Sul tema di Konstantinos Kavafis: “Aspettando i barbari” DUE POESIE INEDITE di Maria Rosaria Madonna ” Aspettando i barbari”

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senatore sul set

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Konstantinos Kavafis

Aspettando i barbari

Che cosa aspettiamo così riuniti sulla piazza?
Stanno per arrivare i Barbari oggi.
Perché un tale marasma al Senato?
Perché i Senatori restano senza legiferare?
È che i barbari arrivano oggi.
Che leggi voterebbero i Senatori?
Quando verranno, i Barbari faranno la legge.
Perché il nostro Imperatore, levatosi sin dall’aurora,
siede su un baldacchino alle porte della città,
solenne e con la corona in testa?
È che i Barbari arrivano oggi.
L’Imperatore si appresta a ricevere il loro capo.
Egli ha perfino fatto preparare una pergamena
che gli concede appellazioni onorifiche e titoli.
Perché i nostri due consoli e i nostri pretori
sfoggiano la loro rossa toga ricamata?
Perché si adornano di braccialetti d’ametista
e di anelli scintillanti di brillanti?
Perché portano i loro bastoni preziosi e finemente cesellati?
È che i Barbari arrivano oggi e questi oggetti costosi abbagliano i Barbari.
Perché i nostri abili retori non perorano con la loro consueta eloquenza?
È che i Barbari arrivano oggi. Loro non apprezzano le belle frasi né i lunghi discorsi.
E perché, all’improvviso, questa inquietudine e questo sconvolgimento?
Come sono divenuti gravi i volti!
Perché le strade e le piazze si svuotano così in fretta
e perché rientrano tutti a casa con un’aria così triste?
È che è scesa la notte e i Barbari non arrivano.
E della gente è venuta dalle frontiere dicendo che non ci sono affatto Barbari…
E ora, che sarà di noi senza Barbari?
Loro erano una soluzione.

(traduzione di Filippo Maria Pontani)

 

kavafis senato

senatori sul set

 

Maria Rosaria Madonna (1942 – 2002)

A fine 1991 Maria Rosaria Madonna (Palermo, 1942- Parigi, 2002) mi spedì il dattiloscritto contenente le poesie che sarebbero apparse l’anno seguente, il 1992, con il titolo Stige con la sigla editoriale “Scettro del Re”. Con Madonna intrattenni dei rapporti epistolari per via della sua collaborazione, se pur saltuaria, al quadrimestrale di letteratura Poiesis che avevo nel frattempo messo in piedi. Fu così che presentai Stige ad Amelia Rosselli che ne firmò la prefazione. Era una donna di straordinaria cultura, sapeva di teologia e di marxismo. Solitaria, non mi accennò mai nulla della sua vita privata, non aveva figli e non era mai stata sposata. Sempre scontenta delle proprie poesie, Madonna sottoporrà quelle a suo avviso non riuscite ad una meticolosa riscrittura e cancellazione in vista di una pubblicazione che comprendesse anche la non vasta sezione degli inediti. La prematura scomparsa della poetessa nel 2002 determinò un rinvio della pubblicazione in attesa di una idonea collocazione editoriale. Presentiamo qui due poesie inedite sul noto tema kavafisiano dell’arrivo dei barbari. (Giorgio Linguaglossa)

 

 

Roma antica, plastico

Roma antica, plastico

  Sono arrivati i barbari

«Sono arrivati i barbari, Imperatore! – dice un messaggero
che è giunto da luoghi lontani – sono già
alle porte della città!».
«Sono arrivati i barbari!», gridano i cittadini nell’agorà.
«Sono arrivati, hanno lunghe barbe e spade acuminate
e sono moltitudini», dicono preoccupati i cittadini nel Foro.
«Nessuno li potrà fermare, né il timore degli dèi
né l’orgoglio del dio dei cristiani, che del resto
essi sconoscono…».
E che farà adesso l’Imperatore che i barbari
sono alle porte? Che farà il gran sacerdote di Osiride?
Che faranno i senatori che discutono in Senato
con la bianca tunica e le dande di porpora?
Che cosa chiedono i cittadini di Costantinopoli?
Chiedono salvezza?
Lo imploreranno di stipulare patti con i barbari?
«Quanto oro c’è nelle casse?»
chiede l’Imperatore al funzionario dell’erario
«e qual è la richiesta dei barbari?».
«Quanto grano c’è nelle giare?»
chiede l’Imperatore al funzionario annonario
«e qual è la richiesta dei barbari?».
«Ma i barbari non avanzano richieste, non formulano pretese»
risponde l’araldo con le insegne inastate.
«E che cosa vogliono da noi questi barbari?»,
si chiedono meravigliati i senatori.
«Chiedono che si aprano le porte della città
senza opporre resistenza»
risponde l’araldo con le insegne inastate.
«Davvero, tutto qui? – si chiedono stupiti i senatori –
e non ci sarà spargimento di sangue? Rispetteranno le nostre leggi?
Che vengano allora questi barbari, che vengano…
Forse è questa la soluzione che attendevamo.
Forse è questa».

