LA POESIA di LAURA CANCIANI “ESSERE NELLA PAROLA” (Passigli, 2014)  – Commento critico di Giorgio Linguaglossa

 

Laura Canciani Essere nella parola Passigli, Firenze, 2014 pp. 80 € 12

La poesia di Laura Canciani proviene da una metafisica delle parole per poter giungere alla loro fisica. La metafisica scandisce il tempo interno e interiore delle parole e lo spazio a-topico entro il quale sostano. Poesia che ha la purezza del cristallo, come il suo profilo, bellissimo, algido come quello della Achmatova, puro come l’«ippocampo» che appare all’improvviso in una sua composizione metafisica. Poesia a-topica, cioè priva di uno spazio esterno ma che abita uno spazio interno, fitta di scarti, di deviazioni di immagini e di senso, di retromarce verso un “dove” che si rivela essere un “altrove psichico”. Poesia di interrogazioni caute, incaute, pensierose, insidiose, numinose che non conducono in alcun luogo del mondo «reale», quel reale ordinato dall’azione dell’amministrazione totale ma in un luogo psichico. Poesia che insegue un tempo interno, interiore, interiorizzato che vuole sfuggire allo spazio e al negativo della storia. C’è come un’insidia che sovrasta e minaccia il quadretto lacustre di certi suoi «paesaggi interiori», con quella «fontana psichica» che fa convergere la poesia verso un punto che non è un punto ma una dimensione… di purezza e di spietata durezza, di gelido biancore. C’è il senso della macchia che sovrasta, c’è la paura del peccato che inquina, il terrore del «contagio dell’acqua», il timore per un «reato di parola» che è stato commesso all’origine dei tempi, e che si ripete, dal tempo dei tempi, c’è la delicatezza di uno sguardo gentile ed effrattivo. Una poesia fatta di sensazioni evanescenti e di immagini che si collegano alle sensazioni. Quanto di più difficile a farsi. Dove il non-detto collima con il detto rendendo l’espressione poetica antica e moderna, interiore, elusiva, esclusiva. Poesia olistica e solitaria dove possono vivere soltanto sintagmi di emozioni, isolazionismi, psichismi… che si difende dall’Estraneo con tutte le proprie povere forze:

canciani

Una lampada viva
non elimina il buio ma consente di attraversarlo.

*

nella libreria infinita
tutti i libri erano trasparenti:
tra le mie dita esitava, come forma che trascende,
una busta verde trasparente: «Profumo»
e il profumo c’era e c’era un uomo anche
come il libro trasparente che leggeva.
Tra le sue dita il libro che cercavo.
nell’attimo di averlo scomparve.

È scomparso tutto.
Resta la curvatura di profumo convergente.

*

La poesia la poesia la poesia
così come noi la intendiamo
non entra nel regno dei cieli.
Sono due legni di legno vivo incrociati
la Parola che apre alla valanga
di tutto il creato in un’unica stella.
Essere nella parola.

All’ultimo piano di un palazzo fiorito
– senza tendine alle finestre –
inutile fissare l’orizzonte a fantasie parassite:
al di fuori della Parola una agonia senza fine.

*

Mi è stato tolto tutto:
libertà, movimento, mutamento,
la confessione,
il dolore.

Adesso sì, sono forte della mia debolezza

Una fune sempre più solida, una fune sempre più solida,
una fune sempre più tesa.

Il gesto dello straniamento e il frammento sono il marchio di riconoscibilità della poesia di Laura Canciani, direi una delle più felici espressioni della poesia contemporanea. Poesia esoterica ed elitaria che riposa sulle possibilità espressive dell’anacoluto, della paratassi, della cifra allusiva, della dizione indiretta, della aggettivazione sghemba e della sostantivazione obliqua. Intermittenze lessicali, fratture dell’ordito sintattico, il discorso interruptus, la parola come impronta, traccia degenerata di una antichissima numinosità, archeologia di un’angelologia. Poesia del ricordo di una lingua umana come copia sbiadita e consunta della lingua edenica. Poesia come lingua del peccato, come lazzaretto di ciò che è scampato alla rimozione della Crisi della Ragione poetica dal punto di vista di una fervida credente. Conseguentemente alle sue premesse di fede, la Canciani tenta una irrigazione del deserto significazionista del linguaggio poetico post-novecentesco con l’intento di accudire le esilissime piantine del suo orto botanico di parole retrocedendo ad un concetto artigianale dell’arte poetica. Poesia da chevet. Poesia da leggio. Poesia da camera.

Anna Albert

Degli Albert ricordo il cane nero, feroce
e bellissimo, il filo arrugginito lungo il quale
correva all’impazzata e abbaiava

Lei aspettava la lettera dal fronte
come un imputato la sentenza

Arrivò una busta:
«se maschio, è buono per Hitler»

Senza rumore al cimitero fu aggiunta una croce

*

Dalla sua angolazione il poeta vede
il muro ocra pallido con le finestre a sbarre.
Io invece vedo uno splendido squarcio di cielo
color genziana con le cime degli alberi
tempestate di gemme,
il ciliegio in fiore saccheggiato dalle api.

