POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELLA NATURA MORTA di Steven Grieco, Antonella Zagaroli, Flavio Almerighi, Giuliana Lucchini, Silvana Baroni, Pasquale Vitagliano

Jeff Koons Ballon dog

Jeff Koons Ballon dog

 Ut pictura poesis. E Leonardo ha scritto: «La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura muta». Ogni natura morta ci parla, parla di noi, che siamo fuori quadro. Essa è assenza che attende la presenza umana, o meglio, è una presenza umana che è scomparsa, ed è rimasta l’assenza. E l’assenza ci parla con il proprio apparire, il proprio essere là.

 

 

 

Steven Grieco

Steven Grieco

Steven Grieco

a Bombay

Meravigliati, entrammo nella poesia
proprio quando questa si apriva:

una stanza in cui stava sul tavolo
un vaso di fiori freschi, divinità
inconsapevoli venute da un prato lontano;
il divano e i suoi cuscini vivaci,
una veena, che adesso compariva
sul tappeto;

l’aria leggera, piena del librarsi
di pensieri appena dischiusi: e l’attesa
di una presenza incantevole.

In questa estrema chiarezza, difficile
dire da dove il poeta osservava
la scena,
la sua attenzione in bilico
tra il freddo calcolo e il sogno

(trad. dall’inglese dell’autore)

*Nota: la veena è uno strumento a corde.

 

Still Life

 

Nei giorni estivi, quando gli alberi

persero le foglie, e le stanze
si moltiplicarono in altre stanze,
io ero sveglio

tu venisti in punta di piedi
ti sdraiasti accanto a me,
smarrita tra i miei fogli

Cercando il riverbero muto nelle parole,
non seppi coglierlo nel tuo silenzio iridato,
mentre giacevi sul lenzuolo rosso-scuro,
eri così assorta
sembrava dormissi

Provai tenerezza per il tuo corpo inquieto,
il sorriso coraggioso
quando io uscii nella notte

In questa devozione totale
sul viso mi spuntarono mille occhi

mentre tu dormivi,
tornavi
dentro la tua ombra in fiamme*

(trad. dell’autore)

 

foto di Steven Grieco

foto di Steven Grieco

*UNA NOTA

Quante volte ho intuito la profonda aderenza della vita al mito.
Un giorno scrivi una poesia in inglese, mesi dopo la traduci in italiano. In inglese la poesia è una poesia di addio, estrema poesia d’amore. Mentre lavori sulla traduzione – in piena libertà, così da permettere al significato di liberarsi dalle corrispondenze troppo rigide tra parole inglesi e parole italiane: mentre fai questo, ti rendi conto, stupito, che la poesia esprime una volta ancora la terribile storia di Orfeo. I segni sono infallibili – l’uomo che cammina avanti nell’oscurità (l’incertezza della sua vocazione poetica), la donna che lo segue (il suo muto tentativo di vincere l’impenetrabilità di lui), il mondo degli inferi, l’incendio (l’irrimediabile spaccarsi di un rapporto tra uomo e donna), e infine la separazione – lui va avanti e lei rimane dietro, avviluppata nelle fiamme della dimenticanza.
Eppure tu avevi in mente tutt’altra cosa, volevi solo dire di un rapporto fra due persone, come andò che quel vincolo così come era esistito fino ad allora si spezzò, probabilmente e soprattutto a causa della vocazione che nel poeta distrugge ogni calore umano. Quando avverti la presenza di questo doppio binario – da una parte la vita reale e vissuta, e dall’altra la potenzialità sfuggente, caleidoscopica del mito, che ne è l’ombra – non dubiti che in un altro tempo sia esistito o esisterà un senso del destino umano più grande di quello che normalmente avvertiamo. Tale senso si manifesta negli stampi infinitamente elastici e sempre cangianti della narrazione mitica: e in un attimo ci appare come totalità dell’esperienza umana.
Se ti puoi avvicinare ad esso: girarti di colpo, con un brivido riconoscere ciò che è assolutamente nuovo e profondamente strano – se puoi fare questo, allora saprai anche che il mito illumina volta dopo volta le nostre orme, il nostro stesso essere. Quale che sia, e ovunque realmente stia, questo nostro essere.

