Antonio Sagredo: “Dedico queste poesie all’anno 1914 – inizio delle carneficine” (inediti, 1996, 2003)

Antonio Sagredo: “Dedico queste poesie all’anno 1914 – inizio delle carneficine” (inediti, 1996, 2003). Antonio Sagredo è un poeta inedito in italiano, di lui aspettiamo una Antologia che uscirà in traduzione inglese con testo a fronte a New York con Chelsea Editions, ed una in italiano per le Edizioni EdiLet di Roma.

 

antonio sagredo Teatro Politecnico 1974

antonio sagredo Teatro Politecnico 1974

Dedico queste poesie all’anno 1914 – inizio delle carneficine.
Dedico queste poesie all’anno 2014 – inizio delle carneficine
Vi sono altre poesie con versi più spietati, ma ho compassione dei lettori.
Vi sono ancora poeti che cantano la luna e la natura e stronzate di questo genere…. che scrivono ”cadono le foglie” invece di “crollano le foglie”!
a. s.
Antonio Sagredo

 

Io sono lo sterminio in mezzo ai suoi principi,
tradotto alla parola come alla propria esecuzione.
Poesia, tu vivi di interiora!
Tutte le sofferenze ti somigliano.
Dall’ordine ti ritiri fino alla sorgente,
di notte soffro la parola che subisco.
Di cera mi è dato di vivere nel caos.
E se legato ancora al sangue umano
(indebolito e unto dalla madre al capezzale)
sui ceppi divinizzi i patiboli più che la tortura.
Le bende sulle lancette dei rauchi quadranti.
Nelle stanze le soglie sono altrove dolorose:
ho traversato il grido da uno estremo all’altro.
E creo in ogni istante un Dio,
il suo terrore vendico con la mia mano.
Mi girano intorno i luoghi delle esecuzioni.
Quale festa contare i vivi!
Allontanate da me ogni diniego di potenza,
quel calice che penetra la mia carne.
Poesia, dammi la tua bocca e la tua lingua!
Non mi resta che il sangue con cui parlare.
Darò ordini al sangue!
Mi offrono le mie mani, i miei occhi,
a me, a me, che mai arrivo in tempo alla mia ora!
Perché generare una memoria
se le forche fanno appelli
a chi non pesa la parola come i morti?
Io che sono al di fuori d’ogni linguaggio,
restituitemi le labbra e la mia bocca!
Agli dei il silenzio che non mi è dato,
l’uomo si scordi almeno il proprio nome.
Darò ordini al sangue:
che non venga crocefisso il cuore!
Non ha capito nulla, Iddio, dell’uomo…
la funebre offerta dei suoi misteri…
il nostro arbitrio
non preserva il becchino della corruzione,
le stelle dalla luce delle necropoli.
Possa io baciare gli occhi di mio Padre,
con la sua bocca!
Io sono la mia corazza!
Concedetemi il trionfo d’essere mai nato,
le trasformazioni da cui sono soggiogato.
Quando i rimorsi giungono a una fine
le stazioni marciano verso una memoria.
Sangue: libro che ti sorveglia e aspetta,
a noi mai noto!
E io, terribile, come l’agnello originario,
coperto di bende dalla propria Madre!

 

Roma, 27- 29 gennaio 1994

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

 

 

 

 

 

 

 

*
Potessi i mitrati inverni salmodiare
e dal calice insidiare metafore e patiboli.
Il trono sarà una sospetta distrofia regale,
una rossa gorgiera di sentenze senza requie.
Torvo il sentiero nero come una cornacchia
becca i campi la mia parola cordigliera.
Non so se festini e maschere creano convegni:
la segnaletica degli occhi è un dono irriverente.
Dalle soglie ai portali l’anima eretica ci spia
col suo sguardo di corsaro… guercia sarà la preda!
Questo secolo non sarà migliore del trascorso:
i massacri saranno il nostro pane quotidiano.
Le Madri senza fede né speranza spolperanno
i figli prima d’una condanna o una guerra.
Il boia cercherà invano gli occhi di un poeta disossato
o lo sguardo impietoso d’una carcassa che t’accusa.

