6 risposte a “POESIE SCELTE di Roberto Bertoldo da “Pergamena dei ribelli” (2011) “La mia poesia è intersemica e tonosimbolica” Poesia dell’età post-metafisica, riecheggia degli echi e delle schegge di ciò che un tempo fu la significazione – Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. ricevo alla mia e-mail questo commento di Alfredo De Palchi e lo trascrivo:

    Saggio, oppure commento-fantasia sulla reale personalità poetica di Roberto Bertoldo.

    Alfredo de Palchi
    Alla ricerca di un “bandito”: Roberto Bertoldo al confino.

    Mai dico: “vorrei conoscere la tale nota persona”. Il mio carattere non mi permette di essere effusivo, inoltre la tale nota persona può giudicarmi snob oppure timido. L’impressione è giusta. Perciò mi abbandono al caso, e con naturalezza di handicappato mi scontro con gente muri inferriate senza mai sbandare o indietreggiare. Seguo lungo vie e strade poco camminate, polverose e quasi disselciate, per incontrare chissà chi alla prossima curva.

    Evito le strade provinciali adatte ai provinciali, proprio per evitare d’incontrare bancari, bottegai, cartolai, impiegati all’anagrafe, macellai, preti, sindaci, medici, avvocati. . . la gamma completa d’imprenditori sanguisughe; sì, anche i becchini obbligati a raccogliere defunti.

    Dal momento che si illudono di essersi faticosamente evoluti alla terza elementare, i provinciali smettono di firmare con una X per dedicarsi all’arte petrarchesca convinti di far sorgere chiare fresche acque dalle inquinazioni industriali; oppure, in tuta di imbianchini spacciatori di vita bruciata da inferno domestico, cancellano le falsità––tuttavia da sotto le pennellate di calcina traspare la vile tenacia di trafficanti di olio di serpe. Niente di esilarante da raccontare ad altri trafficanti più vistosi che ripetono formule tematiche a coloro che non ne hanno e non le capiscono. Gli imbianchini devono adeguarsi alle platitudini di ciascun essere, simile copia di ciascuno. Detto e fatto ecco le centinaia di ignoti e anonimi simulatori. E ciò dovrebbe essere la visione?

    Lungo la strada fuori strada ch’io scelgo prevale originalità d’intenti, ho la possibilità di scontrarmi con un individuo piazzato a gambe aperte in mezzo la stretta strada che mi chiede la borsa o la vita. Un bandito al confino, come un tempo si puniva chi non stava politicamente o socialmente nei propri ranghi. Un individuo imprevedibile. Ed io, altrettanto bandito al confino dai truffatori della poesia, esplodo in una risata: “ma che borsa, contiene il valore su cui deciderà il futuro, la storia. La vuoi? Eccola”, anche tu hai l’onore, dall’esercito silenziosamente dedicato volontariamente alla truffa, di essere tacciato acerrimo nemico in contumacia. Ora, se ci tieni, facciamo strada insieme.

    Non è la proverbiale provvidenza che mi assiste, è la fortuna della sfortuna. È la sola proprietà ch’io abbia insieme a un’altra altrettanto arcana. I nemici che scelgono un capro espiatorio, finiscono puniti dopo essere stati maleaugurati mentalmente. Coincidenza? può darsi, intanto uno dopo l’altro subiscono punizioni dalla loro provvidenza malefica. Materialista disinteressato alle cose materiali, spirituale senza religione, e pazientemente impaziente verso manifestazioni che considero volgari, piaccia o non piaccia, c’è la solarità della mia esistenza di beneficiato benefattore. Abbraccio alberi, animali, di certo i miei gatti, e donne da innamorato. La presenza dell’uomo mi discosta, divento poco espansivo, a volte timido e a volte indifferente; eppure di tanto in tanto mi capita di incontrarne uno e trattarlo subito con simpatia esageratamente loquace. È uno scenario salubre per il “bandito” piemontese inadatto al cesso della quotidianità letteraria.

    Per quelle strade abbandonate il confinato piemontese è la fortuna della mia fortuna. È sicuro di se stesso, non si nasconde dietro false intenzioni, e non teme come io non temo i pitocchi trafficanti proseliti egocentrici sentimentali del Maestro trecentista che si sforzano di migliorarlo con le loro singhiozzate mentre io mi strozzo dalle risate Il nuovo amico, scombussolato, mi guarda di scorcio, non so se sa ridere o giudicarmi incredibile. Lo abbraccio, alto e sottile come un pioppo, e mi professo buono generoso innocente innocuo magnanimo etc., soltanto la percezione d’ingiustizia mi trasforma in rivoluzionario. Roberto Bertoldo, l’amico semi-solitario, meno offensivo di me, ma sicuramente altrettanto giusto di giustizia quando si deve far notare i falsi valori. Noi due con la frusta in mano messi al bando dai malfattori nei loro tabernacoli della mafia culturale.

