SUL TEMA DELL’ISOLA DEI MORTI di Böcklin (Stige o Acheronte) – Quattro Poesie di Nazario Pardini

arnold bocklin Toteninsel (L'isola dei morti)

arnold bocklin Toteninsel (L’isola dei morti)

Arnold Böcklin (1827-1901) dipinse diverse versioni del quadro fra il 1880 e il 1886. L’opera fu estremamente popolare all’inizio del XX secolo e affascinò personaggi come Sigmund Freud, Lenin, George Clemanceau, Salvador Dalì e Gabriele D’Annunzio. Adolf Hitler ne possedeva una versione originale, acquistata nel 1936.

Tutte le versioni del dipinto raffigurano un isolotto roccioso sopra una distesa di acqua scura. Una piccola barca a remi, condotta da una persona a poppa, si sta avvicinando all’isola. A prua ci sono una figura vestita di bianco e una bara bianca ornata di festoni. L’isolotto è dominato da un bosco fitto di cipressi, associati da lunga tradizione con i cimiteri e il lutto, circondato da rupi scoscese. Nella roccia sono presenti quelli che sembrano essere portali sepolcrali. L’impressione complessiva è quella di uno spettacolo di desolazione immerso in un’atmosfera di mistero.

nazario pardini ulisse 3 Arnold Böcklin non ha fornito alcuna spiegazione pubblica circa il significato del suo dipinto, anche se l’ha descritto come «un’immagine onirica: essa deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe fare paura». Il titolo, che gli è stato dato dal mercante d’arte Fritz Gurlitt nel 1883, non è stato specificato da Böcklin, anche se deriva da una frase scritta in una lettera inviata nel1880 ad Alexander Günther, che aveva commissionato l’opera. Non conoscendo la storia delle prime versioni del dipinto, molti critici d’arte hanno interpretato il vogatore come una rappresentazione di Caronte, che nella mitologia greca conduceva le anime agli inferi. L’acqua è quindi il fiume Stige o l’Acheronte, e il passeggero vestito di bianco un’anima recentemente scomparsa in transito verso l’aldilà.

Ulysses and the Sirens, mosaic, 3rd century AD Roman from Dougga/Thugga, Tunisia   Photo Credit: [ The Art Archive / Bardo Museum Tunis

Ulysses and the Sirens, mosaic, 3rd century AD Roman from Dougga/Thugga, Tunisia
Photo Credit: [ The Art Archive / Bardo Museum Tunis

 La spiaggia di Levrechio sull’isola di Paxos si trova di fronte alla foce dell’Acheronte fiume che attraversa l’Epiro, regione nord-occidentale della Grecia, e si congiunge col mare nei pressi della cittadina di Parga.
L’Acheronte è un affluente del lago Acherusia e nelle sue vicinanze sorgono le rovine del Necromanteio, l’unico oracolo della morte conosciuto in Grecia. Ma Acheronte (in greco Ἂχέρων, -οντος, in latino Ăchĕrōn, -ontis) è anche il nome di alcuni fiumi della mitologia greca, spesso associati al mondo degli Inferi.
Secondo il mito sarebbe proprio un ramo del fiume Stige che scorre nel mondo sotterraneo dell’oltretomba, attraverso il quale Caronte traghettava nell’Ade le anime dei morti; suoi affluenti sarebbero i fiumi Piriflegetonte e Cocito. Il suo nome significa “fiume del dolore”. (nota di Francesco Aronne)

 

 

Nazario Pardini

Nazario Pardini

Nazario Pardini

Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

 

apollo e dafne

apollo e dafne

Il peso delle pietre

E ci portiamo dietro questo peso
di pietre graffite da nomi
di padri e di madri
volati all’azzurro.
Di pezzi di muro
tatuati da dita intrecciate di sogni
per dire: “Ti amo.”
Di gerle di sere
d’incontri d’amore
corrose da acide piogge di tempo.
Di sguardi di lava volati nel cielo
e tornati a pesare.
E di forza rocciosa
sgretolata da ore, da giorni
in pese parole
restate nell’animo
e poi andate a sostare.
Lo porterò con me oltre quel fiume
quel sacco di pietre aggrappato alle spalle.
Lo renderò leggero,
lo renderò una piuma,
per fargli guadare quel fiume,
per farlo volare.
L’abbraccerò con tutto il suo sapore
di terra coltrata, di verde di mare,
di luce di sole, di perse parole
per non farlo morire.

