UNA POESIA DI ADAM VACCARO “feroci innocenze e oltre” – Commento di Giorgio Linguaglossa

adam vaccaro Fronte Seeds

adam vaccaro

adam vaccaro

 

 

 

 

 

 

 

da Adam Vaccaro Seeds, Chelsea Editions, New York, 2014

Adam Vaccaro nasce a Bonefro nel 1940 per stabilirsi in giovinezza a Milano. Nel 1978 esordisce con La vita nonostante, cui seguirà Strappi e frazioni (1997), La casa sospesa (2003) e Labirinti e capricci della passione (2005). Poesie scelte dai quattro libri si trovano in La piuma e l’artiglio (2006).

feroci innocenze e oltre

guardavamo scannare i maiali
con allegra tranquilla innocenza
lanciavamo stecche appuntite di ombrelli
contro civette crocifisse alle porte
e arrostivamo feroci zoccole finite
disperate in gabbie fischiando
un’uscita cercando da fiamme d’inferno
eppure già (di)versi cantando
m’illumino d’immenso

e nessuno può dire se fu quel piede fondato nella terra e
nel letame che diede una spinta a sogni d’assalto al cielo
o s’aprì in quei primilampi di parole un oltre
possibile
nel vortice sempre nuovo
sempre vecchio di questi decenni
pur avendo già un grido nel cuore
che poi la curva ridiscende
ed è subito sera

adam vaccaro

adam vaccaro

 La poesia inizia subito con una immagine truculenta, arcaico-rurale: « guardavamo scannare i maiali»; il secondo verso ci riporta invece alla situazione dell’infanzia, accenna alla «allegra tranquilla innocenza» con cui i bambini assistevano al rito ancestrale dello scannamento dei maiali nelle società contadine di tutte le latitudini; i quattro versi che seguono ci introducono ai crudeli giochi dei bambini nei confronti di animali propri di un’età arcaica, un mondo non ancora contagiato dalla accelerazione del tempo prodotto dalla freccia del progresso e dello sviluppo. È un mondo arcaico, crudele ma accettato da tutti i membri della comunità. È un mondo felice della propria innocenza, un mondo visto con gli occhi di un bambino. E questo è detto in versi elementari e scorbutici in forma di endecasillabi. Non c’è alcuna accentuazione del terribile o compiacimento della scena evocata, la narrazione si sviluppa secondo un tempo mitico, un tempo circolare, diremmo dell’eterno ritorno e della orizzontalità. Il tempo dell’infanzia felice (in quanto innocente, cioè priva di Storia) è riprodotto in versi come scolpiti che narrano la «cosa», i giochi dei bambini innocenti che pongono in essere il loro rito arcaico, crudele e sanguinoso:

lanciavamo stecche appuntite di ombrelli
contro civette crocifisse alle porte
e arrostivamo feroci zoccole finite
disperate in gabbie fischiando
un’uscita cercando da fiamme d’inferno…

adam vaccaro

adam vaccaro

Dopo questo introibo, c’è un accenno ironico e autoironico, quel «m’illumino d’immenso» con tanto di citazione di Ungaretti quasi a sottolineare l’antinomia della condizione astorica dei bambini con l’ideologia della illuminazione interiore che si pasce di ciò che è «immenso» mentre il mondo arcaico in realtà è immobile nella sua ancestrale bruttura e crudeltà. Non c’è alcun compiacimento dicevamo o nota elegiaca in questa rimembranza, soltanto una oggettiva narrazione, con pochi essenziali tratti, a quel tempo mitico caratterizzato dalla assenza della Storia e dalla temporalità dell’infanzia. È una poesia dura, oggettiva, crudele, con un lessico scabro, irsuto, scorbutico.

