SULLA POESIA DI ALFREDO DE PALCHI: L’ESTETICA DELLA DENUNCIA   – Commento di Antonio Sagredo. Parte II

i grattacieli di New York

i grattacieli di New York

 new york il chrysler building visto dagli altri grattacieli

new york il chrysler building visto dagli altri grattacieli

     

Alfredo De Palchi, in America,  mi fa pensare alle Americhe di:  Celine, di Majakovskij, di Garcia Lorca, a quello finto e fittizio ma terribile di Kafka, e di tanti altri autori estremi. Gli entusiasmi terribilmente attoniti di questi poeti (possessori del duende: stravolgimento radicale e sempre in moto, senza requie e quiete, che comincia dalla pianta dei piedi per non lasciarti più e che t’invischia affinché anche i pensieri oltre i sogni possano sanguinare a squarciagola!)  non si placano affatto… perché il nuovo mondo si mostra e si dimostra il più disumanizzato, ma possiede per paradosso quella sorta di giustiziera libertà per cui ti fa parlare fino a che non attenti alla sua libertà: limite terrificante, perché questa seconda libertà, se la violi, ti stronca, spietata! Il poeta è francamente realista:

… qui/esilio

migliore di quello vissuto al paese

con la sua crudeltà indecente

“>quotidiana, le prigioni e le  mie impossibili

fughe /è a questo che penso se qualcuno

             mi parla di rivoluzione

 

(da Bag of Files – New York 1961)

alfredo de palchi new york di notte

 alfredo de palchi grattacieliAlfredo De Palchi arriva in America a metà di ottobre del 1956.

   La visione di De Palchi (in Reportage – New York, 1957)  non è poi tanto dissimile dalle impressioni di Majakovskij nel suo viaggio americano  del 1925; ecco quanto scrive il poeta russo al suo primo impatto:

“Per molte ore il treno vola lungo la riva dell’Hudson a due passi dall’acqua. Dall’altra parte, altre linee proprio ai piedi delle montagne degli Orsi. Vapori e vaporetti si affollano fitti. Sovente sopra il treni balzano ponti. Sorgono pareti improvvise… sono le pareti dei docks, dei depositi  di carbone, degli impianti elettrici, delle officine metallurgiche e delle fabbriche dei medicinali”. [Il poeta russo è strabiliato] Un’ora prima della stazione si entra in una foresta ininterrotta di camini, di tetti, di muri alti due piani, di tralicci d’acciaio delle ferrovia sospesa. Per quanto si pieghi all’indietro il capo, non se ne vede la fine. ciò aumenta l’impressione di strettezza.. Sbigottiti, ci si lascia cadere sul sedile: non c’è speranza, gli occhi non sono usi a vedere cose simili. E allora che il treno si ferma: Pennsylvania Station.” [il poeta, scrive più avanti, scoprendo l’altra faccia della medaglia] “Si vedono cassette con rifiuti d’ogni sorta, dove i miserabili scelgono ossa e bocconi ancora commestibili. Stagnano maleodoranti pozzanghere della pioggia e dell’altro ieri Cartaccia e sudiciume vi arrivano fino alla caviglia, non in senso figurato ma realmente, effettivamente.”…. “L’aria di New York tuttavia fa vivere milioni di persone che non hanno nulla e non possono andare in nessun altro posto”.

   Si dilunga il poeta russo, criticamente inesausto, su questa capitale mondiale delle indegnità e delle provvisorietà

    E concedetemi allora di poter favoleggiare un incontro tra Majakovskij(che osservò da esterno, ma acutamente la società americana, disumanizzante e disperatamente umana; anche se la nuova società russa sorta dalla Rivoluzione non era da meno, ma almeno aveva la speranza di un miglioramento, che come sappiamo fu totalmente disatteso)ed Emanuel Carnevali che la visse dall’interno, pagando di persona. Non so se tra Carnevali e De Palchi siano stati fatti degli studi, ma credo che possano esistere delle linee convergenti. E l’Hudson del De Palchi (cantato nei versi tra il 1960 e il 1962) pure non è dissimile da quello del russo del 1925 se:

Alfredo De Palchi 2011

Alfredo De Palchi 2011

A queste rive

a strapiombo, l’Hudson

lurido di legni bottiglie

condom, i relitti della casa;

…………………………..

sono in questo spiano

di veleni appostati dall’uomo,….

……………………………..

che laggiù all’oceano sfocia l’immonda

tristezza;…

…. – e non so più contarti i passi

le movenze fastose che mi hanno

contaminato

e allontanato.

