GËZIM HAJDARI da “DELTA DEL TUO FIUME” GRYKË E LUMIT TËND Inediti – con nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

 

 Faslli Haliti 4

Gezim Hajdari, Foto di Piero Pomponi

Gezim Hajdari, Foto di Piero Pomponi

dalla Prefazione di Giorgio Linguaglossa al libro di prossima pubblicazione nelle edizioni Ensemble di Roma

Il logos poetico di Gëzim Hajdari è governato dalla legge dell’identità nella molteplicità poiché parte dalla presa d’atto dell’esilio fisico e spirituale del parlante il quale non abita più la patria, la Heimat del linguaggio e del paesaggio, perché ne è stato escluso mediante un ingiusto esilio; privato della propria patria, il parlante è costretto a peregrinare di terra in terra, a mescolare il proprio idioma con quello di altri paesi e di altre Lingue, il suo sarà un canto dell’erranza e della trasfusione di Lingue nella Lingua universale-primordiale che sola può ospitare il canto dell’erranza. Disillusione dell’erranza sarà il destino del parlante colui che osa quindi tradire e tradurre il propio canto in un’altra lingua. E il tono epico della singolarità del parlante sarà il tono dominante della lingua, ad un tempo primordiale e originaria, nella quale egli esprime il canto della dimenticanza e del ricordo, dell’esilio e del ritorno impossibile, del tradimento e della fedeltà all’origine. Gëzim Hajdari è costretto così ad inseguire il proprio destino come un Fato pagano: il canto della fedeltà e dell’infedeltà alla propria Lingua e al proprio popolo, di qui il Tragico che incombe su ogni parola pronunciata, il giganteggiamento dell’io, il canto dell’addio («Vado via Europa, vecchia puttana viziata… Addio Europa di muri, impronte delle dita e tombe d’acqua»); infatti la forma di questa poesia è calcata, alla maniera antica, su quella dell’epicedio e dell’inno. È la voce dell’oracolo antico che parla («Io venivo dai luoghi dell’oracolo di Delfi»), che si rivolge alla antica deità-femminile della «savana», del mondo femminile da lungo tempo scomparso che è compito dell’aedo riportare in vita:

Sei una dea negra imbevuta di astri di savana,
sorta dall’oblio dell’arco del tempo.
Attraversi silenziosa la mia carne che brucia,
come la luna piena il bosco oscuro del Congo
nelle notti corti estive.

Porti aria di savana
nelle mani e sul collo di ebano,
stella del Sahara.

I tuoi occhi di antilope – origine delle notti oceaniche,
la tua pelle di seta – profumo di mango,
il tuo corpo di nairone – frutta della passione
sorta dalle viscere della terra rossa,
come la notte del destino.

Un vento erotico soffia dalle Indie,
si sofferma sulle nostre selve incendiate.

Chi ci indicherà la via del ritorno dall’equatore?

Le onde notturne mordono impietosamente il candore
della sabbia bianca sulla riva,
tu tremi.

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Il primordiale e il presente combaciano e si sovrappongono, si elidono per creare un altro tempo e un altro spazio entro i quali la voce dell’aedo può riprendere alito e vita. Il testo che riportiamo è rivolto avverso la evangelizzazione forzata della Chiesa Cattolica nei confronti dei popoli dell’Africa; non è l’io del poeta che parla ma la «Volontà di Potenza» della Chiesa Cattolica:

Annuncio il Verbo del buon dio.
Tribù del dio fertile Ashanti , non mi conoscete?
Non sono forestiero, ma sangue del vostro sangue,
custode della Verità,
la mia voce germoglierà da ombra ad ombra
e da verde a verde. Il mio seme prospererà di capanna
in capanna.

magritte

magritte

 Il canto dell’identità ha come corollario il poeta quale «custode della Verità», la non-contraddizione, il suo voler essere simile al canto degli dèi i quali soli possono conoscere la rivalità ma non la contraddizione, la innumerevole ripetizione delle loro gesta nelle loro infinite varianti ma non la loro falsificazione, e i Miti, le gesta favolose, sono il giusto vestito linguistico di questo canto. L’aedo si fa simile ai Morrani (cacciatori di teste di leoni, coloro che uccidono corpo a corpo un leone, che portano sul collo la sua criniera dell’animale come segno di distinzione), si confonde con essi, diventa uno di loro, un essere senza tempo e senza spazio che parla la sua lingua primordiale-universale. L’aedo sposa la Lingua della «savana», la Lingua dell’«Africa»; è la lingua dell’«Africa» a denegare la lingua dell’aedo e a prestargli la propria lussureggiante Lingua ancestrale di miti e di metafore:

Tu, Africa, hai scomunicato il mio Verbo.

faslli_gezim hajdari Il poeta si congiunge con le africane, ama la loro primordiale ferinità femminile, si immerge nella loro femminilità. È una immersione panico-pagana.
È la «crocifissione» il rito primordiale ancestrale mediante il quale il Verbo è diventato carne, ma è un rito ferino, la denegazione dell’uomo pagano originario con il quale l’aedo si è identificato, il rito di «un dio smemorato che non si è mai fatto uomo»; il poeta si dichiara «ospite di Li Po e Du Fu , / sono i miei vecchi amici di gioventù», si rigenera in una sorta di transustanziazione e di trasmigrazione delle anime di tutti i poeti di tutti i tempi, chiede l’ingresso in «Cina», chiede udienza e accoglienza tra gli spiriti dei giusti e dei poeti di tutti i tempi. Il panismo della poesia di Gëzim Hajdari è la diretta conseguenza della sua ribellione alle leggi ingiuste del mondo che gli ha decretato l’esilio. Ecco una immagine epica che potrebbe stare in un film di Kurosawa:

 

 

Al confine della Cina attendo. Dintorno l’eco
del galoppo dei cavalli mongoli,
incendi e città arrese alla furia delle spade
e delle loro frecce avvelenate.

Le guardie rosse non mi fanno entrare
mi chiedono dove vado
e chi conosco in Cina. Oltre le mura,
concubine, imperatori e pagode in festa.

E qui si leva potente il canto di protesta dell’aedo per le ingiustizie del mondo, per tutti gli esiliati del mondo, ecco le «Smokey Mountains», (Montagne Fumanti), queste montagne di spazzatura che rappresentano l’unica fonte di sostentamento di sopravvivenza per duemila famiglie; ecco «Tondo»: una enorme discarica a cielo aperto sul porto di Manila, che comprende le Smokey Mountains; ecco Padre Giovanni Gentilin, di origine italiana di Treviso, che guida una delle parrocchie di Tondo e vive tra i rifiuti. Ecco tutti gli esiliati di tutto il mondo con i quali il poeta si identifica. E il canto dell’esilio diventa, man mano che la lettura avanza, il canto di una umanità degradata dalle ingiuste leggi del profitto e della perdita, dell’oltraggio alla dignità dell’uomo. E il poeta, come un Eracle mitico, erra in tutti i tempi e attraverso tutti gli spazi:

La città di Tutankhamon
dorme ai piedi della Sfinge come un accampamento prima
della battaglia. Gelida la luna sul Nilo ci spia tra i rami nudi
dei datteri. Carri carichi di grano partono verso Roma,
la dolce aria della corte reale mi conduce tra giovani schiave
ed eunuchi. Polvere di chichi di melograno, vaniglia di Zanzibar,
miele di Oman vengono offerti agli ospiti. Dopo i banchetti
e le danze del ventre delle ancelle, nel letto di Cesare,
tra balsami e incensi, mi guida l’infedele Cleopatra.

Il seme del poeta contadino «custode del Verbo» germoglierà e feconderà le giovani donne e la progenie dell’aedo avrà lunga vita, gli uomini si moltiplicheranno e il Verbo tornerà un giorno a signoreggiare nella terra dei «tiranni». Da allora il poeta ha «vissuto solitario / errando di esilio in esilio / condannato dalle tuniche nere / per aver praticato il culto del peccato», il suo canto è alto e potente, come il suo seme, e germoglierà sui tiranni e vincerà sull’esilio decretato da uomini vili e ingiusti. L’aedo è il nuovo Messia, colui che èstato «incaricato» dal Signore per rinnovare le stirpi degenerate:

Toccatemi, sono fertile, virile
uomo in carne ed ossa,
il Signore mi ha incaricato