(Da I canti dell’assenza, inedito)

 

apollo e dafne

apollo e dafne

 Oltre quel muro

La notte
ai flebili lumi
e fra le stelle
belle le mie anime
sul prato al cimitero;
all’ora tarda,
quando i viventi
sono nei giacigli,
s’incontrano tra i tigli
ed i cipressi.
Escono dai marmi freddi
sulla loro terra
e tra l’odore di cera
e il fumo della notte,
tra l’esalare di rose,
di gigli ed orchidee,
parlano di affetti e di ricordi
ai bordi dei sepolcri;
li puoi vedere:
ecco mio padre con mia madre
ed ecco mio fratello
che sorridente
per l’agognato arrivo
vola di gioia.

Restano le anime
fino a notte fonda,
non odi parole di spiriti,
ma vedi l’aria che vibra,
l’aria che tocca le fronde,
le lievi foglie
alle soglie dei sepolcri.
La vita, la morte,
le corte strade,
le rade immagini dei viventi,
gli spenti visi del passato:
tutto è beato ora.

Il regno dei morti
vive di nuovo,
sorge alla penombra
e si anima nel tardi;
se guardi sotto l’ombre
dei cipressi,
i tramonti attendono l’oscuro,
il puro regno
oltre quel muro
dei nostri cimiteri.

(Da I simboli del mito, Pomezia 2013)

 

campo di concentramento 2La morte

“Eccomi giunta!
Mi hai ritratto
nei modi più strani:
foglie dai rami cadenti,
sere offuscate da brume,
tramonti con neri pensieri,
libecci che arruffano aghi,
resti di mare
su aride spiagge salate,
stecchi di tigli
su vaste distese nevate
e tramonti e serate
e anime morte randagie
e battere colpi
nei folti di fonde nottate.

Ora che sono giunta
mi vedi;
l’aspetto mio esterno
è quello di donna avvilita,
macilenta e silente
che striscia fra gente occupata
che conto non tiene
di pene, di affanni,
di giorni, di anni.”.

“Io sono il poeta
ritarda la meta di un attimo solo
che finisca i miei versi:
sono quelli dispersi
degli ultimi giorni,
dirò le ultime cose:
voleranno domani
tra macule, ombre e barlumi.”.

La donna severa
con gli occhi incavati
sul volto di cera
“Finisci” gli disse
“Patisci le ultime ore,
il dolore dell’ultimo giorno.”.

E corte le note sui righi:
“Venne la morte
e prese il mio corpo,
ma lo spirito lasciò
in mezzo ai mortali
come natante tra le acque,
come uccello tra i boschi,
come vento tra i pini.
Lasciò l’etere suo sulle carte.
Lo lasciò murato
nell’immagine perenne
della donna che amò,
lo lasciò tra musiche cocenti
alla ricerca di cieli
che mai ebbe raggiunti.”.

“Eccomi giunta!
Prepara il tuo seno
che breve è il tragitto
che insieme faremo.”.
Ed ancora vola lo spirito
e s’azzarda nell’ora più tarda
ad aggrapparsi alle nubi,
ma restano sospese le ali
tra l’arie più sacre
e i peccati mortali.

(Da Dicotomie, Milano 2014)

