LE DUE STORIE DEL RITRATTO di PICASSO a MARIA LUISA SPAZIANI di Giorgio Linguaglossa

spaziani-montale-e-la-volpeSpaziani Montale http://www.fotografarefacile.it/002014_roma-ritratti-di-poesia-anche-fotografici-al-tempio-di-adriano/

 A fine gennaio del 2012 mi recai alla sesta edizione dei “Ritratti di poesia” al Tempio di Adriano curata da Vincenzo Mascolo per la Fondazione Roma dove erano esposti i ritratti fotografici di 12 poeti realizzati da Dino Ignani. La mia attenzione fu subito attratta dalla foto che ritraeva la poetessa Maria Luisa Spaziani della quale si vedeva soltanto la testa sovrastata da un grande disegno, il tutto sommerso da scaffali carichi di libri. Per caso, passando accanto a Dino Ignani che colloquiava con Romano Maria Levante, udii che il fotografo asseriva che il disegno era di Picasso. D’istinto, guardai il ritratto. Ignani stava dicendo che il pittore lo aveva disegnato, in miniatura, su un tovagliolino di carta di un ristorante, e che quello era il ritratto di Picasso successivamente ingrandito.

Questo l’antefatto.

M.L. Spaziani foto di dino ignani

M.L. Spaziani foto di dino ignani

M.L.  Spaziani foto di dino ignani

M.L. Spaziani foto di dino ignani

In questi giorni, 7 e 8 giugno a Roma, al Ninfeo di Villa Giulia, e il 15 giugno alle Terme di Traiano a Civitavecchia, si sta tenendo un festival di poesia femminile dal titolo “Eros e Kairos” nel quale è esposto il ritratto fotografico della poetessa Maria Luisa Spaziani dove appare in evidenza, alle sue spalle, una litografia. Poche righe sottili che incorniciano un volto ovale. Bello, non c’è dubbio, si riconosce la maestria del tocco di Picasso.

Torno a casa e, come colto da un’improvvisa ispirazione, guardo la mia libreria dove sono accatastati migliaia di volumi in un terribile disordine e mi capita sotto gli occhi il libro di memorie della Spaziani dal titolo “Montale e la Volpe”, edito da Mondadori,  dove lei parla della sua vita, lo apro a caso alle pagine 87-88 e leggo il passo nel quale racconta la storia della nascita del “ritratto” che l’autrice fa risalire al 1955:

spaziani Oscar mondadori«…raggiunsi Aix-en-Provence dove mi aspettava l’amico egiziano Aziz Izzet… Abitavamo nella “torre di Cézanne” e da lì ogni giorno si facevano visite ai pittori e prati di lavanda. Un giorno Aziz mi dice, come se niente fosse: “Perché non andiamo a trovare Picasso?”. “Ma perché no?” dissi ridendo. Sapevamo delle difficoltà che i miei amici giornalisti avevano più volte incontrato chiedendo un’intervista al pittore più famoso del mondo. “Proviamo” dice Aziz. “Qui siamo a Parigi. Non tutti sanno che ogni tanto scappa a Vallauris tutto sol, senza telefono, a fare le sue amate ceramiche.” Andiamo, nessuno al cancello dell’orto, la porta dell’atelier è aperta. Picasso ci vede, grida comunque un suo buongiorno e s’informa se siamo giornalisti. “Ma no, siamo poeti!” “Allora entrate e servitevi, c’è dell’acqua e del vino di Malaga, ditemi quello che avete da dire ma non interrompete il mio lavoro” Ci avviciniamo. Lui alza il braccio destro forse per mostrarci la mano sporca di creta, e così facendo gli casca dai fianchi una specie di perizoma o asciugamano, per cui rimane completamente nudo. Con disinvoltura si china, raccoglie quell’unico drappo, e lentamente, senza scusarsi, se lo annoda intorno ai fianchi dicendo, chissà perché, “Rubens è il più grande” con il tono assolutorio e conclusivo con cui in ambito diverso si sarebbe detto “Allah è grande” o “a tutto c’è rimedio”. Poi mi guarda di profilo, decide che sono “un bel tipo di spagnola”, e mi fa quell’abbozzo di ritratto che doveva poi comparire sulla copertina di un mio “Oscar” Mondadori».

