UNA POESIA INEDITA di Giorgio Linguaglossa “Diramazioni incorniciate dalle torrette blindate si diradavano nel buio”, DUE POESIE INEDITE di Francesca Diano “L’esclusa”, “Sulla tomba di Igor Stravinskij”, DUE POESIE INEDITE di Antonio Sagredo “Viaggio a Herat-Vesania”, QUATRO POESIE di Annamaria De Pietro “Prosopopee” (2002), POESIA INEDITA di Rossella Seller “Di ritorno da Auschwitz” – SUL TEMA DELL’ISOLA DEI MORTI di Böcklin (STIGE o ACHERONTE)

arnold bocklin Toteninsel (L'isola dei morti)

arnold bocklin Toteninsel (L’isola dei morti)

 Arnold Böcklin (1827-1901) dipinse diverse versioni del quadro fra il 1880 e il 1886. L’opera fu estremamente popolare all’inizio del XX secolo e affascinò personaggi come Sigmund Freud, Lenin, George Clemanceau, Salvador Dalì e Gabriele D’Annunzio. Adolf Hitler ne possedeva una versione originale, acquistata nel 1936.
Tutte le versioni del dipinto raffigurano un isolotto roccioso sopra una distesa di acqua scura. Una piccola barca a remi, condotta da una persona a poppa, si sta avvicinando all’isola. A prua ci sono una figura vestita di bianco e una bara bianca ornata di festoni. L’isolotto è dominato da un bosco fitto di cipressi, associati da lunga tradizione con i cimiteri e il lutto, circondato da rupi scoscese. Nella roccia sono presenti quelli che sembrano essere portali sepolcrali. L’impressione complessiva è quella di uno spettacolo di desolazione immerso in un’atmosfera di mistero.

Arnold Böcklin non ha fornito alcuna spiegazione pubblica circa il significato del suo dipinto, anche se l’ha descritto come «un’immagine onirica: essa deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe fare paura». Il titolo, che gli è stato dato dal mercante d’arte Fritz Gurlitt nel 1883, non è stato specificato da Böcklin, anche se deriva da una frase scritta in una lettera inviata nel1880 ad Alexander Günther, che aveva commissionato l’opera. Non conoscendo la storia delle prime versioni del dipinto, molti critici d’arte hanno interpretato il vogatore come una rappresentazione di Caronte, che nella mitologia greca conduceva le anime agli inferi. L’acqua è quindi il fiume Stige o l’Acheronte, e il passeggero vestito di bianco un’anima recentemente scomparsa in transito verso l’aldilà.

La spiaggia di Levrechio sull’isola di Paxos si trova di fronte alla foce dell’Acheronte fiume che attraversa l’Epiro, regione nord-occidentale della Grecia, e si congiunge col mare nei pressi della cittadina di Parga.
L’Acheronte è un affluente del lago Acherusia e nelle sue vicinanze sorgono le rovine del Necromanteio, l’unico oracolo della morte conosciuto in Grecia. Ma Acheronte (in greco Ἂχέρων, -οντος, in latino Ăchĕrōn, -ontis) è anche il nome di alcuni fiumi della mitologia greca, spesso associati al mondo degli Inferi.
Secondo il mito sarebbe proprio un ramo del fiume Stige che scorre nel mondo sotterraneo dell’oltretomba, attraverso il quale Caronte traghettava nell’Ade le anime dei morti; suoi affluenti sarebbero i fiumi Piriflegetonte e Cocito. Il suo nome significa “fiume del dolore”. (nota di Francesco Aronne)