 

(da Movimenti)

(la  raccolta Le viziose avversioni racchiude poesie del periodo 1951-1996, e comprende le raccolte: Momenti, Movimenti, Mutazioni – i versi su citati sono in Movimenti). Ma i ricordi non vanno via, anzi ritornano più nitidi in questa America(come attestano i moltissimi versi delle Sessioni con l’analista, 1964-1966) – e  qui il chiavistello s’apre sulla esistenza passata, e

alfredo de palchi New-York

su me adolescente forzato all’arma –

capace si di dimenticare

                                                 …la pena lacerante, non l’odio

                                                di cui la ragione mi svergogna per voi tutti.

                                                io neppure so più amare,

                                                solo so bruciarvi coi miei anni

                                                di punizione..

ma di non credere più alla

                                                        fiaba della resurrezione!

 

(da Bag of Flies – New York 1961)

 

    Questa consapevolezza dolorosa quanta simile a quella di Tommaso-Riccardo (1946-1990), il poeta romano chevoleva curare lo sguardo dell’anima”:

                                                          Noi siamo crocefissi nella fiaba!

 (da  Opera – Il grande burattinaio della città felice)

alfredo de Palchi_1  Qui si impone una riflessione al poeta, poi che cadono molte credenze, i punti fermi non hanno più radici, se mai le hanno avute; in primis: la fede nel trascendentale – nel divino – cozza contro una realtà spietata che non ammette alcun legame(religione = re-ligo: è cosa che lega),se non con la stessa realtà, a cui bisogna sacrificare qualsiasi idealismo o sogno. Ma è ancora una sorta di autoflagellazione che sconforta l’evoluzione se è vero(è da credere?) che  “il resto non importaperché allora:

                                                                                                       ….. basta

                                                    che la mia sofferenza sia pari a quella

                                                    dell’animale sul tavolo delle ricerche –

alfredo de palchi Paradigm-5   Qui è d’obbligo ricordarsi del tavolo di dissezione o d’anatomia di Lautreamont!  Dunque, nonostante tutte le promesse che il poeta ha fatto a se stesso – del non più rimembrare il passato – non può rinunciare al ricordo di una sofferenza subìta: se la vuole rinnovare per soffrire la desidera ancor più di prima, ma non esistono più le circostanze oggettive (eventi del passato giovanile). Il poeta allora (si) esige e s’impone una sofferenza postuma altrimenti non sente più la necessità d’essere un capro espiatorio, una vittima a posteriori, come dire un rifarsi agnello sacrificale, un agnello-candido che non esiste più. Non bisogna essere umani troppo umani, e pare dire – ed è un dire che sa di medicinale scaduto – ad un  suo presunto doppio:

                                                                             … lasci a me il lavoro

                                              di recuperarmi, organizzare la mia confusione

                                               mentale e psicologica.

 alfredo de palchi constellation  Non più una analisi (mentale e psicologica” io non l’avrei scritto!), ma un autoanalisi: con questa si perpetua l’auto-torturarsi, e il problema non ha soluzione. Il problema stesso non ha necessità di voler essere risolto: il poeta non si risolve, ma s’assolve! Nei versi seguenti di Anonymous Constellation,1953-1973, il poeta s’assolve, ma come? Sostituendo(forse sarebbe meglio dire rimuovendo, giusto per restare nel mondo delle analisi interiori)  il vecchio o già usurato sistema di ricorrere a vicende drammatiche del passato(che sarebbe come un alibi per fare ancora poesia intimista e solipsistica)  con un interesse volto a cose esterne e non certo incoraggianti, come:miasma, magma, asfalto, bitume, sterco… come una sorta di:

 

sequenza di agitazioni [che]distrugge

a catena le forme compatte

 

più o meno della Natura, e dunque

 

forma arsa… tarlata d’insetti

oceani…. che si frangono con borbottio e scoppi…

scogli atolli continenti

in tumulti di uccelli e animali senza scampo

gelidi groppi di abitati

arresi alla non-ragione

 

pure l’uomo ( o il poeta?) non se la passa bene se

 

…. più oltre

vedo me, uomo

la sua agonia di animale

di sentore mortale

di mente s-centrata

 

   Insomma è tutto un mondo periferico che si avanti reclamando la propria autonomia dai problemi che assillano la mente del poeta, di

 

un uomo sbilanciato dalla voragine

desolata della terra promessa.

