SULLA POESIA di ALFREDO DE PALCHI: Antologia poetica da “Foemina tellus” (2010) L’ESTETICA DELLA DENUNCIA  – Commento di Antonio Sagredo. Parte IV

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grattacieli-new-york

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Da uno scritto di Luigi Fontanella: «Alfredo si trova rinchiuso, già da qualche anno, nel penitenziario di Procida, vitti­ma di imputazioni infamanti. L’accusa è un omicidio avvenuto nel dicembre 1944 di un partigiano veronese, Aurelio Veronese, detto “il biondino”, a opera di tale Carella, fascista e capo della milizia ferroviaria. Pur essendo del tutto estraneo a quest’omicidio, De Palchi viene accusato e processato. Come ho già raccontato altrove (mi permetto rinviare di nuovo al mio volume La parola transfuga, pp. 178-183), a monte di questa infame calunnia c’era stata, dietro la spinta di altri affiliati, l’insipiente militanza giovanile di Alfre­do, allora diciassettenne, nelle file delle Brigate Nere, capitanate da Junio Valerio Borghese, uno dei leader più combattivi della Repubblica Sociale Italiana. […] Allo sbrigativo processo svoltosi a Verona nel giugno 1945, in pieno clima di caccia alle streghe, De Palchi, del tutto innocente, fu condannato all’ergastolo (il pubblico Ministero aveva chiesto la pena di morte!). Un processo-farsa che gli costò vari anni di prigione, prima al carcere di Venezia, poi al Regina Coeli di Roma, poi a Poggioreale a Napoli, poi al penitenziario di Procida ( 1946-1950), infine a quello di Civitavecchia (1950-1951). Un’esperienza durissima che dovette prostrare il nostro poeta e che avrebbe segnato per sempre anche la sua poesia, se è vero che quell’esperienza non solo è presente nella sua primissima pro­duzione (strazianti e taglienti i versi, oltre che di La buia danza di scorpione, anche del poemetto Un ricordo del 1945, che tanto avrebbe colpito Bartolo Cattafi che lo presentò subito a Sereni […]) ma ricompare con tanto di nomi e cognomi nel recentissimo nucleo Le déluge, posto a chiusura del suo ultimo, intensissimo libro Foemina Tellus. Un’esperienza atroce che l’avrebbe segnato profondamente ma che gli avrebbe anche fornito la stoica energia a resistere, a reagire, a crescere, a leggere, a studiare, e infine a scrivere la sua poesia di homme revolté. Credo che chiunque si accinga ad affron­tare la lettura delle poesie di De Palchi non debba mai prescindere da questa terribile vicenda biografica, tanto la poesia che da essa è scaturita ne è intrisa dalle prime prove fino alle ultime. Un’esperienza crudele che, a valutarla oggi dopo più di mezzo secolo, sembra perfino beffarda se si pensa che il nazifascista Junio Valerio Borghese, che pure era stato uno dei capi indiscussi della fronda repubblichina, al processo intentato contro di lui per crimini di guerra, sempre a Verona tra il ’46 e il ’47 (il processo si conclu­se esattamente il 17 febbraio 1947), riuscì a cavarsela con soli quattro anni di carcere, gli ultimi dei quali proprio a Procida, nello stesso penitenziario dove si trovava rinchiuso De Palchi. Sul qua­le, sia detto per sgombrare qualsiasi taccia posteriore di collabora­zionismo, venne in seguito sciolta ogni accusa e provata la più totale innocenza. Mi riferisco alla revisione definitiva del processo, che avvenne nel 1955, presso la Corte di Assise di Venezia, alla cui conclusione De Palchi, assistito dagli avvocati De Marsico e Arturo Sorgato, fu prosciolto da qualsiasi accusa e assolto con formula piena”». (n.d.r.)

Grattacieli di New York

Grattacieli di New York

 

alfredo de Palchi

alfredo de Palchi

 

 

 

 

 

 

 

I testi che seguono sono tratti da Alfredo De Palchi Foemina tellus Joker, 2010.

