Intervista a Derek Walcott di Marco Dotti – “LA POESIA DEL QUOTIDIANO E DELL’ORDINARIO” E TRE POESIE

derek walcott in occasione del premio nobel

derek walcott in occasione del premio nobel nel 1992

derek walcott pagina manoscritta

derek walcott pagina manoscritta

da “Il Manifesto”, luglio 2008

Fino al 1992, quando gli venne conferito il Nobel per la letteratura, il nome di Derek Walcott circolava in Italia soltanto tra uno sparuto e ristretto gruppo di specialisti di letteratura caraibica. Strano destino per un poeta il cui esordio risaliva al 1948, con 25 Poems, e che per più di vent’anni è stato al centro di un profondo rinnovamento della scena teatrale di lingua inglese, in primo luogo come autore di numerose pièce (su tutte Ti-Jean e i suoi fratelli, Sogno sul monte della Scimmia o la giovanile Henri Christophe, dedicata all’omonimo leader rivoluzionario haitiano) e poi come fondatore e direttore del Trinidad Theatre Workshop. Nato nell’isola di Santa Lucia nel gennaio 1930, docente a Harvard, Walcott è oggi un nome meglio conosciuto al grande pubblico, che in questi anni ne ha apprezzato sia l’opera poetica – dall’antologia Mappa del nuovo mondo, fino all’epico Omeros o Prima luce, tutti da Adelphi – sia la sua inesausta vena di lettore-viaggiatore e la presenza costante che lo vede spesso impegnato in reading e letture.

walcott omeros copertina walcott mappa-del-nuovo-mondoC’è una frase di Joyce che spesso viene associata alla sua opera, quasi ne costituisse una delle chiavi di volta. La storia, scrive Joyce, «è l’incubo dal quale tento di svegliarmi». Quale è il suo rapporto con temi e tempi, spesso sfasati, della «storia»?

Joyce era irlandese e per gli irlandesi il legame con la storia è alquanto delicato. Lo stesso potremmo dire per chi proviene dai Caraibi. Esiste in effetti un parallelismo tra la storia dell’Irlanda e quella dei Caraibi. Un parallelismo comune originato alla dominazione inglese. Più che di oppressione, infatti, dovremmo probabilmente parlare di una dominazione dei Caraibi da parte dell’Inghilterra, e questo è già un primo problema da affrontare, anche in termini linguistici. Tornando alla frase di Joyce, c’è da rilevare che lui parla da due punti di vista. Parla come artista, ma parla anche come cittadino. Il punto chiave è proprio questo: che cosa ci si aspetta generalmente da uno scrittore irlandese? Che cosa ci si aspetta da uno scrittore caraibico? La risposta è semplice: ci si aspetta che ridia un senso alla storia del proprio paese, che fornisca un’altra versione dei fatti e ne riscriva la cronologia.
Walcott 3 Per un caraibico, il tema chiave di tutta la questione, quello che in sé probabilmente ne condensa molti altri, è ovviamente il tema della schiavitù. Forse per questa ragione, la storia è un «incubo», ma un incubo da cui non si può – né spesso si vuole – scappare. È comunque un peso che grava sullo scrittore irlandese, come su quello caraibico. Al pari di un altro peso: quello dell’attesa. Ritorna dunque la domanda del che cosa ci si aspetti da uno scrittore irlandese o da uno scrittore caraibico, in quali orizzonti di aspettative siano inscritti i loro lavori e la loro stessa presenza. Generalmente, però, non ci si aspetta altro che scrivano qualcosa contro l’oppressione inglese o della schiavitù. Cercare di scappare da tutto questo è come cercare di liberarsi della propria ombra, mentre ci si trova in pieno sole.
walcott 2La questione centrale per Joyce – ed è a questo proposito che spesso mi riferisco alle sue parole – non è tanto quella della responsabilità della scrittura nei riguardi della storia, ma quella di escogitare se possibile una via di fuga, una maniera di evadere dalle restrizioni che quella storia gli impone. Non si tratta di evadere dal passato, è una questione di libertà. Libertà di scrivere su un dato tema storico, ma anche possibilità di non scrivere su quel medesimo tema. Ma è molto, molto difficile… la storia non è solo questione di ciò che è passato, ma è anche un’esperienza del presente. È da questo presente che si cerca, spesso invano, di risvegliarsi come spesso invano si spera di risvegliarsi da un incubo.