apollo e dafne

apollo e dafne

Il canto di Alceo

Se a me è cantare, lo farò stasera
sullo splendido fiume che disperde
l’anima chiara dentro il mare cupo
di Eno. Già il sole strugge la sua mole
in mezzo all’onde e il cielo rutilante
è speculare ai gorghi rumorosi
della foce. Diffonde il suo mugghìo
sui pascoli prativi della Tracia
verde e distesa. Ed io farò che appaiano
gli sciami di fanciulle dalle guance
rosate e dai capelli d’oro nelle
tremule note delle ghiaie. I guadi
rifletteranno trepide le cosce
(le sfioreranno mani dolcemente)
lucide come d’olio. E questa sera
nel festino lucente delle coppe
traboccanti del nettare che i colli
dettero generosi, ci faranno
dimenticare l’ardua eccitazione
delle ferali gesta. Sia il simposio
stasiotica fucina e gran sollievo
d’asperità. Leggiadre le figure
d’efebica snellezza còlte d’ansito
quali cerbiatte sussultanti all’ombre
sperse nel bosco o ardue di volute
quali puledre indomite di Tracia
negli scarti selvaggi, ecciteranno
i nostri sensi gonfi di passione.
E prima che la morte
ci getti alla deriva nelle forre
(il nostro crine bianco sarà scherno
e ludibrio di freschi sguardi ai brividi
d’amore) palperemo i corpi freschi
di verginale pelle di fanciulle
esili e generose. I bei tramonti
saranno qui con noi con il respiro
di divini salmastri ad esalare
gli acuti della vita. Il cielo è fulvo,
è rosso, è bianco, è verde per gli svoli
di colimbi, d’aironi e cormorani
che frangono nel rosso della sera
gemme bianche dai frutti alle correnti
del fiume testimone.
Menalippo
e tu mio amico, e tu, e tutti voi
che baciati da sorte generosa
vi vedete, cessate di pensare
al torbido Acheronte. Ubriacatevi
e Menalippo tu fallo con noi;
tu forse credi di poter rivivere
questa luce di sole. Riassaggiare
il nettare che turba od i piaceri
del corpo, se una volta nel buiore
sarai dell’Acheronte. Non sogniamo!
Nemmeno la saggezza, neanche quella
valse a Sisifo, seppure figlio d’Eolo,
un re. Alla morte si pensava Sisifo
di avere scampo. Ma sotto la terra
nera, arrivato là oltre Acheronte,
il re figlio di Crono lo tormenta.
“Fugite quaerere!”. Noi siamo ancora
giovani per quel mondo. Non pensiamo
a quel regno. Da là non si ritorna.
Non rivedremo più le iridescenti
luci riflesse sopra i verdi pampini
di un sole vesperale. Sia sommersa
la sorte dall’oblio che l’ebbrezza
ci donerà d’efebico sopore.

(Da Canti arcaici in Alla volta di Lèucade, Viareggio 1999)

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12 commenti

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12 risposte a “SUL TEMA DELL’ISOLA DEI MORTI di Böcklin (Stige o Acheronte) – Quattro Poesie di Nazario Pardini

  1. Toccanti, profonde, emozionanti. Complimenti. Sandra Carresi

  2. nazariopardini

    Ricevo per mail e posto:
    Poesie emozionanti, vere e profonde. Grandissimo. Un caro saluto e un forte abbraccio.
    Sandra Carresi

  3. Grande stima ed empatia da parte mia , come sempre .
    Auguri per il prosieguo
    leopoldo attolico –

  4. Pasquale Balestriere

    Pardini canta. Libero e nudo. Fa cantare i versi, fa vibrare la vita. Nella resurrezione operata dalla sua poesia ogni cosa -oggetto, persona, simulacro, ombra- trova spazio e diritto all’esistenza. Canta dolce, Pardini, quasi culla le sue creature. Che oscillano dal piano del reale a quello di una fantastica creatività. E intanto incombe una natura fervida che s’insinua tra i versi e grida la sua bellezza e la sua forza. In un turbinio di affetti che commuove il poeta stesso e il lettore.
    Quando si dice poesia…
    Pasquale Balestriere

  5. Inutile sottolineare le emozioni che da sopite e lievi si agitano in un crescendo , che accompagna il ritmo e la musicalità di queste prove poetiche dell’amico Nazario. Sappiamo bene quanta cultura si conserva nel suo bagaglio, e quale sia la capacità di comunicare con precisione e ricchezza attraverso la pagina scritta. La fantasia oscilla per esplodere e riesce sempre a colpire, in quel taglio che cercherà gli irresistibili rimbalzi del subconscio. Bene ! Auguri ! http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.com

  6. Franco Campegiani

    Confronto molto interessante. “L’isola dei morti” di Böcklin è l’antecedente forse più immediato del teatro del Vuoto dechirichiano. E’ un dipinto che impressionò moltissimo gli artisti, i poeti e i musicisti a cavallo tra il ventesimo ed il ventunesimo secolo, influenzati dal Decadentismo, dal Nichilismo e dal Simbolismo, confluenti nel decretare la morte della metafisica e della mitologia. Nazario Pardini è artefice di una poetica diametralmente opposta, a parer mio. Egli non vive il mito come ode funebre, come illusione metafisica, come fiaba onirica sepolta nei labirinti psichici, bensì come mito sorgivo autentico, come vento fresco di primavera, come ispirazione che viene dall’oltre a scuotere l’avvizzito e intorpidito intelletto umano. In questo confronto può chiarirsi finalmente in modi paradigmatici la differenza che corre fra mitopoiesi e mitologia.
    Franco Campegiani

  7. Ambra Simeone

    un puro canto poetico quello di Nazario Pardini, impeccabile nella dolcezza!
    leggo con stima i suoi testi
    un caro saluto

  8. Roberto Mestrone

    Brevi riflessioni sbirciando “Oltre quel muro”, di Nazario Pardini.