 

Sembri fragile
ma quale patrizia barbarossa
di unica natura
sorpassi Verona e la “bassa” che mi vide
saltare i fossi con la pertica;

ora macilenta
a mani bianche di guanti
mi vuoi conquistare tra questi banchi di frutta
passo dopo passo
penetrando ancestralmente il corpo
che nel miasma di spezie tu smanii
di sbranare.

(Estate 2005)

*

Sono la coscienza
della voce che perpetua il corpo
aggredito dall’immagine a somiglianza
di chi insulta
e in me s’incarna in lezzo di cadavere

(19 settembre 2005)

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Dimentichi
che potrei espandere il vortice
dentro l’oceano del tuo corpo smaccato
mosso
tracotante di sbalzi improvvisi
delle verdi vallate che scrosciano
rotolando cupe di acqua
cupa incessante
che ti schiuma la concimaia sterile

(3 marzo 2006)

*

Autunno
preocemente m’inganni con un giorno di luce
e un altro di acqua che svuota le panche
della piazza e vento
che spiazza i colombi le passere
e scombuglia gli scoiattoli tra ventagli
di ramaglie tenaci a tenersi un po’ di foglie

non come tu sei
io sono tale e qual ero nel tuo corpus
mistico di vulva
un giorno così e un altro così
senza la fretta di arrivare là dove tu arrivi.

(17 ottobre 206)

*

Antonella Zagaroli con Alfredo de Palchi, Venezia 2011

Antonella Zagaroli con Alfredo de Palchi, Venezia 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra questa palude
di fiumi che scorrono detriti e veleno
e la sinergia dell’oceano
l’acqua spiove dagli alberi in autunno
e mi sciacqua la morte
che si sconta vivendo nelle fogne
dall’alba
all’orizzonte del tramonto
perch’io viva nel decesso la sua vita.

(5 novembre 2006)

*

Alfredo D Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

Alfredo D Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

M’indovini
felice nella confusione di libri
carte e foto del futuro eterno
in cui decido di sporgere la mano
per assistere la tua faccia che mi fissa
io assetato
bocca aperta a ricevere la tua saliva
mista di sale sperma vaniglia fuoco
quando un grido di sorpresa
mi rapprende il sangue
scaccia la mano
per meglio serrarmi negli occhi pazzi
che inceneriscono la carta
dove tracciavo una curva
per dove e come indovinarmi.

(24 novembre 2006)

*

Saprò negarti come Simone
tre volte nella sinagoga della tua carcassa

non sei tu Cristo, è lei,
subdola esistenza
che negherò a bocca marcia
all’ultima proprio al’ultima cena di sapori
che lievitano nel cibo
di cosce lucide d’ambra
di seni svuoti
di pancia squarciata per entrare completo
nel centro della concimaia che mi marcisce
per germogliare un’altra mia nascita
imprevedibile

saprò negarti senza una parola
gli occhi entreranno profondi nelle occhiaie
dicendo le verità indivisibili della mia morte

(1 dicembre 2006)

*

alfredo de palchi, giorgio linguaglossa, claudia marini e luigi manzi - Roma, 2011

alfredo de palchi, giorgio linguaglossa, claudia marini e luigi manzi – Roma, 2011

Fredda
brilla di sole freddo al mattino
la zolla capovolta
con svolazzi di passere
su mucchi di letame che fumano l’odore
astringente
intorno gli spineti fioriti di ghiaccio sulle spine
i cortili medievali
che ti svuotano ai campi dove nei solchi
calchi il brulichio di verminai

di semenze
che a caso crescono gramigne
fiori campestri
spighe di grani selvatici
e papaveri per sfogliarsi
alla tua presenza losca di nero
nella calura che vibra

di clangori
dissonanze d’ogni
città al di là del fiume

(4 dicembre 2006)

*

Impensabile
quel buco tremendo di spazio
svuoto di stelle galassie buchi neri nello spazio

da confrontare al deserto che tu sei
esangue
snervata d’ogni verde e germe

solo sabbie e rocce
nell’aridezza agghiacciante del vuoto

dove tu residuo di niente circoli
la tua curva perpetua
senza mai scostarti dalla ignobile
presunzione.

