BESNIK MUSTAFAJ “LEGGENDA DELLA MIA NASCITA” LEGJENDA E LINDJES SIME (1976 – 1986) Antologia. Cura e traduzione di Gëzim Hajdari

Besnik Mustafaj Hoxa

Besnik Mustafaj “Leggenda della mia nascita” Legjenda e lindjes (1976 – 1986) Edizioni Ensemble, Roma, 2012 – A cura e traduzione in italiano di Gëzim Hajdari

Besnik Mustafaj è nato il 23 settembre del 1958 in Albania. Si è laureato in Lingua e Letteratura Francese all’università di Tirana e ha lavorato come professore, traduttore e giornalista. E’ tra i fondatori del Partito Democratico d’Albania; con Azem Hajdari organizzò la prima manifestazione democratica contro il regime comunista di Enver Hoxha. Ambasciatore in Francia dal 1992 al 1997, è stato Ministro degli Esteri dal 2005 al 2007, per poi dimettersi causa dissenso con il premier Berisha e dedicarsi definitivamente alla scrittura.
Tra i più importanti scrittori contemporanei albanesi, Mustafaj è autore di numerosi romanzi, saggi, raccolte e traduzioni. Le sue opere sono state tradotte in molte lingue, ricevendo un largo consenso di critica. In Italia ha pubblicato Albania tra crimini e miraggi (Garzanti, 1993). Nel 1997 ha vinto il premio Méditerranée per il romanzo Daullja prej letre (Tamburo di carta).

*

tirana

tirana

 La poesia di Mustafaj nasce nelle Bjeshkët e Nëmuna (Montagne Maledette), nel nord dell’Albania, nel pieno inverno della dittatura comunista albanese. Il giovane poeta delle Alpi entrerà molto presto in contatto con il mondo letterario pubblicando la prima raccolta in età giovanissima, a soli diciannove anni. Dopo gli studi superiori nella città natale, si trasferisce nella capitale per frequentare gli studi universitari di lingua e letteratura francese A quel tempo, Tirana, era la capitale della cultura del realismo socialista che alimentava la macchina del terrore rosso. Nel cuore del regime le vicende scorrevano come in una scena delle tragedie shakespeariane. Erano i tempi del famigerato del IV Plenum 1973 che colpì duramente la vita culturale. Nella grande città, il giovane poeta spaesato, viene preso dalla vita studentesca e dagli studi, osservando da lontano la vita culturale e gli ambienti letterari. Portava con sé un’aria di libertà, che le alpi avevano imposto alla sua stirpe fiera e guerriera di Tropojë, città natale. Vivendo al di fuori dei circoli dei poeti, ancora non si rende conto del meccanismo sanguinario e del terrore esercitato contro gli uomini di cultura e non solo.

Manifestazione a-Tirana 1990

Manifestazione a-Tirana 1990

 In quegli anni, la Lega degli Scrittori riprende la caccia alle streghe e iniziano processi inauditi contro scrittori e artisti che, secondo il regime, erano stati influenzati dall’“ideologia borghese” occidentale. Molti di loro furono arrestati e internati, oppure fucilati e le loro opere messe al bando. Numerosi furono anche quelli mandati nelle campagne per essere rieducati ideologicamente. ”Essendo fuori da tutto ciò che accadeva dentro le mura della censura, non conoscevo il senso della paura”, ricorderà, più tardi, il poeta Besnik. Questo lo aiutò a riflettere sui temi esistenziali della sua poesia e non limitandosi solo a quelli celebrativi imposti dal manifesto dell’arte di partito. Quando inizia a lavorare come giornalista presso il quotidiano del partito Zeri i popullit (La voce del popolo), il poeta si renderà conto di tutto quel che accadeva nei palazzi del potere.