*

Non voglio essere il tuo figlio,
né il creatore dei corpi celesti,
né attendo la gloria eterna,
voglio essere beato nella vita odierna
in cima alla collina buia di siliquastri

gezim hajdari

gezim hajdari

 Il «contadino della poesia» è l’aedo primordiale, colui che proviene da un altro tempo, e che buca il tempo per giungere, integro e vergine, al nosro tempo dei «tiranni», è colui che restituisce «dignità al Verbo», che parla con la voce autentica della sua virilità primordiale, che restituisce «il tempio delle Parole distrutto dai rampolli del minimalismo sterile»; «fare il contadino della poesia, significa dire la verità», «fare il contadino della poesia, vuol dire essere chiamato traditore e nemico della patria». Ecco, siamo giunti al termine del viaggio, l’aedo è un essere ancestrale, un centauro metà animale e la testa di uomo, metà uomo civilizzato e metà uomo-infero, che ammette una sola signoria: la pulsione dell’eros pagano e primordiale avverso la religione delle «tonache nere» e dei «tiranni», la religione del Potere del mondo contemporaneo, «l’inferno degli eunuchi». La poesia diventa canto orale e corale di guerra e di resistenza attiva, atto di belligeranza e di oltranza, in una parola ridiventa Leggenda, Mito. La sintassi diventa paratattica, va per accumulo, ad ondate, un’onda segue un’altra, l’aedo passa attraverso il Tempo e lo Spazio, grida: «Annuncio il Verbo tra le tribù del Dio fertile Ashanti», «Tu, Africa, mi hai scomunicato / La mia infanzia giace nei Balcani… Sono entrato a Casablanca dalle mura dell’Est / Ho attraversato il Sahara… Le donne di Segou lavano i panni nel fiume Niger… I giovani cheleb muscolosi con i corpi dipinti… Ho attraversato il fiume Niger insieme con le carovane del Sahara… In Egitto sono entrato di notte… Kampala, capitale dei feroci dittatori… I pellicani a stormi… L’inferno degli eunuchi… Custode della mia uva…». Le ultime parole di questa gigantografia dell’io escono come smozzicate, intorbidate dall’immane sforzo sostenuto, quasi balbuzienti. E proprio per questo purissime, vere.  (Giorgio Linguaglossa)

gezim hajdari

gezim hajdari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(a Roma)

Tu sei nata dall’esilio e in esilio,
sulla terra del Fato,
promesso dall’oracolo di Apollo,
in memoria dell’ultima notte di Troia in fiamme.

Qui un giorno Enea
giunse sulle sponde del Tevere
e pose la prima pietra della città eterna,
accompagnato dai miei avi dell’antica Butrint.

Roma: patria degli esuli,
città in fuga verso la leggenda e il destino

magritte

magritte

 

 

 

 

 

 

 

 

Gezim Hajdari a Venezia

Gezim Hajdari a Venezia

 

 

 

 

 

 

 

 

Vado via Europa, vecchia puttana viziata.

I tuoi ruderi non mi incantano più,
i tuoi specchi e i tuoi abissi hanno ingannato il mio esilio,
ferito il mio mesto corpo dell’Est
davanti ai falsi altari impietriti.

Addio Europa di muri, impronte delle dita e tombe d’acqua.

La mia patria mi ha costretto ad andare via,
i tuoi santi mi hanno abbandonato sotto la pioggia,
come straniero.

Domani, di buon ora,
partirò con la prima nave del Tirreno,
dal porto del Circeo,
accompagnato dai canti mortali delle Sirene,
verso la Croce del Sud
senza voltarmi indietro.

Nei deserti lontani m’aspettano viandanti sconosciuti,
guerrieri di tribù antiche, danzatrici del ventre;
ruberò fanciulle dalle corti dei re di confini,
come Halìl di Jutbìna delle Bjeshkëve të Nëmuna ,
per donarle in sposa al mio signore
e dare vita ad una nuova stirpe.

Incendierò le vecchie lingue arrugginite,
mi scrollerò di dosso identità, cittadinanze e patrie matrigne;
voglio trascorrere i miei anni in prigione,
lontano dai miei libri,
con banditi onesti e fuorilegge.

Addio Europa del sangue versato in nome dei confini assassini
e delle bandiere insanguinate.

Domani, di buon ora,
partirò con la prima nave del Tirreno,
dal porto del Circeo,
accompagnato dai canti mortali delle Sirene,
verso la Croce del Sud

magritte golconda

magritte golconda

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci siamo incontrati sull’oceano Indiano
a Bahari Beach sulle pietre dorate, santificate
del sangue della stirpe reale.

Quella mattina di gennaio pioveva sulla savana
e su Dar es-Salaam
bagnando animali e riti antichi.

Ruscelli di pioggia scendevano dai nostri corpi nudi
sotto le palme del cocco,
brillavano tra i raggi d’argento del sole.

Io venivo dai luoghi dell’oracolo di Delfi,
tu dall’infanzia remota dei tam-tam
che rendevano insonni le notti negre.