Non esiste un Nulla che mi conforti, il resto è Delirio!

 

Vermicino, 17 ottobre 2003

antonio sagredo 1971

antonio sagredo 1971

*
Divorava se stesso come una serpe,
una pupilla dopo l’altra, incurvata
lungo la dorsale dello specchio
e nella carne, cieca, fissava
il disappunto delle ossa.
Ti sei destinato al terzo millennio,
a ritroso, a un patibolo per capriccio,
e deliri come un bambino che esige
nuove stragi per balocchi.
Traduci gli incantesimi dai cortili
ai raccapricci, oscillando la testa
come una lanterna incerta: boia o santi
quale inumana assenza per il carnefice!
Benedetto, io, che non guardo né avanti, né indietro.
E cerco un calice, un fardello, un vuoto,
un digiuno da spartire o seminare.
Una selce dominerà la mano e il libro,
lo scriba impazzirà per il suo ritorno:
non ho dunque invano tradotto la rabbia in pietra!
Il Tempo è giunto in maschera al nostro capezzale:
è cocciuto, pretende dalle ossa il sangue!
I vostri lumi, grida, non sono più sabbie aurifere,
avrete scampo nelle vostre stanze se c’è un calice!
Caro Cristo, postilla al caro Male, vedi
come a una reliquia ci s’inchina,
come si rispetta il nido – natale!
Come sento pigolare l’umanità al fondo
di un calvario dove domina contratto un riso equino!

Ma eri già la mente che inseguivo.
Roma, 8 / 12 / 1996

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7 commenti

Archiviato in poesia italiana del novecento

7 risposte a “Antonio Sagredo: “Dedico queste poesie all’anno 1914 – inizio delle carneficine” (inediti, 1996, 2003)

  1. Maria Greco

    Trovo noiosa la poesia di Sagredo. A ogni verso c’è il suo io che gesticola. “Io che sono al di fuori di ogni linguaggio” “Io sono la mia corazza”. Io. io. io. Parla solo di sè. E’ pieno di sè. E’ un oratore di se stesso. Le sue immagini vogliono stupire ma sono finte, sono fuochi d’artificio. “Boia o santi/quale inumana assenza per il carnefice!”Sembra un epigono di Lautréamont, ma piccolo piccolo. Maria Greco

  2. Gentile Maria Greco,

    sì è vero, nella poesia di Sagredo «c’è il suo io che gesticola… io, io, io», è vero che «parla solo di sé. È pieno di sé» etc etc, quando lei dice che «sembra un epigono di Lautreamont» «piccolo piccolo», è comunque un giudizio di valore, non è da tutti essere un epigono di Lautreamont, è un complimento indiretto che le è sfuggito.

    In ordine alla accusa di essere piena di io, lo si può dire del 99% della poesia italiana, ma, mi lasci dire, che c’è io e io, c’è una certa differenza nel trattamento dell’io da un poeta all’altro; e qui dovrebbe intervenire l’adozione di un pensiero critico applicato alla poesia. Mi lasci dire che i suoi giudizi sono personali e riflettono una sua posizione, un gusto personale ma non sono corroborati da alcuna argomentazione critica, neanche minima, dovrebbe, a mio avviso, argomentare in modo più ampio le sue valutazioni.

    Riguardo alle valutazioni che io posso fare, in questa sede, mi limito a ripetere quanto già detto in altro precedente appunto:

    .«Antonio Sagredo è un autore completamente inedito in Italia, tradotto e apprezzato in Spagna, è quasi sconosciuto in patria. Dopo aver compiuto gli studi di slavistica all’Università la Sapienza di Roma ha lavorato presso una banca. Sagredo ha sempre mantenuto un atteggiamento di ostracismo nei confronti del ceto letterario italiano e ne è stato, per così dire, ampiamente ricambiato con un silenzio che non sappiamo se di neutralità e cinismo o altro. Fatto è che lungo cinquanta anni di solitario e inedito percorso poetico Antonio Sagredo si è cimentato in un itinerario irrituale e algebrico, insomma ha fatto di tutto per rendersi stilisticamente inclassificabile, irricevibile e inospitale. C’è un costante barocchismo nell’impiego dei retorismi e delle immagini, un mix di alleluia cantarellante e di maledettismi blasfemi, di ipocondrismo e di elettricità che rendono i suoi testi altamente godibili e, ad un tempo, respingenti, repulsivi, come percorsi da una sottile trama di nervi sensibilissimi e cattivi che captano le minime rifrazioni quantiche dell’ambiente insonoro. I suoi versi sono onde sonoro-magnetiche autorespingenti, sono sfollagenti; interno ed esterno sono capovolti, così come convesso e concavo, riflesso e irriflesso; è presente nei testi un qualcosa come una forza de-gravitazionale generale del suo sistema solare, come se agisse un quoziente di perdita in direzione dell’implosione lessicale e stilistica: una simmetria del disordine».

    In fin dei conti, non mi meraviglia che i testi di Sagredo sollevino tanta opposizione e avversione, e la ragione è semplice: i suoi testi sono degli sfollagenti, blasfemi, lambiccati, sottili e sfuggenti ad ogni metratura o parametro del gusto comune… per leggere e apprezzare la poesia di Sagredo occorrerebbe aver sciacquato i propri panni nelle acque non solo dell’Arno o del Tevere o del Po ma nel Volga e a San Pietroburgo dove Sagredo ha studiato profondamente la poesia russa e slava e di cui si è abbeverato. Insomma, la poesia di Sagredo, per dirla in soldoni, in Italia, è un pesce fuor d’acqua, un prodotto insolito, urticante, intrattabile, indigestibile

  3. Sagredo come ogni buon creativo parte dal suo io, e mi sembra tutto sommato giusto. Trovo che sia un notevole poeta, senza contare che queste poesie non sono scritte nella sua lingua madre.

  4. Ringrazio Giorgio per avere rinnovato la proposta di questo poeta, che sembra inventato (…ma ci sono le foto. A giudicare dalle date, dovrebbe essere oggi sulla sessantina. Lavora ancora, in banca? E come mai è tradotto in Spagna? E perché interrompe adesso, dopo una così pertinace astensione, la sua editoriale illibatezza in Italia?). …inventato e molto potente. Per quanto riguarda la questione dell’Io, sollevata da una commentatrice, direi: c’è un io lirico e un io-vela, un io-frangiflutti che si pone lì, di fronte o dirimpetto al vento e ai flutti del linguaggio, e se ne fa attraversare, intridere, lacerare, se vento e flutti sono forti e distruttivi. Questo ego è l’autentico passante della poesia, il suo strumento anegotico e al limite impersonale: un apparecchio di scuotimento. Di tale pasta mi pare fatto l’io di questo poeta. Che mi ricorda come la grande poesia ci possa ancora, per fortuna, a volte sfiorare.

  5. Premetto di non avere le opportune competenze e conoscenze per parlare dell’autore e del brano in questione. Tuttavia, leggendo il testo, ho avvertito anche io questa continua insistenza sull’io, ma l’ho avvertita come un tentativo dell’autore di poter condividere la propria esperienza personale, che penso sia stata abbastanza traumatica date le continue esclamazioni, l’anafora “a me, a me”, il tono enfatico e parecchio scetticismo, con il resto dell’umanità. Ho avuto questa impressione in particolare quando parla della poesia e del potere delle parole di denunciare le sofferenze. E allora solo un poeta può denunciare la carneficina passata e la situazione del secolo odierno, tramite quelle che sono le sue emozioni, i suoi dolori, le sue esperienze, cose tutte strettamente legate all’io e alla propria persona. Ho avuto anche l’impressione che l’autore volesse criticare il nostro attuale secolo e l’attuale generazione per l’attuale disinteresse nei confronti di questa potente arma di denuncia, ossia la poesia.
    Ovviamente ho espresso quello che ho sentito leggendo la poesia di primo impatto, senza avere altre conoscenze sull’autore, né le apposite competenze per poter dire un parere.