Macchina della Polizia di Tirana

Macchina della Polizia di Tirana

 Ormai “il migrante” del nord era divenuto più maturo e più cosciente e cerca di resistere e difendersi, per non essere schiacciato dal peso dell’oppressione del regime. In queste condizioni riesce a sopravvivere la sua parola, pur all’interno dell’estetica di Stato; il che dimostra che il suo verso ha resistito ai tempi, anche dopo il crollo della dittatura e della letteratura declamatoria e demagogica del realismo socialista. E’ per questo che la sua opera ha un doppio valore: umano e letterario.
Il verso di Mustafaj sembra pacato a una prima lettura, epico come nei racconti degli antichi, senza grida né enfasi. Ma è solo un inganno, perché rileggendo con l’attenzione dovuta, si scopre che sotto l’essere del suo verbo abitano echi, suoni, ritmi interiori intensi che penetrano nella memoria del lettore accorto, rimanendovi per sempre. E’ un verso vero e vissuto profondamente, carico di umanità e di universalità. Mustafaj sa colloquiare con le cose, dando loro voce e volto, attraverso una prosa poetica che colpisce per la forza e per la bellezza antica ed ancestrale. A volte tumultuosa e carica dell’inquietudine quotidiana, la sua poesia si fa carico del dolore e della sofferenza dell’uomo, in attesa di un raggio di luce durante le notti nere, che sembrano non avere mai fine: “Non arriverà mai l’alba”. Fare il poeta nel cuore della dittatura più feroce del vecchio continente, in cui s’intrecciavano i vivi con i morti, poteva essere una scelta fortunata per i poeti di corte, ma pericolosa per gli ‘eretici’. Attraverso le metafore e simboli ambigui, i poeti tentavano di ricuperare la libertà quotidiana perduta. Chi ha osato spingersi oltre il limite proibito, fissato dalla censura, ha pagato con la propria vita, uccidendosi con la propria poesia.

Tirana squarebesnik mustafaj copertina Leggenda

Tirana square

 Il territorio poetico di Mustafaj è un territorio minacciato, abitato da streghe, notti nere, boschi oscuri, lupi mannari, sangue versato… Sono simboli negativi che, come presagi, preavvisano un lugubre destino per il poeta e per la poesia stessa. Scene makbethiane, in cui ognuno tenta, disperatamente, di difendersi e salvarsi, come dimostrano i versi «Nella casa costruita con gli alberi del bosco, / durante le notti nere, ti difesero dalle streghe». Per il poeta, la vita quotidiana ha perso il proprio senso, è per questo che ha deciso di vivere diversamente, trasformarsi in un sogno irreale, perché il presente emana solo gemiti. Non rimane altro che continuare a sperare, stringendosi l’uno all’ altro ed amarsi: «Come fanciulli, amore mio, / come fanciulli siamo noi». L’amore come anima del mondo; è la poesia stessa che sopravvive, sfidando qualsiasi oppressione e i recinti di filo spinato. Toccanti sono i versi dedicati alla propria donna, alla madre, che pur essendo assente, è sempre presente e accanto al proprio figlio, pronta a proteggerlo, insegnandogli le leggi antiche degli avi malsor (montanari).

Besnik Mustafaj

Besnik Mustafaj

 Immagini surreali percorrono il palcoscenico della sua poesia. Il poeta soffre, è inquieto, decide di affidare il suo segreto d’uomo al proprio corpo, scendendo nel profondo del suo io, aggrappandosi forte ai ricordi, al paese natale, alle sue leggende e ai suoi miti. L’unico patrimonio prezioso che dà un senso al suo esistere, per Mustafaj, diventa l’infanzia, fatta di pietre, di pugni di terra, di manti di neve, del respiro delle montagne; tutto questo per non morire come uomo. «Mia infanzia – sei una Rozafë* rinchiusa nelle fondamenta della nuova città. / Ma non hai lasciato fuori / delle mura / né la mano / né il seno / né gli occhi». E’ l’unico cordone che lo terrà in vita, d’ora in poi a Tirana, capitale del crimine.
Nella “nuova città staliniana”, egli e la sua parola soffrono, non si riconosceranno più e il poeta si sente come la Rozafa, murato vivo nelle sue mura, quindi in quelle della propria opera. E’ un gesto estremo, quello di scegliere di vivere, d’ora in poi, trasformando il suo corpo in versi. Allora, è questa la vera missione del poeta e della poesia stessa. Ma le notti buie ingombrano ovunque, schiacciando uomini e pensieri. Partecipe alla sofferenza del suo popolo e all’angoscia quotidiana del poeta, diventa anche la natura che lo circonda. Infatti, stanno per scoppiare fiumi e fulmini e la terra inclinata si regge alle braccia degli uomini, per non cadere nei propri abissi. Il sole pallido sulle alpi non riscalda più; tutto sta per congelarsi. Scene apocalittiche, in cui l’uomo e la natura si consolano disperatamente a vicenda. La paura e il terrore della dittatura albanese è presente e penetra dappertutto, persino nei grembi delle madri e dei bambini. «Figliolo mio /Da dove ti viene questa paura». Mentre i fiori, «/ donano ai vivi / odori morti». Si vive in un incubo perenne, in cui ognuno teme per la propria sorte.

