Alfonso Berardinelli LA POESIA DEL NOVECENTO – DA RILEGGERE: SBARBARO, CAMPANA, REBORA I MODERNI con un Commento breve di Giorgio Linguaglossa

Riproponiamo questo breve appunto di Alfonso Berardinelli sulla poesia italiana pubblicato nel 2010 nella speranza che qualcuno tra i lettori voglia esprimere la propria opinione.

franco fortini 1(Avvenire, 22 gennaio 2011)pier paolo pasolini

Che cosa sappiamo e pensiamo, ormai, del­la poesia italiana del Novecento? L’argo­mento non sembra suscitare interesse. I dibattiti, le polemiche, gli scontri degli anni Ses­santa e Settanta appartengono a un’epoca remo­ta. Oggi sarebbero inimmaginabili. Sperimenta­lismo, avanguardia, impegno, formalismo sono termini fuori corso. La lingua degli ideologi di al­lora (Fortini, Pasolini, Sanguineti) è quasi intra­ducibile. Nelle università sulla poesia non si fan­no corsi, non si danno tesi di laurea: quando av­viene, si tratta di eccezioni. È perfino raro che si organizzi un convegno sulla poesia contempora­nea.

Eugenio Montale

Eugenio Montale

 Eppure qualcosa è avvenuto a Berlino per i­niziativa di Angelo Bolaffi, che dirige l’istitu­to italiano di cultura e si è impegnato in questi an­ni a spiegare ai tedeschi il Novecento italiano. Co­sì, alla fine, è arrivato il turno della poesia. A metà gennaio tre giorni di letture, conferenze, semina­ri sono stati dedicati alla nostra poesia dall’inizio del Novecento a oggi, con il coinvolgimento del­la Freie Universität e della Literaturwerkstatt. Par­tecipanti: Romano Luperini, Patrizia Cavalli, Giu­lio Ferroni, Antonella Anedda, Roberto Galaver­ni, Anna Maria Carpi, Patrizia Valduga, io stesso. Il laboratorio di traduzione è stato condotto da Theresia Prammer, Camilla Miglio e Piero Salabè.
I risultati? La poesia dell’intero Novecento an­drebbe riletta e anche sul presente non manca­no i disaccordi. Dell’ermetismo non si parla più. Ungaretti vale soprattutto per il suo primo libro.

mario luziLuzi diventa interessante se letto accanto ai suoi coetanei Sereni, Caproni, Bertolucci: che secon­do alcuni superano i più giovani Pasolini e Zan­zotto. Il primato di Montale e Saba resta indi­scusso. Penna e Amelia Rosselli hanno influenzato più di ogni altro le giovani generazioni. Giovanni Giudici (vero erede di Gozzano e Saba) è quasi di­menticato. La neoavanguardia anni Sessanta è stata soprattutto una costruzione ideologica. Più che Marinetti (poeta-vate elettrizzato) i veri mo­derni sono stati Sbarbaro, Campana, Rebora. Quanto a me, ho definito il postmoderno «speri­mentalismo neoclassico».

Commento breve di Giorgio Linguaglossa

Per far fare un passo in avanti alla poesia italiana del nuovo secolo credo che occorra fare i conti con il più grande poeta del Novecento: Eugenio Montale, riprendere la lezione del modernismo europeo, superare la poesia scettico-cinica di Montale di Satura (1971) e considerare che nelle nuove condizioni della civiltà mediatica (una vera e propria rivoluzione) sia necessaria una riflessione sulle ragioni che oggi fanno apparire invecchiata la poesia di autori che cita Berardinelli in questo breve appunto: in primo luogo derubricare la poesia di Giovanni Giudici, troppo legata alla ideologia piccolo borghese degli anni Sessanta, e prendere le necessarie distanze da un poeta a mio avviso sopravvalutato come Sereni.

Al contrario di Mengaldo, io non considero un «capolavoro» il primo libro di Sereni, gli preferisco l’ultimo, Stella variabile del 1981 dove padroneggia meglio il registro medio-basso ed ha ormai assimilato l’abbassamento stilistico e lessicale delle sua poesia che aveva perseguito lungo quattro decenni di lavoro. Fu un risultato duraturo per la poesia italiana? Forse sì, e forse no. A breve termine sicuramente sì. La vittoria incontrastata di Sereni significò però l’abbandono di un’altra via che era stata tracciata e abbozzata dalla poesia di un Fortini il cui ultimo libro paradigmatico, Composita sovantur (1994), indicava almeno nelle intenzioni una diversa idea di sviluppo per la poesia italiana a venire. È stato un bene?, è stato un male?. Ai posteri l’ardua sentenza. Io ritengo che porre in questi termini la questione Sereni significa non voler vedere gli elementi irrisolti e di derivazione dal post-ermetismo che sono presenti come retaggio nella poesia di Sereni e che l’omissione di tale problematica non sia utile alla poesia italiana, tanto meno è utile la «deificazione» di un poeta e di un modo di fare poesia.

