Cesare Viviani “NON DATE LE PAROLE AI PORCI” (2014) -Estratti su questioni di poetica e di poesia

Viviani copertina Parole ai porci

Cesare Viviani Siena Libri

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Estratti da Cesare Viviani Non date le parole ai porci il melangolo, Milano, 2014 pp. 142 € 13

Poesia

La poesia non si identifica in un contenuto, e nemmeno in una forma.
L’essenza della poesia è l’indefinibile, ovvero il limite del definibile, del comprensibile, dell’interpretabile, del leggibile. Dunque si tratta di non negare il vuoto, l’assenza, il nulla. È la presenza che non può fare a meno dell’assenza, il pieno che non può fare a mano del vuoto, ogni cosa che non può fare a meno del nulla.
Ma la forma e il contenuto devono essere tali da essere accompagnatori capaci di condurre, prima l’autore e poi il lettore, fino al limite del comprensibile, del definibile, del dicibile. Comunque, se l’essenza della poesia è l’indefinibile, si può dire che il fondamento della poesia è il nulla.

Cesare Viviani

Cesare Viviani

Fondamentale per l’arte

C’è un elemento a mio avviso fondamentale, un elemento base, essenziale, costituzionale, senza il quale l’arte non esisterebbe: è la discontinuità. Prendiamo ad esempio la poesia (ma questo discorso vale per ogni altra espressione artistica): la scrittura della poesia nasce da una frattura dei significati abituali del sentire e del pensare, nasce da una discontinuità dell’esperienza e del pensiero. C’è un’immersione nell’ascolto, un ascolto assoluto nella scrittura della poesia, nel quale l’organizzazione dell’io scompare, scompaiono il buon senso e il giudizio, così come ogni valutazione normale, quotidiana delle cose, scompare l’ambiente ordinato intorno a noi, e c’è solo quest’ascolto assoluto, vertiginoso della parola che diventa la protagonista nell’esperienza del poeta. Anche il linguaggio può rompere con le tradizionali regole della grammatica e della sintassi, anche il senso si interrompe ed entra in circolazione a pari merito il non senso. Insomma l’inizio di ogni evento artistico è la discontinuità.
E anche nella lettura della poesia, così come nel rapporto con ogni altra arte, è necessaria la discontinuità. L’ammirazione che prende il lettore di poesia, o l’osservatore di un quadro, o l’ascoltatore di una musica, è un sentimento intenso, quasi indefinibile, insensato e disinteressato, gratuito, che distanzia e distacca il lettore, o spettatore o ascoltatore, dall’ambiente circostante, dai pensieri e dalle emozioni che provava fino a un momento prima – i «suoi» pensieri e le «sue» emozioni – e lo immerge in una condizione impersonale di scoperta, di creatività, di vertiginosa apertura e novità.
(L’ammirazione è sbilanciamento, disorientamento, è instabile e discontinua, imprevedibile e incalcolabile: se fosse stabile e prevedibile, continua e abituale, sarebbe un assetto rassicurante, una garanzia di seduzione e di conquista, un disinvolto e sfacciato utilizzo del’esperienza).

Interpretazione

L’interpretazione è la forma maggiore di perversione. È la più forte e la più frequente espressione di dominio.

Cesare Viviani

Cesare Viviani

Poesia

Poesia si ha quando la potenza del linguaggio o del pensiero riesce a mostrare anche il limite di sé, il niente che l’accompagna: così questa potenza espressiva si espande, si materializza, tanto da diventare esperienza viva (per chi la scrive e per chi la legge), ma insieme mostra anche la propria caducità. Manifesta la sua ricchezza, lo splendore e insieme la sua caducità. È questa la riprova migliore della presenza della poesia in un testo.

Giovani poeti

I giovani poeti d’oggi (i quarantenni, i trentenni, e ancor più i ventenni) non leggono la poesia di chi li ha preceduti, quando ancora la poesia era vertigine, smarrimento indescrivibile di fronte all’inevitabile.