Nei tuoi occhi verdeazzurro ho ascoltato il canto delle balene,
il richiamo dei felini in agonia,
e ho visto tramontare l’occhio inverdito del giorno.

Come l’alta marea di Zanzibar avanzava il tuo nero di ebano
e inonda i miei versi stranieri
nelle dune del tuo desiderio,
come il vino di Shiraz

rene magritte les deux mysteres 1966

rene magritte les deux mysteres 1966

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sabbia,
ovunque sabbia,
mio dio quanta sabbia!
Da dieci anni siamo i nizam dell’Impero,
da dieci anni combattiamo per il sultano di Istambul,
su e giù per i deserti,
da dieci anni nessun haber dai nostri cari.

Che tu possa rimanere ovunque, amico mio,
che tu possa rimanere ovunque,
ma non oltre il Ponte di Qabè .

Se muoio sulle sabbie dello Yemen,
porta tanti saluti a mia madre,
dì a lei di vendere i due buoi neri
per sfamare mia moglie,
il cavallo e il mulo
per crescere mio figlio.

Se ti chiede di me,
dì a lei che mi sono sposato,
se ti domanda chi sono stati i miei paraninfi,
dille: i falchi e i corvi che mi hanno divorato.
e se ti chiede chi è la mia sposa,
dille: dieci spade nel petto.

Se vuole sapere su quale trono sono salito:
lì, dove sale la salma dell’ignoto,
e se insiste per sapere in quale casa mi sono fermato:
lì, nella stanza senza finestre, spalancata e senza porte,
dove non piove, né tira vento.

Che tu possa rimanere ovunque, amico mio,
che tu possa rimanere ovunque,
ma non oltre il Ponte di Qabè.

Gezim Haidari

Gezim Haidari

 

 

 

 

 

 

 

 

Africa,
ho visto i tuoi figli marchiati sulla pelle con il segno 666
(non era la circoncisione imposto ai fedeli
secondo il dio del Vecchio Testamento)
ammassati come bestie nei fondali delle navi,
deportati come schiavi verso le Americhe e i Caraibi
con le mani e i piedi incatenati,
per essere venduti a 10 dollari all’asta nei mercati del Nord.

Il tuo corpo negro ancora sanguina,
i tuoi gemiti d’uomo fanno svegliare gli spiriti degli avi
che non trovano pace nel bush .

Africa,
Madre nostra: le tue labbra assetate per una goccia d’acqua,
la tua terra rossa morsa dai mostri giunti dal mare.
Muori ogni notte nel tuo buio orfano,
abbandonata nell’urlo.
Il tuo corpo: donna stuprata
dai muzungu del continente bianco.
Il delitto pesa come l’eternità del tuo nero,
nei tuoi occhi di bambino sorge il Verbo della grande solitudine,
si rinnova la stirpe umana.

Africa,
croce e mezza luna
hanno insanguinato i tuoi spiriti,
mentre danzavano nella savana
nella notte lunare dei tempi.
Luce nera divorata dalla tua nerezza
di fronte all’occhio sgomento del giorno

Matisse girl with a-black cat 1910

Matisse girl with a-black cat 1910

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cieca la notte sulle mura di Arusha ,
ci avvolge col buio come una pelle di cane,
chiude i sentieri per tornare verso la patria.

Ci siamo arresi alle sue frecce d’amore
senza lanciare né pietre, né gocce di veleno.

Dalla savana ci separa la linea sottile delle grida,
dal Kenya la cima innevata del Kilimangiaro
come la verità di un sogno incanutito
catturato dalla memoria dei baobab.

Parliamo dell’Africa ubriacati dal suo nero,
non lontano dalle piantagioni di caffè
e dalle mandrie dei masai dimezzate dai felini.

Sull’altitudine delle tue labbra,
oro e sangue la notte di Arusha.

la grande bellezza capelli al vento

 

 

 

 

 

 

Ho ballato con i masai sul cratere di Ngorongoro
chiamato vulcano ed Olimpo degli dei neri
in un meriggio di pioggia e sole,
vestito con abiti rossi ed accesi
ed armato di lancia e bastone
simbolo di forza e protezione.

Ho pregato insieme con le fanciulle vergini
dai seni duri per gli spiriti leggeri dei defunti,
che dimorano nelle foreste oscure,
e l’amore della savana
in una lingua tribale sconosciuta.

Ho spiccato salti verso l’alto secondo il rito della tribù antica
e ho visto i morrani nutrirsi con il sangue caldo dei zebù
estratto dal collo della bestia viva
e bevuto con una cannuccia insieme al latte bianco.