(28 agosto 2007)

 

New York di notte

New York di notte

Nella raccolta Ultime (2000-2005) certo è che la sensualità e la sessualità sono presenti, ma è più attenuato il canto che in fondo rasserena l’irruenza della coppia.

Talvolta ancora compare qualche ricordo amaro a quel ragazzo travolgente (ma perché nel 2003 è a Verona!) come quello del giugno del 1945 pronto a

Incenerirmi in questa assise di musi storti
che a centinaia salgono sanguinari le scale –

(dicembre 2003)

Ma

È il momento di cauterizzare del mio cuore l’inciso

(gennaio 2004)

  Ed efficaci sono i versi finali di Serrarti nel cuore: ed è ancora una volta il corpo femminile (“medusa d’amore” – A. Sagredo) a presenziare col suo movimento, con versi davvero incisivi:

il rollio del ventre in rollio
in cui si placa il mio cuore di medusa.

(aprile 2004)

New York bank-of-america-tower

New York bank-of-america-tower

  Presente è pure il pensiero del morire, dello sfinimento, dell’essere stato crocefisso invano e di una sorta di imperativo che gli impone figure più o meno oscure di una storia cristiana: sacerdoti, plebei, il Cristo stesso impotente, la madre, Maddalena : “mia presente novizia superstite” che è  trionfo e vittoria della carne, ancora! sullo spirito! sull’anima!

Ma è uno s-morire, e per questo:

                                                                     Muori di morte

che t’insegue con l’abbecedario della conversione

(aprile 2004)

 per finire poi

nell’assurdità della tua esistenza
che è la mia.

(agosto 2004)

   È quasi da gridare, questa difficoltà… del non saper morire, come fece una notte Tommaso-Riccardo:

Noi siamo crocefissi nella fiaba!

Siamo giunti dunque all’ultima raccolta che è una testimonianza, Foemina Tellus (2005-2009), un intervallo impietoso che segna e fissa per sempre il tempo del poeta: 79-83 anni!

E… Tellus? – Cosa ci vuol dire il poeta?

(La raccolta Foemina Tellus racchiude il periodo 2005-2009, e comprende le poesie di: Contro la mia morte I, Foemina Telllus, Contro la mia morte II, Le déluge)

 

Alfredo De Palchi 2011

Alfredo De Palchi 2011

  Secondo Cicerone tellus è: terra, suolo, terreno; secondo Virgilio e Ovidio: paese, regione, contrada; secondo Orazio: podere. Ma Tellus è anche personificazione della Terra, come divinità che nutre… (ancora Cicerone, ma anche altri autori); è anche foemina che fa sorgere, fa nascere, e, se nutre, fa crescere… E se vogliamo giocar sul senso di femmina tellurica, cioè di femmina furiosa, che scuote e inquieta la Natura  quando è violenta: caos contro quiete!

Che dire?  Forse femmina tellurica con allusione a isteria, ma se una foemina è isterica, è nello stato di generare e produrre? Foemina Tellus matrigna? Materna?

In verità la poesia omonima che dà il titolo alla raccolta, riferisce di una figura femminile che è in ansia, che sconvolge, “che bela/le perdite/le tue con litigio d’orrore/e di mistero”… e continuando specifica che è “contadina abbagliata dal fiume”… “che ti purifica/ e si purifica nel sangue e degli sputi/nell’acqua risciacquata da secoli di abluzioni”…. ci sono quindi tutti gli ingredienti, sotto diversi aspetti: significati/significanti che i poeti latini hanno ben detto o soltanto suggerito, perché, in fondo, noi uomini dobbiamo ammettere che una foemina tellus non la puoi recintare, chiudere, costringere, ecc., a meno che lei stessa non decida tutti gli atti e le azioni e i loro contrari. Insomma Foemina è sinonimo di Rivolta, di Rivoluzione, ma anche Quiete, Pacificazione!