Cesare Viviani

Cesare Viviani

 belloIdea della poesia

L’essenza della poesia, che la fa distinguere da ogni altra scrittura, non risiede ovviamente nei dati caratteristici esteriori, quali metrica, prosodia, rima, lessico e figure retoriche. E nemmeno, passando a realtà interiori, risiede nel modo del rispecchiamento, quando il lettore crede di vedere rispecchiate nella poesia le proprie emozioni, i propri stati d’animo.
L’essenza della poesia, la sua straordinaria energia, è qualcosa che sfugge a ogni definizione e oggettivazione: nessuno ha mai definito l’essenza, la peculiarità della poesia, nessuno è mai riuscito a definirla, a codificarla, così che non si possono misurare o confrontare due testi, per sapere quale è il più dotato di poesia, e nemmeno al limite stabilire se un testo è o non è poesia, se è poesia o un tentativo non riuscito. Non c’è oggettivazione possibile di valori, se non una moltitudine di lettori che concordano ma pur sempre su esperienze di lettura non oggettivabili, su elementi di valore non definibili. L’essenza della poesia è una vertigine, la vertigine che si prova di fronte all’abisso del vuoto…
Allora se l’essenza della poesia è inafferrabile, si può ben dire che l’essenza della poesia è l’esperienza del limite delle capacità umane di afferrare, capire, definire, sistemare: è l’esperienza del limite.
Così è per tutta l’arte. E come non c’è differenza tra linguaggi pittorici (figurativi e astratti), così non c’è differenza tra linguaggi realisti ed ermetici: sia gli uni che gli altri sono strumenti, apparati, modi tangibili, e diventano poesia solo in quanto realizzano l’esperienza del limite, la vertigine del vuoto, lo smacco della separazione e della perdita, la spoliazione degli strumenti umani, la fine del sapere, del controllo e dell’orientamento.

Allora la poesia, la parola della poesia, non deve preoccuparsi di comunicare, di farsi capire, di ottenere effetti, di conquistare lettori, di raggiungere finalità, di collegarsi ai contesti, di dare valore alla società, all’etica, ai contenuti esistenziali, ai valori. La parola della poesia deve avere a cuore l’esperienza del limite, del vuoto, della separazione, della perdita. La parola della poesia ha valore in sé in quanto offre al lettore la possibilità dell’esperienza del limite ed è sempre “poesia pura”, anche quando gronda di contenuti: essa non ha bisogno di niente e con questa autonomia irriducibile costringe il lettore all’esperienza del limite di decifrabilità e di interpretazione, alla perdita di scienza e coscienza, di controllo razionale ed emozionale, al vuoto di concetti e alla scomparsa del senso. Costringe il lettore all’esperienza del limite delle sue capacità di acquisizione e di intervento, di potere e di dominio
È una vera, profonda vertigine: è l’esperienza vertiginosa della spoliazione e della nudità.

Cesare Viviani

Cesare Viviani

 Formazione intellettuale e morale

Fino alla mia generazione (1947) – i nati appena dopo la seconda guerra mondiale – il riferimento inevitabile per la formazione, pur attraverso dipendenze e soggezioni, opposizioni e contestazioni, è stato la generazione che ci ha preceduti, quella dei nostri padri. Dopo di noi, invece, è cambiato tutto: il riferimento di formazione è stato il linguaggio pubblicitario e mediatico, il teatrino televisivo e canzonettistico, le battute da cabaret, gli oggetti di moda e le parole di maggiore uso, i gesti e gli atti e gli atteggiamenti di successo, insomma una formazione astratta e recitata, basata sull’imitazione. Una formazione che non si confrontava con i corpi e le esistenze, ma che si lasciava avvincere dalla finzione e dallo spettacolo, dalla visibilità del palcoscenico, dai manifesti e dagli slogan, dall’abuso della comunicazione a distanza, in assenza dei corpi e della presenza. Telecomunicazione. Teleformazione?

