SULLA POESIA DI ALFREDO DE PALCHI: L’ESTETICA DELLA DENUNCIA   – Commento di Antonio Sagredo. Parte III

Selfie Jean Aurenche, Marie Berthe Aurenche and Max Ernst

da Alfredo De Palchi Paradigm. New and Selected Poems 1947-2009 Chelsea Editions 2013

Orecchio il silenzio di quella sedia
con la mattina cigolante di gabbiani attorno la guglia,
e già il passo delle tribù
occupa tanto spazio tra i muri di questo deposito
abissale di spiriti e di pietra calcarea
dove in ginocchio dal peso delle colpe
ti divoro la verticale spoliazione di barbara
con l’intenzione di uscirne illeso
alleggerito dalla benedizione del portale

Che significato incontra la mia casa desertica di ossa
travolta da malignità occulte
e che mentre vi cala dentro si macera di tremori
per l’abisso lucido della triangolazione –
incontro il tuo viso di perpetua, illuminante
perch’io possa significarmi il rito
della simbologia carnale.

È dubbia la sicurezza di fronte a tanta omertà –
il caleidoscopio sonoro tra le pietre
e le vetrate che illustrano donne biblicamente erotiche
assicura che il compimento fruibile è perfetto nella fossa,
barbara di muschi.

(1999)

Andy-Warhol-painting

Andy-Warhol-painting

 

La chiarezza delle acque mi rigenera
puro nel fiume che dalla cima del tuo capo
sorge a zampilli a gorghi a rivoli veloci,
ramificandosi in tributari di pendii e di braccia
che crocifissi in attesa;
e nel suo letto di ciottoli sabbie e curve ti leviga
le mammelle a fioriture di gigli acquatici,
cedevoli nella piana acquifera che freme fino alle anche scarne,
arrivando a estuare spalancato all’ambra
delle tue riviere imponenti – l’Adige
è il tuo corpo sinuosamente asciutto, potente,
vortice che accoglie la mia bocca di sete.

warhol_marilyn

warhol_marilyn

 

Potessi scatenarti nella camicia da notte i fianchi prensili
con la lontananza che si espande a un tuo universo
di allergie e di capelli seralmente selvatici – sai,
voglio sedurti con la mente
centrata sul triangolo vivacemente muschiato
che mi aspira dentro la costellazione nera;
sono il fiato che scotta il taglio rosso
la verticalità vertiginosa; sono la lingua
che flessibilmente accede per le cosce guizzanti
come carpe nel fondale di melma dove fa luce la fica,
per le gambe che si disegnano ad arco
scendendo ai piedi intensi di febbre.
Potessi scatenarti nella spiritualità del tuo corpo distante
l’entusiasmo, e ancora leccarti là
e là, fino a bocca sazia o consumata.

(gennaio, 2000)

Madonna_ft__Andy_Warhol_by_Coralulu

Madonna ft  Andy Warhol by Coralulu

Le tempie scoppiano di tensione
infusa nell’abbraccio diffuso con l’ombra lungo
il panorama appena acerbo del tuo corpo
e una ruga fertile di sangue macchia
lo sguardo di un sorriso che decifra con efficacia
il mio, stupefatto nel tono percettibile
della tua grazia e del sapore che sorgono dall’estuario
sorgente Dimmi, il soliloquio
m’infligge tra le tue cosce telluriche,
manifestando le colline turgide dell’oriente
inconscio del fiume che discende da una lontananza
oltre le spalle cresciute di timpani
per rinascere proprio dalla foce: e da qui
mi slabbro seguendo ogni curva ogni linea
della tua esile forma che si plasma nella dimensione
di uno spirito unito,
religione della tua fluttuazione,
sostenenza dell’ostia splendente sulla mia faccia
divenuta se stessa; consuma
la mia forza, fammi consumare le labbra
spaccate nella tracia verticale

(1 febbraio, 2000)

Foto Il vichingo

Sono il dilemma
che oltraggia la veste monacale usata dalla mente,
e per il tuo corpo incolume
sono lo sposo della mensa
adorato ogni notte in ginocchio presso
il letto spogliato quanto te;
la veste intatta ad un chiodo a poco a poco si chiazza
di unguenti spalmati sulle piaghe dell’intimo punire
mentre tenti di fermare la mano surreale che ti accende
e ti invischia nella sua potenza.
La finestra della cella è chiusa, l’uscio sbarrato,
i muri calcinati assorbono le urla mute;
e tu, monacale, divarichi le carni ustionate,
e con la bocca saturnina piena di lingua che serpeggia lucifera
avvolgi nell’ideare il mio calvario infiammato
vinto con la religione della tua essenza
carnale – prendimi come vuoi,
in tutte le bocche gonfie di rosa, turgide di passione,
riempiti del tuo salvatore.