 hieronimus bosch Inferno

hieronimus bosch Inferno

h. bosch Inferno

h. bosch Inferno

Giorgio Linguaglossa

Diramazioni incorniciate dalle torrette blindate si diradavano nel buio

Diramazioni incorniciate dalle torrette blindate si diradavano nel buio.
E noi di qua dalle cancellate di filo spinato: i fortificati,
gli indigenti, i premorienti della cicatrice chiamata terra;
fitti e assiepati gli uni agli altri, guadagnammo infine gli stabilimenti dei dormienti.
(Erano costoro immersi in un sonno plumbeo).
I gendarmi li chiamavano «i copulatori del sonno».
I morienti furono sospinti con il calcio dei fucili,
assiepati e addossati gli uni agli altri.
Li chiamarono, ad uno ad uno, in correità, verificarono i loro documenti,
distinguevano i vivi dai morti, i morienti dai morituri,
i premorienti, gli irridenti, i plagiari,
proclamarono i responsi ai condannati e li divelsero dalla vita ultima,
dai falsi reggimenti, dalle ultime fondamenta,
dagli ultimi tentati stabilimenti.
Dai fondali lutei del fiume emersero le statue bianche
venute dalla cicatrice chiamata terra,
dichiararono che erano stati prigionieri del sonno,
che nulla era più come prima,
e che dopo il prima non ci sarebbe stato un dopo.
Una schiera di comandati a gettone si faceva avanti nella ressa.
Un gendarme guidava la dissoluzione dei lapidati dal sonno.
Chiesi al gendarme: «È un inizio o una fine?»
ma non ottenni risposta;
intanto i maledetti cantavano alleluia e si battevano il petto
come appestati che chiedessero la grazia mentre si assiepavano
nel refettorio del dolore eterno…
ma erano anime ormai, nient’altro che anime.
«La risposta se c’è – dissero – è nei ripostigli della memoria».

All’improvviso, il ronzio d’un motore d’elicottero giunse dall’alto:
un tip tap incontinente, un bip, un tric insistente…
dall’alto, dagli altoparlanti una voce ci chiamava per nome
ad uno ad uno.
I defraudati dal dolore, gli analgesici del sonno si fecero avanti
tra la schiera dei malnati e dei malvissuti;
una folla di cimiteriali malviventi vennero a noi portandoci
vivande borotalco… «mangiatene – dissero – e diventerete eterni»,
ma noi svoltammo nell’aria vetrosa del mattino dietro l’angolo del muro perimetrale.
C’era il sole eterno, accecante. Luce, luce.

I gendarmi officiarono il rito dell’iniziazione, ma era già tardi,
le statue bianche stavano con le spalle al muro, gli occhi bendati;
i malvissuti fuggivano in direzioni molteplici, dicevano
parole distanti, parlavano dei respingimenti,
degli accorgimenti, dei trucchi… ed apparivano
spaesati, inquieti…

(2014)

 

H. Bosch Le tentazioni di sant'antonio particolare

H. Bosch Le tentazioni di sant’antonio particolare

Francesca Diano

L’esclusa

Andavo per strade coperte di polvere
L’orlo della mia gonna sfilacciato
Non si curava di fango o sterco
I piedi scalzi – segnati dal rifiuto persino della terra.
Signori o plebei – non facevo alcuna differenza
Nessuna presenza era presenza
Ed ogni assenza – assenza.
Mi dolevano le ossa – ero una casa diroccata
Disabitata persino da me stessa
Preda di predatori e depredata di me.

Ero povera – di quella povertà che non ammette
Nemmeno il nome di miseria
Perché al mondo non c’era creatura
Che mi guardasse se non come sgualdrina.
Sospesa in una terra di nessuno
Dove il giorno non vira nella luce e le notti
Sono come il delirio di un lebbroso.
Il loro sguardo mi sfiorava col disgusto
Di chi è avvezzo soltanto alla bellezza
Delicata che si rispetta perché consacrata
Dalla legge di Dio e degli uomini.
Io ero buona solo per sfogare la rabbia
L’istinto che si tace nel letto coniugale.

La vostra rabbia impotente di uomini malati
D’onnipotenza – sapienti o rozzi contadini
Signori o poveracci – io ero buona per voi
Ma non per me. Non abbastanza
Da avere casa nel vostro cuore.
Avevate forse cuore per me?
Cagna reietta nell’istante stesso
In cui mi possedeva la vostra carne.
Ogni volta eravate assassini
Ogni volta morivo un po’ di più
Finché il mio corpo si disfece – me viva ancora.
Non vi perdono la disperazione
La vostra elemosina per me
Il solo soldo con cui mi pagavate.

Poi venne lui. Mentre stavo morendo.
Lo sguardo dei suoi occhi
non lo dimentico nemmeno ora.
Quel corpo martoriato dalla vita
Lui me lo fece amare
Donandomi il perdono per me stessa.
Sul pagliericcio fetido – che accoglieva la morte
Scintillò la bellezza luminosa
Che lessi nei suoi occhi
Capaci di vedere oltre le piaghe.
E mi diede la pace.