 

senatori sul set

senatori sul set

 

 

 

 

 

 

 Parlano la nostra stessa lingua i Galli?

Si sono riuniti in Senato il Console
con i Tribuni della plebe
e i Legati del Senato… c’è un via vai di toghe
scarlatte, di faccendieri
e di bianche tuniche di lino dalle dande dorate
per le vie del Foro…
Qualcuno ha riaperto il tempio di Giano,
il tempio di Vesta è stato distrutto da un incendio
alimentato dalle candide vestali,
corre voce che gli aruspici abbiano vaticinato infausti presagi
che il volo degli uccelli è volubile e instabile
e un’aquila si sia posata sulla cupola del Pantheon
che sette corvi gracchiano sul frontone del Foro…
corrono voci discordi sulle bighe del vento
trainate da bizzosi cavalli al galoppo…
che il nostro esercito sia stato distrutto.

Caro Kavafis… ma tu li hai visti in faccia i barbari?
Che aspetto hanno? Hanno lunghe barbe?
Parlano una lingua incomprensibile?

E adesso che siamo qui chiediamoci:
che cosa farà il Console?
Quale editto emanerà il Senato dall’alto lignaggio?
Ci chiederà di onorare i nuovi barbari?
O reclamerà l’uso della forza?
Dovremo adottare una nuova lingua
per le nostre sentenze e gli editti imperiali?
Che cosa dice il Console?
Ci ordinerà la resa o chiamerà a raccolta gli ultimi
armati a presidio delle nostre mura?
Hanno ancora senso le nostre domande?
Ha ancora senso discettare sul da farsi?
C’è, qui e adesso, qualcosa di simile a un futuro?
C’è ancora la speranza di un futuro per i nostri figli?
E le magnifiche sorti e progressive?
Che ne sarà delle magnifiche sorti e progressive?

Sono ancora riuniti in Camera di Consiglio
gli Ottimati e discutono, discutono…
ma su che cosa discutono? Su quale ordine del giorno?
Ah, che sono arrivati i barbari?
Che bussano alla grande porta di ferro della nostra città?
Ah, dice il Console che non sono dissimili da noi?
Non hanno barba alcuna?
Che parlano la nostra stessa lingua?*

 *poesie di fine anni Novanta

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

«Mi meraviglia che queste due poesie di Madonna non abbiano riscosso alcun commento. Basta leggerle per renderci conto che siamo di fronte a due testi di inusitata potenza metaforica e allegorica. Il verso è sciolto, libero, ma come compresso entro una gabbia ferrata; è sufficiente annotare gli a-capo per rendersi conto degli impennamenti della voce monologante, delle riprese, delle ricariche. Sono poesie che potrebbero entrare tranquillamente in qualsiasi Antologia della poesia italiana del Novecento. Madonna riprende il tema dei Barbari di Kavafis e lo svolge in termini aggiornati ai nostri tempi. Madonna scrive queste poesie alla fine degli anni Novanta, e vede lontano, molto lontano, scorge il degrado del Paese, lo vede sprofondato nella più grande Crisi politica, morale ed estetica che abbia mai attraversato, ci dice che i Barbari sono arrivati, sono già qui. Che cosa chiedono i barbari?, chiedono i senatori nella prima poesia:

«E che cosa vogliono da noi questi barbari?»,
si chiedono meravigliati i senatori.
«Chiedono che si aprano le porte della città
senza opporre resistenza»
risponde l’araldo con le insegne inastate.