la madre di eugenio arias

la madre di eugenio arias

Museo Picasso, ritratto de La Espagnola di Picasso

Museo Picasso, ritratto de La Espagnola di Picasso

Ma una diversa storia del ritratto è raccontata dal figlio del barbiere di Picasso, di nome Eugenio Arias, intimo e fraterno amico del pittore, il quale rivela che la litografia, dal titolo “La Espagnola” fu messa in vendita nel 1960 a Parigi per aiutare gli esuli spagnoli. Il ritratto, secondo la versione datane da Eugenio Arias rappresenta la madre di Arias la quale impersonava, secondo Picasso, la donna tipicamente spagnola (edizione limitata, litografia originale, numerati a mano 500 esemplari) datata ottobre 1960, litografia su carta Fabriano mm 690×520, es. 37×141 Editore e Stampatore il Bisonte Edizioni d’Arte – Firenze.

http://hapenas.com/shopping/shopping/shopping/picasso-p-litog-orig-assinatura-numer-hand-femme-c14-i28454-d.aspx

Museo Picasso, ritratto di Picasso La Espagnola

Museo Picasso, ritratto di Picasso La Espagnola

foto della madre di Eugenio Arias amico di Picasso esposta al Museo Picasso

foto della madre di Eugenio Arias amico di Picasso esposta al Museo Picasso

A pochi chilometri da Madrid sorge oggi il Museo Picasso che espone le opere regalate dal pittore al suo barbiere ed amico Eugenio Arias. Da lui prende il nome l’intera collezione che comprende 71 opere tra dipinti, porcellane e libri realizzati dall’artista tra il 1948 e il 1972. Le opere sono state successivamente donate da Arias alla Comunità Autonoma di Madrid nel 1982. Visitando il museo si può osservare anche il ritratto “La Espagnola” della madre di Eugenio Arias.

Queste sono le due versioni, certamente molto diverse, sull’origine del “ritratto” di Picasso alla poetessa Maria Luisa Spaziani (secondo una versione) e del “ritratto” alla madre del barbiere di Picasso, Eugenio Arias, esposta al museo Picasso (secondo la seconda versione). Per mia parte, mi sono limitato, diciamo, per pari opportunità, a presentarle entrambe al lettore affinché si faccia una propria opinione in proposito.

In proposito c’è anche un appunto di Renato Minore il quale riferisce il “racconto” della Spaziani secondo questa versione nel 1955 Picasso le avrebbe fatto in margine a un pacchetto di sigarette un ritratto… e che poi, «dieci anni più tardi l’ho trovato riprodotto in una litografia alla libreria Einaudi di Roma. L’ho comprato per 50.000 lire». (tratto da “La promessa della notte”, pag. 207, cap.  Maria Luisa Spaziani una parola che non mente. di Renato Minore. Donzelli).

Il che sarebbe una variante del “racconto” principale.

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16 commenti

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16 risposte a “LE DUE STORIE DEL RITRATTO di PICASSO a MARIA LUISA SPAZIANI di Giorgio Linguaglossa

  1. gli artisti, si sa, ricostruiscono un tipo di verità che serve per l’opera d’arte, ed a volte anche la biografia si sottopone a medesimo trattamento. Preferisco la versione di Maria Luisa Spaziani, e il volto le assomiglia. L’episodio è verosimile, e comunque simpatico.

  2. La versione di Dino Ignani e di Maria Luisa Spaziani appare più verosimile per diversi motivi e di tipo cronologico e di tipo estetico raffigurativo.
    Nulla vieta, inoltre, che quel ritratto della Spaziani sia stato tenuto nel cassetto da Picasso dal 1955 e sia stato tirato fuori all’occorrenza solo nel 1960 per aiutare i profughi spagnoli proprio perché quello stesso ritratto ben raffigurava la donna spagnola, “La Espagnola”. Non a caso la Spaziani dice: “Poi mi guarda di profilo, decide che sono “un bel tipo di spagnola”, e mi fa quell’abbozzo di ritratto…”.

  3. federica taddei

    come nel film Rashomon, ricordi caro Linguaglossa ? esiste una verità vista da molte angolazioni, che ne cambiano il senso…personalmente credo più ad Arias, molti elementi combaciano e sono più consoni all’anima spagnola dell’artista. ma quella di Spaziani è proprio una bella storia…..un abbraccio e grazie sempre per le molte notizie che ci mandi

  4. Io mi sono limitato a esporre i fatti delle due versioni. Il lettore è il commissario che deve valutarli, pesarli, collegarli tra di loro e poi trarne le conseguenze.

