Ivan Pozzoni da “Patroclo non deve morire” (2013) POESIE SCELTE – “Rubrica: La poesia della nuova generazione” con nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976; si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha dedicato molti articoli a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste. Tra 2008 e 2012 ha curato i volumi: Grecità marginale e nascita della cultura occidentale (Limina Mentis), Cent’anni di Giovanni Vailati (Limina Mentis), I Milesii (Limina Mentis), Voci dall’Ottocento I II e III (Limina Mentis), Benedetto Croce (Limina Mentis), Voci dal Novecento I, II e III (Limina Mentis), Voci di filosofi italiani del Novecento (IF Press), La fortuna della Schola Pythagorica (Limina Mentis) e Pragmata. Per una ricostruzione storiografica dei Pragmatismi (IF Press); nel 2009 sono usciti i suoi: Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press) e L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso (Liminamentis); Carmina non dant damen, Villasanta, Limina Mentis Editrice, 2012 e Patroclo non deve morire (2013) È direttore culturale della Limina Mentis Editore; è direttore de L’arrivista – Quaderni democratici. In un’azienda della D. O. è logistico.

Patroclo non deve morire (def)

COCKTAIL MOLOTOV

«Riempire una bottiglia di benzina»
[Mi nutro di vita]
«Avvolgere uno straccio attorno al collo della bottiglia»
[Penso ad una soluzione]
«Bagnare di benzina lo straccio»
[Chiamo: nessuna risposta]
«Accendere l’innesco»
[L’animo indignato si infiamma]
«Spaccare la bottiglia tra le mani»
[La morte dell’artigianato]

Le istruzioni, viviamo ormai senza cartine, sono impresse a sangue
negli ostraka ateniesi, o su vasi dozzinali etruschi,
sui muri dei bordelli di Pompei, o negli intonaci delle celle di esicasti bizantini,
sulle lettere di cambio dei mercanti veneziani, o nelle trincee della Grande Guerra,
tramandandosi / tramandandoci di era in era, di millennio in millennio,
dai cantastorie aedici ai contastorie cibernetici,
e continuano a ustionar l’(in)umano, comburente e combustibile allo stesso tempo,
consumandolo nelle fiamme dell’incendio, inesauribile, dell’arte,
che brucia, spegnendoti, senza mai spegnersi.

le gambe in fila

 

 

 

 

 

RADIOBÀN

Siam caduti entrambi nella crisi, crisi doppiamente,
crisi del mondo occidentale e crisi del mondo occipitale,
messi sotto stress mortale da due transizioni transeunti
l’una dall’esterno verso il nostro schiacciamento, soffocamento,
e l’altra dall’interno, incontro alla nostra implosione,
minuscole schegge di acciaio, detritate, sbuffate via dai venti dell’est.

La tua voglia smisurata di sparire misura la mia ansia d’abbandono del posto fisso,
batti i chiodi nelle mie mani, messe a croce, con i tuoi scontri,
crash-test dei tuoi sogni da ragazza, contro il muro di una vita
che cammina troppo avanti, rottamandoti, rott-amandoci,
lo stesso muro, anche mio, visto dall’altro lato dell’oblò di un aereo che decolla,
che mi chiama ad essere, barone rosso, solo e senza paracadute.

Caos totale, sbalzi d’umore, attacchi di panico, angoscia, speranze improvvise,
ricadute, rialzate, ricadute, rialzate, ricadute, casino totale, baby, casino totale, tilt.
Non uccidiamoci, davvero, non uccidiamoci a vicenda:
io ho ancora la mia forza di sognare, riafferrandoti dal disincanto,
e tu di slanciare una mano alta, nel cielo, facendomi credere di riuscire
a tenermi in sospeso su un aereo in fiamme.
Non uccidiamoci: la vita è breve, e le ferite che non ci uccideranno,
ci faranno sopravvivere, e morire a stento.

C’è il cruccio tardo-moderno del rischio di innamorarsi o non innamorarsi?
A te rimarrà una strada dimenticata da tutti, su cui consumare i tacchi
delle scarpe che ti facevano male; a me resterà la bella storia da raccontare ai figli,
ai nipotini che non avrò mai, che sarà valsa la pena annientarli,
pur di cercare di averti al mio fianco.