(4 febbraio, 2000)

 

*

Quanto usufruire dello spasimo che ci scuote,
e le mani si cercano nelle nebbie
sotterranee di fili di voci travolgenti,
che mi spinge a te vedova nera di un evento
che tormenta nelle braccia il tormento
quando si è soli nelle proprie braccia.
Guardami dimmi, è così per te, trafissa nell’astruso
esplodere di parole vocali insensate,
udite con tenerezza mentre ciascuno percepisce
penetrando l’immagine che l’una ha dell’altro,
e generate nel suo terreno seminabile a onde assiderato
con fioriture sotto un coltre di polvere;
io sono chi tu cerchi, sono
il giogo felice che trovi per le colline infertili,
le miniere di sale, le pianure e le vie disertate
che stringono il domicilio semispento;
parlami con il tuo sesso alla gola,
urlami dentro che sei chi mi offre il proprio terreno
vivacemente di acque colline pianure e foreste chiare;
tu sai, la distanza uccide.

(5 febbraio, 2000)

La poesia di Alfredo De Palchi è una poesia amorosa, che sia la Musa una prostituta o una santa o una normale donna gli è indifferente, resta ed è comunque impregnata d’amore fin dai suoi primissimi versi (il femminino lo tallona!).  Quando invece la colpa era già un contrappasso – pulsante tortura – alla  sua esistenza – si sommava anche la colpa di aver ucciso un/il nulla,  e questo lo perseguita per moltissimi anni, lo marchia, senza che ci sia nessuna macchia, irreversibilmente… E come tutto questo mi fa pensare alla finta impiccagione di Dostoevskij (con quale accusa e quale colpa? : era solo lo scherzo spietato del potere! La colpa come estrema ed unica finzione!) che per poco non lo fece davvero impazzire, lui… lo scrittore per eccellenza che di pazzie umane se ne intendeva anche troppo… aveva rischiato per davvero di divenire, proprio lui, pazzo!… l’artista dell’inumano e del disumano! Ma vi è una consolazione:

                                                  accoglimi nella bocca materna
                                                  soffice, nutriente di liquidi

 ed è il primo verso di una poesia che m’accoglie solidale col poeta, non si può non partecipare alla preghiera : accoglimi… ricevimi…  una supplica d’amore che trascende il sesso…

annuso come un cane
ammalato e lecco le origini
…………….

– sono qui per l’arrivo di una incorrotta
 
Come appunto, il Femminino Eterno!  E forse Justine?

alfredo de palchi Grattacieli di New York

Grattacieli di New York

Come affronteremo le poesie successive (quelle dell’intera raccolta Paradigm, 1950-2000), e quelle propriamente di Paradigm, che danno il titolo all’intera raccolta omonima – a tutto il libro? Ma ha senso porsi questa domanda? Forse si… ma è che la (sua) biografia incessante t’insegue e ti ritorna con la figura del nonno (il poeta dice assente, ma è una finzione!) che gli fu secondo padre naturale e di cui sentirà per sempre l’acuto afrore tabagico delle ascelle. Si ritorna indietro? No! – si va avanti su una bicicletta da corsa, insieme… verso Roma?  O è una città inventata come tante altre? La sua corsa lo spossa. È malato, diabetico… ma  canta al nipote decenne… ariette di Siviglia!

 (la raccolta Paradigm racchiude dunque un periodo che va dal 1950 al 2000; e comprende le poesie di altre raccolte come: L’assenza, L’arrivo, Fungo amletico, Paradigm, Essenza carnale)

   Ma il fatale Adige è lì, a due passi… se lo ricorda  sto’ fiume a Parigi, nel 1954!

Ma  l’adolescente che è sempre presente nell’uomo adulto esclama:

                                         Mi vedo, riconosco il genio d’ogni male –

 (da L’assenza)

Il poeta  Tommaso-Riccardo – fratello di Villon, Rimbaud e Lautreamont –  gli risponde:

                                                                 Caro Male,
                                                                 Rubino
                                                                 Sguardo di chi è alle catene!
                                                                 Caro Male,
                                                                  il volto cresce nello gnomo…

Ma che ci va a fare Alfredo in Francia? Le femmes fatales! E poi?  Il respiro di quei tre maledetti! Proprio come Tommaso-Riccardo, che spariva da Roma per ritrovarli nelle terre di Francia!