    Certo, la storia “raccontata” dalla Spaziani è bella, suona bene, è ben costruita, ma come mai (mi chiedo) non stata recepita dalla Istituzione del Museo Picasso? Come mai il Museo Picasso (che ha ottime fonti informative di prima mano) non accenna al “racconto” di M.L. Spaziani?

    E mi chiedo: Perché la Spaziani non ha mai mandato la sua versione dei fatti al Museo Picasso richiedendo la rettifica della versione accettata e accreditata dal Museo?

    Su quest’ultimo punto sarei lieto di poter ospitare nel blog qualche notizia che abbia una adeguata documentazione di prova.

  5. Nell’attesa dello scioglimento di questi “nodi” mi sono goduto una lettura leggera e divertente, estiva.

  6. Tanto la storia della letteratura che quella dell’arte sono piene di queste “debolezze”. Gli artisti, si sa, amano confondere e giocare, quando non costruire delle verità ad hoc. E’ vero, come dici tu, che è bizzarro che la Spaziani non abbia informato il Museo Picasso. Ma, data la natura di Picasso e la natura umana, le spiegazioni potrebbero essere le seguenti:
    a) la Spaziani ha ragione e Picasso le fece un ritratto nel 1955. Picasso poi, che era un geniale mistificatore, che amava confondere le acque, prendersi gioco del prossimo, lo riciclò come “madre di Arias”.
    b) Picasso non fece un ritratto della Spaziani, ma successivamente potrebbe averle regalato la litografia asserendo che le somigliava, dunque lei lo passa per un suo ritratto, per vezzo e civetteria. (Perché no?)
    c) Picasso fece il ritratto della Spaziani, ma Arias, vedendo che somigliava moltissimo alla propria madre (in effetti assai di più che alla Spaziani), morto Picasso lo fa passare per tale. Tanto di credibilità ne ha, dato che Picasso gli regalò una gran quantità di opere.
    Si tratta comunque di una litografia. Esiste una lastra originale? E dove s trova? Picasso non buttava via nulla. Un conto è un disegno, un conto una litografia. La Spaziani ha il disegno originale, come dovrebbe se la sua storia fosse vera, dato che Picasso dovrebbe averle fatto un ritratto d’impulso? Se non lo ha, e ha solo una delle 500 litografie originali numerate, la sua storia non regge.

  7. Per la verità, come ho fedelmente riportato, la Spaziani nel suo libro di memorie “racconta” che Picasso le fece il ritratto su un tovagliolino di carta che poi lei ha ingrandito… A me sembra un “racconto” molto fantasioso, condito con un pizzico di sesso che non guasta mai.

    Ma è bene precisare che sotto l’originale del ritratto c’è la data e la firma di Picasso (1960) e che furono fatte 500 copie in litografia vendute all’asta e il ricavato dato in beneficienza agli esuli spagnoli della guerra civile. A che pro (mi chiedo) Picasso avrebbe poi detto e riciclato il ritratto affermando di aver raffigurato la madre del suo amico Eugenio Arias se questo non fosse stato vero? Che vantaggio ne avrebbe tratto? Non credo che Picasso fosse così “originale” da mettere in vendita un ritratto per beneficienza per una causa così importante inventandosi la storia de “La Espagnola” se non fosse stato vero! Avrebbe potuto fare un altro ritratto, no?

    Insomma, da qualsiasi angolo visuale lo si guardi il “racconto” della Spaziani mostra delle inverosimiglianze, non regge ad una analisi ragionata dei fatti.

    E poi bisogna considerare che l’originale del ritratto, se non sbaglio, è quello conservato ed esposto al Museo Picasso. E quindi, in ultima analisi, la ricostruzione della Spaziani sembra di pura fantasia.

    Tuttavia, chi sia in possesso di prove documentali della questione sarà il benvenuto nel blog.

  8. … dimenticavo: nel filmato del Barbero la firma di Picasso dovrebbe essere quella originale. C’è uno zoom che potrebbe dirimere la questione…

    • Ma infatti io propendo per l’ipotesi b) e cioè che la Spaziani abbia un po’ giocato su una presunta somiglianza fra sé e il ritratto. E comunque, se il disegno originale è al Museo…
      Del resto, se lei possiede un disegno originale su tovagliolino (Picasso ne faceva) perché non esporre quello invece di una grande litografia? Come lo ingrandisce un disegno, con una fotocopia?
      Picasso in ogni caso firmava e datava accuratamente anche un semplice scarabocchio, perché diceva che quello che la gente voleva era la sua firma!