  6. marcello mariani

    Rispondo con questi versi a quella commentatrice, che mi è carissima, come credo al Poeta, poi che ancora – per lei – la Poesia è qualcosa di comprensibile, così incomprensibile la sua comprensiblità che mi commuove la sua sensibilità così estremamente sublime! A questa sensibilissima invio questi versi… non ha bisogno di essere ammaestrata, quantunque ne avesse estremamente bisogno…infinito!

    Marcello Mariani (un vecchio amico di Sagredo)

    ——————————————————————
    A proposito di questi versi

    Sui marciapiedi li sminuzzerò
    in un miscuglio di vetro e di sole.
    D’inverno li rivelerò al soffitto
    e li farò leggere agli angoli umidi.

    Comincerà a declamare il solaio
    con un inchino alle imposte e all’inverno.
    Verso i cornicioni balzerà un salincervo
    di stramberie, sventure e annotazioni.

    Non un mese soffierà la tormenta,
    cancellerà le fini e i principi.
    D’improvviso mi ricorderò: c’è il sole.
    Vedrò: la luce da tempo non è più quella.

    Come un piccolo corvo Natale darà un’occhiata,
    e il dolce giorno rasserenato
    rivelerà molto di ciò,
    che a me e alla mia amata non venne in mente.

    Nella sciarpa, proteggendomi col palmo,
    attraverso lo sportello griderò ai bambini:
    “miei cari, qual millennio,
    è adesso nel nostro cortile?”

    Chi ha scavato un sentiero verso la porta,
    verso il buco intasato di neve,
    mentre io fumavo con Byron,
    mentre bevevo con Edgard Poe?

    Mentre accolto nel Dar’jal, come presso un amico,
    come in un inferno, come in un deposito e in un arsenale
    io la vita, come brivido di Lermontov,
    come labbra nel vermut immergevo.

    —————————————————————————–
    (e a proposito dell’IO che tanto La disturba… ) :

    Ehi!
    Signori!
    Amatori
    di sacrilegi,
    di delitti,
    di macelli
    ma ciò che è più terribile
    l’avete visto:
    il mio viso,
    quando
    io
    sono assolutamente tranquillo?

    E sento
    che l’io
    per me è poco.
    Qualcuno da me si sprigiona ostinato.

    Allò!
    Chi parla?
    Mamma?
    Mamma!
    Vostro figlio è magnificamente malato!
    Mamma!
    Ha l’incendio nel cuore.
    Dite alle sorelle, a Ljuda e Olja,
    che egli non sa più dove ficcarsi.

    Ogni parola,
    perfino ogni burla,
    che egli vomita dalla bocca scottante,
    si butta come una nuda prostituta
    da una casa pubblica che arde.

    Gli uomini annusano:
    c’è odore di bruciato!
    Hanno fatto venire dei tipi strani.
    Luccicanti!
    Con gli elmi!
    Non si può con gli stivali!
    Dite ai pompieri:
    sul cuore ardente ci si arrampica con le carezze.

    Farò da me.
    Gli occhi gonfi di lagrime rotolerò come botti.
    Fatemi appoggiare alle mie vertebre.

    Salterò fuori! Salterò fuori! Salterò fuori! Salterò fuori!
    Sono crollati.
    Non puoi saltare dal tuo cuore!

    Sul viso ardente
    dalla fessura delle labbra
    un bacio carbonizzato è cresciuto per buttarsi.
    Mamma!
    Non posso cantare.
    Nella chiesetta del cuore si accende la cantoria!

  7. annibale carracci

    Ma questa Maria Greco è sparita! Questa malevolenza che possiede nei riguardi della meravigliosa poesia di Sagredo non è sorretta da una culrura adeguata, che se lo fosse comprenderebbe meglio… ma la sua futura grandezza è il mio augurio di essere una grande madre, e che lasci stare i versi.

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