[fine delle comunicazioni serali]

le gambe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I MIEI VERSI HANNO TITOLI DIFFICILI

La dimensione narcisistica dell’ego
spiazza ogni tentativo di scendere in piazza
schizza ogni abbozzo di mistico schizzo
condannando l’artista all’impiego,
salario fisso, a far da torcia, lungo la via Salaria
votandosi a mendicare voti, di casa editrice
in rivista, insinua la mania di esaurire un’inusitata collezione
di bollini di presenza da incollare a una tessera annonaria.

Il maestro A consiglia maggiore stringatezza,
il maestro B non teme vincoli d’estensione
il maestro C inneggia a maggior levigatezza
il maestro D chiede abrasione,
e, in mezzo, l’autore junior a barattare illibatezza
contro un warholiano quarto d’ora d’attenzione.

Scrivi sulle città in fiamme,
no, canta della società annacquata,
oh, infiamma di sesso i versi,
ehi, versati acqua nelle mutande,
metti su fogli bianchi A4
il contrario di ciò che ti chiedono i critici
o una critica di ciò che ti chiedono i contrari,
accetta l’omaggio di tutti, tutti sono maestri di tutto.

Tu resta, a vita, l’allievo d’un sogno distrutto.

le gambe ok
PENSIERI D’ARTISTA

Perché continuiamo a scrivere,
travolti dal rischio di non esser chiari
ai nostri vicini di casa, all’amico,
alla merciaia dell’angolo,
mai sazi di vergar lettere
controcorrente, come arabi,
lontani dalla linearità delle bollette
della luce, dello scontrino del barbiere,
d’un conto del solito ristorante cinese?

L’arte non resuscita i morti
dalle camere ardenti, o forse sì,
non sottrae i malati dalle celle
delle cliniche, o forse sì,
non ci sottrae dai risultati in ribasso
delle borse, o forse sì,
non ci trova collocazione stabile
nel mondo del lavoro, o forse sì.

L’arte è memoria, viscida sfera di contatto
con morti, malati, borse, lavoro,
con essa versano inchiostro e affanni
intere generazioni d’homo sapiens
in cerca di un capro espiatorio,
nell’intenzione, tutta artistica, di dar fastidio ai vivi,
non lasciandoli dormire.

Scrivere è sonnifero a doppio taglio,
con cui radere al suolo chi vuol vendersi al dettaglio.

gambe-delle-donne-indossano-i-tacchi-alti

SOGNO UN MONDO ALL’INCONTRARIO: LA LADRA D’ANTAN

Nonna Angela, classe 1936,
nata sotto l’auspicio del Frente Popular spagnolo, della dichiarazione dell’Impero dell’Africa Orientale Italiana,
dell’impresa razzista di Jesse Owens alle Olimpiadi hitleriane, della sottoscrizione dell’Asse Roma – Berlino,
costretta a scartabellare cartellini prezzi ai supermercati Pam, salumi, no, mozzarella, no, aria, no,
colpevole collaterale della «battaglia dell’euro», della vittoria dell’IMU, dei crolli delle borse internazionali
e delle bolle di sapone immobiliari, dello strapotere dei tecnocratici bancari delle Banche Centrali,
sopravvive alla periferia di Milano, barcamenandosi tra minimo di pensione e massimo di impotenza,
infila nel carrello solo una scatoletta di tonno, e nella borsa una di Tic tac.

Solerte, Valerio il direttore del supermercato, classe 1956,
nato sotto l’auspicio di un cazzo di niente, magari terza media e stipendio da ingegnere aereospaziale
dovuto, come si usa nelle catene della distribuzione, al merito di un eccesso di morte cerebrale,
forte dell’arroganza moralistica di chi ha visto tutto, tranne i vari ammanchi nel suo inventario semestrale,
manda il responsabile della sicurezza ad arringare: «Signora, signora mi scusi può mostrarmi la sua borsa?»,
e, convocata la vecchietta nell’ufficio umiliazioni, chiede spiegazioni,
non vuol sentir ragione, l’ammanco di 0,75 centesimi di € è un reato degno di prigione,
senza nemmeno un barlume di coscienza d’essere un coglione.