Antonella Zagaroli

Antonella Zagaroli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonella Zagaroli

“Tre rose”

Rosa aborigena

Una veste davanti al volto
impallidito. Fiore senza nome
alla donna ondeggiano i riccioli
sorride a chi si presenta a piedi nudi
per rispetto delle anime antenate.

Al centro del villaggio
sotto il tetto del dio
una valigia, due candele accese

 

Rosa antico

Seno di primi vagiti per la sconosciuta
nei giardini di tè, vaniglia e cannella

le gambe si riposano
sotto banani e bambù
sfiorano i corpi agli elefanti.

la scalata agli avi.

 

Rosa allo specchio

 

Profumo di isola sognata
abituo l’assenza ad ogni suo fruscio

le giunture si estendono senza traumi
la corolla ascende

discende

 

Flavio Almerighi

Flavio Almerighi

Flavio Almerighi

sull’amore sfinito

 

Piero si vede con dio
nei bicchieri di glengrant,
fuma fino al filtro
dentro una cabina senz’anima
e gettoniera sventrata,

magro scannato, niente impermeabile
la fede portata a stringere
da un orafo tornato al mare
per tracciare segni sulla schiuma,
la serranda chiusa come un uovo,

e lui dentro a fare nembo kid,
col buon senso di successi estivi
modellati sulle anche di due amiche
in spiaggia a farsi spine
per il solito di passaggio che,

piccolo com’è sembra lo zero,
aspetta un giorno
va via deluso, smarrito
nella natura morta
senza fine degli ombrelloni,

un po’ di brezza sospira
sull’amore sfinito

 

bagni Eden

qua non è più mare
solo vernice di barche
e mignotte slave

entrate in acqua
a vostro rischio,
nessuno vi salverà.

Turisti senza amore
tra le onde fangose
assaggiano brezza salata

qualcuno ha dimenticato
le scarpe sul molo

 

natura morta di Ilva Lucchini

natura morta di Ilva Lucchini

Giuliana Lucchini

Giuliana Lucchini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuliana Lucchini

Natura morta

 

Fra una finestra e l’altra
il suo profilo severo e di trequarti
la bella bocca di bacca rossa.

Fra il vero e il falso il colore della mela
e con il gelo di gota immobile, la
solitudine.

Guarda lontano. L’albero spoglio
di tutti i frutti cede al vassoio una dolcezza
che non sarà più scossa.

Natura morta natura viva,
fra l’una e l’altra neppure uno iato:
silente fiato.

Potenze Principati Dominazioni.
Un verso finito. Occhio fisso, la mutezza
del servizio.

Come hai potuto irrigidirti,
felicità – senza toccarti,
d’ali ti fai l’ombra leggera.

(inedito)

 

Giuliana Lucchini

Giuliana Lucchini

 

natura morta di Van Gogh 1887

natura morta di Van Gogh 1887

La lentezza della beltà.

Separarsi.

Spararsi. Un colpo e basta.
Con il fucile. Fra costole. Cadere.
Nella culla del letame.

Poi camminare. Camminare è bello.
E’ necessario.
Stormi di storni, il roteare.

Orecchio mozzo, fiato corto
il sangue a caglio fra sciarpe. Nessuno
che ti conosca. Andare.
Per la via nota, fuori campo.
Alla città di luce. Alla salita.
.. rue Lépic. Giungere al portone.
Aprire. Salire le scale fino al quarto piano.
Girare la chiave nella porta.
Entrare. Chiudere.
Disordine.

In ordine soltanto i quadri –
quadri appoggiati a terra, quadri alle pareti
quadri allineati. Nella stanza, di nebbia.
Arrivare al letto. Un’eternità.
Distendersi. Restare immobile. Pensare (a cosa ?)

Respirare.

Morire dopo quattro giorni.