 Hieronymus_Bosch Il giardino delle delizie

Hieronymus_Bosch Il giardino delle delizie

Sulla tomba di Igor Stravinskij

Riflesso nell’acqua –
Sospeso tra il cielo e la terra
All’Isola dei Morti –
San Michele con la bilancia
Solleva la spada di fiamma sopra l’ingresso.
La sua lama resèca la spirale
In cui volve l’abisso
Un’isola di morti – dove è vivo chi soffre
Dove grida la vita in ampi cerchi
La sofferenza fulcro e gnomone
Alimenta di sangue l’agone quotidiano
Cui premio è la sconfitta
Pagata con la vita.
È in questa isola di morti che ho cercato
Chi soffrendo vive.
E poi l’epifania – luce di lampo
Gioia che mozza il fiato
Per brevi istanti eterni –
Come quando
L’acqua frusciava verde
Contro gli scogli neri
Sequenza di universi
In onde innumerevoli
Sotto il piede di pietra
Di San Michele.

(1987)

 

Bruegel il vecchio l'adorazione dei magi sotto la neve

Bruegel il vecchio l’adorazione dei magi sotto la neve

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Sagredo

Da Viaggio a Herat-Vesania

Mi fermai a una qualsiasi latitudine
dove la pelle dei bambini è giostra per i cecchini,
sangue argentino di una novella Morgue.
Dove i teologi non si vergognano di studiare Iddio
tra i vicoli ciechi della loro vulva cerebrale.
Dove il loro canto è agonia del Verbo!
Macerie è amarlo – amarlo è segno di potere.

Non ho nemmeno una lingua biforcuta
per leccarmi la gorgiera d’ossa!
Legioni di dèmoni hanno sete
di sangue di narvalo – come tramare
maschere di neve con gli stiletti delle dita?!

I dementi e le macerie hanno la saggezza dei carnefici,
a novembre è vano seppellire i morti!
La loro carne è vaniglia vischiosa per la terra,
lillà ha deluso aprile e i tramonti sono rancidi.

Stephan Vesanus era dovunque
la sua pietà ha ucciso la teologia.
Il libro ha cancellato la loro anima.
Quella foto distingue gli dei dalle vittime!

Vermicino, 10 aprile 2002

H. Bosch la nave di folli, particolare

H. Bosch la nave di folli, particolare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da quand’io trascorsi nel timore i miei anni recidivi
per rivedere in fotocopia i sani crimini celebrati
dai trionfi, e il passo d’oca dominare marziale l’epoca
della bilancia, più non mi fido della testimonianza

e della giustezza imparziale che insane sollecitano a nuovi
e della giustezza imparziale che insane sollecitano a nuovi
atti e antichi incontri, e che nel discorrere del sangue
rinnovano le fughe e i fasti di una armonia irrazionale,
e di una legge unica che nel tremore altrui ha un fine

e un terrore da perseguire, come in un sogno – il suo potere!
Consumare lo sguardo oleoso in un fissato olio di lino
è far parte dei colori e degli umori spalmati senza requie,
per una tortura non mia, per un perdono di palma – egiziano!

E dall’indaco al blu di Prussia con cadmio, e non Cromo, voglio
un non piombato verde dov’io cammino con rigore e conoscenza
sulla scena, ma per il salto di un elettrone al terzo giro non sia tossica
la mia parola ai delicati uditi dei poeti passionisti dell’equivoco.

Ed è questo Oriente che mi canta una novella storia di deserto,
non più dormono le orme, e palpebre di mani e noci di malleoli
per nuovi archi e sonate di trionfi. E quel sangue che tu spargi infine
è la Via dei Fiori Ineludibili, Gioia dei Vessilli, e dei tuoi sette Veli!

Roma, 7 maggio 2011

Magritte elective affinities 1933

Magritte elective affinities 1933

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Annamaria De Pietro Quattro Prosopopee
da “Venti fusioni a cera persa” (2002)

Prosopopea del Minotauro

La porta è aperta. Non altro è che porta.
Mancano chiave o scolta.
Scalpito io, lontano dalla soglia
sopra i tarsi salendo,
giunco elevato senza foglia.
Scalpito io, dita e unghie di nervi,
corro salendo all’urto delle corna.
Dentro, io dentro scalpito fuggendo
torti percorsi impervi
via dall’astro disteso
elevato salendo. Dentro, illeso,
qui non colpisce me spada o mannaia.
Dentro, qui, se venendo
da viaggio e da tempesta egli soltanto,
lui, verrà in viaggio, e compaia,
e affili tutta questa mappa storta
con lampada e con filo garantendo.
Giri tutta la vite, a canto a canto,
nel dritto che ritorna.