…. e poi l’America! Dalla Garonna all’Hudson! (L’arrivo).

Zagaroli Alfredo de Palchi Venezia 2011

Antonella Zagaroli con Alfredo de Palchi, Venezia 2011

L’Hudson… non vede l’ora di cantarlo l’Hudson, ma deve stare attento: è stato preceduto da tanti poeti, e anche grandi. Ma intanto s’affila il canto con poesie brevi, quasi fossero degli haiku: funghi amletici, velenosi!… e l’ultimo, il 32mo, che segna la fine di una epoca:

                                            per la sua negligenza d’un tratto
                                                             termina la mia storia –
                                                              perché mai una fine così ebete.
(da Fungo amletico , 1960-1970)

E ora le poesie proprie di Paradigma, che danno il titolo all’intera raccolta antologica, e ciò vuol dire che sono fondamentali per il nuovo poeta americano: modello, specchietto, quadro sinottico… cosa altro sono? Dove è andata a finire la(sua) biografia(qui, in queste poesie)che lo tallonava incessante… ma una storia è finita! Ora se ne apre un’altra che dura 30 anni…

Da:

                                       Ogni uovo di serpe contiene compatto un uomo
                                       qualsiasi, l’uragano è la realtà che fabbrica
                                        il piede: la mano stupenda – il paradigma.
(da Paradigm, 1964)

ai versi di commiato per Sonia Raiziss(15 marzo 1995, un anno dopo)

                                          in te moribonda che cedi alle radici masticate
                                          ………..
                                         Sai, nel mese della neve [che] si chiude
                                          …………
                                          usurpando persino il mio posto, perché …….
                                          ….il gelo del tuo sabato si abbina alla fanghiglia
                                          perché è così che si ghiaccia ogni cosa.
Ma se la Musa è morta, il Poeta non deve cedere e, dunque, a una resurrezione è obbligato nel nome della Poesia… dopo un anno il lutto deve smetterla di importunarlo! Avanti, l’Artifex!

                                                  dopo la colpa e dopo la sera

                                                  quando sono il corpo che sprofonda
                                                   per risalire con il mattino.

    Il risveglio non poteva generare ed essere che una Carnale Essenza.

poeti_serata__(26)

alfredo de palchi, giorgio linguaglossa, claudia marini e luigi manzi – Roma, 2011

Poeta, non hai altra strada e altri ponti  da percorrere: le visioni del tuo tragitto ti si spalancano: puoi scegliere della femmina ciò che vuoi, mentre lei ti sceglie intero e totalmente.

   Esplosione sensuale e sessuale… irrefrenabili fuochi d’artificio della carne senza peli sulla lingua (è il caso davvero di dirlo) – guardo le date : novembre 1999> agosto 2000, non ci credo, credevo infatti d’avere a che fare con un poeta di 30 anni!, e mi ritrovo invece un uomo stramaturo che dovrebbe aver già tirato il sesso in barca… e invece ecco: non è il sesso in sé che conta qui, quanto il verso – la parola! – che lo rinvigorisce! È il canto del  gallo che si espande come il suono a ondate e a risacche di una campana in lontananza!

La biografia è infine saltata in aria: la carne l’ha distrutta! Il poeta infine è come liberato dalla colpa: questo è il prodigio della carne che s’eleva… s’eleva in alto come il pinnacchio di un vulcano! Non ti bastono le metafore e le metonimie e altre figure per descrivere la carica che questa carne t’impone, che s’impone a voi due creature…  è necessario dire le cose come stanno, e la tua poesia diventa così realistica che dice la naturalità degli amplessi senza velature e finzioni, un uscir fuori di entrambi i sessi, e, quasi da sfiorare, ma delicatamente il volgare, un fuoriuscire da te stesso nell’acme dell’atto finale ( infatti usa il verbos-centrare):
 
                                                         mi spezzo nella carne che mi allatta,
                                                         mi s-centro la testa
 
nel teatro di te, donna, quando sai fingere il sublime della finzione stessa!…
 

                                            inclinata sui gomiti alla sedia dove gemendo ti sorridi
                                            e ti stringi i capelli.