 

Silvana Baroni

Silvana Baroni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Silvana Baroni
Adoremus

 

Nel groviglio a sudario l’immobile attesa
la prudenza di un insetto a liturgia di stagione
e a pazienza l’artefatto segnacaso
il raspo verderame sul corbezzolo.
Morta natura
forbita morte del mai resuscitare
del pletorico esserci per sempre
in fruscio d’acini su scala musicale lungo il piano
nell’impaginata smorfia di lattuga
tra foglie rizze a presenza d’una mela acerba
di un ravanello in nicchia d’ambra.
Al centro dell’imbandigione
la melagrana sgranata perde chicchi
sgusciati fin dove Euridice si ricompone a mito
e noi
turgidi del sangue dell’uva a sconfinare
nello spettro d’una carestia, a trasalire
nel grembo della fruttiera, nel cantiere in prova
nel bosco dei frutti trompe lœil
noi
dietro le quinte, a dileggio
a vezzeggio di vani carteggi, a commiato
d’una poesiola per sempre
tra scorze di colore che assediano.
Morte su tela
natura che della vita ne conserva il sonno
a malapena il lasciapassare
la gobba d’ombra di un pover’uomo
a infastidire il tempo.

 

Miraggio su tela

                                               Manzù
Non è il corpo a muovermi
ma l’assenza delle cose a chiedere di me
la presenza s’impone al centro della tela
e sono già qualcosa in più che manca
qualcosa in meno che straripa.
Entro ed esco di scena nell’attimo
che il ventaglio spegne i suoi lampioni
nessun problema
è tutto ok
il programma è sul fulcro
la volontà sulla punta della freccia
e nero al centro è il bersaglio
tutto ok
i millepiedi delle cose da fare
inseguono l’infinita brevità dei fatti
tutto ok
ho sul volto la maschera
di una maestà generica.

 

Pasquale Vitagliano

Pasquale Vitagliano

 

 

 

 

 

 

 

Pasquale Vitagliano

Finiscila di aspettare

Questo posto non era niente di particolare,
qui non c’era nulla prima,
poi mio padre un giorno c’ha piantato un melo,
che non so come gli è venuto.
e mia madre in un angolo ha fatto crescere i capperi,
e sotto il solito cielo ha fatto spuntare un tetto di glicini,
e un mio fratello sull’ultima lingua di terra ha fatto un orto.
Adesso questo posto è cambiato davvero.
E’ diventato un giardino, ma io non c’ho messo mano.
Non ho fatto niente per questo posto.
Ero rimasto a casa deluso che non accadesse nulla.
Mentre questo posto si è trasformato in un altro luogo.

 

Non è che se togli le lancette

all’orologio hai tolto il tempo di mezzo.
Ti tocca trovare dove mettere
la scatola bianca, il quadrante inespressivo,
sperare che lo attacchino al soffitto
nel padiglione dei totem insignificanti.

Non ci sarà che affidarci alle ombre
dopo aver inutilmente cercato
le cinque pietre sulla sabbia di saturno.
Per finire seduti sfiniti sugli sgabelli
a sminuzzare coi denti biscotti senza sapore,
a sperare che le amnesie non siano un morbo.

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9 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, poesia italiana contemporanea

9 risposte a “POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELLA NATURA MORTA di Steven Grieco, Antonella Zagaroli, Flavio Almerighi, Giuliana Lucchini, Silvana Baroni, Pasquale Vitagliano

  1. Ringrazio per l’attenzione, mi sento un vaso di coccio di fronte ad artisti del calibro di Steven Grieco e degli artisti veri qui presenti.

  2. gentile Almerighi,

    la tua modestia ti fa onore, fa onore alla tua onestà di lettore e di autore. Personalmente, sono convinto che la poesia italiana è ben viva e fornisce ottime prove di sé se la cerchiamo al di fuori dei confini delle consorterie letterario-poetiche ciascuna interessata ad auto promuoversi in un autologismo ridicolo e sterile.