Io mai non vidi il mare
ma lo udivo remare
– come il seme di zucca
suona, ma non appare

h. bosch, particolare

h. bosch, particolare

 

 

 

 

 

 

 

 

Prosopopea di Dafne

A lui gloria ora dà questa mia chioma,
alla sua chioma l’estro se ne sperde.
Ché mi sorprese alla terra ventosa
(io la coglievo e la contavo – o madre –)
e da quel nodo d’erba errai fuggendo
sole alle spalle mia lucente soma.
Sole correndo lui le frecce ladre
dal suo centro scagliava, e dall’esplosa
farraggine me d’ulcere in crivelli
mutando bianca me sfondava, e stanca
oltre corsa lunghissima io – o madre –.
E spalancò l’imbuto essa, la donna.
La conca fredda me accolse; era verde
la sciarpa che volò via dai capelli.

Hieronimus Bosch Visione 1450

Hieronimus Bosch Visione 1450

 

 

 

 

 

 

 

 

Prosopopea della parlante ninfa Eco

Voi che parlate in voi che è a voi la voce,
non ramo estremo di ramoso bosco,
non fretta e via che segue ala veloce
delle ultime parvenze in specchio fosco –

voce di fronte che in sé parla e svela,
volto di fronte d’acqua, e sia Narciso
la voce nella bolla che apre e gela
volto d’acqua di specchio, finta e viso.

Oltre la mezzeria niente rivela
voce battente di salto diviso,
niente fra gli usci liquidi trapela.

Ed io non so dove si pone il posto
che dopo i passi spalanca la foce –
il senso del mio dire io non conosco.

 H. Bosch Cristo portacroce

H. Bosch Cristo portacroce

Prosopopea di Orfeo

Da fiume a fiume lei fluì – Euridice –.
Da serpe a serpe discese e scendeva
– ed io a ponente scesi, e giù strisciai
e lacerai la veste contro il sasso
dello stipite in fumo, e la bagnai
contro un’acqua che al sasso discendeva,
e io non sapevo donde avesse passo.
Ma scendeva, e io scendevo a grado basso
sempre più al basso, alla casa indecente
dei senza sguardo, dei senza radice.
E tesi corda agli occhi, e lei riottenni,
occhi di vetro accecati ai millenni,
dei senza ascolto, dei senza dove.
E parlarono: non ti volterai
se non con danno e perdita –. Di fronte
e ovunque dritto a me di acqua che piove
io vidi al basso, giù, mentre pioveva
lo specchio nero dell’acqua cadente.
Il lago d’acqua dritta fu Euridice –
e per non più vederla io mi voltai.
Forse una vela, o un albero di altrove,
o la sua stessa veste alba e ponente
rapì girando la forma felice,
forse il pilone umido del ponte.

La stella mi spezza le mani calando le spranghe
i rocchetti dei raggi di ferro voraci valanghe
io batto alle porte di Hamelin pugni di sangue
io stanco insistendo le scolte che sognano stanche.
Buttateli dentro la terra questi vostri bambini
io poi ci provo suonando a portarveli indietro.
Ho infilato gli anelli d’argento su tutte le dita
che fanno dei suoni alle corde, che sono argentini –
e la polvere entra nei sandali, e la sabbia di vetro.
Io suono la musica e ditemi quando è finita.

 

las-meninas Velazquez

las-meninas Velazquez

Rossella Seller

Di ritorno da Auschwitz

Splendono nella penombra
e sono morbide le tue ciocche,
luce bionda tra la raffia scomposta
degli altri capelli, a mucchi.
La montagna di peli, un groppo
alla gola della pietas umana.
Poi sette quintali di valigie
la tua in cima, Annecha Jacob,
arroccata nella speranza del ritorno.
Avevi due anni quando ti falciarono
la bellezza folta della vita
strappati i petali, buttato il fiore.
Da qualche parte esiste ancora
quel tessuto che testimonia
l’insulto alla specie: 70% canapa, 30% capelli.
Le tue ciocche bionde continuano a splendere
lungo i sentieri di una storia
che non vuole morire,
a nessuno è permesso violarle.

