UNA POESIA DI EUGENIO DE SIGNORIBUS, “approssimandosi il 2, un ancora incerto ricognitore” da “Ronda dei conversi”(2005) – Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

de signoribus ronde dei conversi

città miratram2

Minitram anni Cinquanta

da Ronda dei conversi, Eugenio De Signoribus, (2005)
Poesia scelta da Sandra Evangelisti

*

approssimandosi il 2, un ancora incerto ricognitore

dall’alto mostra i resti dei disgregati camminamenti….:
ne escono, liberati e storti, fitti ganci ferrosi,
alzate mani, uno stilizzato scheletrario senza crani
*
per tutto il tempo dell’1 sul calendario è segnato così:
piantati più semi di piombo che alberi, soppressi più
umani di quanti liberati….
tanti, sorgenti dal fango o
dalla sabbia, annunciano la resa appena aperti gli occhi:
viaggiano da un pozzo all’altro dentro le tracolle
materne….e in quei cullamenti è premiata la loro
nascita…poi, messi a terra, offrono a chi li guarda
le loro antiche pupille
*
ma chi più li guarda i trascurati quando è diverso
il peso dei vivi e dei morti? Quando la lingua s’infalsa
fino a truccare pubblicamente i tabulati?….
Nell’odierno imperio è stabilito che alla violazione di
un corpo di serie A subito si risponda con una vendetta
moltiplicata…. cioè che sia scorporata, sotto un corto
mantello, un’indefinita genìa di serie minore…
Dentro l’odierno imperio, si narri più forte, per carità,
un altro sentimento: quello che contiene ogni oscurata
vita. La spina su di essa inflitta percorra tutto il corpo e
trasveni il sangue per l’arido campo…
che almeno la morte non sia sola
e si tema la colpa più del lutto
de signoribus scrive

 

 

 

 

 

 

*
chi potrò ringraziare d’essere giunto alla fine dell’1?….
c’è un elemento di fuoco prima di ogni coscienza, un
marchio indistinto e illeggibile…., la sua forma dolorosa
dal profondo dice: mi sentirai nell’ovatta e nel gelo, nel
clamore e nella polvere… andrai avanti per questo
*
dell’ignobile secolo dei secoli t’accompagna una bolla di
sgomento: tutte le magnificenti riedifiche avvengono
sopra sette strati di simboli e cadaveri…
i morti sono le fondamenta del tempo ventunesimo
dopo Cristo… e la soddisfazione dei rinnalzatori e
dei riabitatori non può essere pienamente sicura:
perché nessuna casa può più appartenere veramente
a qualcuno

de signoribus copertina trinità

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Ho scritto di recente che ci sono degli autori i quali modellano lo stile come un abito da indossare alle forme del corpo, del proprio corpo; «costoro – scrivevo – non si accorgono di fare del narcisismo, di indossare un abito manieristico, fanno del manierismo e del narcisismo un bell’abito da indossare, si vestono a festa, assumono sovratoni ieratici, teologali, sacrali, vogliono sedurre il lettore mostrandogli i dettagli dell’abito linguistico, le sue qualità, le sue profondità, le sue quintessenze, le sue insostanziali qualità auratiche e spirituali. Prendiamo la poesia di un De Signoribus, che è la tipica poesia di chi vuole prendere le distanze da tutto, che vuole eccedere in zelo, nello zelo profumato del manierismo e dell’eufuismo, c’è molto profumo in questo tipo di poesia. Con il che si corre il rischio di fare un esercizio di stile, magari ben cucito e confezionato, ma di stile. È una antica forma di retorica che ha luogo, con tutto l’appannaggio di retorismi e di preziosismi, di inversioni sintattiche e semantiche. La poesia rischia così di diventare una particolare confezione di retorismi e di barocchismi».

Giorgio Linguaglossa in-campagna1

Minitram anni Cinquanta

Anche in questa sequenza di poesia scelta da Sandra Evangelisti, a suo parere le migliori del libro, si nota come l’autore immerga la materia poetica in una atmosfera di sortilegio, quasi sacrale, magico-auratica; l’«io» e il «tu» sono circonfusi da un alone piovigginoso e polveroso, non si comprende nemmeno se a parlare sia l’«io» e a chi si rivolga l’autore: c’è un «tu» che sottintende un «voi», c’è un «voi» additato ad esecrazione teologale, un’accusa peccaminosa e numinosa di incombente minaccia ma come sospesa, interlocutoria; il lettore non riesce a capire di quale colpa si tratti e se davvero il destinatario sia davvero colpevole, e di quale «reato»; c’è un indistinto sibillino profferire, un alludere, un sotto dire, un sopra dire, un velato minacciare, una circonlocuzione di frasari che sai dove cominciano e non capisci dove vanno a finire, che vogliono dire più di quanto non dicano, e di meno; c’è, niente affatto dissimulata, una intenzione cogitante, assertoria, ipnotizzatrice, moralizzatrice, teologale, interamente posticcia e artefatta.

giorgio_3

Giorgio Linguaglossa

Certo, c’è sagacia letteraria in ciò, e anche abilità retorica, non lo nego, De Signoribus ha appreso la lezione di Montale, ma l’ha appresa male; moralizza il lessico montaliano, lo teologizza, affetta e allude a una degradazione morale che ha avuto luogo (ma manca sempre la personificazione simbolica che invece in Montale c’è sempre), affetta un tono da sermone letterario, prosciuga il montalismo post-Satura e lo converte in sermone, in discorso suasorio ondulatorio, intimidatorio, in uno strofeggiare spinoso e spugnoso; come dire, c’è un eccesso di voce, di tono, un sopra tono e, spesso, un sotto tono, che vuole tonificare, pontificare e moralizzare le parole, mondarle e renderle insormontabili, ma c’è anche un posticcio alambicco linguistico: il voler dimidiare il dire per poterlo caricare di un di più di sopra sensi moralistici e teologali, un invitare il dire in forma aforismatica ciò cui invece il giro frastico non è in grado di dire.

Botero Dejeuner sur l'erbe

Botero Dejeuner sur l’erbe

C’è una incapacità del giro frastico di De Signoribus di trovare una soluzione e uno sviluppo al giro frastico tardo montaliano una volta che ne prosciuga e ne dissecca il pentagramma tonale e il giro lessicale, in Montale sempre preciso e scandito nella tessitura sintattica. De Signoribus adotta con abilità la soluzione cinico scettica del tardo Montale ma con l’aggiunta di una componente morale di indubbia derivazione teologica; intende la poesia come un accorgimento per moralizzare la vita pubblica, innesta nel pentagramma cinico-scettico del ligure un elemento pseudo teologico, alza così il tono salmodiante ad un andamento liturgico, ortogonale, prezioso, ieratico, apofantico ma manca il bersaglio, non raggiunge la significazione simbolica, si ha la sensazione di un ruminare, di un brontolare attorno al giro frastico finendo per renderlo invece ancora più frastico, più arzigogolato, finendo per perdere il filo del ragionamento e sbucare nell’irrazionalismo, nel misticismo, nel teologismo… di qui gli evidenti scarti del discorso: i sopra pensieri (alto allocati), il passare con disinvoltura da un piano all’altro del discorso suasorio ordinatorio, senza però che l’abilità letteraria riesca a dissimulare la debolezza dell’impianto economico complessivo di questo modo di intendere il discorso poetico: come veicolo di una volontà riformatrice, moralizzatrice e teologale. Ma l’intento teologale lo tradisce, l’intenzione resta troppo scoperta, lo stile diventa maniera, il tono scade ad eccesso di tono, il lessico assume una connotazione ieratica, apofantica, numinosa.

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87 commenti

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87 risposte a “UNA POESIA DI EUGENIO DE SIGNORIBUS, “approssimandosi il 2, un ancora incerto ricognitore” da “Ronda dei conversi”(2005) – Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. antonio sagredo

    a proposito del poeta in oggetto:
    “sempliciotto ispirato” -“stupida tinca” – “brodaglia poetica”
    invio versi non miei:

    Non voglio mai leggere nulla.
    Libri?
    Che sono i libri?

    Io un tempo pensavo
    i libri si fanno così:
    arriva il poeta,
    lievemente disserra le labbra
    e d’improvviso si mette a cantare il sempliciotto ispirato.
    Prego!

    Ma risulta che prima
    che cominci a cantarsi,
    cammina a lungo, incallito dal vagabondare
    e dolcemente sguazza nella melma del cuore
    la stupida tinca dell’immaginazione.

    Mentre sbolliscono, strimpellando rime,
    una brodaglia di amori e di usignoli,
    la via si contorce priva di lingua:
    non ha con che discorrere e gridare.

    V. M.
    …………………………………………………….
    ……………………………………………………………………
    e ora miei versi antichi:
    ….
    Odio i poeti
    che della vita hanno una serena visione!

    Professori
    io sono contro tutti i poeti premiati!
    È la poesia che mi trascina,
    non sono io!

    In questo secolo
    qui
    da noi
    la campana turrita ha segnato il passo,
    ma non c’è stato un solo poeta
    che ha tremato e pianto come me!

    E mi hanno detto:
    ecco un inetto
    un buono a nulla
    come il ritorno dell’eterno!

    a.s.
    Roma, 1969-1970

  2. Ivan Fedeli

    bellissimo intervento; grazie. De Signoribus è un maestro

  3. “io sono contro tutti i poeti premiati!
    È la poesia che mi trascina,
    non sono io!”

    E già questo è un premio!

  4. cristina

    Condivido Linguaglossa.
    Di solito sono stringata e non mi smentisco neppure in questo caso.
    La poesia “dice” la vita e i suoi colori e la “dice” senza architetture , se lo fa, se anche solo per un istante ne ha necessità, allora non è poesia, ma una carcassa attaccata dagli arzigogoli deliranti che mai come in questo caso mi paiono formiche assai laboriose all’assalto di un oleoso intruglio.