  3. antonio sagredo

    Modestia (Almrighi) o Molestia (Linguaglossa)? – ————————-Giocare con le parole perché le parole infine si prendano gioco di me è la mia finzione/ossessione. Ma devo dire che i versi di Steve Grieco possiedono una apparente (o falsa) semplicità: è vero che non hanno bisogno di giocare le Sue parole, nè lui gioca con esse. Ma entrando nelle pieghe domestiche delle sue intenzioni mi pongo la domanda se il poeta è un poeta da camera (forse per finta) o è la camera in se ad essere il mondo entro cui agisce lui e le Sue parole. Quanto alla semplicità non è semplice affatto intendere, poi che se la forma è semplice in superficie – scorre come piccolo torrente senza scosse – l’impetuosità è al di sotto della superficie stessa…. ed è qui che risiede la difficoltà ad intendre quella che chiamo : la disclocazione degli affetti… che inizia quando si è entrati nella poesia (camera), che ha già i suoi portali (androni) spalancati… quindi non si entra (nella camera), ma si è già dentro la poesia e nessuno se ne accorto! In questa “stanza” c’è ariosità apollinea, luce ovunque, ma prova a spostare qualcosa, un oggetto (un semplice vaso di fiori o altro più voluminoso come un divano, ecc.) e vedrai che la “scena “ cambia; secondo l’oggetto non sai se “calcolo freddo o sogno”, e al lettore la scelta, ma comunque scelga si ritrova la punto di inizio: entra nella camera proprio quando i portali sono già spalancati, e si ricomincia… senza fine! —- nella seconda poesia la scena si fa movimentata ma è sempre la stanza-camera-poesia (oramai sono indistinguibili!) la è protagonista…. E qui si svolge un incontro, in una alcova-studio del poeta ecco una donna-gatta, ecco “mille occhi” (migliaia di stelle notturne!)… le sue fusa da domestiche divengono le fusa stellari dei sentimenti, ci si avvolge con leggerezza e con leggerezza estrema ci si disincontra: lui resta a vegliare nemmeno se stesso! – lei nell’ombra di fiamme del sonno va incontro al suo sogno: terra vietata al poeta!
    Da fare un quadro, come quel pittore centenario fratello di Klossowsky, Balthus!!!

    antonio sagredo

  4. “La lentezza della beltà” di Giuliana Lucchini mi sembra un punto molto interessante di avvicinamento della forma-poesia a quella della prosa, con tutti quei punti a spezzare il ritmo e a costruire come per parallepipedi cubici, per via asintattica, per agglomeri, per aggiunte successive, spostando di continuo il tiro e l’andante del discorso poetico, renderlo a singhiozzo, a zig zag, mediante stop and go. Sembra una procedura facile, e invece io dico che è una procedura ad alto rischio. Ma qui la Lucchini riesce mirabilmente a unire il discorso narrativo con quello poetico, a sovrapporli creando notevoli effetti di attrito sintattico e a spostare di continuo l’ambivalenza semantica del testo. Complimenti..

  5. Nella poesia di Steven Grieco c’è un segreto: c’è molto spazio tra le parole. La poesia è pensata come un disegno tridimensionale all’interno di uno spazio che diventa spazio nella misura in cui le parole disegnano le immagini. Prima del disegno delle parole lo spazio semplicemente non esisteva; dopo le parole lo spazio si è formato, si è sostanzializzato. In questa configurazione formale le parole sono entità tonali e immaginali, sono, come dire, immagini che stanno sospese nello spazio:

    Meravigliati, entrammo nella poesia
    proprio quando questa si apriva:

    una stanza in cui stava sul tavolo
    un vaso di fiori freschi, divinità
    inconsapevoli venute da un prato lontano;

    La poesia disegna, da subito, uno stato di stupore, di stupefazione, di meraviglia: i personaggi sono chiamati in causa direttamente da quel passato remoto “entrammo”. Ma dove entrano i personaggi?, è semplice, “nella poesia”. E la poesia è un qualcosa che si apre per far entrare i personaggi. C’è “una stanza” con “un vaso di fiori freschi” “sul tavolo”. Tutto qui, molto semplice. Tuttavia, in queste poche righe c’è già molto spazio, molta atmosfera. La poesia è composta come un ideogramma, ma si tratta di un ideogramma che si apre al suo interno per mostrare le linee interne di cui è fatto. Possiamo dire così: la poesia nel suo sviluppo diventa raffigurazione di un ideogramma.
    Non è un caso che questo tipo di configurazione formale sia opera di un profondo conoscitore, come Steven Grieco, della poesia indi e giapponese. La poesia diventa uno sviluppo di fotogrammi sospesi in uno spazio in estensione, in inflazione, dove l’elemento primario non è dato né dall’azione espressa dai verbi né dagli oggetti, i quali, anzi, sono molto rarefatti, sembrano galleggiare in uno spazio elastico…