  9. … insomma, più rigiri la questione più la cosa scotta. È anche vero che molti “artisti” siano dei mitografi, sì, forse è vero ma lo sono solo quelli di serie inferiore, quelli dozzinali che puntano ad effetti speciali..

    • ahahahah, questo è vero, ma Magritte diceva che un artista deve inventarsi una propria biografia e che l’opera di un artista deve smentire la sua vita. Pure Warhol diceva una cosa analoga. Ora, a parte Warhol, che più che artista era un grande giocoliere, Magritte non era artista da poco.
      Alla fine, l’unica verità che vale è quella dell’arte.
      Però, povera Spaziani, mi ricorda una certa persona che era arrivata alla terza media e sosteneva di avere un diploma di maturità, che, data l’età, avrebbe dovuto conseguire più o meno a metà degli anni ’40. A riprova, sostenendo di aver studiato il latino, che del resto non conosceva, esibiva un vocabolario di latino che aveva in casa – dei suoi figli, ovviamente – sul quale aveva scritto: uffa, che noia il latino! E la firma. Peccato che la scrittura fosse quella da adulta e che il vocabolario fosse stato stampato nel 1962!

  10. Un ritratto eseguito all’impronta su un tovagliolino di carta, e per giunta offerto in regalo, difficilmente è privo di firma; inoltre ben difficilmente un artista, esuberante poi come Picasso, se lo si fa ridare per ricavarne 500 litografie.
    Ma nulla è scontato.
    Si sa, per il primato della fantasia, tra poeti e artisti è una bella lotta!

  11. Gradirei che venga ascoltata questa precisazione fatta da Dino Ignani: “Questa storia l’ho ripetuta varie volte, sempre precisando che mi è stata raccontata da M. L. Spaziani; quindi io non asserisco ma racconto a mia volta”.
    Questo non cambia comunque la mia impressione di verosimiglianza del racconto della Spaziani.
    E comunque mi chiedo se possa avere un senso notomizzare questa questione e comunque fare riferimento al metodo analitico e positivista che a mala pena regge nel mondo delle scienze sperimentali…
    Alla fine prenderei questa storia come una bella narrazione in un caso (Spaziani) come nell’altro (Arias) e lascerei all’ermeneutica la parola in barba alla dimensione scientista che si basa su fatti e logica che sicuramente nel mondo dell’arte può pochissimo rispetto alla fantasia.
    E allora, caro Giorgio, in accordo con te, mi piace pensarla in modo romantico, e non illuminista, e dire che entrambe le storie hanno la loro valenza. Al lettore trovare quel che più lo aggrada. A me aggrada il racconto della Spaziani.
     

    • caro Soldini,

      io non mi ritengo né un illuminista né un positivista ma, se vuoi, un fattualista, guardo ai fatti e i fatti sono questi: come si evince dal racconto che ne ha dato Renato Minore in queste pagine di cui accludo, in calce al testo del post, il link.

      Minore riferisce quanto a lui detto dalla Spaziani, cioè che Picasso avrebbe fatto il suo ritratto in margine ad un pacchetto di sigarette e che poi, dieci anni più tardi, avrebbe acquistato per poche migliaia di lire una copia del ritratto de quo. *(tratto da “La promessa della notte”, pag. 207, cap. Maria Luisa Spaziani una parola che non mente. di Renato Minore. Donzelli).

      E qui avremmo una ulteriore variante del “racconto” della Spaziani.

      In ogni caso, non credo che entrambe le storie abbiano eguale valenza: o l’una o l’altra versione è quella vera. La Spaziani se ci voleva far divertire avrebbe dovuto scrivere un romanzo autobiografico, e allora in quel luogo avrebbe potuto sbrigliare la sua fervida fantasia.