Considero inoltre la poesia di Clemente Rebora una operazione incompleta e insufficiente sotto il profilo della forma, ancora troppo mistica e poco formalizzata in uno stile. Si percepisce nella poesia di Rebora un avvicinamento ad uno stile proprio ma non uno stile compiuto.

Quanto alla esperienza della neoavanguardia e del successivo post-sperimentalismo, ritengo che sia stata una esperienza significativa e utile, e anche sotto certi aspetti inevitabile, da ricondurre a una forma di reazione alla poesia dei post-ermetici, utile almeno come campionario di possibilità linguistiche e stilistiche inespresse e non definite in uno stile riconoscibile che si è dissolto in una miriade di tentativi.

A mio avviso, siamo ancora al punto daccapo. Ci sono oggi però degli spunti e delle esperienze poetiche molto significative che vanno in direzione di una ricostruzione di una poesia che abbia le sue fondamenta sullo zoccolo duro della poesia del modernismo europeo.

Annunci

5 commenti

Archiviato in critica letteraria, poesia italiana del novecento

5 risposte a “ Alfonso Berardinelli LA POESIA DEL NOVECENTO – DA RILEGGERE: SBARBARO, CAMPANA, REBORA I MODERNI con un Commento breve di Giorgio Linguaglossa

  1. Commento breve di Giorgio Linguaglossa

    Per far fare un passo in avanti alla poesia italiana del nuovo secolo credo che occorra fare i conti con il più grande poeta del Novecento: Eugenio Montale, riprendere la lezione del modernismo europeo, superare la poesia scettico-cinica di Montale delle “Occasioni” (1971) e considerare che nelle nuove condizioni della civiltà mediatica (una vera e propria rivoluzione) sia necessaria una riflessione sulle ragioni che oggi fanno apparire invecchiata la poesia di autori che cita Berardinelli in questo breve appunto: in primo luogo derubricare la poesia di Giovanni Giudici, troppo legata alla ideologia piccolo borghese degli anni Sessanta, e prendere le necessarie distanze da un poeta a mio avviso sopravvalutato come Sereni.

    Al contrario di Mengaldo, io non considero un «capolavoro» il primo libro di Sereni, gli preferisco l’ultimo, “Stella variabile” del 1981 dove padroneggia meglio il registro medio-basso ed ha ormai assimilato l’abbassamento stilistico e lessicale delle sua poesia che aveva perseguito lungo quattro decenni di lavoro. Fu un risultato duraturo per la poesia italiana? Forse sì, e forse no. A breve termine sicuramente sì. La vittoria incontrastata di Sereni significò però l’abbandono di un’altra via che era stata tracciata e abbozzata dalla poesia di un Fortini il cui ultimo libro paradigmatico, “Composita sovantur” (1994), indicava almeno nelle intenzioni una diversa idea di sviluppo per la poesia italiana a venire. È stato un bene?, è stato un male?. Ai posteri l’ardua sentenza. Io ritengo che porre in questi termini la questione Sereni significa non voler vedere gli elementi irrisolti e di derivazione dal post-ermetismo che sono presenti come retaggio nella poesia di Sereni e che l’omissione di tale problematica non sia utile alla poesia italiana, tantomeno è utile la «deificazione» di un poeta e di un modo di fare poesia.

    Considero inoltre la poesia di Clemente Rebora una operazione incompleta e insufficiente sotto il profilo della forma, ancora troppo mistica e poco formalizzata in uno stile.

    Quanto alla esperienza della neoavanguardia e del successivo post-sperimentalismo,ritengo che sia stata una esperienza significativa e utile, e anche sotto certi aspetti inevitabile, da ricondurre a una forma di reazione alla poesia dei post-ermetici, utile almeno come campionario di possibilità linguistiche e stilistiche inespresse e non definite in uno stile riconoscibile che si è dissolto in una miriade di tentativi.

    A mio avviso, siamo ancora al punto daccapo. Ci sono oggi però degli spunti e delle esperienze poetiche molto significative che vanno in direzione di una ricostruzione di una poesia che abbia le sue fondamenta sullo zoccolo duro della poesia del modernismo europeo.