  5. leopoldo2013

    Scomunica immediata per chi osa argomentare avanzando riserve sulle lallazioni di una Lamarque o sulla valenza cannibalica di sesso e morte di una Valduga . Guai a toccare gli autori di Garzanti Mondadori & Co. Il provincialismo della critica italiana – accademica e non – è sotto gli occhi di tutti , estenua una prassi zuccherosa e rosea di supervalutazioni generalizzate che ormai sfiora il ridicolo . In questo caso , se De Signoribus si degnasse di chiosare le critiche che gli si muovono , scenderebbe tra gli umani con quel minimo di onestà intellettuale che ci rifiutiamo di credere che non gli appartenga . Poesia è questo , soprattutto questo .
    leopoldo attolico –

  6. ambra simeone

    io trovo (mio parere personale) che persino in questi commenti ci sia qualcosa che non si sia capito fino in fondo, figuriamoci nella poesia di De Signoribus… non si capisce a volte neppure se si parla chiaro, figuriamoci se si fa di tutto per scrivere nascondendo, velando, quel che si vuole dire, mi chiedo perché scrivere? nessuno è costretto a scrivere se non si vuole dire nulla? c’è troppa interpretazione, sovra-interpretazione o come dice giustamente Giorgio, sotto-interpretazione, sono d’accordo con lui e mi sono piaciuti molto i versi pubblicati da Sagredo, la penso a mezzo tra Danto e Baudrillard:

    il primo dice: “dal momento che qualcosa è considerato opera d’arte diventa passibile di interpretazione” il secondo dice: “è l’estetica che condanno: questo valore aggiunto, questa esibizione culturale dietro la quale il valore vero e proprio sparisce!”

  7. “Ronda dei conversi” è il titolo di un libro. “Ronde” è la sua traduzione in francese. Il plurale italiano “Ronde dei conversi”, pervicacemente ripetuto e da nessuno segnalato come errore, potrebbe cessare di essere un banale, perdonabilissimo refuso per diventare la spia di non attentissime e poco amorevoli letture.
    Ha scritto il francese Yves Bonnefoy: “Io trovo superbi il disegno e il colore della “Ronda dei conversi”… e vorrei attirare su quest’opera l’attenzione di qualche amico e testimone della creazione poetica in Francia, chiedendogli non tanto di leggerla ma di meditarla, di ricominciarla in se stessi, di convertirsi ad essa: focolare della poesia, alta fiamma che brucia chiara”.
    Scrive tra l’altro Giorgio Linguaglossa: “c’è un indistinto sibillino profferire, un alludere, un sotto dire, un sopra dire, un velato minacciare, una circonlocuzione di frasi che sai dove cominciano e non capisci dove vanno a finire, che vogliono dire più di quanto non dicano, e di meno; c’è, niente affatto dissimulata, una intenzione cogitante, assertoria, ipnotizzatrice, moralizzatrice… ma manca il bersaglio, non raggiunge la significazione simbolica, si ha la sensazione di un ruminare, di un brontolare attorno al giro frastico finendo per renderlo invece ancora più frastico, più arzigogolato, finendo per perdere il filo del ragionamento e sbucare nell’irrazionalismo, nel misticismo, nel teologismo…”.
    Io credo invece che tra l’entusiastica, quasi mistica, adesione al testo poetico di De Signoribus – “convertirsi” ad esso – e la fredda razionalità critica dalla quale non traspare alcuna partecipazione personale ed emotiva alla geminazione del testo poetico – “lo stile diventa maniera” -, occorrerebbe trovare una più giusta via per far luce vera su questo poetare. Che di poetare si tratta. Ma per rintracciare questa strada occorrerebbe, come detto splendidamente in altro articolo di questo blog, “salire sugli alberi” e liberarsi davvero dalle pastoie del presente. Leggere spassionatamente il testo, dimenticare il “dove” si legge e le conseguenti le lotte di potere delle “grandi” e “piccole” case editrici. Ma non vedo nessuno tra le chiome dei pini.

  8. Caro Paolo,
    ho corretto il refuso di “ronda” erroneamente riportato in “ronde”, sono andato a memoria e la memoria mi ha tradito. Quanto al fatto che tu mi imputi “della fredda razionalità della critica dalla quale non traspare alcuna partecipazione personale ed emotiva al testo poetico”, faccio osservare che la critica non è l’amante concubina del testo poetico ma, per poter operare con piena assunzione di spirito critico, deve porsi in posizione di estraneità, di terzietà, di distanza dal testo, Una critica, come rilevi giustamente tu, non deve ricercare una “mistica adesione al testo poetico”, quella la lasciamo volentieri ai mistici e ai sacerdoti, qui non c’è alcuna deità da incensare, il testo poetico è un messaggio che un emittente spedisce ad un destinatario. Tutto qui.
    Quanto, in ultimo, alla valutazione laudatoria di Yves Bonnefoy, lascio a lui la piena libertà (e la responsabilità critica) di esprimere il suo pensiero, il quale non è poi neanche un pensiero ma una affermazione apodittica prendere o lasciare non supportata da alcuna argomentazione sui testi.

  9. Caro Giorgio,
    lo sai meglio di me: “estraneità”, “terzietà” sono solo vuote parole. Anche attraverso il microscopio di un asettico biologo corrono le emozioni e si manifesta il potere. Forse anche in totale assenza delle concubine da te evocate. Ma tu sei un critico e un poeta e hai a che fare con la totalità dell’umano. Allora alziamo i veli: quanto della tua critica – sempre ovviamente legittima – è davvero relativa al testo e quanto invece è mossa per il “dove” il testo si materializza? Far luce piena su questo punto, senza nascondersi dietro inesistenti, neutrali “distanze”, sarebbe davvero un aiuto concreto per capire di più la poesia. E non solo la poesia.

  10. ambra simeone

    caro Paolo Ottaviani,

    secondo il mio modesto parere, non ravviso in queste poesie di De Signoribus nessuna empatia né emozionalità, per cui non lascia “estraneo” solo il critico che analizza la poesia (come ha fatto Giorgio), ma direi anche il lettore che non la analizza, ma vuole ricevere semplicemente un messaggio! il messaggio di queste poesie sembra essere: guarda che bel suono che fanno le mie parole! tutto qui.

    poi ognuno può ben scrivere quello che gli riesce più opportuno per “poetare” ma rimane il fatto che il “poetare” rimane fine a se stesso se non trova il lettore!

  11. caro Paolo,
    non capisco che cosa vuoi dire, tu parli di “testo” e di “dove” il testo “si realizza”. Che cosa vuoi dire? Io non lo capisco. Spiegati meglio.

  12. Le sue, gentile Ambra, mi sembrano osservazioni legittime e sincere. Basta avere consapevolezza che “il lettore” di cui parla riguarda soltanto la sua persona ed eventualmente quelle che vorranno sottoscrivere la sua opinione. Io, altrettanto modestamente, non sarò tra queste. E’ già sufficiente perché quel poetare non rimanga “fine a se stesso”.
    Con viva cordialità.

    • ambra simeone

      caro Paolo Ottaviani,

      sono felice che queste poesie abbiano trovato almeno lei come lettore!
      ovvio che le mie osservazioni erano solo mie, mi sembra comunque giusto come dice Leopoldo Attolico parlarne e capire fino in fondo cosa abbiano da dire queste poesie ad una lettrice come me e ad un lettore come lei!

  13. I versi e la casa edidrice che li pubblica, caro Giorgio!

    • caro Paolo,
      vorrei essere chiaro una volta per tutte per tutti i lettori.
      La mia regola è questa:
      quando leggo un libro mi pongo in posizione di terzietà e di estraneità, il che tradotto in altre parole significa questo: che non guardo né chi è l’autore, né il suo albero genealogico, né le sue affiliazioni massoniche, né guardo alla sigla editoriale: per me tutti i libri sono uguali, partono da una posizione di parità. La mia lettura, grazie a questa semplicissima regola, si trova così in una posizione di indipendenza dai gruppi di potere editoriali e istituzionali.

      • Prendo atto, caro Giorgio, di questa nobilissima “regola” che ti sei autoimposto. Non sempre però, almeno in passato, mi hai dato l’impressione di averla rispettata alla lettera. Posso sbagliare, naturalmente. E sarò ben lieto di essere smentito dai fatti che verranno. Resta allora soltanto una legittima differenza di valutazione di questa poesia: per te “moralizzatrice” e “intimidatoria”, per me una ellittica, moderna forma del tragico che si ostina tra “disgregati camminamenti” a ricercare un pertugio di salvezza, anche attraverso enigmatici, “incerti ricognitori”.

  14. leopoldo2013

    “Il poeta scrive per se stesso”, per proporre una sua “verità”, ma se pubblica desidera anche condividere : non produrre oggettistica decorativa ma “senso” che porti ad un incontro mediato da parole . De Signoribus – credo in perfetta buonafede – ci prova , ma credo trovi resistenze nella recepibilità sia del lettore smaliziato che del lettore della domenica . La sua nicchia espressiva – pur così personale / riconoscibile – è confinata in limiti precisi , pregiudiziale che la critica “ufficiale” non si è mai sognata di riconoscere . Invece mi sembra sia onesto parlarne .
    leopoldo attolico –

  15. carlo freccia

    Yves Bonnefoy? Chi è costui?
    Lo guardo e non mi curo di lui!

  16. marcello mariani

    Il francese doveva smettere di scrivere 40 anni fa: non l’ha fatto, il risultato
    è la progressione della sua mediocrità, anche critica

  17. Ivan Pozzoni

    Io, sinceramente, leggo Heidegger, e non ci capisco un cazzo. Però leggo Locke, Hume o Hobbes, ad esempio, e li capisco. Io, sinceramente, leggo De Signoribus, e non ci capisco un cazzo. Però leggo i testi di Paolo Ottaviani, di Leopoldo Attolico e di Giorgio Linguaglossa, ad esempio, e li capisco. Sarò scemo io, non difficile, suvvia, o sarà che De Signoribus non dice niente o dice qualcosa come se non volesse dire niente? Ora, se non dice niente, non è rilevante leggerlo; se dice qualcosa come se non volesse dire niente, non è importante leggerlo; se dice qualcosa come se desiderasse dire qualcosa, metta le traduzioni in italiano in calce ai suoi testi. Così, dato che i lettori della domenica di poesia hanno smesso di esistere, almeno due / tre addetti ai lavori saranno in grado di spiegarci in modo chiaro ciò che De Signoribus desidera dirci, o non dirci, in modo oscuro. Proporrei, anzi, a De Signoribus, di smettere di scrivere volumi di poesia, e di limitarsi a scrivere spiegazioni.