 

alfredo de palchi in Italia, 1953

alfredo de palchi in Italia, 1953

La terra promessa? È quanto mai sintomatico e singolare che abbia scritto questi versi nella terra natale (Milano, 1961), dove si sente un bastardo… ma è meglio pensare agli oceani, agli uccelli(al biancore dei gabbiani!), a quella sensazione che ti slaccia i polmoni, come lo furono quelli di Lautreamont, quando scrive lo stupendo inno all’Oceano!  Scrive De Palchi:

 

il gabbiano è l’unica dimensione

conscia

dell’inarrivabile biancore

 

    E come non pensare ai gabbiani dipinti e cantati da  Mardsen Hartley, questo straordinario pittore-poeta americano, che:

 

Ai gabbiani m’unisco in rispettoso saluto,

dicendomi « grazie – ben fatto – belle cose –

da voi grazia ricevo in abbondanza

e m’accingo al riposo col canto della sera.

 

   Pure in questa dimensione felice, che ha disarcionato il pessimismo e i pensieri più oscuri, non può non dimenticare:

 

che nessuno mi ha crocefisso

se non io stesso.

alfredo_de_palchi2

Questa consapevolezza della autocrocefissione sporca davvero l’oceano in cui si è identificato e  che diviene lui stesso:

 

 

 

l’unto dell’acqua l’insettivoro petrolio

sigillato da eruzioni

pozzi sotto il fondale, l’oceano grasso

di corpuscoli

 

e sulla terra è peggio se vi sono:

 

animali sbudellati lungo l’autostrada e noi

che ci odiamo accalcati nella corriera.

 

E dunque l’orrore del quotidiano che si insinua come un morbo devastante nel corpo del poeta, e che rimbomba come una campana, che non si sa per chi suona:

 

calamità – grida

armi – soldi – armi

 

e infine polvere sporca d’ogni genere a quella la  più angosciosa, asfissiante, letale… atomica, termonucleare ecc., dove il poeta stesso è anonima costellazione  che si rigira raggirato da una giostra devastante!

 

Dove è inutile gridare come il poeta Tommaso-Riccardo a tutto il mondo:

sul bastione ci vuole il cuore!

Giorgio Linguaglossa Alfredo De_Palchi serata 2011  Quando il tutto rientra nelle “paradossali vicende sciocche del cuore, dopo tutto una farsa che serve adoscurare  l’altra verità” (De Palchi). La possanza di una poetica sta e risiede nella qualità dei temi che tratta e di come vengono affrontati. In De Palchi il pensiero poetico è avvolto da una tensione emotiva che lascia tracce evidenti sui selciati sonori dei versi, ogni pietra-significato sbalza fuori perché sia d’intralcio e di inganno al lettore-pellegrino: non vi sono particolari involuzioni labirintiche dove qualcuno dei passanti può smarrirsi; addirittura i sentieri e i vicoli più impervi sono segnalati da bandierine di vario colore, ma sono colori non sgargianti, ma cupi e dolorosi poi che testimoniano di un passaggio terrestre – del poeta – che deve essere rispettato: non si può cambiare tragitto arbitrariamente dal momento che tutto è segnato già sulla mappa – solo alla vegliarda età è permesso simile privilegio – e tutto è ben organizzato perché il lettore deve cadere là dove il selciato presenta evidenti segni di smottamento… cade ma poi si rialza e anche questo è studiato. Insomma Il lettore trionfa col poeta, cade con il poeta, ma non gli è concesso il come!

alfredo de palchi, giorgio linguaglossa, claudia marini e luigi manzi - Roma, 2011

alfredo de palchi, giorgio linguaglossa, claudia marini e luigi manzi – Roma, 2011

 Un poeta come De Palchi non può concedere alcuna identità con la sua storia personale, privata, né di uomo, né tanto meno come scrittore, facitore di versi, di immagini, visioni, ecc.  Certo è che dietro di lui c’è tutta la storia della poesia italiana (come in ogni poeta integro), da : Dante che gli ha insegnato lo sdegno e quel guarda e passa e non ti curar di loro; dal Petrarca: le problematiche del verso e del cuore incastonati in una eleganza classica; da Shakespeare: la violenza dei sentimenti più impenetrabili dell’animo umano(non a caso nella raccolta Le viziose avversioni –1951-1996, le poesie dei Momenti cominciano con una Ofelia circondata dafiori rotti /alle giunture”).

   E significa che a un dislocamento delle ossa è da affiancare un dislocamento mentale. Ma questo è tema corrente in tutti i poeti estremisti e radicali: ho già citato il francese Isidore Ducasse; e non si possono citare tutti i poeti!