  12. 30 giugno 2014
    Un pezzo di storia della letteratura, checché se ne dica, piaccia o no, è uscito di scena.
    Ci ha lasciato Maria Luisa Spaziani, una poetessa che nella leggerezza ha convogliato la sua poetica e la sua vita.
    Ci mancherà la sua voce che rintracceremo nelle parole del suo lascito poetico.
    RIP

  13. Sì, M.L. Spaziani ci ha lasciato, è uscita di scena. C’era nella sua personalità indubbiamente uno spiccato senso teatrale e attoriale, una determinazione lucida e refrattaria ad ogni lato umano e/o valoriale, una capacità rara di saper perseguire il proprio obiettivo con determinazione assoluta.
    Ecco quanto ho scritto della sua poesia nel mio libro “Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010)”, pubblicata nel 2011 da EdiLet di Roma:

    La «poesia (del secondo Montale) indica la fine del rapporto «desiderante» tra il soggetto e l’oggetto, la estrema consunzione dell’elegia quale binario centrale della poesia italiana del Novecento nelle nuove condizioni poste dall’insorgere della civiltà della comunicazione e la penetrazione, anzi, la invasione, osmotica e demotica, del corrivo-quotidiano e del linguistico mediatico all’interno della compagine del linguaggio poetico tardo novecentesco. Montale, prima con “Satura”, e poi con “Xenia” e “Diario del ’71 e del ’72”, erige due contrafforti: uno verso la tradizione del Novecento (in ultima analisi anche nei confronti della propria precedente poesia); l’altro verso l’accerchiamento concentrico dei linguaggi del quotidiano e della comunicazione di massa. La poesia di Montale prende atto della scomparsa del «destinatario» e, con esso, del «privatismo» in poesia: «la poesia non è fatta per nessuno, / non per altri e nemmeno per chi la scrive. Perché nasce? Non nasce affatto e dunque / non è mai nata». Di fatto, la lezione del secondo Montale resta priva di adepti, priva di seguaci; non si formerà mai una scuola post-montaliana, non si formerà mai un partito post-montaliano, una poesia che abbia chiara cognizione del nichilismo, per via degli opposti schieramenti: sperimentalismo e poesia degli oggetti, che stringeranno in un angolo la montaliana poesia degli oggetti relegandola dentro una asfittica forbice per metterla in frigorifero. Quello che poteva essere uno spunto per l’innesco di una poesia modernistica (in analogia a quanto avveniva in altri paesi europei), viene soffocato, e la poesia italiana perderà un’occasione irripetibile.

    Quel che segue sarà una conseguenza dei nodi irrisolti della questione-poesia così come verrà posta negli anni Sessanta. La cultura del tardo Novecento assisterà alla diffusione della normalizzazione. In tal senso la traiettoria di una poetessa che godrà di un alto profilo di visibilità come Maria Luisa Spaziani sarà altamente significativa. Ogni suo libro è un capo fila, preannuncia la normalizzazione incombente, con il suo taglio squisitamente letterario che intende porsi al centro della zona di massima neutralità delle questioni estetiche. È un fatto che nei decenni successivi si affermerà progressivamente il paradigma del minimalismo: un linguaggio ludico-ironico che teatralizza il quotidiano piccolo-borghese, uno mimetico-cronachistico, uno ludico-celibe della leggerezza. Resisterà l’invarianza dell’esistenzialismo milanese, una sorta di derivazione-prosecuzione dell’anceschiana «poetica degli oggetti», con uno stile mimetico attento alla topicità del «reale» e alla topicità dell’esperienza esistenziale.

    Si inizia a parlare del fenomeno della «disartizzazione» dell’arte (che non poteva essere edulcorato o enfatizzato come non rilevante o ininfluente). È Adorno della Teoria estetica che introduce questa problematica ma la sua ricezione in Italia sarà minima, la cultura poetica italiana appare refrattaria ad una digestione di tale corpo estraneo, tutta impegnata a seguire le eterne dialettiche tra poesia dell’impegno o della «contraddizione» e la poesia lirica o «innamorata». Connesso al fenomeno della disartizzazione c’era quello di quale «rappresentazione», quale «tematica» eleggere ad oggetto del linguaggio poetico; c’era da risolvere il problema di quale paradigma eleggere quale binario privilegiato del linguaggio poetico: se il paradigma dantesco incentrato sulla narratività altamente formalizzata e sulla polifonia dei personaggi rappresentati o il paradigma petrarchesco incentrato sulla monadicità dell’«io», sulla monarchia stilistica e sul canto monodico dell’«io». La problematica verrà invece strumentalizzata da entrambe le componenti dello schieramento poetico ai fini di un risultato utile-immediato».

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