    • Può succedere, caro Ivan, occupandosi di filosofia e di poesia, di non capire nulla di un autore. Per anni e anni io non capivo cosa volesse dire Hegel. Poi, leggendo e rileggendo qualche pertugio si è aperto. Oggi posso dire di conoscere un po’ il pensiero hegeliano e sostanzialmente di non essere d’accordo con quelle formulazioni. Voglio dirti che così come non possiamo chiedere ai filosofi il “bignami” della loro filosofia non possiamo neppure chiedere ai poeti la perifrasi delle loro poesie.
      Stammi bene.

      • Ivan Pozzoni

        Carissimo, di norma, io, addestrato alla teoria del diritto di matrice analitica, ad un autore, chiedo chiarezza; l’oscurità, nella maggioranza dei casi, è un artificio retorico idoneo a nascondere il niente. Come chiediamo ai commercialisti la perifrasi delle loro occulte divagazioni fiscali, come chiediamo agli avvocati la perifrasi delle loro ingarbugliate interpretazioni giuridiche, come chiediamo ai politici la perifrasi del loro politichese, abbiamo il diritto di chiedere ai filosofi e ai poeti la perifrasi della loro oscurità. Perché chi comunica ha l’onere della chiarezza: noi stessi abbiamo l’onere di leggere una volta, seguito dal successivo obbligo morale, i caso di vagueness, di lasciare stare. Qui, intendiamoci, non si tratta di complessità (Locke, Hobbes e Hume sono complessissimi); si tratta di nascondere il niente dietro ad uno stile. Di qui, la sfida: dacci una perifrasi. Ci accontenteremmo d’essa!
        Stammi bene

  18. Giuseppina Di Leo

    Al nulla nullificante delle poesie di De Signoribus, contrappongo anch’io, alla maniera di Antonio Sagredo, questa mia giovanile, sebbene serva a ben poco: il nulla incombe.

    I poeti martoriati dalla noia,
    cercano l’ultima parola
    che faccia rima con “vita”;
    l’incanto e gli occhi blu
    sono messi sopra mascherando
    a malapena, macchie di olio
    ingrossate, racchiuse in spazi bianchi.

    Le efelidi non fanno poesia,
    i poeti martoriati dalla noia,
    cercano ninfe ispiratrici
    in secche piantine cementate
    (ultimo residuo di boschi),
    che diano l’ultima parola
    cercata e odiata, l’ultima,
    nascostasi repentinamente
    nel tratto più avanzato
    di una mano in agonia.
    (23.05.1976)

    • Ambra Simeone

      Caro Paolo Ottaviani,

      […] per te “moralizzatrice” e “intimidatoria”… (comprensibile)

      per me una ellittica, moderna forma del tragico che si ostina tra “disgregati camminamenti” a ricercare un pertugio di salvezza, anche attraverso enigmatici, “incerti ricognitori” (non mi è molto chiara, qual è la salvezza che tra disgregati camminamenti si ricerca in quegli “enigmatici e incerti ricognitori”?)

      la domanda è per capire ciò che io modestamente (e molti con me) non capiscono… il dialogo è questo, farsi capire laddove sia possibile… altrimenti è un imporre qualcosa per partito preso!

      concordo con Ivan Pozzoni, le poesie di Sagredo e della Di Leo comunicano… aggiungerei non lamentiamoci poi se la poesia non ha il giusto pubblico e non ha mercato, “i poeti annoiati” producono “lettori più che annoiati”!

      • le critiche mosse su questo blog alla poesia di De Signoribus sono di doppia natura: l’assoluta insignificanza da una parte e l’essere sovraccaricata da “volontà riformatrice, moralizzatrice e teologale” dall’altra. Già questa dicotonia dovrebbe mettere in guardia sull’emettere sbrigativi giudizi liquidatori sul reale spessore di questo poetare. Io, a differenza di molti altri, compreso l’amico Ivan Pozzoni, concedo alla poesia il diritto di essere oscura. Anche un incomprensibile bel suono talvolta può bastarmi. Si ricorda del “petèl” zanzottiano? Altri invece pretendono l’immediato messaggio. E ne hanno diritto. Ma non hanno il diritto di dire: questo è poesia, questo invece è nulla perché da esso non mi è giunta alcuna comunicazione. Ho parlato di “pertugio di salvezza”: io intendo il godimento estetico (e quindi la creazione della bellezza) una possibile via per uscire dal buio del nulla. Spesso i versi di De Signoribus mi aiutano su questa via. Un solo, piccolissimo esempio tratto dal blog: “nessuna casa può più appartenere veramente
        a qualcuno”. Parole sulle quali riflettere a lungo non è, credo, del tutto vano.
        Cordialità

      • ambra simeone

        gentilissimo,

        la frase “questa è poesia, questa non lo è” non mi appartiene assolutamente, non mi fraintenda, ho semplicemente voluto dire la mia riguardo il post di un blog letterario per il gusto di farlo e per distinguere, capire ciò che in un “poetare” basti alla comunicazione, se il senso del messaggio oppure solo una lieve clochette… tutto qui!

        a testimonianza del fatto che la bellezza abbaglia, ma il senso fa pensare e discutere!

  19. Ivan Pozzoni

    Giuseppina Di Leo, magari sarà meno blasonata di De Signoribus: almeno capisco ciò che scrive!

  20. Vedo che de Signoribus provoca sempre un acceso dibattito. A mio avviso la poesia è una questione talmente soggettiva da provocare, come in questo caso, De Signoribus è prendere o lasciare, incomprensione, avversione, al contrario forte enutsiasmo. A mio avviso, per quel che ho letto tra le poesie scelte su questa pagina, molte sembrano scritte più con la macchina da presa che con la penna (chi potrò ringraziare d’essere giunto alla fine dell’1?/
    c’è un elemento di fuoco prima di ogni coscienza, un
    marchio indistinto e illeggibile…., ) è un autore sicuramente poco accomodante, a tratti palloso a tratti entusiasmante

    • Ivan Pozzoni

      Caro Flavio, il fatto è che, purtroppo la poesia, e ogni altra cosa, si scrive… a tratti (di penna). E’ come se io compilassi una cambiale (in fondo, il poetare è un titolo di credito), a tratti con una calligrafia, a tratti con un altra, a tratti con un altra ancora, con una firma a tratti leggibile e illeggibile, e ti chiedessi, magari divertito, di incassarla. Immaginerei la tua colorita risposta (censura).

  21. Ivan Pozzoni

    Caro Paolo, io non ti sto dicendo che ciò che scrive De Signoribus non è poesia. Non essendo un critico, non amo emettere sentenze sulle categorie: poesia, non-poesia, im-poesia, quasi-poesia, anti-poesia. I versi, ad esempio: «Nell’odierno imperio è stabilito che alla violazione di
    un corpo di serie A subito si risponda con una vendetta
    moltiplicata…. cioè che sia scorporata, sotto un corto
    mantello, un’indefinita genìa di serie minore…»
    e, inoltre, tutto Zanzotto, A ME (sottolineo a me, mica a te) non dicono niente, e non dicendo niente A ME, ho una MIA impressione: che siano modi oscuri di dire cose semplici. Per la legge di economicità analitica del pensiero, dire in maniera complessa ciò che si riuscirebbe a dire in modo semplice, è un attentato alla brevità della vita umana (a mia opinione). Poi, se il suono, o la musicalità, sono incantamento: c’era, in Piazza Duomo a Milano, un matto che ripeteva, in una nenia costante e incantatrice (quasi sirenesca), una serie di frasi senza apparente significato e con una musicalità straordinaria. Probabilmente è un grande artista.

  22. …vorrei far presente che a me le composizioni di De Signoribus sono chiarissime, non hanno nulla di oscuro… il problema è inverso: è l’autore che tenta in tutti i modi di frapporre difficoltà alla comprensione del lettore, tenta di dire cose che vorrebbe far credere terribili e profondissime in modo arzigogolato, oscuro, compresso… e per far questo ricorre al trucco delle tre carte, parla di “riabitatori”, di “edificatori”, parla in modo volutamente oscuro come per far credere che parla la Sibilla di Cuma, parla in modo da incutere timore al lettore sprovveduto, ma sono dei trucchi e anche male congegnati, piuttosto grossolani.

    Al primo verso della composizione parla di un “approssimandosi il 2” (che cos’è un autobus?) e di seguito « un incerto ricognitore / dall’alto mostra i resti dei disgregati camminamenti», come se si trattasse dei resti di una fortezza bombardata, distrutta, ma non si capisce niente di chi sia l’autore di questi presunti bombardamenti, tutto è lasciato il sospeso, non c’è un soggetto, non ci sono abitatori ma «riabitatori» (neologismo gratuito), ci sono allocuzioni senza capo né coda che vogliono prefigurare chissà quali sciagure e chissà quali entrature nel mondo del numinoso che soltanto il Poeta ha nelle sue mani. Tutti i componimenti sono come compressi da una finzione moltiplicata dall’autore che vuole soggiogare il lettore. Il trucco è piuttosto scoperto, direi anche banalmente manifesto.

    Quanto alla presunta oscurità, io non ci vedo nessuna oscurità, vedo soltanto dei preziosismi, dei retorismi, iperbolismi, metaforismi, ma mai metafore, mai iperboli vere, mai esercizio di intelligenza che vuole comunicare qualcosa, e ciò credo che avvenga perché l’autore non ha proprio nulla da dire o da comunicare.
    Grandi poeti come Dylan Thomas o un Celan non hanno nulla di misterioso, anzi, di misterico, le loro immagini sono tutte lampanti e lapidarie, sono tutte (prese ad una ad una e tutte insieme) chiarissime.
    De Signoribus gioca con il misterico, ma è un gioco asfittico: chi vuole prendere in giro con i suoi paralogismi?