La parte centrale del componimento si apre con la terza persona, con quel «nessuno» «può dire», come dire: nessuno si può accampare il diritto di pronunciare un giudizio di valore verso un mondo che nel frattempo è scomparso: non c’è né valore né disvalore in quel mondo, è un mondo ormai scomparso quando l’autore scrive il componimento, che fa parte del passato remoto. E qui il tono dominante si fa più morbido, quasi elegiaco, quasi l’autore volesse accarezzare quel tempo trascorso senza rimuoverlo del tutto dalla coscienza ma quasi tentando di riportarlo e di riaccreditarlo nell’ordine della Storia del progresso e della civilizzazione.

adam vaccaro 2014

adam vaccaro 2014

 La parte finale si apre con l’immagine del «vortice» che tutto inghiotte, a rendere l’idea che il tempo trascorso è finito in un «vortice» che non può più restituire nulla al presente, un «vortice» «sempre nuovo» (domina ancora la macro simbologia del tempo che inghiotte i propri figli), «questi decenni» che hanno triturato tutto, la memoria e il vissuto, le generazioni arcaiche del Sud e la loro Storia innocente.
Il verso finale è una nota citazione del poeta ermetico Quasimodo con quel «ed è subito sera» che qui non sta a giustificazione di alcunché, non è inserita in quanto correlativo giustificazionista ma per il suo valore di ideologema, quasi un ologramma dell’elegia dell’io.

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5 commenti

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5 risposte a “UNA POESIA DI ADAM VACCARO “feroci innocenze e oltre” – Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. trascrivo il commento di Adam Vaccaro pervenuto alla mia e-mail:

    Grazie di questa attenzione a una poesia a me cara e incisa nella mia carne. Mi sembra che Giorgio Linguaglossa colga, in parallelo al testo, il senso di estrazione di una reliquia o di un frammento archeologico. Che quindi implica più che giudizi etici un rispetto sacrale. Ma il soggetto scrivente (si) pone una domanda nondetta di come quella radice brutale sia stata contemporaneamente e misteriosamente fonte di apertura, stupore e dolcezza, condensati nel lampo poetico di Ungaretti.
    Una risposta viene certamente dagli altri testi che compongono questo libro, Seeds (come negli altri che lo precedono), scelto da Alfredo De Palchi per Chelsea Edition. Il filo evidenziato in questa poesia è parte di una trama che nell’insieme era sì dura per la durezza delle condizioni di vita, ma anche ricca di calore, umanità e solidarietà, tali da costituire un senso di comunità e civitas, quale oggi nella società cosiddetta moderna, spesso non si riesce a a percepire. Quel contesto arretrato ma non primitivo aveva al centro il valore del lavoro e una misura etica fondata sulla coscienza del senso del limite umano rispetto alla natura. Una cultura quindi complessa, tutt’altro che rozza, capace nei suoi livelli più alti di una sapienza alimentata oltre che da letture, dall’intellgenza del fare in ogni campo.
    Questa complessità è stato l’utero che ha generato, fatto concepire e trasmesso anche il piacere di quella trama di molteplicità di sensi condensati che è la poesia. Di qui il perché dei versi citati.
    La scrittura che Giorgio ben evidenzia, di riproduzione oggettivante, dice due altri nondetti, il primo che quella brutalità scaturiva in primo luogo da dettati di bisogni primari (il che collabora all’astensione dal giudizio, anche nei confronti della cattiveria infantile correlativa a ogni contesto), il secondo nondetto è ovviamente di amore, verso quella parte del Sè che tocca la radice collettiva della propria identità. Una radice che, con tutti i suoi limiti, ha trasmesso un valore enorme rispetto ad esempio all’epoca successiva che l’ha distrutta: la capacità di immaginare un oltre, unita a una misura di saggezza del senso limitato e interminabile della vita, condensato nel verso finale di Quasimodo.

    Grazie e un caro saluto

    Adam

    • Laura Cantelmo

      Poesia forte e molto bella, Adam.
      Vorrei aggiungere alcune impressioni personali, senza pormi in dialettica con Linguaglossa.
      In questo testo che ha dell’arcaico nel suo narrare una società agreste e un po’ primitiva è assente quel taglio nostalgico di stampo pasoliniano che a me è parso sempre una debolezza del pur grande Pasolini. Con versi scabri si ricostruisce quel mondo affascinante ed epico, ma non degno di essere fatto segno di pungente rimpianto.
      Quanto alle citazioni, ai camei dei due grandi poeti, Ungaretti e Quasimodo, esse non mi paiono così decorative, ma testimonianza di una scelta di campo, quella del linguaggio poetico come mezzo espressivo, che, sulla scia di Pound, intende costituire una pietra miliare del tuo percorso umano e culturale, rievocando in forma fulminante un retroterra cui fai riferimento e contemporaneamente parlare della tua personale “illuminazione” e della”sera” metaforica che ci attende.
      Complimenti.
      Laura