Francesco e Arturo, agenti di Polizia, classe 1976,
meridionali d’origine, milanesi trapiantati, nati sotto l’auspicio della disoccupazione e dell’emigrazione,
accorsi in difesa della direzione e contro la vittima di una crudele recessione,
davanti alle richieste testarde dell’ottuso direttore sull’applicazione di una durissima sanzione,
davanti ad una vecchietta con 320€ di pensione s’assumono l’onere di una rischiosa decisione
«Abbiamo aperto il portafoglio, e condotto noi stessi a termine l’importante transazione»,
rendendo, tra il ludibrio dei presenti, il direttore oggetto di meritata derisione.

Sogno un mondo all’incontrario, da Pinocchio,
in cui all’arrivo dei gendarmi col pennacchio
tutti i Valeri ottusi vengano arrestati
e ogni nonna Angela assunta a direttore di supermercati.

la grande bellezza gambe-e-tacchi-a-spillo
PATROCLO NON DEVE MORIRE

Patroclo non vuole morire vittima della sua dolcezza
mascherata dall’ansia della diffusa aggressività [contemporanea],
l’imbarazzo della città indaffarata nello scudo d’Achille non doveva essere indossato,
l’incontinenza delle macchie di sangue sulla corazza d’Achille imbracciata,
incedendo col correre a vuoto, stereotipato, di ogni eroe post-moderno
nelle sabbie inquinate della piana di una Troia padana.

Ettore non vuole commettere un loop di medesimi gesti
orientare il carro, mirare, immerger la lancia nel cuore
immerger la lancia nel cuore, mirare, orientare il carro,
un rude guerriero mai gode a vedere lacrime di donna o cavalli,
concentrato a trovare giusti vocaboli d’addio da rassegnare alla moglie,
anti-dionisiaco deus ex machina, slot machine, disponibile a inforcare
Patroclo, i corretti meccanismi di ragionamento, onore, nazione, famiglia.

Achille non vuole ulular la sua rabbia frustrata
accorrendo straziato, stralunato, stranito, sulla strada del campo di battaglia,
i pit bull terrier rabbiosi s’abbattono con una dose letale di anti-depressivo,
trascinare cadaveri dal carro, stracciar vesti, rapir sacerdotesse danae,
non è in grado di negoziare affetti con la gloria di un padre
e si avvicenda a se stesso, siamese superstite.

Patroclo non deve morire, obbligandoci a brindare a un gioco delle tre carte dove
dolcezza vince, ragione vince, vitalità vince,
dolcezza soccombe, ragione soccombe, vitalità soccombe,
Patroclo muore, Ettore muore, Achille muore, muoiono tutti,
ragione trafitta dolcezza soccombe a una vita incompiuta,
e noi, costretti a mediare, mai eroi medio massimi, martiri da mass media,
restiamo a cantare a metà, condannati a restare smezzati.

FRANCE-ENTERTAINMENT-TELEVISION-MIPCOM
BALLATA DELL’AMORE DISTANTE

L’amore ha bussato alle ante delle mie finestre, i miei occhiali anti-rottura,
con nocche delle dita delicate, diverse dalle mie rovinate dai cazzotti sferrati e ricevuti,
accecandomi della meraviglia di acquistar di nuovo un’opportunità da sprecare,
di avere ancora un treno da attendere alla stazione di Milano.

Sei la bellezza di una nuvola ingoiata dai reattori di un Tupolev Tu-144,
sei il sorriso radioso di un bambino in riabilitazione oncologica,
sei una matita temperata allo spasimo, mi crivelli i dorsi delle mani,
abissali come il cratere Chicxulub hai occhi che estinguono i miei banchi di nebbia.

L’amore ha spazzato via ogni mio cavallo di frisia con la naturalezza di un lanciafiamme,
ha stanato anticorpi e mine anti-donna disseminati nei territori delle mie battaglie,
regalandomi un abbonamento settimanale al telefono cellulare
con cinquemila minuti da spandere.

Sei l’arcobaleno tossico che colora i mari di pioggia delle città industriali,
stingendo mi macchi i vestiti, mi dipingi il viso, rivolandomi addosso,
contamini di radioattività i miei movimenti, costringendomi ad insinuarti sottocute,
sei lo splendore del combattimento e della resa, del combattimento e della resa,
lo splendore dello spazio bianco da riempire o da strappare.