    • Ivan Pozzoni

      Per cortesia, se non ci trovi vagueness, parafrasami i versi:
      «Nell’odierno imperio è stabilito che alla violazione di
      un corpo di serie A subito si risponda con una vendetta
      moltiplicata…. cioè che sia scorporata, sotto un corto
      mantello, un’indefinita genìa di serie minore…»,
      e aiutami a comprendere.

      • caro Ivan,
        ti rispondo con le parole finali del mio pezzo sulla poesia di Daniele Santoro postato stamani:

        «Se il senso della poesia manca, manca la poesia il suo bersaglio. Non v’è orientazione semantica senza orientazione del significato. La poesia esprime il senso che può, al di qua di ciò che intende e al di là di ciò che attinge. Il compito che oggi arride alla poesia della « nuova generazione» è appunto ricostruire una relazione tra il significato e il significante, ma in termini del tutto diversi rispetto a quelli che abbiamo conosciuto nel tardo Novecento.
        In un mondo in cui i rapporti umani sono diventati un problema tra gli esseri riprodotti come talismani magici e ridotti a vasi incomunicanti di un messaggio che è stato soppresso dalla prassi telemediatica, resta il problema di come sproblematizzare il problematico, e di come problematizzare ciò che è stato falsamente sproblematizzato; di come liberare le emozioni dalla cella dell’«io» che racchiude l’inautenticità generale del mondo dell’omogeneizzazione linguistica».

        Nell’odierno quadro culturale non mi meraviglia che in questa dis-orientazione del senso (delle frasi linguistiche) un dettato come quello di De Signoribus possa essere preso in considerazione da una critica che abbia dignità culturale.

      • Ivan Pozzoni

        Caro Giorgio,
        con me, qui, sfondi una porta aperta, come ben sai:
        «Il compito che oggi arride alla poesia della « nuova generazione» è appunto ricostruire una relazione tra il significato e il significante, ma in termini del tutto diversi rispetto a quelli che abbiamo conosciuto nel tardo Novecento. In un mondo in cui i rapporti umani sono diventati un problema tra gli esseri riprodotti come talismani magici e ridotti a vasi incomunicanti di un messaggio che è stato soppresso dalla prassi telemediatica, resta il problema di come sproblematizzare il problematico, e di come problematizzare ciò che è stato falsamente sproblematizzato; di come liberare le emozioni dalla cella dell’«io» che racchiude l’inautenticità generale del mondo dell’omogeneizzazione linguistica»;
        resto sempre in curiosa attesa che tu, o qualche altro buon cristiano, mi spieghi il significato dei versi:
        «Nell’odierno imperio è stabilito che alla violazione di
        un corpo di serie A subito si risponda con una vendetta
        moltiplicata…. cioè che sia scorporata, sotto un corto
        mantello, un’indefinita genìa di serie minore…
        Dentro l’odierno imperio, si narri più forte, per carità,
        un altro sentimento: quello che contiene ogni oscurata
        vita. La spina su di essa inflitta percorra tutto il corpo e
        trasveni il sangue per l’arido campo…
        che almeno la morte non sia sola
        e si tema la colpa più del lutto».
        Per me è diventata un’urgenza esistenziale.

  23. Per quanto riguarda la poetica dell’autore De Signoribus confesso di non conoscerla, quindi mi soffermo sul testo che attrae commenti discordanti.
    La mia opinione: il testo, neanche di poesia in prosa, è un raccolto di frasi staccate scritte a freddo da un autore che si dice “adesso scrivo una poesia”. E comincia con una frase, dopo alcuni minuti o periodi più lunghi di biancore, ne combina un’altra e continua in questa maniera. Può darsi che annoti frasi sul taccuino tascabile per strada e in altri luoghi, trascrivendole poi in uno stile che pare oscuro, ma che non significa mistero. Questo testo è astrazione meccanicamente controllata: senza fuoco sublimazione e ispirazione. Non si muove?, non è poesia.

    • caro Ivan,

      ben più di me e meglio, intendo con frasi comprensibili, e non in gergo critico (come ho scritto io), lo ha spiegato il poeta Alfredo De Palchi: quei frasari sono una “raccolta di frasi” discordanti ed eteroclite, magari assemblate in modo letterariamente smaliziato, ma, ad una lettura attenta si capisce che si tratta di una vestizione linguistica fatta a tavolino, come dice De Palchi, “a freddo”.

      Ma il problema non è tanto la debolezza dei testi quanto l’ipocrisia dell’ambiente della critica istituzionale nell’applauso interessato ad un certo tipo di scrittura letteraria artificiosamente costruita. Se li avessimo scritti io o te quei versi ci avrebbero riso dietro.

      Quello che stigmatizzo è che manca nel nostro paese una critica che non sia prezzolata e interessata e dipendente dai reciproci scambi di investiture.

      • Solo che De Palchi, persona esemplarmente ed intellettualmente onesta – onestà che va riconosciuta ad ognuno di noi, abissalmente lontani da ogni prezzolatura “interessata e dipendente dei reciproci scambi di investiture” – ha candidamente confessato che di De Signoribus conosce solo quanto pubblicato in questo blog. Oggettivamente troppo poco, anche se nel merito specifico di quei pochi versi con qualche ragione, per essere assunto a parametro critico generale di un poeta. E un critico dovrebbe spiegarsi con chiarezza propria! Ancora BUON PRIMO MAGGIO!

  24. Ad ognuno la sua attesa. Io aspetto che qualcuno mi spieghi cosa diavolo voglia dire, dopo aver fatto chiarezza su tutto il resto, che resterebbe però
    “il problema di come sproblematizzare il problematico, e di come problematizzare ciò che è stato falsamente sproblematizzato” [ma se qualcuno nel frattempo si volesse arcivescovizzare, vi arcivescovizzereste pure voi? ];
    e come sarà mai possibile “liberare le emozioni dalla cella dell’«io»” se essa “racchiude l’inautenticità generale del mondo dell’omogeneizzazione linguistica” ;
    e infine perché invece di aumentare cessi la meraviglia “in questa dis-orientazione del senso (delle frasi linguistiche)” e quale sia la critica, ironicamente supposta o autorevolmente riconosciuta, che abbia “dignità culturale” per prendere in considerazione “un dettato come quello di De Signoribus”.
    Un grazie di cuore a chi vorrà illuminarmi e BUON PRIMO MAGGIO A TUTTI!

  25. caro Ottaviani

    il blog è aperto all’approfondimento di tutte le posizioni critiche, se tu vuoi cimentarti in un commento alle poesie dell’autore in argomento, esso verrà pubblicato nelle colonne di questo blog.

    Riguardo la lettura della mia prosa critica, posso anche capire che essa sollevi qualche difficoltà di introspezione. Ma non credo che esse siano insormontabili.

    • Caro Giorgio ti rigrazio dell’ospitaltà e invio, intercalate dai versi, alcune mie riflessione su “Trinità dell’esodo”.

      EUGENIO DE SIGNORIBUS – TRINITA’ DEELL’ESODO (Garzanti, 2011)

      In interiore

      il lungo grido nato
      con l’inizio del tempo

      lì connaturato e nutrito
      da lì risalito e moltiplicato

      il mai uguale nudo dolore
      il mai uguale silenzio

      la sua alfa generatrice
      l’a del suo abbigliamento…

      ah, se ciascuno vedesse
      la propria lettera malata

      e isolarla potesse
      in uno sfinito sé!

      o in un fuori straniarla
      e rinunciare a quel suolo!…

      così la restante parola
      che è salva e salvante

      potrebbe conoscere il corpo
      che l’ha generata

      e risanare ogni nome
      e la mappa lacerata…

      eppure lì, fissandone i confini,
      e, nell’oltre, la caduta

      lì, ascoltando il pulsare
      sfuggente della lingua,

      ancora sentirà l’erranza
      della matrice tradita

      ancora sentirà l’eco
      d’una colpa nel buio

      di nuovo annasperà in una scia
      d’astro spento o dissolto!…

      e lei, la parola rinata
      nell’arca dell’alleanza

      che potrebbe guardare in sé
      il volto della sua terra

      lei, a quella porta santa,
      arriverà ripiegata

      come una discordanza
      o una smossa ferita

      come ci fosse un dolo
      prima della lettera

      sola e intraducibile
      nel primordiale universo

      aperto per il vasto sempre
      e, per ciascuna vita,

      il sempre inizio

      Questa straordinaria, coinvolgente sequenza di versi, ordinati in 22 distici e chiusi o, meglio, schiusi sul quinario finale – il sempre inizio – con il quale si potrebbe ricominciare la lettura della medesima sequenza poetica – In interiore – come un mantra vedico perennemente rigenerato e rigenerante – qui infatti si parla dell’origine dell’uomo e dell’origine del tempo come un lungo grido di nudo dolore che lacera l’intero universo – costituisce la seconda delle tre direzioni lungo le quali corre la Rua, il soffio dello spirito. Suddiviso in tre grandi sezioni – Evo paterno, Cruna filiale e, appunto, Rua dello spirito – l’ultimo lavoro di Eugenio De Signoribus – Trinità dell’esodo, edito da Garzanti nel 2011, si pone su una linea di stringente continuità ma anche, sorprendentemente, di commovente novità rispetto all’ormai lungo cammino del poeta marchigiano. Un cammino quasi interamente raccolto nel volume, sempre edito da Garzanti, Poesie (1976-2007). Quel libro infatti si chiudeva con una lirica intitolata Congedo e accennava ad una vigilia, quindi a una sorta di preparazione spirituale per un nuovo giorno di poesia. Come in ogni vigilia qualcosa è destinato a morire e qualcos’altro a nascere o a restare. E infatti in questo nuovo libro – Trinità dell’esodo – che ha già raccolto importanti riconoscimenti – nel settembre scorso si è aggiudicato il premio Brancati-Zafferana – continua a manifestarsi “quell’incalzante e assiduo stato di stupore morale” che conduce il poeta ad una inesausta “ricerca di equilibri delicatissimi tra smascheramento, invettiva contenuta, strazio privato” come assai acutamente aveva già notato Giorgio Luzzi. Una ricerca sempre svolta nel segno di quell’intima eleganza e di quella naturale grazia che Eugenio De Signoribus, come per un dono celeste, sa trasferire dalla sua persona alla sua poesia. Eppure, dentro questo impeccabile, se pur assai arduo e complesso, nitore del pensiero e della parola si insinua una crepa che inesorabilmente si allarga fino a farci perdere ogni sia pur minimo orientamento. L’esodo non è verso la salvezza, ma verso l’ignoto più assoluto. La struttura stessa della triade, con tutti i possibili riferimenti alla trinità biblica, all’universo dantesco o alla filosofia hegeliana, sembra andare in frantumi e polverizzarsi. Molta letteratura contemporanea avverte con sempre maggiore consapevolezza che le recenti mutazioni intervenute nella natura e nei comportamenti dell’uomo hanno introdotto, nella nostra storia e nel nostro quotidiano, elementi di rottura così dirompenti da sfuggire ad ogni controllo e tali da impedire un rapporto fisiologico con il nostro passato. Da questa rottura consegue una inedita sottrazione di conoscenza, un oscuramento di qualsiasi razionale o emozionale comprensione del presente e l’impossibilità di progettare e perfino di intuire il futuro. L’esodo dell’uomo contemporaneo sembra dirigersi, secondo la parola poetica di De Signoribus, verso un anonimo “luogo senza contorni, come se un enorme scasso / di terra avesse ogni cosa rimosso e spianato”. Ma la geniale intuizione del poeta sta nell’aver reso protagonista di questa terribile diaspora non un popolo o una comunità, ma solo un inerme, stanco viandante che porta però in sé “il bambino che è, che sente dentro sé / il piombo della mortificazione”. Ed ecco come questo viandante ci viene presentato nell’eponima poesia:

      Il viandante

      il viandante delle interne strade
      arriva a notte fonda ad una tenda
      in fondo a una ruvida linguetta…
      oltre, s’inciuffa un precipizio,
      da un lato s’apre una fitta selva
      e dall’altro s’accampa una valletta

      (nella sua mappa, lì è segnato un punto
      con nodi e corde,
      abitato cioè da sorde bande
      che ti lasciano un passo senza posa
      e ti scortano sulla via ritrosa…)

      egli è stanco e gli occhi si stropiccia
      e con timore smiccia alla fessura
      e intravede nel grembo una figura
      e un’altra figura e una ancora
      distese sull’unico mantile…

      egli si siede, schiena sul cortile,
      appiccia il suo viso sulla schiusa
      e come tagliato da una scure
      osserva il sonno altrui febbrile

      Siamo ancora nella prima grande parte di questo libro-viaggio, nell’Evo paterno. Ma il viandante è destinato all’oltre, oltre la fine, oltre il dopo. E la seconda parte del libro infatti – Cruna filiale – ha per sottotitolo proprio quella indicazione – oltre il dopo – che, pur richiamando simultaneamente i concetti di spazio – oltre – e di tempo – dopo – in effetti li espunge entrambi. Siamo ormai nel regno dell’assoluto dolore. Una sorta di laica via crucis, segnata anch’essa da 14 stazioni, scandisce questa sezione del libro e alla tredicesima sosta, quella che dovrebbe richiamare la deposizione dalla croce, si leggono tre versi di nuda, infinita desolazione:

      XIII

      Il dolore è più vasto della neve che è sopra ogni cosa
      e che poi si corrompe e s’annera.
      Ma il dolore resta sopra ogni cosa. Regna.

      Eppure, proprio da questo regno di primordiale dolore, improvvisi, quasi scanzonati, “con le mani in tasca”, si muovono bambini “solidali nel ripartire”. È una ripartenza verso l’utopia. Trinità dell’esodo infatti si chiude con questi versi:

      ecco, utopia, nel quotidiano stento
      il tuo volto nell’oltre mi traduce

      in quel corso ogni vero ritraluce
      prima del chiaro o prima che sia spento

  26. marcello mariani

    Caro Ivan Fedeli, a quale “bellissimo intervento” si riferisce?

  27. Ambra Simeone

    in queste poesie di “Trinità dell’esodo” di De Signoribus non riscontro niente di nuovo in confronto a “Ronda dei conversi”… questo tipo di poesia va per approssimazioni stilistiche, un frase che abbia senso è nascosta e mescolata tra mille che non lo hanno e che sono lì a comprimerla e quasi a distruggerla, suppongo che un lettore possa essere attirato nella lettura del libro sono per la mera sfida di capirci qualcosa che ahimè sarà destinato a non capire mai…

    così pubblico una poesia dello stesso genere di un autore di cui vi taccio il nome, vorrei sapere se ci trovate qualche somiglianza:

    intanto che sfregiata vedo
    ogni sembianza del vero e vige
    l’attrazione scomposta delle molecole
    come di stato in stato d’aggregazione
    cosicché non si distinguono
    l’una dall’altra le maglie della natura

    comincerò a chiamarle per nome
    che possano resistere le cose
    anche solo per averle nominate
    risparmiate alla congestione del buio
    conservate alla mente e nel corpo rinate

    però che tutto sembra negato alla natura
    dalla sfrenata confusione d’idee
    che di continuo affastellate riempiono
    le bocche e quasi mai conclamate
    richiamano altre idee e mai le cose
    dalle quali provengono
    sarò a lanciarmi nella materia
    che è minimo insieme d’aria e indeciso
    una sparuta chimica filologica
    l’inconsistente connaturato al vero

    ha la pronuncia allacciata al pensiero
    questa unica idea che nasce di soppiatto
    e soppianta il resto che svapora
    nell’impresa di laboratorio
    con le cavie ben piazzate per l’uso

    siamo tentati nella difesa del moribondo
    e langue anche la speranza
    di vederlo morto una volta per tutte

    invece negato deve il baratto
    delle cose se strette sono alle idee
    se vivere per quelle e per le altre resta
    l’ultima necessità della natura di afferrarci
    dalla microscopia che mi prende
    il punto assume un valore infinitesimale
    e nella discendenza della forma
    si ritorna ad una vista pulviscolare

    ma alla lunghezza dello sguardo
    che qui ci relega e dentro
    oppongo l’osservanza dell’elementare
    da me e fuori verso te
    e nell’esperienza di quello che è nostro
    se sembra che un nuovo ordine ci sia dato
    e un nuovo concetto d’idee
    accampi nuove pretese
    di cui non vediamo che l’insensatezza
    e il disorientamento

    potremmo sempre ripiegare in uno spazio
    e daccapo in quello cullarne
    una generazione di altre
    che dall’imposizione
    ci scampi e liberi

    • cara Ambra,
      il testo che hai postato è certamente opera di un letterato, un letterato che scrive alla maniera del Pescarese, in ciò non trovo nulla di strano, ci sono i nipotini di Magrelli che scrivono come il loro maggiore ha loro insegnato, ci sono i cucchiani che scrivono come il loro maestro ha loro insegnato, poi ci sono schiere di donne che scrivono alla maniera della Lamarque o della Anedda… e così via… insomma le scritture maggioritarie tendono a clonare il loro modello in un numero infinito di copie, magari alcune davvero ben fatte, così si crea un epigonismo minore figlio di un epigonismo maggiore, e così via all’infinito, dal minimalismo maggiore di Zeichen e Magrelli si passa al minimalismo minore dei loro imitatori e a quello ancora minore degli imitatori degli imitatori..
      Adesso va di moda imitare il verso di Mariangela Gualtieri… Insomma, la scrittura poetica segue le vicende della Moda, così come anche la Politica segue la vicenda della Moda, e diventa paleolitica.
      E poi c’è la triste vicenda di schiere di ambiziosi aspiranti alla cooptazione nel ristretto circolo balneare della poesia maggioritaria… per cui inneggiano alle magnifiche sorti della poesia nella quale si riconoscono…

      • Ambra Simeone

        carissimo Giorgio,

        hai toccato in pieno la situazione, questa è una mia vecchia poesia di una raccolta che non ho mai voluto pubblicare perchè mi sono accorta che non era davvero mia, ma di altri, di quegli autori che avevo letto e che sono proprio Magrelli, Annedda, Cucchi, Zanzotto, Guartieri ecc ecc

        l’esempio sta a testimonianza del fatto che questi stili come anche quello di De Signoribus sono facilmente clonabili, mentre le idee se sono buone e ancorate alla realtà propria e odierna (quindi lontane da uno sguardo rivolto al passato) o almeno oneste, scritte nella consapevolezza di voler dire qualcosa, possono quanto meno far pensare!

        con questo non voglio dire che chiunque scriva non debba avere dei maestri e dei punti di riferimento, ognuno di noi ne ha, ma solo che molti autori per trovarsi una strada spianata nel mondo della critica, tentano una strada già battuta, piuttosto che trovarne una propria, perché in realtà è quella che credono più facile.

  28. Informo i lettori che tra qualche giorno posterò un mio Commento alla poesia citata e commentata da Paolo Ottaviani, così che nessuno possa accusarmi di scegliere poesie “deboli” per il commento.

    Quanto alla poesia trabocchetto di Ambra Simeone devo fare i complimenti all’autrice perché è un componimento di indubbia qualità “letteraria”

  29. Se si trattasse dell’opera in generale dell’autore discusso non mi azzarderei
    a pronunciare una parola. Si tratta di uno scritto considerato tra i migliori della raccolta. Mi dispiace che Ottaviani senta grandezza in questa composizione artificiale. L’autore non merita questo chiasso.

  30. Mi attengo alla poesia scelta da Sandra Evangelisti. Premetto che la poesia non è di mio gusto, ma non riesco a capire come si faccia a sostenere che il poeta non dica nulla. Ne faccio una breve e parziale (in parte e di parte) decodifica: i “disgregati camminamenti” ci mettono subito in relazione, lessicale e morale, con il Montale di “Satura”. Poi il piombo sopprime mentre gli alberi avrebbero liberato. La violazione dei corpi di serie A crea “vendetta moltiplicata”, mentre se riguarda i corpi “oscurati”, di “serie minore”, il sentimento non si accende. L’autore esorta ad accenderlo, perché alla fine “si tema la colpa più del lutto”. E abbiamo perso la proprietà anche di noi stessi. La critica al nichilismo del nostro secolo è piuttosto evidente, certo vi sono dei sintagmi particolari da interpretare, e che personalmente comprendo più facilmente di quelli del Battello ebbro di Rimbaud, ma non mi pare siano surrealistici. L’autore è tutt’altro che silente: denuncia e propone. Tra l’altro ci dice che c’è passione, “illeggibile”, prima della coscienza. Ferme restando tutte le remore che si voglia sullo stile – ma io dico, con Tzara, che “ciascuno si faccia l’arte che gli pare” – l’autore ha il potere di gestirsi, tanto i suoi testi risentono dei desiderata dei lettori. E, come sostiene Dufrenne, «certi critici apprezzano l’opera in funzione dei discorsi che questa ispira loro».