quaderno manoscritto di derek walcott

quaderno manoscritto di derek walcott

 Nel poema «Tiepolo’s Hound» (Il levriero di Tiepolo, traduzione a cura di Andrea Molesini, Adelphi 2005, pp. 340, euro 22), la nozione di esilio assume sfumature diverse. Nella complessa trama del poema, al viaggio di Camille Pissarro che da Saint-Thomas – nelle Antille danesi in cui è nato – prende la via di Parigi, si contrappone la figura del capitano Alfred Dreyfus, che dalla Francia viene cacciato con accuse infamanti di alto tradimento, rinchiuso nell’Isola del Diavolo e condannato – come lei scrive – «al proprio paradiso». Quello dell’esilio è un tema molto presente nella sua opera, potremmo associarlo a un tentativo di risveglio da quell’incubo storico cui accennava prima?

Pissarro è nato nei Caraibi, ma da lì è partito per l’Europa. Se n’è andato volontariamente a Parigi per dipingere, là si trovavano i pittori che lo interessavano, là si faceva esperienza, c’erano mercanti e un mercato per l’arte, ma non è questo il punto della questione. Quello che mi sono chiesto è, per esempio, che cosa ne sarebbe stato di lui se fosse rimasto. Come sarebbe cambiato il suo modo di descrivere paesaggi? La sua tavolozza, quali colori avrebbe compreso? Oppure, rovesciando la questione: quanto di caraibico permane nella sua opera, incrostato sulla sua tavolozza, anche dopo la partenza per la Francia? Ricordiamoci che Camille Pissarro ha avuto un’influenza determinante su Cézanne e Gauguin con i suoi colori e la sua luce. Ma è una luce che viene dai Caraibi, una luce che si è portato addosso come fosse un deposito di conoscenza inestirpabile e che nel Levriero di Tiepolo occupa un posto centrale. Di contro Dreyfus, il «Giuda di Francia», è l’«altro», quello che non sceglie di muoversi, di andare, di viaggiare, ma viene espulso, non solo fisicamente da un paese, ma anche in termini di identità. Anche Pissarro, in quanto sefardita, conosceva le «ferite dell’identità». Ma la Francia, per Dreyfus, è fin dal principio come una terra a cui sa di non appartenere. Come ho scritto nel Levriero di Tiepolo: «Dreyfus fu condannato al proprio paradiso: i Caraibi, al largo della costa di Cayenne, sull’Isola del Diavolo, dove, se muore, muore nel mare e nel sole, una fine invidiabile».

walcott 1 Parte della critica inglese ha definito fin troppo «ordinario» questo lavoro. A tal proposito, lei ha ribattuto che l’ordinario, il consueto, ciò che in apparenza non eccede è precisamente «il miracolo», ossia l’eccezione assoluta. Ci può spiegare meglio questa sua definizione di «ordinario»? In effetti è un rimprovero che venne mosso dalla critica del tempo anche a Pissarro, considerato troppo radicale nella sua vita politica – è nota la sua professione di fede anarchica – e troppo accomodante in quella artistica.

Esistono pittori, così come esistono poeti, che traggono ispirazione da elementi del quotidiano e hanno quali soggetti le nature morte, gli oggetti di uso comune, le cose di tutti i giorni. Potremmo dire che guardano le cose e distillano arte attraverso il filtro della vita quotidiana. Chardin, Cézanne… abbiamo molti esempi. Anche per quanto riguarda Camille Pissarro potremmo, in effetti, sostenere la stessa cosa. Chiunque poteva vedere le cose che vedeva lui. Il paesaggio era lì, con la sua luce, i suoi colori, i suoi movimenti spesso impercettibili. Ma proprio nella capacità di cogliere movimenti e momenti all’apparenza scontati o impercettibili sta la sua grandezza. Una grandezza «ordinaria» o non piuttosto una capacità per nulla scontata di illuminazione poetica? La poesia come la pittura, o quanto di poetico c’è nella pittura e viceversa, non toccano forse e al tempo stesso innalzano il «luogo comune»? A questo ho voluto alludere in alcuni versi del Levriero di Tiepolo: «Se ho intonato le mie tinte a un eccesso retorico / non fu per ambizione ma per toccare il sublime, / per innalzare il luogo comune sino alla sacralità / di oggetti resi radiosi dal lento smalto del tempo». Attraverso la tecnica, pittorica o poetica, attraverso il linguaggio della poesia o dell’arte, si compie questa sottile trasfigurazione, dell’ordinario nello straordinario. Ma tutto è già lì, il miracolo è inscritto nella vita di tutti i giorni.