È semplice, non chiedono nulla perché essi hanno già vinto, non pongono condizioni perché la Città non più in condizioni di contrattare alcuna tregua o alcuna pace, deve solo arrendersi, arrendersi ai barbari. L’aspetto paradossale della poesia non è il contenuto della composizione ma la condizione storica, la cornice storica che ha reso inevitabile la resa totale: I barbari i quali «chiedono che si aprano le porte della città». I barbari Hanno già vinto. La decadenza è terminata. Essi hanno vinto. Ma chi sono questi barbari? È questo l’interrogativo base della seconda poesia. I cittadini si chiedono: «parlano la nostra stessa lingua?». Ecco il problema centrale. È la Lingua il collante di una nazione, è la Lingua la casa dell’essere. E questo sarà il tema, o meglio, l’interrogativo della seconda poesia. Qui si va al centro della questione: che lingua parla la tribù? Quale lingua si parla nella città e nell’Impero? Quale lingua parlano i barbari? (notare la raffinatissima autoironia: quale lingua parla il poeta in questa poesia?).

L’elemento determinante in questa seconda poesia è che la terza e la quarta strofa sono un accumulo di frasi interrogative che si sovrappongono in un crescendo drammatico-epico come non se ne è mai visto nella poesia italiana del Novecento. Madonna pone soltanto domande, alle quali non v’è che una sola risposta, ma quella risposta la dovrà dare il lettore, la dovrà fornire la Storia, è al di fuori delle possibilità espressive della poesia, al di fuori delle possibilità della Lingua. Ed ecco l’aspetto drammatico di questa poesia (dopo la quale non ci può essere che il silenzio): il poeta non abita più la Lingua, è stato scacciato dalla Lingua e non si può esprimere in altro modo che in un seguito paradossale, mostruoso di domande senza risposta.
Ma il paradosso nel paradosso è che i barbari parlano la nostra stessa lingua. Siamo noi i barbari.

E adesso che siamo qui chiediamoci:
che cosa farà il Console?
Quale editto emanerà il Senato dall’alto lignaggio?
Ci chiederà di onorare i nuovi barbari?
O reclamerà l’uso della forza?
Dovremo adottare una nuova lingua
per le nostre sentenze e gli editti imperiali?
Che cosa dice il Console?
Ci ordinerà la resa o chiamerà a raccolta gli ultimi
armati a presidio delle nostre mura?
Hanno ancora senso le nostre domande?
Ha ancora senso discettare sul da farsi?
C’è, qui e adesso, qualcosa di simile a un futuro?
C’è ancora la speranza di un futuro per i nostri figli?
E le magnifiche sorti e progressive?
Che ne sarà delle magnifiche sorti e progressive?

Sono ancora riuniti in Camera di Consiglio
gli Ottimati e discutono, discutono…
ma su che cosa discutono? Su quale ordine del giorno?
Ah, che sono arrivati i barbari?
Che bussano alla grande porta di ferro della nostra città?
Ah, dice il Console che non sono dissimili da noi?
Non hanno barba alcuna?
Che parlano la nostra stessa lingua?»

 

 

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3 commenti

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3 risposte a “Sul tema di Konstantinos Kavafis: “Aspettando i barbari” DUE POESIE INEDITE di Maria Rosaria Madonna ” Aspettando i barbari”

  1. Mi meraviglia che queste due poesie di Madonna non abbiano riscosso alcun commento. Basta leggerle per renderci conto che siamo di fronte a due testi di inusitata potenza metaforica e allegorica. Il verso è sciolto, libero, ma come compresso entro una gabbia ferrata; è sufficiente annotare gli a-capo per rendersi conto degli impennamenti della voce monologante, delle riprese, delle ricariche. Sono poesie che potrebbero entrare tranquillamente in qualsiasi Antologia della poesia italiana del Novecento. Madonna riprende il tema dei Barbari di Kavafis e lo svolge in termini aggiornati ai nostri tempi. Madonna scrive queste poesie alla fine degli anni Novanta, e vede lontano, molto lontano, scorge il degrado del Paese, lo vede sprofondato nella più grande Crisi politica, morale ed estetica che abbia mai attraversato, ci dice che i Barbari sono arrivati, sono già qui. Che cosa chiedono i barbari?, chiedono i senatori nella prima poesia:

    «E che cosa vogliono da noi questi barbari?»,
    si chiedono meravigliati i senatori.
    «Chiedono che si aprano le porte della città
    senza opporre resistenza»
    risponde l’araldo con le insegne inastate.