    • Ivan Pozzoni

      Carissimo Professor Bertoldo, adesso mi ci vorrebbe una parafrasi… alla parafrasi. 🙂 Se si mette in contatto con me (ivan.pozzoni@gmail.com), avrei una cortesia da chiederle.

      • …titoli che sono sofisticazioni causidiche, fraseologie bizzarre e anfibologiche, frasi poetiche sibilline e postreme, estrapolazioni dell’Antico Testamento e da San Paolo commiste a frammenti dispersi di non si sa quante altre fonti religiose. e para religiose…

        Comprendo che in tempi di omologia di massa qualcuno possa prendere sul serio tali astruserie concettuali e mentali e prendere sul serio toni tra lo ieratico l’aforismatico e il prismatico e scambiare il tutto per discorso poetico, comprendo tutto ciò, ma vorrei dire che si tratta di un equivoco, che questo non è più il campo per una critica del testo poetico, qui siamo ormai nel demanio di un Annuncio della carne nel Verbo, nel campo della attesa della resurrezione a seguito della condanna del genere umano, i testi dell’autore in argomento ci aiutano ad introdurci nell’epoca della nostra compiuta peccaminosità e della nostra imperitura condanna.
        Qui non è più questione né di poesia né di critica del testo poetico. Siamo semplicemente in un altro demanio linguistico. Che ovviamente non ha bisogno di ermeneuti laici ma di fedeli devoti alla Parola Pronunciata.

    • Scusate la mia incompetenza, ritengo di avere grandi lacune e di non capire che pochissime cose, e di queste pochissime ne capisco solo in parte, e in una quota davvero minuscola. Sono un umano di limitatissima intelligenza che vorrebbe capire tutto ma che non riesce a capire che una piccolissima parte del tutto.

      Quindi, io vi chiedo: che cosa significa il titolo del libro “Trinità dell’esodo”; io confesso candidamente che non lo capisco. So bene che cos’è la “Trinità” (pur non essendo cristiano né credente me lo hanno insegnato al catechismo); so anche che cos’è l'”Esodo”, ma messi insieme questi due termini, secondo la mia modestissima intelligenza, dico messi insieme queste due parole, ho la sensazione che non significhino assolutamente nulla. È, secondo me, un composto linguistico fabbricato a tavolino per intontire i banausici, per folgorarli con due sole parole gigantesche, vogliono annichilire il povero lettore sprovvisto di cultura critica per intimidirlo, soggiogarlo, farlo sentire un povero sciocco che non può adire alle superiori verità cui invece può accedere il Poeta.

      Insomma, chiedo a tutti coloro che sono più colti e intelligenti di me di spiegarmi che cosa voglia dire quel titolo. Grazie.

      • Ambra Simeone

        caro Giorgio, rimaniamo tutti annichiliti anche sul titolo, la saggezza e l’intelligenza del Poeta sono sublimi e irraggiungibili per noi poveri comuni mortali… e ci prende nuovamente in giro con il titolo “Ronda dei Conversi”, non penso che lui faccia parte della ronda di monaci / non monaci illetterati; forse siamo noi chissà…

      • Ivan Pozzoni

        Caro Giorgio, mi deludi! È semplicemente una situazione di maiuscole e minuscole!
        L’esegesi del testo ci lascia liberi a varie interpretazioni:
        1] Il libro dell’Esodo è chiaramente suddiviso in tre grandi sezioni, corrispondenti ai tre momenti della narrazione. La prima, corrispondente ai capitoli 1,1-15,21, comprende il racconto dell’oppressione degli Ebrei in Egitto, la nascita di Mosè, la fuga del patriarca a Madian e la scelta divina, il suo ritorno in Egitto, le dieci piaghe e l’uscita dal paese. La seconda sezione 15,22-18,27 narra del viaggio lungo la costa del Mar Rosso e nel deserto del Sinai. La parte conclusiva 19,1-40,38 riguarda l’incontro tra Dio e il popolo eletto, mediante le tappe fondamentali del decalogo20,2-17 e del codice dell’alleanza 20,22-23,19, seguito dall’episodio del Vitello d’oro e dalla costruzione del Tabernacolo (Le trinità dell’Esodo) [c.d. interpretazione dell’E maiuscola].
        2] L’èxodos (esodo, traslitterazione di ἔξοδος) è la parte conclusiva della tragedia greca, che finisce con l’uscita di scena del coro. Spesso, soprattutto in Euripide, nell’esodo si fa uso del deus ex machina, ovvero un personaggio divino che viene calato sulla scena mediante una macchina teatrale per risolvere la situazione quando l’azione è tale che i personaggi non hanno più vie d’uscita (La Trinità dell’esodo) [c.d. interpretazione della T maiuscola].
        3] Esodo è un dipinto di Marc Chagall, a olio su tela (130×162,3 cm), quest’opera fu realizzata tra il 1952 al 1966. L’opera è conservata al Centre Pompidou di Parigi. Colpito nel profondo dalle vicende belliche, Chagall taglia una sua tela precedente, “Rivoluzione” del 1937, per dare vita al trittico, “Resistenza, Resurrezione e Liberazione ” che porterà a termine solo nel 1952. La lettura procede da sinistra verso destra, tutto ciò che accade nella prima tela si evolve nella seconda e si conclude nella terza. Nel primo pannello il dolore e la distruzione imperversano su Vitebsk, la cittadina natale del pittore, che per Chagall diventa simbolo del mondo ebraico e dell’Europa distrutta dalla guerra e dalla follia. Nel pannello illustrato nella foto i popoli cercano la soluzione alle loro tristi vicissitudini trovando nella fede e nell’organizzazione la forza per superarle. Accanto a Cristo in croce, c’è un rabbino. Il cielo è di colore rosso sangue, ma una luce si alza dalla folla ad indicare il cammino, la resurrezione, la rinascita. Nel terzo pannello, invece, gli ebrei festeggiano la liberazione danzando e cantando inni alla vita (La Trinità dell’Esodo) [c.d. interpretazione dell’ET maiuscola]..
        4] La radice di esodo è: éksodos (composto di ék “fuori” e hodós “strada”). L’autore ci consiglia di non seguire le “tre” alternative Le trinità dell’Esodo, La Trinità dell’esodo, La Trinità dell’Esodo, se non vogliamo essere condotti “fuori strada” (La trinità dell’esodo) [c.d. interpretazione dell’et maiuscola].
        Il che è bello e istruttivo (direi a tutti che ci siamo rotti di dare spazio alle fantasticherie del De Signoribus. Passiamo a qualcosa di maggiormente concreto).

      • ambra simeone

        Ivan: semplicemente elucubrazioni mentali, bisogna abituarsi…

      • Devo dire con rammarico che, limitatamente a questa vicenda, Giorgio Linguaglossa non mi ha per nulla convinto. Quest’ultimo intervento da pseudo banausico (o reale? – con tutto l’infinito rispetto per i miei amici maniscalchi -) me ne dà una amara conferma. Ai banausici si potrebbe rispondere che capire non è obbligatorio. Ma anche a loro direi che Linguaglossa non mi convince per una ragione di ordine generale che diventa però una questione di stile che investe ed incrina, nel complesso e nei minimi dettagli, tutto l’impianto del suo argomentare. Questa ragione è il mancato rispetto della legge dell’inversamente proporzionale. Se una poesia o una poetica è ritenuta insignificante o di scarso rilievo, un critico di ambita o riconosciuta autorevolezza quale Linguaglossa non può non avere al suo arco diverse tipologie di frecce da usare ponderatamente secondo il variare delle circostanze. Ed è tenuto ad usare i suoi strali modulandoli all’intensità del suo giudizio negativo: dalle argomentazioni prive di riferimenti diretti e personali, alle divagazioni, ai cenni fuggevoli o, nel caso si tratti di libri, alle possibili noticine in calce scritte a caratteri simbolicamente il più possibile minuscoli, ecc., ecc. E, soprattutto, al severo, definitivo giudizio di insignificanza far corrispondere il silenzio.
        Il nostro invece, armato di tutto punto, ha squillato le trombe e prima si è scagliato in campo aperto contro il pacato altrui ragionare (Luca Lenzini, Poesia 2.0, ottobre 2013) e poi, riorganizzate le truppe, ripetutamente su questo blog, persino preannunciando queste sue bordate finali. Bordate a salve, certo. E per giunta tutte sparate sui suoi piedi.
        Eppure io, inguaribile ottimista, confido che prima o poi lo stesso Linguaglossa s’accorgerà dei danni che comporta il non rispetto della legge di cui sopra. Se, come è assai probabile, la poesia di De Signoribus continuerà a risultargli insignificante, Linguaglossa dovrà pur convincersi che la cosa migliore per manifestare il suo giudizio è di sottacere l’argomento. Io posso addirittura aiutarlo in questo percorso: per quanto mi riguarda infatti questa discussione finisce qui. Non ci tornerò più sopra.
        A Giorgio Linguaglossa e a tutti coloro che, arricchendolo o immiserendolo a seconda dei contrastanti giudizi, hanno tuttavia partecipato al dibattito, il mio sincero ringraziamento. Un grazie del tutto speciale al prof. Roberto Bertoldo per il suo tanto inaspettato quanto prezioso intervento.
        A tutti, i miei più cordiali saluti.
        Paolo Ottaviani

      • ambra simeone

        caro Paolo Ottaviani,

        si è vero la discussione è molto interessante… ma “capire non è obbligatorio” pur essendo la frase più rappresentativa di fine ‘900 e inizio nuovo millennio a me non soddisfa molto!!!!

        io vorrei capirci qualcosa di più su tutto!