  6. Steven Grieco

    La prima frase di questa mia risposta ai commenti sopra la dedico a Flavio Almerighi. Voglio dire che tutti impariamo dagli altri. Da quegli uomini e da quelle donne, vicini a noi, venuti prima di noi (o anche più giovani di noi), che sanno darci qualcosa di prezioso: da loro abbiamo imparato, intuito pezzi di esperienza di vissuto, e segreti, e prodigi, chissà. E abbiamo anche imparato dalla natura, come un ramo sta proteso verso la luce in equilibrio dinamico, senza cadere. E impariamo dallo sconosciuto che cammina per strada, e che noi vediamo per un brevissimo attimo e poi mai più – ma quella postura, quel modo particolare di muoversi, la semplice posizione della testa, ci ha forse insegnato qualcosa di meraviglioso, qualcosa che in un attimo assurge a emblema di tutto quello che osiamo immaginare. Se questa immagine cerchiamo di esprimerla, iniziamo ad avere ciò che Andrey Tarkovsky chiamò “l’immagine in arte”, “l’immagine artistica”.
    E questo pensiero mi porta a un haiku di Bashō:

    nel vecchio stagno
    la rana saltò

    e il suono di acqua

    Prendo questo haiku, che ho già più volte scomodato in passato, perché ci racconta così tante cose della poesia, ciò che la poesia potrebbe essere. Questo haiku è in effetti semplice osservazione di un “evento”: non possiede alcun “significato”. Eppure ci colpisce, ci lascia in silenzio, forse anche ci commuove. Ci chiediamo perché. Possiamo soltanto concludere che qui è l’osservazione stessa a dare il senso, o “significato” (termine che ormai non convince più) alla poesia. Osservazione e senso sono qui inscindibili, perché sorti nello stesso attimo dalle stesse parole. Ecco, questo aspetto potentemente “fotografico” di un’opera scritta, in questo caso di una minuscola poesia (17 sillabe!), esisteva a quanto pare prima della fotografia e del cinema; e per giunta in un paese arretrato e isolato come il Giappone del XVII secolo. Ecco forse perché grandi cineasti (Bresson, Tarkovsky, l’indiano Mani Kaul) sono rimasti tanto affascinati dall’haiku.
    Quel Giappone insegna qualcosa a noi moderni, se per modernismo in letteratura, e soprattutto in poesia, intendiamo “trasparenza stilistica ed emotiva”, e non le piccole abitudini, i vizi di effimere stagioni che il tempo spazza via senza appello.
    Ma nei commenti di Giorgio e di Antonio si parlava anche di questa cosa strana, la tridimensionalità (possibile) di una poesia. E allora occorre dire che prima dell’haiku c’era il waka, la forma poetica di 31 sillabe usata e perfezionata e portata a livelli espressivi altissimi nel periodo Heian (794-1185 d. C.) . I poeti dell’haiku non se ne scordarono mai.
    Nel waka è il tempo che nasce dalla percezione dello spazio, e non vice-versa. Si tratta evidentemente di uno spazio virtuale, fantomatico, non per questo meno tenace, affascinante per il lettore-osservatore-esperitore. Questo senso tutto particolare del mondo ha dato al poeta Heian una capacità immaginifica enorme. Che però esisteva già prima, se questa poesia fa fede:

    Hitomaro (ca. 670 – 720 d. C.) Antologia Man’yoshu
    honobonoto akashinourano asakirini shimagakereyuku funewoshizoamou

    a tratti si rischiara la riva di Akashi – nelle brume del mattino
    va semi-nascosta fra le isole una nave, inseguita dal mio pensiero

    Già qui il paesaggio si apre al poeta, misteriosamente, quasi lui fosse in grado di immaginarne, di crearne l’altrove. E poi si richiude.
    I secoli passano, e nel XII (tardo periodo Heian), abbiamo questo waka:

    Higo (morta ca. 1129 ?)
    tsukikageno akashinourawo miwataseba kokorowasumano sekinitomarinu

    quando splende la luna
    e la riva oscura di Akashi
    s’apre allo sguardo,
    ah, come anela il cuore a fermarsi
    presso la sbarra di Suma!