(2014)

*

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Per la poesia nel 1992 pubblica Uccelli (Roma, Edizioni Scettro del Re), nel 2000, Paradiso (Edizioni Libreria Croce, Roma), nel 2006 La Belligeranza del Tramonto (Faloppio, LietoColle 2006), e nel 2013 Blumenbilder – Natura morta con fiori (Passigli, Firenze). Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi. Dal 1992 ha diretto le Edizioni Scettro del Re di Roma. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dirigerà fino al 2005. Nel 1995 redige e firma, con Giuseppe Pedota, Lisa Stace e Maria Rosaria Madonna il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicandolo nel n. 7 della rivista da lui diretta. Nel 2001, pubblica il racconto lungo Storia di Omero nel volume collettivo Via Pincherle – Modelli Narrativi a Confronto (Edizioni Libreria Croce). Nel 2003 pubblica il libro di saggi sulla poesia moderna, Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Suoi saggi sulla poesia contemporanea sono presenti in Linee odierne della poesia italiana, a cura di Roberto Bertoldo e Luciano Troisio (Torino, Quaderni di Hebenon, 2001), e nel volume Sotto la superficie. Letture di poeti italiani contemporanei a cura di Gabriela Fantato (Milano, Bocca, 2004). Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Ha curato l’apparato critico del numero speciale 33 di «Poiesis» del 2006 dedicato alle traduzioni di alcuni saggi del poeta russo Osip Mandel’štam e di dieci poesie inedite del poeta russo: Il fornello a petrolio (poesie per bambini). Alcuni suoi saggi sulla poesia contemporanea sono apparsi in «Numen» del 2007, quaderno di critica edito dalla rivista di segni contemporanei «Altroverso» di Campobasso. Ha curato la La poesia degli anni Novanta. Antologia (2002); è presente nella Antologia della poesia erotica contemporanea (2006). Nel 2007 pubblica il saggio Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo». Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma e il romanzo Ponzio Pilato (Mimesis, 2010); nel 2011 esce Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana (1945-2010) (EdiLet, Roma); nel 2013 per la Società Editrice Fiorentina esce il saggio Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000-2013).

Francesca Diano, figlia del filosofo e grecista Carlo Diano, si è laureata in Storia dell’Arte con una tesi sulla Grammatica storica delle arti figurative di Alois Riegl, testo di cui nel 1983 ha pubblicato la prima traduzione italiana a sua cura per i tipi della Cappelli. Nei primi anni ’70 ha soggiornato per i suoi studi a Oxford e brevemente a Cambridge e si è poi trasferita a Londra, dove ha vissuto alcuni anni. Lì ha lavorato al Courtauld Insitute e ha insegnato all’Istituto Italiano di Cultura. Successivamente ha vissuto in Irlanda, dove ha insegnato all’università di Cork. Ha curato l’edizione italiana di Leggende e tradizioni dell’Irlanda meridionale (Neri Pozza) del pioniere del folklore irlandese, Thomas Crofton Croker. Della stessa opera, nel 1998, ha curato, per l’editore irlandese Collins, la ristampa anastatica della prima edizione originale che è in suo possesso.
Ha collaborato per vari anni con la rivista Padova e il suo territorio e ha tenuto seminari all’Università per Stranieri di Perugia e all’Alma Mater di Bologna. Per il Festival dei Due Mondi di Spoleto ha organizzato l’evento “Terrazza sull’India”, cui ha partecipato come relatrice. Dai primi anni ’80 è traduttrice letteraria, collaborando tra gli altri con Fratelli Fabbri, Cappelli, Neri Pozza, Donzelli, Guanda e per Neri Pozza è stata anche consulente editoriale. Tra i suoi altri autori, Themina Durrani, Kushwant Singh, Pico Iyer, Susan Vreeland, Sudhir Kakar, Geraldine Brooks ecc. E’ inoltre la traduttrice italiana di tutte le opere della scrittrice indiana Anita Nair. Ha partecipato come relatrice a convegni nazionali e internazionali, tra cui quello tenutosi a Montepulciano per il decennale della morte di Elémire Zolla. Ha inoltre organizzato convegni, conferenze e concerti, tra cui l’allestimento dell’Harlekin di Stockhausen per il Conservatorio di Padova. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese. Nel 2013 ha pubblicato la raccolta di racconti Fiabe d’amor crudele – Edizioni La Gru.