    Fortuna nella sfortuna. Roberto Bertoldo ed io che non sapevamo della nostra reciproca esistenza fino all’incontro tramite le poesie della adolescente Ljuba Merlina Bortolani; stringiamo subito amicizia, legge le mie poesie, io leggo le sue, e francamente ci ammiriamo a vicenda. Io che non scrivo di critica e non ho poteri faccio quel tanto che posso per assicurargli che la sua poesia, indubbiamente migliore e di tanto più importante di quella sfornata da poetini posti in vetrina da editori e critici orbi e sordi e ancora affogati nel petrarchismo di rancida modernità. Ripeto che questa gente rovina il poco talento in giro, pone e tiene nell’oscurità i rivali. Eppure l’illusione di essere importante è momentanea, ma come invecchiano spariscono dalla cronaca e dalla storia. La poesia di Roberto è asciutta, come lui è quando parla e scrive di altre cose, ed essendo asciutta non invecchia come quella lacrimogena sentimentale pascoliana fino a raggiungere la sonda petrarchesca. Non mi passa per la mente di demolire Petrarca, siamo chiari, mi passa per la testa che i poetini dovrebbero abbandonare quella lezione in quanto non la miglioreranno mai. Anzi, si presentano meccanici manieristi nauseanti. Nel lavoro poetico di Roberto non annuso la nausea che mi viene se leggo testi di . . . metteteci i nomi che volete.

    Ritorno alla mia fortuna, Roberto Bertoldo. Dall’inizio scopre la mia opera poetica completamente ignorata (qui devo aggiungere che l’emarginazione me la sono guadagnata abbandonando l’Italia per la Francia la Spagna l’Europa e gli Stati Uniti d’America); subito si dà da fare proponendola ai lettori della sua rivista Hebenon. Mi dedica il “Quaderno di Hebenon, 3”, con scritti di vari autori, e se invitato a parlare di poesia trova il modo di infilare nel discorso il mio cognome. Vuole farmi conoscere a un mondo perverso di poeti e critici che non gradisce conoscermi; scrive articoli in mia difesa criticando le mie sfrecciate alla “grande poesia” dei “grandi poetini” che accanto alla mia scende per magia nel nulla, e criticando gli addetti ai lavori di poco talento con troppo potere. Si noti pure che non pretendo di essere un falso modesto, non lo sono mai stato. La mediocrità si addice a chi non è artista. Roberto sa che non perdo il sonno pensando alla marmaglia. Forse non sa che la mia quiete psicologica nasce dalla mia sicurezza nell’atmosfera patologicamente mafiosa che annulla momentaneamente il mio nome e cognome ma non la mia arte dalla storia. Neanche quel mondo vile può cancellare la storia.

    In questa attitudine Roberto m’incontra conosce e vede mentre mi sorride leggermente beffardo, da incredulo, incerto se sono così o così: generoso, sensato, giusto. Sta in prima linea per annunciare il talento di un altro. Il problema è che i secondini che si eleggono trafficanti della letteratura, intimando al pecorame di non sgarrare a sinistra e a destra, lo svaligiano prima che possa offrire loro una purga. Certo, un Roberto confinato politico-letterato che scrolla le spalle e se ne va per la strada fuori strada intuisce che la fila indiana di imbianchini è stupidamente gracile.

    Io devo molto a Roberto Bertoldo, e così devo molto a pochi altri. E’ un uomo che non teme di essere amico, generoso e severo anche con me amico, generoso e severo nell’arte. Non teme lo scontro con i leggendari come lui al confino letterario, o con i pavidi con il fiele alla gola.

    Da La Clessidra–Semestrale di cultura letteraria–n. 1-2, 2012 Edizioni Joker.

  2. Ho conosciuto Roberto Bertoldo per il tramite di una eccellente rivista che il filosofo poeta fa da quasi venti anni interamente da solo; mi sono trovato subito in sintonia con lui e ho sempre stimato e ammirato il rigore del suo spirito, delle sue idee e della sua poesia fin dal primo libro “Il calvario delle gru” edito a New York da Chelsea Editions, Uno dei più grandi libri di questi ultimi tre lustri. In particolare tutta la produzione poetica di Bertoldo è stata da me, di quando in quando, a seconda delle occasioni e delle circostanze, commentata e chiosata. È una persona molto per bene e uno spirito schivo. Ed è uno dei maggiori poeti contemporanei, sarà mia cura riproporlo su questo blog con altri spezzoni di sue poesie per farlo conoscere al pubblico che ancora non lo conosce o per far sì che chi conosce la sua opera possa rileggerla e apprezzarla. C’è bisogno oggi di leggere i poeti rappresentativi del nostro tempo. Direi che c’è bisogno di poesia..