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Improvvisazione

Gli artisti di oggi, per la maggior parte, improvvisano: non frequentano l’arte di secoli passati, è troppo faticoso, non hanno una passione disinteressata per l’arte, hanno solo una passione per sé, per la propria affermazione e il proprio successo. Non si confrontano con gli artisti precedenti, dai più prossimi ai più lontani, non studiano, non analizzano le tecniche. Sono pigri e amano le comodità. E così gli scrittori di versi non leggono le opere dei poeti del passato: nella migliore delle ipotesi spiluzzicano qualche pagina qua e là. Improvvisano e si autopromuovono “poeti”. I risultati li vediamo e sono la versificazione della presunzione, dell’ingenuità e dell’ignoranza.
E così i pittori e gli scultori sono quasi scomparsi.
I narratori poi sono dei bravi giornalisti.

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6 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica letteraria

6 risposte a “Cesare Viviani “NON DATE LE PAROLE AI PORCI” (2014) -Estratti su questioni di poetica e di poesia

  1. carlo frecccia

    sarebbe il caso di di affermare com in un proclama: “non date le aprole ai poeti”…. che non sanno usarle: sono tantissimi molti sono anche “famosi”

  2. Pingback: Per favore,”non date le parole ai porci” ma neppure solo ai “veri poeti” | Poliscritture.it

  3. Posso capire certe perplessità verso il pensiero di Cesare Viviani sulla poesia, perplessità che derivano da una visione culturale che ha di mira i “contenuti”, direi una cultura positivistica nel senso che ha quale traguardo un “oggetto” estetico quale oggetto feticizzato entro un contesto di categorie anch’esse fisse, immodificabili, eterne, in una parola apoftegmatiche. Il problema vero che Viviani affronta in questo libro dal quale ho estrapolato alcuni frammenti che si occupano della poesia, credo sia questo: l’instabilità, l’aleatorietà, la mancanza di fondamenti stabili sui quali poggia la praxis poetica così come anche la praxis ermeneutica. È questo il vero problema che Viviani (con il suo linguaggio e la sua sensibilità) mette a nudo, ed è un problema vero, nel senso che bisogna affrontarlo con strumenti intellettuali e non evitarlo come non sussistente o esotico o irrazionalistico. Viviani ha il coraggio di mettere il problema sotto la lente di ingrandimento della sua sensibilità e della sua cultura, e lo fa con una passione intellettuale del tutto rara ai giorni nostri.
    La posizione della poesia nella nostra società è analoga e speculare alla posizione della critica, entrambe soffrono di una solitudine esasperante, entrambe soffrono della mancanza di fondamenta, entrambe stanno nelle sabbie mobili di una cultura mass-mediatizzata e degli interessi delle istituzioni deputate e dei marchi editoriali. La critica di oggi è, per la stragrande maggioranza dei casi, una attività di fiancheggiamento e di sostegno agli autori (la questione della loro poesia passa in sordina, in secondo piano). La critica lasciata agli addetti ai lavori diventa così qualcosa che sta a mezzo tra il ridicolo e il grottesco senza neanche il sospetto di essere ridicola e grottesca.
    Riporto un altro passo del libro di Cesare Viviani che mi sento di condividere in toto:

    Critica della poesia

    La critica della poesia vive nella relatività: non ci sono punti fermi, riferimenti stabili, qualcosa di obiettivo, valori stabiliti e obiettivati su cui misurare la qualità del testo poetico. Ma la difficoltà che propone la relatività non può essere risolta con il puro arbitrio. Mi spiego: perché diventi un valore credibile, la relatività deve formarsi nella lettura attenta e profonda, percettiva e accogliente dei tanti testi poetici delle varie letterature, dall’inizio a oggi. Allora la relatività è quella sensibilità che seleziona e penetra, vede e coglie trame e tessiture nascoste, battiti e atmosfere affettive, e ciò che dice questa critica è cosa affidabile, disinteressata, raffinata, esatta… (Cesare Viviani)

    • Tengo a far notare che la mia critica a Viviani non parte affatto da posizioni positiviste e o da certezze assolute (anzi critico proprio il carattere apodittico della sua poetica…); e che non ho fatto un discorso generale sulla poesia ma un discorso puntuale sulle affermazioni contenute negli estratti del testo di Viviani. Un saluto.