    Tale tridimensionalità, comunque uno poi la concepisca, è forse uno degli elementi abbastanza importanti oggi per portare la scrittura poetica fuori dalla palude in cui è venuta a trovarsi per le troppe involuzioni stilistiche, per il gioco del nascondino e gli onanismi degli ultimi cinquant’anni. Viviamo ormai nei tempi dell’immagine visiva padrona, non possiamo più chiudere gli occhi. Ma, come poeti, impariamo dall’immagine pura, trasparente e meravigliosa dei grandi registi di cinema d’arte, che ce la restituiscono come se fosse nostra – lasciando a noi completarla.
    Bello che Giorgio Linguaglossa abbia parlato in uno dei suoi commenti di “senso di meraviglia”, “stupore”. E’ verissimo, soggiaccio spesso a questo sapore estetico, senza volerlo. In effetti, il nome di questo particolare sentire è “adbhutarasa”, uno degli otto (o nove) “sapori” estetici, “appunto rasa”, rilevabili in maggiore o minor numero (anche singolarmente) nell’opera artistica. Qui comunque rimando al termine “Rasa” nel Dizionario Filosofico dell’Enciclopedia Treccani, soprattutto ai paragrafi “La formulazione di Bharata”, e “L’anima della poesia”, scritto in maniera semplice e comprensibile! Questa particolare angolazione sul problema che ebbero gli antichi indiani chiarisce molti punti oscuri relativi al senso estetico nell’opera artistica.
    Anch’io non ho dubbi che la poesia italiana sia viva e vegeta. Come tutte le altre poesie, dall’europea all’americana all’asiatica, compiaciutamente e mediocremente middle-class, anche l’italiana sta adesso togliendosi le escrezioni e incrostazioni di troppe ovvietà, troppe gratuità e involuzioni minimaliste, e quindi per forza riscopre un po’ per volta sia l’osservazione poetica – che è una scienza in tutti i sensi – e riscopre la vera grandezza, la stupefacente creatività e tragedia del mondo in cui viviamo.

    • Ut pictura poesis, dicevano gli antichi pagani. E Leonardo ha scritto: «La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura muta». Questo semplice assunto ci porta dentro la problematica di che cosa debba raffigurare una poesia. Ecco il punto. Ed è molto semplice la risposta. La poesia deve adottare il punto di vista della pittura, deve raffigurare l’oggetto come se esso fosse un oggetto da dipingere linguisticamente, con le risorse della Lingua. Per alcune ragioni storiche che non sto qui a sintetizzare, ma cui tu hai ben accennato, la poesia moderna ha perduto questo concetto rimanendo impaniata nello pseudo concetto di “meta-poesia”,, cioè di un discorso fatto su un altro discorso… e così via all’infinito la poesia si è amputata le proprie possibilità espressive riducendosi ad un discorso di secondo grado, e poi di terzo grado e così via… ma era (ed è) una falsa strada che non conduce in alcun luogo e che perde di vista l’orizzonte di senso e l’obiettivo dell’oggetto.

      Milosz scrive: «Certe scene dei film di Fellini e di Antonioni sembrano la traduzione di una poesia, spesso di una poesia di Eliot: basti citare la stanza dell’intellettuale ne “la Dolce Vita” di Fellini, che sembra tratta dal “Canto d’amore di J. Alfred Prufrock” (In the room the women come and go / Talking of Michelangelo); e poco importa che autore o regista abbiano preso in prestito il tema direttamente o indirettamente. In tal modo anche le persone più digiune di poesia finiscono per riceverla, in forma facilitata, dal teatro o dal cinema…».

      Ecco, io ritengo che la poesia di oggi debba ricominciare appunto dalle immagini di quei film perché ha perso il bandolo del senso, il che cosa fare e dire in poesia e mediante la poesia. E questo è il modo migliore per riallacciarci alla più alta tradizione della poesia europea degli anni Venti e Trenta.