      • trascrivo il commento di Adam Vaccaro giunto alla mia e-mail:

        Laura sottolinea, proprio perché conosce bene la mia scrittura, un suo punto fondante, il rifiuto della nostalgia: zucchero a velo superfluo anche se inevitabile, sull’amore per ciò che ci ha costituito e che sostanzia il nostos. Il quale, se può ridursi a sentimento nostalgico, può espandersi a radice di poesia, che ritorna a cercare per necessità biologica e affettiva – cioè con la totalità della nostra mente e soggettività – di riprendere criticamente ciò che ci ha dato vita, Non solo la parte infantile che vorrebbe ritrovare quelle stesse “cose” e persone, ma anche quella adulta, nell’arco degli ultimi decenni si è dovuta misurare con un rivolgimento epocale che ha distrutto ogni residua possibilità di ritrovare anche solo un’ombra dell’Itaca iniziale. Il ritorno di Ulisse – come sostengo con i Semi del mio ultimo libro – è possibile solo entro una ripresa di coscienza, necessaria non solo per la propria salute mentale, ma anche per una difesa antropologica che tale rivolgimento rischia di sopraffare senza rimedio.

  2. Trascrivo il commento di Adam Vaccaro pervenuto alla mia e-mail:

    Vorrei evidenziare un ribaltamento di senso che non è solo gioco verbale gratuito nel verso decisivo “e nessuno sa…”. Senso opposto a quello immediato, che può essere colto solo dalla lettura di tutto il libro, Seeds, in cui “nessuno” non è solo un pronome, ma gioco necessario, incessante e divertito di moltiplicazione di sensi con l’altro nome che nasconde e salva Ulisse, personaggio-metafora e filo conduttore dei quadri di tutta la prima parte.
    La lettura superficiale con nessuno-pronome si ribalta con Nessuno-nome, per cui è solo la parte nascosta e in ombra (giusta eco qui) di chi parla, che sa in fondo il come e il perché.

    Adam Vaccaro

  3. Sto leggendo l’intero libro, di cui questo testo è un assaggio molto interessante. Sono spesso presenti lampi di criptomnesie risalenti a un’epoca arcaica dell’immaginazione, quando il pensiero non è ancora formato (la famosa amnesia dei primi anni di vita, che in realtà, come sappiamo, non è propriamente amnesia ma “nebula”,percezione in fase aurorale). E’ un testo forte, in cui si impone come dominante la visione del letame in cui immergere i piedi, sterco ma a sua volta concime per i campi. Spesso il nutrimento è presente come protagonista nei testi di “Seeds” : pane che muore beato in gola, che accompagna le prime sensazioni di pienezza, ma anche della mancanza che lo precede; qui c’è addirittura il maiale, fonte primaria del sostentamento nelle campagne fino a non molti decenni fa. Cibo e sterco sono quindi accostati, sostituiti, sovrapposti: è in fondo anche questo un aspetto del “cerchio della vita”, che si coglie in varie forme tutto il libro. Questo riandare all’infanzia (la “curva che ridiscende”) ne coglie insieme l’innocenza e la crudeltà, in una specie di antielegia di cui Linguaglossa ha ben compreso la durezza, ma anche la capacità del poeta di accettare la perdita e la trasformazione. Mi sembra che entrambe le semichiuse citazioniste (in particolare la prima) siano utilizzate in forma ironica, forse per proteggere i versi da qualunque rischio di invasioni nostalgiche o sentimentali, come hanno già sottolineato i precedenti commenti. Il linguaggio in Vaccaro ha spesso un valore espressivo più che sperimentale (di-versi, primilampi, il termine zoologico più raro in appoggio al più comune “civette”). Per l’ autore la scrittura è sempre “piuma” e “artiglio”, ispida ma sensitiva. Oltre l’innocenza, per feroce che sia stata, si scorge una domanda sul presente e sul futuro, che proprio come un cerchio è “sempre nuovo e sempre vecchio”; ricalca se stesso all’infinito, purtoppo degradandosi.

    Alessandra Paganardi

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