È certo che i maledetti francesi sono lì ad un passo da lui e lo spiano dal loro secolo rivoluzionario, quasi gelosi che possa dire qualcosa di più di loro; e poi i contemporanei del suo secolo: dagli europei agli americani (quelli che contano davvero sono pochissimi!). La tragedia greca della colpa (soltanto nello specchio una non-colpa)che lui stesso ha vissuto è presente con le sue vicissitudini di cui qualcosa ho già detto sopra; e poi è come un Ulisse che fatica a ritrovare il suo itinerario – viaggio più mentale che geografico! –  e più che l’isola, gli importa la donna, ma non una Penelope qualsiasi!

E nelle poesie dei Movimenti (qui a pag. 8) si rinnova lo strazio consapevole del suo corpo che non necessita dell’anima affatto, perché questa non è più all’altezza di lenire lo stravolgimento dovuto al desiderio sessuale, irrefrenabile se

 

ogni oggetto animato o inanimato è donna,

la fogna luminosa dove sta in agguato il mio sesso

di topo ossessionato.

 

E la mortificazione e il degrado di se materia è:

 

nel tubo

di scarico che è il mio corpo.

 

e rivolto alla donna proclama:

 

che la mutilazione dello spirito cresce in una nuova

dimensione come il grano sotto la neve.

 

attenuando il poeta la crudezza della propria corporeità con una immagine di tenerezza e di rigenerazione. Ma la maturazione passa dalla quotidianità domestica che avvolge la novella Ofelia, domestica femmina:

 

tu all’angolo a leggere

io all’altro con quattro gatti

che…

seguono lo scorrere della penna

su questa carta;

nei loro occhi noto la lucentezza

di te, di tutte le donne

– forse questo solo volevo dire.

 

alfredo de palchi, giorgio linguaglossa e claudia marini

alfredo de palchi e giorgio linguaglossa 2011

E non c’è bisogno di aggiungere alcuna altra parola, se non che si vive “in un affogo di Mutuazioni” casalinghe, le quali  narrano di

io te

che siamo accanto

al telefono, a file di libri che raccontano…

……………………………………..

serrati nella stanza con finestre sporche

e senza facce

e il tetto cosparso di vetri, porte sgangherate e tubi

 

in un contatto continuo di due corpi che si sfiorano… si carezzano… si amplessano…

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5 commenti

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5 risposte a “SULLA POESIA DI ALFREDO DE PALCHI: L’ESTETICA DELLA DENUNCIA   – Commento di Antonio Sagredo. Parte II

  1. Mi piace questo saggio su De Palchi da parte del poeta Sagredo, è pieno di rimandi e di intuizioni notevoli ma soprattutto è “dentro”. La poesia di Alfredo de Palchi è senz’altro una poesia con la quale bisogna entrare in sintonia e per farlo non occorre ritrovarsi nel suo stile ma bisogna essere, se si è poeti, poeti “estremi”, che non significa essere anche uomini “estremi”. De Palchi un po’ è anche uomo estremo, ma spinto a questo più dalla sua poesia e dalla sua carnalità che non da una propensione spirituale. Una poesia che difatti è potente e ho fatto male, anni fa, a intitolare una raccolta di saggi su Alfredo de Palchi “La potenza della poesia”, dovevo usare, come bene fa Sagredo, il termine “possanza”, dà più l’idea della forza che i versi di de Palchi hanno, al punto, mi pare, da spingere lo stesso autore ad eccedere dalla propria personalità. Mi piace di questo saggio, in ultimo, l’assenza di frasi celebrative, nonostante il giusto riconoscimento del valore di de Palchi; frasi, ahimè oggi abituali, che ci allontanano da ciò che dovrebbe essere la poesia ovvero il prodotto di uomini e non di presunti dei.

    • mi sembra particolarmente centrata la categoria concettuale che guida l’analisi di Antonio Sagredo alla poesia di De Palchi: “l’estetica della denuncia”. De Palchi è uno dei pochissimi poeti italiani che adotta questa categoria del fare poesia, ma non “denuncia” avverso altra poesia, che diventerebbe meta-poesia o etero-poesia, ma denuncia contro una condizione umana; quello che sta a cuore di De Palchi è la condizione umana degradata. Questo mi sembra il punto centrale della sua poesia, e non c’è bisogno di essere un ermeneuta particolarmente sottile per capire ciò. La condizione estetica è sempre, in De Palchi, una condizione di denuncia. Nella poesia di De Palchi non abbiamo mai l’inquadramento di un luogo urbano, suburbano o di un paesaggio, la sua poesia comincia subito e sempre in medias res, sta da subito dentro le cose, accetta il rischio, altissimo, di una tale procedura, non si crea un appannaggio di Visione Tragica o da commedia degli equivoci, non giunge per via ideologica alla destrutturazione del significante (come ad esempio ha fatto Zanzotto)… è una poesia che adotta il tema dell’incomunicabilità quale sostrato della propria prassi.