L’amore che mi istruisce ad aver cura di te, te che dormi sul divano
con la serenità del cucciolo di tigre, te che sogni farfalle e codici isbn,
mi diseduca a curarmi delle mie cure, mi trasforma in milite ignoto
deposto nel sacrario della tua spensieratezza.

Amore distante che sconfiggi il terrore della morte
con lo stesso valore di immortalità dell’arte,
ravvivi lo zelo missionario d’un eremita in rime torte
avvezzo a sopravvivere in disparte.

*Nota in calce

 

«Datemi un  punto di appoggio e vi solleverò il mondo». Con questa frase attribuita ad Archimede inizia l’avventura della téchne. La tecnologia deriva dalla applicazione di postulati scientifici, ma questi ultimi presuppongono un postulato metafisico: è l’idea della volontà di potenza che guida le azioni degli uomini. La tecnica ha inizio con una asserzione metafisica. L’avventura della tecnologia ha inizio da una asserzione metafisica.

La volontà di potenza è la forza con cui si manifesta il nichilismo; è un dato di fatto. È l’assunzione di un punto immaginario che coincide con un punto reale l’idea postulata da Archimede, tra l’altro realmente esistente, che deve essere individuato per mezzo di meri calcoli matematici. La matematica è la rappresentazione dello spazio mediante il numero, e l’arte è la rappresentazione dello spazio semiotico in segno semantico significativo. Il titolo del libro di Ivan Pozzoni è Patroclo non deve morire*, è un enunciato imperativo che non ammette eccezioni; nella storia Patroclo muore in combattimento, nell’opera di Ivan Pozzoni invece Patroclo deve continuare a vivere affinché la Storia non si concluda e si aprano altri scenari. «Crisi del mondo occidentale e crisi del mondo occipitale», scrive Pozzoni, con uno stravolgimento semantico nel derisorio, a cui corrisponde una crisi della forma-poesia. Crisi dunque quale strategia di assoggettamento delle masse al capitale, crisi quale strategia di sopravvivenza della forma-poesia nel bel mezzo del «tardo moderno», crisi quale punto estremo della crisi, dopodiché c’è l’implosione della crisi, la sua ricaduta, la sua scomparsa quale fenomeno e la sua ricomparsa quale essenza del Dopo il Moderno. Non c’è più un epifenomeno ma la fenomenalizzazione del fenomeno. E la forma-poesia di Ivan Pozzoni accetta la sfida del suo tempo e del proprio scacco, accetta la mutilazione quale strategia di sopravvivenza della «poesia» nell’epoca del quaternario cibernetico-mediatico. Patroclo muore sempre di nuovo, ergo, «Patroclo non deve morire». «Gettato nella flessibilità dell’oltremoderno» (dizione di Pozzoni), non c’è altra soluzione che diventare «liquidi», accettare la «liquidità» quale unica strategia di sopravvivenza. Siamo qui fuori dall’idea della mediazione, della dialettica (hegeliana, marxiana e neoliberista), della razionalità del reale; siamo all’interno di un quadro culturale che contempla solo la categoria della compossibilità di tutto con il contrario di tutto. Il reale è il prodotto della compossibilità. Nella «poesia» di Ivan Pozzoni tutto è possibile perché nulla è più reale del reale de-realizzato; tantomeno la «poesia» ha diritto all’esistenza nelle attuali condizioni di (non) esistenza. Nelle nuove condizioni del quinquenario cibernetico-mediatico la «poesia» è un guscio vuoto, una forma svuotata e de-realizzata. Nelle nuove condizioni di de-realizzazione del reale non ha più senso neanche impiegare il concetto e la procedura della de-fondamentalizzazione del discorso poetico (come sono lontani i beati anni Sessanta!): divelto, crollato il fondamento, è rimasta una impalcatura vuota, uno scheletro non più significativo. Crollato il fondamento non ha più alcun senso parlare di avanguardia o di retroguardia; e la poesia di Ivan Pozzoni accetta questa situazione con una presa d’atto priva di nostalgia; la cibernetalizzazione e la digitalizzazione del reale produce la progressiva frantumazione delle «forme» chiuse o aperte che siano, la dissoluzione dell’endecasillabo e del pentagramma sonoro del Novecento: questo «Marinetti non l’avrebbe mai scritto», dice Pozzoni; ed io aggiungo: «non l’avrebbe neanche pensato».