  3. Francesca Tuscano

    Hai ragione, Giorgio. Roberto Bertoldo oltre che essere un poeta vero, è una persona vera, e un vero intellettuale. Tutta la sua opera andrebbe conosciuta e letta – narrativa, saggistica, teoria e, certamente, poesia. C’è molto da imparare da uno “spirito schivo” come lui – l’onestà intellettuale, la coerenza, l’umiltà, il lavoro come fondamento di studio e di vita. Spero che le mie parole non suonino retoriche, perché non lo sono affatto. E’ che da Bertoldo ho imparato molto. Innanzitutto a coltivare la solitudine dello studio, che è cosa preziosa, come la poesia vera.

  4. Giuseppina Di Leo

    Quella di Roberto Bertoldo è una voce inequivocabilmente chiara, lontana da inutili artifici retorici o di stile, tesa all’essenza; una poesia “asciutta”, come dice Alfredo De Palchi, che non invecchia. E ricca di sapienza.

  5. Cari amici,

    adesso mi costringete a tradire la mia cosiddetta “schivezza” per ringraziarvi di quanto avete gentilmente scritto. Approfitto per raccontare il mio primo ricordo di voi, in quanto è giusto che i lettori del blog possano serenamente ritenere, senza dover ricorrere ad illazioni, che nei vostri apprezzamenti, detto in parole dantesche, “più che” la stima critica “poté” l’amicizia.
    Conobbi Giorgio Linguaglossa per via delle riviste che avevamo fondato, la sua “Poiesis” mi colpì molto soprattutto per la prima fase molto attenta non solo alla poesia ma in particolare a ciò che ‘ruota’ dentro ad essa. L’approccio estetico di Linguaglossa, che si poneva quesiti che le altre riviste di poesia coeve, compresa la mia, di solito trascuravano, mi spinsero a cooperare, da esterno, con la sua rivista. Poi lessi di Linguaglossa il libro di poesie Uccelli, e mi piacque moltissimo.
    Alfredo de Palchi lo conobbi invece grazie a Luigi Fontanella, che mi fece mandare da Alfredo il libro Costellazione anonima (edizione Caramanica), che recensii per Hebenon. Per me quel libro, e lo dico senza mezzi termini, è un capolavoro. Poi, il fatto che Alfredo fosse anche un talent scout, in quel caso di Ljuba Bortolani, ci portò a cooperare.
    Francesca Tuscano la conobbi indirettamente grazie a Linguaglossa che mi invitò a un convegno a Firenze. L’intelligenza di Francesca mi colpì subito, non si offendano le scrittrici che conosco ma è la scrittrice più intelligente con cui abbia mai avuto a che fare. Da quell’incontro nacque una collaborazione legata alla rivista Hebenon (che, per precisazione, non “faccio da solo” ma grazie all’apporto di un’ottantina di collaboratori) e anche a collane che ho successivamente diretto. Credo di non aver insegnato nulla a lei, forse, se proprio vogliamo, soltanto a credere un po’ di più nelle sue capacità, saggistiche e poetiche.
    Per correttezza devo dire che Il calvario delle gru, a cui accenna Linguaglossa, venne pubblicato prima in Italia da un editore di poesia che però poco dopo tolse il libro dalla collana, per la quale forse, per piccineria sua o di qualcuno che cooperava con lui, d’un tratto non mi considerò più all’altezza; così il libro, che piacque ad Alfredo de Palchi, venne pubblicato per sua intercessione non da Chelsea, come ha scritto Giorgio, ma dalla Bordighera Press di New York.
    Detto questo, ringrazio dunque i miei amici per le belle parole, credo che nel mondo letterario la cosa più importante sia quella di non considerarsi da sé necessari e soprattutto di non credere di avere la capacità di giudicare chi è il più grande poeta o cose del genere. Bisogna sempre ricordare che la nostra conoscenza di ciò che bolle in pentola è per forza di cose limitata. Da un po’ di tempo ho compreso questo e ho smesso di sparare sentenze ridicole. Pensiamo a scrivere e a leggere, a dire tutt’al più ciò che ci piace e che consideriamo di valore, magari fondando il giudizio su un metodo chiaro affinché chi lo legge possa valutarne la portata personale. D’altronde, per quanto riguarda la letteratura, mi riesce difficile non apprezzare, anche se non di mio gusto, gli scritti di chi non scriva solo per sfogo o per stolta superbia. Un saluto a tutti voi e alla poetessa Giuseppina Di Leo.

    Roberto Bertoldo

  6. Gabriele Fratini

    Ottima lettura. Finalmente qualcuno che va oltre la buona padronanza della lingua e in questi testi decorati di belle parole ci infila anche un contenuto interessante. Un saluto.

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