    È semplice, non chiedono nulla perché essi hanno già vinto, non pongono condizioni perché la Città non più in condizioni di contrattare alcuna tregua o alcuna pace, deve solo arrendersi, arrendersi ai barbari. L’aspetto paradossale della poesia non è il contenuto della composizione ma la condizione storica, la cornice storica che ha reso inevitabile la resa totale: I barbari i quali «chiedono che si aprano le porte della città». I barbari Hanno già vinto. La decadenza è terminata. Essi hanno vinto. Ma chi sono questi barbari? È questo l’interrogativo base della seconda poesia. I cittadini si chiedono: «parlano la nostra stessa lingua?». Ecco il problema centrale. È la Lingua il collante di una nazione, è la Lingua la casa dell’essere. E questo sarà il tema, o meglio, l’interrogativo della seconda poesia. Qui si va al centro della questione: che lingua parla la tribù? Quale lingua si parla nella città e nell’Impero? Quale lingua parlano i barbari? (notare la raffinatissima autoironia: quale lingua parla il poeta in questa poesia?).

    L’elemento determinante in questa seconda poesia è che la terza e la quarta strofa sono un accumulo di frasi interrogative che si sovrappongono in un crescendo drammatico-epico come non se ne è mai visto nella poesia italiana del Novecento. Madonna pone soltanto domande, alle quali non v’è che una sola risposta, ma quella risposta la dovrà dare il lettore, la dovrà fornire la Storia, è al di fuori delle possibilità espressive della poesia, al di fuori delle possibilità della Lingua. Ed ecco l’aspetto drammatico di questa poesia (dopo la quale non ci può essere che il silenzio): il poeta non abita più la Lingua, è stato scacciato dalla Lingua e non si può esprimere in altro modo che in un seguito paradossale, mostruoso di domande senza risposta.
    Ma il paradosso nel paradosso è che i barbari parlano la nostra stessa lingua. Siamo noi i barbari.

    E adesso che siamo qui chiediamoci:
    che cosa farà il Console?
    Quale editto emanerà il Senato dall’alto lignaggio?
    Ci chiederà di onorare i nuovi barbari?
    O reclamerà l’uso della forza?
    Dovremo adottare una nuova lingua
    per le nostre sentenze e gli editti imperiali?
    Che cosa dice il Console?
    Ci ordinerà la resa o chiamerà a raccolta gli ultimi
    armati a presidio delle nostre mura?
    Hanno ancora senso le nostre domande?
    Ha ancora senso discettare sul da farsi?
    C’è, qui e adesso, qualcosa di simile a un futuro?
    C’è ancora la speranza di un futuro per i nostri figli?
    E le magnifiche sorti e progressive?
    Che ne sarà delle magnifiche sorti e progressive?

    Sono ancora riuniti in Camera di Consiglio
    gli Ottimati e discutono, discutono…
    ma su che cosa discutono? Su quale ordine del giorno?
    Ah, che sono arrivati i barbari?
    Che bussano alla grande porta di ferro della nostra città?
    Ah, dice il Console che non sono dissimili da noi?
    Non hanno barba alcuna?
    Che parlano la nostra stessa lingua?

  2. antonio sagredo

    “Mi meraviglia che queste due poesie di Madonna non abbiano riscosso alcun commento”. – Non sono sorpreso affatto: comporendere la poesia di Kavafis?: non è merce di scambio! – meglio così, che risposte stupide. Rispondo con versi che ho già inviato, e che già 17enne restai folgorato sulla via di Alessandria!

  3. annibale carracci

    “Mi meraviglia che queste due poesie di Madonna non abbiano riscosso alcun commento”. – Non sono sorpreso affatto: comprendere la poesia di Kavafis?: non è merce di scambio! – meglio così, che risposte stupide. Rispondo con versi che ho già inviato, e che già 17enne restai folgorato sulla via di Alessandria!
    Dimenticavo… Kavafis intendeva anche i poeti dei barbari, e che la Poesia deve essere una barbarie per sopravvivere: più spietata è, più sopravviverà!

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