Antonio Sagredo è poeta inedito in Italia, ha pubblicato due libri in Spagna con testo a fronte negli anni Novanta. Poeta inclassificabile e irreggimentabile Sagredo ha perseguito e inseguito in poesia un suo percorso assolutamente originale e singolare. Una sua Antologia in traduzione inglese con testo a fronte uscirà con Chelsea editions di New York e una in italiano è in preparazione per EdiLet di Roma.

Annamaria De Pietro è nata a Napoli, dove ha vissuto fino all’adolescenza, da padre napoletano e madre lombarda. Vive da tempo a Milano. Ha cominciato a scrivere non occasionalmente, ma sempre, in età matura. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario (Dominioni Editore, Como 1997). Sono seguiti Dubbi a Flora (Edizioni La Copia, Siena 2000), La madrevite (Manni, Lecce 2000), Venti fusioni a cera persa (Manni, Lecce 2002). Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005), col quale paga il suo tributo alla città d’origine, poco amata, mai più visitata. Nell’ottobre del 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona (Milanocosa Edizioni, Milano, 2012).

Rossella Seller, medico psichiatra, appassionata viaggiatrice, scrive poesie e racconti brevi dall’adolescenza. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta poetica Nello Specchio di Alice (Lietocolle) il cui testo è stato anche utilizzato in readings e spettacoli teatrali. Diverse sue poesie hanno vinto concorsi letterari e sono presenti in antologie e riviste poetiche.

 

 

Annunci

8 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

8 risposte a “UNA POESIA INEDITA di Giorgio Linguaglossa “Diramazioni incorniciate dalle torrette blindate si diradavano nel buio”, DUE POESIE INEDITE di Francesca Diano “L’esclusa”, “Sulla tomba di Igor Stravinskij”, DUE POESIE INEDITE di Antonio Sagredo “Viaggio a Herat-Vesania”, QUATRO POESIE di Annamaria De Pietro “Prosopopee” (2002), POESIA INEDITA di Rossella Seller “Di ritorno da Auschwitz” – SUL TEMA DELL’ISOLA DEI MORTI di Böcklin (STIGE o ACHERONTE)

  1. ricevo alla mia e-mail e trascrivo da Adam Vaccaro il commento seguente:

    Caro Giorgio, hai postato una selezione di testi e autori, che a partire dal tuo (in cui tragedia rabbia e sarcasmo riportano la visionarietà a lampi del presente) compongono un serto e un viaggio lanciato e a tratti lancinante nell’oltre sentire e vedere, nel buio e nelle sue visioni illuminanti che sono nostra fonte costitutiva, nel tempo che pare ormai più non ci appartenga.

    Adam

  2. Caro Giorgio,
    la tua opera è frutto della unione naturale, ma anche profonda e consapevole nella tua persona dello studioso, dello scrittore e poeta, del linguista e del filosofo.
    Voglio dire che sei un’artista completo perché riesci a fare coesistere nel pensiero e nella scrittura queste dimensioni spesso in contrasto: la dimensione inconscia della creazione e quella razionale del ragionamento critico, storico e filosofico.
    In questo modo nella tua parola di poeta è possibile ritrovare una tridimensionalità e quindi il collocamento del dicorso poetico nello spazio, nel tempo e nella storia, cosa non facile in questa epoca segnata da un forte egocentrismo anche in campo artistico.
    In questa collocazione a pieno spazio della parola poetica, credo stia la cifra significante della tua scrittura.Una scrittura del tutto originale, così come il tuo pensiero e il tuo lavoro di studioso.
    A tale proposito cito un passo da “Il Principe” di N.Machiavelli, Cap. 6, par. 5:
    “E debbasi considerare come
    non è cosa più difficile a trattare, né più dubia a riuscire,
    né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre
    nuovi ordini. Perché lo introduttore ha per nimici
    tutti quelli che delli ordini vecchi fanno bene, et ha tepidi
    defensori tutti quelli che delli ordini nuovi farebbono
    bene. La quale tepidezza nasce, parte per paura delli avversarii,
    che hanno le leggi dal canto loro, parte dalla incredulità
    delli uomini; li quali non credano in verità le
    cose nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza”
    Dunque, caro Giorgio, felice continuazione del tuo ottimo lavoro.
    Sandra Evangelisti

  3. Ricevo alla mia email e trascrivo il commento di Annamaria De Pietro:

    Caro Giorgio,

    grazie dell’accoglienza all’ombra delle parole e dei cipressi, e in ottima compagnia. Diano e Seller non le conoscevo, ma i testi che leggo qui li trovo assai interessanti, tesi, duri; Sagredo lo conosco bene, anzi corrispondiamo vivacemente mandandoci testi e chiacchiere.