walcott copertina levriero In un suo scritto, recentemente apparso anche in Italia (Oltre l’ultimo cielo, Epoché, pp. 170, euro 14), il poeta palestinese Mahmud Darwish riserva alcune considerazioni interessanti al suo lavoro. Come dobbiamo considerare l’opera di Derek Walcott, si domanda Darwish? Un compimento della lingua inglese? Se è innegabile che Walcott, scrive Darwish, «abbia preziosamente arricchito quest’ultima, non per questo le è debitore della ricchezza della propria esperienza poetica. Egli non è il prodotto della lingua inglese, bensì una sorta di punto d’incontro di diverse culture, lingue, luoghi e tempi».

Il linguaggio, per un poeta, è questione di melodia personale, individuale. Perché scrivo in inglese? Io scrivo sì in lingua inglese, ma la melodia di quell’inglese, la sua accentazione, è caraibica. Potremmo anche dire che non scrivo in inglese, ma non cambierebbe nulla. Poeticamente, le lingue non sopravvivono allo stato neutro e asettico, allo standard a cui vorrebbero ridurle taluni accademici. Comunque è chiaro che il mio non è il linguaggio di un americano, di un australiano, di un canadese e, tanto meno, di un poeta del Regno Unito. C’è dunque da chiedersi che cosa sia questa lingua, trasfigurata e piegata in una melodia personale, attraverso un’inflessione caraibica particolare. È ancora inglese? Certo che sì, ma impariamo a considerare le lingue come forme e forze vive, che necessariamente fuoriescono dai dizionari.

walcott 4Questo può dirsi anche del francese. Anche se per molto tempo la poesia antillana francofona è stata considerata più una corruzione della lingua «madre», che un suo arricchimento. In fondo, le espressioni «petit-nègre» e «charabia» sono nate in forma dispregiativa, per qualificare il parlato dei neri delle colonie. Un po’ è come se questa matrice ideologica persistesse ancora oggi…

È inutile che le dica che questa che alcuni chiamavano, e altri si ostinano ancora a chiamare, «corruzione» della lingua, è in realtà la sua forma viva e vitale. Non a caso ha prodotto poeti e scrittori del rango di Aimé Césaire o Patrick Camoiseau. C’è però da osservare che i francesi partivano da un assunto di base: quello dell’incorruttibilità della loro lingua, che in realtà è un latino corrotto, un latino inutilmente complicato da «barbari» con il culto dei dimostrativi. Il creolo, se lo consideriamo da questo punto di vista – si badi, lo stesso punto di vista di quegli «accademici» – è un processo rovesciato di semplificazione del francese. Asciugando la lingua la riporta alla sua freschezza, non direi «originaria», ma di base. Il paradosso è che, proprio ponendosi nell’ottica degli accademici di Francia, la prospettiva viene rovesciata e le strutture elementari della lingua rivivono proprio attraverso quello che occhi corrotti chiamano «corruzione». Lo snobismo, anche in questo campo, non porta a nulla. Baudelaire e Rimbaud non storcerebbero di certo il naso dinanzi alla «corruzione» creola. Ma loro si interessavano realmente alla lingua e alla sua vita, comprendendone gli intimi, necessari sommovimenti. Il problema sono certi accademici, ma in fondo loro non toccano la lingua viva, non la colgono nelle sue strutture e dinamiche, vorrebbero rinchiuderla nelle teche e nei musei. E lì farla morire.

walcott

 

 

 

 

Epiloghi 

Le cose non esplodono,
sbiadiscono, svaniscono,

come il sole svanisce dalla pelle,
come la spuma s’insabbia rapida a riva,

anche il lampo fulmineo d’amore
non finisce in un tuono,

ma muore col suono
dei fiori che svaniscono come pelle

sotto la pomice umida,
ogni cosa cospira a questo

finché non si resta
col silenzio che avvolge la testa di Beethoven.