  4. Penso che per capire qualcosa di quanto va dicendo Cesare Viviani si dovrebbe tener conto del fatto che proviene dagli anni dello sperimentalismo, anni in cui la parola si fece più che mai oggetto a se stante, svincolata da senso e contenuto, impalpabile, libera, in se’ misteriosa e bella e sorprendente; il nulla da dire, il troppo significante privo di significato; voragine lasciata scoperta per il lettore ammirato che in qualche modo veniva chiamato a colmare quel che non c’era.
    Non sorprenda se poi i sopravvissuti di quel periodo andarono via via rivelando il nulla che li accompagnava, infatti le critiche vennero solo dopo, quelle a De Angelis ad esempio dopo Millimetri, o Balestrini, o lo stesso Viviani. Qualche differenza andrebbe fatta doverosamente, ad esempio si dovrebbe dire di Costa, Spatola e del Gruppo 63… ma questo è solo per dire che evidentemente Viviani è stato segnato da quel periodo, quindi rappresenta qualcosa che è avvenuto ma, per quanto ci si sforzi di avanzare astrattamente delle ragioni (?), non è più in divenire. Propongo un gioco: proviamo a cambiare soggetto alle parole di Viviani.

    La “politica di Renzi” non si identifica in un contenuto, e nemmeno in una forma.
    L’essenza di ” Renzi” è l’indefinibile, ovvero il limite del definibile, del comprensibile, dell’interpretabile, del leggibile. Dunque si tratta di non negare il vuoto, l’assenza, il nulla. È la presenza che non può fare a meno dell’assenza, il pieno che non può fare a mano del vuoto, ogni cosa che non può fare a meno del nulla.
    Ma la forma e il contenuto devono essere tali da essere accompagnatori capaci di condurre, prima l’autore e poi “l’elettore”, fino al limite del comprensibile, del definibile, del dicibile. Comunque, se l’essenza della poesia è l’indefinibile, si può dire che il fondamento “di Renzi” è il nulla.

    Mi scuso per lo scherzo irriverente, la speranza è che basti per indicare, nel breve spazio di un commento, quel che manca o quel che servirebbe per rimettere i piedi a terra dicendo cose che abbiano fondamento, con qualsivoglia accorgimento verbale purché si arrivi infine ad una sorta di significato comprensibile, semplice (non necessariamente facile) e sentito. Ricreare distanze può essere nocivo e poi di questi tempi lo fanno davvero tutti, tutti che se ne stanno dalla parte dell’eccellenza, e i risultati si vedono. Quindi la posizione di Viviani io la considero astorica, fuori tempo. Di piccola e dubbia utilità.

  5. Mi trovo dl tutto d’accordo con il concetto di Viviani di “discontinuità” nell’arte, nella poesia, nella politica e anche nella vita quotidiana quando scegliamo di, per così dire, voltare pagina. Ci sono dei momenti storici nei quali è assolutamente necessario ricorrere a questo concetto-guida. Chiediamoci: oggi quanta poesia, anche di autori rinomati, rientra nel concetto di “continuità”? – Certo è più facile per un lettore e per un critico riconoscere un’opera d’arte che si pone nel solco della “continuità” piuttosto che in quello della “discontinuità”, ma per agire in tal senso, nel senso della “discontinuità” occorre avere assimilato la cultura di un’epoca per uscirne fuori, per bucare quella bolla di omologismo che si instaura tra opere d’arte che si richiamano le une alle altre e che ammiccano a vicenda. Certo, il rischio è quello di trovarsi isolati, fuori moda, fuori contesto.

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