    Un’annotazione: manca un bel pezzo, quello finale, della Prosopopea di Orfeo, che termina qui con una virgola sola e disperata. E il pezzo che manca, oltre a semplicemente mancare, è quello che contiene il come e il perché dello sparagmòs del misero cantore. Ti chiedo la cortesia d’inserire la parte mancante. Grazie.

    Quanto al tuo testo, nella sua calibrata, processionale violenza da verbale gelido e spietato, mi appare come un lungo racconto (mito nel suo significato originario) che si spinge e si respinge al varco dell’aleatorietà di una soglia, ove niente è chiaro, niente ha una direzione vera, niente è ‘questo’, niente è ‘quello’. “E’ un inizio o una fine?” / ma non ottenni risposta. E da una cicatrice, due volte spalancata, male si sa che cosa esca – verso dove? La spoliazione ultima, la consumazione, si nega nel momento stesso in cui si pone, al traino di una molteplicità di apparizioni, attori e comprimari, e non manca, autorevole da un alto senza cielo, l’elicottero di Bergman, quello che fa l’ombra del ragno sul muro, e porterà via colei che da un muro inventò una soglia.

    Il décor è quello di un lager, in cui lavorano diavoli aguzzini, ma aguzzini neanche tanto, diavoli neanche tanto – vige una gelida burocrazia quasi impiegatizia che declina la graduazione della morte, delle tortuose vie del sonno – vige una topografia sparuta, un muro perimetrale che fa un angolo, inatteso dopo le cancellate di filo spinato. Ma dietro quell’angolo non si sa dove andare, non c’è più ‘dove’. In questo movimento continuo, imitazione commedia e farsa di un vero movimento, quello che porta da qua a là, unico elemento fermo, dopo l’ascesa dalla botola cicatrice, sono le statue bianche, e unico colore è il bianco, il non colore, l’insulto della stasi. Mi viene in mente che in Orfeo. Euridice. Ermete di Rilke unico colore è il rosso, quello del sangue che affluisce agli uomini: Di rosso altro non c’era.

    All’inizio ho detto ‘violenza’. E’ elemento fondamentale della mia come si suol dire ‘poetica’. Poesia come oltranza e strappo, appropriazione ladra e chirurgica del cosiddetto dato, o della cosiddetta realtà (parola insopportabile). E quando poi, come qui nel tuo testo, la violenza procede in una sorta di calma solenne, da verbale dicevo prima, cosa posso chiedere di più?
    Ancora grazie Giorgio, e a risentirci, penso.

    Annamaria De Pietro

  4. Sono particolarmente contento della qualità delle poesie di questo post: Antonio Sagredo, Annamaria De Pietro, Francesca Diano e Rossella Seller ci offrono un tipo di poesia che si allontana e di molto dalla poesia che oggi va di moda un po’ troppo facile e, diciamolo pure, abbastanza scontata che tratta il “quotidiano” e il “privato”. L’intento dell’Ombra delle Parole è appunto quello di mostrare che c’è un altro tipo di poesia, che tratta tematiche e non tematismi, che ri-adotta le tematiche eterne, ad esempio quelle del rapporto che lega l’uomo contemporaneo con il Potere, e quella che tenta di decifrare(e leggere) in modo nuovo il Mito (e non usarlo in modo parassitario per abbellire una composizione).
    Sono convinto che la scelta di un “tema” diverso è già in sé un atto ESTETICO e POLITICO, di contro all’omologismo che invade le scritture poetiche parassitarie che non pensano neanche a mettere in discussione i propri assunti di partenza. Per fare una poesia diversa bisogna prima pensarla, averla pensata lungamente; è fin troppo facile fare poesia di seconda mano, diciamo assumere come dato di fatto la “secondarietà” come un assioma basandosi sull’assunto che tanto il Novecento ha già detto tutto e che non c’è niente di nuovo a dirsi e a farsi. E allora, occorre dirlo in modo netto..e chiaro: c’è oggi in Italia chi fa, con ottimi risultati una poesia che non assume la “secondarietà” come dogma inconfutabile. La “secondarietà” si confuta da sola: chi continua a scrivere in continuità con la linea discendente di una tradizione che non c’è più tradisce soltanto il buon senso oltre che la logica elementare del pensiero.
    È oggi possibile scrivere una poesia che non ricalca parassitariamente le orme di quella passata.