                        Giorgio Linguaglossa

*Patroclo (in greco: Πάτροκλος / Pátroklos o Πατροκλῆς / Patrokls, letteralmente « la gloria (κλέϝος) del padre (πατήρ) »; in latino: Patroclus o Patrocles) è una figura della mitologia greca, tra le più importanti nella guerra di Troia. Figlio di Menezio e di Stenele, era l’amante di Achille. Indossò le armi dell’amante quando questi, offeso da Agamennone, re di Micene, rifiutò di continuare a combattere contro i Troiani: presentatosi in battaglia in vece sua, Patroclo provocò scompiglio nelle file nemiche, che respinse vittoriosamente, ma venne indebolito dagli dei, ferito da Euforbo ed infine ucciso da Ettore. Il desiderio di vendicare il cugino indusse Achille a riprendere la guerra e ad uccidere lo stesso Ettore in duello.

Annunci

13 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea

13 risposte a “Ivan Pozzoni da “Patroclo non deve morire” (2013) POESIE SCELTE – “Rubrica: La poesia della nuova generazione” con nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

  1. Ambra Simeone

    le poesie di Ivan Pozzoni sono come mitragliatrici che sparano a ripetizione, le rime o assonanze interne non sono mai regolari, così che non senti mai quando sta per arrivare il proiettile; ma di certo ti colpiscono sempre!

    nelle sue poesie non c’è mai un appiglio, che sia uno stile consueto, che sia una rima ricorrente, che sia una parola che ritorna, che sia un contenuto banale, tutto è dettato da un caos sapientemente creato e controllato dall’autore, il lettore non può far altro che cadere nella sua rete: una realtà più che reale del suo/nostro mondo!

  2. carlo freccia

    lei, Ambra Simeone, è di parte o in dis-parte?

  3. antonio sagredo

    Cesare, Patroclo non devono morire… va di moda ecc. Ma…. :

    Farsesco

    Passavo di cantina in cantina
    le notti
    tra le rosse strade di Scipione,
    ieratico, sotto quei lampioni indifferenti,
    poi che Roma non ha una mortalità decente.

    voce:
    e tu, dio, che invano guardavo negli occhi
    attratto dai tuoi specchi inaccessibili
    volgevi altrove i tuoi interessi divini,
    come una donna accetta altri amori.

    altra voce:
    ma il tuo amore nessuno lo canta,
    contro tutti e contro tutte
    leverò le mie ossessioni
    sarò… nella mia follia… un semi-serio!

    Oggi è la festa della Saggezza:
    ho letto tante volte i Cantici
    e sono stato ucciso mille volte, come i Cesari!

    antonio sagredo
    Roma, maggio 1981
    (pubblicata in “Tortugas” – Zaragoza, 1992 )