Man mano che scorrono i versi di Mustafaj, davanti agli occhi

Besnik Mustafaj

Besnik Mustafaj

 del lettore, si affacciano immagini e situazioni sconvolgenti, per arrivare al culmine con “O corvi che mi divorate, oi, oi!”. Versi che rammentano i lamenti delle grandi tragedie antiche. Un’accusa al cielo aperto che sanguina. Al poeta non resta che uscire allo scoperto, questa volta tramite una poesia emblematica «Cammino per la mia strada». Una poesia blasfema per il tempo, pubblicata nella raccolta Volto di uomo 1987. Una sfida aperta al potere e alla sua ideologia culturale. I suoi versi suoneranno come un anatema contro l’oppressione e i suoi censori: «Cammino per la mia strada./[…]/ Il mantello non riesce ad essere la maschera del mio corpo / […] / Voi che mi conoscete, vi prego, se mi volete veramente, / non chiedetemi di essere sempre lo stesso!
E’ questa la leggenda della nascita del poeta e della sua poesia imponente, dai toni epici ed elegiaci, che assomigliano ad una “leggenda” vivente sorta nel gelido el lungo inverno della dittatura albanese.
G. H.

Scontri-a-Tirana 2001

Scontri-a-Tirana 2001

FATA

Tutto questo, grazie ai miei avi
che ti hanno insegnato ad amare la vita.
Nella casa costruita con gli alberi del bosco, durante le notti nere,
ti difesero dalle streghe.

Ti convinsero a stare qui, nella loro terra,
sul suolo scuro
quando in quel tempo
ogni cosa si rifletteva violentemente
sui vetri dei finti Palazzi e nei cieli.

Ti raccolsero dal nulla,
ti donarono il proprio caldo respiro d’uomo
e ti santificarono come donna.
E tutto questo, grazie a loro!

Altrimenti non ci saremmo mai incontrati
ed amati
e al posto del tuo nome,
ti avrei chiamata
Fata del mare e del cielo.

Besnik Mustafaj

Besnik Mustafaj

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MADRE

Vecchia madre, taciturna,
la tua vita, un andare e venire, sei sempre la stessa,
nell’aria d’intorno e nell’assenza,
nelle vene del sangue, nell’anima.

Sulle strade che percorro, siano esse minacciose o lontane,
ovunque io vada,
o cammini,
riconosco le tue orme
che mi guidano
e mi proteggono.

Se avverto il richiamo delle sirene,
sei tu ad affievolirmi l’udito,
rendi forti le mie braccia quando tiro con l’arco,
e mi rimproveri quando dimentico le leggi antiche
della mia stirpe.

Ulisse, mio fratello balcanico di tremila anni,
in segno di riconoscenza di fronte ad Atene,
pregasti davanti all’Olimpo vuoto.
Che peccato, non riuscisti a capire che fu tua madre,
che ti fece tornare a Itaca,
sei vissuto e morto senza posare neanche un fiore appassito
sulla sua tomba.

besnik mustafaj in casa

besnik mustafaj in casa

 

 

 

 

 

 

 

 

ANCHE IL FIUME LO SA

Anche il fiume lo sa
che l’uomo solo
diventa la tomba di sé stesso,
anche il fiume lo sa.

Anche la montagna lo sa
che l’uomo deve guardare oltre il proprio sguardo,
per sentirsi vivo nella vita degli altri,
anche la montagna lo sa.

Lo sapevano già il fiume e la montagna,
è per questo che hanno aperto dei varchi.

 

Besnik Mustafaj

Besnik Mustafaj

DA ANNI

Da anni nelle morbide forme dei volti delle fanciulle
cerchiamo le montagne
come nei loro occhi i fiumi.

E ci accorgiamo che la luce
e le ombre degli amori
hanno strati di pietre.

 

Besnik-Mustafaj

Besnik-Mustafaj

FIORI FINTI

Fiori finti di carta: rossi, gialli.