  5. Questa raccolta in itinere che nasce da un dipinto inquietante, ha un sapore estremamente vitale. Credo che nulla come il sentimento della morte sia oggi tanto vivo e questo dovrebbe far riflettere. E’ lo stesso sentimento del “chi vuol esser lieto sia / del doman non v’è certezza”, in cui Lorenzo manifestava la percezione della fine di un’epoca. Solo che noi non abbiamo dietro le spalle un Rinascimento che va morendo, ma siamo gli eredi della morte del Romanticismo, con i suoi ideali, il suo sguardo al passato e al futuro, le sue foreste selvagge, le sue vette avvolte nelle nebbie e i suoi mari ghiacciati. Di tutto questo che ci rimane? Un po’ di nebbia, un po’ di ghiaccio e qualche foresta devastata. Ed è con questi relitti che dobbiamo ricostruire. Quando, come, non so. Ma lo si farà. Credo che compito nostro sia quello di preservare e custodire ciò che resta. Come amanuensi in uno scriptorium.

  6. Ambra Simeone

    caro Giorgio,

    sono d’accordo con te, esiste un diverso tipo di poesia, per molti è più facile quando si ripercorre le stesse orme di altri (e in realtà lo è) e tutto quello che è fuori da questi canoni è dilettantesco o non-poetico, ma ognuno deve seguire la propria strada e perseverare!

    la tua poesia-racconto è molto bella (come le altre degli autori presenti), è una poesia dialogo, mai verità assoluta, ma che anzi lascia spazio alla riflessione, una poesia che parla di un passato-presente, al lettore non serve lasciargli lo spazio per decifrare parole complicate, forse gli serve che riesca a confrontare un contenuto poetico con la realtà che lo circonda e il suo vissuto personale!

  7. antonio sagredo

    [a proposito della “Isola dei Morti” di B…. >>
    >> dalla mia nota 258, p. 120, al Corso su Mandel’stam di A. M. Ripellino 1974-75] :
    —-
    ” Inattività, inazione, accidia, staticità, abulia… sono alcuni termini per definire questa città orientale: Mosca!
    In Pro eto (Di questo) Majakovskij recita: “Dalla parte / Böcklin / allungandosi sulla città / ha fatto di Mosca un’ isola dei morti”; questo quadro simboleggiando per Majakovskij il gusto piccolo-borghese. In Majakovskij – Opere, a cura di I. Ambrogio, 1972, vol.5, p. 240 e nota 4 a p.448. Da ricordare che il poeta assistette nel febbraio del 1914 “al 7° concerto sinfonico diretto da Kuseviskij, che eseguì L’isola dei morti di Sergej Rachmaninov”, in V. Katanian, op. cit., p.26. //// Questo quadro (la terza versione) che A. Hitler preferiva su tutti lo acquistò ad una asta nel 1936 ; lo tenne dapprima nel suo studio, e poi fu posto, se ricordo bene, in un museo. Aleggia, dunque, il mondo del piccolo medio borghese… il biedermeier anche nella Russia sovietica! Non deve destare sorpresa se questo dipinto piacesse tanto ai dittatori; anche Lenin ne restò affascinato. Freud, studioso del Thanatos, non poté non restarne attratto”.

  8. Gabriele Fratini

    Queste poesie sono veramente belle. Molto colpito da Dalle Prosopopee di De Pietro, che rivisita la poesia umanistica-rinascimentale in chiave moderna, ma anche la poesia visionaria di Linguaglossa, in generale il livello è alto in tutti gli autori. Da amante della poesia italiana storica, dopo aver letto tanti autori attuali che mi hanno lasciato poco, forse ho trovato un filone che mi è congeniale. Complimenti, conto di approfondire tutti gli autori presenti. Un saluto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...