Ho parlato con i pastori guerrieri
lungo i fiumi di canne e fango,
sul collo portavano la criniera del leone ucciso
corpo a corpo nella savana tanzaniana.

Nel tornare a Dar es-Salaam mi hanno affidato un segreto,
tramandato dagli antenati da millenni,
di non fischiare la sera
perché si feriscono gli spiriti degli avi

*

La tua pelle nuda, come il buio della foresta di Ngorongoro;
i tuoi occhi tinti d’Africa, come l’oceano Indiano all’alba;
il tuo seno pieno all’in su, come due colline nere e solitarie;
il tuo ventre morbido e focoso come la savana assetata
prima della stagione delle piogge;
il tuo pube in fiamme, tra le cosce alte da gazzella,
come una conchiglia d’orata

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5 commenti

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5 risposte a “GËZIM HAJDARI da “DELTA DEL TUO FIUME” GRYKË E LUMIT TËND Inediti – con nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

  1. Marisa Papa

    La grande arte ha parole semplici e tremende, parole che sono erogazioni spontanee di luce, delle vere e proprie riserve auree…che contengono, nonostante il dramma umano, nonostante la minaccia e l’orrore sempre incombenti sulle creature, una potente carica affermativa, una splendida, virile aderenza alla vita! Una poesia così taglia le gambe a qualunque filosofia conformistica, disfattistica, pessimistica. Facciamola circolare nelle scuole la poesia di Gezim Hajdari!

  2. volevo segnalare che la poesia “sei una dea negra imbevuta…” è stata pubblicata due volte, mi sono trovato davanti a una poesia più grande di me, difficile da contenere, una poesia di sangue, di latte e di povere, a tratti magnifica come “addio Europa vecchia puttana” un autore da rileggere e riproporre, che non conoscevo

    • caro Flavio,
      mi fa piacere che tu abbia apprezzato la voce poetica di Gezim Hajdari. Vorrei dire che non è vero (almeno in sede estetica) che la modernità sia liquida, e che quindi anche le forme artistiche si debbano arrendere al carattere liquido di tutte le “forme”. La poesia di Hajdari sta qui a dimostrare che la poesia è fondata su una diversa ontologia estetica, non è vero affermare che su Fondamenta Instabili si possa costruire soltanto una Poesia Instabile, desultoria, sussultoria, di superficie, priva di progetto, a-progettuale, che fa collezione di frammenti etc. La poesia di Hajdari ci dice una cosa molto diversa: che è possibile, anzi, doveroso, costruire una Poesia su Fondamenti Forti, Stabili, che addirittura ritorna all’Epica. Il fatto è che bisogna avere coraggio, il coraggio di essere grandi e di andare contro corrente, contro tutta una cultura che predilige un’arte e una poesia dell’effimero e della disillusione, fatta di piccole cose di cattivo gusto (o di buon gusto), che bisogna smetterla di credere che oggi sia possibile, in Occidente, di fare solo una poesia che ci informa delle targhe delle macchine o delle ambasce delle persone che stanno di fronte ai monitor dei pc. È possibile, ci dice Hajdari, scrivere una poesia della Totalità, che nomina il mondo, una poesia che alza il tiro della destinazione. È possibile fare oggi una poesia del mondo, che si rivologe a tutte le persone del mondo.
      Non mi meraviglia che una poesia di questo tipo l’abbia fatta Gezim Hajdari un poeta oggi tra i maggiori in Europa.

      • Ambra Simeone

        a me stupisce sempre più l’onesta intellettuale di poeti stranieri che scrivono con estrema libertà di europa e Italia, sono davvero più acuti di noi? forse vedono le cose dall’esterno…

        “Vado via Europa, vecchia puttana viziata”

        un verso del genere in Italia ci sarebbe stato modificato o corretto o peggio non sarebbe stato preso in considerazione, sarebbe rimasto nascosto ai più, custodito nel dilettantismo, così si sarebbe chiamato un poeta italiano che avesse scritto una frase del genere “dilettante” (troppe parolacce, come a scuola in seconda media, non si dicono le parolacce!) seguire sempre le leggi del politically correct, siamo diventati puritani?
        o siamo davvero arrivati a non vedere, più la realtà delle cose? a negare di vedere le cose che non vanno, nascondendoci dietro quisquilie di poco conto?

      • Grazie, carissimo Giorgio, una vera sorpresa, un grandissimo che non conoscevo

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