Endings

Things do not explode,
they fail, they fade,

as sunlight fades from the flesh,
as the foam drains quick in the sand, 

even love’s lightning flash
has no thunderous end,

it dies with the sound
off flowers fading like the flesh

from sweating pumice stone,
everything shapes this

till we are left
with the silence that surrounds Beethoven’s head.

walcott 5

 Notti nei giardini di Port of Spain

La notte, la nostra estate nera, semplifica i suoi odori
in un villaggio; assume l’impenetrabile

muschio del Negro, si fa segreta come sudore,
i suoi vicoli che odorano di ostriche sgusciate,

carboni d’arance auree, bracieri di meloni.
Commerci e tamburelli ne accrescono il calore.

Fiamme dell’inferno o il bordello: un’onda di facce
di marinai s’increspa su Park Street ed è andata

con la fosforescenza del mare, le boîtes de nuit
ammiccano come lucciole nei suoi capelli spessi.

Accecata dai fanali, sorda ai clacson dei tassisti,
solleva il volto dal bagliore volgare della pece

verso stelle bianche, come città, neon che abbagliano,
arsa dal desiderio di essere quella puttana che sarà.

 

Nights in the Gardens of Port of Spain

 

Night, our black summer, simplifies her smells
into a village; she assumes the impenetrable 

musk of the Negro, grows secret as sweat,
her alleys odorous with shucked oyster shells,

coals of gold oranges, braziers of melon.
Commerce and tambourines increase her heat.

Hellfire or the whorehouse: crossing Park Street,
a surf of sailors’ faces crests, is gone

with the sea’s phosphorescence; the boîtes de nuit
twinkle like fireflies in her thick hair.

Blinded by headlamps, deaf to taxi klaxons,
She lifts her face from the cheap, pitch-oil flare

towards white stars, like cities, flashing neon,
burning to be the bitch she will become.

As daylight breaks the Indian turns his tumbril
of hacked, beheaded coconuts towards home.
 
 
(traduzione di Matteo Campagnoli)

 

The time will come
when, with elation,
you will greet yourself arriving
at your own door, in your own mirror,
and each will smile at the other’s welcome,
and say, sit here. Eat.
You will love again the stranger who was your self.
Give wine. Give bread. Give back your heart
to itself, to the stranger who has loved you
all your life, whom you ignored
for another, who knows you by heart.
Take down the love letters from the bookshelf,
the photographs, the desperate notes,
peel your own image from the mirror.
Sit. Feast on your life.

All’alba, l’indiano volta verso casa il suo carretto
di noci di cocco decapitate con l’accetta.

 

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

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15 commenti

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15 risposte a “Intervista a Derek Walcott di Marco Dotti – “LA POESIA DEL QUOTIDIANO E DELL’ORDINARIO” E TRE POESIE

  1. Mi sono soffermato sulle due poesie, ammetto di non avere letto l’intervista, comunque lo farò. Questo è un Poeta enorme, basti solo questo:

    finché non si resta
    col silenzio che avvolge la testa di Beethoven.

  2. carlo freccia

    Vede, Almerighi, dire di un poeta che è “enorme” tradisce una sua incoltura di (linguaggio) critica lettearia-poetica. Che vuol dire “enorme”? Sarebbe bene che Lei si leggesse i grandi critici letterari – sono rarissimi – ma sono esistiti, qualcuno ancora è vivente. Per esempio si vada a leggere i formalisti russi: le cito tre nomi : Viktor Sklovskij, e Roman Jakobson, Juri Tynjanov, oppure Leo Spitzer, Jammes Hillman, A. M. Ripellino, e anche Carlo Bo, Fortini, e il vivente Claudio Magris.- Il punto è che è necessario usare termini adeguati.
    carlo freccia

    • gentile Carlo Freccia,

      vorrei spezzare una freccia o un giavellotto in pro di Almerighi, il quale se ne è uscito con un aggettivo iperbolico, di sbalordimento, di meraviglia… non con un commento critico di cui del resto Walcott non ne ha bisogno alcuno.