    La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca.
    Leonardo da Vinci, Trattato della pittura.

    Böklin, col suo Toteninsel, ci ha accompagnato accanto ai cipressi di Foscolo e sulle sponde dell’Acheronte dantesco. Tra le pieghe impassibili di rocce granitiche abbiamo lambito il silenzio della morte e sopra le acque scure si è socchiuso, al nostro sguardo, il ciglio del mondo che pulsa oltre la vita.
    Ma un dipinto non dà voce al pianeta dei defunti.
    La pittura è una poesia che si vede e non si sente, un’armonia di immagini e sensazioni senza suoni che ci diletta col sortilegio di colori ed ombre sapientemente impressi sulla tela. Solo gli occhi ne traggono godimento.
    Nazario Pardini ha restituito la parola ad un quadro ammutolito dalle cupe tinte dell’oblio, dando respiro a una Natura soffocata dal pennello esiziale del Nulla, eterno carnefice di ataviche nostalgie.
    E si assiste all’incontro degli spenti visi del passato con le rade immagini dei viventi, tra l’odore di cera e il fumo della notte.
    L’aria che vibra, l’aria che tocca le fronde, giunge al cuore accompagnata da versi lievi e carezzevoli come raggi celesti. E il petto si inonda di gioia.
    Oltre quel muro è la cronaca di un idillio che coniuga passato e presente, illusioni e certezze, realtà e fantasia; si intrecciano e si fondono fronde verdi con il sorriso dei cari estinti, compagni dei sogni e complici delle tenebre.
    Sorretto da affetti e ricordi il regno dei morti vive di nuovo, sorge alla penombra e si anima nel tardi, come fiore raro che rinserra i petali al sole e sboccia a notte fonda.
    Tutto è beato, sul limitare dei sepolcri.
    E tra le pietre sbocciano rose, gigli ed orchidee, sotto i cipressi risplende il tramonto, sul mare immobile verdeggia il tappeto di un prato.
    La Poesia è una pittura cieca, ma chi la sa nutrire di fulgido amore e di calde speranze inonda il buio di luce, dipingendo con i versi le sponde di un Lebensinsel ai confini del puro regno, oltre quel muro dei nostri sentimenti.

    Roberto Mestrone

  9. nazariopardini

    Ricevo per mail e posto:

    Sul limite dei sepolcri tutto si compie: presente e passato s’intersecano, hanno strani bagliori, fulgidissima luce eterna, le spore di tenebra che ascoltano il silenzio dell’Ade. Quel lunghissimo e sereno sorriso metafisico che rende complici la natura, la vita; di un suo estremo peregrinare chiude le porte alla morte, ma le spalanca al sogno: dalla penombra rinserra i nostri defunti, proiettandoli oltre l’immaginario, oltre il limite del vero e del falso, della verità e della gloria…e pare che il sogno vibri ancora della ns. speranza futura, del ns. paradiso perduto coniugando il linguaggio dei sensi che, foscolianamente, s’intersecano coi morti, con le memorie sospese a mezz’aria, come un canto immortale che s’illumina dei nostri sensibili e fragili canti e le inonda di un fantomatico crescendo in progress, di una vita nova che la penna di Dante ha trattato così bene nella sua Divina Commedia, e proprio come lui ne viviamo le immagini, trasfondendo nel buio della notte dei tempi le ns.vanaglorie.
    Oltre quel muro il ns. regno di latta nutre tutto ciò che si rianima e vive con noi nell’eternità di un solo fulgido mattino di sole…La poesia di Pardini è diventata un celestiale canto che ha il privilegio di restituirci i “Fiori del male” di Baudelaire, o i Sepolcri di Foscolo in formato moderno, una sorta di rivisitazione neoclassica che la dice lunga sull’autorevolezza architettonica e letteraria di questo grande poeta moderno. Auguri e, tante altre occasioni come questa, di renderci godibili e pregnanti i tuoi versi, che sbocciano come fiori notturni dall’intimità con fulgide stelle…

    Ninnj Di Stefano Busà

  10. nazariopardini

    Ricevo per mail e posto:

    Variazioni sul tema della morte in quattro liriche
    di Nazario Pardini

    Queste quattro liriche sono altrettante originalissime variazioni di un tema centrale per tutti gli uomini: la morte. Le prime tre hanno in comune la struttura, il linguaggio e l’identificazione dell’io narrante con l’autore.
    Il peso delle pietre è la massa dei ricordi delle persone care scomparse, degli affetti, dei sogni, degli amori, che il poeta custodisce gelosamente e si tiene addosso come un «sacco di pietre aggrappato alle spalle», con l’intento di portarselo con sé oltre il fiume della morte.
    In Oltre il muro, l’autore immagina che le anime dei suoi cari defunti (padre, madre, fratello), a notte fonda, mentre i viventi dormono, «s’incontrano tra i tigli / ed i cipressi» sul prato interno al cimitero e «parlano di affetti e di ricordi», senza proferir parole, ma «l’aria che vibra» è il segno della loro momentanea risorta vitalità.
    Nel componimento La morte è la morte in persona che si presenta al poeta non «nei modi più strani» con cui l’ha sempre ritratta, ma come una «donna avvilita / macilenta e silente». E lui chiede ancora (e lei lo concede) «un attimo solo» per sistemare gli ultimi versi. Questi diranno della morte che è venuta e gli ha preso il corpo, «ma lo spirito lasciò / in mezzo ai mortali». Arriva infine la morte e se lo porta via, ma lo spirito «s’azzarda» a restare, ad «aggrapparsi alle nubi», inutilmente.
    Il quarto componimento è diverso dagli altri per struttura, linguaggio e oggettività della rappresentazione. Parla il greco Alceo in un canto che raccoglie per l’ultima volta tutti i temi della sua poetica: la passione civile e politica, l’amore e l’amicizia, l’occasione conviviale e il vino, la precarietà dell’esistenza umana. Prima che giunga la morte, Alceo vede con gli occhi della mente un festino con «sciami di fanciulle dalle guance / rosate e dai capelli d’oro» e un banchetto con l’amico Melanippo e gli altri, che invita a ubriacarsi e a lasciarsi sommergere dall’oblio per non pensare alla morte.
    Fin dalla prima lettura questi testi mostrano alcune peculiarità che potrei sintetizzare così: chiarezza espressiva, abbondanza di immagini, calore sentimentale.
    Il messaggio appare subito comprensibile, anche se (giustamente) non è veicolato mediante concetti, ma tramite grappoli di immagini, quasi pannelli diversi che illuminano o arricchiscono il motivo centrale. E questo è un Leitmotiv, una colonna sonora che attraversa tutto il componimento.
    La naturalezza di cui sto parlando non è frutto di ingenuità o mera spontaneità o limitatezza culturale, ma è il risultato di una profonda cultura, di un lungo esercizio e di una consolidata competenza tecnica. Pertanto, siamo di fronte a una semplicità apparente, soltanto perché la mano dell’artista sembra abilmente nascosta e di primo acchito quasi invisibile. È la chiarezza icastica che solo i veri poeti raggiungono dopo anni di scrittura e di sperimentazioni.
    Pardini procede generalmente per sequele di metafore e analogie che aprono continuamente nuovi scenari, quasi anelli di una catena. Ecco due esempi. Per dire che porterà sempre con sé il sacco dei ricordi oltre la morte, scrive: «L’abbraccerò con tutto il suo sapore / di terra coltrata, di verde di mare, / di luce di sole, / di perse parole» (Il peso delle pietre). Nella lirica La morte questa è ritratta con le seguenti immagini: «foglie dai rami cadenti,/ sere offuscate da brume,/ tramonti con neri pensieri,/ libecci che arruffano aghi,/…/ stecchi di tigli / su vaste distese nevate / e tramonti e serate / e anime morte randagie…».
    Rare sono le similitudini: «come natante tra le acque,/ come uccello tra i boschi,/ come vento tra i pini» (La morte); «quali cerbiatte sussultanti all’ombre /…/ quali puledre indomite di Tracia» (Il canto di Alceo).
    Una musica ininterrotta percorre l’intero componimento, gonfiandosi di note e armonie man mano che si va avanti (come palla di neve che, scendendo al piano, s’ingrossa vieppiù), grazie ad alcuni piccoli accorgimenti tecnici.