  2. antonio sagredo

    ricevo da Silvano Agosti questa e-mail, che, come si dice, si commenta da sola:
    Caro Antonio,
    ti sotto pongo i tuoi versi affinche tu li legga e confronti il tuo parere col mio.
    Ogni volta che leggo le tue composizioni poetiche penso. Se Joyce avesse scritto in poesia lo avrebbe fatto in modo incredibilmente simile al tuo. Ma i tuoi componimenti sono , come la prosa di Joyce, scolpiti nell’acciaio e vanno letti e avvolti nella bambagia della serenità. Rara purtroppo.
    Silvano Agosti
    sabato 22 febbraio 2014

    • gentile e stimato Antonio Sagredo,
      da quello che ho letto di tuo, qua e là, e che abbiamo volentieri pubblicato su questo blog, ritengo le tue potenzialità di autore di poesia (lasciamo la parola poeta a chi se ne fregia) del tutto fuori del comune, speriamo che le tue pubblicazioni che stanno sul tappeto si facciano presto perché così avremo sotto mano dei testi da valutare attentamente, ma sono convinto che quanto più riceverai elogi in pubblico tanto più crescerà la rivalità e la scontrosità tra le centinaia, anzi migliaia, di scrittori di versi che ambiscono all’Olimpo del Nobel, già in Italia abbiamo tanti versificatori proposti al Nobel da renderci ridicoli all’estero. Aspettiamo quindi le tue prossime pubblicazioni, pur consapevoli che una scrittura come la tua non troverà che pochissimi onestiores che sapranno riconoscerla.

  3. antonio sagredo

    mi scuso coi lettori: bisogna correggere la data in :

    22 maggio 2014

  4. Simone Carunchio

    “Mi capita di urlare la mia gioia di vivere”

    Di libri antichi e preoccupanti, come anche di moderni o di contemporanei, ma sempre preoccupanti, ne ho letti tanti, tantissimi, e tanto mi hanno indicato ed esemplato; però, però … mi hanno anche lasciato dei segni di malessere forse ‘inutile’, forse troppo utile per l’integrazione sociale. Pochi sono stati in effetti i libri sulla felicità, che non sia stata quella ‘banale’ della realizzazione di un amore passionale.

    Tra di essi me ne ricordo almeno un paio. Essi hanno il sapore del giornale di bordo e l’odore del porto e del mare. Del porto quello del Dalì, e del mare quello del Moitessier. Rispettivamente: Diario di un genio e La lunga rotta.

    Che cos’hanno in comune di bello, di nuovo, di speciale, per me, quei due libri marini? direi che essi sono spaventosi: sono, cioè, speranzosi e gioiosi e divertenti; mettono il lettore davanti a un esempio di essere umano, tra i due completamente diverso ma al contempo simile, che è, a mio parere: invidiabile.

    Sì, invidiabile: un tipo di essere umano che ha trovato il modo di coniugare concetto e corporeità, cultura e manualità, pensiero e azione (se questo tipo di contrapposizioni avesse senso). Insomma di un essere umano completo. In questo le esperienze comunicate da quegli autori si assomigliano, ma per tutto il resto sono completamente diversi: tanto aristocratico il Dalì, quanto popolano il Moitessier; tanto posato il primo, quanto agitato il secondo; il primo pittore monarchico, il secondo navigatore autarchico, ma entrambi rivoluzionari. Ambedue col rimpianto della musica. Operosi ambedue: il Dalì ci ha lasciato qualcosa come quindicimila opere, mentre il Moitessier ha compiuto un giro del mondo e un quarto in dieci mesi di navigazione in solitaria senza scalo.

    Come dimenticare il Dalì che ci narra di quando si trasformò in pesce? O di quando ritrovò la forma del continuum temporale nella forma delle chiappe di una sua amica? O di quando si rese conto che il corno del rinoceronte, la Merlettaia del Vermeer e la margherita rispondono tutti al medesimo algoritmo?

    Come dimenticare il Moitessier che ci narra di quando si ubriacò e si ritrovò con un fantasma di marinaio sulla barca? O di quando ci narra della storia dell’inutile soffietto che regalò e tempo dopo gli venne riregalato? Ma, ancor più, dove ritrovare quelle magnifiche descrizioni che egli effettua del mare, dei suoi colori, dei suoi suoni, dei suoi abitanti, della sua forza? Quella forza immane che egli si trovò ad affrontare per qualche mese durante l’inverno australe – ma che non ci racconta? Come dimenticarlo?

    E certo è importantissimo che egli non ce la racconti, che egli non ce la voglia raccontare: per pudore e perché, probabilmente, non ci voleva spaventare dell’andar per mare. Come dice Seneca ne L’ozio: “Se uno mi dice che navigare è bellissimo, ma poi aggiunge che i mari sono cosparsi di naufragi e infestati da frequenti burrasche … è evidente che costui, pur lodando la navigazione, in effetti mi vieta di salpare”.

    In questo suo riserbo, però, il Moitessier lascia giù delle frasi che mi piacerebbe sentire più spesso. Delle frasi che sono dei versi poetici, delle frasi che sono dei versi animaleschi, come (ottonario dopo ottonario): “mi capita di urlare la mia gioia di vivere”.

    In questo senso anche il Dalì non è da meno: “Vado a letto felice”. E lo afferma in quanto Gala era rimasta ammirata dai suoi quadri.

    Qualcosa, insomma, in entrambe le occasioni, di ben diverso da “Il male di vivere ho incontrato” del vecchio Montale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...