  4. «Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo». Con questa frase attribuita ad Archimede inizia l’avventura della téchne. La tecnologia deriva dalla applicazione di postulati scientifici, ma questi ultimi presuppongono un postulato metafisico: è l’idea della volontà di potenza che guida le azioni degli uomini. La tecnica ha inizio con una asserzione metafisica. L’avventura della tecnologia ha inizio da una asserzione metafisica.
    La volontà di potenza è la forza con cui si manifesta il nichilismo; è un dato di fatto. È l’assunzione di un punto immaginario che coincide con un punto reale l’idea postulata da Archimede, tra l’altro realmente esistente, che deve essere individuato per mezzo di meri calcoli matematici. La matematica è la rappresentazione dello spazio mediante il numero, e l’arte è la rappresentazione dello spazio semiotico in segno semantico significativo. Il titolo del libro di Ivan Pozzoni è Patroclo non deve morire*, è un enunciato imperativo che non ammette eccezioni; nella storia Patroclo muore in combattimento, nell’opera di Ivan Pozzoni invece Patroclo deve continuare a vivere affinché la Storia non si concluda e si aprano altri scenari. «Crisi del mondo occidentale e crisi del mondo occipitale», scrive Pozzoni, con uno stravolgimento semantico nel derisorio, a cui corrisponde una crisi della forma-poesia. Crisi dunque quale strategia di assoggettamento delle masse al capitale, crisi quale strategia di sopravvivenza della forma-poesia nel bel mezzo del «tardo moderno», crisi quale punto estremo della crisi, dopodiché c’è l’implosione della crisi, la sua ricaduta, la sua scomparsa quale fenomeno e la sua ricomparsa quale essenza del Dopo il Moderno. Non c’è più un epifenomeno ma la fenomenalizzazione del fenomeno. E la forma-poesia di Ivan Pozzoni accetta la sfida del suo tempo e del proprio scacco, accetta la mutilazione quale strategia di sopravvivenza della «poesia» nell’epoca del quaternario cibernetico-mediatico. Patroclo muore sempre di nuovo, ergo, «Patroclo non deve morire». «Gettato nella flessibilità dell’oltremoderno» (dizione di Pozzoni), non c’è altra soluzione che diventare «liquidi», accettare la «liquidità» quale unica strategia di sopravvivenza. Siamo qui fuori dall’idea della mediazione, della dialettica (hegeliana, marxiana e neoliberista), della razionalità del reale; siamo all’interno di un quadro culturale che contempla solo la categoria della compossibilità di tutto con il contrario di tutto. Il reale è il prodotto della compossibilità. Nella «poesia» di Ivan Pozzoni tutto è possibile perché nulla è più reale del reale de-realizzato; tantomeno la «poesia» ha diritto all’esistenza nelle attuali condizioni di (non) esistenza. Nelle nuove condizioni del quinquenario cibernetico-mediatico la «poesia» è un guscio vuoto, una forma svuotata e de-realizzata. Nelle nuove condizioni di de-realizzazione del reale non ha più senso neanche impiegare il concetto e la procedura della de-fondamentalizzazione del discorso poetico (come sono lontani i beati anni Sessanta!): divelto, crollato il fondamento, è rimasta una impalcatura vuota, uno scheletro non più significativo. Crollato il fondamento non ha più alcun senso parlare di avanguardia o di retroguardia; e la poesia di Ivan Pozzoni accetta questa situazione con una presa d’atto priva di nostalgia; la cibernetalizzazione e la digitalizzazione del reale produce la progressiva frantumazione delle «forme» chiuse o aperte che siano, la dissoluzione dell’endecasillabo e del pentagramma sonoro del Novecento: questo «Marinetti non l’avrebbe mai scritto», dice Pozzoni; ed io aggiungo: «non l’avrebbe neanche pensato».

    Giorgio Linguaglossa

    *Patroclo (in greco: Πάτροκλος / Pátroklos o Πατροκλῆς / Patroklễs, letteralmente « la gloria (κλέϝος) del padre (πατήρ) »; in latino: Patroclus o Patrocles) è una figura della mitologia greca, tra le più importanti nella guerra di Troia. Figlio di Menezio e di Stenele, era l’amante di Achille. Indossò le armi dell’amante quando questi, offeso da Agamennone, re di Micene, rifiutò di continuare a combattere contro i Troiani: presentatosi in battaglia in vece sua, Patroclo provocò scompiglio nelle file nemiche, che respinse vittoriosamente, ma venne indebolito dagli dei, ferito da Euforbo ed infine ucciso da Ettore. Il desiderio di vendicare il cugino indusse Achille a riprendere la guerra e ad uccidere lo stesso Ettore in duello.

  5. annibale carracci

    Gentile Linguaglossa, ha dimenticato di commentare Sagredo, e poi ha dimenticato la relazione tra Achille e Patroclo, e poi ha dimenticato…

  6. Non male, Ivan, non male, e io non sono di parte!

  7. Giuseppina Di Leo

    …l’allievo d’un sogno distrutto…
    Di Ivan ho sempre apprezzato la chiarezza del suo pensiero, espressa senza mezzi termini anche in queste scelta. Sono poesie intense, che comunicano, detto nel senso di entrare in relazione pur sapendo perfettamente quanto sia difficile oggi tentare un simile approccio. L’esito è apprezzabilissimo.

  8. Ivan Pozzoni

    Fratini: commenta anche qui 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...