Nei loro colori non c’è il sole,
la terra, la pioggia, la rugiada,
non ci sono nemmeno il giorno e la notte,
l’ombra e la luce delle nuvole d’estate,
il confine tra le stagioni
nemmeno la fioritura
il tremolio,
la maturazione della frutta
dove si conserva la passione degli uomini,
non c’è il seme
per vedere la gioia della madre
che spesso s’intristisce
e offre il suo corpo
come una strada sicura
per andare nell’indomani. Né la rigenerazione.

Fiori finti
donano ai vivi
odori morti.

Besnik-Mustafaj

Besnik-Mustafaj

LA NEVE, QUESTA FIABA INVERNALE

1.
Gli uccelli del sole

Da dove viene questa neve.

Il mondo d’intorno tace, senza richiami, né gridi.

Solo gli uccelli continuano a sfidare il candore,
vanno e tornano come annunci.

Nei loro becchi gialli
il ricordo del sole caldo d’estate,
in cui regge il giorno per non essere spezzato.

Besnik Mustafaj (Albanian Minister of Foreign Affairs) Fatmir Mediu (Albania Minister of Defence), NATO Secretary General, Jaap de Hoop Scheffer

Besnik Mustafaj (Albanian Minister of Foreign Affairs) Fatmir Mediu (Albania Minister of Defence), NATO Secretary General, Jaap de Hoop Scheffer

COME FANCIULLI

Come fanciulli, amore mio,
come fanciulli siamo noi,
come fanciulli che camminano su un filo sottile,
oppure sulla lama del coltello
e se vengono rimproverati per il rischio che stanno correndo,
non tornano lo stesso indietro.

Come fanciulli, amore mio,
come fanciulli, noi.

 

Tirana Skenderbeu

Tirana Skenderbeu

LE ALPI IN INVERNO

Terra inclinata,
dirupi che iniziano nei volti degli uomini
e scendono a strapiombo sui fiumi.

Sopra le alpi un sole pallido
che penzola
appeso al Tempo

in silenzio.

Dentro il silenzio
il corpo fragile dell’erba nuova,
i fiumi gonfi
e i fulmini infuriati.

Terra inclinata
che si regge alle braccia degli uomini
per non cadere nei propri abissi.

Besnik Mustafaj

Besnik Mustafaj

 

 

 

 

 

PASSEGGIATA NOTTURNA NEL BOSCO

Tacciono gli alberi, le pietre, i fiori selvatici.
Ed io, viandante smarrito,
canto per far loro compagnia nel silenzio notturno.

Sono solo nel silenzio della notte.
Canto e il buio si dissolve,
non mi sento più solo.
Sento i passi di lei che si avvicina,
lo sbatter d’ali degli uccelli,
il fruscio degli alberi mi sussurra parole sconosciute,
sulla mia camicia celeste
le cicale richiamano l’estate e il sole,
rammento gli occhi di lei che mi cercano
come se volessero proteggermi,
nelle sue labbra divento acqua, aria, luce, fuoco.

Il bosco si sveglia all’improvviso
e per non distruggermi, il sogno
si ferma lontano.

Besnik Mustafaj

Besnik Mustafaj

DAVANTI ALLO SPECCHIO

Ogni mattina resto a lungo davanti allo specchio
per scrutare le rughe del volto,
le vene della fronte
o i capelli incanutiti.

Ogni mattina
lo specchio mi ritrae il corpo sciupato,
descrivendo i cerchi dell’età sull’universo dei miei occhi umidi,
ricordandomi dolorosamente
l’antica tragica verità della vita di Narciso.

Il suo sogno era quello
di lasciare agli uomini qualcosa di unico e di immortale.

Quando un giorno vide il suo volto
trasformato dagli anni,
si accorse che quella dello specchio era solo l’immagine
che rifletteva la sua vita,
il suo lottare invano.

Non avrebbe voluto vivere in quel modo;
aveva sognato una vita diversa,
e le vene del suo corpo,
riversavano veleno nel cuore,
che sanguinava
per l’amarezza.

Questo è successo a Narciso più di duemila anni fa,
addolorato per la sua diversa immagine riflessa nello specchio.
E’ per questo che io ogni mattina mi preparo al nuovo giorno
conservando una buona parola da dire a me stesso
prima di iniziare a vivere l’indomani.