Il poeta ha più che una sufficiente esperienza di cose femminili per poter dire qualcosa,  l’intervallo impietoso, senile,  glielo permette, ma si sa che per la foemina il termine “definitivo” non esiste!

È una poesia questa, l’omonima, che si presenta proprio a metà della raccolta, quasi en passant, quasi di soppiatto, lasciando a quelle che la precedono e a quelle che le succedono, il compito,poco probabile, di chiarire e di chiarirci (presunzione del poeta!) la Foemina Tellus!

alfredo de palchi grattacieli  Mi convinco sempre più che dopo numerose letture di questa ultima raccolta la Foemina Tellus coincide con la Morte… anzi è la Morte stessa… anzi è il poeta stesso la Foemina Tellus… il poeta è la Morte che si maschera da Foemina Tellus… da cui è attratto e respinto, insomma il poeta-foemina è attratto e respinto da se stesso!

L’Eterno Femminino non è la prima volta che appare sotto le spoglie della Morte! Il poeta russo Aleksandr Blok (1880-1921) ne è stato il massimo cantore, infatti in una sua opera è detta Sconosciuta (1906)

Sono un gioco degli specchi tutte le poesie di questa baroccheggiante raccolta, dove la Morte si amplifica “…vulva che ingoia/crescite e pianeti”; e si restringe in un “fondo di biacca”. Il poeta la circuisce come fosse davvero una donna, peccatrice o no, Maddalena si presenta sotto forma di monaca, che vuol passare per vergine, ma il poeta non s’inganna:

la riconosce dalla puzza/ di vergine che non sei”.

Raccolta barocca che si porta dietro tutta la metafisica e la dialettica mortuaria, funeraria violenza che non vuole affatto stemperarsi nella libidine della Morte! – anche se “il mio corpo, per te/mai abbastanza freddo da leccare” ha, al contrario di un essere semplice, “il terrore di scoprire/che non ci sei”.

alfredo de palchi con milo de angelis 2011

alfredo de palchi con milo de angelis 2011

  È in atto una rivolta che non conosce che il Tu confidenziale (dare del Lei alla Morte  è una bestemmia!), quasi a rabbonirla…  ne rispetta la sua storia, di cui non (si) sa l’origine, che pare diversa da quella dell’uomo – ma lo è in effetti? – e si domanda il poeta se “questa storia/di unire la tua vita sempiterna/con la mia…” alla fine non è che una “storia che spurga in rantolo/il tuo sangue sterile”.

E rivolto alla donna dichiara:

saprò negarti senza una parola
gli occhi entreranno profondi nelle occhiaie
dicendo le verità indivisibili della mia morte.

Non può che essere Tellus, terrestre, quella Femmina che prima il poeta, in piena forza virile, ha amato milioni e milioni di volte, e che era foriera di gioia e di felicità estreme… questa altra Foemina Tellus è invece esangue, ha aridezza, mentre lui, l’uomo – non più il poeta – ricorda adesso “ a ottanta [anni] che la giovinezza ha il florido/colore del cadavere ripristinato”.

E della giovinezza ha conservato soltanto la gioia  di un “non l’orgoglio”  per affrontare il bagliore che emana della caverna in cui la Morte vive: “maligna malevola malefica”!.

La Natura stessa, coi sui frutti, che dapprima avevano allietato i giorni e le notti del poeta e della sua donna, non è più rigogliosa, e non più

il papavero [che] infuoca le spighe
attorno le forme collinari e le valli

E   qui oso fermarmi
(da Foemina Tellus)

perché:
Non so quando salperò
per la vuota eternità
del vuoto immenso
dell’eterno vuoto
(da Contro la mia morte I)

Nel  2007  è in Italia (del nord ovviamente: non ho trovato che alcune debolissime tracce meridionali); e di nuovo, quasi onnipresente come la Morte: l’Adige! E c’è un altro fiume: il Brenta… che siano affluenti dell’Acheronte?

