POESIE INEDITE SUL TEMA DELLA NATURA MORTA di Antonella Zagaroli, Marisa Papa Ruggiero, Maria Pia Quintavalla, Adam Vaccaro, Meeten Nasr, Lucia Gaddo

De Chirico la metafisica

De Chirico la metafisica

 

duchamp bicycle wheel

duchamp bicycle wheel

Ut pictura poesis. E Leonardo ha scritto: «La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura muta». Ogni natura morta ci parla, parla di noi, che siamo fuori quadro. Essa è assenza che attende la presenza umana, o meglio, è una presenza umana che è scomparsa, ed è rimasta l’assenza. E l’assenza ci parla con il proprio apparire, il proprio essere là.

 

Antonella Zagaroli

Antonella Zagaroli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonella Zagaroli

da Trasparenze in vista di forma
(poesie su foto)

Ti dici arrabbiato cartone inanimato

ti senti in gabbia?

Agli incauti spettatori
la lastra gialla mostra cosa pensi

ti diverti con lo scherno
ma non starai lì a lungo a beffare
hai gli occhi ampliati dall’orrore

Divino accusatore
presto qualcuno ti coprirà
nella biacca
fino al buio delle pupille.

30 maggio 2011 (foto Uno sguardo)

*

Paesaggio d’ombre illuminate
spiraglio d’ inconcludente materia
l’ occhio cerca un nome
anche nella polvere
anche in un angolo appartato

1 luglio 2011 (foto Tre sedie)

*

marisa papa ruggiero

marisa papa ruggiero

 Marisa Papa Ruggiero

A Paxos

Il grido secco di un corvo
su rupi calve di fronde
zittisce gli uccelli
rompe la simmetria del cancello
appena schiuso

Paxos riflesso nell’occhio del corvo
strapiomba nel mio occhio

Voli plumbei di nubi corrono a Paxos
Il fragore in acqua di un sasso
La foresta di querce esce dal quadro
Intere genealogie alfabetiche
aderiscono al crollo e tacciono
Laggiù fra i sassi
la nudità di un’orma dice
la calibratura esatta del mio corpo
attraverso lo spazio vuoto che la cinge

Io non giungo né mi allontano
acque vanno nella direzione opposta
più al largo di noi
dove mai torneremo

A Paxon il mio idillio in punta di piedi con la morte

Non mi adesca di queste acque il virus
che sbianca il viso il corpo
di chi la lingua ha mozzata
ma ne allatta l’assenza la concima
Del nuovo regno riconosco le piste
le ombrose spore tra nervo e nervo
le mucillagini remote
Papille di resina fiutano antichi Sali
sottolingua e le cortecce fibrose e i succhi
sulfurei
negli antri della carne

Invio segnali da questa pagina strappata
fumo nero da comignoli divelti
in lotta sulla mia pelle
le mie dita su tavolette di cera sanno
i codici rizomatici
esposti al flash al raggio

Scavo dentro le ossa la mia fatica
di minatore per ogni segnalibro
di germi vivi
tacendo tutto gridando
la sveglia senza lancette sul cuscino
l’ininterrotto crimine

A Paxos mi corre incontro mi acceca la parola mai stata

Ha strida gelate il corvo vola in cerchio
Il concentrico volo dentro il nulla
il corvo ha nell’occhio il soffio
ribollente e il sangue di tenebra
che lampeggia a distanza tra i tronchi

L’altra faccia che mai si mostra dorme di fianco
dice l’ombra che non ha suono
nella lingua dei vivi
dice l’erranza di tutte le parole
che mi hanno bucato palato e lingua
la mia zattera sempre più al largo
che scende il fiume
il sasso in ogni tasca
l’approdo mai stato

Paxos sogna se stesso nel quadro
in qualche piega storta della galassia
che adesso è fumo
Il gabbiano è quietamente sazio
Nessun albero da nessun suicidio è scosso
Il guardiano dello scoglio
reclina il capo sull’ala

30 maggio 2014

 

Maria Pia Quintavalla

Maria Pia Quintavalla

 

 

 

 

 

 

 

Maria Pia Quintavalla

Natura morta

Un cavallo legato
ad una grande fiamma che brucia

un annegamento dolce in un fiume
che rapidamente

una strada stretta di pioggia
che appoggia
tra due campi uno verde
l’altro marrone.

 

adam vaccaro

adam vaccaro

 

 

 

 

 

 

 

 

Adam Vaccaro

Nature morte

Osso era un signore duro e fragile che riteneva di
essere il perno portante di ogni massa, somma
quasi di una forma di dio. Ma bastò una piccola
pozzanghera, come un occhio di cielo che celava
una pietra aguzza, a togliergli l’illusione e
ogni idea senza fondamento

*

Pelo, un povero privo di ogni possibile risorsa
propria incontrò finalmente un vento così forte
che lo inebriò al punto di fargli perdere misura
senso delle cose e di sé. Si abbandonò a quel
delirio di onnipotenza che lo condusse alle rive
del nulla, dove Pelo scorse il piede di tutto

*

Il Sapore di quel pomodoro in campo aperto e
suo padre che diceva un po’ di sale da esperto
le rimarranno dentro gioia di un rubino rubato
in un sogno di libertà mai più ritrovato dentro
questa città in cui cammina gobba muro muro

pronta a fare balzi appena fila odore di potere
a fare versi e dire assaporando il suo sfintere
persino in nome delle donne pur di salire
scalini pronta a offrire fessure seno e gonne
facendo misture di fiele e miele

 

Meeten Nasr

Meeten Nasr

 

 

 

 

 

 

 

Meeten Nasr

Relitto a Caprera

Già dal canneto avvisti una protesa
costola incatramata del gigante
che giace a riva. Un colpo di scirocco
insabbiò la gran trave del suo dorso
troppo superbo e spense sfrigolando
il pulsare tenace del suo diesel.