  31. leopoldo2013

    A complicare le cose – se pure ce ne fosse bisogno ( sic ! ) – mi viene in mente l’aforisma di Blanchot che recita : ” Vale la pena di trasmettere solo l’intrasmissibile”, riponendoci ancora l’arduo dilemma se anche il non comunicare sia in qualche modo un’altra e più sottile forma di comunicare .
    leopoldo attolico –

  32. leopoldo2013

    Infatti . Era una provocazione un po’ canagliesca …
    leopoldo attolico –

  33. Ivan Pozzoni

    Sono d’accordo con Paolo: l’insignificante oscurità di De Signoribus (e di mille altri come lui – non è corretto fare di De Signoribus un capro espiatorio) va sottaceto! Sottaciamola, dunque. Fortunatamente, De Signoribus si nasce, e non si diventa… [Per sdrammatizzare un thread diventato troppo acremente “importante”: le battaglie importanti si fanno sulle cose concrete, a mia opinione]

  34. gentile Ottaviani,

    perché mai dovrei “sottacere l’argomento” e rinchiudermi nel mio “silenzio” come tu Ottaviani mi inviti a fare?. Se permetti il silenzio è una scelta che spetta al sottoscritto e solo al sottoscritto.
    Ringrazio peraltro l’interlocutore Ottaviani per avermi aggiudicato il titolo di “critico finissimo”, “che ha molte frecce al proprio arco” (ma non posso accettare di essere tacitato da alcuno) e appunto per questo ritengo di non dover accettare alcun invito al silenzio, nemmeno se esternato per la mia tranquillità. Visto il coro amplissimo di credito di cui gode l’autore in argomento, credo che una voce discordante dal coro abbia il diritto di esistere, no?, oppure mi si vuole tacitare ed invitarmi al silenzio perché affermo testi scomode e inospitali?. Certo è ben più redditizio accodarsi e accordarsi al coro dei complimenti per le magnifiche sorti della poesia designoribusiana con complimenti spericolati e gratuiti (come fa il Lenzini e come ha fatto Ottaviani e molti altri), ci si guadagna in simpatie alto allocate, ma non è questo, credo, un servizio che io posso rendere alla intelligenza dei lettori (che banausici non sono affatto), avendo sempre avuto grande rispetto per i lettori tutti.
    Rimando comunque l’approfondimento dell’argomento allorquando posterò un commento, frase per frase, alla poesia presa in esame da Ottaviani, sarà quella la sede più idonea per disquisire sulla poeticità della poesia de quo.

  35. Giuseppina Di Leo

    “capire non è obbligatorio” (Ottaviani) –
    “l’autore ha il potere di gestirsi” (Bertoldo) –
    Resto anch’io convinta della giustezza delle affermazioni sopra citate, fermo restando che il lettore può rifiutare un testo che interessi poco quanto nulla.
    Sarei tuttavia propensa a leggere altre poesie di De Signoribus per avere un’idea più ampia della sua poesia. E questo è un invito che rivolgo a Linguaglossa.
    Per quanto riguarda i testi proposti non posso tuttavia che confermare la difficoltà nel reperirne il senso (il nulla, come dicevo), in particolare in passaggi come il seguente, che trovo particolarmente ostico:
    *
    dell’ignobile secolo dei secoli t’accompagna una bolla di
    sgomento: tutte le magnificenti riedifiche avvengono
    sopra sette strati di simboli e cadaveri…
    i morti sono le fondamenta del tempo ventunesimo
    dopo Cristo… e la soddisfazione dei rinnalzatori e
    dei riabitatori non può essere pienamente sicura:…

    …bolla di sgomento – magnificenti riedifiche – rinnalzatori – riabilitatori… (!?)

  36. Giuseppina Di Leo

    ops, pardon! Grazie Ivan :-))

  37. Ho letto i precedenti libri di De Signoribus, ne recensii brevemente anche uno, ma li ho letti come addetto ai lavori, quindi per dovere, e ora che la poesia la leggo solo per piacere De Signoribus l’ho accantonato e, almeno per ora, non sono interessato a riprenderlo. Quindi mi scuserete se non lo approfondisco. Però mi premeva rilevare che le poesie dell’autore in oggetto non sono più ostiche e incomprensibili di quanto siano in genere le poesie, le quali, soprattutto dal Romanticismo in poi, hanno “comunicato” più con il tono che concettualmente. Questa poesia di De Signoribus io non l’ho decifrata pienamente, ma l’ho capita, come si può capire una persona dall’atteggiamento senza sapere cosa esattamente stia facendo. La decifrazione di un testo, anche qualora fosse possibile, non è mai sufficiente alla sua comprensione, anzi se un testo comunica solo concettualmente viene a perdersi ogni sua potenza evocativa e quindi emotiva, viene a perdersi insomma la poesia. La musica per esempio non è sempre decifrabile e la sua presumibile oscurità è semplicemente comunicazione subliminale. Anche la freddezza, anche il lavoro a tavolino è, per quanto a me dispiaccia, comunicazione: di freddezza, di insensibilità perlomeno poetica. Anche l’assenza di un senso produce sempre senso, come dice Nancy, e per la poesia questo è un fatto quasi incontrovertibile.
    So che ci sono poeti che costruiscono e per di più oscuramente i propri testi , per motivi che non stiamo qui ad indagare, ma a me non pare sia il caso di “questa” poesia. Naturalmente, posso sbagliarmi.
    Giusta la rilevazione di Giuseppina Di Leo, ma “bolla di sgomento”, per quanto possa sembrare o sia (ma non possiamo giudicare la paradigmaticità della selezione lessicale dell’autore) insensata, è più di sgomento, dà una sensazione in più, quasi come di malattia. Senza contare che è un po’ un vezzo dei nostri anni, credo risalente ad autori come Pascoli, la doppia sostantivazione.
    Chi riedifica e chi riabita la nostra terra illuso di poter avere una proprietà sicura, la riedificazione come quella di Pompei sugli strati di simboli e cadaveri, e la critica al secolo, mi fanno pensare alla ginestra leopardiana. A questo punto sarebbe importante sapere quanto c’è di coerente a ciò non tanto nell’opera quanto soprattutto nella vita dell’autore. Forse è riguardo a questo che il castello di poesie, per molti lettori qui presenti, cade? Se è così, mi ritiro silenziosamente.

    • ambra simeone

      gentile Roberto Bertoldo,

      sono d’accordo con lei quando dice: “questa poesia di De Signoribus io non l’ho decifrata pienamente, ma l’ho capita, come si può capire una persona dall’atteggiamento senza sapere cosa esattamente stia facendo”,

      e penso che un po’ tutti noi abbiamo fatto così, ci siamo sforzati di dare un senso alle sue parole, altrimenti non saremo qui a discuterne, ma che molta poesia contemporanea abbia preso questa strada, che molti autori facciano come lui o che molti lettori facciano come noi (dal Romanticismo in poi) non vuol dire che si debba continuare così, una giusta via di mezzo sarebbe un contenuto “vero” in una forma evocatrice e sonora, ma l’artificio mero e proprio rimane un bell’involucro senza niente (o poco) dentro, e come dice Giorgio il fatto che si continui ad accettare questo tipo di comunicazione/non-comunicazione è un problema legato alla società mediatica odierna, si passa continuamente dal farsi capire troppo al farsi capire troppo poco, e in entrambi i casi per nascondere un senso.

      è vero che se si fa di una poesia un trattato filosofico si perde l’emozionalità, ma anche il dover decifrare le poesie per capire in qualche modo cosa vogliano dire, non penso che aiuti l’emozionalità della poesia ma al contrario rischia di inibirla e soffocarla!

      • Gentile Ambra Simeone,
        la poesia vera – non bella o grande, lasciamo il giudizio alla presunzione (in tutti i sensi) – è, come ogni prodotto autentico, la rispondenza di chi la produce. L’oscurità può anche appartenere alla natura del poeta e sapere se è tale, ossia naturale, non è facile per il lettore. Ci sono, per saperlo, accorgimenti abbastanza validi ma che non sono applicabili a tutto. La sola poesia innaturalmente oscura potrebbe essere quella che nasconde gli indizi ossia le chiavi di lettura, per esempio nella propria esperienza personale, quando un autore fa riferimento, senza chiarirlo, a fatti personali; si crea così facendo un’apparente suggestione, ecc. Se però il poeta percepisce immagini e sonorità, a rappresentazione del proprio sentire, di non facile interpretazione, se insomma la sua profondità ed espressività non coincide con quella della maggiore parte dei lettori, non lo si può accusare di nulla. Io almeno non amo i progetti estetici, non c’è “via di mezzo” per la poesia, essa è la nostra forma di espressione più libera. Certo che dobbiamo voler dire qualcosa, altrimenti la poesia sarebbe un gioco o uno strumento extraletterario, ma il come deve rispettare il nucleo espressivo, non il lettore. Ovviamente rispetto ogni posizione diversa e l’imperativo che uso è solo una scelta stilistica.

      • Ambra Simeone

        gentile Roberto Bertoldo,

        è vero, quando si scrive di fatti personali si è spesso oscuri volutamente, la cosa (personalmente) non mi piace molto, non mi piace neppure il dover scrivere del particolare se non si alluda quanto meno in minima parte anche al generale, altrimenti scriverei un diario e lo farei leggere al mio psicologo, ma questa è una mia opinione, come dice lei è una questione di scelta di stile.

        faccio notare che però ci sono molti modi anche per parlare del privato, si può scrivere del personale (facendosi comprendere dal lettore) e arrivare a toccare anche lui, condividere con lui una situazione che sembra privata ma che diventa vera anche per gli altri, come accade per esempio in molta musica di cantautori italiani e in molta poesia straniera.

        il problema è che in queste poesie di De Signoribus non vedo neppure uno scrivere privato, vedo invece un allargare in senso mistico/religioso, (attenzione: non in senso di partecipazione ma di imposizione dall’alto) di elucubrazioni mentali a tutta l’umanità, un po’ come farebbe Mosè a parlare da sopra le montagne e con tanto di tavole dei dieci comandamenti in mano, del destino del mondo al popolo ebraico!

        io personalmente lascerei questi discorsi ai profeti e ai politici!