Ma una digressione mi dovete concedere:

  [Il poeta russo Osip Mandel’štam (1891-1938)  è conoscitore profondo di Dante, che più volte nell’Inferno scrive dell’Adriatico e del Brenta!   L’Adriatico è un vecchio motivo della letteratura russa, come anche i due fiumi a cui attinse pure Puškin (1799-1837), che così scrive:

Adriatiche onde, o Brenta! Tarda
al poeta d’udir l’incantatrice
vostra voce, al cui suono ancora riarda
l’ispirazione nel suo cuor felice!”
Un dì si avvererà la mia visione:
nella gondola nera e misteriosa             [1]
la malìa di una notte veneziana
ora loquace ed ora silenziosa
che alle mie labbra insegnerà ed al cuore
la lingua del Petrarca e dell’amore”.

alfredo de palchi e roberto bertoldo

alfredo de palchi e roberto bertoldo

 Molte volte il motivo dell’Adriatico viene unito, nella letteratura russa, col fiume Brenta, tanto è vero che c’è un poeta moderno, Vladislav Chosadevič (1886-1939), che è stupito di questo, dopo aver visto il Brenta ha scritto: ”Brenta, rossiccio fiumiciattolo./Quante volte ti hanno esaltato./Quante volte sono volati da te i sogni ispirati”: dal Corso su Mandel’štam di A. M. Ripellino, 1974-75, p. 60)]

Nel più che ottuagenario Alfredo De Palchi, insomma, non in lui!, ma nella sua poesia è insolito incontrare parole depresse come: crisantemi, defunti, cimitero, campana a morto…; è più divertente incontrare personaggi come: Don Rodrigo, Parsifal, Wotan… ma verso la fine di questa raccolta presenti sono le spietate invettive contro alcuni personaggi… minori, così minori per me da essere mai esistiti (ma alcuni sono stati molto noti), ma importantissimi  per l’uomo , e… per il poeta giusto per seppellirli per sempre con la parola! Alcuni di loro costruirono il male…

Comprendo allora l’acredine violenta del Poeta, comprendo adesso la presenza e la compagnia di Villon… si deve amare questo Poeta perché è “senza rancore, senza cattiveria, ma con una continua sete di giustizia”.

Ma non con queste parole civili, mirabili tra l’altro, ma coi versi di che sono bastoni anche contro la Morte

                                                        per schiantarti la maschera di gesso

(da Foemina Tellus, 2008)

anche se

ho il terrore di scoprire
che non ci sei.
invoca il Poeta:
ti prego, Morte, lascia a me l’istante del congedo
per abituarmi al migliore inferno
accontentami
quando ti dico io… quando
perché vorrei avere il Tempo anche in non so dove, se esiste, di dire alla foemina tellus

                                                           ti corteggio con la promessa
                                                           che nel lontano futuro sarò tuo

(Contro la morte II, 2008)

 
Antonio Sagredo

(Roma, 14-26 aprile 2014)

alfredo de palchi in Italia, 1953

alfredo de palchi in Italia, 1953

 Bene, ed è un monito, e che sia chiaro una volta per tutte: questo poeta dovrà essere celebrato come uno dei maggiori d’Italia del ‘900: versi così violentemente dolci e così esteticamente validi non se ne vedono tanto in giro. Per questo ho intitolato questo  breve scritto L’estetica della denuncia. Dobbiamo discostarci dal cliché Villon-De Palchi, dobbiamo separarli, perché De Palchi abbia finalmente una sua autonomia di poeta!

Non guardiamo indietro
indovinare cosa si è dovuto abbandonare
non lo sapremo mai
 

(da Movimenti, 9 dicembre 2006)

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