alfredo de palchi Paradigm-5 Non poteva mancare qui limmedesimazione col Cristo – una sublimazione, forse? – è perché

l’amplesso non è che un sacrificio della carne, la tua donna o la sua, del poeta?, comunque comunione sacra: carne, pane, vino, sangue… in questo cerchio si racchiudono le vicende di due sessi che hanno voglia di compenetrarsi tanto più amano distanziarsi!(in Grace Church, NYC, 11 giugno 2000)

    Tutte le poesie diEssenza carnale, nessuna esclusa, hanno il diapason il più esteso possibile: le vibrazioni carnali tendono al massimo del risultato sonoro che da esse si genera… il canto della carne significa l’invitare il gallo a cantare più di tre volte!…

                                                      ……………………………… nel rito
                                                      della simbologia carnale.
 

 perfino le acque femminili impetuose dell’Adige( il fiume fatale  qui ricorre due volte, ma stavolta vitale energia sensuale)assumono l’aspetto della donna desiderata

                                                     ……………………………………………– l’Adige
                                                     è il tuo corpo sinuosamente asciutto, potente,
                                                     vortice che accoglie la mia bocca di sete.
 
E quando il poeta inneggia ai seni apoteosi  e nemesi di se stessi, annaspando su di essi con
 

                                                   gli occhi mezzi chiusi dalla luce dei seni

che delineano per De Palchi

                                                       concavità di latte e miele
 
mi sovviene lo straordinario scrittore spagnolo Ramón Gómez de la Serna, grandissimo cantore dei seni femminili… tutto un libro dedicato ai seni!  I seni, paffuti e sorridenti, che

Alle ringhiere dei balconi si sporgono come bimbi curiosi

Seni che …. sotto il chiaro di luna sono come pieni di qualche cosa più bianca del latte che goccia da certi rami strappati, più bianca della luna, di qualche cosa che non è più ciò che essi hanno rapito alla luna, così come ciò che è nel miele non è più quel che era nei fiori… Miele di luna!

I suoi seni erano due perle, perché lei donava il proprio oriente alle perle.

I seni delle bluse rosse sono seni fatti come di papaveri, sono seni pieni di sangue ai quali i loro amanti gelosi fanno talvolta dei salassi.

Lo spagnolo canta e celebra come nessuno mai le ascensioni e le cadute dei seni femminili !
Di  De Palchi ci sarebbero decine e decine di versi da citare, versi della carne: carne in versi!
Carne, che scandisce i tempi (sarebbe empio definirlisenili!):
                                                
                                                È per la tua offerta di concederti ora
                                                …………………………………………………………
                                                Nello splendore della fossa leccata al fondo

E rivolto alla donna, ci si pecchia, esplicito e teneramente:

Io sono chi tu cerchi, ….
                                               …………………………………
                                               Parlami col tuo sesso alla gola,
                                               …………………………………..
                                              Tu sai, la distanza uccide.

(febbraio 2000)
  
Ma poi, la presenza della maternità, l’elogio, la preghiera, e un ripiegamento: la finalità estrema, ultima del sesso che si sublima nel nascimento

                                 Sei l’acqua dell’origine che sporge
                                 la tetta gonfia di maternità
                                 
                                  E tu da madre terracquea
                                  chiami alla nascita il mio ritorno nell’aurora
                                  del grembo, la dimora
                                  di ascendente devozione per lo spirito in frantumi.

(maggio 2000)

 

5 commenti

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5 risposte a “SULLA POESIA DI ALFREDO DE PALCHI: L’ESTETICA DELLA DENUNCIA   – Commento di Antonio Sagredo. Parte III

  1. Il problema della poesia di De Palchi è questo, lui parla della condizione umana, una condizione ad un tempo biologica, erotica e intellettuale, sociale; tutte queste componenti vengono a condensarsi e a incanalarsi in un insolito pentagramma stilistico costruito su una lessicalità irta e appuntita, obtorta, contratta, catafratta come a difenderne il guscio della significazione. È una scelta questa di De Palchi che sta dalla parte della difesa di un luogo fortificato, quello dell’autenticità dis-autentica della sua condizione umana. Parlandoci della sua condizione sensoriale e ultrasensoriale, della sua condizione di vita De palchi ci parla di noi, fa avvicinare il lettore al mistero del magistero linguistico, a quel congegno che si chiama congegno poetico, che è un oggetto come un altro, che non ha nulla di trascendentale o di mistico, che è fatto di carne e di nervi ma soprattutto di lessicalità (cioè che opera un taglio trasversale del lessico).