  38. ECCO QUESTA SCELTA DEI MIGLIORI (a mio avviso) TESTI. Sarei curioso di conoscere l’opinione dei lettori:

    Diramazioni incorniciate dal precipizio si diradarono

    Diramazioni incorniciate dal precipizio si diradarono
    e noi oltre gli steccati, i fortificati, gli indigenti,
    guadagnammo infine gli stabilimenti dei dormienti.
    (Erano costoro immersi nel sonno).
    I copulatori li chiamarono in correità, verificarono
    i vivi, gli irridenti, i plagiari,
    i responsi dei reggimenti e divelsero dalle
    fondamenta gli ultimi tentati stabilimenti.

    Sui fondali emersero gli ammonimenti dei Signori
    venuti dal nulla e nulla fu più come prima,
    una schiera di comandati a gettone
    guidava la dissoluzione dei lapidati,
    (era l’inizio o la fine?)
    intanto cantavano alleluia e si battevano il petto
    gli appestati nel refettorio…

    La risposta se c’è – dissero – è nei ripostigli della memoria.

    *

    All’improvviso, il ronzio d’un motore d’elicottero giunse dall’alto:
    un tip tap incontinente, un bip, un tric, i defraudati
    dal dolore, gli analgesici si fecero avanti
    tra la schiera dei malnati e dei malvissuti;
    i cimiteriali malviventi vennero a noi portandoci
    vivande borotalco… non erano i celesti
    ma gli uomini del XXI secolo.

    *

    L’iniziazione fu officiata ma era già tardi,
    fuggirono in direzioni molteplici, dissero
    parole distanti, parlarono dei respingimenti,
    degli accorgimenti, dei trucchi… ed apparivano
    spaesati, inquieti…

    • ambra simeone

      caro Giorgio,

      questa qui è senz’altro migliore, sopratutto per quanto riguarda la seconda parte, ma il De Signoribus continua a nascondere le frasi migliori tra quelle infarcite di tecnicismi di vario genere, come in parte della prima stanza:

      “Diramazioni incorniciate dal precipizio si diradarono
      e noi oltre gli steccati, i fortificati, gli indigenti,
      guadagnammo infine gli stabilimenti d’oltremare;
      i copulatori li chiamarono in correità, verificarono gli irridenti,
      la ragnatela dei reggimenti e divelsero dalle
      fondamenta gli ultimi tentati stabilimenti”

      quando leggo le sue poesie (come anche in questa) ho l’impressione di ascoltare un tizio che legge da sopra un pulpito, non amo molto né i pulpiti né i palchi!

  39. antonio sagredo

    Cher George,
    il mio è stato il primo dei troppi commenti fatti sul “poeta” Signoribus De… e sarebbe bastato… poi che fatto con la stessa arma… con/versi! Temo che si voglia la sua attenzione (del poeta) volgere verso i commentatori – non darà mai questa soddisfazione poi che non credo che veda questo servizio; ma anche se lo vedesse non risponderebbe; sono stimolato da altri a un mio rispondere … come? La mia Poesia tende ad essere non più Poesia, ritorno indietro, sempre di più, verso quel lontano dalla incomprensione altrui, verso la mia, verso quella della (mia) Poesia stessa. Sono chiamato da essa ed io la chiamo, il punto di incontro avviene in una totale assenza dei due attori perché poi sorgano ambedue rinnovati… la (mia) metafisica è soltanto uno dei “tratti distintivi” che mi detiene e mi detronizza: sono un Poeta mio malgrado e la Poesia suo malgrado mi visita… io la evito e non la sopporto più, lei è giunta al punto di tallonarmi, di pregarmi come se senza la mia presenza essa stessa non esisterebbe.
    Cosa voglio res/clamare? Che il mio tragitto non è della stessa natura di altri che mi si affollano, né tanto meno di altri che tentano di imitarlo…. d’altra parte sono così compreso dagli altri poeti, che questi mi evitano, mi scartano!…. Un esempio: io cammino sul Ponte della Poesia, gli altri mi vengono dietro… il Ponte crolla (o lo faccio crollare): gli altri crollano col Ponte, ma io su quel Ponte della Poesia (lo stesso o altro) continuo ad attraversarlo: sono l’unico capace di traversarlo perché ne sono attraversato! Procediamo insieme quasi a braccetto… potrei continuare
    come Lei a cantare, ricominciando da uno zero il tragitto di un ritorno in direzione opposta. Anche la mediocrità ha il suo sublime canto. Il 70 è un bel numero per non dirne più.
    A. S.

  40. Non ho alcuna difficoltà nell’affermare che quando l’autore, come in queste poesie è più comprensibile, riesca senz’altro più convincente e il livello della ricezione estetica si alza

  41. Non ho alcuna difficoltà ad affermare, l’ho già fatto altre volte, la mia ammirazione per la poesia di Antonio Sagredo, una poesia, questa sì, difficile, ostica, ma insieme anche ilare, nel senso di hilarotragoedia, che ha qualcosa di Arlecchino sulla scena e di Hamlet, in un certo senso tu sei riuscito ad omogeneizzare nella tua vocabologia poetica da cherubino e da “fogna” un vastissimo spettro lessicale e stilistico, cosicché la tua forma-poesia si è ampliata a dismisura come nessun altro tra i poeti contemporanei… la tua poesia ha una gittata altissima, e ce l’ha perché parte da una “metafisica” che giunge a una forma-poesia. La tua è una poesia che si svolge come su un “altare”, ma è l’altare della “fogna” e del sublime, del patibolo e della deiezione, riesci a contemperare e a omogeneizzare stilisticamente questi due poli proprio grazie a quell’ampliamento lessicale e semantico, in un certo senso sei stregato e prigioniero di quelle forze esplosive che stanno dentro la tua metafisica parolaia, ad un tempo oscena e plebea e sublime e nobile.

  42. marcello mariani

    Intanto signor Ottaviani non si glori del dibattito che ha suscitato… per dei versi che non sono nemmeno del signor De Signoribus ma sono dei falsi;
    gloriuzza di Lissa, la sua; e poi “intarsi di pseudocitazioni”: il linguaglossa è stato perfino troppo buono, avrebbe dovuto dire “intarsi di mafiopoesie”.
    E poi basta!

    • Ivan Pozzoni

      Ahhhhhh. Ma i versi non sono di De Signoribus, sono di codesto Lissa! Mi sembrava non potessero esistere versi veri scritti così male. Consiglio all’ammiraglio Lissa di continuare a navigare, e di smettere di scrivere.

      • Per notizia dei lettori dico come sono andate le cose. Ho ricevuto, via e-mail, da un certo Signor Lissa le poesie che ho postato. Il Lissa mi chiedeva di postarle in modo anonimo, in modo che si credesse che fossero state scritte dall’Autore in argomento quando invece erano composizioni da lui scritte AD IMITAZIONE DELLA VERSIFICAZIONE di De Signoribus, e finiva con questo ragionamento:

        «Vede Signor Linguaglossa, quando uno stile è FALSO come quello di De Signoribus, ovvero, fatto a tavolino, con una impostazione di voce ben precisa e un preciso taglio del lessico, lo si può anche CLONARE, FALSIFICARE, perché intimamente FALSO. Il suo stile è in sé un clone, un FALSO. Per questo si presta così bene alla falsificazione e ai duplicati. E’ uno STILE LETTERARIO, come gran parte della poesia contemporanea, e può essere clonato in mille esemplari… anzi, addirittura, mi pregio di aver scritto dei FALSI CHE SONO MIGLIORI DEGLI ORIGINALI».

        Dopo il primo momento di perplessità e una breve riflessione ho ritenuto comunque doveroso da parte del blog di dover offrire ai lettori anche questi cloni affinché ciascuno traesse liberamente le proprie conclusioni.

      • ambra simeone

        che grande finale a sorpresa Giorgio, o inizio? chissà quanti parleranno della beffa… beh, l’avevo detto che versi così erano facilmente soggetti a clonazione, direi che però molte scritture lo sono, se “falsate” da un buon falsario… un po’ come le borsette di Prada!

  43. Ivan Pozzoni

    Che sconfitta di Lissa! 🙂

  44. Pingback: Critica a “Non date le parole ai porci” di Cesare Viviani su “L’ombra delle Parole” | Poliscritture.it

  45. Non ho letto, ovviamente tutto il lunghissimo dibattito che i versi di De Signoribus hanno suscitato, arrivo solo adesso e, perciò troppo in ritardo per poter aggiungere qualcosa di nuovo, ammesso che possa esserne capace.Mi è parso, però, dalle ultime battute, che tutto si sia risolto in una colossale beffa, ma quel che risulta più grave è che proprio i fedelissimi, gli strenui difensori di De Signoribus non si siano neppure accorti della clonazione. Fossero stati i detrattori, beh, pazienza! si sarebbe detto. I versi di De Signoribus, o spacciati per tali, non hanno suscitato in me emozione o coinvolgimento alcuno. Condivido il giudizio di G. Linguaglossa che ben si attaglia anche al un giudizio sull’autentico De Signoribus. Mi domando: ma gli accaniti estimatori che hanno difeso, a spada tratta, i versi pubblicati nel blog, dove hanno rintracciato la poesia che li sostanzia e sta a fondamento di essi? Per quel che mi riguarda non ho colto quell’atmosfera tanto rara e che miracolosamente schiude le porte e ci consente di penetrare nel mondo interiore del poeta, così come si presume debba fare la poesia vera.

  46. Rileggendo miei precedenti commenti su questo autore, ritrascrivo questo perché mi sembra esaustivo del mio modo di fare critica:

    La mia regola è questa:
    quando leggo un libro mi pongo in posizione di terzietà e di estraneità, il che tradotto in altre parole significa questo: che non guardo né chi è l’autore, né il suo albero genealogico, né le sue affiliazioni massoniche, né guardo alla sigla editoriale: per me tutti i libri sono uguali, partono da una posizione di parità. La mia lettura, grazie a questa semplicissima regola, si trova così in una posizione di indipendenza dai gruppi di potere editoriali e istituzionali.

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