    • vede caro Freccia, a me non interessa per nulla possedere un’incoltura di linguaggio critico letterario, questo lavoro lo lascio volentieri a chi lo sa fare come a Giorgio Linguaglossa. Io voglio stupirmi di fronte alla bellezza senza dovermi nascondere dietro un metalinguaggio o vergognarmi di stupire o provare un’emozione leggendo una poesia. Per la cronaca, “enorme” è un’iperbole di grande, e per me Walcott lo è.Lei continui pure con Ripellino e mi dia qualche lezione di sostegno, aggratis

  3. carlo freccia

    Esimio Almerighi, mi dispiace averlo offeso o quanto mai irriitato; lei dice “nascondere” “vergognarmi”… credo che sia andato oltre i miei intendimenti; e poi cosa vuol dire “Lei continui pure con R…” (una provocazione?); “lezione di sostegno” ? : mi dispiace, non sono un benfattore. Lei è libero di stupirsi per la poesia: ci mancherebbe che io vieterei questo: diciamo che mi ha frainteso (non è la prima volta). Lei è libero di “provare emozione” ci mancherebbe che… –
    finisco qui.

  4. “ci mancherebbe che io vieterei” !?
    Ora la meraviglia è mia.
    Non si dice: “Ci mancherebbe che io vietassi”?
    Ma forse sbaglio.
    Giorgina Busca Gernetti

  5. marcello mariani

    ha ragione Lei Giorgina B. G., ma credo che l’errore è dovuto alla foga del signor Freccia, alla fretta…. poi questi errori sono perdonabili…. comunque : il Freccia rimane nella sfera della poesia e della critica; Almerighi si allontana e prende la questione sul personale…

  6. Signori cari può succedere a tutti di fare errori di verbi o di sintassi quando si scrive all’impronta, non mi sembra un peccato mortale, capita a tutti almeno a tutti i mortali.

    • Gentilissimo Giorgio,
      non ho parlato di peccati mortali, ma solo di sintassi del verbo scorretta. Capita a tutti di fare “refusi” scrivendo all’impronta sulla tastiera; a me succede molto spesso perché sono una dattilografa modesta, direi persino scarsa. I verbi sono un’altra cosa: nascono dalla mente, non dalle dita.
      Un cordiale saluto
      Giorgina Busca Gernetti

  7. Giuseppina Di Leo

    Se in lingua creola la parola ‘città’ è diventata ‘enville’ (deriva da ‘ville’), trasformando in tal modo non un luogo, bensì l’idea in esso contenuta (La Cecla), anche dicendo poeta enorme – attributo che io stessa condivido per Derek – forse Almerighi compie lo stesso rovesciamento di lingua effettuato dai creoli contro il “paradosso” accademico francese, come ci insegna il poeta.

  8. ant.sagredo@gmail.com

    Lessi poco dopo l’uscita di Omeros in lingua italiana, sul “24ore domenicale – pagine di critica letteraria – alcuni anni orsono… lessi che un traduttore italiano di vaglia (non ricordo il nome) apostrafava il traduttore italiano di Omeros, poi che numerosi erano gli errori di traduzione… errori che erano elencati nell’articolo e che travisano il senso e deviavano il lettore.
    Facile è andare a reperire il numero di quel domenicale.