  2. Ricevo e trascrivo il commento di Sabino Caronia arrivato alla mia e-mail:

    Non a caso è stata richiamata a proposito di Alfredo De Palchi la frase di una lettera che Kafka scrisse a venti anni: «Il libro deve essere un rompighiaccio per spezzare il mare gelato dentro di noi».
    Mi sembra che questa poesia, a parte l’ovvio riferimento stilistico fatto da Plinio Perilli all’espressionismo di ogni tempo e di ogni latitudine, sia l’espressione di una grande integrità morale e insieme di una orgogliosa se pure dolorosa solitudine (si pensi alla frase che Janouch attribuisce a Kafka e che ha dato il titolo al celebre saggio di Marthe Robert: «Solo come Franz Kafka»).
    De Palchi e l’America, Kafka e l’America, quella del suo romanzo e quella immaginata da Philip Roth nel suo libretto Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno, ovvero, Guardando Kafka. Quel richiamo alla terra promessa vien fatto di ricordarlo quando si leggono versi come «uomo sbilanciato dalla voragine / desolata della terra promessa».
    Una linea, quella di De Palchi, che arriva a Rimbaud e parte da Villon, quel Villon a proposito del quale mi piace ricordare un bel romanzo ingiustamente dimenticato di Salvatore D’Agata, Primo il corpo.

    Sabino Caronia

  3. antonella zagaroli

    Voglio intervenire su questo scritto di Sagredo perché trovo molto riduttiva la sua visione sessuale (forse sessista?) dell’opera di Alfredo.
    Inserisco una parte del mio saggio sulla poesia di De Palchi apparso nell’opera Una vita scommessa in poesia.

    “Altro punto cardine della poesia di Alfredo De Palchi è il rapporto col sacro e con l’idea cristica.
    La figura di Cristo per De Palchi è la matrice che si frammenta nella consistenza di un uomo. Cristo, vero e proprio perché umano, è nominato più e più volte nelle sua poesia fino al riconoscimento alla consacrazione di se stesso in lui.
    Mi
    immedesimo in te, Cristo,
    spirito incolume della mia religione
    carnalmente di bestia umana—- la mia comunione sacra
    è la manifestazione di quanto esprimi spezzando il pane
    “prendete, mangiate, questo è il mio corpo”
    e porgendo vino
    “bevete, questo è il mio sangue”.

    Mi spezzo, come il pane della cena,
    e dissanguo, come offerta di vino—simbolo del sangue
    prezioso; sono il carnivoro
    il cannibale che lingueggiando divora il suo corpo
    e beve il sangue della ferita
    perché si ricordi di me;
    I versi di questa poesia stigmatizzano il senso dell’esistenza stessa di De Palchi come uomo e come artista. Qui si esprime compiutamente anche da un punto di vista filosofico. Questa poesia è una dichiarazione quasi lapidaria di consapevolezza. L’essere umano cristico, uomo o donna che sia, è isolato dai suoi simili, da lui troppo distanti soprattutto per sensibilità. Perché è indubbiamente complesso, faticoso, soprattutto in un momento storico in cui tutto è delegato alla egoistica visibilità che illude di elevarsi a onnipotenti, scendere dentro se stessi fino a comprendere l’essenza che rende vivi.
    E De Palchi può scrivere tali versi proprio perché è passato dall’esperienza personale e poetica del guardarsi dentro: La buia danza di scorpione, Un ricordo del 1945, Sessioni con l’analista e guardarsi intorno con occhio “s/centrato“ di Costellazione Anonima, Reportage.
    Ma per il poeta il sacro non è nella religione, che in alcuni momenti anzi si arrischia a sfidare, al contrario di molti poeti che invecchiando si sono avvicinati alla consolazione di una fede. De Palchi fino agli ultimi scritti del 2009 rimane legato alla religione della natura, della materia, ma non nel senso politico del termine.
    Nel Preliminare a Paradigma scritto nel 1950 si succedono fonemi e sintagmi da nascita del mondo:
    “ la genesi—-materia
    rivolgimenti indurimenti centrifughi di polvere
    gas il fuoco liquefa glaciali rocce
    e ancora rassodamenti vapori
    una goccia la genesi lunga nella goccia
    (…)
    genesi senza punto evoluzione senza punto
    solo materia—–la nemesi”
    Nella poesia da cui trae il titolo dell’opera singola Paradigma, De Palchi utilizza un linguaggio quasi filosofico, ci riporta all’uovo primordiale, al senso della conoscenza insito nella metafora del serpente ma anche, forse, dell’ ourobus dell’Opera alchemica.
    “l’occhio della serpe è un qualsiasi dio—-
    (….) e con la spirale centripeta spazza
    il quotidiano lasciano al raso
    il reale più fecondo”
    (…)
    testa piatta a triangolo a stemma
    di religione—-(…)
    Ogni uovo di serpe contiene compatto un uomo
    qualsiasi, l’uragano è la realtà che fabbrica
    il piede: la mano stupenda—–il paradigma”
    I suoi versi qui, scritti nel 1964, ricordano l’atmosfera di un testo di difficile interpretazione, Favola di W. Goethe.
    Fin dall’inizio e poi negli ultimi scritti il sacro di De Palchi si concretizza nella terra, nella donna come origine del tutto. La sua religione si propaga dentro e fuori il corpo femminile. Il percorso linguistico di Essenza Carnale, ad esempio, è costellato di parole che raccontano gestualità tratte dalla religione, anche se il poeta sembra riscrivere questa religione rendendola umana.
    “ aprimi la cerniera, infila la mano
    e come all’altare in ginocchio immergi
    il viso acceso di sangue nella cesura
    adescando abilmente il pesce simbolico a guizzare
    nella cognizione della tua bocca che si affida
    alla mia profezia:

    la messa continua della mensa.”
    L’amplesso e la congiunzione religiosa sono emblematiche in tutte le poesie degli anni 2000:
    “nella tua esistenza di Maddalena in amore
    del mio risveglio in un corpo di Cristo” ;
    “sono il tuo sacrificio l’agnello”.
    Le sue donne carnali e ideali, intuite in profondità oltreché amate per la loro reale presenza, sono, a mio avviso, il tramite che lo conchiude e lo riconduce alla nascita. In questo senso la sua religione personale, nonostante sia uomo vissuto appieno e nel centro del novecento occidentale, lo può far avvicinare a idee e filosofie tipiche dell’oriente, dell’India soprattutto.
    “potessi scatenarti nella spiritualità del tuo corpo”;
    “religione della tua fluttuazione,
    sostenenza dell’ostia splendente sulla mia faccia”;
    “avvolgi nell’ideare il mio calvario infiammato
    vinto con la religione della tua essenza
    carnale—-(…)
    riempiti del tuo salvatore” ;
    “uguale al serpe ti assorbo intera
    e tu da madre terraquea
    chiami alla nascita il mio ritorno nell’aurora
    del grembo, la dimora
    di ascendente devozione per lo spirito in frammenti.”
    Qui la donna è sì concreta ma anche madre, forse la Grande Madre che contiene la natura e gli esseri umani e che lascia traccia di se stessa in modo più visibile nella femminilità.
    Come non avere la sensazione dopo aver letto i versi precedenti che per De Palchi ogni donna reale, che può essere anche stata amata dal poeta, è poi trascesa proprio attraverso la sua carnalità? E’ trascesa ma non per essere angelicata, come avrebbe inteso un epigone della poesia petrarchesca di cui la poesia italiana ancor oggi rigurgita preferendo quello stile alla crudezza, a volte anche blasfema di Dante.
    Con gli anni la visione della donna nella poesia di De Palchi è diventata l’ostia necessaria all’uomo per sentirsi più umano. Già nelle Viziose avversioni scritte fino al 1996 la sua idea della donna era chiara, “ogni oggetto inanimato o animato è donna,”, anche se spesso con immagini ambigue e negative. Successivamente la femminilità si amplifica diventa Essenza Carnale perché la compagna donna che De Palchi recita è il suo stesso femminile, la sua sensibilità stordita dalla morte del coniglio nel ricordo iniziale delle Sessioni con l’analista, poi da “il tonfo del gatto”, dal pudore che deflagra all’interno di se stesso “Spasimo scoppio / erompo sesso in aria / rimanendo zitto.”
    La donna diventa l’anima sangue da ingurgitare, da lasciarsi ingurgitare per diventare più totale.
    Questa è forse la chiave per comprendere i versi erotici depalchiani che non sono mai volgari nemmeno quando descrive amplessi e ricorre a parole vividamente comuni. Le sue costruzioni poetiche erotiche sono fiumi in piena di anima, sangue, cervello dell’uomo De Palchi.
    Tremando entro la circonferenza dell’amplesso
    esponi lo spirito acceso
    a bocca che ansima; mi prendi nella sua cavità, vuoi
    che la scopi e raggiunga
    il profondo della sua gola; vuoi
    che il tuo sesso sia scavato
    quando dici “sfondami tutta, completami
    —– il colloquio reciproco è il gioco
    utile per invigorirti del tuo stesso assioma.
    Mi piace citare a questo proposito quanto scrive il critico John Taylor, lettore e studioso acuto dell’opera di De Palchi: “De Palchi’s erotic vision nearly always goes beyond the corporal per se. Present in his erotic poems is a cosmic dimension, an experience of amorous union and the epiphanies of pleasure surely, but also a yearning for the primeval, the primordial, the ab-original.”7
    Aspetto fondamentale per comprendere Foemina Tellus, l’ultima opera al momento pubblicata, è il rapporto di interscambiabilità fra donna e terra già presente in Essenza Carnale:
    “la luminescenza in evoluzione del sole scoperchia
    e alimenta di energie le radici terragne
    quanto la trasparenza coniugale della tua vena
    con luminosità accecante mi contatta nutrendo la radice
    concretamente buia——
    séguita a custodire ogni
    senso di sensualità che ci possiede insieme
    nella derisione nella melma nella depurazione
    ed infine nell’intimo sconvolgimento con la coscienza
    di che si ha e di che si è;”.
    Se ci si addentra nella lettura delle poesie di Essenza Carnale e poi di Foemina Tellus sembra di entrare in una galleria di quadri di Tiziano, di Courbet, anzi soprattutto di quest’ultimo. Come il corpo femminile indagato da Courbet possiede una componente erotica tanto marcata da scuotere la sensibilità della classe benpensante del suo tempo ma anche di ora (emblematico L’Origine du monde), così le poesie della passione amorosa depalchiana scuotono la morale ma anche l’abitudine dei critici perché mostrano l’essenza terrestre, lo scontro incontro sessuale non scissi ma integrati verso una ricercata spiritualità. Il sesso è rappresentato naturale, sublime e innocente, origine del desiderio della vita.
    Averti come sei—-
    lo straccio addosso con spigliatezza
    e gioielli di avena
    con il papavero che infuoca le spighe
    attorno le forme collinari e le valli