Ricordo di essere caduta nel canale sottostante
con la bocca colma di ciliegie

È lui l’angelo della fortezza e della contentezza
in viola
che mi tende le mani

L’acqua è venata di rosa

L’acqua è venata di rosa.
È chiamata Fontanarosa per il ferro puro,
quasi un pensiero puro
– al centro di un piccolo campo
c’è un ippocampo –
come toccante.
«Quali occhi quali parole sontuose ametista
o abbracci tesi spalancati sull’abisso del non so niente?»

Per automatismo interiore diranno che questo Amore
è di tutti
che è goccia e goccia convergente
che è tempo conico

– dalla fontana psichica
il vertice sfocia in molle fonde –

La velocità del tempo invia i suoi prolungamenti
fortificanti: cade neve abbondante e libera.
La neve si appropria del dorso del gregge
metafisico
del cardo incrinato ai cristalli, candido,

candido il canto della donna si è chiuso.

Ed è proprio in quest’ora ferma
verso l’indietro e verso l’avanti
che sono più contenta
di un canto di bambina:

sapere toccare il punto d’Omega.

Piero Pollaiuolo ritratto

Piero Pollaiuolo ritratto

Le rose miracolose di Labers

I rosai erano due: quello
di sopra e quello di sotto.
Il tronco robusto di radici profonde.
Boccioli rosaviola spuntavano fitti fitti e forti.
Aperte, le rose erano nuvola profumata di cielo
sulla terra.
A maggio, in cerchio dolce e importante
attorno ai rosai, il rosario saliva saliva
festoso
sino a intravvedere un “Tu” creatore
riflesso anche sul volto della mamma.

La voce di mia madre fluiva in viola:
«saprete e capirete e ringrazierete
per non aver potuto giungere
al peso della vita
al fiore di lusso infingardo
alle ferite nostre
chiamate umano amore».

I rosai si sono consumati. Ci è
dato avanzare
ricchi di vento viola, generosi di libertà,
amati di immeritato amore.

Laura Canciani è nata a Cermes (Bolzano) nel 1934. Le sue radici profonde sono friulane. Vive a Roma. Ha pubblicato in poesia: L’aquila svolata (Forum, finalista al Premio Viareggio 1983), Da questi occhi (Il Ventaglio, Premio Donna Città di Roma, 1986), Il dono e la meraviglia (Amadeus, 1989, Un bouquet d’ombre (Biblioteca cominiana, 1994), Aperta all’infinito (Biblioteca cominiana, 1998), Lo stesso angelo (Fermenti, 1998), Reato di parola (Manni, 2004), Il contagio dell’acqua (Passigli, 2010). Ha vinto il Premio di Poesia Profezia, Cisternino 1998 e il Premio Renato Serra, Santa Severa 1991. Sue poesie sono state pubblicate in diverse antologie, tra cui «Storia dell’arte italiana in poesia», Sansoni, 1990; l’Altro (Centro Internazionale Alberto Moravia, 1995); Melodie della terra a cura di Plinio Perilli (Milano, Crocetti, 1997); La donna, gli amori a cura di Gabriella Sobrino e Antonietta Garzia, (Loggia de’ Lanzi 2001); Poesia degli Anni Novanta (Roma, Scettro del Re, 2000) a cura di Giorgio Linguaglossa, e riviste letterarie tra cui «Hortus», «L’Ozio», «Versicolori», «Pagine», «Poiesis», «Arsenale», «Poesia».  Hanno scritto della sua poesia, tra gli altri, Eraldo Affinati, Amedeo Anelli, Maria Pia Argentieri, Domenico Alvino, Attilio Bertolucci, Maria Clelia Cardona, Pietro Cimatti, Carla De Bellis, Erri De Luca, Massimo Giannotta, Paolo Lagazzi, Gianfranco Lauretano, Maria Grazia Lenisa, Giorgio Linguaglossa,  Giuliano Manacorda, Mario Lunetta, Cesare Milanese, Renato Minore, Carlo Molari, Francesco Muzzioli, Noemi Paolini Giachery, Elio Pecora, Plinio Perilli, Ugo Reale, Francesco Rivera, Merys Rizzo, Aldo Rosselli, Vittorio Sermonti, Giovanna Sicari, Isabella Vincentini. Ha collabora con la rivista «Poiesis» con testi critici sulla poesia contemporanea. Una trattazione estensiva della sua poesia è presente in Appunti Critici. La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte a cura di Giorgio Linguaglossa(Roma, Scettro del Re, 2002), in Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) del 2011e in Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2013), sempre a cura di Giorgio Linguaglossa.

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2 commenti

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2 risposte a “LA POESIA di LAURA CANCIANI “ESSERE NELLA PAROLA” (Passigli, 2014)  – Commento critico di Giorgio Linguaglossa

  1. una grande penna davvero, ne lodo la particolare capacità di esprimere concetti altissimi in versi apparentemente semplici, che brava!

  2. La poesia di Laura Canciani è poesia “a lato” e “altissima” ; un flusso musicale e al contempo un mosaico di tessere a sortilegio sull’orizzonte del Sacro.
    Poesia certamente rara che offre pienezza d’anima a chi legge.

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