  2. antonio sagredo

    Credo che la correazione di un concetto… (da potenza a possanza) sia indice di molta onestà e chiarezza con se stessi, per questo plaudo al signor Roberto Bertoldo.

    • A Bertoldo va riconosciuto molto, per la poesia di Alfredo, che peraltro è suo parente in senso poetico (anche in Bertoldo trovo lo stesso animo di rottura e la stessa possanza o veemenza nel dire o af-fermare – o anche de-mistificare, il che me lo fa apprezzare come pochi, noti o sconosciuti, per i quali l’estetica non è un vezzo borghese ma un atteggiamento che si coniuga con la pratica e di conseguenza con la deontologia, con il ruolo stesso dell’intellettuale e dell’artista e nello stesso tempo rigore formale).
      Io ho trovato in Alfredo anche un senso di autentica rabbia (animale, im-mediata) verso il sopruso, la tracotanza, l’arroganza, di fronte ai quali egli perde letteralmente le staffe e il suo tono funziona per contrasti: da un “pianissimo” a un “fortissimo” con tre “f”, come negli spartiti musicali, con autentichi chiaro-scuri caravaggeschi, costringendo la parola ad aderire al sentimento di conflitto, sempre teso, che anima la sua scrittura. Si dirà che è un retaggio dell’espressionismo ma io credo che proprio la naturalità (o animalità) di questo sentimento, lo contraddistingua dalla “protesta” espressionista, che in fin dei conti era l’agire secondo una poetica e dunque secondo una teoria dell’arte pensata a tavolino o trovata riflettendo mentre si evolveva. Qui non c’è ragionamento ma forza pura, come il colore naturale sulla tela, a spatolate. La riflessione casomai la facciamo noi o magari se la fa anche De Palchi in seconda battuta ma quello che conta, nella sua poesia (uno dei tanti elementi – e non dimentichiamo la particolare lingua che egli usa) è proprio questa sua immediatezza, questa forza che graffia il quaderno e che trascina tutto il resto, lingua compresa.

  3. “Animo di rottura”, “possanza”, “veemenza” credo appartengano a tutta la poesia, compresa quella di Sagredo e Lucini, di opposizione. Basterebbe confrontare la poesia dei poeti che qualcuno considera di sottobosco – ma c’è sottobosco e sottobosco, c’è quello degli arrivisti e c’è quello degli intellettuali oppositori a regimi e comportamenti – con quella dei poeti che gigioneggiano nei boschi pubblici, per scoprire dove la possanza e la veemenza scemino o tutt’al più si costituiscano a maniera. Il confronto è d’uopo perché, come dice Proust, il giudizio richiede paragoni.
    Tuttavia la possanza di De Palchi ha anche un’origine personale, drammatica, come quella di Ada Merini, per esempio. Non ha influito su di lui né il simbolismo ermetico, quello dei veri ermetici come Bigongiari, Gatto, Parronchi, Fallacara, ecc., né la sua svolta esistenzialistica dell’Altro. Il dettato poetico di De Palchi ha altri ascendenti, da Sagredo e altri già testimoniati, che rendono il suo stile, e occorre ricordare che lo stile è composto anche dal livello di grado empatico dello scrittore, diverso da quello di Sagredo, Lucini o del sottoscritto. Ci sono predisposizioni di rabbia, disgusto, senso di giustizia e rabbie, disgusti, sensi di giustizia vissuti sulla carne, che non per nulla è fondamentale, lo è la carnalità, in De Palchi. L’uomo di carne di De Palchi non è l’uomo di carne di Camus, per intenderci, non ha la stessa origine ontologica.
    Da questo, la poesia di De Palchi è tutta nel contingente. Ma questo posizionamento non è prerogativa di un’estetica postuma, anzi la presa di coscienza tarda è soprattutto caratteristica di una poesia fondata ontologicamente. Tuttavia proprio il confronto di cui parlavo prima dimostra che la poesia di opposizione si incontra in questo soggettivismo che precede il coscienzialismo, il quale è il vizio notabile della fenomenologia e della sua natura classista, come dimostrai in un mio lavoro.
    L’apprezzamento che noi dimostriamo per la poesia di Alfredo de Palchi non deriva dunque da una parentela stilistica, anzi ci sono distanze abissali in termini di uso retorico, ma per il suo soggettivismo che è tale a livello massimamente sensoriale e che concede un’impronta psicologista alla scrittura. Ah, quanto ne abbiamo bisogno in questo spirito logicista del nostro tempo.

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