuttavia, dicevamo, l’eternità di ogni essente è necessariamente implicata da ciò che non può essere negato, la struttura originaria; ed è impossibile che sul fondamento di essa si pervenga alla negazione di ciò che essa implica e quindi alla negazione di essa. È cioè impossibile che si pervenga a qualcosa — il «Possibile» — che non è un nulla e che tuttavia ha la pretesa di non essere un ente e di stare al di sopra della totalità degli enti. E, si è visto, Cacciari non sembra negare né la struttura originaria, né l’eternità di ogni ente. (Tale struttura non è cioè un insieme di postulati dai quali sia possibile dedurre, come nei sistemi ipotetico-deduttivi, un teorema che li contraddica — come Gödel ha appunto mostrato per la matematica).

    Ancora. Tutto è eterno. Quindi anche gli erranti e l’errore, inteso come il loro errare. Ciò che la Follia pensa — cioè che gli essenti vengono dal loro nulla e vi ritornano — è nulla, ma la Follia non è un nulla, è un essente; e quanto ampio è il suo regno! Da quando appare sulla terra, l’uomo è dominato e abbagliato dalla Follia. Più profonda di ogni «peccato originale», è la radice di ogni dolore e di ogni angoscia. Nella sua essenza più profonda l’uomo è il contrasto tra l’eterno in cui consiste la verità e l’eterno in cui consiste la Follia. Ma, e ancora sul fondamento della struttura originaria della verità, è necessario affermare che la Follia è destinata al tramonto. Cacciari scrive: «Se l’errore stesso è un eterno, come dice appunto Severino, che valore è possibile dare a espressioni che ne indicano il tramonto e il compimento?» (Labirinto filosofico, p. 49). Accenno alla risposta.

    L’infinito cammino del ri-velarsi degli essenti passa attraverso il tramonto e il compimento della Follia. Questo non significa che la Follia vada nel nulla, ma che tutti gli eterni che la compongono si sono ormai manifestati, e quindi essa è compiuta, è un perfectum . Dopo la morte la sua ampiezza abbagliante rimane un punto rispetto all’infinità mai compiuta del cammino in cui la manifestazione del finito si fa sempre più concreta. Per questo a tale cammino si addice esser chiamato Gloria. In qualche modo, nella nebbia, il cristianesimo lo intuisce. Cristo siede, nella «Gloria», alla destra del Padre. Ma non può aver dimenticato la propria sofferenza, dovuta ai peccati, cioè alla follia, dell’uomo. La ricorda forse da lontano, così come noi ricordiamo il passato? Nemmeno: sarebbe un modo di averla dimenticata. Allora l’ha completamente vicina a sé: nella somma felicità della «Gloria» continua a sperimentarla; ed è proprio quella sofferenza, in tutti i suoi aspetti. Non una briciola di essa va perduta, diventando un nulla. È eterna. Ma essa è una briciola in confronto all’infinita felicità della «Gloria». Al di là del racconto cristiano, si tratta di pensare tutto questo.

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