    • Tempo verrà
      in cui, con esultanza,
      saluterai te stesso arrivato
      alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
      e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

      e dirà: Siedi qui. Mangia.
      Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
      Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
      a se stesso, allo straniero che ti ha amato

      per tutta la vita, che hai ignorato
      per un altro e che ti sa a memoria.
      Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

      le fotografie, le note disperate,
      sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
      Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

      Derek Walcott

      The time will come
      when, with elation,
      you will greet yourself arriving
      at your own door, in your own mirror,
      and each will smile at the other’s welcome,
      and say, sit here. Eat.
      You will love again the stranger who was your self.
      Give wine. Give bread. Give back your heart
      to itself, to the stranger who has loved you
      all your life, whom you ignored
      for another, who knows you by heart.
      Take down the love letters from the bookshelf,
      the photographs, the desperate notes,
      peel your own image from the mirror.
      Sit. Feast on your life.

      dal libro “Mappa del nuovo mondo” di Derek Walcott

  9. Giuseppina Di Leo

    Trascrivo uno scritto di qualche tempo fa ispirato da Derek Walcott.
    Arriva dalla strada un suono di fisarmonica nel vento. Mi affaccio.
    Il suonatore è un giovane, con bimbo al seguito. Un po’ più in là, un signore ben vestito usa il telefonino allungando il collo nella discussione; un altro sta richiudendo il bidone della spazzatura.
    Giornata grigia di pioggia. Inizia a cadere qualche goccia. Il vento vortica tra le imposte: la casa è una foresta, in cui tutto si agita.

    Derek Walcott sporge il viso sulla pagina sollevata, fissandomi con il suo sguardo azzurro. Mi sorride dal n. 247 di marzo 2010: Dio, come passa il tempo!
    Ed ecco i suoi versi, scritti per me oggi: «La giornata grigia. L’umore colore dell’ardesia. Troppo / nuvoloso».

    Una ragazza dai capelli biondi stende i panni al balcone di fronte. È giovane e bella, probabilmente dei Paesi dell’est. Ha un corpo agile e scattante come quello di un cerbiatto. La vedo al mattino mentre sbriga faccende per conto dei due anziani che vivono in quella casa. Ma è già da un po’ che non vedo la signora. Ieri invece notavo il vecchio: sedeva al sole con lo sguardo nel vuoto. Che gli sia morta la moglie? Sospiro. Sinceramente, non lo so.
    Riprende il suono della fisarmonica, mentre rinforza il vento. E il vento diventa prepotente, non mi lascia in pace. Oscilla in altalena i panni neri e azzurri. Li arrotola.

    «Nei fogli sul tavolo le parole tacciono confuse / tra loro si perdono / senza dire. / La linea nella mano abissa lo spavento / a mulinello si accartoccia».
    – h.: 11,35 – La giovane donna bionda è uscita nuovamente per sciorinare un solo capo maschile: una giacca di pigiama: l’abbigliamento steso al vento è tutto lì; e temo che la signora non ci sia più.
    «È l’ora del muto tepore di un soffio», un verso per dire una sinestesia con parole mie. Ma è anche l’ora che mi decida ad andare in cucina.
    (Dalla strada: «Le pantere nere, i puma americani nella pista del circo: non mancate! Conta di più urlare la propria sconfitta, facendola apparire vittoria!»).

    Intanto, il vento si è arreso a se stesso.

    Forse è proprio come tu dici, Derek, bisogna essere positivi, non fossilizzarsi contro la superficie della vita.
    Mi piace il tuo sorriso.
    Ci sono dei volti che inclinano alla dolcezza chi li guarda (dedicato a Derek).

    (nov. 2011)
    Giuseppina Di Leo

  10. Cara Giusy,

    il tuo è un gran bel pezzo che sta a metà tra la prosa e il genere poetico. Non saprei dire se penda più verso la poesia o verso la prosa, non so. Tutto ha inizio con l’arrivo di un suono di fisarmonica, tu che ti affacci alla finestra… gesti semplici, essenziali ma molto veri. La bellezza del tuo pezzo sta nella assenza di qualsiasi posa poetica e di retorismi inutili e istrionici (o si è Sagredo o non lo si è). La poesia è come dovrebbe essere ogni poesia: semplice e diretta.

  11. Giuseppina Di Leo

    Caro Giorgio,
    “dedicato a Derek” è un brano nato da sé in una mattina di domenica, una di quelle giornate in cui solo la scrittura può dare un aiuto per capire ciò che effettivamente ci muove dentro, ma non è una via di fuga, né pretesa di cercare soluzioni possibili. Succede, in poesia.
    Grazie per il tuo sguardo.

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