Besnik Mustafaj

Besnik Mustafaj

VOLTO DI UOMO

Il mio volto non porta misteri. E’ volto d’uomo.
Non si nasconde mai,
non si copre anche nel sonno,
con gli occhi che scrutano in tutte le stagioni
l’aria limpida di marzo
e con la sua pelle sottile come la pelle dell’acqua,
quel che ha da dire,
lo dice.

Il mio volto non semina misteri. In esso ci sono le montagne,
le montagne che tremano soltanto quando si baciano con il cielo,
il fiume azzurro del mio paese natale,
quel fiume che cade dalle cime dei dirupi
e già si raccoglie di nuovo nel suo strato,
per diventare fiume, fiume celeste che corre verso il mare,
le viole che anche tra i manti di neve
fioriranno senz’altro,
senza avere paura delle albe di gelo
e di brina,
per non lasciare le prime giornate di marzo
scivolare senza fiori.

Il mio volto è già un mistero. Esso mi tradisce sempre
e più della parola.

Besnik Mustafaj

Besnik Mustafaj

 

 

 

 

 

IL DEBITO CON MIO PADRE

La strada, il foglio bianco su cui scrivo, la nebbia della sera,
la carezza intima di lei, la mattina chiara e limpida,
la crosta abbrustolita del pane come la pelle del palmo della mano,
la porta di casa aperta, le scarpe con i tacchi consumati,
la scrivania dell’ufficio, il balbettare del figlio, il sole pomeridiano,
la replica col capo ufficio, la pioggia estiva, gl’incontri con gli amici
e tante e tante altre cose che mi riempiono la vita,
c’è un filo che li lega tra di loro e con se stessi.

A te, padre, che mi sei lontano, come posso inviare
quel che ti spetta delle mie gioie e delle mie sconfitte?!

Manifestazione a Tirana

Manifestazione a Tirana

DA DOVE VIENE QUESTA PAURA

Figliolo mio, tu sei nato in città
non hai mai visto il bosco oscuro
e il suo buio.
Perché hai paura
del lupo mannaro?

Ti chiedo cosa sai
del lupo.

Mi dici che è un predatore
e che quando è affamato,
non lascia che l’agnello si disseti,
ma lo accusa per aver intorbidito
l’acqua del ruscello della valle.

Lupo mannaro, tu non hai mai visto
mio figlio.
Figlio mio, da dove viene questa paura
proprio qui, in mezzo alla città?

1 Commento

Archiviato in poesia albanese, Senza categoria

Una risposta a “BESNIK MUSTAFAJ “LEGGENDA DELLA MIA NASCITA” LEGJENDA E LINDJES SIME (1976 – 1986) Antologia. Cura e traduzione di Gëzim Hajdari

  1. Ha scritto di recente Massimo Bagicalupo che «Nel mondo anglosassone la poesia continua ad avere un ruolo impensabile in Italia. Riviste di ampia tiratura, dal “New Yorker” all’“Atlantic Monthly”, pubblicano in ogni numero testi poetici, evidentemente sicure che essi interessino il lettore come gli articoli e racconti fra cui appaiono. E pagano bene gli autori. Che peraltro scrivono con uno stile piano di argomenti di solito legati alla vita quotidiana, per cui il linguaggio più emotivo e conciso della poesia può fare ciò che la prosa non può fare. L’ “Atlantic” ha persino un sito che riporta tutte le poesie pubblicate e permette di sentirle lette dagli autori: un rapido giro di orizzonte nella poesia americana».

    In altri paesi come l’Albania la poesia continua a mantenere una larga popolarità mentre in Italia, nel nostro amato paese borghesemente cinico-scettico erede della duplice retorica degli scettici altoborghesi e dei populisti, la poesia viene vista come un oggetto di finta oreficeria, di bigiotteria da mettere nei cassetti dei numismatici. Besnik Mustafaj è un poeta nel senso pieno della parola, è stato uomo politico, ministro degli esteri del suo paese e adesso è tornato a fare il poeta a tempo pieno. Besnik parla in modo semplice, piano, primordiale, evita le complicazioni, le circonvoluzioni delle parole, non scrive per i professori di letteratura come molti autori italiani, evita come la peste le citazioni culte e parateologiche di moda purtroppo qui da noi. Credo che forse noi avremmo molto da imparare da questi poeti se mettessimo da parte l’altezzosità dell’ego e della nostra cultura epigonico-scettica.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.