Mille sospiri seguirono l’impatto.
Oggi pervadono l’arco delle rocce
i tonfi dei marosi fra le antenne.
Qui l’aquila di mare tenne il nido,
là si riverbera un canto che accompagna
il trasmutare dei vivi nel corallo.

 

La freccia poco zen

La freccia poco Zen giace esausta sull’erta.
Ora conosce quanto leggera è l’aria,
quanto greve il volare, il suo turgore
(fallico, un po’ sconcio) fra le irsute
stoppie di frumento ancora anela
verso il centro del target. Concrezione
del nulla pare invece quel polipo impietrato
che in cima al colle esala solo noia
nella sua vuota guardia. Fuori campo
ci fronteggia stentoreo l’ideogramma
“vedo un albero frondoso” che non c’è.
Solitudine immane nel giallo ci sorprende.

 

Lucia Gaddo Zanovello

Lucia Gaddo Zanovello

 Lucia Gaddo
Assenti immobili presenze

Rappreso umore sulla palladiana in salone
ultimo saluto d’una vecchia sola
stramazzata.
Poi le razzie dei rimasti lontani
vi strascinarono sopra le casse soppesate dei valori
furtive trapeste sull’altare del focolare.
Sono di stanza distanza e l’intruso.
Piatti del buon ricordo sul muro fumigato di solitudine
appesi al puzzo di scarico vuoto.
Si mangia muffa il frigo interrotto.

I fermi delle stagioni slabbrarono la cinghia lisa
ed è inceppato sul buio pesante il rotolante.
Ogni semicieco davanzale porta il lutto d’una pianta secca
risucchiata cura della morte in premura.
Polvere sui vetri
e le ignote povere cose
a nessuno rimaste
son quelle i personali effetti
ossidati nei perduti affetti.

Dall’abbaino sul retro
resta appesa a una gruccia la dirimpettaia vita che va
inconscia
del debito di falce che pareggia
le spighe tutte le belle e quelle brutte
le ricche e le accattate.
Ne sa di tutte loro l’astuccio della bara
con le piante ai piedi chiuse fino ai denti
nell’immobilità
spolpate lische risputate dal mare
nel deserto polveroso d’ossa
che nutre le nostre d’altre ossa.

Starnazza dalla piazza
grillotalpaltoparlante
che vende
a divise allodole specchietti recisi.
Scampana il garrito di maggio
al cielo profumo di tiglio.

29.5.14

Saturno visto dalla sonda Cassini

Saturno visto dalla sonda Cassini

 Cromie del silenzio

La posta è l’eternità
e si posta eternità sulla mensa della bilancia.
Ciò che è stato frutto
acerbo o maturo
dagli umori aspri e dolci
per l’ombra e il sole delle stagioni
emerse ocello dalla tunica al tronco in sonno
ma là è la sabbia delle mura
cela calce che brucia.
Ammorba l’acqua il rotore delle scorie
asperge veleno in ogni dove sui germogli
ignari della maledizione di chi non verrà.

Sommuove un ribollire d’inferi
la carne putrescente delle prede
per le mosche della morte.

Non c’è giudizio, beatitudine o tormento.
Tutto si svolge aldiqua

l’orrore della luce
l’incubo fatale
frattale segno sogno
della follia in ragione.

Cromia del viola suona
immobile tastiera
la solitudine.

Squarcia vana bellezza uno stridor di lame
disseccata anatomia di un fiore strappato
per l’eccitante grido del suo silenzio.

30. 5.14

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2 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, poesia italiana contemporanea

2 risposte a “POESIE INEDITE SUL TEMA DELLA NATURA MORTA di Antonella Zagaroli, Marisa Papa Ruggiero, Maria Pia Quintavalla, Adam Vaccaro, Meeten Nasr, Lucia Gaddo

  1. Su “a Paxos” di Marisa Papa Ruggiero.

    Testo di altissima suggestione, negli echi da classici greci e pure contemporanei, nei toni da antica “scrittura su tavolette di cera”.
    Eppure qui si inscena una dimensione tutt’altro che olimpica, una natura che rivela gli abissi dell’oggi, di “foresta di querce che esce dal quadro” nella sua forza primigenia di ribellione, e di “acque che vanno nella direzione opposta/più al largo di noi/ dove mai torneremo”. Un mondo vegetale-animale di cui si avverte la sapienza sottile di voce indicibile dall’oltre, acuto grido contro il nulla.
    Ma il corvo che volteggia in cerchi altissimi e vani incombe come metafora dell’impotenza che infine trionfa e tutto pervade. Compresa quell’ultima spiaggia-speranza nella parola che non ha approdo in questa ineluttabile deriva. Poesia di intensa amara riflessione sulla natura morta che potremmo essere o già siamo.
    Annamaria Ferramosca

  2. condivido la lettura di Annamaria Ferramosca della poesia di Marisa Papa Ruggiero. Quello che colpisce in questa piccola antologia di autori è la maturità delle soluzioni espressive adottate dagli autori, ad iniziare dalla fraseologia trattenuta, come con il freno a mano tirato di Antonella Zagaroli alle ampie campate a spirale delle immagini di Marisa Papa fino al respiro da andante largo delle poesia di Lucia Gaddo e i fotogrammi quasi fissi di Maria Pia Quintavalla. L’elemento comune a tutte queste scritture mi sembra che stia nell’impiego in larga scala delle immagini, segno inequivocabile di maturità espressiva e del buono stato di salute della poesia italiana.

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