    Innanzitutto, una quantità di rime interne e assonanze con accento tonico preferibilmente sulla a (una vocale aperta che allarga l’ampiezza dell’immagine e del suono): «volati… tatuati…intrecciate …volati…tornati…sgretolata…restate…andate…aggrappato…guadare…volare…coltrata» (Il peso delle pietre); «offuscate…salate…nevate…serate…nottate…occupata…incavati…murato» (La morte). Ne Il canto di Alceo questa frequenza è più contenuta e distanziata, ma il ritmo viene ripetuto ogni tanto e l’eco resta nell’orecchio fino al termine della lettura: «cantare, v.1… chiara…mare, v.3… speculare, v.6… dimenticare, v.19… verginale, v.34… esalare, v.37… pensare, v.46… riassaggiare, v.50… vesperale, v.65» o anche «rifletteranno, v.13…sfioreranno, v.14… faranno, v. 18… ecciteranno, v.27… saranno, v.36».
    Un altro stilema caro al Pardini (e utilizzato nelle tre liriche fatte di versi liberi e di varia lunghezza, con prevalenza di quinari, senari e settenari) è la ripresa immediata, nelle prime parole del verso successivo, di una rima, che ne prolunga e incatena i suoni. Porto qualche esempio, aggiungendo di mio solamente il corsivo, per meglio evidenziare il concetto. Da Il peso delle pietre: «Di sguardi di lava volati nel cielo / e tornati a pesare…// restate nell’animo / e poi andate a sostare… // lo renderò una piuma,/ per fargli guadare quel fiume,/ per farlo volare». Da Oltre il muro: «e fra le stelle / belle le mie anime…// parlano di affetti e di ricordi / ai bordi dei sepolcri… // ma vedi l’aria che vibra / l’aria che tocca le fronde…// le lievi foglie / alle soglie dei sepolcri…// La vita, la morte,/ le corte strade,/ le rade immagini dei viventi,/ gli spenti visi del passato: tutto è
    beato ora…// e si anima nel tardi;/ se guardi sotto l’ombre…// i tramonti attendono l’oscuro,/ il puro regno / oltre quel muro…». Da La morte: «macilenta e silente / che striscia fra gente occupata / che conto non tiene / di pene, di affanni,/ di giorni, di anni.»
    Nella poesia che porta il suo nome, la morte è presente dappertutto, direttamente all’inizio e alla fine e indirettamente tante altre volte, attraverso un intelligente ricorso da parte del poeta a vocaboli indicanti oscurità, dolore, rottura, fine e simili, come «rami cadenti, sere offuscate da brume, neri pensieri, resti di mare, stecchi di tigli, anime morte, fonde nottate, macilenta, pene, affanni, dispersi, ultimi giorni, ultime cose, macule, ombre, occhi incavati, volto di cera, patisci, ultime ore, dolore dell’ultimo giorno, morte, murato, breve è il tragitto».
    Il canto di Alceo è un poemetto di 67 versi. Il metro scelto è l’endecasillabo sciolto, che meglio si adatta alla dimensione narrativa, mitica, epica e al canto a voce spiegata, volutamente spezzato verso la metà con l’unico settenario ‘E prima che la morte’ (v. 29). Lo stile si fa più sostenuto, più classicheggiante, ma conserva sempre la solita limpidezza e la vitalità tipiche del nostro autore.
    La lingua di questi componimenti è un italiano medio-colto, lessicalmente ricco e vario, preciso e chiaro, depurato dalle incrostazioni storico-culturali e riportato all’originaria genuinità. Contiene, inoltre, una larghissima presenza (oltre che di verbi e sostantivi) di participi e di semplici aggettivi che non sono quasi mai puramente esornativi, perché portano con sé una figura, un oggetto, un colore, un movimento. Se ne potrebbe tirar fuori un lungo elenco, soprattutto da Il canto di Alceo.
    Mi sono fermato sugli aspetti formali non perché questi di per sé siano sufficienti a generare poesia, ma perché, come si sa, ogni opera d’arte è un’operazione culturale, dotta che, grazie alla fantasia creatrice, riesce a manipolare sentimenti e passioni, gioie e dolori, sogni e amarezze, chiudendoli in una scrittura congeniale e perfetta, capace di sprigionare immagini vive e palpitanti. E questo avviene magistralmente nelle poesie di Nazario Pardini.

    Michele Battaglino (Poeta, scrittore, critico letterario)

  11. Nazario pardini mi commuove sempre con i suoi versi intrisi di intimismo ed universalità, trasfigura il mito e lo rende umano,una trasfigurazione dolce e malinconica per un oltre a cui tutti tendiamo la mano, per traghettare “il peso delle pietre” che ciascuno di noi si porta dentro, per farlo diventare finalmente leggero e lieve.Grazie , Nazario
    Nadia Chiaverini

  12. nazariopardini

    Grazie a tutti gli amici che hanno avuto la pazienza e la bontà di leggere la mia poesia.
    Nazario

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