    qui oso fermarmi
    sgolo di potenza
    e tu mi raccogli nella ramaglia

    o nel vorticare intorno
    a quella vulva che ingoia
    crescite e pianeti

    e sprofonda il tremore terrestre
    nell’ovulazione del tuo ventre.
    In questa poesia ci sono i due passaggi concentrici della spiritualità di De Palchi: dalla terra, “i gioielli d’avena”, il papavero, le spighe, le colline e le valli, alla donna carnale che concentra su di sé il centro del mondo “o nel vorticare intorno / a quella vulva che ingoia / crescite e pianeti”,
    “e sprofonda il tremore terrestre / nell’ovulazione del tuo ventre.
    L’amplesso con la donna è la messa e la mensa e soltanto il maschio-uomo, consapevole della sua cristicità non fideistica, tramite questo rito può diventare parte di una religione tutta al femminile in cui continua a vivere la Grande Dea dal cui ventre nascono il mondo, le religioni.
    In Foemina Tellus il poeta dispiega completamente il suo credo: “il leitmotiv mi accompagna al ventre / accogliente di Kundry: / vita terra spirito Cristo.”
    Il verso “all’ape /del miele che sei”della poesia a pagina 49 sintetizza in modo unico una donna frutto essa stessa di quella terra espressa qui con la metafora dell’ape.
    In questo libro le poesie più direttamente legate alle donne hanno anche un chiaro profilo di aspra ironia sempre presente in tutta l’opera di De Palchi.
    “Cane fedele