    • Ut pictura poesis, dicevano gli antichi pagani. E Leonardo ha scritto: «La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura muta». Questo semplice assunto ci porta dentro la problematica di che cosa debba raffigurare una poesia. Ecco il punto. Ed è molto semplice la risposta. La poesia deve adottare il punto di vista della pittura, deve raffigurare l’oggetto come se esso fosse un oggetto da dipingere linguisticamente, con le risorse della Lingua. Per alcune ragioni storiche che non sto qui a sintetizzare, ma cui tu hai ben accennato, la poesia moderna ha perduto questo concetto rimanendo impaniata nello pseudo concetto di “meta-poesia”,, cioè di un discorso fatto su un altro discorso… e così via all’infinito la poesia si è amputata le proprie possibilità espressive riducendosi ad un discorso di secondo grado, e poi di terzo grado e così via… ma era (ed è) una falsa strada che non conduce in alcun luogo e che perde di vista l’orizzonte di senso e l’obiettivo dell’oggetto.

      Milosz scrive: «Certe scene dei film di Fellini e di Antonioni sembrano la traduzione di una poesia, spesso di una poesia di Eliot: basti citare la stanza dell’intellettuale ne “la Dolce Vita” di Fellini, che sembra tratta dal “Canto d’amore di J. Alfred Prufrock” (In the room the women come and go / Talking of Michelangelo); e poco importa che autore o regista abbiano preso in prestito il tema direttamente o indirettamente. In tal modo anche le persone più digiune di poesia finiscono per riceverla, in forma facilitata, dal teatro o dal cinema…».

      Ecco, io ritengo che la poesia di oggi debba ricominciare appunto dalle immagini di quei film perché ha perso il bandolo del senso, il che cosa fare e dire in poesia e mediante la poesia. E questo è il modo migliore per riallacciarci alla più alta tradizione della poesia europea degli anni Venti e Trenta.

  7. Steven Grieco

    Interessantissimo il commento di Giorgio. A mio avviso è proprio questo che il poeta della 2a metà del Novecento spesso (quasi sempre?) non ha saputo recepire: la lezione del grande cinema, che nello scorso secolo ha rivoluzionato tutte le altre arti, senza eccezione, portando l’uomo di fronte all’immagine, l’immagine cinematografica, che esprime direttamente, senza mediazioni, la realtà del tempo che scorre. E’ un modo radicalmente nuovo di vedere il mondo – anche ingannevole, se vogliamo, ma comunque carico di una potenzialità espressiva che ha una portata da far rabbrividire (come infatti si è visto e vediamo, nel bene e nel male).
    Secondo Andrej Tarkovskij, fu proprio la rivoluzione industriale, che con la forza costrinse il popolo rurale dentro le fabbriche, dentro gli spazi chiusi, claustrofobici della produzione manifatturiera – fu questo, dico, a far scattare nell’uomo quell’anelito alla libertà immaginifica (nel senso più bello e più generoso di questo termine) che lo portò a creare prima l’immagine fotografica, e in un secondo tempo l’immagine cinematografica.
    Cosa che ci può far pensare appunto alla possibilità (anche) di una poesia quasi “fotografica”, una poesia con immagini “pulite”, intendo purificate dalle incrostazioni letterarie, di maniera, dal poeta sofferente, sempre e soltanto narcisistico. E con una poesia siffatta, guardare il mondo là fuori. Perché il mondo là fuori è come un gigante, un immenso gigante, che ci presenta in ogni attimo della nostra vita migliaia di immagini, di segno spesso anche negativo, non lo nego, ma comunque strabiliante. E noi poeti non sappiamo più ritrarlo, troppa meditazione sull’ombelico ahimè.
    Talvolta bisogna partire da cose semplici. Per es:

    STATO DELLA POESIA, 2012

    Nelle notti insonni di maggio in Via Conte Verde sentivo un uccello cantare, cantare. Cantava forte, le sue stridule melodie echeggiavano su e giù per la via, fra le case, e io non provavo nessun piacere ad ascoltarlo, anzi i suoi gorgheggi mi assordavano, togliendomi il sonno. Ogni notte, dall’alto del mio sesto piano dopo essermi girato e rigirato nel letto, gli mandavo giù un sacco di ingiurie – ma che se ne stesse zitto una buona volta!
    Qualche giorno dopo, di mattina, andavo sotto gli alberi della via, quando guardo su e chi ti vedo, proprio lui, un merlo tutto spelacchiato appollaiato su un ramo, che mi osserva con un solo occhio giallo, stralunato.
    “Potresti startene un po’ più tranquillo di notte?”
    E lui: “vaffanculo, stronzo. Non lo vedi come sono ridotto?”

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