    ti seguo con le infedeltà
    mentali, corpo vivo
    nel tuo sorretto dalla costola
    che non ti ho dato”
    In più mi sembra di scorgere qui una sorta di rifiuto ad aderire completamente al loro potere che coinvolge il suo desiderio.
    L’ironia e la rabbia, la crudezza, non certo la rozzezza caratterizza la poesia di De Palchi e assume, infine, una connotazione evidente nei testi in cui il poeta si permette di dialogare con l’ultima grande femmina che attende uomini e donne, la Morte.
    E qui intendo parlare proprio di dialogo nel senso etimologico greco del termine -parlare restando separati – e non di colloquio – parlare per cercare un punto in comune – termine con cui il poeta stesso aveva espresso il suo rapporto con la donna.
    Una delle poesie di Foemina Tellus in cui viene dichiaratamente espressa la singolare cristicità della sua religione tanto carnale ma oramai proprio per la carnalità, quasi rabbiosa, è quella di pagina 51, una sorta di iscrizione tombale del calvario dell’uomo Cristo. Qui il poeta diventa il commosso soccorritore dell’agonia di Cristo “con la scodella ti lenisco / la lingua tra il rottame nella bocca(…)” e il crudele osservatore di donne Maddalene, “capre nere che espiano la trasgressione / per avere la passione / profana di essere.”
    La rabbia ha il linguaggio tipico di tutta la poesia di De Palchi ma è una rabbia che include una volontà di purificazione. Il verbo spurgare ritorna più volta nel libro: “per spurgare il seme reietto / e il salivare schifoso” a pagina 38 e “bestia umana(… )/ storia che spurga in rantolo” a pagina 51.
    La stessa rabbia si indirizza poi, definitivamente, ad un mondo oltre, l’inferno costruito da De Palchi per tutti i suoi persecutori contenuti nella sezione Le déluge, e alla morte a cui dedica due sezioni del libro, Contro la mia morte I e Contro la mia morte II.
    Il poeta si lega alla morte in assoluta privazione di sé e con gli stessi sentimenti che l’avevano visto in giovinezza gridare contro il mondo anche se spesso qui utilizza un autorevole armonioso sarcasmo.
    Si rivolge alla “passionaria” con: “il mio corpo, per te / mai abbastanza freddo da leccare”; “hai ossi sgangherati / l’odio indifferente della falce / alle mie gambe rapidissime”; la vulva diventa “chiavica”e lui arriva a dirle “ma ti corteggio con la promessa / che nel lontano futuro sarò tuo”.
    La morte è “ospite non gradito”eppure verso la fine la rabbia contro di lei sembra placarsi:
    “sono tutti defunti
    davanti alla tua tenace bruttura
    che dalle quinte opera
    la potente libidine,
    una brezza che ondeggia il vestito
    tra le cosce e traccia il rilievo
    della tomba sacrilega
    che attrae
    e mi distrae verso….”
    Uomo e donna in tutta la poesia di de Palchi pur incontrandosi mettendo a nudo ogni particella del loro essere natura umana e animale dispiegano le loro peculiarità concrete ma difficilmente i particolari hanno a che fare con la specificità, direi con l‘unicità di una donna se non per ragioni di scrittura. Ogni donna per De Palchi rinnova l’incontro col suo eterno foeminino e in Foemina Tellus egli esprime il femminile maturo all’interno di un uomo maschio. Qui lo scontro, la lotta, la volontà di combattimento fra natura maschile e natura femminile si tramuta poi del tutto all’indirizzo della Morte.”

  4. antonio sagredo

    “questo scritto di Sagredo perché trovo molto riduttiva la sua visione sessuale (forse sessista?) dell’opera di Alfredo”.
    Non è riduttiva affatto, anzi cìdico che Alfredo canta l’apoteosi della Donna.
    Poi s’immerge nel mio privato arbitrariamente e direi con offesa… ” la sua visione sessuale (forse sessista?)”.:credo che Lei sappia meglio di me la differenza, ma ha dei limiti: resti nel suo campetto!
    a. s.

  5. antonella zagaroli

    Qualsiasi comunicazione di tipo critico può essere soggetta ad opinioni diverse. Non ho offeso l’autore del testo critico su De Palchi ho espresso un’opinione altra aggiungendo altro materiale critico -peraltro già pubblicato- con l’intento di continuare un proficuo dibattito . Chi legge con attenzione può notare che “non mi sono immersa” nel privato di nessuno, “l’offesa” non recata a nessuno l’ho invece ricevuta col termine “campetto”.
    Quando ci è stato detto di dare un contributo critico per l’opera di De Palchi tutti abbiamo partecipato con spirito rivolto all’autore non a noi stessi. Il mio saggio è molto variegato, ne ho inviato al blog soltanto una parte.Colgo l’occasione per invitare Sagredo a leggere tutti i contribuiti in lingua italiana e inglese presenti nel testo Una vita scommessa in poesia e anche quelli precedenti. Avrà modo di stendere placidamente le sue opinioni in un grande universo.

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